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6 gennaio 2018

Libri in forma di serie TV

Buon anno nuovo, cari lettori! Il post inaugurale del 2018 è dedicato a un aspetto particolare della narrazione letteraria, che negli ultimi anni, anche grazie all’affermazione e alla diffusione di nuove produzioni e di una nuova sensibilità per il genere, ha sempre più di frequente trovato una reintepretazione nella forma della serie televisiva. In ragione della mia formazione e della mia storia professionale, Ipsa Legit si occupa soprattutto della letteratura di lingua inglese, ed è di una manciata di serie tv in inglese (alcune di queste viste per la prima volta durante le vacanze di Natale) che vorrei scrivere in questo lungo post.
Voglio cominciare con Nord e sud, tratto dall’omonimo romanzo di Elizabeth Gaskell. Negli ultimi anni, uno degli eventi ad aver determinato una crescita esponenziale dell’interesse del pubblico per l’autrice è stata indubbiamente questa miniserie in quattro puntate, trasmessa in Gran Bretagna su BBC nel 2004. Questa produzione televisiva, con la regia di Brian Percival e la sceneggiatura di Sandy Welch, riscosse un successo enorme e fu decretata “Best Drama of the Year” con il 49,4% dei voti degli spettatori. Una reazione molto simile ha suscitato nel nostro paese, quando il canale televisivo LaEffe (allora in chiaro) ne ha trasmesso la versione in italiano. Questo adattamento merita di essere studiato con attenzione, sia nelle sue aderenze che nelle sue differenze rispetto al romanzo, perché rielabora molto bene l’aspetto trasgressivo e combattivo della scrittura gaskelliana. Nel novembre del 2004 un articolo di Hywel Williams uscito sul Guardian («The north’s gone south») sottolineò il fatto che con Gaskell si definì la divulgazione dell’idea della separazione tra il nord e il sud dell’Inghilterra; il trauma di questa differenza è visibilissimo nel volto di Daniela Denby-Ashe (Margaret Hale) quando entra per la prima volta in fabbrica. Le sue parole: «Credo di aver visto l’inferno – è bianco, bianco come la neve», che non sono tratte dal romanzo ma sono opera della sceneggiatrice, dimostrano il valore che un adattamento può rivelare anche quando non segue pedissequamente l’opera originale. Meno appropriata, a mio parere, la scena di poco seguente, quando Richard Armitage (John Thornton) picchia selvaggiamente l’operaio sorpreso a fumare in fabbrica: Gaskell non avrebbe assegnato un simile comportamento al proprio personaggio, che agli occhi dei suoi lettori deve apparire sempre e comunque – nonostante le difficoltà e le origini familiari – un gentiluomo. Un’altra interessante aggiunta della miniserie rispetto al romanzo è data dalla sequenza ambientata alla Great Exhibition (episodio 3), perché fornisce un’importantissima iconografia del Vittorianesimo; per la stessa ragione sono cruciali le scene che comprendono treni e stazioni, perché le innovazioni portate in Inghilterra dalla ferrovia sono un motivo narrativo fondamentale nella scrittura di Elizabeth Gaskell (si vedano per esempio Cranford o Cousin Phillis). Ma la sequenza più controversa in termini di differenze con il romanzo è senza dubbio quella finale: l’improbabilissimo bacio tra Thornton e Margaret alla stazione ha destato molte critiche da parte degli addetti ai lavori (è stata definita «un disastro» e «un finale perfetto per una soap opera»); di contro, ha raccolto il 52,2% dei voti dei telespettatori come “Favourite Moment” di tutta la stagione televisiva BBC di quell’anno. Innescando così la formazione di un mito. 
