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10 agosto 2021

Come sempre, estate in giallo

Come sempre, parte delle mie letture estive è dedicata al genere giallo. Ho letto il più recente capitolo della saga delle Mitford di Jessica Fellowes (Il processo Mitford, Neri Pozza) e ho appena chiuso la pagina finale dell'ultimo episodio della serie di Cormoran Strike di Robert Galbraith (pseudonimo di J.K. Rowling), Sangue inquieto (Salani), che si è rivelato come al solito un romanzo scritto bene, ma un po' arduo da seguire nelle sezioni centrali e con l'identità dell'assassino che ho scoperto un po' troppo presto. Di tutti i libri della saga il migliore per me è stato, finora, il penultimo, Bianco letale, per via delle interessanti atmosfere politiche evocate dagli uffici e dai corridoi dei palazzi di Westminster. 

Più semplice, meno pretenziosa e meno eclatante dell'opera di Galbraith è una serie che ho appena scoperto grazie alla ripubblicazione da parte dell'editore BEAT: i gialli del commissario Dupin, a firma di Jean Luc Bannalec (altro pseudonimo). Il primo dei tre episodi riediti in italiano è Intrigo bretone. Omicidio a Pont-Aven, un intrigante giallo basato sulla scomparsa di un dipinto prezioso. La vicenda gira attorno alla realtà storica della colonia di pittori che si stabilì a Pont-Aven, in Bretagna, attirata o ispirata dalla presenza di Gauguin. In effetti, la cifra distintiva dell'intera saga di Bannalec, e la vera nota di fascino della narrazione, è l'ambientazione bretone, che si manifesta con forza dalle descrizioni del paesaggio, dalla personalità dei personaggi secondari (nativi della regione, a differenza del parigino commissario Dupin), dalla menzione delle sacre tradizioni del luogo, dai cenni alla lingua e ai proverbi locali. 

Come i gialli di Martin Walker dedicati al Commissario Bruno Courréges (il post qui https://ipsalegit.blogspot.com/2019/05/nuove-scoperte.html) evocano la bellezza della regione sudoccidentale della Dordogna, così i libri di Bannalec usano il pretesto della storia delittuosa per farci assaggiare - e desiderare - la magnificenza del mare bretone intorno a Concarneau, il perdersi delle onde nel cielo, la prepotenza delle tempeste e la dolcezza dei tramonti. Scrive Bannalec: "A Concarneau si respiravano e si assaporavano sale, iodio, alghe molluschi; a ogni respiro, come distillata, l'infinita distesa dell'Atlantico, limpidezza e luce"; "A Dupin sembrava sempre che il sole, nelle sue ultime ore prima del tramonto, decidesse misteriosamente, per una volta, di lasciar brillare le cose dall'interno attraverso la sua luce. Le cose non venivano illuminate, risplendevano da dentro. Dupin non aveva mai visto da nessun'altra parte una luce simile. Era certo che fosse una delle ragioni principali per cui i pittori si erano trasferiti lì". Il Commissario è una figura giustamente ombrosa, tormentata dalla bassa pressione, dal bisogno continuo di bere caffè, dal telefono a cui non risponde quasi mai e da uno scarso spirito di collaborazione; è un bel personaggio, che ben si intona al luogo in cui ha scelto di vivere: "il bretone possiede, forse come espressione della sua terra inospitale sconvolta dalle tempeste, un'anima malinconica, una natura riservata e, al tempo stesso, una fervida immaginazione poetica, profonda sensibilità e spesso grande passionalità, nascoste sotto l'apparente insensibilità e ruvidezza" (traduzione di Giulia Cervo).  

E quale storia si adatterebbe meglio a quest'ultima parte di un'estate ancora strana, che ci ha lasciato un ancor più forte desiderio (irrisolto) di spiagge atlantiche battute dal vento? 

17 agosto 2020

The Secrets We Kept, di Lara Prescott

The Secrets We Kept (edizione italiana DeA Planeta, con il titolo Non siamo mai stati qui), uscito l’anno scorso, è il romanzo d’esordio della scrittrice americana Lara Prescott. L’ho letto nell’arco di due giorni, perché è un libro appassionante, non sempre semplice da seguire per la continua fluttuazione della voce narrante, ma che alla fine delle sue oltre quattrocento pagine riallaccia tutti i fili della trama e lascia al lettore le sue soddisfazioni. 
The Secrets We Kept è la storia di tre donne e di un libro. Il libro è Il dottor Živago, il monumentale romanzo sulla guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’Ottobre, che segnò la vita e il destino del suo autore, Boris Pasternak. La tormentata storia della pubblicazione di Živago è nota ed è stata oggetto di innumerevoli studi e articoli: terminato a metà degli anni Cinquanta, fu rifiutato da tutti gli editori russi a cui si erano rivolti Pasternak e la sua amante Olga (che fu la sua musa, il modello per Lara, nonché una sorta di agente letterario). Il testo fu consegnato dall’autore a Sergio D’Angelo, collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli, che andò a prenderselo di persona nella dacia di Pasternak, lo trasportò in segreto nel settore occidentale e lo fece giungere a Milano, dove fu stampato e pubblicato nel 1957 con traduzione di Pietro Zveteremich. 
Le tre donne del romanzo di Prescott sono la stessa Olga e due impiegate dell’Office of Strategic Services statunitense – insomma, due spie – che a diverso titolo vengono coinvolte nell’operazione di reintroduzione del romanzo in Unione Sovietica. Il dottor Živago, infatti, che grazie al film che ne è stato tratto è rimasto nell’immaginario collettivo come una travolgente storia d’amore e che contribuì massicciamente all’assegnazione del Premio Nobel per il suo tragico ritratto di un’epoca di repressione e di sangue (Pasternak fu costretto dal governo a rifiutare il riconoscimento), fu anche un’efficace arma politica negli anni della Guerra Fredda: i servizi segreti del blocco occidentale se ne servirono come strumento di propaganda, facendolo rientrare di nascosto, e in lingua originale, nella patria in cui era stato censurato. Irina e Sally, le due spie di The Secrets We Kept, sono due delle pedine implicate nell’operazione, ma sono anche due riusciti personaggi femminili per cui Prescott inventa una storia del tutto personale, drammatica e, in qualche modo, storicamente doverosa. 
Olga Ivinskaya e Boris Pasternak
(immagine: pasternak-trust.org)
Di Olga Ivinskaya, la figura storica del terzetto, esistono diverse biografie (tra cui quella della pronipote dello scrittore, Anna Pasternak, che ha intentato causa contro la Penguin Random House per le eccessive somiglianze con il proprio libro dei capitoli dedicati a Olga in The Secrets We Kept). Tuttavia, il romanzo di Prescott, anche grazie all’uso della prima persona, ha il pregio di offrirci sprazzi notevolmente vividi della vita di Olga, della sua passione per Boris e delle disumane conseguenze a cui la donna si votò per amore di Pasternak. Gli anni trascorsi nel gulag a causa del “pensiero antisovietico” legato alla sua relazione con lo scrittore occupano la prima parte del libro attraverso l’uso di un linguaggio e di immagini che non fanno sconti, che ci impongono la loro durezza, com’è giusto che sia. 
Dicevo in apertura che in The Secrets We Kept, che intreccia la realtà storica alla finzione, la voce narrante in prima persona cambia continuamente. Se all’inizio questo espediente rischia di disorientarci, proseguendo con la lettura ci si abitua a entrare di volta in volta, di capitolo in capitolo, nei panni di questa voce sempre differente, che può essere quella di Olga, o quella di Sally, o quella di Irina, oppure – e questo è un dettaglio che ho apprezzato in particolare – la voce collettiva delle cosiddette “dattilografe” dell’Office of Strategic Services: un gruppo di donne laureate, ambiziose e preparate, che pur essendo titolate a una carriera nei Servizi, sono relegate alla macchina da scrivere, senza aver mai la possibilità di esprimere un’opinione. 
Queste donne, che i loro capi vogliono mantenere in una condizione di invisibilità, passano apparentemente l’intera giornata a scrivere e a chiacchierare a bassa voce; ma la verità è che ascoltano, osservano, vivono e sono a conoscenza di ogni cosa, regalandoci un punto di vista corale che rende ancor più intenso questo racconto, fino alla sua ultima pagina.

7 settembre 2019

Pronti, partenza ... settembre!

