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1 giugno 2016

Tempo immemorabile

Rachel Field
Il mese di maggio appena finito è stato brutto e difficile. Sono stata un po’ aiutata a superarlo da un romanzo molto bello e intonato al momento, fatto della storia di un grande amore ma soprattutto del racconto della formazione (o forse, meglio, della metamorfosi) di un’identità. Il libro è Time Out of Mind (1935) di Rachel Field, che si trova anche in edizione italiana con il titolo Tempo immemorabile (Elliot 2014, trad. it. di D. Vallesi). L’americana Rachel Field, autrice di fiction e di poesia, divenne celebre per la sua letteratura per l’infanzia, ma dai suoi libri “da grandi” furono tratti anche dei film: Time Out of Mind, in particolare, fu trasposto su pellicola nel 1947. 
La storia si dipana lungo il corso di un paio di decenni, alla fine del diciannovesimo secolo. La protagonista e io narrante, Kate, è la figlia di una domestica che vive nella residenza dei Fortune, facoltosa famiglia del Maine le cui ricchezze provengono dalla costruzione di imbarcazioni e di velieri. Benché di bassa estrazione sociale, Kate cresce a stretto contatto con i figli del maggiore Fortune, Nathaniel e Clarissa, e il legame che instaura con loro perseguiterà la sua esistenza fino al giorno in cui, da anziana, deciderà di mettere su carta i suoi ricordi. È un legame di amicizia, di amore, di interdipendenza, che dalle gioie della prima fanciullezza passa a ingenerare sentimenti di passione sfrenata (a tratti sembra di rileggere Cime tempestose) e di doloroso straniamento; a causa del vincolo che la tiene legata ai Fortune, Kate finisce per non appartenere più a niente e a nessuno: né al mondo in cui è nata e alla gente che lo abita (la popolazione più umile del villaggio), né, naturalmente, all’alta società di cui fanno parte Nathaniel e Clarissa. 
La scrittura è molto bella, ricca di musicalità disparate e di una forte capacità di evocazione visiva. Nella prima parte il protagonista è il mare: la sua potenza appare sempre all’orizzonte e la scena del varo del veliero sventurato, il Rainbow, è indimenticabile per i suoi richiami sonori, che ci riecheggiano nelle orecchie per tutto il resto del libro, e per la densità dei suoi significati, intimamente connessi al senso del destino. Seguono intensissime scene naturali, in cui risplendono fioriture quasi incantate, immagini di gelate e di tempeste, e richiami al valore dell’arte (la musica e la pittura in particolare) nella vita dell’essere umano.
Acute e commoventi sono le riflessioni della narratrice sul valore del Tempo nella nostra vita. Simboleggiato dalla presenza ricorrente di un orologio a pendolo francese, «marmoreo e dorato», appartenuto prima ai Fortune e poi alla stessa Kate, il Tempo diventa in questo libro un’entità quasi concreta, che si manifesta come un meccanismo ineluttabile, assumendo di volta in volta le forme delle stagioni in mutamento e dei loro frutti (fragole e mele hanno un significato importantissimo); degli spartiti musicali su cui Nathaniel perde la ragione; della scomparsa del paesaggio per l’avvento del progresso; e infine dei cambiamenti che intervengono sul corpo degli uomini a causa dell’età e del dolore. Voltando una pagina dopo l’altra, assistiamo alla trasformazione quasi mitica, quasi mistica, di Kate, da essere umano membro di una comunità a elemento della natura, condannato alla solitudine e all’isolamento, ma destinato a quella impalpabile serenità che deriva dall’aver trovato il proprio posto nell’ondivaga dimensione del mondo dentro lo spazio. «Le persone possono abbandonarti. Muoiono, partono, si staccano da te con parole violente: ma la terra, gli alberi, le mura protettrici e ospitali non ti tradiscono mai in quel modo. […] Andai nel frutteto un tardo pomeriggio di maggio, e vi rimasi fino a quando i miei capelli e le mie spalle furono tutti bianchi di una pioggia di petali. Il ronzio di migliaia di api sospese sui tremuli calici rosei dei fiori pareva il fruscio di una corrente che fluisse a perdersi nel mare, tra gli scogli lontani. C’era qualcosa di spasmodico, di fuori dal tempo, in quella pulsazione occulta di vita che mi stordiva e mi dava le vertigini. […] Avevo sempre saputo che, per ogni mela destinata a crescere e a maturare, centinaia di fiori cadevano e si sperdevano ai venti. Ma quel giorno lo constatai con una specie di panico, perché sapevo che anche agli esseri umani può toccare la stessa sorte che ai meli di maggio».

