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31 dicembre 2021

Speranze per il 2022

Nonostante tutto, è sempre utile e benefico coltivare speranza per l'anno che verrà. Per restare esclusivamente in tema letterario, com'è la natura di Ipsa Legit, per il 2022 io mi auguro di poter tornare a usare i miei libri di viaggio non solo come ispirazione di movimenti del pensiero, ma come vere e proprie guide, da infilare nello zaino prima di salire su un aereo. Un volume di cui spero davvero di potermi servire a questo scopo è il recente Viaggi d'autore. Trentacinque ispirazioni in Europa sulle tracce di grandi artisti del Touring Club Italiano (2021): una collettanea di itinerari, tracciata a più mani, per esplorare il Vecchio Continente sui passi di trentacinque nomi illustri dell'arte, della musica e della letteratura. 
Questo libro mi è particolarmente caro per diverse ragioni: prima di tutto perché il connubio tra viaggio e scrittura è sempre stato uno dei miei temi più amati, a cui ho dedicato anche i miei studi e le mie ricerche (l'esempio a cui sono sempre affezionata è il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell, edizioni Jo March); in secondo luogo perché il volume è ricchissimo di testi ma anche di splendide e suggestive illustrazioni, aneddoti, ispirazioni e curiosità; e infine perché ho avuto l'onore di partecipare alla sua stesura, con un contributo su Jane Austen che mi ha riportata con i ricordi al Sud dell'Inghiterra e a tutte le sue bellezze. 

I trentacinque percorsi suggeriti dal libro si ripartiscono in cinque macrosezioni: Italia, Europa Sudoccidentale, Europa Centrale, Europa Settentrionale ed Europa Orientale. Ciascuno di questi "capitoli" raccoglie passeggiate a dir poco affascinanti, che si snodano dalla Sicilia di Montalbano ai luoghi degli Impressionisti in Provenza e Normandia, da Barcellona a Salisburgo a Berlino, dalla Bristol di Bansky alla Dublino di Joyce, da Praga fino a San Pietroburgo.
Particolarmente interessanti per me le pagine dedicate a Firenze, sui passi di Dante, e quelle sulla Parigi della generazione perduta (entrambi i contributi sono di Alessandra Mastroleo), con le indicazioni dei leggendari café di hemingwayana memoria. Sono pagine, queste ultime, che si intonano molto bene alle atmosfere del prossimo incontro del Gruppo di Lettura di Ipsa Legit, dedicato appunto a Festa mobile.
Eppure, tutti i contributi del volume sono davvero intriganti, non esclusi quelli meno noti, come gli itinerari alla ricerca dell'Art Nouveau a Bruxelles, o i viaggi nei Balcani o nella Transilvania di Dracula. 
Insomma, in questo infinito bisogno di respiro e d'evasione che quest'altro Rutsch ins neue Jahr sta portando con sé, non dimentichiamoci dei libri, non dimentichiamoci della voglia di viaggiare... e soprattutto non dimentichiamoci di sperare.
Buon anno a tutti.