In questi ultimi giorni, finite le vacanze, ripresi gli impegni scolastici e (quasi) ultimato il trasloco in una nuova casa, le mie letture hanno seguito un ritmo abbastanza irregolare: giorni e giorni senza toccare un libro e poi una manciata di ore per cominciare un romanzo e arrivare fino all’ultima pagina. Anche la selezione è stata poco ordinata: ho scelto soprattutto titoli di intrattenimento, che non ho trovato (purtroppo) particolarmente memorabili. 
Per proseguire il percorso, incominciato negli ultimi mesi, dedicato ad Antonio Scurati, ho letto Il sopravvissuto (Bompiani): un libro scritto con straordinaria competenza stilistica e lessicale, intelligente nella scelta del movente, ma infine, mi è sembrato, troppo appesantito da considerazioni al limite del banale. La storia inizia in un giorno di orali di maturità (prova orale dell’esame di stato, dovrei dire): uno dei candidati entra nella palestra dov’è riunita la commissione e con una pistola colpisce a morte tutti gli insegnanti, tranne uno, il suo professore di storia e filosofia. Nelle pagine seguenti a questo scioccante esordio, il professore ripensa ai suoi incontri passati con lo studente e medita sulle ragioni del Male e di una scelta così estrema. Le riflessioni proposte dall’autore sono certo interessanti e profonde, ma mi hanno un po’ delusa alcune ingenuità della trama e soprattutto certi luoghi comuni legati al mondo della scuola – cose che abbiamo sentito troppe volte, che non rispondono neanche più di tanto al vero e che sarebbe meglio non riproporre con tanta insistenza. 
Altro libro, altra atmosfera piuttosto cupa, altra trama un pochino sfilacciata: il recentissimo La vita segreta degli scrittori (La Nave di Teseo), con cui ho conosciuto il celebre autore di noir francese Guillaume Musso (del quale non escludo di leggere in futuro anche qualcos’altro). Qui un aspirante scrittore decide di mettersi alla ricerca di un suo idolo letterario, che si è misteriosamente ritirato dalle scene e si totalmente isolato dal mondo, e intraprende così un pericoloso percorso di indagine relativo a un omicidio irrisolto e alle sue tragiche conseguenze. 
Anche il libro che ho appena chiuso è impregnato della macchia scura del Male, di una morte che si è tentato di occultare, di una mente labile soffocata dal rancore. È Il party di Elizabeth Day (Neri Pozza), pubblicato poche settimane fa, un libro molto interessante e ben scritto, ma tremendamente oscuro, quasi impedito nella catarsi finale. La storia è raccontata a due voci, quella di Martin – critico d’arte con una giovinezza tormentata e un’ossessione maniacale per l’amico Ben – e quella di Lucy, sua moglie. Il libro si legge tutto d’un fiato, sentendosi persino un po’ a disagio per tanta esternazione di repressione psichica e di infelicità. 
Curioso e godibile, benché leggermente inquietante per il suo riproporre atmosfere orwelliane in chiave paurosamente contemporanea, è stato Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi (Feltrinelli), nel quale si immagina (ma senza grandi sforzi di fantasia, bisogna ammetterlo) un’Italia in cui tutti coloro che credono nello studio e nella formazione culturale sono tacciati di essere nemici della patria, vengono additati, perseguitati e addirittura fatti fuori. Il tono generale del libro è leggero, ma il tema è avvilente e minaccioso; non ci si sente solo spaventati dall’affermazione di un potere che intende annichilire il prezioso valore della cultura, ma anche dall’inermità degli intellettuali, il cui ruolo in questa storia è tutt’altro che eroico, tutt’altro che decoroso. Il censimento dei radical chic è una lettura che consiglio, sia per la gradevolezza della scrittura, sia per le riflessioni che ci esorta a fare sul ruolo della cultura, degli intellettuali, della comunicazione, del potere e del nostro stesso linguaggio, sia per uno stile delicatamente “alto”, con citazioni variegate che è davvero un piacere saper riconoscere, e per il pregio anche ironico delle note a piè di pagina, che riportano le correzioni di un fantomatico Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana – il quale, alla fine della storia, ci riserva un colpo di scena tutto suo. 
Ultima lettura di questi giorni, Attraverso la Francia senza dimenticare il Belgio (Bompiani) di Roberto Giardina, un libro di viaggio (definito nel sottotitolo “una guida sentimentale”) che ci racconta svariati aneddoti sulle diverse regioni di Francia – dalla Provenza all’Alsazia, da Bordeaux alla Normandia, dai castelli della Loira a Parigi – accompagnati da bellissime illustrazioni in acquerello di Alessandra Scandella. È un resoconto fluido e gradevole, con interessanti inserti di Paolo Mazzoni che ricordano una vera e propria guida, e in qualità di oggetto-libro è davvero bello, soprattutto grazie agli inserti grafici. Il tutto è, però, un po’ meno “sentimentale” di quanto mi sarei aspettata: per Parigi, ad esempio, il risultato migliore resta ancora, per me, Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, di cui ho scritto qui.

25 giugno 2019

Letture nel vagone di un treno

In questi giorni mi sto spostando molto in treno, per raggiungere la scuola a cui sono stata assegnata come commissaria esterna per gli Esami di Stato. Come al solito, ne approfitto per leggere e il risultato delle ultime scorribande ferroviarie sono stati (per ora) tre romanzi di pubblicazione piuttosto recente: davvero dei piacevoli compagni di viaggio. 
Il primo di questi libri è I segreti del college (2019) di Catherine Lowell, nella traduzione Garzanti dell’originale e più eloquente titolo The Madwoman Upstairs (chiarissimo il riferimento a Jane Eyre e al grande saggio che ha segnato gli esordi della critica letteraria femminista: The Madwoman in the Attic di S. Gilbert e S. Gubar). Se devo essere onesta, non so dire con certezza se mi sia piaciuto del tutto. Alcuni tratti sono macchinosi, altri passaggi peccano di eccessiva ombrosità e con i personaggi non è stato facile entrare in empatia. D’altro canto, emerge la gratificante sensazione che l’autrice abbia alle spalle un intenso percorso di studi letterari – cosa che fa sempre piacere riscontrare in un libro che racconta le “affinità elettive” tra una ragazza del college e le grandi scrittrici del passato. La protagonista è infatti discendente delle sorelle Brontë e nel corso del libro si impegna nella ricerca di una misteriosa eredità lasciatale dal padre, morto in un incendio, e legata all’esperienza biografica e artistica di Anne Brontë. Gli aspetti poco realistici della storia – tutti gli incidenti che capitano a Samantha, le coincidenze, la figura troppo sopra le righe del genitore – sono ampiamente compensati dalla ricchezza di riferimenti alla teoria e alla critica letteraria, che infarciscono sia le sezioni puramente narrative che i dialoghi di questo libro. Se si è appassionati bronteani, poi, questo romanzo è davvero imperdibile.
La mia seconda lettura da treno è stata Aspettando buone notizie (2015) di Kate Atkinson, già autrice di uno dei romanzi che ho più amato negli ultimi anni: Un dio in rovina (di cui ho scritto qui). In questo libro, pubblicato da Marsilio, incontriamo il racconto di una bella amicizia tra due figure femminili a cui la vita non ha risparmiato una consistente dose di dolore. La trama si avvolge intorno all’episodio della scomparsa di una delle due – alto-borghese, apparentemente serena, ma tormentata dal ricordo dell’assassinio della sua famiglia quand’era una bambina – e dalla ricerca spasmodica di lei messa in atto dalla sua giovane collaboratrice domestica – orfana, sorella di un delinquente, ma colta e intraprendente. 
Ho trovato ancora più bello, sempre di Kate Atkinson, Una ragazza riservata (2019, Editrice Nord); qui seguiamo la storia di Juliet, arruolata dall’MI5 nel corso della guerra, che nel 1950 si ritrova a dover affrontare gli orrori e le raggelanti incertezze della vita quotidiana di allora. È questo un libro avvincente (il classico unputdownable, come si dice in inglese) e Juliet è una donna alla quale ci sentiamo immediatamente legati: l’atmosfera da spy-story si allaccia molto bene con la rappresentazione della crisi della verità con cui dovettero fare i conti le migliaia di cittadini inglesi invitati a lavorare per il governo nella fase più buia della storia del loro paese. Di particolare fascino, poi, sono gli episodi ambientati nel luogo di lavoro di Juliet: la sede centrale della BBC, che offrì una felice copertura a tante spie “dalla vita normale” durante gli anni della Guerra Fredda.