5 giugno 2015

Viaggio d'arte e di letteratura

Hampton Court e il suo Rose Garden.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Nelle ultime settimane la scrittura del blog si è presa una pausa, perché la scrittrice se n’è andata un po’ su e giù per l’Europa…. Ho trascorso un weekend in Italia parlando di Jane Austen (nel mio paese natale) e di Elizabeth Gaskell (a Bologna): entrambe belle esperienze, soprattutto per i piacevoli incontri che hanno generato; ma prima di rimpatriare ho vissuto una splendida – non ci sono altri aggettivi per definirla – settimana in Inghilterra, che, diciamocelo, è un Paese che non delude mai. 
Il viaggio è iniziato con tre giornate londinesi piene di sole e di vedute, classiche e meno tradizionali: il Big Ben e le Houses of Parliament, il Tower Bridge, i Giardini di Kensington, Covent Garden… ma anche una lunga passeggiata alla caccia di targhe blu, il ritrovamento di alcune stampe originali, dei primi del Novecento, di Arthur Rackham – illustratore di Peter Pan – in una bottega antiquaria dell’incantevole Cecil Court (che ha chiuso la porta proprio mentre avevo ancora la bocca aperta per la meraviglia!) e la visita alla residenza monarchica di Hampton Court, che vanta dei giardini indimenticabili (specialmente il Rose Garden)…. Sono seguite una domenica trascorsa tra lo Hamphire e il Berkshire – nella fattispecie, a “casa” di Jane Austen a Chawton e poi a Highclere Castle, setting (esterno) di Downton Abbey qualche ora a Southampton e due giornate intensissime sull’Isola di Wight.

Isola di Wight, Compton Beach.
Foto di Mara Barbuni, 2015
L’isola è una specie di Eden, il cui tempo è regolato dal volgere delle maree. Ci sono spiagge silenziose, che dopo ogni temporale lasciano affiorare tesori paleontologici mozzafiato; le scogliere bianche; il mare immenso, il cui orizzonte a sud-ovest non incontra la terraferma prima del Brasile; colline dolci e vegetazione folta; e poi tracce affascinantissime di vita vittoriana. Sull’isola di Wight, infatti, appena scesi dal traghetto che da Southampton ha attraversato il Solent, si trova Osborne House, la residenza della Regina Vittoria e del Principe Alberto, in cui la sovrana chiuse gli occhi per sempre nel 1901. Ma ancora più caratteristica è Farringford House, la casa di Lord Tennyson, che oggi è un albergo ma che conserva ancora lo spirito del poeta laureato sotto il manto di edera che la avvolge. Dell’isola egli scrisse:
Farringford House, residenza di
Lord Tennyson a Freshwater.
Foto di Mara Barbuni, 2015
[…] come to the Isle of Wight: 
Where, far from the noise and smoke of town 
I watch the twilight falling brown 
All round a careless-order’d garden 
Close to the ridge of a noble down… 
Farringford si trova nei pressi di Freshwater, un luogo molto suggestivo, sia per la sua bellezza geografica che per i suoi ricordi storico-letterari. Qui si riuniva infatti il cosiddetto “Freshwater Circle”, un circolo bohémien che nella seconda metà dell’Ottocento includeva artisti, scrittori, fotografi e condottieri. Ne facevano parte, oltre a Tennyson, Lewis Carroll e la sua “modella” Alice Liddell, il pittore George Frederic Watts, l’attrice Ellen Terry, i preraffaelliti William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti, Charles Darwin, Giuseppe Garibaldi, Charles Kingsley, Robert Browning, il poeta americano Longfellow, e tanti altri. È impressionante pensare che tutte queste persone si siano incontrate, abbiano chiacchierato e passeggiato insieme sulle stesse spiagge, negli stessi giardini. 
Tutti costoro avevano in comune la conoscenza con Julia Margaret Cameron, zia di Virginia Woolf e pioniera della fotografia, che introdusse nella sua epoca la moda del ritratto fotografico. Suoi sono i volti in bianco e nero, spesso venati di una struggente malinconia, che nel nostro immaginario associamo tanto facilmente all’età vittoriana. La casa di J.M. Cameron, Dimbola Lodge, è oggi un museo imperdibile: vi sono conservati ancora alcuni suoi oggetti personali, in un arredamento che ci trasporta indietro nel tempo (bellissima la carta da parati della sua camera da letto, con soggetto di William Morris…), e soprattutto i suoi straordinari ritratti, che valgono davvero la visita.

Dimbola Lodge e Julia Margaret Cameron.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Oltretutto, in una delle stanze dedicata agli artisti contemporanei, ho trovato raccolte le fotografie di Annie Leibovitz per la mostra intitolata Pilgrimage, una sorta di viaggio visuale nei luoghi dei grandi scrittori. Cosa avrebbe potuto dare più soddisfazione ai miei occhi? Un mucchio di foglie secche sulla soglia di Virginia Woolf, immagini della Orchard House di Louisa May Alcott e della casa di Emily Dickinson…. Una vera esperienza visiva ed emotiva. E a proposito di Alcott, nella minuscola libreria antiquaria addossata alla casa-museo ho rinvenuto (a un prezzo incredibile) un’edizione del 1913 di Piccole donne, con copertina decorata in stile Art Nouveau. 
Niente di più adatto come souvenir di un viaggio senza paragoni.  