26 dicembre 2021

Piccole donne in viaggio

Se durante queste vacanze natalizie, per varie ragioni, anche voi come me non avete potuto intraprendere nessuna gita, nessuna escursione, nessuna evasione dalla quotidianità, vi consiglio la lettura di Piccole donne in viaggio. Le sorelle Louisa e May Alcott attraverso l'Europa di fine Ottocento di Raffaella Cavalieri (Robin Edizioni, 2020). Il corposo e curato volume è composto di due parti. La seconda parte è la traduzione di Shawl-Straps, un romanzo di Louisa May Alcott che fu pubblicato come secondo volume di Aunt Jo's Scrap Bag e che in forma di fiction racconta le avventure di viaggio in Europa delle sorelle Alcott (Louisa e May) insieme ad Alice Amelia Bartlett. 
La prima parte del volume, che merita un'attenzione tutta particolare, è invece il frutto della sostanziosa e attenta ricerca che Raffaella Cavalieri ha svolto sulle esperienze di viaggiatrice dell'autrice di Piccole donne, svelandoci dettagli e affascinanti angoli della sua biografia, della quale probabilmente molti di noi non sono a conoscenza. Della vita di Louisa May Alcott (a chi fosse interessato ad approfondirla consiglio Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton, pubblicato in italiano per i tipi di Jo March, di cui ho scritto qui) la maggior parte dei lettori conosce l'atmosfera della formazione, alimentata dalle conversazioni dei più grandi pensatori del Trascendentalismo americano; e alcuni di noi sanno riconoscere i barlumi autobiografici all'interno del romanzo più celebre della scrittrice. Dei suoi viaggi e delle sue ambizioni di traveloguer, invece, si conosce ancora poco, e il libro di Raffaella Cavalieri ci dà la possibilità di sbirciare nelle sue lettere scritte dall'estero, oltre l'oblò della cabina della sua nave, tra le pareti delle sue camere d'albergo e persino dentro i suoi bagagli. 
"Le sorelle Alcott" scrive Cavalieri, "vissero in un'epoca in cui il viaggio divenne, anche in America, una vera e propria mania". Chiunque di noi abbia letto qualche autore americano della seconda metà dell'Ottocento (James e Wharton su tutti) sa quanto questa mania del viaggio abbia investito e influenzato la letteratura di quelle latitudini spazio-temporali. La stessa Alcott ce ne lascia una traccia in Piccole donne crescono, nell'avventura europea di Amy, che sul Continente scoprirà la chiave per cambiare definitivamente la propria vita. Louisa May Alcott, da parte sua, intraprese due lunghissimi viaggi in Europa: il primo come infermiera personale di una ricca invalida, il secondo come compagna della sorella May. 
Il primo viaggio iniziò il 19 luglio 1865, durò un anno, e portò Louisa ad attraversare Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. Il volume di Raffaella Cavalieri abbonda di citazioni e di illustrazioni dell'epoca, che evocano tutto il fascino della sorpresa di una trentenne americana per la prima volta in Europa. I luoghi menzionati sono quelli che ancora oggi, quando li visitiamo, non possono che ricordarci le felici atmosfere di quel passato lontano: Heidelberg, Coblenza, Vevey, il castello di Chillon (*), Nizza... Le sezioni dedicate alla Svizzera e alla Francia, poi, ci riportano immediatamente alle pagine di Piccole donne crescono dedicate alla storia d'amore tra Amy e Laurie. 
Del secondo viaggio di Louisa resta memorabile un lungo soggiorno venato di incertezze ancora in Svizzera, dove le sorelle dovettero fermarsi a causa della guerra che nel frattempo era scoppiata tra Francia e Germania, e il tanto agognato arrivo in Italia, con le visite ai laghi lombardi, a Firenze e alla desideratissima Roma. 
La prima parte del volume di Cavalieri si chiude sul racconto dei viaggi europei in solitaria di May, che, al contrario del suo alter-ego letterario Amy March, divenne un'artista riconosciuta, oltre che l'autrice di una guida turistica-artistica nelle tre capitali della cultura europea: Londra, Parigi e Roma. 
In conclusione, se avete voglia di viaggiare un po' con la fantasia, portando molto indietro le lancette dell'orologio e lasciando che la letteratura faccia da guida alla vostra immaginazione, Piccole donne in viaggio può essere un valido itinerario, soprattutto se anche voi, sotto Natale, non riuscite mai a liberarvi del ricordo di Jo, Amy, Beth e Meg March. 
 

(*) Suggerimenti per un viaggio letterario in Svizzera:

8 agosto 2020

Letture di un viaggio in Sicilia

In queste settimane, come sempre avviene d’estate, sto leggendo molto. Sto leggendo in modo piuttosto disordinato, scegliendo solo i titoli che mi suggerisce l’istinto, o che mi sono ispirati dalle uscite o dalle occasioni speciali. Tra i vari libri che mi hanno fatto compagnia ci sono stati L’inverno più nero di Carlo Lucarelli (Einaudi: una delle indagini del suo commissario De Luca, che ha il particolare pregio di mostrarci la più oscura ruvidezza di una Bologna in mano al nazifascismo) e, a un polo decisamente opposto, Fragole selvatiche di Angela Thirkell (Astoria: una specie di commedia romantica dell’Inghilterra del primo Novecento, notevole più che altro per la vividezza del ritratto dei rapporti sociali e per certi picchi di ironia). 
Lo scrittoio di Salvatore Quasimodo a Modica
Come succede con ogni viaggio, una vacanza in Sicilia mi ha offerto tantissimi spunti di ispirazione per nuove letture. Ho iniziato con un grande classico, che dopo aver semplicemente sfiorato al liceo (nella forma di un paio di brani tratti dall’antologia) non avevo più ripreso in mano: mi riferisco, naturalmente, al sontuoso Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Tra i vari passi che ho segnato sulla mia edizione Feltrinelli, acquistata per l’occasione in una libreria di Noto, una descrizione del giardino della dimora del Principe, tanto diversa dai giardini più freddi e pieni di vitalità a cui mi hanno abituata le mie letture inglesi: “Nel fondo una flora chiazzata di lichene giallonero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; ai lati due panche sostenevano cuscini ravvoltolati e trapuntati, anch’essi di marmo grigio, e in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia”. 
Tra le varie tappe del tour della regione ho avuto l’opportunità di visitare due fondamentali siti della letteratura italiana: la villa di Luigi Pirandello, appena fuori Agrigento (con il suggestivo angolo del parco dove il tronco di un pino sorveglia le ceneri del drammaturgo), e l’ancor più attraente casa natale di Salvatore Quasimodo a Modica. In questa piccola dimora abbarbicata in cima alla scalinata che sale dal centro della città barocca ci si muove a stento: sono tre stanze, ma sono dense del senso della scrittura. Lo studio, in particolare, ha come assorbito il lavoro del poeta, e sullo scrittoio imbevuto della luce che passa dalle finestre la macchina da scrivere, la penna, il calendario e le boccette d’inchiostro ben allineate hanno l’aria di racchiudere il segreto della fatica della letteratura. Sul tavolo sono stati sistemati anche i libri degli autori che Quasimodo ha contribuito a rendere celebri nel nostro paese grazie alle sue traduzioni: spiccano i lirici greci e Shakespeare, infilati con ordine in un portadocumenti. 
Un’ultima corrispondenza letteraria l’ho cercata l’ultimo giorno del viaggio, tornando verso Catania: sotto un sole rovente sono scesa al porto di Aci Trezza, dove gettava l’ancora la Provvidenza dei Malavoglia, e sono poi salita alla loro leggendaria casa del nespolo.