31 maggio 2019

Nuove scoperte

Sembra finito anche il nostro secondo inverno (quello iniziato a marzo, che è piovuto gelido su queste montagne fino all’altro ieri…) e si avvicina la chiusura dell’anno scolastico. Un anno mediamente duro, infarcito di episodi a cui avrei preferito non assistere, ma anche di tante belle lezioni, generate insieme agli sguardi irrequieti di vita di ragazze e di ragazzi straordinari, pronti ad affrontare l’esame di maturità e a salpare per il loro domani. Il pensiero di separarmene è commovente e malinconico, per il senso già pungente della mancanza che sentirò di loro l’anno prossimo, ma anche speranzoso, per l’augurio di un meraviglioso futuro che già sto lasciando loro nel corso dei nostri ultimi incontri.
Proprio ieri, tornando da scuola, ho iniziato a leggere M - Il figlio del secolo di Antonio Scurati, una biografia, dal sapore di romanzo, di Mussolini, alla quale mi sono avvicinata perché attratta dalla ricca scrittura che ho conosciuto con Il tempo migliore della nostra vita e perché interessata a tentare di capire, per quanto possibile, il fenomeno di culto individuale che ci mandò in rovina nel secolo scorso (e che non ha mai smesso, forse, di minacciare questo paese). 
Nelle ultime settimane, invece, ho fatto una delle mie piacevoli scoperte “light”: è la serie di romanzi gialli dello scozzese Martin Walker, che ha creato un piccolo e intensissimo mondo narrativo in Dordogna (sud-ovest della Francia) tutto concentrato sulla figura del commissario Benoît Courrèges. Il mio incontro con questa saga è partito dalla traduzione italiana del decimo libro (Grand Prix. Delitto Doc per il Commissario Courrèges, edito da Feltrinelli) e la lettura è stata così intrigante e distensiva che mi sono lasciata prendere dalla curiosità e ho cercato di ricostruire la serie di queste storie partendo dal principio. Ho quindi letto in inglese i primi tre episodi (non c’è traduzione italiana): Death in the Dordogne, Dark Vineyard e Black Diamond e mi sono davvero divertita nell’incanto della splendida campagna francese, con i suoi villaggi popolati di personaggi ben caratterizzati e le sacre tradizioni legate ai piaceri del gusto: i vini, le ricette a base di uova, il tartufo (interessante in proposito questo articolo del New York Times sullo scrittore e il suo protagonista). Sono state letture giustamente pacifiche e riposanti, ma non per questo di scarsa qualità stilistica o di scarso valore; anzi, alcuni filoni narrativi affondano le radici nella storia recente della Francia (ricordi di Resistenza, di guerra in Algeria e in Vietnam) di cui non è frequente sentir parlare. Per il momento ho messo in pausa le mie gustose frequentazioni della Dordogna, ma intendo tornarci al più presto con il quarto capitolo della serie – e chissà, forse un giorno mi capiterà di andare di persona a cercare i luoghi del Commissario Courrèges. Dopotutto, l’estate è alle porte… 😊

21 luglio 2018

L'assassinio di Florence Nightingale Shore

Come da mia personale tradizione estiva (e anche natalizia) ho appena finito di leggere un giallo all’inglese, una pubblicazione recente che fa parte di un progetto editoriale piuttosto ambizioso. È L’assassinio di Florence Nightingale Shore di Jessica Fellowes (nipote di Julian Fellowes, l’autore di Downton Abbey), nell’edizione italiana Neri Pozza. Il libro, con una copertina eccezionale, è uscito lo scorso anno ed è il primo capitolo della saga The Mitford Murders, intitolata alle celebri sorelle Mitford, che con i loro vari talenti e le loro personalità (in seguito molto controverse), contribuirono allo scintillare della società londinese degli anni Venti. 
La vera protagonista di questo libro, però, non è Nancy Mitford (la più presente, tra tutte le sorelle, nella storia), ma un’altra giovane piena di intraprendenza, Louise, che dai bassifondi di Londra combatte per un futuro migliore e più virtuoso, affidandosi solo alle proprie forze, al proprio ingegno e alla propria morale: un bel personaggio, che comparirà anche nel prossimo romanzo della saga. L’uscita del secondo “omicidio Mitford” è prevista per il prossimo autunno: il titolo sarà Bright Young Dead, per parafrasare la diffusa definizione “bright young things”, appellativo  dei giovani della Londra di quegli anni – giovani bohémiens, festaioli, vestiti in modo eccentrico e spesso dediti all’alcol e alle droghe – che furono descritti nei romanzi della stessa Nancy Mitford (nota soprattutto per L’amore in un clima freddo), di Evelyn Waugh e di Anthony Powell. 
L’assassinio dell’infermiera Florence Nightingale Shore fu un evento reale, e un delitto irrisolto. Jessica Fellowes lo prende come spunto per iniziare la propria storia e ci costruisce intorno un mondo colorato e divertente, fatto di aristocratici annoiati e giovani donne in cerca di una strada da seguire, poliziotti coraggiosi e anime perdute a causa delle tragedie della Grande Guerra. Il libro è insomma una lettura leggera e piacevole, difficile da abbandonare in questi pomeriggi di vacanza, e che sicuramente invita ad accaparrarsi anche il prossimo capitolo, non appena sarà pubblicato.

28 giugno 2018

Omicidio a Road Hill House

Negli ultimi tre giorni mi sono dedicata alla lettura di Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi), che aspettavo di leggere da tantissimo tempo, e l’attesa non è stata affatto delusa. L’opera, come suggerisce il titolo (in originale, The Suspicions of Mr Whicher or The Murder at Road Hill House), è il resoconto di un omicidio avvenuto in una dimora di campagna, ma ciò che lo distingue dalla classica narrazione “gialla” di marca inglese è che l’omicidio in questione è avvenuto per davvero.
L’opera di Summerscale (laureata a Oxford con lode e vincitrice di numerosi premi letterari), infatti, non è un romanzo, ma una sorta di libro-inchiesta che ripercorre le annose vicissitudini relative alle indagini sulla morte di un bambino, figlio di una famiglia borghese dell’Inghilterra dell’ovest. Ciò che si rivela particolarmente interessante è che nella sua trattazione degli eventi, il saggio non si limita a descrivere i fatti accaduti, ma offre uno studio ragionato sulla cultura e sulla società dell’epoca in cui essi si sono svolti. 
L’omicidio del piccolo Saville Kent si verificò in una fredda notte d’estate del 1860 e tutto ciò che avvenne a seguito di tale delitto viene studiato nel libro come una manifestazione della stessa natura sociologica dell’età vittoriana. L’autrice esplora la nascita del corpo dei detective della polizia, rappresentato da figure che hanno fatto la storia dell’investigazione, come Charles Field (ammiratissimo da Dickens) e lo stesso Whicher, e ne esamina sia le procedure, sia la reputazione presso l’opinione pubblica (non a caso il sottotitolo scelto da Einaudi per questo saggio è Invenzione e rovina di un detective). A noi lettori viene poi illustrato, in chiave ottocentesca, un fenomeno attualissimo, che sempre ci lascia sconcertati a seguito del compiersi di una tragedia delittuosa: il fenomeno, cioè, del fanatismo, dell’ossessione del pubblico per la vicenda, che spesso sfocia nella morbosa bramosia di rimestare nei dettagli della vita privata altrui e addirittura nel “turismo da delitto”, che induce decine di persone a voler visitare il teatro del fatto. Sono espressioni di febbrile e collettiva avidità di dettagli le cui cause e conseguenze ci spaventano ancora oggi guardando il telegiornale, ma da cui non era esente nemmeno la società vittoriana, che iniziava allora a essere abituata all’eccesso di informazioni in virtù della moltiplicazione delle pubblicazioni giornalistiche. 
È di grande interesse, inoltre, la trattazione dell’ideale domestico dell’epoca, ossia la casa concepita come «santuario inviolabile», luogo impenetrabile della privacy, rifugio dalla velocità del progresso e dalla sempre più concreta minaccia di mescolanza delle classi, e che nonostante tutto non aveva mezzi per difendersi dal rischio della violenza interna, di dinamiche familiari corrotte, di psicologie labili (anche nelle figure più tradizionalmente innocue, come le giovani donne e i bambini) e in definitiva della follia dei suoi abitanti. 
Non mancano infine i riferimenti alla letteratura coeva, che proprio in quegli anni – e di nuovo grazie al boom dell’editoria (libri e riviste letterarie) – si lanciava nel sensazionalismo, per soddisfare la fame di “giallo” dei lettori: Summerscale evoca lo stesso Dickens (con il suo enigmatico, perché incompiuto, Il mistero di Edwin Drood), Henry James (Il giro di vite), Wilkie Collins (La pietra di luna), Mary Elizabeth Braddon (Il segreto di Lady Audley) e vi ricerca, con successo, somiglianze inquietanti con l’omicidio che è al centro della sua ricerca, dimostrando così come l’intera cultura del tempo ne sia stata profondamente influenzata. 