9 aprile 2015

Treveryan

Ogni tanto ripenso al mio viaggio in Cornovaglia, ormai quattro anni fa. I ricordi sono ripetutamente sostenuti da fotografie, pagine di libri e immagini che si rincorrono sullo schermo, e rievocano sempre ampie distese di acqua turchese merlata di spuma, vertiginose scogliere, alberi di barche che dondolano nei porti odorosi di pesce, viuzze colorate di fiori e strette fra botteghe sbilenche dalla facciata in calce bianca. Ma la Cornovaglia è anche luogo di misteri e di antiche tradizioni, che raccontano storie di famiglie, di segreti e di maledizioni. 
Quattro anni fa, in una pittoresca libreria di St. Michael’s Mount (corrispettivo inglese di Mont Sant Michel), ho comprato un romanzo che è rimasto intatto sullo scaffale fino al mese scorso. Si intitola Treveryan, e l’autrice è Angela du Maurier – sorella della più celebre Daphne. È questo un libro davvero «unputdownable», come dicono gli inglesi: quando lo si inizia è quasi impossibile chiuderlo e riporlo sul comodino. 
Siamo nei primissimi anni del Novecento. Treveryan è un’antica e sontuosa dimora che si erge sulla costa della Cornovaglia, e i protagonisti della storia sono gli ultimi discendenti della famiglia che la abita: Bethel, la sorella maggiore, Veryan, il ragazzo, e Lerryn, la più giovane. Il romanzo si apre sulla loro infanzia e segue la loro formazione e le loro vicende nel dipanarsi degli anni, esplorando con coraggiosa lucidità il delicatissimo e a tratti misterioso rapporto che li lega l’uno all’altro e che li avvince al loro destino. 
La famiglia Treveryan, infatti, è tormentata da una maledizione. Il libro è la narrazione di come i tre personaggi affrontano una sorte crudele e intollerabile: è l’analisi dei loro terrori e delle loro dolorose cecità, e delle passioni, talvolta violente, che li caratterizzano in questo loro scontrarsi con la vita. È un racconto di isolamento e di tormento, di desiderio di liberazione e di paura della fuga, è un intreccio di storie d’amore di diversa natura, in cui l’attaccamento e l’affetto palpitano ai margini dell’ossessione, come sulla cresta di una scogliera a picco sull’oceano. I brani che ho sottolineato sono troppo numerosi per riportarli tutti qui, ma uno di loro dischiude una conoscenza dell’animo umano così forte che non posso che citarlo (la traduzione è mia, non esiste versione italiana di questo libro). Nel terzo capitolo della seconda parte, Veryan è un giovane uomo che inizia a sentire il bisogno di lasciare Treveryan e le sue ombre per andare a vedere il mondo. Bethel ha invece deciso di diventare una sorta vestale a difesa della casa avita, mentre la minore, Lerryn, che è l’unica rimasta all’insaputa della maledizione di famiglia, ma è sottoposta a un controllo severissimo da parte di Bethel, è incapace di confrontarsi sia con i fratelli che con la realtà. Poco prima che Veryan parta per il suo lungo viaggio, gli chiede: 
«“È così che ti senti? Inquieto?” disse. Egli la guardò, sorpreso. 
“Tu cosa sai dell’inquietudine?” le domandò. 
“Non sono una sciocca” replicò lei, “e neppure la sorellina che pensi che io sia. Persino io riesco a vedere come Bethel ti stia, come dire… assorbendo completamente.” 
“Non voglio sentire neanche una parola contro Bethel!” 
“Oh, io lo so come siete totalmente presi l’uno dall’altra” ribatté lei, impaziente, “ma ammetti che talvolta desideri stare in compagnia di qualcun altro, qualcuno che non siamo noi. Io so che per me è così” sospirò. […] 
“Tu non sai come la vita di Bethel sia stata… devastata” disse lui, brevemente. 
“E a nessuno di noi è consentito dimenticarlo” replicò Lerryn, nervosa. “Nonostante il fatto che del passato non si possa parlare! Vite devastate... certo che sì! La mia ha tutto l’aspetto di una vita devastata ancor prima di iniziare a essere una vita!”» 
Cornovaglia. Foto di Mara Barbuni, 2011
Il racconto di una giovinezza irrequieta e priva di libertà fa i conti con l’aspro contrasto tra lo sprigionarsi della sensualità e il gelido grigiore della reclusione. I tre personaggi sperimentano la passione e la disperazione, mentre le mura oscure di Treveryan si stagliano sulla scogliera, contro un cielo talvolta azzurro profondo e talvolta tempestoso, e il mare di sotto tuona e ruggisce addosso alle rocce. Treveryan è un romanzo intenso, pieno, di cui si potrebbe scrivere per pagine e pagine. Racchiude in sé il senso enigmatico e ineluttabile della nemesi, l’implacabile desiderio della vendetta, l’anelito a un’esistenza diversa e impossibile, l’incapacità, dolente, straziante, di venire a patti con la propria identità. Man mano che si procede con la lettura, il libro ci risucchia sempre più in un vortice di passionalità e disperazione e diventa un capolavoro indimenticabile.