La seconda serie che vorrei descrivere (almeno nelle mie reazioni) è Anne, tratta dal romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery e disponibile su Netflix. La prima stagione – l’unica finora, ma una seconda è in preparazione – è composta da sette episodi e comincia nel momento in cui Anne arriva a Green Gables, casa dei Cuthbert, per chiudersi in un momento piuttosto critico della loro vita in comune. L’ultimo episodio termina infatti con un cliffhanger che ci ha lasciati ancora più curiosi di vedere il seguito. Le mie impressioni sui personaggi sono molto positive per quanto riguarda Matthew e Marilla, che ho trovato davvero vicini ai loro originali letterari; diversa da come me lo aspettavo, ma interpretata benissimo anche la figura di Gilbert Blythe. Il giudizio sulla protagonista, a cui ha dato il volto la giovanissima attrice irlandese Amybeth McNulty (nata nel 2001), è stato oscillante dal principio alla fine: ossuta e plain al punto giusto e con un colore di capelli perfetto per la parte, Amybeth ha saputo dare vita molto bene ai facili entusiasmi sognanti di Anne, ma sono state forse un po’ troppo accentuate le sue crisi emotive, che talvolta mi sono sembrate ripetitive. D’altro canto, l’enfasi che la serie ha voluto imprimere al tremendo passato di Anne (sconosciuto al lettore nei suoi dettagli) giustifica senza possibilità di replica anche la personalità così turbata e le reazioni iperboliche della protagonista, costantemente minacciata dal terrore dell’abbandono. Una nota di merito speciale va alla sigla iniziale e all’ambientazione: la serie è stata girata in gran parte sull’Isola del Principe Edoardo (dove Montgomery visse e in cui si svolge la saga di Anne), che riemerge sullo schermo in tutto il commovente fascino delle sue campagne distese al sole, lo scintillio del mare, la dolcezza dei fiori di melo, la fragranza delle spighe scricchiolanti mosse dal vento. 
Altrettanta bellezza mi aspettavo nella miniserie trasmessa in Gran Bretagna il 26, 27 e 28 dicembre scorso, Little Women, tratta dal romanzo di Louisa May Alcott. Al contrario, benché l’ambientazione fosse molto bella, con l’attenzione per la luce che ormai abbiamo imparato a riconoscere come tipica delle recenti produzioni BBC, la reazione che ne ho avuto è stata purtroppo di una grande delusione. Forse è dipesa da un cast che ho trovato poco adeguato (a eccezione dei magnifici Angela Lansbury e Michael Gambon), forse da una colonna sonora insufficiente, o forse dal fatto che la narrazione si è trascinata avanti pedissequa, priva di guizzi di luce e di sobbalzi emotivi originali. È pur vero che una reinterpretazione per lo schermo dovrebbe innanzitutto rimanere fedele al testo; ma se non presenta nemmeno una scintilla di innovazione, o l’esito di un ragionamento compiuto sul testo stesso in chiave contemporanea o comunque individuale, secondo me non ha ragione di esistere. Il libro sarà sempre il modo migliore di fruire di una storia: se il film o la serie tv che ne vengono tratti non offrono un contributo rafforzativo al racconto (attraverso un’immagine, l’espressione di un viso, i suoni o altro), è meglio continuare ad affidarci unicamente alle pagine della letteratura. 
Sempre nel corso di queste vacanze ho potuto invece, finalmente, godere di un vero capolavoro del genere, Howards End, tratto dall’omonimo romanzo di E. M. Forster. Del libro ho parlato diffusamente in questo post e devo dire che la serie, in quattro episodi (andati in onda su BBC a novembre 2017), ha saputo scavare dentro questa importantissima opera letteraria e riportarne alla luce ogni singolo aspetto, fino ai non detti del suo sottotesto, sin dalle prime scene – addirittura a partire dalla sigla di testa. I due attori protagonisti, Hayley Atwell e Matthew Macfayden, hanno entrambi un “passato austeniano”: lei, nel ruolo di Mary Crawford, è stata la sola nota felice del malriuscito sceneggiato Mansfield Park; lui, l’ottimo Mr. Darcy di Pride & Prejudice di Joe Wright. In Howards End offrono entrambi un’interpretazione straordinaria, che in ogni singolo gesto e ogni singola parola (la voce di Macfayden è ormai leggendaria…) riprende i significati del libro, restituendo tuttavia un’anima innovativa rispetto allo stesso e al bellissimo film di James Ivory del 1992. Una trasposizione di cui non si poteva fare a meno e che merita di essere rivista, anche per poter godere di nuovo della pura bellezza delle case e degli arredamenti, dei prati della campagna, dei treni a vapore e delle panchine affacciate sui profili di Westminster, dall’altra parte del fiume.