Per un excursus sulla “letteratura del delitto” di ambientazione britannica, vi invito a leggere due post che sono il resoconto di una serata in libreria di qualche tempo fa, intitolata “Omicidi all’inglese”, durante la quale ho proposto una presentazione dell’argomento: 



17 agosto 2017

Un'estate fra i libri

È passata la prima metà d’agosto, e prosegue la mia estate concitata e pienissima di impegni, letterari e non solo. L’autunno e l’inverno porteranno un trasferimento e l’inizio di un nuovo lavoro, ma soprattutto delle nuove pubblicazioni, di cui non vedo l’ora di potervi parlare! Questi caldi mesi estivi sono dunque trascorsi tra i libri che mi sono serviti per lavorare: classici e tanta, tanta saggistica critica. Per la sera e le ore libere, dunque, ho scelto narrativa più leggera, riletture e saggi non letterari.
La mia tradizionale immersione nel giallo ha previsto, di J.C. Masterman, Tragedia a Oxford (Polillo), il classico giallo dell’età d’oro, con una coinvolgente voce narrante e la magnifica ambientazione universitaria; di P.D. James, Un lavoro inadatto a una donna (Mondadori), il primo giallo della serie dedicata all'investigatrice privata Cordelia Gray; di Ian Sansom, Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore (TEA), un surreale esempio di picaresco moderno, molto intenso e ben scritto nei primi capitoli, in seguito appesantito dalla sua stessa sofisticatezza; di Andrew Nicoll, La vita segreta e la strana morte della signorina Milne (Sonzogno), ben scritto, soprattutto all’inizio, ma che in seguito si “sfilaccia” un po’, per arrivare a una conclusione piuttosto debole; di Agatha Christie, Giochi di prestigio, Polvere negli occhi e È un problema (Mondadori), uno dei suoi capolavori. 
Per la grande letteratura, Ognuno muore solo di Hans Fallada (Sellerio), spietato racconto degli anni del regime nazista nel suo centro nevralgico, Berlino, in un lucido esame della miseria morale dell’uomo; e di Henry James, Roderick Hudson, il primo, grande “romanzo del Grand Tour” della narrativa jamesiana. Per la saggistica, ho letto invece, di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza (Laterza), un saggio sul linguaggio della politica italiana contemporanea: idea interessante, ma svolgimento molto, troppo semplice – mi aspettavo qualcosa di più; e l’eccellente C’era una volta la Ddr di Anna Funder (Feltrinelli), che con l’andatura di un romanzo mi ha riportata tra le strade di Berlino, per raccontare l’incredibile tragedia del Muro e della normalizzata e sistematica soppressione della libertà personale nella Germania Est.
Infine, sto rileggendo con grande diletto The Distant Hours di Kate Morton, e mi rendo conto che è il suo libro più maturo (insieme a The Secret Keeper): la riflessione sui meccanismi del tempo, l’osservazione della malattia mentale, e soprattutto questa scrittura sempre sotto controllo, che sa dilungarsi anche senza movimenti della trama, incantandoci per il suo inglese splendido, contraddistinto da un lessico prezioso, e inoltrandosi nelle dinamiche del pensiero dei personaggi, nella psicologia dello spazio domestico e nell’antropomorfismo degli oggetti. «Have you ever wondered what the stretch of time smells like? […] Mould and ammonia, a pinch of lavender and a fair whack of dust, the mass disintegration of very old sheets of paper. And there’s something else, too, something underlying it all, something verging on rotten or stewed but not. […] It’s the past. Thoughts and dreams, hopes and hurts, all brewed together, fermenting slowly in the fusty air, unable ever to dissipate completely».
Ora, però, devo tornare a scrivere… Buona ultima parte d’estate a tutti i lettori!

3 gennaio 2017

Letture di Natale (nel segno del giallo)

Cari lettori di Ipsa Legit, apro quest’anno nuovo con il racconto dei libri che mi hanno fatto compagnia durante le feste natalizie. Dopo tanti mesi in cui mi sono dedicata solo alla letteratura ottocentesca, rileggendo romanzi e facendo varie ricerche tra saggi e articoli di critica letteraria, per le vacanze ho scelto il genere “leggero” che mi piace di più: il giallo. Questa particolare e amatissima forma di narrativa è sempre l’ambiente in cui vado a rifugiarmi quando voglio leggere in spensieratezza, senza adottare tecniche analitiche del testo e senza pensare a come trasformarlo nel soggetto di uno studio critico: non a caso, è durante i giorni più caldi dell’estate o nel periodo di Natale che scelgo questi libri – momenti di riposo e di “svuotamento”, in cui con la scrittura del mistero la mente si rilassa, pur rimanendo ben sveglia e divertendosi un sacco. 
Ho parlato del mio interesse per il giallo in questi vecchi post, nei quali, naturalmente, le caratteristiche identitarie si rivelano sempre essere la lingua inglese (ho tentato altri lidi, ma alla fine non riesco a non tornare lì…) e la penna femminile: ho dedicato due “puntate” alla storia della detective fiction dell’età dell’oro, che ha raggiunto la gloria e il successo anche e soprattutto grazie ad Agatha Christie, Margery Allingham, Dorothy L. Sayers e Ngaio Marsh, in
e in altri due post ho tentato di spiegarmi come mai siano state proprio le donne a eccellere in questo genere di scrittura:
Due dei libri di queste ultime feste appartengono proprio a Dame Ngaio Marsh (1895-1982), neozelandese, celebre autrice di una serie di trentadue gialli in cui il protagonista è lo sfuggente ispettore Roderick Alleyn. Di Marsh la casa editrice Elliot ha recentemente pubblicato in italiano il secondo e il dodicesimo libro della serie: Delitto a teatro (Enter a Murderer, 1935), che ho trovato davvero bello – proprio quello che mi serviva per scollegare i pensieri dalla quotidianità! – e Morte in agguato (Death and the Dancing Footman, 1941) che inizierò a leggere la prossima settimana. Altre opere di quest’autrice sono state tradotte negli anni nella collana dei Gialli Mondadori (trovate l’elenco qui). Quelli di Ngaio Marsh sono gialli classici, che rispettano le regole auree della letteratura del genere: strutturati in modo illuminato, senza lasciare alcun dettaglio al caso, stimolano l’intelligenza del lettore e contemporaneamente lo rassicurano, perché promettono, immancabilmente, la risoluzione finale del caso. Altra storia un po’ thriller (ma non troppo) che ho letto in questi giorni è La classe dei misteri di Joanne Harris – la più recente pubblicazione dell’autrice di Chocolat. Ho scelto questo libro perché è il seguito di La scuola dei desideri, che avevo trovato davvero ben scritto e contraddistinto da un colpo di scena finale da lasciare senza fiato: sebbene questo sequel sia sufficientemente suspenseful, devo dire che purtroppo non ha raggiunto la qualità del suo precedessore. 
Per chiudere, proprio tra la vigilia e il giorno di Natale mi sono immersa nella lettura di una piccola antologia di racconti gialli firmati dalla grandissima P.D. James (1920-2014, di cui ho scritto qui): Un delitto per Natale e altri racconti (Mondadori). Di queste quattro short stories (in due delle quali il protagonista è un giovanissimo Adam Dalgliesh) la prima è deliziosamente perfetta nella sua brevità: James gioca con la rievocazione (e la precisa citazione) dei tratti del mondo di Agatha Christie, ma infine sovverte le convenzioni e lascia l’inconfondibile traccia di una scrittrice contemporanea, che fa rabbrividire più di qualunque omicidio risolto da Hercule Poirot. Il racconto è ambientato durante le feste di Natale del 1940, in una residenza signorile: «d’un tratto la luna spuntò dietro una nube e illuminò in pieno la casa, avvolgendola con una luce bianca e svelando tutta la sua bellezza sospesa tra simmetria e mistero»; «Ricordo i grossi ceppi che bruciavano nel camino, i ritratti di famiglia, l’aria vissuta e confortevole, e intorno ai quadri e alle porte le ghirlande di vischio e di agrifoglio». Un’atmosfera impeccabile, perché offre giusto la sensazione di pace e di conforto che può essere incrinata solo… da un delitto perfetto.

28 agosto 2016

Le cascate di Sherlock Holmes

«Spetta a me raccontare per la prima volta ciò che davvero avvenne tra il Professor Moriarty e Mr. Sherlock Holmes» scrive il dottor Watson all’inizio di The Final Problem (L’ultima avventura), il racconto che avrebbe dovuto chiudere la serie delle storie del celebre investigatore. In questo scritto Watson ci narra l’«incantevole» viaggio compiuto insieme all’amico in Svizzera, tra il verde della primavera incipiente e il «bianco verginale» delle vette; i due si spostano da Ginevra a Interlaken fino ad arrivare alla cittadina di Meiringen, scendendo all’albergo Englischer Hof (che oggi si chiama ParkHotel Du Sauvage).
Due giorni fa sono stata proprio a Meiringen (che è anche la città natale della meringa…), ai piedi delle montagne da cui precipitano le Cascate Reichenbach. Scrive Conan Doyle/Watson: «Ci fu caldamente raccomandato di non oltrepassare le cascate di Reichenbach che sono circa a metà dell’ascesa senza fare un piccolo giro per vederle. È veramente un posto pauroso. Il torrente gonfio per il disgelo si tuffa in un abisso terribile da cui si alza la schiuma come il fumo da una casa in fiamme. Il passaggio in cui il fiume si getta è un immenso abisso costeggiato da rocce lucenti, nere come carbone, e finisce in un baratro spumeggiante di incalcolabile profondità che, gonfia, riversa la corrente in alto sopra di sé. La lunga scia di acqua verde che muggisce continuamente e la pesante mutevole cortina di schiuma che viene verso l’alto fanno venire il capogiro con il loro continuo rumore e frastuono. Stavamo vicino all’orlo del precipizio osservando il luccichio dell’acqua che si infrangeva giù sotto di noi contro le rocce nere e ascoltando l’urlo quasi umano che ci raggiungeva insieme alla schiuma dall’abisso. Il sentiero è stato tagliato intorno alla cascata in modo da permettere una vista completa, ma improvvisamente finisce e il viaggiatore deve ritornare indietro». 
Foto: ©IpsaLegit2016