24 giugno 2014

Gli innamorati di Sylvia

Gli innamorati di Sylvia, Jo March, 2014
Traduzione italiana di Mara Barbuni
Gli innamorati di Sylvia (titolo originale: Sylvia’s Lovers) fu pubblicato in tre volumi nel 1863, dopo innumerevoli ripensamenti e ininterrotte revisioni. Il romanzo è ambientato alla fine del diciottesimo secolo a Monkshaven, una città fittizia (corrispondente a Whitby) sulle coste dello Yorkshire, separata dal resto dell’Inghilterra dalle brughiere e dal mare. Il suo isolamento e il suo carattere “anfibio” (dipende per la sua ricchezza dalla caccia alle balene, ma vive dei prodotti della terra, ed è per questo che Gaskell la definisce “un microcosmo inglese”) sono caratteristiche che pervadono l’intero romanzo. Il senso di lontananza nello spazio e nel tempo gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della storia, che appare necessariamente legata a quelle coste settentrionali battute dal vento e alle vicissitudini della guerra contro la Francia rivoluzionaria.
Gaskell menziona con molta frequenza le particolarità delle popolazioni del Nord, che a suo modo di vedere sono caratterizzate da una straordinaria forza d’animo, talvolta estremizzata in un’aggressività quasi bestiale. Questo suo approccio, che potremmo definire “storicista”, investe Gli innamorati di Sylvia, perché il libro si occupa non solo delle contingenze storiche – l’arruolamento forzoso e le sue conseguenze sulla popolazione – ma anche e soprattutto del problema antropologico della forza disordinata della passioni umane. La particolare irruenza del carattere e la sbrigliatezza di emozioni distruttive sono determinate, secondo l’autrice, proprio dall’ambientazione geografica della storia: le scogliere dello Yorkshire, così scabre, a picco su un mare spesso tempestoso, sono brulle, crude, battute dalla “rude violenza del vento che spazzava quei luoghi deserti e selvaggi sia d’estate che d’inverno”. La personalità della gente non può che essere influenzata da un simile paesaggio.
La coscrizione obbligatoria e l’arruolamento forzoso, contro cui, narra Gaskell, le genti del Nord pensavano solo a “resistere”, a differenza delle popolazioni meridionali che tentarono una più docile convivenza, furono istituiti in Gran Bretagna per rimpolpare le truppe impegnate a combattere contro gli eserciti francesi. Anche se il suolo britannico non fu mai toccato dal nemico, tuttavia quel conflitto influenzò aspramente la vita quotidiana della popolazione, perché prelevava dalle case della gente mariti, figli e padri di famiglia. Gli innamorati di Sylvia non racconta la Storia fatta dai re o dai generali, ma la storia della gente comune; e l’autrice, che per tutta la vita si prodigò nella difesa dei più sfortunati, si dedica in particolare a descrivere gli abusi di potere perpetrati dalle bande di coscrizione a danno dei marinai e dei contadini, e di come tali abusi risvegliassero l’odio delle classi sociali più umili. A un certo punto della vicenda il rapimento dei marinai da baleniera operato dalla banda di arruolamento fa scoccare la scintilla di una rivolta popolare: e la tragedia degli umili si rivela causa ed effetto del feroce scontro tra l’individuo e l’autorità, diventando dunque il motore delle disgrazie della protagonista.
La centralità del personaggio di Sylvia non è dovuta solo alle sue tragedie, ma dipende anche dal suo essere una rappresentazione dell’intero spirito di Monkshaven. Come la sua città, Sylvia è una creatura anfibia, cresciuta in una fattoria sulle colline eppure capace di percepire la vastità del mare come il proprio elemento. Il suo destino si intreccia a quello dei cacciatori di balene e a quello dei commercianti, ovvero ai due diversi gruppi protagonisti della vita economica di Monkshaven; e come molte sue concittadine ella deve sopportare il dolore dell'abbandono causato dalla guerra. La sua trasformazione da ragazzina limpida e vivace a donna infelice fa di lei la rappresentante di un femminismo particolare, anche questo in qualche modo "storico", perché reclama il diritto delle donne dello Yorkshire, fustigato dalla coscrizione obbligatoria, ad amare e odiare appassionatamente, a desiderare la vendetta, a promettere l’impossibilità del perdono.
Proprio l’incapacità di perdonare è il peccato di cui si macchia questa eroina gaskelliana. Gli innamorati di Sylvia non è solo un romanzo storico, ma anche un ritratto antropologico e una storia imbevuta di spiritualità. La religiosità è intesa qui come un percorso che inizia dal peccato e, attraverso il pentimento e l’espiazione, finalmente raggiunge la salvezza. Di questo particolare aspetto dell'esistenza umana si fa rappresentante Philip Hepburn, un personaggio fortemente moderno, che si rivela protagonista dell’intera vicenda in virtù di un tormento interiore dolorosissimo, di dubbi continui, di paure, di cadute nella disperazione, di laceranti compromessi con la sua coscienza. I suoi pensieri sono riportati in molti e lunghi passi del romanzo come uno stream of consciousness novecentesco che fanno di lui un vero anti-eroe, una figura vicina forse più delle altre alla sensibilità contemporanea. Anche per questo la sua redenzione finale ha una cruciale valenza catartica: al contrario, alla fine del libro, Sylvia, la donna piena di passione che ha accompagnato il lettore lungo tutta la storia è resa muta dal dolore e si trasforma nella protagonista di una leggenda destinata a essere rimandata ai posteri. 
Foto di Mara Barbuni (2014)
I protagonisti di questo libro non sono solo Sylvia e i suoi due innamorati. Il mare ne è infatti un personaggio predominante, una creatura quasi viva che accompagna con la sua presenza incombente tutto lo sviluppo della storia. Elizabeth Gaskell fa riferimento al mare in molte delle sue opere. In Mary Barton il marinaio Wilson racconta i suoi viaggi avventurosi nel Pacifico; Ruth incontra il suo antico amante sulla spiaggia; in Cranford il fratello di Miss Matty è richiamato da un esilio volontario in India; in Nord e sud il fratello di Margaret, Frederick Hale, è accusato di ammutinamento; e in Mogli e figlie Roger Hamley parte per una spedizione scientifica in Africa. Ma in nessuna di queste opere il mare si sente ruggire come in Gli innamorati di Sylvia. La sua esistenza è reale e tangibile in quasi ogni pagina. La popolazione avverte la sua vicinanza anche quando è nascosto dalla nebbia, e fin dall’inizio del romanzo il lettore è reso consapevole della sua dirompenza.
Il senso di ambiguità che pervade l’intero romanzo è riflesso nel ruolo duplice del mare. Il mare è sia luogo proteiforme, di creazione e di ricchezza, sia veicolo di tragedia e di distruzione; è il luogo dell’amore e della morte, della lotta perpetua tra bene e male, e dunque è elemento di eternità, sempre avvolto nel mistero. L’infinità varietà del mare è rappresentata nel libro attraverso tre diversi ambienti. Il primo è quello iniziale, il centro geografico della storia, ovvero la foce del fiume Esk che si getta nell’“Oceano tedesco” (il Mare del Nord), il secondo è quello ghiacciato, pericoloso e leggendario della Groenlandia, e il terzo è l’esotico Mar Mediterraneo.
Notiamo che ciascuno di questi tre ambienti corrisponde a uno dei personaggi principali. Le acque che lambiscono Monkshaven significano casa, patria e focolare, ossia il luogo dove Sylvia trascorre tutta la vita. I mari artici sono il teatro delle imprese di Kinraid, e il Mediterraneo è la distesa che Philip attraversa in cerca di redenzione. Il mare di Monkshaven è spesso caratterizzato da luce e vivacità, da flotte di navi ammassate nel porto e di gente sul molo, dal lavoro incessante dei marinai e dall’operosità delle loro donne. Le acque della Groenlandia sono invece deserte, piatte come un pavimento di zaffiro, interrotte solo da giganteschi iceberg che riflettono il sole e assumono sembianze bestiali anche prima che il vero mostro, la balena, faccia la sua comparsa in superficie. L’idea che evocano, di forza, energia, impavidità, contrasta con la calma quasi sonnolenta del Mediterraneo, dove i colori, i profumi e l’opulenza della vegetazione orientale obnubilano la mente del lettore e lo fanno scivolare in uno stato onirico simile a quello del regno di Kubla Khan di Coleridge.
Se è vero che gli innamorati di Sylvia sono due, Charley e Philip, è vero anche che con il mare la protagonista stringe un rapporto molto intimo e quasi enigmatico. La sua femminilità inizia a svegliarsi proprio in concomitanza con la sua esperienza del mare, poiché quando la storia comincia, la ragazza sta andando al mercato vicino al porto a comprare della stoffa per farsi un mantello nuovo, e la stoffa che vuole comprare è, simbolicamente, rosso scarlatto – una scelta che contrasta sia con la volontà della madre, sia con quella del cugino Philip, che vede Sylvia ancora come una “tenera, graziosa colomba”. È l’arrivo di Charley Kinraid a completare la formazione sensuale della ragazza, mentre Philip tenta di esercitare su di lei un’istanza protettiva di retaggio patriarcale che intende privarla del suo status di donna adulta. Spesso Sylvia sente il bisogno di fuggire dal suo salotto per cercare di nuovo la vista del mare: lì il sole e le onde le ricordano la sua identità; sola, libera, con i capelli sciolti, ella ritorna ad essere la creatura “silvana” della sua giovinezza. Quando è di fronte all’acqua, Sylvia ritrova la sua pace, perché, specialmente quando il mare è in tempesta, può intuire se stessa in armonia con quel frastuono, con quella vitalità irrefrenabile, e con quei lunghi ululati che rievocano rimpianto e lontananza.

