2 ottobre 2022

Le luci bianche di Parigi

Negli ultimi mesi ho riletto tanti libri, proposti durante i miei gruppi di lettura, di cui avevo già scritto su questo blog. Altre storie recuperate qui e là, tra consigli in rete e scaffali della biblioteca, mi hanno lasciata poco entusiasta; e dopo un'estate all'insegna di grandi cambiamenti, appena risistemata la poltrona delle letture nel salotto della casa nuova, ho letto due romanzi non impareggiabili ma in qualche modo interessanti e, finalmente, un grande libro, di ampio respiro, con un vasto orizzonte e di forza profonda. 

Il noir del sempre impeccabile John Banville, Dove è sempre notte (Guanda), e il recente Il caso di Agatha Christie di Nina de Gramont (Neri Pozza) sono curiosamente accomunati dal racconto dolorosissimo delle giovani madri nubili che fino a non troppi decenni fa venivano rinchiuse nei conventi irlandesi e sottoposte a impensabili angherie; in particolare, non mi sentirei di raccomandare il libro di Nina de Gremont a chi fosse davvero incuriosito dal caso citato nel titolo (la scomparsa di Agatha Christie nel dicembre del 1926), bensì per la sua piuttosto cruda analisi delle vicende di tante ragazze imprigionate nella gabbia silente di un aberrante progetto religioso. 

Il romanzo che invece suggerirei senza dubbio è Le luci bianche di Parigi di Theresa Rèvay (Neri Pozza, trad. di Roberto Boi), un sontuoso affresco storico che anziché perdersi, come spesso accade, nei particolari troppo particolari di una vita individuale o di relazione, affronta di petto le potenti atmosfere del Novecento, dalla rivoluzione russa alla seconda guerra mondiale. Protagonista del racconto è la contessa Ksenija, una ragazzina di San Pietroburgo che nel corso delle prime pagine viene strappata dalla propria fanciullezza dai rivoltosi di San Pietroburgo, e che diventa responsabile della propria famiglia, trascinandola con sé in esilio, in Germania e a Parigi. Intorno a lei girano numerosi personaggi, tratteggiati con vividezza: non ultimo il suo amante tedesco, Max von Passau, grazie al quale possiamo camminare nella sfavillante Berlino della cupa trasformazione, dalla Repubblica di Weimar al Terzo Reich: "Potsdamer Platz, che più che una piazza pareva un allucinato crocevia, i barrocci variopinti dei fioristi, le luci abbondanti che si accendevano al primo calar del buio, Alexanderplatz da dove partivano delle stradine pittoresche, [...] il denso verdeggiare del Tiergarten, la Sprea che serpeggiava tra i suoi canali, le colonne Morris coperte di manifesti che indicavano spettacoli di ogni genere". 

Tra le densissime passioni narrate da questo libro, il gusto dei luoghi ha un fascino irresistibile: ci sembra di vivere in quella Berlino, in quella San Pietroburgo investita dal freddo che sale con la nebbia dalla Neva, nella Parigi delle luci d'arte e di moda, a rischio di venire spente per sempre. La storia d'amore tra Ksenija e Max, alla fine, sembra l'aspetto meno importante di questo libro (nonostante sia raccontata con grande eleganza), che al contrario può trascinarci indietro nella Storia, insegnando anche qualcosa, a chi avrà voglia di stare in ascolto. 

31 dicembre 2021

Speranze per il 2022

Nonostante tutto, è sempre utile e benefico coltivare speranza per l'anno che verrà. Per restare esclusivamente in tema letterario, com'è la natura di Ipsa Legit, per il 2022 io mi auguro di poter tornare a usare i miei libri di viaggio non solo come ispirazione di movimenti del pensiero, ma come vere e proprie guide, da infilare nello zaino prima di salire su un aereo. Un volume di cui spero davvero di potermi servire a questo scopo è il recente Viaggi d'autore. Trentacinque ispirazioni in Europa sulle tracce di grandi artisti del Touring Club Italiano (2021): una collettanea di itinerari, tracciata a più mani, per esplorare il Vecchio Continente sui passi di trentacinque nomi illustri dell'arte, della musica e della letteratura. 
Questo libro mi è particolarmente caro per diverse ragioni: prima di tutto perché il connubio tra viaggio e scrittura è sempre stato uno dei miei temi più amati, a cui ho dedicato anche i miei studi e le mie ricerche (l'esempio a cui sono sempre affezionata è il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell, edizioni Jo March); in secondo luogo perché il volume è ricchissimo di testi ma anche di splendide e suggestive illustrazioni, aneddoti, ispirazioni e curiosità; e infine perché ho avuto l'onore di partecipare alla sua stesura, con un contributo su Jane Austen che mi ha riportata con i ricordi al Sud dell'Inghiterra e a tutte le sue bellezze. 

I trentacinque percorsi suggeriti dal libro si ripartiscono in cinque macrosezioni: Italia, Europa Sudoccidentale, Europa Centrale, Europa Settentrionale ed Europa Orientale. Ciascuno di questi "capitoli" raccoglie passeggiate a dir poco affascinanti, che si snodano dalla Sicilia di Montalbano ai luoghi degli Impressionisti in Provenza e Normandia, da Barcellona a Salisburgo a Berlino, dalla Bristol di Bansky alla Dublino di Joyce, da Praga fino a San Pietroburgo.
Particolarmente interessanti per me le pagine dedicate a Firenze, sui passi di Dante, e quelle sulla Parigi della generazione perduta (entrambi i contributi sono di Alessandra Mastroleo), con le indicazioni dei leggendari café di hemingwayana memoria. Sono pagine, queste ultime, che si intonano molto bene alle atmosfere del prossimo incontro del Gruppo di Lettura di Ipsa Legit, dedicato appunto a Festa mobile.
Eppure, tutti i contributi del volume sono davvero intriganti, non esclusi quelli meno noti, come gli itinerari alla ricerca dell'Art Nouveau a Bruxelles, o i viaggi nei Balcani o nella Transilvania di Dracula. 
Insomma, in questo infinito bisogno di respiro e d'evasione che quest'altro Rutsch ins neue Jahr sta portando con sé, non dimentichiamoci dei libri, non dimentichiamoci della voglia di viaggiare... e soprattutto non dimentichiamoci di sperare.
Buon anno a tutti.


26 dicembre 2021

Piccole donne in viaggio

Se durante queste vacanze natalizie, per varie ragioni, anche voi come me non avete potuto intraprendere nessuna gita, nessuna escursione, nessuna evasione dalla quotidianità, vi consiglio la lettura di Piccole donne in viaggio. Le sorelle Louisa e May Alcott attraverso l'Europa di fine Ottocento di Raffaella Cavalieri (Robin Edizioni, 2020). Il corposo e curato volume è composto di due parti. La seconda parte è la traduzione di Shawl-Straps, un romanzo di Louisa May Alcott che fu pubblicato come secondo volume di Aunt Jo's Scrap Bag e che in forma di fiction racconta le avventure di viaggio in Europa delle sorelle Alcott (Louisa e May) insieme ad Alice Amelia Bartlett. 
La prima parte del volume, che merita un'attenzione tutta particolare, è invece il frutto della sostanziosa e attenta ricerca che Raffaella Cavalieri ha svolto sulle esperienze di viaggiatrice dell'autrice di Piccole donne, svelandoci dettagli e affascinanti angoli della sua biografia, della quale probabilmente molti di noi non sono a conoscenza. Della vita di Louisa May Alcott (a chi fosse interessato ad approfondirla consiglio Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton, pubblicato in italiano per i tipi di Jo March, di cui ho scritto qui) la maggior parte dei lettori conosce l'atmosfera della formazione, alimentata dalle conversazioni dei più grandi pensatori del Trascendentalismo americano; e alcuni di noi sanno riconoscere i barlumi autobiografici all'interno del romanzo più celebre della scrittrice. Dei suoi viaggi e delle sue ambizioni di traveloguer, invece, si conosce ancora poco, e il libro di Raffaella Cavalieri ci dà la possibilità di sbirciare nelle sue lettere scritte dall'estero, oltre l'oblò della cabina della sua nave, tra le pareti delle sue camere d'albergo e persino dentro i suoi bagagli. 
"Le sorelle Alcott" scrive Cavalieri, "vissero in un'epoca in cui il viaggio divenne, anche in America, una vera e propria mania". Chiunque di noi abbia letto qualche autore americano della seconda metà dell'Ottocento (James e Wharton su tutti) sa quanto questa mania del viaggio abbia investito e influenzato la letteratura di quelle latitudini spazio-temporali. La stessa Alcott ce ne lascia una traccia in Piccole donne crescono, nell'avventura europea di Amy, che sul Continente scoprirà la chiave per cambiare definitivamente la propria vita. Louisa May Alcott, da parte sua, intraprese due lunghissimi viaggi in Europa: il primo come infermiera personale di una ricca invalida, il secondo come compagna della sorella May. 
Il primo viaggio iniziò il 19 luglio 1865, durò un anno, e portò Louisa ad attraversare Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. Il volume di Raffaella Cavalieri abbonda di citazioni e di illustrazioni dell'epoca, che evocano tutto il fascino della sorpresa di una trentenne americana per la prima volta in Europa. I luoghi menzionati sono quelli che ancora oggi, quando li visitiamo, non possono che ricordarci le felici atmosfere di quel passato lontano: Heidelberg, Coblenza, Vevey, il castello di Chillon (*), Nizza... Le sezioni dedicate alla Svizzera e alla Francia, poi, ci riportano immediatamente alle pagine di Piccole donne crescono dedicate alla storia d'amore tra Amy e Laurie. 
Del secondo viaggio di Louisa resta memorabile un lungo soggiorno venato di incertezze ancora in Svizzera, dove le sorelle dovettero fermarsi a causa della guerra che nel frattempo era scoppiata tra Francia e Germania, e il tanto agognato arrivo in Italia, con le visite ai laghi lombardi, a Firenze e alla desideratissima Roma. 
La prima parte del volume di Cavalieri si chiude sul racconto dei viaggi europei in solitaria di May, che, al contrario del suo alter-ego letterario Amy March, divenne un'artista riconosciuta, oltre che l'autrice di una guida turistica-artistica nelle tre capitali della cultura europea: Londra, Parigi e Roma. 
In conclusione, se avete voglia di viaggiare un po' con la fantasia, portando molto indietro le lancette dell'orologio e lasciando che la letteratura faccia da guida alla vostra immaginazione, Piccole donne in viaggio può essere un valido itinerario, soprattutto se anche voi, sotto Natale, non riuscite mai a liberarvi del ricordo di Jo, Amy, Beth e Meg March. 
 