Aci Trezza, il porto (in alto: la casa del nespolo)

26 febbraio 2020

Libri al tempo del virus

Chissà cosa penserò, in futuro, rileggendo questo post. Oggi è l’ultimo giorno delle vacanze di Carnevale, ma domani, e fino alla fine della settimana (per ora), non rientreremo a scuola a causa dell’emergenza dovuta al diffondersi del Covid-19. Quali sono, quindi, le mie letture al tempo del coronavirus? 
Dopo aver finito la bellissima biografia di Jane Austen firmata da Claire Tomalin, che la Nuova Editrice Berti ha recentemente pubblicato nella sua prima edizione italiana (a cura di Cecilia Mutti), mi sono letta a tutta velocità due bei romanzi di intrattenimento: Testimone inconsapevole, il mio primissimo esperimento – riuscito, direi – con la scrittura di Gianrico Carofiglio, e Scandalo in casa Mitford di Jessica Fellowes. Quest’ultimo è stato davvero un buon libro, che in generale mi è parso meglio strutturato dei due capitoli precedenti della saga: la sorella Mitford protagonista di questo romanzo è Diana, e bisogna ammettere che Fellowes ha evocato piuttosto bene la società sfavillante, ma già ghermita dalle prime ombre del disastro incombente, che circondava questa controversa figura storica. 
Tuttavia, l’esperienza di lettura più corroborante delle attuali giornate infestate dagli allarmismi è stato l’accomodarmi nel mio angolo libresco (la poltrona accanto alla finestra del mio studio) e da lì partire per un affascinante viaggio del pensiero, accompagnata da Évelyne Bloch-Dano e dal suo Le case dei miei scrittori (Add Editore, 2019, trad. di Sara Prencipe e Michela Volante). Il libro è una raccolta di brevi resoconti dedicati alle impressioni dell’autrice in visita a diverse dimore letterarie (case autentiche o musei). L’introduzione, giustamente intitolata “Apriamo la porta”, è un brano bellissimo, intensamente evocativo, che sprigiona tutta la passione di una lettrice vorace e di una curiosissima viaggiatrice: “il mio sguardo […] rincorre le parole, i libri, l’intero universo simbolico proprio dello scrittore, che prende corpo in un’atmosfera, in un contesto, talvolta negli oggetti”. “Questi momenti, in cui passato e presente si confondono, sono i più belli. Illusione di realtà? Forse, ma anche comunione, e talvolta comprensione profonda o diversa, sensuale, quasi carnale, dell’opera e del suo autore”. “Credo che la casa sia uno ‘stato d’animo’, e che spetti a noi farne risuonare l’eco, talvolta lontana. È il riflesso della nostra vita intima”. Gli scrittori, e le loro case, citati in questo libro sono in maggioranza francesi; non mancano però i tedeschi (Nietzsche, Brecht), gli americani (gli scrittori del Ritz, Edith Wharton), gli inglesi. È particolarmente bello il capitolo dedicato a Karen Blixen e alla sua fattoria in Africa; il paesaggio intorno ai luoghi di Chateaubriand ci travolge con la sua struggente bellezza; la rappresentazione del salotto di Louisa May Alcott a Concord è piena di vivacità; ci lascia strabiliati la descrizione della dimora di Victor Hugo, in esilio a Guernsey (“Astenersi menti banali”, commenta divertita l’autrice). Come sono riposanti i passi dedicati alla Lamb House di Henry James, nel Sussex, così è affettuoso lo sguardo sull’immensa biblioteca della Keats and Shelley House a Piazza di Spagna. Infine, è pieno d’amore il racconto dei luoghi di Proust in Normandia: “Seguire Marcel Proust a Cabourg equivale a camminare su terre reali e immaginarie, portare una località di villeggiatura della Belle Epoque nel contesto incantato del Tempo”. 
Come scrisse Emily Dickinson, “There is no Frigate like a Book / To take us Lands away” (“Non c’è vascello che come un libro / possa portarci in terre lontane”): e poiché in certi momenti non c’è niente di meglio che una terra lontana, la lettura ci è sempre di grande conforto.