Le cascate si raggiungono prima con una funicolare rossa fiammante, in stile old-fashioned con gli interni in legno, e poi su per una salita piuttosto impervia che raggiunge un ponticello appeso giusto sopra il salto; da lì si scende ancora una volta e si raggiunge il punto dove Sherlock e Moriarty cadono nel precipizio. Qui si trova una targa dedicata all’investigatore, e persino una ghirlanda di fiori con i messaggi di estremo saluto dei suoi amici (Watson, i Lestrade,…). Watson raggiunge questo punto dopo essere stato ingannevolmente richiamato a Meiringen dagli uomini di Moriarty: qui trova il portasigarette di Holmes e un messaggio vergato dalla sua mano. Scrive: «Dall’esame fatto dagli esperti risulta quasi con sicurezza che la lotta corpo a corpo tra i due uomini finì, come non poteva che finire in tale situazione, nel gettarli nell’abisso stretti l’uno all’altro. Qualsiasi tentativo di recuperare le salme fu impossibile e là, in quel terribile pozzo di acqua vorticosa e di schiuma ribollente, giaceranno per sempre il più pericoloso criminale e il più insigne campione della legge della loro generazione». 
In paese, nella cripta di quella che era la chiesa anglicana, in Conan Doyle Place, si trova il Museo di Sherlock Holmes, in cui si ammira la ricostruzione esatta del salotto del 221b Baker Street (i dettagli obbediscono pedissequamente alla descrizione letteraria e i mobili, tutti di antiquariato, risalgono al tempo dei fatti narrati). Il Museo è stato aperto nel 1991, sotto il patronato  della Sherlock Holmes Society of London e di Dame Jean Conan Doyle. Benché sia un personaggio inventato, Holmes è stato nominato cittadino onorario di Meiringen.
 
Foto: ©IpsaLegit2016


12 luglio 2016

L'autobiografia di Agatha Christie

Le biografie dei grandi autori della letteratura mi incuriosiscono sempre. Non perché mi interessino le parentele o le vicende familiari (a meno che nell’albero genealogico non compaiano altri nomi illustri), ma perché – a dispetto delle teorie sulla “morte dell’autore” – credo che in un’opera biografica si possano in qualche modo percepire le motivazioni che hanno indotto un autore a scrivere una determinata cosa. O a non scriverla affatto. 
Un “sottogenere” particolarmente avvincente sono le autobiografie, che sono di solito dei volumi ponderosi, e che per tutto il loro procedere non mancano di destare in noi delle domande ben precise: l’autore sta dicendo la verità? queste memorie sono del tutto autentiche o sono filtrate dalla sua immaginazione? e se subiscono una flessione verso la fiction, lo fanno perché anche i ricordi dello scrittore sono stati involontariamente influenzati dalla sua natura creativa oppure perché l’io narrante ha deliberatamente scelto di raccontarci una verità parziale? 
Queste domande inseguono il lettore per tutto lo sviluppo di La mia vita, l’autobiografia di Agatha Christie (Mondadori, trad. it. di M.G. Castagnone). Nella Prefazione e nell’Epilogo la scrittrice ci fornisce i termini cronologici della composizione, iniziata nel 1950 nella casetta presso gli scavi di Nimrud, in Iraq – dove Agatha viveva con il secondo marito, l’archeologo Max Mallowan –, e terminata nel 1965 a Wallingford, nel Berkshire. È evidente da questo e da tanti altri elementi del testo che l’autrice ha intenzione di mantenere uno stretto controllo sulla narrazione, portando noi lettori esattamente dove lei desidera condurci – senza nessuna spiacevole deviazione. «Ho ricordato quel che volevo ricordare», afferma; e ancora: «ciò che desidero è immergere la mano nel sacchetto dei ricordi ed estrarla con una manciata» (evidentemente accantonandone molti altri). È opportuno, dunque, leggere questa autobiografia non come una “confessione” ma come l’ennesimo dei suoi coinvolgentissimi libri, ricco di avvenimenti, di colori, di ironia, di persone, con un lieve tocco di nostalgia per la limpida gioia dei primi anni e con la chiara volontà di sorvolare sulle sofferenze più acute della sua esistenza. 
I capitoli più belli sono quelli dedicati all’infanzia e alla prima adolescenza. I ricordi di Ashfield, la casa natale a Torquay (Cornovaglia), sono pieni di tenerezza, e Agatha ci fa camminare insieme alla “lei” bambina fra i suoi giocattoli, nell’aula delle lezioni con la sua affezionata bambinaia, nella cucina con l’instancabile cuoca che preparava focaccine e cioccolata calda, nel bellissimo giardino con «il leccio, il cedro e la Wellingtonia» dove era solita inventare storie, incessantemente borbottando a bassa voce nell’atto di crearle e di raccontarle a se stessa (identica procedura che avrebbe adottato in futuro con i suoi romanzi). Tra fuggevoli memorie dei grandi personaggi che passavano per casa (Henry James, Rudyard Kipling), fulmini di colori e di profumi (i ranuncoli, il tiglio), giostre, amicizie infantili, letture di Sherlock Holmes, la stagione del debutto, spettacoli teatrali, cibi di tutti i generi, nuvole di seta, crêpe de Chine e taffetà, si arriva al 1914, con la guerra e l’inizio della consapevolezza del voler scrivere romanzi. 
A questo punto comincia un’altra fase della vita di Agatha: l’età adulta, che se già per definizione comporta un mutamento radicale nel nostro modo di guardare e di intendere la vita, nel suo caso significò il risveglio da un sogno bellissimo. Per Agatha diventare grande volle dire lavorare nelle infermerie traboccanti di soldati feriti, un amore sempre complicato e un po’ inquietante con il marito Archie Christie, le difficoltà economiche. I brani più interessanti di questa parte sono quelli che riguardano il lavoro della scrittura – la gestazione degli intrecci, la creazione dei personaggi di Poirot, Hastings, Tommy e Tuppence e Miss Marple, la compilazione dei quaderni di appunti, le vicende editoriali, i libri scritti sotto pseudonimo, lo “scandalo” di Roger Ackroyd. Sono gli anni del giro intorno al mondo (raccontato nei dettagli in un altro libro di recente pubblicazione di cui ho parlato qui), dell’infanzia della figlia Rosalind e del penoso abisso in cui la scrittrice precipitò nel 1926, con la morte della madre, la separazione da Archie e l’episodio, mai pienamente spiegato, degli undici giorni della sua scomparsa – alla quale Agatha non fa riferimento alcuno.
L’ultima fase è quella segnata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dell’affermazione come scrittrice professionista, del secondo matrimonio, della vecchiaia. Qui la dominante sembra essere la malinconia, anche se la “donna” provata dai dolori dell’esistenza talvolta sparisce dietro l’incontenibile forza della fantasia della “scrittrice”: «Penso che la gratitudine che si prova nei confronti della vita non sia mai tanto forte e vitale come in questi anni. Ha la concretezza e l’intensità dei sogni, e a me sognare piace ancora molto». Il “senso della vita” di Agatha Christie è forse proprio questo, ed è una convinzione che sembra davvero sincera, e perciò confortante: «Mi piace vivere. È capitato anche a me di essere in balia di una profonda disperazione, di un’infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria».


Consiglio la visione dello splendido documentario in inglese (ITV) «Perspectives. The Mystery of Agatha Christie», disponibile su YouTube cliccando qui. È il racconto della vita di Agatha attraverso i suoi luoghi, le sue lettere, i suoi diari e le fotografie, guidato da David Suchet, l'attore che ha interpretato l'investigatore belga nella lunga serie televisiva «Agatha Christie's Poirot». Da vedere anche «Agatha Christie's Garden», disponibile qui.