(*) Suggerimenti per un viaggio letterario in Svizzera:

16 dicembre 2021

Jane Austen's birthday

Cari lettori di Ipsa Legit, per festeggiare oggi il compleanno di Jane Austen recupero un lavoro in forma di webinar, in sei puntate, che ho preparato nella primavera del 2020.

In ognuno dei sei capitoli del seminario In casa con Jane Austen ho tentato di esplorare il significato della casa nella biografia e, soprattutto, nelle opere della scrittrice, prendendo spunto dal mio libro Le case di Jane Austen (pubblicato da flower-ed nel 2017). 

Oggi, approfittando dell'anniversario della nascita e delle prossime festività, ricordo qui il link alle sei puntate del webinar, sperando che possano essere un gradevole passatempo per trascorrere queste giornate. 

Potete accedere alla playlist delle sei puntate cliccando qui: 
https://www.youtube.com/playlist?list=PLb1WomCWAlKxfGAC_MZI8DklXzb9MRgxB

Buona visione! 

15 dicembre 2021

Consigli di lettura per Natale

Nel corso dell'ultimo incontro del Gruppo di Lettura di Ipsa Legit ci siamo scambiate degli interessanti suggerimenti di lettura, che speriamo possano tornare utili un po' a tutti, soprattutto in vista delle prossime feste. Perché non c'è regalo migliore di un buon libro 😍
Ecco la nostra lista... Tanti auguri a tutti! 

Nadia Fusini, Un anno con Virginia Woolf (Neri Pozza)

Edmund de Waal, Lettere a Camondo (Bollati Boringhieri)

Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon (Einaudi)

Cristina Batocletti, Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste (La nave di Teseo)

Roberto Calasso, Bobi (Adelphi)

Ernst Lothar, La melodia di Vienna (Edizioni E/O). Per leggere il commento di Ipsa Legit: https://ipsalegit.blogspot.com/2018/01/la-melodia-di-vienna.html

Arthur Schnitzler, La signorina Else (Adelphi)

Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani). Per leggere il commento di Ipsa Legit: https://ipsalegit.blogspot.com/2019/04/un-aprile-tre-libri.html

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello 
L’incubo di Hill House 
La lotteria (tutti tradotti per Adelphi)

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Garzanti). Per leggere il commento di Ipsa Legit: https://ipsalegit.blogspot.com/2020/10/dallestate-allautunno.html

Henry James, ll giro di vite (varie edizioni) 

Mary Ann Shaffer, Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey (Astoria). Per leggere il commento di Ipsa Legit: https://ipsalegit.blogspot.com/2015/09/la-societa-letteraria-di-guernsey.html

Janet S. Charles, La biblioteca di Parigi (Garzanti). Per leggere il commento di Ipsa Legit: Per leggere il commento di Ipsa Legit: https://ipsalegit.blogspot.com/2020/10/dallestate-allautunno.html

John Updike, Corri, coniglio (Einaudi)

Bill Bryson, Piccola grande isola
Una breve storia del corpo umano
Breve storia della vita privata
Una passeggiata tra i boschi (tutti tradotti per Guanda)

Frank McCourt, Le ceneri di Angela (Adelphi)

 

 

Per informazioni sul Gruppo di Lettura di Ipsa Legit vi invito a visitare la pagina dedicata https://ipsalegit.blogspot.com/p/il-gruppo-di-lettura-di-ipsa-legit.html


10 agosto 2021

Come sempre, estate in giallo

Come sempre, parte delle mie letture estive è dedicata al genere giallo. Ho letto il più recente capitolo della saga delle Mitford di Jessica Fellowes (Il processo Mitford, Neri Pozza) e ho appena chiuso la pagina finale dell'ultimo episodio della serie di Cormoran Strike di Robert Galbraith (pseudonimo di J.K. Rowling), Sangue inquieto (Salani), che si è rivelato come al solito un romanzo scritto bene, ma un po' arduo da seguire nelle sezioni centrali e con l'identità dell'assassino che ho scoperto un po' troppo presto. Di tutti i libri della saga il migliore per me è stato, finora, il penultimo, Bianco letale, per via delle interessanti atmosfere politiche evocate dagli uffici e dai corridoi dei palazzi di Westminster. 

Più semplice, meno pretenziosa e meno eclatante dell'opera di Galbraith è una serie che ho appena scoperto grazie alla ripubblicazione da parte dell'editore BEAT: i gialli del commissario Dupin, a firma di Jean Luc Bannalec (altro pseudonimo). Il primo dei tre episodi riediti in italiano è Intrigo bretone. Omicidio a Pont-Aven, un intrigante giallo basato sulla scomparsa di un dipinto prezioso. La vicenda gira attorno alla realtà storica della colonia di pittori che si stabilì a Pont-Aven, in Bretagna, attirata o ispirata dalla presenza di Gauguin. In effetti, la cifra distintiva dell'intera saga di Bannalec, e la vera nota di fascino della narrazione, è l'ambientazione bretone, che si manifesta con forza dalle descrizioni del paesaggio, dalla personalità dei personaggi secondari (nativi della regione, a differenza del parigino commissario Dupin), dalla menzione delle sacre tradizioni del luogo, dai cenni alla lingua e ai proverbi locali. 

Come i gialli di Martin Walker dedicati al Commissario Bruno Courréges (il post qui https://ipsalegit.blogspot.com/2019/05/nuove-scoperte.html) evocano la bellezza della regione sudoccidentale della Dordogna, così i libri di Bannalec usano il pretesto della storia delittuosa per farci assaggiare - e desiderare - la magnificenza del mare bretone intorno a Concarneau, il perdersi delle onde nel cielo, la prepotenza delle tempeste e la dolcezza dei tramonti. Scrive Bannalec: "A Concarneau si respiravano e si assaporavano sale, iodio, alghe molluschi; a ogni respiro, come distillata, l'infinita distesa dell'Atlantico, limpidezza e luce"; "A Dupin sembrava sempre che il sole, nelle sue ultime ore prima del tramonto, decidesse misteriosamente, per una volta, di lasciar brillare le cose dall'interno attraverso la sua luce. Le cose non venivano illuminate, risplendevano da dentro. Dupin non aveva mai visto da nessun'altra parte una luce simile. Era certo che fosse una delle ragioni principali per cui i pittori si erano trasferiti lì". Il Commissario è una figura giustamente ombrosa, tormentata dalla bassa pressione, dal bisogno continuo di bere caffè, dal telefono a cui non risponde quasi mai e da uno scarso spirito di collaborazione; è un bel personaggio, che ben si intona al luogo in cui ha scelto di vivere: "il bretone possiede, forse come espressione della sua terra inospitale sconvolta dalle tempeste, un'anima malinconica, una natura riservata e, al tempo stesso, una fervida immaginazione poetica, profonda sensibilità e spesso grande passionalità, nascoste sotto l'apparente insensibilità e ruvidezza" (traduzione di Giulia Cervo).  