3 agosto 2019

Durante le vacanze

Sono appena tornata da un’esplorazione della Normandia, scrigno di meraviglie, dove ho scoperto angoli di bellezza che non sospettavo. La regione è una galleria di distese di spighe (che il giorno dopo sono già pittoreschi covoni), di prati, di alberi, di colline, di abbazie e castelli, di villaggi senza tempo, di spiagge d’oro (Plage d’or, si chiamava Omaha Beach prima dello sbarco del D-Day) e della superficie scintillante delle acque della Manica, con l’incanto delle sue celebri maree e il formicolio di vele bianche nei giorni della festa. La Normandia sembra una porzione d’Inghilterra oltre il Canale: allo stesso modo bella, multiforme e ricca di vedute. Non stupisce che la storia inglese che conosciamo sia partita da qui, mille anni fa. 
Summer in Normandy. Foto: IpsaLegit2019
Il viaggio è iniziato – ed è stato un sogno – a Giverny, nel cuore dell’impressionismo, nel luogo d’elezione di Claude Monet. Ho potuto visitare le stanze straripanti di colore, lo studio dalle enormi finestre e le tele appese alle pareti, inondato di luce, e soprattutto camminare nei giardini intorno alla casa, che definire tavolozza è riduttivo. I sentieri si snodano tra cespugli opulenti di fiori, tra alberi pieni di respiro, sotto archi carichi di rose, lungo il ruscello attraversato dal ponte giapponese e oltre lo stagno delle ninfee, vicino al quale si ha la sensazione di essere entrati direttamente dentro le tele immortali conservate al Musée de l’Orangerie a Parigi. Nei giorni seguenti le meraviglie si sono susseguite senza interruzione, tra il senso di rêverie della passeggiata in avvicinamento a Mont Saint Michel, la corsa in auto lungo le coste della penisola di Cotentin, i paesini sulla spiaggia frequentati da Flaubert e da Proust: Cabourg, Deauville, Trouville sur Mer. 
In Normandia le sere d’estate sono lunghe (il tramonto non cala prima delle 22) e lungo è anche il tempo per la lettura. I libri che mi hanno fatto compagnia, accanto alla finestra del sottotetto di un’antica casa francese, affacciata sull’erba e sul profilo lontano della cittadina di Avranches, sono stati M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani) e L’amore è cieco (Neri Pozza), il più recente romanzo di William Boyd. 
Il romanzo di Scurati, Premio Strega 2019, è il primo volume di una prevista trilogia (monumentale) sulla vita di Mussolini: qui si tratta il periodo tra il 1919, anno di fondazione dei fasci di combattimento, al 1925, con le conseguenze del delitto Matteotti. La scrittura è affascinante: pur assecondando il gusto del racconto, le pagine riportano parole e testimonianze del tempo, senza ricorrere alla fantasia o all’opinione personale dell’autore. M. Il figlio del secolo illustra le origini del catastrofico fenomeno storico che ha massacrato l’Italia nel Novecento: un trauma che non è stato mai elaborato e che anzi oggi sembra riproporsi pauroso, nel nome di una violenza verbale, gestuale, sociale che ogni giorno spinge sulla soglia delle nostre case e delle nostre scuole, tentando di prendere il sopravvento. 
L’amore è cieco è invece un romanzo nel senso pieno del termine e, come in Ogni cuore umano, Boyd qui ci presenta l’epica maschile di un personaggio che combatte da solo contro il mondo e contro il destino, spostandosi nel raggio di uno spazio molto ampio. Il protagonista, lo scozzese Brodie Moncur, è un giovane accordatore di pianoforti che, inseguendo le sfide del suo lavoro, lascia Edimburgo alla volta di Parigi, e poi San Pietroburgo, Trieste, e le altre destinazioni più evocative dell’ultimo Ottocento. Il motore della sua vita è la musica, ma anche l’amore quasi ossessivo per una mediocre cantante russa che detterà il ritmo della sua sorte. Anche se non mi ha colpita tanto quanto Ogni cuore umano o Inquietudine, L’amore è cieco resta davvero un bel libro, capace di rapire l’attenzione per ore: ideale, quindi, per questa stagione.