25 agosto 2013

L'estate in cui tutto cambiò

Come fare un sogno. Leggere L'estate in cui tutto cambiò di Penelope Lively (Guanda) è stato proprio come chiudere gli occhi in un sonnolento pomeriggio d'estate ed entrare in un piccolo mondo immaginario eppure tanto simile al vero, un onirico dolce e senza spaventi, duraturo nel tempo e nella memoria. Finalmente, dopo tanto tempo, una lettura a cinque stelle....
Negli anni Sessanta i londinesi Foster, mamma e papà silenziosi e maniaci dell'ordine e Maria, la loro quieta figlia di undici anni, arrivano nel Dorset per trascorrere le vacanze d'agosto. La loro residenza è una enorme casa vittoriana, ricca di angoli nascosti, di rifugi polverosi e di cassetti straripanti di tesori, e la cornice geografica, la costa antichissima di Lyme Regis, aggiunge fascino e preziosità a questo percorso nel tempo e nello spazio.
Il libro racconta, con una delicatezza e una profondità che solo i grandi narratori per l'infanzia sono in grado di raggiungere, il difficile cammino emotivo di una bambina intelligente che prende coscienza della propria crescita; e lo fa interrogandosi sulla misteriosa natura del Tempo e sull'idea, ardua da affrontare anche per un adulto, che il Tempo, e con esso i luoghi che ne sono influenzati, con dolorosa indifferenza sopravvivono all'uomo, al suo passaggio e alla sua dissipazione.
Aiutano Maria nelle sue riflessioni un accogliente leccio nel giardino, sul quale lei si arrampica quando ha particolare bisogno di star sola a pensare (perché, come tutte le bambine intelligenti, quando pensa Maria assume un'espressione fredda che non piace alle mamme, e ne viene rimproverata); un gatto che ha il potere di dire ciò che Maria sente nel cuore, ma che la fa arrabbiare; Martin, l'amico della famiglia accanto; un imparaticcio ricamato appeso nel salotto della signora Shand, la padrona di casa (il titolo originale del libro è infatti A Stitch in Time, ovvero un "punto" - di ricamo - nel tempo). Il ricamo, eseguito dalla zia della signora Shand, Harriet, quando aveva l'età di Maria nel 1865, ha sulla bambina l'effetto di un veicolo per un viaggio straordinario di immedesimazione nella mente di una ragazzina vittoriana piena di vita e un po' indisciplinata, che permette a Maria di soffermarsi con il pensiero sull'enigma dei cambiamenti nel tempo della specie umana e di ogni singolo individuo.