E quale storia si adatterebbe meglio a quest'ultima parte di un'estate ancora strana, che ci ha lasciato un ancor più forte desiderio (irrisolto) di spiagge atlantiche battute dal vento? 

18 luglio 2021

Pimpernel . Una storia d'amore

Non avevo mai letto nessun libro di Paolo Maurensig, lo scrittore goriziano recentemente scomparso. Lo scorso anno, però, è stato pubblicato Pimpernel (Einaudi), che, da lettrice appassionata di Henry James, non potevo lasciarmi sfuggire. 
Il titolo, che subito fa pensare a un fiore selvatico, è in realtà il nome del personaggio di un manoscritto del grande scrittore americano che l'autore-narratore trova per caso, e che sarà l'inizio di una enigmatica serie di avventure snodate tra i vicoli di Venezia. Il manoscritto è dedicato a Constance Fenimore Woolson, la letterata che fu grande amica (e forse innamorata) di James e che si suicidò gettandosi dal balcone di Palazzo Orio Semitecolo, a pochi passi dal Canal Grande. 
Il libro, evidentemente, è costruito come una matrioska, in cui ogni storia ne racchiude un'altra, ogni personaggio è autore di qualcos'altro; la struttura è intelligente e affascinante, come lo è il suo protagonista, che si rende conto a sua volta di poter "essere concepito dalla mente di un altro. Qualcuno che nel passato, o forse - perché no? - nel futuro, aveva o avrebbe scritto la mia, la nostra storia". 
La storia del narratore, Paul Temple, si intreccia alla misteriosa vicenda di Annelien, che nel suo dramma nascosto e nei tratti, tra il sacro e il sensuale, del comportamento, ricorda molto le giovani donne di Henry James. Ma più di tutto, a evocare i capolavori jamesiani è lo sguardo su una Venezia quanto mai effondente incanto, che come sempre si impone come velata ed evanescente protagonista del racconto. Scrive Maurensig: "Quanta dolorosa bellezza! Era già motivo di sofferenza per me il non poter esprimere appieno la gloriosa magnificenza della natura che colpiva i miei sensi con l'accecante scintillio della luce sull'acqua, o gli aromi portati dalla brezza che spirava dal mare; e che dire allora dello splendore di tutta quell'arte custodita nella città lagunare, in quel vasto podere dell'anima di cui nessuno aveva ancora delimitato i confini?"
Come sempre in James, l'Arte è l'immancabile compagna della vita, e talvolta la dimensione (o la destinazione) della sua trascendenza. Nella sua spasmodica ricerca di un dipinto forse inesistente che possa dischiudergli il mistero della bellezza assoluta, Paul finisce per chiedersi: "è l'opera che dispensa luce all'osservatore, o è quest'ultimo che la illumina con la propria consapevolezza? Tutto ciò mi riportava alla mente l'antico quesito: esisterebbe l'universo in assenza di qualcuno in grado di percepirlo?"
Pimpernel è un romanzo breve ma davvero intrigante, che ha la straordinaria capacità di lasciarti nei pensieri un sapore autenticamente jamesiano; per gli appassionati dello scrittore americano, e in particolare del tragico episodio della sua vita legato alla morte di Constance, un capolavoro che ho già consigliato in questo blog e che ricordo nuovamente è The Master di Colm Tóibín. 

2 giugno 2021

Quando inizia giugno

Quando inizia giugno, solitamente, un'insegnante si guarda alle spalle e inizia a raccogliere le tracce del percorso di un intero anno scolastico. Quest'anno, è chiaro, è stato diverso da tutti gli altri e dal punto di vista della scuola e degli studenti forse anche più faticoso di quello precedente, perché sin dalla primissima lezione settembrina abbiamo dovuto fare i conti con la paura, l'incertezza, le domeniche e i pomeriggi in fila ad aspettare il tampone, le notizie rimbalzanti sul vaccino, le ricorrenti crisi psicologiche dei ragazzi, l'infinita e talora inspiegabile sequela di incombenze burocratiche che sembrano tenere in piedi l'istituzione scolastica (ma non è così, e prima o poi dovremo smettere di pensarlo). Negli ultimi mesi, quindi, il tempo per la lettura è stato poco e sbocconcellato: in certe occasioni il peso fisico ed emotivo di un nuovo libro sembrava persino eccessivo, una volta conclusa l'ennesima giornata di preoccupazione e di svuotamento di ogni energia. 

Tuttavia, poiché la lettura resta e sarà sempre un veicolo di conforto e di rischiaramento dei momenti più cupi, ho impiegato i miei pensieri libreschi in attività che, pur lontane da questo blog, lo hanno ricordato e tenuto vivo nel confronto e nella condivisione con gli altri. Ho aperto insomma due gruppi di lettura, anche se a distanza: uno scolastico, per coinvolgere i ragazzi del mio liceo in conversazioni (online) che li aiutassero almeno un po' a superare il senso di solitudine, di isolamento e di non comprensione del mondo, e uno con voi lettori di Ipsa Legit, che in questo momento è in pausa ma riprenderà presto. 

Per il Club del Libro della scuola ho proposto cinque titoli, di cui abbiamo parlato in cinque appuntamenti mensili, da dicembre ad aprile: il primo è La società letteraria di Guernsey di Mary Ann Sheffer, che ci ha aiutati a capire come anche nelle fasi peggiori della vita e della Storia i libri e l'amicizia possano offrire un balsamo per le ferite e una luce di speranza. Ha seguito Londra di Virginia Woolf (edizione di saggi a cura di Mario Fortunato per Bompiani), con cui abbiamo potuto viaggiare un po' con la fantasia e capire che anche nelle piccole cose che circondano le nostre città sono racchiusi immensi mondi di bellezza. Abbiamo poi parlato del recente Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro, per confrontarci sul valore della protezione e della cura (sia dell'ambiente che del nostro patrimonio culturale), per poi inoltrarci in significative riflessioni sulla "democraticità" della cultura dopo aver letto La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé. Ho voluto concludere il percorso con un libro di pura e semplice, ancorché fortemente emotiva, narrativa: Una lontana follia di Kate Morton, che i ragazzi hanno letto in pochissimi giorni, incantati dallo spessore della trama e dalle evocative atmosfere di questa storia di guerra, di ricordi, d'amore e di rimpianto. 

Il Gruppo di Lettura di Ipsa Legit, invece, è attualmente arrivato al suo quarto appuntamento e anche se al momento si trova nella pausa estiva sto già pensando ai prossimi titoli da proporre. A chiunque volesse partecipare ai futuri incontri, sarà sufficiente scrivere un'email a ipsalegit@gmail.com per ricevere il link Skype delle riunioni online. Le nostre prime quattro conversazioni sono state di livello altissimo: le partecipanti, che ringrazio ancora, hanno offerto punti di vista profondi e suggestivi, brillanti e ironici, sulle storie che abbiamo letto, aprendo scorci di interpretazione anche imprevedibili. Si è riunito, del tutto casualmente (visto che Ipsa Legit è una realtà virtuale, niente più che un piccolo blog seguito da un numero piuttosto circoscritto di persone), un gruppo di lettori di straordinaria educazione, intelligente e sorridente, di età e di provenienze geografiche diverse ma tenuto insieme da una fortissima passione per la lettura. 

La lista dei libri di cui abbiamo discusso finora include Il carteggio Aspern di Henry James, che ha suscitato sensazioni miste di fascinazione e di straniamento, di sconfitta della letteratura, di caduta degli ideali, di perdita della dimensione del tempo ma anche del sogno evocato da Venezia, dalla scrittura jamesiana e dall'incanto della biografia dei grandi; Oggetti solidi, raccolta di racconti di Virginia Woolf a cura di Liliana Rampello (che ha partecipato alla conversazione, con nostra grande gioia), che ha stimolato diversissimi punti di vista e di attenzione, dal ruolo del matrimonio per le donne come Phyllis e Rosamond alla percezione fisica e visiva della realtà che scivola nell'esplorazione dell'io, come avviene in "Il segno sul muro" o in "La signora nello specchio"; Sotto gli occhi dell'Occidente di Joseph Conrad, un romanzo non molto noto che ci ha colpito tantissimo, per la sua rappresentazione del tormento di uomo solo contro la Storia e contro il destino, condannato all'esilio e all'annichilimento della volontà. L'ultimo (per ora) appuntamento, ispirato dal mese di maggio che per me è sempre stato un mese "gaskelliano", ha avuto per oggetto Mia cugina Phillis, che per il Gruppo di Lettura ha significato un'immersione nella quotidianità di un tempo passato, in bilico tra tradizione e progresso, in un limbo generazionale e sociale che parla di crescita e di passaggio. 