13 dicembre 2013

Sherlock Holmes nella Casa della Seta

Tutti gli appassionati di Sherlock Holmes lo sanno e aspettano con trepidazione: il 1 gennaio su BBC One comincia la terza stagione di Sherlock, la serie che finalmente ha dato al celeberrimo detective di Conan Doyle una vitalità ben definita, elegante, dignitosa, e ben aderente alla genialità del personaggio letterario. Se a pensare a Sherlock Holmes sullo schermo vi vengono in mente la serie della CBS Elementary (in cui un bravo Jonny Lee Miller dà il volto a uno Sherlock devastato dagli stupefacenti residente a New York e Watson è - terrificante - una donna) o, peggio ancora, i due film di Guy Ritchie con Robert Downey Jr. e Jude Law (che però è un dottor Watson fedele alla rappresentazione che ne danno i romanzi di Conan Doyle), in cui la straordinaria intelligenza del detective è oscurata dalle improbabili carambole di un film d'azione in costume, andatevi a cercare Sherlock, il cui valore narrativo, di regia e di interpretazione è davvero insuperabile.
Basti dire che ogni episodio è una modernizzazione di un racconto/romanzo di Holmes, che recupera le simbologie e gli elementi più forti dell'opera letteraria e rielaborandoli senza mai tradirli costruisce un impianto sorprendente e tutto nuovo (tanto per dire, Watson, che come il suo antenato è stato ferito in Afghanistan - corsi e ricorsi storici... - non scrive libri, ma tiene un blog). Il solo aspetto che si discosta nettamente da Conan Doyle è l'insistita presenza di Moriarty, che la scrittura ha portato sulla scena una volta sola, mentre nella serie è un personaggio incombente, ricorrente, anche solo per sottintesi (ma l'attore che lo interpreta è talmente talentuoso che perdoniamo agli autori questa libertà!).
Insomma, in "onore" della ripresa, attesissima da tutti, di questa serie, ho letto negli ultimi giorni The House of Silk (La casa della seta, trad. it. Mondadori, 2012) di Anthony Horowitz, il primo autore contemporaneo - già famoso giallista - cui la Conan Doyle Estate Ltd., che detiene i diritti d'autore sul personaggio, abbia consentito di scrivere un libro con Sherlock Holmes come protagonista. Premesso che raggiungere le altezze di Arthur Conan Doyle è praticamente impossibile, il libro si distingue per alcuni aspetti positivi: il detective è rappresentato abbastanza bene, e il soffermarsi sul lato umano del suo carattere non ne disturba la figura sempre algida e brillante; Watson, che come da tradizione scrive in prima persona, è un carattere appassionato, pieno di dubbi e di contraddizioni, di paure, di speranze e di rimpianti che ne fanno un perfetto uomo tardo-vittoriano; l'inglese è semplicemente bellissimo; Londra è dipinta meravigliosamente, soprattutto negli angoli ombrosi che l'hanno resa un simbolo del gotico fin-de-siècle:
"Un corvo nero e cencioso era appollaiato sul ramo di un albero, ma non c'era altro segno di vita. La luce stava scemando rapidamente, eppure le lampade non erano ancora state accese e io avvertivo un senso di ombre dentro le ombre, di un mondo quasi privo di qualunque colore"; "La prigione era di stile gotico; alla prima occhiata appariva come un castello dalla forma irregolare, minacciosa, come uscito da una fiaba scritta per un bambino malvagio. [...] consisteva di una serie di torrette e comignoli, pennoni e mura merlate, con una sola torre che si slanciava verso l'alto e sembrava quasi sparire dentro le nuvole". (Qui e altrove le traduzioni dall'inglese sono mie.)
Cionondimeno la struttura narrativa, bisogna ammetterlo, è un po' confusa: lo schema di fondo che mi è parso di scorgere, quello cioè di una costruzione a "scatole cinesi" (una trama che si incastra dentro un'altra), non è gestito troppo sapientemente, e si ha come la sensazione che l'autore abbia a un certo punto cambiato idea e abbia iniziato a raccontare un'altra storia - anche se poi alla fine i fili si riuniscono e al lettore sono offerte soluzioni a tutti gli enigmi. In conclusione, la caratteristica più meritevole di questo romanzo è un passo di metafiction in cui Watson dà voce a una interessante riflessione sulla propria attività letteraria, sulla forza dei propri principi morali e sull'eguaglianza degli esseri umani nel momento del disastro: "E' curioso pensare oggi, proprio alla fine della mia carriera di scrittore, che ognuna delle mie cronache è terminata con lo smascheramento o l'arresto dei criminali, e che dopo quel punto, quasi senza eccezione, io ho semplicemente presunto che il loro destino non sarebbe più interessato ai miei lettori e li ho abbandonati, come se solo la condotta illecita avesse giustificato la loro esistenza e come se, una volta risolto il caso, questi non fossero più esseri umani con un cuore sofferente e uno spirito distrutto. Non ho mai una sola volta preso in considerazione la paura e l'angoscia che essi devono aver provato attraversando le porte a vento [della prigione] e percorrendo i suoi cupi corridoi. Qualcuno di loro ha mai pianto lacrime di pentimento, ha mai pregato per ottenere la salvezza? Qualcuno di loro è mai fuggito? A me non interessava. Non faceva parte della mia narrazione."