Il mare a Lyme Regis. Foto di Mara Barbuni (2007)
E ad alimentare il lavorio della mente di Maria ci sono poi i fossili, sparsi ovunque a Lyme, la blue lias (la roccia del Dorset), e la percezione incredibile dei movimenti della terra che da milioni di anni si muove sotto i nostri piedi. Tutto il mistero della geologia è restituito solennemente nelle parole di Lively, filtrate attraverso gli occhi e i pensieri della sua giovane protagonista:
"Il problema [delle case] era che l'abitato sorgeva sul pendio di una collina, anzi su diversi pendii, e sembrava che rischiasse di scivolare giù nel mare, perciò ogni casa doveva puntare i piedi, per così dire, ancorandosi al terreno con muri, terrazzi e giardini".
"Fu la scogliera ad attirare subito la sua attenzione. [...] Era il colore, soprattutto, il grigio-bluastro di ardesia così simile al cielo nuvoloso, al punto che il mare, passato da un verde latteo a un turchese pallido, correva come un nastro di colore tra la scogliera grigia, i ciottoli lucidi della spiaggia e il cielo pure grigio".
"[La roccia] all'improvviso prese vita sotto i suoi occhi. Perché era abitata. C'erano, come delicati scarabocchi sull'argilla, i vortici e le spirali di creature simili a conchiglie. [...] L'intera roccia era permeata di vita fantasma pietrificata".
"Harriet è come le ammoniti nella roccia, pensò, non è più qui eppure lo è, evanescente, attraverso le cose che ha lasciato. L'imparaticcio e i disegni sul libro. E le venne in mente, voltandosi per entrare in casa, che i luoghi sono come gli orologi. Hanno dentro di sé tutto il tempo esistito, tutte le cose mai successe. Vanno avanti, sempre, con le cose accadute nascoste dentro, e le puoi trovare, come si trovano i fossili spaccando la roccia".
L'estate in cui tutto cambiò è un libro che vale davvero la pena leggere, a qualsiasi età. Le ragazzine che stanno appena ora occhieggiando sul mondo dalle porte dell'infanzia vi troveranno un'amica meravigliosa, con la testa piena di sogni come la loro. Le loro mamme impareranno forse a comprenderle un po' di più. E le donne adulte rivivranno le gioie del loro essere bambine, quand'eravamo incantate dalla meraviglia, e guardavamo dentro le cose e dentro i paesaggi per essere certe di non perdere nemmeno una briciola della loro bellezza. E il mistero della loro vita ci pulsava dentro, e ci spingeva indefesso, ogni giorno, verso nuove avventure.
Il mare a Lyme Regis. Foto di Mara Barbuni (2007)
Altri post di IpsaLegit dedicati al paradiso naturale di Lyme Regis sono:

7 marzo 2011

Strane creature

La spiaggia di Lyme Regis. Foto di Mara Barbuni (2007)
Un'ammonite sulla spiaggia di Lyme.
Foto di Mara Barbuni (2007)
Sarà perché mio marito è un icnologo, ma Strane creature è uno dei libri più affascinanti che abbia letto di recente. E' la storia (romanzata, ma ispirata alla realtà) di Elizabeth Philpot, una paleontologa dilettante, e della sua amicizia con Mary Anning, una ragazzina di Lyme Regis la cui principale occupazione è esplorare la spiaggia alla ricerca di resti fossili. I suoi rinvenimenti sono frequenti e redditizi, ma ordinari (si tratta soprattutto di ammoniti), finché un giorno il suo scalpello si imbatte sull'enorme occhio fossile di una bestia sconosciuta. La notizia richiama a Lyme grandi scienziati e cercatori, e dopo molte vicissitudini - pubbliche e private - alla figura di Mary viene riconosciuta la maternità della scoperta del primo ittiosauro (1810), e più tardi, del primo plesiosauro nella storia della scienza. Gli ittiosauri e i plesiosauri scoperti da Mary, così come i pesci fossili di Elizabeth, sono oggi conservati ed esposti al Natural History Museum di Londra.