Giugno è appena cominciato, e come in tutte le estati che fanno capolino, la promessa di tante letture è sempre lì ad attenderci. Mi auguro e vi auguro di trovare nei prossimi mesi tanti (o pochi) libri che vi diano la serenità e la soddisfazione che ci si aspetta dalle lunghe giornate silenziose della stagione che avanza. 

24 gennaio 2021

Le ospiti segrete

Nel giro di un paio di giorni ho letto Le ospiti segrete di John Banville. L'autore, che sto scoprendo a poco dopo averlo conosciuto grazie al suo sequel jamesiano Mrs. Osmond, mi piace tantissimo, per la sua scrittura pulita e la concretezza sintetica del ritratto dei personaggi. 

Le ospiti segrete (Guanda, trad. it. di Irene Abigail Piccinini) è ambientato allo scoppio della seconda guerra mondiale, nel momento in cui, tra le tante angustie del Parlamento inglese, emerge la preoccupazione della salvaguardia della Famiglia Reale. Se il sovrano e la regina intendono rimanere a Buckingham Palace, per le loro bambine è necessario pensare a una soluzione più sicura. Come tanti altri ragazzini della loro età, quindi, anche Ellen e Mary (i loro nomi in codice) vengono evacuate da una Londra già in fiamme, e spedite in una casa nobiliare sperduta nella campagna al di là del Canale di San Giorgio.

La storia si dipana dunque intorno alle figure isolate dentro questa dimora quasi abbandonata: le sorelle regali, che già dimostrano le loro infinite differenze caratteriali; il vecchio e disilluso padrone di casa, aristocratico in un Paese che non molti anni prima ha versato fiumi di sangue per farsi repubblicano; i sorveglianti delle ragazzine; un manipolo di altre figure di passaggio, ma riccamente delineate, che evocano tutte le sofferenze e le angosce di uno Stato che è in guerra, pur essendosi dichiarato neutrale. 

I due guardiani delle ragazzine, l'agente segreto Celia Nashe e il detective Strafford, sono personaggi interessanti e ben descritti, che raffigurano ciascuno a suo modo la crisi esistenziale patita dagli esseri umani negli anni del conflitto, il senso di disillusione e disperazione, la paura del futuro, la difficoltà di intessere rapporti umani in un mondo in cui prevalgono la sfiducia e la diffidenza verso gli altri. Anche il loro modo di affrontare l'isolamento, e l'assurda responsabilità, quasi epocale, piovuta sulle loro spalle, è diverso, ma in entrambi i casi ci permette un intenso senso di immedesimazione. Come avviene solo quando i personaggi di un libro escono da una penna di grande valore. 


3 gennaio 2021

Buon 2021!

Buon anno nuovo, lettori di Ipsa Legit! L’ultimo weekend festivo sta per concludersi e da domani molti di noi dovranno ricominciare a occuparsi della loro normalità (più o meno strana, date le circostanze). Prima che questo avvenga, dunque, condivido con voi tre recentissime esperienze di lettura, tra loro molto diverse e ciononostante tutte molto interessanti.

Inizio con Prima di noi di Giorgio Fontana (Sellerio, 2020): un romanzo maestoso, che attraversa la storia del Nord Italia, tra Friuli Venezia Giulia e Lombardia, prendendo le mosse dalla Prima Guerra Mondiale per concludersi più o meno ai nostri giorni. Cent’anni di sconvolgimenti storici che investono varie generazioni della famiglia Sartori, tra battaglie, amori, carriere, dolori, timori, rinascite e ripartenze. Un libro davvero importante, che richiede di essere conosciuto per dimostrare come anche la letteratura italiana contemporanea possa raggiungere altissimi livelli di cura della ricerca, di stile di scrittura e di intensità del racconto, mantenendosi fedele a un minimalismo narrativo così stringente da poter essere definito, a mio modo di vedere, semplicemente “puro”. Fontana riesce a definire i suoi personaggi con credibilità, assegnando loro caratteristiche reali e sincere, che ce li fanno sembrare quanto mai autentici: i due fratelli Gabriele e Renzo, che sopravvivono alla seconda guerra; i loro figli, Eloisa, Davide, Libero, che attraversano l’instabilità politica e sociale dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta; i loro figli Davide, Letizia, Dario, costretti a fare i conti con il mondo del nuovo millennio, in cui il conflitto fisico e verbale è diventato psicologico ed emotivo (e non per questo meno devastante). Questa saga familiare di quasi novecento pagine scorre via senza che ce ne accorgiamo, ma una volta girata l’ultima pagina resta difficile da dimenticare: una grande opera di narrativa, che ci illustra una chiave interpretativa del tempo venuto “prima di noi”, fondamentale per tentare di capire non solo la contemporaneità storica e sociale, ma anche quanto la natura degli individui sia plasmata da forze esterne al suo piccolo mondo familiare, che con queste concorrono – o confliggono – per fare di noi quello che siamo.

Di tutt’altro tenore e tutt’altra specie, ma comunque piacevole, è stato Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro (Feltrinelli Marsilio, 2020), che ho inserito anche nella lista del gruppo di lettura scolastico che ho organizzato per gli studenti del mio liceo. Questo piccolo romanzo è il pensiero prezioso di un’etica di sostenibilità che si muove dalla consapevolezza dei pericoli ambientali in cui Venezia versa a causa degli episodi di acqua alta, sempre più frequenti e sempre più gravi, al senso di necessità del preservare l’economia locale, rappresentata in questo caso da una libreria che fatica a sopravvivere. E non manca neppure il richiamo, ispirato agli eventi reali verificatisi in città durante le tremende giornate di acqua alta eccezionale del novembre 2019, all’importanza della comunità e della condivisione. Proprio perché il movente di questo racconto è un avvenimento autentico, di grande impatto sono le pagine che raccontano la sera e la notte del 12 novembre, quando la fragilissima Venezia fu inondata da una marea non prevista di 187 centimetri, con conseguenze tragiche per la sua architettura, per la sua gente, per sua stessa speranza di futuro.

Infine, proprio ieri sera ho concluso la monumentale biografia di Alfred Tennyson scritta da John Batchelor e pubblicata nel 2012 da Chatto & Windus, Tennyson: to strive, to seek, to find (il titolo riporta uno dei versi più celebri, tratti da “Ulysses”). La vita del Poeta Laureato è percorsa nel dettaglio, dall’infanzia alla morte, con interessanti apparati critici circa le opere maggiori e una straordinaria capacità di fotografare il mondo in cui Lord Tennyson visse e scrisse: il poeta è definito un “romantico fuori dal Romanticismo” e allo stesso tempo il sublime interprete del Vittorianesimo al suo culmine. Le sezioni più belle della biografia, infatti, sono quelle che rappresentano, con tratti quasi caldi e pittorici, le amicizie del poeta ai tempi dell’università e poi i contatti con la rutilante società culturale della metà dell’Ottocento britannico – Thackeray, Browning, Ruskin, i Preraffaelliti – fino ai suoi interessi per la geologia e il suo essere protagonista, come soggetto, della nuova arte della fotografia. La nostalgia incerta per il medioevo arturiano, la costruzione di una famiglia centrata sulla figura del maschio artista, la sfiancante rincorsa della fama, la ricerca della casa perfetta (trovata sull’Isola di Wight), le corrispondenze emotive con la sovrana: tutti questi aspetti hanno fatto di Lord Tennyson l’emblema di un’era, e leggere la sua biografia equivale ad assistere alla vivida rievocazione del mondo ormai sopito della Regina Vittoria.

25 ottobre 2020

Dall'estate all'autunno

Il passaggio dall’estate all’autunno, con l’inizio della scuola e tutte le ulteriori difficoltà (sempre più serie) connesse a quest’evento, mi ha travolta, e pur continuando a leggere molto, anche se con meno regolarità, sono riuscita a scrivere poco. In quest’ultimo mese e mezzo, però, posso dire di aver scoperto almeno tre libri importanti.