20 marzo 2016

La libreria stregata

©IpsaLegit2016
Se ben scritti, mi piacciono molto i libri che parlano di libri (i “metalibri”, li chiamo io) e di librerie, come per esempio La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, 84, Charing Cross Road di Helene Hanff o La libreria di Penelope Fitzgerald. Qualche giorno fa ho finito The Haunted Bookshop di Christopher Morley (La libreria stregata, trad. it. di E. Piceni e R. Pelà, Sellerio 1992), una storia del 1919 ambientata a Brooklyn che, pur raccontando vicende di spie, di appostamenti, di segreti e di un pianificato attentato al Presidente Wilson, è una celebrazione del valore educativo e benefico/guaritore dei libri.
La prima parte del romanzo è la più affascinante proprio perché ci mostra un ambiente costruito, arredato e riempito come quell’angolo di pensieri e desideri che si trova in ciascuno di noi innamorati della lettura. «I due piani del vecchio edificio erano stati uniti in uno: dabbasso lo spazio era diviso in piccole nicchie, mentre di sopra, lungo la galleria, i libri salivano fino al soffitto. L’aria era pregna della squisita fragranza della carta vecchia e del cuoio. […] La libreria stregata era un luogo delizioso, specialmente la sera, quando le sue alcove quiete erano illuminate dalle lampade che si riflettevano sulle file di volumi». Le storie sono dappertutto, e il loro spirito aleggia nel negozio come gli strascichi del tabacco esalato dagli avventori – e come i pensieri di Mr. Mifflin, il libraio, che su un tavolino poco visibile accumula fogli e fogli di idee e di memorie per un libro che non riesce mai a scrivere.
La sua missione – più che un lavoro – è, come spiega al nuovo amico Mr. Gilbert, “prescrivere” libri alle persone, nella convinzione di saper trovare il volume adatto a chiunque si presenti nel suo negozio: «Abbiamo ciò di cui avete bisogno, anche se non sapete di averne bisogno. La cattiva nutrizione della facoltà della lettura è una faccenda grave» c’è scritto in ingresso. Per Mr. Mifflin le persone che non leggono o leggono male sono “ammalate” e hanno bisogno di una medicina che possono trovare proprio nella libreria stregata (stregata perché pervasa dai fantasmi dei grandi scrittori); il buon ometto spiega a Gilbert: «“Le persone non si rivolgono a un libraio finché, a causa di un serio incidente nella loro mente, non capiscono di essere in pericolo. Allora vengono qui. […] Sapete perché la gente legge molto di più adesso rispetto a un tempo? Perché la terrificante catastrofe della guerra li ha resi consapevoli di essere malati. […] Oggi noi leggiamo avidamente, freneticamente, nel tentativo di scoprire – ora che il caos è passato – cosa c’era che non andava dentro la nostra testa”». Del resto, aggiunge, «“Il paradiso nel mondo che verrà è qualcosa di incerto, ma c’è un paradiso anche sulla terra: un paradiso che abitiamo mentre stiamo leggendo un buon libro”». 


Le citazioni sono mie traduzioni dalla versione originale, che è ormai libera da diritti e si può scaricare qui: http://www.gutenberg.org/ebooks/172. Su gutenberg.org  si trova anche il “prequel” di questo libro, ovvero Parnassus On Wheels, il cui protagonista è ancora il libraio Mr. Mifflin. 

3 novembre 2015

Omicidi all'inglese - seconda puntata

Le storie di Auguste Dupin, linvestigatore dei racconti di Edgar Allan Poe, sono caratterizzate da un contesto urbano: sono tutti racconti ambientati a Parigi. Il corrispettivo inglese di Dupin, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle (1859-1930), agisce soprattutto a Londra, confermando il diffuso senso di inquietudine sociale e psicologica dovuta alla improvvisa espansione e modernizzazione delle grandi città europee. Ha scritto il grande critico Walter Benjamin che “l’originale contesto sociale delle detective stories è l’annichilimento delle tracce dell’individuo nella folla che contraddistingue la grande città” (Saggi su Charles Baudelaire). Il primo libro in cui fa la sua comparsa Sherlock Holmes è Uno studio in rosso, del 1887, che introduce i personaggi di Holmes e di John Watson, un ex medico militare reduce della guerra in Afghanistan. Il loro sodalizio investigativo viene descritto in quattro romanzi (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, 1890, Il mastino dei Baskerville, 1902, La valle della paura, 1915) e in cinquantasei racconti, perlopiù scritti in prima persona dallo stesso Watson. La caratteristica principale delle avventure Sherlock Holmes è, oltre al metodo deduttivo ereditato da Dupin, la popolarizzazione della scienza criminologica, cioè l'applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali. In particolare, l’osservazione dettagliata delle tracce lasciate sulla scena di un crimine è una strategia che rimane valida anche nelle storie poliziesche dei giorni nostri, come le serie televisive del tipo CSI. 
Padre Ronald Knox
Con Conan Doyle abbiamo cambiato secolo. L’ultima raccolta di racconti dedicati al suo celebre detective, Il taccuino di Sherlock Holmes, risale al 1927. Nello stesso anno il critico e poeta T.S. Eliot pubblica un articolo in cui traccia una sorta di elenco delle caratteristiche di un buon racconto “giallo” (tra queste, la norma che prevede la presenza nella storia di una casa di campagna inglese); nel 1929 compare un’altra serie di norme, firmata dal teologo e scrittore Ronald Knox (1888-1957), che cura la raccolta The Best Detective Stories e nell’Introduzione spiega che “il romanzo poliziesco di tipo deduttivo deve avere come principale interesse il dipanamento di un mistero, un mistero i cui elementi devono essere presentati in modo chiaro sin dalle prime battute di un racconto, e la cui natura sia tale da suscitare una certa dose di curiosità – una curiosità che deve alla fine essere gratificata.” Il famoso “decalogo di Knox” prevede, per esempio, che il colpevole devessere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; che tutti gli interventi soprannaturali o paranormali devono essere esclusi dalla storia; che nessun evento casuale devessere di aiuto allinvestigatore e neppure lui può avere uninspiegabile intuizione che alla fine si dimostri esatta; che lamico stupido dellinvestigatore, («il suo dottor Watson»), non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa e la sua intelligenza deve essere al di sotto di quella del lettore medio. 
I comandamenti di Knox governarono la scrittura di tutte le opere risalenti alla cosiddetta Golden Age of Detective Fiction, un periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La maggior parte degli esponenti di questa sorta di “scuola di scrittura” era di origine britannica, ma allo stesso gruppo sono considerati appartenere Georges Simenon, S.S. Van Dine, Raymond Chandler e Ellery Queen. La Golden Age si caratterizza anche per la scrittura femminile: a questo periodo risalgono infatti le opere delle “regine del giallo” Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Margery Allingham e la neozelandese Edith Ngaio Marsh. Dorothy Sayers e Agatha Christie furono anche presidentesse del cosiddetto “Detection Club”, un club di famosi scrittori di romanzi polizieschi fondato nel 1930 e ancora attivo (l’attuale presidente è Simon Brett, scrittore molto prolifico, drammaturgo e autore di programmi radiofonici per la BBC, molti dei cui romanzi sono ispirati alla tradizione della Golden Age).
Dorothy L. Sayers (1893-1957) fu una delle prime donne a laurearsi a Oxford. Oltre che scrittrice di gialli, fu la traduttrice (in inglese) della Divina Commedia e della Chanson de Roland. Tra le sue opere più conosciute c’è Gaudy Night (1935), di cui non c’è traduzione italiana, che è considerato il “primo romanzo del mistero femminista”, perché esamina la lotta delle donne nell’Inghilterra degli anni Trenta per la conquista dell’indipendenza, e soprattutto del diritto a un’istruzione universitaria. Il segreto delle campane (1934), invece, approfittando della trama criminale esplora un tema importantissimo per la cultura inglese: quello legato al mondo dei suonatori di campane. In questo giallo l’autrice presenta ai lettori il classico schema dell’omicidio che si verifica in un piccolo villaggio di campagna, e che in qualche modo coinvolge l’istituzione parrocchiale e il parroco stesso. Se questo modello narrativo è di grandissima attualità, perché è il fulcro della serie televisiva (tuttora in produzione) Grantchester – dove un parroco reduce della seconda guerra mondiale affianca un detective della polizia nella soluzione di una serie di omicidi – non c’è dubbio che fu di grandissima ispirazione per gli scrittori della Golden Age. 
La morte nel villaggio (1930), per esempio, il primo dei dodici romanzi di Agatha Christie in cui compare il personaggio di Miss Marple, ha come titolo originale The Murder at the Vicarage, ovvero “Omicidio in Canonica”. Agatha Christie (1890-1976), l’autrice più tradotta al mondo, ha fatto dello schema narrativo dell’omicidio che avviene in uno spazio ristretto e ben delimitato una specie di marchio di fabbrica. Questo spazio limitato può essere, appunto, il villaggio (idea che ha ispirato anche le famose serie televisive di genere “giallo” Murder, She Wrote, Midsomer Murders e il recente Broadchurch), come in C’è un cadavere in biblioteca, Assassinio allo specchio, Il terrore viene per posta, Un delitto avrà luogo. All’interno di una casa di campagna, ma di una famiglia benestante (come sosteneva T.S. Eliot), si sviluppa invece il primo romanzo in cui fa la sua comparsa il detective belga – rifugiato di guerra – Hercule Poirot. Il libro, che segnò il debutto di Agatha Christie sulla scena letteraria, è Poirot a Styles Court (1920). Sempre in una residenza di campagna dell’alta borghesia si svolgono Poirot e la salma, La parola alla difesa, I sette quadranti e Istantanea di un delitto – il cui omicidio, però, avviene su un treno, quello delle 4.50 da Paddington. 
In generale, Agatha Christie ha la tendenza a tracciare i confini di un ambiente e a presentare subito il gruppo dei diversi personaggi, fra i quali ci saranno la o le vittime, l’assassino, e tutti i sospettati. In alcuni casi tutta la scena si verifica addirittura su mezzi di trasporto in movimento, per garantire l’impossibilità che l’assassinio sia stato compiuto da qualcuno proveniente dall’esterno: è il caso di Assassinio sull’Orient Express, ambientato sul treno, Poirot sul Nilo, su una nave, e Delitto in cielo, su un aereo. Le vicende di Non c’è più scampo riguardano la ristretta comunità che lavora su alcuni scavi archeologici in Iraq; Macabro Quiz si svolge in una scuola, mentre Corpi al sole è ambientato su un’isola ben separata dalla terraferma (esattamente come in Dieci piccoli indiani). Agatha Christie scrisse 66 romanzi e 153 racconti gialli, oltre a 6 romanzi rosa, una serie di opere teatrali e radiodrammi, un’autobiografia, una cronaca di viaggio e altri lavori. Quest’anno, in occasione del 125° anniversario della sua nascita, è stato indetto un sondaggio per votare i suoi migliori racconti del crimine: il vincitore è risultato Dieci piccoli indiani, seguito da Assassinio sull’Orient Express e da L’assassinio di Roger Ackroyd (1926). Quest’ultimo romanzo, ambientato ancora una volta in un villaggio, è considerato in assoluto uno dei suoi più riusciti, e al momento della sua pubblicazione destò grande clamore, perché violava una delle regole fondamentali del decalogo di Knox. 
La domanda che ci resta da porci, a questo punto, è: perché? Perché si leggono e si scrivono ancora gialli? Che cosa rende il genere della crime fiction così irresistibile, da più di cent’anni a questa parte?