14 agosto 2018

Storie d'Irlanda - Lissadell House

Sono tornata da poco da un magnifico viaggio in Irlanda, dove ho visitato le contee che non avevo attraversato nel corso del mio primo tour, tredici anni fa: il Nord, Donegal, Sligo e Mayo. L’Irlanda, si sa, è un paese che ovunque trasuda letteratura, leggende e poesia, e ogni villaggio, ogni brughiera, ogni staccionata e ogni curva della strada evocano narrazioni dalle quali è difficile non lasciarsi incantare. Un racconto, in particolare, mi ha affascinato nel corso di questo viaggio. È il racconto di una dimora e di due sorelle indomite, la cui vita è stata densa di fatti come un romanzo, e anzi, molto di più, perché si è innestata dentro la Storia. 
Foto: IpsaLegit 2018
La casa si chiama Lissadell House, nella contea di Sligo. L’ho visitata sulla scia dell’istinto – non era citata nella mia Lonely Planet – durante una mattina di pioggia che poi si è aperta in un mezzogiorno assolato. La visita è stata guidata da una bravissima accompagnatrice in abiti e acconciatura del primo Novecento, che ci ha condotti in un lungo giro da una sala all’altra (perfettamente conservate e riccamente adornate grazie alla famiglia che ha acquistato la casa e l’ha salvata dalla rovina), lasciandoci ammirare gli arredi, le fotografie e i dipinti appesi alle pareti. E mentre contemplavamo le stanze, la giovane guida ci raccontava, in prima persona (“My name is Eva Gore-Booth”), le vicende delle sorelle Gore-Booth, Eva e Constance, scrittrici, artiste, portavoce del movimento per la rivendicazione dei diritti delle donne e amiche di W.B. Yeats, che a Lissadell trascorse numerosi e amatissimi soggiorni. 
Eva è la meno nota delle due sorelle Gore-Booth. Nata a Lissadell nel 1870, era una ragazza gentile, pacifica, dotata di una forte spiritualità che esprimeva nel disegno e nella poesia. Fu una suffragista, ma decise di opporsi alla violenza come mezzo di lotta politica. Durante un soggiorno in Italia, a Bordighera, incontrò Esther Roper, con la quale trascorse il resto della sua vita. A Lissadell ho trovato un libricino che contiene i disegni e le poesie di Eva, tra le quali alcune sono dedicate proprio a Esther e molte all’abbraccio della natura che circonda la casa. Ho trovato bella e suggestiva The Hidden Beauty e in particolare la sua prima strofa: 

I have sought the Hidden Beauty in all things, 
In love, and courage, and a high heart, and a hero’s grave, 
In the hope of a dreaming soul, and a seagull’s wings, 
In twilight over the sea, and a broken Atlantic wave, 
I have sought the Hidden Beauty in all things.
(Eva Gore-Booth. Her Poetry & Sketches, Lissadell Press 2017, p. 58). 

Eva e Constance
Della sorella di Eva, Constance, le vicende sono più conosciute, perché con il titolo e il cognome presi dal marito, Contessa Markievicz, la donna fu una delle protagoniste dell’evento che diede il via alla rivoluzione per l’indipendenza irlandese: la sollevazione di Pasqua del 1916. Constance fu una giovane brillante, energica, appassionata e studentessa di belle arti alla Slade School di Londra. Il suo primo coinvolgimento attivo nella politica coincise con l’affermazione del movimento delle Suffragette, ma il suo nome è rimasto scritto nella Storia soprattutto per il suo indefesso lavoro e la sua generosità nei confronti dei poveri di Dublino e per la parte attiva svolta durante l’insurrezione di Pasqua. In quei giorni d’aprile del 1916 Constance era uno degli ufficiali del Irish Citizen Army: si barricò nel parco di St. Stephen’s Green insieme ai ribelli che lottavano contro l’esercito inglese, fu catturata e condannata a morte come gli altri capi della rivolta, ma in quanto donna la sua sentenza fu commutata in ergastolo. Le sue testimonianze (anche in versi) della carcerazione sono documenti importanti e illuminanti, ma di particolare bellezza restano le lettere che dalla prigione Constance scambiò con la sorella Eva. Un anno dopo la condanna, Constance fu rilasciata, ma il suo impegno politico non si concluse: fu la prima donna a essere eletta nel Parlamento britannico (ma rifiutò il seggio per protesta) e la prima a servire come deputata nel neonato Parlamento irlandese. Quando morì, nel 1927, al corteo per il suo funerale, che si snodò tra le strade di Dublino, parteciparono trecentomila persone. Nell’ottobre di quell’anno, W.B. Yeats scrisse In Memory of Eva Gore-Booth and Con Markievicz, in ricordo delle due sorelle scomparse (Eva era morta l’anno precedente), che celebra così: 
Foto: IpsaLegit 2018

The light of evening, Lissadell 
Great windows open to the south, 
Two girls in silk kimonos, both 
Beautiful, one a gazelle. 
[...]
Dear shadows, now you know it all, 
All the folly of a fight 
With a common wrong or right. 
The innocent and the beautiful 
Have no enemy but time.