Il primo è stato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Adelphi) di Stefan Zweig. Pubblicato per la prima volta nel 1941, il libro è il memoriale di un esule, ebreo austriaco, che ha attraversato le fasi più gloriose e quelle più tragiche della Mitteleuropa: dai fasti della Vienna imperiale con i suoi ideali di progresso sconfinato, di pace e di comunione degli stati europei, attraverso le cadute della Grande Guerra, fino alla catastrofe del nazismo, della fuga, della perdita della patria e dell’identità. È un libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, non solo perché è la testimonianza oculare di come l’umanità sia riuscita a rinnegarsi, prossima al suicidio, nel Novecento, ma anche perché rivela un senso insopprimibile di resistenza, nella forma della devozione alla libertà interiore. Nella prima parte di questa autobiografia colpisce, in particolare, lo straordinario livello di cultura delle giovani generazioni, che non solo conoscevano perfettamente i classici, ma riuscivano a interessarsi alle avanguardie e alle espressioni artistiche che giungevano dall’estero, e coltivavano contatti che oggi ci sembrano incredibili, partecipando in prima persona alle belles lettres del loro paese. Il rapporto tra studio e libertà, quindi, si manifesta in tutto il suo valore: ed è questa la ragione principale per cui Il mondo di ieri andrebbe consigliato ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la scuola superiore. 

Anche il romanzo La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (Garzanti) racconta di come i libri possano offrirci una forma di salvezza, persino nelle circostanze più disperanti. La protagonista, Odile, è una giovane borghese della Parigi “città aperta” occupata dai nazisti, che lavora come bibliotecaria alla American Library e impara a riconoscere nei libri, e nel sistema di catalogazione Dewey, una fonte di speranza per sopravvivere alla sciagura di un popolo, di una nazione e di tutto il mondo. Come ha affermato l’autrice nell’intervista contenuta nell’edizione italiana del romanzo, l’idea per la scrittura è stata ispirata dai “bibliotecari che, contro tutto e contro tutti, hanno deciso di tenere aperta l’American Library durante la guerra. Credevano nell’importanza dello spirito comunitario e nella capacità dei libri di unire e di creare ponti”. 

Il terzo libro di queste settimane, che ho finito proprio stamattina, è stato L’età incerta di Leslie Hartley (Neri Pozza), che vanta uno degli incipit più riusciti di tutta la letteratura: “Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso lì”. Come suggerisce questa apertura così memorabile, il libro è il racconto in prima persona di eventi avvenuti cinquant’anni prima, quando il protagonista e narratore era un ragazzino di dodici anni, nell’anno 1900.
Dopo brevi episodi risalenti al periodo della scuola, il nucleo della storia si rivela essere il resoconto di una vacanza trascorsa a casa di un amico, Brandham Hall, nel Norfolk, durante la quale Leo apprende l’esaltazione e insieme i dolori della crescita, perennemente confuso tra le sconcertanti emozioni di quel periodo della vita: l’innocenza e la brama di conoscenza, l’indifferenza e la gelosia, la paura e la voglia di indipendenza, l’amore sacro e l’amore profano. I pensieri di Leo sono riportati con tale vividezza che sembra di leggere, più che il resoconto di un ricordo, un flusso di coscienza, del quale percepiamo continuamente la natura perturbante. La stessa voce narrante pare inquieta, ritrosa, di fronte ai propri stessi ricordi e i personaggi della sua storia, che hanno condiviso con lui il dramma di quell’estate rovente: “erano come figure di un quadro, chiuse dentro la doppia cornice dello spazio e del tempo e incapaci di uscirne: erano prigionieri di Brandham Hall e dell’estate del 1900. Volevo che rimanessero lì, fermi in quelle due dimensioni: non volevo liberarli”.

7 settembre 2020

The Bookshop, di Penelope Fitzgerald

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un film che mi è piaciuto molto, La casa dei libri (in originale La librerìa) diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet. Guardandolo ho riconosciuto i tratti di un libro comprato un paio d’anni fa e però rimasto sullo scaffale, come spesso accade quando gli impegni della vita quotidiana impediscono di mettere ordine fra le cose più importanti – cioè, le letture. Cercando qualche rapida informazione online ho avuto conferma che in effetti il film è tratto da The Bookshop di Penelope Fitzgerald (1978; pubblicato in italiano da Sellerio nel 1999), così, approfittando della coincidenza, ho deciso finalmente di leggerlo.

L’esperienza è stata molto bella. Il libro racconta la storia di Florence Green, una vedova che alla fine degli anni Cinquanta decide di aprire una libreria in una vecchia casa abbandonata di un villaggio sul mare nel Suffolk, suscitando la diffidenza, se non l’aperta ostilità, dei concittadini. Ci si affeziona subito al personaggio di Florence, in parte per la sua ingenuità nell’affrontare i rapporti sociali, e soprattutto per la sua determinazione nel gestire il negozio, che rappresenta non solo una fonte di sostentamento economico, ma la sua stessa identità di essere umano: “Recentemente si era ritrovata a domandarsi se non fosse suo dovere rendere chiaro a sé stessa, e possibilmente anche agli altri, che aveva tutto il diritto di esistere come persona”. È un principio arduo da affermare per una donna, e specialmente a metà del secolo scorso, e in particolare se si è deciso di mettere la gente di fronte alla sua stessa necessità – naturale, eppure da molti negata – di scegliere i libri come compagni della propria esistenza. I personaggi che l’autrice affianca a Florence sono dotati di una spiccata umanità, che si traduce anche e soprattutto nelle loro debolezze: la malignità delle pettegole di Hardborough, la subdola pigrizia di Milo North, l’opportunismo della signora Gippings, la meschina fame di potere di Mrs Gamart e l’arrendevolezza di suo marito. Di tutt’altra levatura, invece, il vecchio Edmund Brundish, un uomo che vive isolato nella sua grande casa e il cui tempo gira tutto intorno ai libri, che stringe con Florence un’intensa, benché troppo breve, amicizia letteraria. Nel film, l’interpretazione di Bill Nighy è straordinaria perché ci mostra chiaramente la descrizione che la scrittrice ci dà del suo personaggio: “Le sue emozioni, per mancanza di allenamento, erano quasi completamente scomparse”. 

Come scrive la sua biografa Hermione Lee nella Prefazione alla mia edizione del romanzo: “La visione del mondo [di Penelope Fitzgerald] era divisa tra ‘sterminatori’ e ‘sterminati’. Era solita dire: ‘Mi sento attratta dalle persone che sembrano essere nate sconfitte o profondamente perdute’. Era un’autrice ironica, con un tragico senso della vita”. Eppure, e nonostante tutto ciò che accade e che porta alla conclusione della storia, The Bookshop sembra offrire uno spiraglio di redenzione e di gioia, che è offerto proprio dai libri e che l’autrice rappresenta nel suggestivo episodio in cui Florence dispone in negozio la propria merce: “Anche se le era stato insegnato che non si guardano mai i libri mentre si sta lavorando, ne aprì un paio – vecchie edizioni Everyman, con le copertine sbiadite color oliva e i caratteri dorati”. Ed è Florence stessa a dichiarare, in una lettera al suo reticente avvocato, quale sia il significato della letteratura nella nostra vita: scrive che un buon libro è linfa vitale, di cui fare tesoro per spingere la vita oltre sé stessa, e che per questo si deve considerare “un prodotto di prima necessità”. Una definizione da non dimenticare, in questi nostri tempi difficili in cui il bisogno di bellezza e di istruzione è così dolorosamente sottovalutato.