4 marzo 2011

Il mare fra le pagine/2

Ullapool, Scotland. Foto di Mara Barbuni (2009)
Nel post precedente ho parlato dei romanzi in cui l'immagine della donna è legata al sentimento dell'attesa, e dunque a quella particolare dimensione del mare che è essenzialmente domestica, costiera (come appare dalla fotografia qui accanto). 
Ma le storie di mare sono soprattutto storie di uomini. Il primo autore a cui penso è Joseph Conrad; nei suoi Tifone, Nostromo, Cuore di tenebra, Lord Jim, La linea d'ombra, il mare è metafora della solitudine dell'uomo, della tragedia del suo isolamento e della sua vana ricerca della pace ("Il mare non è mai stato amico dell'uomo. Tutt'al più è stato complice della sua irrequietezza", Lo specchio del mare). Così drammatica e letale è la visione del mare anche in Moby Dick di Melville e in Il vecchio e il mare di Hemingway. 
Anche in I Malavoglia di Verga gli uomini vivono l'esperienza del mare come scissione dalla normalità, come abbandono delle certezze naturali, eppure come stringente necessità, contro la quale non è possibile dibattere o combattere. E se per i poveri marinai della "Provvidenza" tale necessità è di natura economica, risultato di un'aspra e quotidiana lotta per la sopravvivenza, i protagonisti di altre storie sembrano prendere - o riprendere - il mare per l'incontrollabile bisogno di navigare, di sfidare le acque, di trovarsi soli a cospetto della coscienza, della conoscenza, della fortuna. E' questo ardore che spinge l'Ulisse dantesco a lasciare per la seconda volta Itaca; a questa identica urgenza si ispira lo Ulysses di Tennyson, quando dice: "How dull it is to pause, to make an end,/ To rust unburnish'd, not to shine in use!/ As tho' to breathe were life! [...] Come my friends,/ 'Tis not too late to seek a newer world./ Push off, and sitting well in order smite/ The sounding furrows; for my purpose holds/ To sail beyond the sunset, and the baths/ Of all the western stars, until I die." 
Ma il mare più intenso e vivo raccontato in versi è quello di Coleridge nella Ballata del vecchio marinaio. Qui il mare è simbolo di tutte le sfaccettature del cuore umano, nonché dei suoi parossismi: è il luogo dell'armonia con la natura e della dissociazione; il luogo dell'amore e dell'assassinio; della speranza e della disfatta; della malvagità e del perdono; della vita e della morte. Ma è soprattutto il covo dei ricordi, perché il vecchio marinaio, pur approdato alla terraferma, è condannato a non potersi mai più dimenticare del mare, e anzi, la sua espiazione consiste nel dover ripetere ai passanti il corso delle sue avventure. Così la distesa dell'acqua diventa anche il luogo del racconto; e le parole, come le onde, rotolano incessanti, l'una dopo l'altra, quiete o roboanti, consolatorie o terribili, per l'eternità. 

1 marzo 2011

Il mare fra le pagine

Il mare intorno a Tantallon Castle Scotland
Foto di Mara Barbuni (2009)
Sylvia's Lovers è un libro che ti fa sentire il frastuono del mare. Lo senti ringhiare mentre inghiotte la prua delle baleniere, lo ascolti raccontare le storie di marinai perduti, ne intuisci il mugghiare lontano anche quando passeggi sulle ventose colline. Il mare è per Sylvia il luogo della nostalgia, è l'elemento di Charley, dell'amore che il destino le ha sottratto. Nelle onde che si rincorrono e si divorano l'un l'altra ella vede il volto dell'uomo che avrebbe voluto sposare; seduta sulle scogliere, con i capelli sciolti che significano la libertà perduta della giovinezza, Sylvia si lascia amare dal mare e si permette di risentire, anche se solo per poche ore, la wilderness delle proprie passioni. Le donne e il mare sono un motivo ricorrente nella letteratura; e le immagini di una donna, sola, di fronte alla sterminata distesa dell'acqua portano spesso con sé emozioni di struggimento e di aspettativa, a volte disperata. Penelope ne è l'archetipo; ma come la Sylvia di Elizabeth Gaskell, è la Sarah di La donna del tenente francese (John Fowles, 1969) a dettarci il senso dell'attesa, del rimpianto, del dolore che rasenta la selvatichezza e quasi la follia. Il mare di Sarah è quello che ingoia il Cobb di Lyme Regis; la stessa distesa grigia, tempestosa e straziante che Jane Austen racconta in Persuasion; la stessa marea che, complice la volubilità della luna, il vigore del vento e la fragilità delle rocce, scopre alla vista di Mary Anning le meraviglie fossili del bellissimo Strane creature di Tracy Chevalier.