2 novembre 2015

Omicidi all'inglese - prima puntata

Sabato scorso, alla Libreria Morelli 1867 di Dolo (Ve), ho parlato di crime fiction con un pubblico molto variegato per età e per interessi, ma ugualmente partecipe e preparato, in una data, il 31 ottobre, che secondo la cultura celtica e anglosassone segna la fine dell’estate e l’inizio della stagione delle ombre. Sull’oscurità e sul mistero la crime fiction ha costruito la sua fortuna – una fortuna che dura, e non accenna a indebolirsi, da circa centocinquant’anni; ma forse non è alle sue ombre che deve la sua celebrità, quanto alla luce che si accende alla fine di ogni storia. Una luce, quella della ragione, che dissipa le paure e gli obbrobri dell’omicidio grazie all’intervento di un detective
La figura del poliziotto e il concetto dell’indagine cui noi siamo abituati sono realtà piuttosto recenti. Prima che venissero ufficialmente create le forze dell’ordine, a metà dell’Ottocento, i governi erano solito convocare gli eserciti per controllare le rivolte o le sommosse, ma non esisteva un organo vero e proprio di prevenzione del crimine, o tantomeno di investigazione. Con l’inizio del XIX secolo, in Inghilterra, la fine delle guerre napoleoniche comportò l’insorgere di una grave crisi economica, il ritorno di grandi numeri di soldati ormai disoccupati, la mancanza di cibo e di ordine, e la scena sociale iniziò ad essere sconvolta da ricorrenti episodi di violenza. Per questa ragione si cominciò a pensare di fondare un vero e proprio corpo di polizia, la Polizia Metropolitana (MET), che però vide la luce, grazie al ministro Robert Peel, solo nel 1829. 
Nel 1842 però avvenne un omicidio la MET non fu in grado di risolvere, attirandosi lo sdegno e le ironie dell’intera opinione pubblica. Si decise dunque di fondare un apposito organo di investigazione, costituito da otto uomini (due ispettori e sei sergenti), cui fu dato il nome di “Detective Department”. Lo scrittore Charles Dickens ne era entusiasta, e sulle sue attività scrisse numerosi articoli. Nel suo romanzo Casa desolata (1852-3), un romanzo quasi kafkiano per la sua rappresentazione di una giustizia grottesca e malefica, egli creò il primo detective letterario nel personaggio di Mr. Bucket, su imitazione del vero ispettore Charles Field, che faceva parte del Detective Department e sul quale Dickens scrisse anche un saggio (On Duty with Inspector Field). I lettori iniziarono subito ad essere affascinati dall’idea del detective e della soluzione dei crimini.
Fra i primi romanzi polizieschi si annovera The Moonstone – in italiano La pietra di luna – del 1868, scritto da uno dei principali collaboratori di Dickens, suo compagno di viaggio e confidente, Wilkie Collins (1824-1889). La pietra di luna è un poliziesco autentico, imperniato su un furto di un diamante (la “pietra di luna”, appunto), e allo stesso tempo un romanzo molto inglese, perché assume la forma dello spostamento tra metropoli e periferia, ed entro quest’ultima cornice i fatti si svolgono in una classica residenza benestante di campagna. Collins ebbe sempre interesse per il gotico e per le personalità scisse, al limite del delirio: caratteristica della sua scrittura è quella del dubbio sull’identità, della dimensione onirica (è considerato il più “freudiano” dei narratori vittoriani), della messa in discussione del principio di verità. La donna in bianco (The Woman in White, 1859-1860), per esempio, è celebre per la catena infinita degli eventi e per le costanti strategie di verità e finzione che si accavallano. Per questa ragione, il romanzo costituisce un’enorme infrazione della regola del romanzo vittoriano centrata sull’onniscienza del narratore (che ha un unico antecedente narrativo in Cime tempestose), perché si basa su testimonianze plurali. La storia è infatti raccontata secondo lo schema dell’inchiesta o indagine processuale: gli avvenimenti vengono riportati da una serie di testimoni, alle cui deposizioni si aggiungono memoriali privati, lettere e un diario. Molto spesso le testimonianze sullo stesso evento sono addirittura divergenti: non c’è dunque una verità univoca, ma tante pseudoverità personali.
Più o meno agli stessi anni della scrittura di Wilkie Collins risalgono i settanta romanzi di Mary Elizabeth Braddon (1835-1915), amica di Collins e grande interprete del genere della letteratura “di sensazione” (sensational novel). Il più celebre fra i suoi libri è Il segreto di Lady Audley, che dal momento della sua pubblicazione del 1862 non è mai andato fuori stampa. L’importanza di questo romanzo sta nella sua trasgressione morale e nella sua espressione delle inquietudini, tipicamente vittoriane, riguardanti la sfera domestica. La casa, che per l’etica del tempo era considerata il rifugio perfetto da ogni pericolo, diventa un luogo oscuro e pericoloso, e la donna, il proverbiale “angelo del focolare”, assume i tratti della violenza, del crimine, e della violazione delle basilari regole strutturali della famiglia.
C’è un altro nome femminile meno conosciuto, eppure importantissimo per tracciare una storia della detective story (anzi, pare che questo termine l’abbia proprio inventato lei): è quello dell’americana Anna Katherine Green (1846-1935), che introdusse nei suoi romanzi la figura di una donna investigatrice, Amelia Butterworth (prototipo di Miss Marple) che assiste nelle indagini il detective Ebenzer Gryce della polizia metropolitana di New York. Green ha creato anche il personaggio di Violet Strange, una ragazza dell’alta società con una doppia vita da investigatrice. La critica attribuisce a Anna Katherine Green le caratteristiche che avrebbero poi definito la letteratura del crimine di Agatha Christie e di Conan Doyle, perché è nei suoi romanzi che compaiono per la prima volta vecchie zitelle investigatrici, cadaveri in biblioteca, inchieste e testimoni qualificati. In particolare, è l’accuratezza nella descrizione delle procedure legali ad aver colpito la critica e i lettori, tanto che alcuni suoi libri furono usati come casi di studio alla facoltà di legge dell’università di Yale. Tra i suoi titoli più noti, Il caso Leavenworth (1878, tradotto anche con il titolo Le due cugine), e Due iniziali soltanto (1911).
Per molti critici le origini di quella che definiamo la letteratura “gialla” (il “giallo” deriva dal colore delle copertine scelto da Mondadori a partire dal 1929 per pubblicare storie noir o poliziesche) risalgono, oltre che alle opere di Wilkie Collins e di Anna Katherine Green, all’ancora precedente I delitti della Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe. Questo è il primo dei tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, un investigatore che riesce a risolvere i casi criminali grazie alle sue enormi capacità deduttive. Il personaggio di Dupin crea un modello al quale si ispireranno quasi tutti i più importanti autori degli anni successivi: il più celebre dei suoi epigoni sarà Sherlock Holmes. (Nel primo libro in cui compare Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, Watson paragona quest’ultimo proprio al Dupin di Poe. Holmes risponde dicendo di avere capacità ben superiori.) 
Questo racconto inaugura lo schema dell’“omicidio nella stanza chiusa” sfruttato in seguito da numerosi altri autori di racconti del crimine. In una notte, in un appartamento in Rue Morgue (si noti che “morgue” in inglese è l’obitorio) a Parigi, vengono assassinate l’anziana Madame L’Espanaye, trovata nel cortile interno mutilata e con la gola tagliata, e sua figlia Camille, strangolata e nascosta nella cappa del camino. La soluzione al caso offerta da Dupin è rimasta celebre nella storia della letteratura gialla per essere la più improbabile, ma l’unica possibile. Anche Sherlock Holmes dirà a un certo punto (Il segno dei quattro) che “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Auguste Dupin è anche il protagonista di La lettera rubata, racconto del 1845 che fu successivamente studiato da Freud, da Lacan e da Derrida, e citato da Proust (Sodoma e Gomorra) e da Sciascia in Todo Modo, che sottolinea il principio per cui la verità è sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo nessuno la vede. 