17 agosto 2020

The Secrets We Kept, di Lara Prescott

The Secrets We Kept (edizione italiana DeA Planeta, con il titolo Non siamo mai stati qui), uscito l’anno scorso, è il romanzo d’esordio della scrittrice americana Lara Prescott. L’ho letto nell’arco di due giorni, perché è un libro appassionante, non sempre semplice da seguire per la continua fluttuazione della voce narrante, ma che alla fine delle sue oltre quattrocento pagine riallaccia tutti i fili della trama e lascia al lettore le sue soddisfazioni. 
The Secrets We Kept è la storia di tre donne e di un libro. Il libro è Il dottor Živago, il monumentale romanzo sulla guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’Ottobre, che segnò la vita e il destino del suo autore, Boris Pasternak. La tormentata storia della pubblicazione di Živago è nota ed è stata oggetto di innumerevoli studi e articoli: terminato a metà degli anni Cinquanta, fu rifiutato da tutti gli editori russi a cui si erano rivolti Pasternak e la sua amante Olga (che fu la sua musa, il modello per Lara, nonché una sorta di agente letterario). Il testo fu consegnato dall’autore a Sergio D’Angelo, collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli, che andò a prenderselo di persona nella dacia di Pasternak, lo trasportò in segreto nel settore occidentale e lo fece giungere a Milano, dove fu stampato e pubblicato nel 1957 con traduzione di Pietro Zveteremich. 
Le tre donne del romanzo di Prescott sono la stessa Olga e due impiegate dell’Office of Strategic Services statunitense – insomma, due spie – che a diverso titolo vengono coinvolte nell’operazione di reintroduzione del romanzo in Unione Sovietica. Il dottor Živago, infatti, che grazie al film che ne è stato tratto è rimasto nell’immaginario collettivo come una travolgente storia d’amore e che contribuì massicciamente all’assegnazione del Premio Nobel per il suo tragico ritratto di un’epoca di repressione e di sangue (Pasternak fu costretto dal governo a rifiutare il riconoscimento), fu anche un’efficace arma politica negli anni della Guerra Fredda: i servizi segreti del blocco occidentale se ne servirono come strumento di propaganda, facendolo rientrare di nascosto, e in lingua originale, nella patria in cui era stato censurato. Irina e Sally, le due spie di The Secrets We Kept, sono due delle pedine implicate nell’operazione, ma sono anche due riusciti personaggi femminili per cui Prescott inventa una storia del tutto personale, drammatica e, in qualche modo, storicamente doverosa. 
Olga Ivinskaya e Boris Pasternak
(immagine: pasternak-trust.org)
Di Olga Ivinskaya, la figura storica del terzetto, esistono diverse biografie (tra cui quella della pronipote dello scrittore, Anna Pasternak, che ha intentato causa contro la Penguin Random House per le eccessive somiglianze con il proprio libro dei capitoli dedicati a Olga in The Secrets We Kept). Tuttavia, il romanzo di Prescott, anche grazie all’uso della prima persona, ha il pregio di offrirci sprazzi notevolmente vividi della vita di Olga, della sua passione per Boris e delle disumane conseguenze a cui la donna si votò per amore di Pasternak. Gli anni trascorsi nel gulag a causa del “pensiero antisovietico” legato alla sua relazione con lo scrittore occupano la prima parte del libro attraverso l’uso di un linguaggio e di immagini che non fanno sconti, che ci impongono la loro durezza, com’è giusto che sia. 
Dicevo in apertura che in The Secrets We Kept, che intreccia la realtà storica alla finzione, la voce narrante in prima persona cambia continuamente. Se all’inizio questo espediente rischia di disorientarci, proseguendo con la lettura ci si abitua a entrare di volta in volta, di capitolo in capitolo, nei panni di questa voce sempre differente, che può essere quella di Olga, o quella di Sally, o quella di Irina, oppure – e questo è un dettaglio che ho apprezzato in particolare – la voce collettiva delle cosiddette “dattilografe” dell’Office of Strategic Services: un gruppo di donne laureate, ambiziose e preparate, che pur essendo titolate a una carriera nei Servizi, sono relegate alla macchina da scrivere, senza aver mai la possibilità di esprimere un’opinione. 
Queste donne, che i loro capi vogliono mantenere in una condizione di invisibilità, passano apparentemente l’intera giornata a scrivere e a chiacchierare a bassa voce; ma la verità è che ascoltano, osservano, vivono e sono a conoscenza di ogni cosa, regalandoci un punto di vista corale che rende ancor più intenso questo racconto, fino alla sua ultima pagina.

15 agosto 2020

Webinar: "A casa con Jane Austen"

Cari lettori di Ipsa Legit, la scorsa primavera, durante l'isolamento, ho preparato per la Jane Austen Society of Italy un webinar (seminario in rete) in sei puntate intitolato In casa con Jane Austen. 

In ognuno dei sei capitoli del seminario ho tentato di esplorare il significato della casa nella biografia e, soprattutto, nelle opere della scrittrice, prendendo spunto dal mio libro Le case di Jane Austen (pubblicato da flower-ed nel 2017). 

Oggi, approfittando dell'estate e della festività, metto anche a vostra disposizione il link alle sei puntate del webinar, sperando che possano essere un gradevole passatempo per trascorrere quest'ultima parte di agosto (che siate al lavoro, in vacanza, oppure a casa). 

Potete accedere alla playlist delle sei puntate cliccando qui: 
https://www.youtube.com/playlist?list=PLb1WomCWAlKxfGAC_MZI8DklXzb9MRgxB

Buona visione! 

8 agosto 2020

The Jane Austen Society, di Natalie Jenner

Come ormai d’abitudine, le mie estati sono anche dedicate alla costruzione di un nuovo numero di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy. Per la nuova uscita, prevista il prossimo ottobre, ho scritto due articoli, ho elaborato un paio di rubriche e per collaborare a uno dei pezzi che vi saranno contenuti (sul quale non posso rivelare niente, ma è una grande sorpresa!) ho letto The Jane Austen Society di Natalie Jenner, pubblicato da St. Martin’s Press lo scorso maggio. 

Questo romanzo, che non intende riportare fatti storici, racconta la nascita della prima associazione dedicata a Jane Austen e lo fa mettendo in scena otto personaggi di incredibile spessore, che si riuniscono in virtù del loro comune amore per la scrittrice; il centro della narrazione è Chawton, dove il gruppo di ammiratori intende tentare di acquistare il cottage per evitarne la caduta in rovina e onorare la vita e le opere dell’autrice. L’aspetto più allettante del libro sono, naturalmente, i continui riferimenti a Austen: ai suoi personaggi, alle sue storie, alla straordinaria eredità che ha lasciato ai posteri e al legame – per qualcuno incredibile, magari intangibile, ma nello stesso tempo indistruttibile – che i lettori sentono con lei. In particolare, gli otto membri della Jane Austen Society sono entrati in sintonia con la scrittrice e tra loro in virtù di una sofferenza intima e lacerante che tutti hanno vissuto, ma dalla quale hanno trovato, in qualche modo (e anche grazie alla letteratura), il modo di riaversi. 
Questo libro è una storia di recupero, di guarigione, di capacità di assorbire il dolore, di appropriarsene, e dunque di rialzarsi. Traduco solo uno dei passaggi che ho sottolineato, che sono davvero numerosi: “Durante la Grande Guerra, i soldati colpiti da stress post-traumatico erano stati incoraggiati a leggere in particolare Jane Austen – Kipling aveva affrontato il lutto per la perdita del figlio morto al fronte leggendo i libri di Austen ad alta voce alla sua famiglia, ogni sera – Winston Churchill li aveva usati di recente per superare la Seconda Guerra Mondiale. Adeline e il Dr. Gray avevano sempre amato la scrittura austeniana e potevano parlare per ore dei suoi personaggi; i suoi libri, oggi, alleviavano anche il loro dolore. […] Parte del conforto che ne traevano era l’eroismo della stessa Austen, che scrisse mentre era malata e disperata, guardando in faccia la propria morte precoce. Se ce l’aveva fatta lei, pensavano Adeline e il Dr. Gray, potevano farcela anche loro”. 
Adeline, il dottor Gray, Adam, Evie, Frances Knight: i personaggi del romanzo di Natalie Jenner , che decidono di fondare una società letteraria per salvare un'eredità che è patrimonio di tutti, sembrano creature reali, con le loro segrete angosce, la loro paura di vivere, il rimpianto, la difficoltà di aprirsi al mondo, la ribellione a un sistema sociale impietoso. Il magnete che li attrae verso lo stesso punto è Jane Austen, è il cottage di Chawton: e forse è soprattutto la necessità, che ci rende umani, di ritrovarci in una comunità, per affrontare così il futuro con più coraggio e più speranza.