25 aprile 2018

Elizabeth Gaskell a Roma

Se nell’ultimo post, dedicato a Daisy Miller, ho parlato di Roma attraverso gli occhi di Henry James, in questa giornata di festa voglio tornare nella città eterna per raccontare le esperienze personali e letterarie di un’altra viaggiatrice illustre, Elizabeth Gaskell. L’autrice di Mogli e figlie e Nord e Sud desiderò per tutta la vita vedere l’Italia e lavorò alacremente per potersi permettere il tanto ambito viaggio: finalmente, il 23 febbraio 1857, dopo un tragitto lungo e accidentato, giunse in città insieme alle figlie maggiori, Marianne e Meta, e con loro fu ospite di William Wetmore Story e la moglie per una lunghissima e corroborante vacanza. 
The Angel of Grief è la statua in marmo scolpita da
William Wetmore Story per la tomba della moglie
Emelyn, al Cimitero Acattolico di Roma (anche
William fu poi sepolto sotto le sue ali)
William Wetmore Story era un appassionato d’arte e dopo essersi innamorato di Roma in occasione dei suoi primi soggiorni, aveva deciso di trasferirvisi stabilmente, diventando «il protagonista di spicco di un circolo cosmopolita i cui rituali – tutt’altro che immobili ma anzi in continua trasformazione – egli stesso avrebbe contribuito a codificare perfettamente anche grazie ai felici rapporti con l’ambiente culturale e aristocratico romano» (B. Bini, L’esilio dorato di William Wetmore Story). Nel corso degli anni, William ed Emelyn furono il punto di riferimento a Roma per una miriade di espatriati e viaggiatori anglo-americani: tra loro Thackeray, Robert Browning, il generale Grant e i primi ministri inglesi, Charles Sumner, Leigh Hunt, Henry James (che ne avrebbe scritto la biografia) e la nostra Mrs. Gaskell, che soggiornò nella casa dei coniugi in via Sant’Isidoro.
Di questo luogo Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (482): «Via Sant’Isidoro, con la luce ambrata del sole che scendeva dai tetti romani grigio-dorati, i colli Sabini da una parte e il Vaticano dall’altra…». In Delitto di una notte buia leggiamo il solo episodio italiano di tutta la narrativa gaskelliana: un episodio autobiografico (riportato anche in una lettera della figlia Meta risalente al 1910), che ricorda proprio il martedì grasso di quel 1857, quando Elizabeth poté godere dello spettacolo della processione carnevalesca affacciata al balcone degli Story.
Scrive Gaskell: «Così venne marzo; la Quaresima cadeva tardi quell’anno. Grosssi mazzi di violette e di camelie venivano venduti all’angolo di via Condotti e i festaioli non avevano alcuna difficoltà a procurarsi fiori ancor più rari per le belle del Corso. […] Mrs. Forbes aveva preso in affitto un balcone privato, come si addiceva a una rispettabile e danarosa gentildonna inglese. Le ragazze avevano un grosso cesto pieno di mazzolini di fiori da gettare agli amici nella folla di sotto; numerosi moccoletti erano impilati sul tavolo alle loro spalle, perché era l’ultimo giorno di Carnevale e, non appena fosse sceso il crepuscolo, si sarebbero accese le candele, che tutti avrebbero tentato in ogni modo e altrettanto velocemente di spegnere» (Croce 2017, trad. it. di M. Barbuni, p. 213). 
Nel corso della sua vacanza romana, Elizabeth poté incontrare nuovamente e stringere una forte amicizia con Charles Eliot Norton, un giovane critico d’arte americano che soggiornava a Piazza di Spagna e che accompagnò lei e le sue figlie a visitare tutte le meraviglie della città: il Colosseo, Villa Borghese, San Pietro… Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (375) di qualche anno dopo: «Fu in quegli incantati giorni romani che la mia vita giunse al suo culmine». 
Il viaggio di Elizabeth a Roma e in Italia è oggetto del capitolo “Incanto italiano” del mio libro Sui passi di Elizabeth Gaskell (Jo March 2016) e a quanto pare sarà anche il tema, romanzato, di un’opera di narrativa che uscirà la prossima estate, a firma della scrittrice e studiosa inglese Nell Stevens: il libro si intitolerà Mrs. Gaskell and Me (negli Stati Uniti, invece, The Victorian and the Romantic) e presumibilmente si occuperà anche del forte e affettuoso legame tra Elizabeth e Charles Eliot Norton – che fu, tra le altre cose, traduttore della Divina Commedia. Un insieme di intrecci davvero suggestivo, che non possiamo fare a meno di attendere con trepidazione!