Fine prima puntata.

16 ottobre 2015

Meeting Kate Morton in Frankfurt

Great day yesterday for my blog (and me)! I took the train from Berlin before the dawn, travelled westward through Germany under a leaden sky and along snowy fields and finally reached Frankfurt, where I spent the morning visiting the International Book Fair. I walked up and down the Hallen with the eyes full of joy and the mouth open for surprise, while hundreds of the world’s most important publishing names flashed before me, and thousands of books shone like jewellery in their showcases, on their reading desks and on their shelves. Covers of old and new volumes attracted the curious glances of the participants, and around tables covered with cups of coffee, biscuits and candies (as a matter of fact, after five o’ clock canapés and bottles of white wine appeared...) enthusiast people spoke of writing, of editing, of translating, and (of course) of money-making.
It’s been like passing for a moment through sliding doors and having a look to what could (and should) have been: glancing at what would have been my life if I had realized the dream to become a professional in publishing. To dispel a touch of melancholy I wandered through the gorgeous (and crowded) stalls of children literature’s publishers and I examined the glossy catalogues of publishing houses that never let you down: the German Fischer and Suhrkamp/Insel, with its precious covers; the Parisian Gallimard; the British Bloomsbury; and, last but not least, the Australian Allen & Unwin, with its splendid collection of Kate Morton’s novels.
And Kate Morton herself has been the protagonist of yesterday afternoon. A book signing was scheduled at the Hugendubel bookshop: there I bought the German edition of her fourth book, The Secret Keeper (which I had already read in English) and, like other Kate’s admirers, I waited for her arrival in a little corner of the store, prepared for the occasion.
Sometimes coming face to face with a writer one really loves can be risky: what if the author is arrogant, looks bored or never smiles? Nothing similar happened yesterday: meeting Kate Morton has been a beautiful experience, thanks to her kindness and her great capacity to create an emotional bond with her readers. Like every highly-talented storyteller, she can charm you with a couple of sentences: it happens in her books, it happened yesterday, too.

For a start, Kate presented her new novel, The Lake House, which will be published at the end of this month: its German and Italian translations will appear in 2016, but, as always, I will read the original version - and I’m looking forward to it! The Lake House, she told us yesterday, is the story of a family in Cornwall (yes, like in The Forgotten Garden!) who, at the end of a glorious midsummer party in 1933, falls into tragedy. The other chronological level of the novel (which is an essential and recurrent element of Kate Morton’s stories) is set in the 21st century: the protagonist is a woman who must investigate the mysterious events of that past.
While signing, Kate was so kind as to chat with us and answer our questions. Among the thousands aspects I love of and in her books, there’s the power with which objects are imbued: jewels, letters, clocks, books, clothes are often crucial for the development of the story, because they help characters (and readers) to shift from the present to the past, and viceversa. Sometimes the very identity of characters is linked to objects: this is the case with the brooch in The Forgotten Garden, or with Juniper’s dress in The Distant Hours. I asked Kate if there is a particular category of objects she feels inspired by; she answered that her mother worked as an antique dealer, so since her childhood Kate has been attracted to boxes, caskets, drawers, and any mysterious object which could reveal a connection with the past.
Her novels are just like this: chests of wonders, where the reader can experience strong emotions, be transported to another place in time and use all of the five senses, because Kate’s stories brim with sounds, hues, scents, and touch sensations. Nothing can be better now than waiting for the mysteries, the colours and the musicality of The Lake House...

In italiano....

Ieri è stato un gran giorno per Ipsa Legit (e per me)! Ho preso il treno da Berlino prima dell’alba, ho viaggiato verso ovest attraverso la Germania sotto un cielo plumbeo e lungo campi innevati e alla fine ho raggiunto Francoforte, dove ho trascorso la mattina visitando la Fiera Internazionale del Libro. Ho passeggiato su e giù per i padiglioni con gli occhi pieni di gioia e la bocca aperta per la sorpresa, mentre centinaia di nomi delle più importanti case editrici del mondo balenavano davanti a me, e migliaia di libri splendevano come gioielli nelle teche, sui leggii e sugli scaffali. 
Le copertine di volumi vecchi e nuovi attraevano gli sguardi curiosi dei partecipanti, e intorno a tavolini coperti di tazze di caffè, biscotti e caramelle (veramente dopo le cinque sono comparse anche tartine e bottiglie di vino bianco…) gente entusiasta parlava di scrittura, di editing, di traduzione, e naturalmente di profitti. È stato come passare per un attimo attraverso due sliding doors e dare un’occhiata a quello che sarebbe potuto (e dovuto) essere: spiare cosa sarebbe stato di me se fossi diventata una professionista dell’editoria. Per dissipare una lievissima malinconia ho vagabondato tra gli stand meravigliosi (e affollati) della letteratura per bambini, e ho esaminato i lucidissimi cataloghi delle case editrici che non ti deludono mai: le tedesche Fischer e Suhrkamp/Insel, con le sue preziose copertine; la parigina Gallimard, l’inglese Bloomsbury, e non ultima l’australiana Allen & Unwin, con la sua splendida collezione di libri di Kate Morton. 
E proprio Kate Morton è stata la protagonista del pomeriggio di ieri. Una “firma dell’autore” era prevista alla libreria Hugendubel, dove ho acquistato l’edizione tedesca di The Secret Keeper (già letto in inglese) e, come altri ammiratori di Kate, ho aspettato il suo arrivo in un angolino del negozio, preparato per l’occasione. 
A volta vedere di persona uno scrittore che si ama può essere rischioso: e se risulta arrogante, annoiato, o non sorride mai? Niente di tutto questo è accaduto ieri: incontrare Kate Morton è stata una bellissima esperienza, grazie alla sua gentilezza, e alla sua grande capacità di creare un legame emozionale con i suoi lettori. Come ogni talentuoso narratore, Kate sa incantarti con un paio di frasi: succede nei suoi libri, è accaduto anche ieri. Per iniziare, la scrittrice ha presentato il suo nuovo romanzo, The Lake House, che uscirà alla fine di questo mese: le traduzioni tedesca e italiana sono previste per il 2016, ma, come al solito, io leggerò l’originale – e non vedo l’ora! Il libro, come ha raccontato ieri Kate, è la storia di una famiglia in Cornovaglia (sì, come in The Forgotten Garden) che alla fine di una splendida festa, nel 1933, precipita nella tragedia. Il secondo piano cronologico del romanzo (cifra delle storie di Kate Morton) è ambientato nel ventunesimo secolo: la protagonista è una donna che deve investigare sui misteri di quel passato. Firmando le copie di Die Verlorenen Spuren (The Secret Keeper), Kate è stata così gentile da chiacchierare un po’ con i presenti e rispondere alle nostre domande. 
Tra i numerosi aspetti che mi piacciono dei suoi libri c’è il potere di cui sono impregnati gli oggetti: gioielli, lettere, orologi, libri, abiti, sono spesso cruciali per lo sviluppo della storia, perché aiutano i personaggi e i lettori a spostarsi dal presente al passato, e viceversa. A volte la stessa identità di un personaggio è legata a un oggetto: è il caso della spilla in The Forgotten Garden, ad esempio, o del vestito di Juniper in The Distant Hours. Ho chiesto a Kate se c’è una particolare categoria di oggetti dalla quale si sente ispirata; mi ha risposto che sua madre vendeva oggetti di antiquariato, così sin da piccola Kate è stata attratta da scatole, scrigni, cassetti, e da tutti quegli oggetti misteriosi che possono schiudere una connessione con il passato. I suoi romanzi sono proprio così: bauli di meraviglie, in cui il lettore può provare emozioni forti, lasciarsi trasportare in un altro tempo, ed esercitare tutti e cinque i sensi, perché le storie di Kate Morton traboccano di suoni, di sfumature, di fragranze e di sensazioni tattili. Niente di meglio, adesso, che attendere i misteri, i colori e la musicalità di The Lake House