Letture di un viaggio in Sicilia

In queste settimane, come sempre avviene d’estate, sto leggendo molto. Sto leggendo in modo piuttosto disordinato, scegliendo solo i titoli che mi suggerisce l’istinto, o che mi sono ispirati dalle uscite o dalle occasioni speciali. Tra i vari libri che mi hanno fatto compagnia ci sono stati L’inverno più nero di Carlo Lucarelli (Einaudi: una delle indagini del suo commissario De Luca, che ha il particolare pregio di mostrarci la più oscura ruvidezza di una Bologna in mano al nazifascismo) e, a un polo decisamente opposto, Fragole selvatiche di Angela Thirkell (Astoria: una specie di commedia romantica dell’Inghilterra del primo Novecento, notevole più che altro per la vividezza del ritratto dei rapporti sociali e per certi picchi di ironia). 
Lo scrittoio di Salvatore Quasimodo a Modica
Come succede con ogni viaggio, una vacanza in Sicilia mi ha offerto tantissimi spunti di ispirazione per nuove letture. Ho iniziato con un grande classico, che dopo aver semplicemente sfiorato al liceo (nella forma di un paio di brani tratti dall’antologia) non avevo più ripreso in mano: mi riferisco, naturalmente, al sontuoso Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Tra i vari passi che ho segnato sulla mia edizione Feltrinelli, acquistata per l’occasione in una libreria di Noto, una descrizione del giardino della dimora del Principe, tanto diversa dai giardini più freddi e pieni di vitalità a cui mi hanno abituata le mie letture inglesi: “Nel fondo una flora chiazzata di lichene giallonero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; ai lati due panche sostenevano cuscini ravvoltolati e trapuntati, anch’essi di marmo grigio, e in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia”. 
Tra le varie tappe del tour della regione ho avuto l’opportunità di visitare due fondamentali siti della letteratura italiana: la villa di Luigi Pirandello, appena fuori Agrigento (con il suggestivo angolo del parco dove il tronco di un pino sorveglia le ceneri del drammaturgo), e l’ancor più attraente casa natale di Salvatore Quasimodo a Modica. In questa piccola dimora abbarbicata in cima alla scalinata che sale dal centro della città barocca ci si muove a stento: sono tre stanze, ma sono dense del senso della scrittura. Lo studio, in particolare, ha come assorbito il lavoro del poeta, e sullo scrittoio imbevuto della luce che passa dalle finestre la macchina da scrivere, la penna, il calendario e le boccette d’inchiostro ben allineate hanno l’aria di racchiudere il segreto della fatica della letteratura. Sul tavolo sono stati sistemati anche i libri degli autori che Quasimodo ha contribuito a rendere celebri nel nostro paese grazie alle sue traduzioni: spiccano i lirici greci e Shakespeare, infilati con ordine in un portadocumenti. 
Un’ultima corrispondenza letteraria l’ho cercata l’ultimo giorno del viaggio, tornando verso Catania: sotto un sole rovente sono scesa al porto di Aci Trezza, dove gettava l’ancora la Provvidenza dei Malavoglia, e sono poi salita alla loro leggendaria casa del nespolo.

Aci Trezza, il porto (in alto: la casa del nespolo)

20 giugno 2020

I Goldbaum

Nella mia città ai piedi delle montagne i pomeriggi sono spesso grigioperla e freschi di pioggia. Non c’è niente di meglio di un temporale estivo per immergersi completamente in un buon romanzo: negli ultimi tre giorni io ho scelto I Goldbaum (House of Gold) di Natasha Solomons, pubblicato in italiano nel 2019 da Neri Pozza, con traduzione di Laura Prandino. I Goldbaum è la storia di una famiglia unica nella sua specie, che ha disegnato la macrostoria dell’Europa nella transizione tra Otto e Novecento: per scriverla, l’autrice ha tratto dichiaratamente ispirazione dalle vicende dei Rothschild, dinastia di origine ebraica che affondò le proprie radici in Germania, Austria, Francia, Napoli, Svizzera e Inghilterra e con la fondazione di banche sparse per l’Europa e grande talento per la finanza, diede forma economica, nonché respiro culturale, all’intero continente. 
Il libro si legge fluidamente, perché è scritto (e tradotto) in una lingua che è puntuale e ricca di dettagli, ma allo stesso tempo liscia e molto godibile. Ciascuna delle sue sezioni, che abbracciano un arco temporale compreso tra il 1911 e il 1917, riserva diversi motivi di interesse: dal sacro legame tra i vari rami della famiglia all’enumerazione delle loro ricchezze, dalla descrizione delle loro tradizioni al loro coinvolgimento negli affari finanziari e politici dei governi europei, dalla trattazione delle loro debolezze alla disamina del loro rapporto con se stessi. I personaggi maschili, anche quelli che passano sulla scena solo parzialmente, sono rotondi e reali: il viennese Otto Goldbaum, con il suo incrollabile spirito di servizio, contrasta fortemente con il cugino Henri e il suo gusto tutto parigino per la modernità; e gli inglesi Albert e Clement Goldbaum rappresentano una coppia distintamente novecentesca, in cui il primogenito è, storicamente e letterariamente, un inetto che non sa far altro che lasciare ogni responsabilità al fratello minore. 
Un altro aspetto importante di questo romanzo è la presenza femminile, che si moltiplica in personaggi secondari ma non minori, come Lady Goldbaum o la giardiniera Withers, ma sicuramente si raddensa nella figura di Greta, l’austrica nata Goldbaum e sposata a un Goldbaum inglese, che incarna la transnazionalità del cognome che porta. Greta è stata una bambina vivace e una ragazzina ribelle e anche da moglie quasi aristocratica non permette al mondo di darla per scontata: di lei questa storia ci racconta la bellezza, le trasgressioni, le sofferenze, ma è nella sua relazione con lo spazio che la circonda che ci vengono offerte le sue immagini più vivide e indimenticabili. In particolare, nei primi anni del suo critico matrimonio d’interesse, Greta è insofferente alla vita chiusa e regolata dalle decine di orologi della casa di suo marito e decide quindi di spostare se stessa, la propria anima e tutta la propria potenzialità d’azione (di donna e di personaggio) fuori, sotto il cielo, in un giardino ideato e nutrito da lei con il contributo di altre donne che travalicano i confini degli schemi predefiniti. 
I giardini di questo libro sono dipinti di parole e ci restituiscono tutti i colori, le pieghe, le curve e gli odori della natura reale: “osservava quel luogo come se fosse la prima volta. Attraverso la vegetazione incolta alzò lo sguardo verso il vecchio edificio […], la facciata d’arenaria era quasi del tutto coperta da un enorme e antico glicine. Trecce di Clematis montana si arrampicavano a festoni fino al tetto. Molte delle finestre erano senza vetri e gli uccelli entravano e uscivano indisturbati; […]. Quella villa sembrava venuta fuori direttamente dal terreno, come se fosse esistita da sempre in quell’ansa fertile del fiume, con i convolvoli e le foreste di soffioni che spuntavano ovunque”. Il giardino come metafora della femminilità è un motivo antico e ricorrente, soprattutto nella scrittura delle donne. Nel libro di Natasha Solomons la sua presenza così rilevante, così prepotente da uscire quasi dalle pagine, è anche la rappresentazione di un ideale di vita a ogni costo, di resistenza, di dominio nel procedere indefesso dello spazio naturale anche oltre le vicissitudini (spesso foriere di morte) decise dagli uomini. La scena conclusiva del romanzo, non a caso, si scioglie in una serra dove, a dispetto della neve novembrina di fuori, i personaggi ritrovano il calore perduto sotto una volta di candidi fiori di ciliegio. 

12 giugno 2020

Verso l'estate

Le lezioni sono finite, anche quest'anno. Un anno scolastico un po' così, anche se gridare alla catastrofe è inutile e insensato. Nelle ultime settimane sono riuscita a finire tre libri, molto diversi l'uno dall'altro: il saggio 1913, l'autobiografia di Michelle Obama e un romanzo consigliato da Waterstones, che lo definisce un "campus mystery", The Truants. 
Il saggio 1913. L'anno prima della tempesta di Florian Illies (Marsilio) è un funambolico esperimento di viaggio nel tempo, per essere trasportati nella Storia ma anche nella quotidianità dei nomi esagerati che tutti insieme rivoluzionarono la (Mittel)Europa all'immediata vigilia della prima guerra. L'autore ci racconta Vienna, Parigi, Monaco e Berlino nei dodici capitoli segnati dai mesi di quell'anno fatale, rappresentando o semplicemente immaginando, talvolta con note romanzesche e sempre con molto divertimento, incontri epici: Freud e Jung, Picasso e Matisse, Thomas Mann e un tappeto difettoso, Kafka e Felice, Benn e i cadaveri sul suo tavolo, ma anche Francesco Giuseppe, Kandinskij, Tucholsky, Gertrude Stein, Proust e infiniti altri. Si tratta di un saggio davvero coinvolgente, che ci mostra il fascino di un anno e di un'epoca incredibili in un continuo andirivieni di osservazioni dall'alto e da lontano (com'è giusto che sia per un saggio storico) e di sguardo più intimo e ravvicinato, quasi sotto il microscopio, sulla vita "normale" di personaggi straordinari.
L'autobiografia di Michelle Obama, Becoming, mi è piaciuta molto nella sua prima parte, nel racconto dell'infanzia, della vita giovanile e degli anni universitari: è il racconto di una strada non sempre fluida, che però, grazie alla determinazione di due genitori radicalmente ottimisti (nonostante tutto) e a qualche deviazione anche fortuita da un cammino probabilmente già scritto, ha portato Michelle a "diventare" (appunto) quel che è diventata. Ho trovato appassionante il resoconto della campagna elettorale del 2008, che è stata e resterà un miracolo; sempre meno avvincente, invece, la narrazione degli anni da First Lady, che forse avrebbe potuto essere più concentrata sul valore altamente politico di quel ruolo e di quella posizione, e non esclusivamente sui numerosi impegni di mamma lavoratrice e moglie del presidente, sull'enumerazione dei nomi degli assistenti, sulle ripetizioni a volte eccessive, secondo me, del senso di soffocamento dovuto a una vita trascorsa fra le guardie del corpo. In questa seconda parte mi è mancato un po' il gusto della scrittura, e il libro, da raccolta di memorie, è diventato più un report di ricordi (differenza sottile, forse, ma incisiva per un lettore). 
Oggi ho terminato un'altra lettura "a mezza via", che per certi versi mi è piaciuta molto, soprattutto per la qualità della scrittura, per altri mi ha annoiata un po'. Il romanzo è The Truants, opera prima di Kate Weinberg: Jess Walker è una studentessa di letteratura a Cambridge, che attratta dalla fama di una docente si iscrive a un corso su Agatha Christie. Un principio intelligente, questo, che speravo di veder sviluppato molto di più, perché ero incuriosita dalla prospettiva di leggere questa autrice così celebre in ottica accademica. L'idea, invece, è svaporata abbastanza in fretta: la storia si spiralizza intorno alle vicende personali della narratrice (con qualche flashback non completamente utile) e il mistero che tiene in piedi il libro si sfilaccia un po', soprattutto in una sezione di ambientazione italiana eccessivamente stereotipata e non del tutto funzionale alla trama. Appena chiuderò questo post, dovrò scegliere cosa leggere adesso: la decisione spazia tra un saggio di Bill Bryson, un giallo di Carlo Lucarelli, un romanzo storico o il nuovissimo The Jane Austen Society di Natalie Jenner: particolarmente suggestivo in questi giorni, quando la casa museo di Chawton sembra a rischio di chiusura. Un'opportunità in più per ripensare a quanto il patrimonio collettivo sia importante anche per la dimensione privata di ognuno di noi.