22 aprile 2018

Daisy Miller

Dopo un inverno lungo e freddo, in questi ultimi giorni anche qui fra i monti ci immergiamo nella primavera, e io ne sto approfittando per leggere en plein air, e soprattutto per ritornare a uno scrittore che è e resterà forse per sempre il mio più amato – lo scrittore che mi ha svelato la bellezza sconfinata del leggere in inglese, e che ha influenzato, in un modo o nell’altro, un’ampia porzione della mia vita (e di questo blog). 
Lo scrittore è Henry James. Il mio primo incontro con la sua penna risale ai primi anni dell’università, quando scoprii, come una specie di illuminazione, Ritratto di signora. Da allora in avanti non feci che cercarlo e inseguirlo, entrando nelle librerie anche solo per scorrere il suo scaffale, anche solo per desiderare di potermi portare a casa la sua opera completa. Alla fine degli studi magistrali, nel momento della scelta della tesi, era a lui che avrei voluto dedicare la mia ricerca: a lui e in particolare al rapporto tra le sue opere e i luoghi di ambientazione. Non potei perseguire questo progetto a causa di particolari dinamiche di dipartimento (un rimpianto che non mi lascerà mai), e il mio percorso di studi si spostò dunque su Elizabeth Gaskell prima e sulle scrittrici del Romanticismo inglese più avanti. Tante cose sono cambiate da quel tempo, le vicende della vita mi hanno portata lontano dall’accademia e in giro per l’Europa, ma il ricordo di Henry James è stato sempre presente, e dovunque mi sia spostata ho sempre ricercato quella sua bellezza, quei suoi luoghi, appunto, che fanno di lui per me una sorta di oracolo della letteratura e del viaggio. 
Il castello di Chillon (Foto: IpsaLegit2016),
sul lago di Ginevra, che Daisy visita insieme a
Winterbourne. A questo luogo "byroniano"
ho dedicato il post Letteratura sul lago
In questi giorni di sole e aria profumata, dicevo, sono ritornata a James. Ho ripreso in mano Il carteggio Aspern, con i suoi struggenti ritratti veneziani, e ieri pomeriggio ho finito di rileggere Daisy Miller nella mia edizione dei romanzi brevi dei “Meridiani” (Volume I; la trad. it. è di F. Mei). Daisy Miller è un racconto lungo del 1878. I protagonisti sono i classici personaggi jamesiani, due americani espatriati in Europa: Winterbourne e la deliziosa Daisy, di cui l’innocenza e l’inconsapevolezza dei costumi del Vecchio Mondo distruggeranno la reputazione, e non solo. La storia prende le mosse dalla Svizzera, a Vevey, e prosegue a Roma, e sono proprio l’austerità e la “vecchiaia” di questi luoghi a rendersi colpevoli della caduta di Daisy, che è una giovane donna troppo all’avanguardia per l’età in cui vive, che sceglie la propria strada a dispetto delle convenzioni e affidandosi unicamente al desiderio di libertà. Le giovani donne jamesiane soffrono quasi tutte di questa “malattia” intellettuale, così meravigliosa eppure così tragica: ed è molto spesso proprio in nome della loro libertà che vanno incontro alla tragedia. 
I Fori Romani, dove si consuma
la caduta di Daisy. (Foto: IpsaLegit2018)
Uno scritto didattico e di denuncia insieme, Daisy Miller è un testo, come di consueto per l’autore, stilisticamente perfetto, che nelle rappresentazioni dei luoghi – cruciali per le vicissitudini dei protagonisti – trova istanti di una bellezza purissima: «Pochi giorni dopo […] [Winterbourne] incontrò Daisy in quella bella dimora di fiorente desolazione chiamata il palazzo dei Cesari. La precoce primavera romana riempiva l’aria di profumi e di germogli, e la ruvida superficie del Palatino era ricoperta di verde tenero. Daisy passeggiava in cima ad uno di quei grandi mucchi di rovine, arginati da marmi muschiosi e lastricati di iscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non fosse mai stata così bella».

5 luglio 2017

Avremo sempre Parigi

In queste lunghe e calde sere estive, magari dopo una dura giornata di lavoro, c'è sicuramente bisogno di sognare un po'. Sognare passeggiate al fresco, musica lieve lungo le strade, un bicchiere gelato al tavolino di un bistrot. Il libro adatto per simili rêveries è Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, una raccolta di "camminate sentimentali" ispirate ciascuna a una delle icone della città. 
L'ho trovato un libro davvero bello, scritto con semplicità e avvolgente come una nuvola di lino, con qualche filo di malinconia intrecciato qua e là tra le righe. Non si raccontano i luoghi già noti, ma le retrovie di Parigi, che sprigionano il ricordo e quasi la presenza fisica dei personaggi che hanno fatto la grande storia della ville lumière. Suggestive sono le decine e decine di citazioni letterarie, che ci restituiscono proprio la vitalità artistica e poetica della città e che l'autrice sparge a piene mani nel suo testo, trasformandolo in una specie di affascinante antologia.
Foto: (c) IpsaLegit 2015 
Muovendosi con grazia tra le voci del suo "disordine alfabetico" - Bistrot, Halles, Impressionisti, Fiori, Passages... - si leggono le storie di Wilde, Hemingway e Dumas, si assaporano gli aromi della Brasserie Lipp, della Closerie des Lilas, del Deux Magots e delle pasticcerie di lusso, si odorano le fragranze dell'erba dei giardini e delle profusioni di fiori al Luxembourg o al Jardin des Plantes, si sprofonda nei colori del Museo Marmottan e delle Ninfee all'Orangerie, si toccano libri invecchiati, fotografie vintage e i tessuti preziosi del Musée de la Mode, si ammirano i negozi nascosti incastonati nei Passages, si assaggiano con la mente le madeleines della nonna di Proust e si vaga pensosi tra le fila di tombe illustri dei cimiteri. Ci si trasforma, insomma, in emozionati flâneurs.