27 febbraio 2011

Sylvia's Lovers: le passioni

E' così che Sylvia rimane sola. Suo padre e il suo innamorato non sono più accanto a lei, sua madre regredisce ad uno stato infantile, e lei, stravolta dalla tragedia personale e politica, accetta il solo aiuto che ancora le venga offerto. Il matrimonio con Philip le appare una baia tranquilla dove trovare ristoro - un haven, appunto - che la consoli per i suoi lutti, che domini le sue tempestose passioni. Ma la serenità, come la calma solatia dell'estate dello Yorkshire, non può durare a lungo. Dopo anni di silenzio, ma mai di oblio, Charley ritorna da lei, da lei che è moglie e madre devota, e rivendica i suoi diritti di cittadino e di uomo cui la crudeltà della Storia ha negato la realizzazione dei desideri. L'episodio dell'incontro e dell'agnizione, avvenuti dopo i lunghi anni che Sylvia ha trascorso a camminare lungo il mare affannoso, selvaggiamente rimpiangendo il suo amore perduto, è un altissimo momento di commozione e di dramma:
«Sylvia s'incamminò in fretta verso casa, pensando e ricordando. [...] Una figura stava sulla via, [...] la schiena rivolta verso il sole del mattino; tutto ciò che ella vide [...] fu l'uniforme di un ufficiale di marina [...]. Sylvia affrettò il passo, senza tornare a guardarlo, sebbene i suoi abiti quasi sfiorassero quelli di lui, poiché egli non si era mosso. Non aveva percorso un centinaio di metri - no, neanche cinquanta metri! - quando il suo cuore sobbalzò, per morirle di nuovo dentro il petto, come se fosse stata colpita da un proiettile. 
"Sylvia!" egli disse, con la voce che tremava per la gioia e la passione. "Sylvia!"
Ella si voltò; [...] la luce cadeva dritta sul viso di lui. Era abbronzato, e aveva i lineamenti tirati; ma era lo stesso volto che ella aveva visto sul molo di Haytersbank tre anni prima, e che aveva creduto di non rivedere mai più in questa vita. Egli le era vicino, e tese le braccia verso di lei; [...] ma quando Sylvia le sentì strette intorno a sé, si ritrasse di colpo, gridò forte e pietosamente, e si portò le mani alla fronte come se cercasse di dissipare una misteriosa nebbia. [...] 
Sylvia allontanò infine le mani dal viso; era grigio come il volto della morte; la disperazione aveva spogliato i suoi occhi tremendi da ogni passione. 
"Dove sei stato?" gli chiese, con voce lenta e fioca, come se le si fosse strozzata nella gola.»
Sylvia's Lovers è un romanzo disperante e struggente, violento nella sua rappresentazione della solitudine e del rimpianto; e la presenza costante del mare ne fa un racconto quasi sublime.
Una storia indimenticabile.


26 febbraio 2011

Sylvia's Lovers: la Storia

William Turner, Whalers, 1845.
Oil on canvas. Tate Gallery, London, UK.
Nel post precedente ho avuto l'occasione di fare riferimento al complesso, talvolta drammatico rapporto tra l'individuo e il contesto sociale in cui si trova a vivere, ovvero tra la dimensione privata, che si vorrebbe sempre custodire gelosamente e proteggere, e la sfera pubblica, che anche nostro malgrado si frappone sul nostro cammino costringendoci a prenderne atto e a fare i conti con le sue manifestazioni. E' questo un argomento del quale tornerò a parlare, poiché mi sono accorta di amare moltissimo gli autori che ne trattano; ed è stato un tema centrale ai tempi della stesura della mia tesi di laurea, dedicata al romanzo storico di Elizabeth Gaskell, Sylvia's Lovers. Questo magnifico libro  del 1863, che a quanto mi risulta purtroppo non è ancora stato tradotto in italiano, si colloca cronologicamente nel pieno delle guerre napoleoniche, quando l'Inghilterra e la Francia si contendevano il dominio dei mari sfidandosi in epiche e sanguinose battaglie navali. I personaggi principali della storia, tuttavia, appartengono agli strati più semplici della popolazione di una cittadina semplice (Monkshaven, equivalente letterario della città di Whitby, nello Yorkshire); sono contadini, pastori, commercianti al dettaglio, e poveri balenieri - da cui l'immagine del quadro che ho scelto a corredo di questo post - costretti a trascorrere mesi e mesi lontani da casa, nelle fredde e infide acque della Groenlandia.
L'esistenza di questi personaggi - Sylvia, suo padre, Philip, Charley - è rivoluzionata dalle vicissitudini della guerra non tanto perché essi vengano coinvolti nei combattimenti (a parte Charley, che a un certo punto vediamo fronteggiare Napoleone stesso sul cocente campo di battaglia di Acre), ma perché su di loro si abbatte il decreto governativo della coscrizione obbligatoria. E' un fatto storico che alla fine del diciottesimo secolo la scarsità di uomini disponibili ai combattimenti portò il governo britannico all'arruolamento coatto di migliaia e migliaia di marinai, che venivano letteralmente rapiti dalle loro città o dalle loro navi e costretti a guerreggiare senza poter far sapere alle loro famiglie che cosa ne fosse stato di loro. A Charley Kinraid tocca questo destino; catturato dalle bande di coscrizione (le famigerate press gangs) deve intraprendere un'avventura bellica temuta ed esecrata, che lo allontana impietosamente dalla sua vita, dalla sua città, dalla sua Sylvia. 
La popolazione reagisce con furore al reclutamento forzato dei suoi giovani migliori; la ribellione s'innesca animale, e un rovinoso incendio illumina la notte di dolore di Monkshaven. Il padre di Sylvia è ritenuto leader dell'insurrezione: il lasciarsi trascinare nelle spirali della Storia sarà pagato con il prezzo più alto e più tragico.