2 maggio 2020

Shakespeare e l'arte di rovesciare i dittatori

In queste settimane, con la mia classe terza, sto lavorando (a distanza, naturalmente) su William Shakespeare. I miei piani iniziali sono stati leggermente sovvertiti dalle circostanze, però sto tentando ugualmente di far sentire ai miei studenti la magnificenza della scrittura e l’umanità sconfinata di questa suprema voce della letteratura, che è anche la nostra voce. Per cercare di adottare un linguaggio quanto più divulgativo e visivo possibile sto consultando, a tratti, il manuale “pop” a cura di Stanley Wells (et al.), The Shakespeare Book, che fa parte della collana Penguin Random House “Big Ideas Simply Explained”. 
La prima tappa del mio percorso con i ragazzi – passaggio obbligato per avvicinarsi alla sensibilità adolescenziale – è stata Romeo and Juliet, che molti avevano già scelto come lettura delle vacanze di Natale: alla scena del balcone dal film di Franco Zeffirelli ho aggiunto la lettura in inglese della stessa scena e del Prologo. È ora tempo, però, di passare allo studio di un tema shakespeariano universale, che è quello del potere; in questi giorni, quindi, mi sono letta il breve ma puntuale saggio di Stephen Greenblatt (tra i più grandi studiosi del Bardo) Il tiranno. Shakespeare e l’arte di rovesciare i dittatori (Rizzoli, trad. it. di R. Zuppet). 
Il saggio si apre con una serie di domande alle quali l’autore intende cercare una risposta rileggendo i drammi shakespeariani: “Com’è possibile che un intero Paese cada nelle mani di un tiranno? Perché un gran numero di persone accetta consapevolmente di essere ingannato?” Sono domande spaventosamente vicine al nostro tempo, come tutte le esplorazioni dell’umano che troviamo inoltrandoci nelle selve, spesso oscure, del dettato di Shakespeare. “I suoi drammi”, suggerisce Greenblatt, “sondano i meccanismi psicologici che conducono una nazione a dimenticare i propri ideali e persino il proprio interesse personale. Perché qualcuno, si chiede Shakespeare, dovrebbe appoggiare un leader paurosamente inadatto a governare, una persona pericolosa e impulsiva, malvagia e subdola, o indifferente alla verità?” 
Sono tanti i tiranni citati nel saggio, ma prima di nominarli mi soffermo momentaneamente sulla trattazione del Riccardo II, un dramma forse meno noto di altri, ma nel quale Shakespeare mette in atto una rivoluzione inaudita nel sistema dei valori elisabettiano. È una storia che racconta la caduta di un re – creatura prossima al divino, al vertice della gerarchia macrocosmica della cultura del tempo. Al lettore moderno i lunghi monologhi di Riccardo sembrano soprattutto atti di dolorosa introspezione, ma per lo spettatore del Cinquecento e Seicento suonavano come dichiarazioni clamorose, che incrinavano l’intera visione del mondo allora conosciuta. In questo dramma un re – il garante dell’ordine del cosmo – si lascia attrarre dal nulla, dall’avvilimento e dall’annullamento di sé stesso, intraprendendo il “dolce cammino” della disperazione. Alla vigilia della deposizione si chiede: “Che cosa deve fare il re ora? Sottomettersi? / Il re lo farà. Venire deposto? / Il re lo accetterà. Deve perdere / Il nome di re? […] Darò […] / il mio vasto regno per una piccola tomba, / una piccola, piccola tomba, una tomba oscura; / oppure verrò sepolto sulla strada maestra” e più tardi “ho reso vile la gloria / e la sovranità una schiava; / dell’orgogliosa maestà un suddito […] / Non ho nome né titolo / […] / ora non so con che nome chiamarmi” (trad. it. di A.L. Zazo, edizione Mondadori). 
Nel Riccardo II il tiranno sembra essere Henry Bolingbroke, che si appropria del suo trono; meno ambigua è la figura del dittatore per eccellenza, Riccardo III, di cui Greenblatt scrive in un eccellente capitolo sul rapporto del tiranno con coloro che lo circondano, e che si relazionano con lui secondo i vari gradi dell’asservimento inerte, della complicità malvagia, del terrore muto, della flebile resistenza. È un capitolo di grande attualità, che con lucidità avvicina evidentemente Shakespeare alle tragedie storiche del Novecento e di oggi. 
Nel corso del saggio si nominano re Lear, il sovrano impazzito che sovverte il principio per cui il monarca è deputato al controllo dell’universo, e il tiranno Macbeth, che commette l’atto empio per eccellenza dell’uccisione del re. Profondissimo suona il celebre monologo dello scozzese assassino, che una volta sul trono non può che fare i conti con i peccati che ha compiuto: “Domani, e domani e domani / striscia così, col suo misero passo, di giorno / in giorno, fino alla zeta del nostro tempo scritto; / e tutti i nostri ieri han rischiarato / ad altri pazzi / la strada della polverosa morte. / Spegniti, spegniti breve candela! / La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore / che avanza tronfio e smania la sua ora / sul palco, e poi non se ne sa più nulla” (trad. it. di N. D’Agostino, edizione Garzanti). 
Ma il dramma politico che mi ha sempre appassionato di più è Julius Caesar. Il raggio che Shakespeare conferisce all’interiorità di Bruto è amplissimo, e come nel resto della sua scrittura il drammaturgo non ci offre la comodità di un’opinione univoca, di un giudizio valido a priori. Bruto è un assassino o un salvatore della patria? È un “uomo d’onore”, come lo definisce Antonio nell’indimenticabile monologo sul cadavere di Cesare, o un volgare parricida? Nella sua decisione di stroncare il germe della tirannia, Bruto è un magnifico eroe moderno, condannato alla tragedia perché sceglie di non diventare tiranno lui stesso uccidendo anche Antonio. E la sopravvivenza di Antonio è il movente della sua fine e di conseguenza, con l’avvento di Ottaviano, la fine stessa della Repubblica. Neanche l’assassinio del tiranno è la soluzione al problema.
Come scrive Greenblatt in conclusione di questo saggio: “Ci sono periodi, talvolta anche prolungati, in cui le motivazioni più crudeli degli individui più ignobili sembrano trionfare. Shakespeare, tuttavia, credeva che i tiranni e i loro tirapiedi prima o poi avrebbero fallito. […] La migliore possibilità di recuperare l’onestà collettiva era, riteneva, l’azione politica dei comuni cittadini. Il drammaturgo non perse mai di vista le persone che si chiudevano in un silenzio tenace quando venivano esortate a urlare il loro sostegno per il tiranno”. Una riflessione sempre valida, che il cittadino, nel suo ruolo laicamente sacro di difensore della polis, non dovrebbe mai dimenticare.