Le Ninfee di Claude Monet. Foto: (c) IpsaLegit 2015

Scrisse Sciascia che le terrazze dei bistrot parigini "fiorivano di tavoli rotondi dalle gambe sottili, e i camerieri avevano l'aspetto dei giardinieri, e quando versavano il caffè e il latte nelle tazze pareva annaffiassero delle bianche aiuole". E Baudelaire: "È una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell'ondeggiare, nel movimento, nel fuggitivo e nell'infinito. Essere fuori di casa, e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio". 
Foto: (c) IpsaLegit 2015
Chiudiamo gli occhi, allora, e sulla scia di una frase di Simenon immaginiamo "la Senna che scorreva al di là degli alberi, i battelli che passavano, le macchie chiare dei vestiti delle donne sul Pont Saint-Michel".

In questo blog sono più d'uno i post dedicati a Parigi. Per scoprirli, cercate l'etichetta La serie parigina. 
Della Parigi di Edith Wharton ho scritto un pezzo per Turismoletterario.com: http://www.turismoletterario.com/blog/edith-wharton-a-parigi/

21 giugno 2017

Viaggio della memoria. Prima tappa: Bristol e i Romantici

È il primo giorno d’estate, e come ogni anno mi crogiolo nei ricordi della “mia” Inghilterra – quell’isola incantata, alla quale non farei che ritornare, perché è il luogo in cui più che altrove riesco a sentirmi come dentro un libro (per quanto debba ammettere che la campagna della Svizzera Romanda, con le spighe dell’orzo sfiorate dal vento, che si stende oggi fuori dalla mia finestra, ci assomiglia molto…). 
Bristol - Cattedrale 
Dieci anni fa, di questi tempi, stavo pianificando una lunga permanenza, per motivi di studio, nel Regno Unito. Scrivevo la tesi di dottorato sulla poesia femminile del Romanticismo, e la sede del mio soggiorno non poteva che essere Bristol. Tra gli anni 1780 e 1830 la città era davvero il place to be, con una vitalità intellettuale e culturale straordinaria, che attirava pensatori, scrittori, artisti e militanti politici. Basti pensare che le Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge, considerate la pietra miliare del Romanticismo inglese, furono pubblicate dall’editore Joseph Cottle, di Bristol. 

Tintern Abbey
Cottle ospitò Wordsworth e la sorella Dorothy nella propria casa di Wine Street nel 1798: nel corso di quel soggiorno i due fratelli visitarono Tintern Abbey (in Galles) e la celeberrima poesia di William, Lines Composed a Few Miles Above Tintern Abbey, fu terminata proprio in città. Scrive Wordsworth: «La iniziai lasciando Tintern, dopo aver attraversato il fiume Wye, e la conclusi, mentre rientravamo a Bristol, di sera, dopo un’escursione insieme a mia sorella durata quattro o cinque giorni. Nessuno dei suoi versi è stato modificato da allora, e nessuna parte fu scritta prima di raggiungere Bristol». Sappiamo infatti che il poeta era solito comporre i suoi versi ad alta voce, e metterli su carta in un momento successivo, affidandosi alla memoria (ce lo spiega lui stesso, del resto, in The Solitary Reaper). 
Non era la prima volta che William e Dorothy soggiornavano in città. Nel 1795 furono ospiti di un commerciante di zucchero, John Pretor Pinney, e in quell’occasione Wordsworth fu presentato a Cottle, a Robert Southey e a Coleridge. La casa di Pinney è oggi un museo, il Georgian House Museum, ad accesso libero: le undici stanze, distribuite su quattro piani, sono un’eccellente rappresentazione di struttura e di arredamento domestici nell’età georgiana. 

Georgian House Museum

Nel 1795, Coleridge, Southey, e George Burnett, i fondatori della Pantisocracy, condividevano una casa al numero 25 di College Street. Due anni dopo, Coleridge sarebbe tornato a Bristol per incontrare Anna Barbauld, allora ospite del reverendo unitariano John Prior Estlin in St. Michael’s Hill. Tra i protagonisti della cultura della città, infatti, si annoverano anche le donne: al Numero 43 di Park Street, Hannah More e le sue sorelle fondarono una scuola per ragazze, le cui materie principali erano il francese, la scrittura, l’aritmetica e il cucito. Tra le protette di Hannah More ci fu, per un periodo, Ann Yearsley, una promettente poetessa definita anche “la lattaia di Bristol” (viveva a Clifton Hill) per via del mestiere che svolgeva prima di diventare una scrittrice pubblicata. 
Tra il 1795 e il 1796, alla Rummer Tavern, in All Saints Lane, un gruppo di amici fondò The Watchman, un periodico radicale che pubblicava notizie, resoconti dei lavori parlamentari, saggi, poesia e recensioni: il direttore era Samuel Taylor Coleridge. In un altro esercizio pubblico, la White Lion Inn (che oggi non esiste più), il poeta tenne una serie di lezioni su Shakespeare; altre sue conferenze, di argomento politico, furono ospitate al Corn Market, in Wine Street. Legate a Coleridge sono anche la bellissima Queen Square (lo scrittore vi soggiornò nel 1813) e la chiesa di St. Mary Redcliffe, dove Coleridge sposò Sarah Fricker. 
St. Mary Redcliffe
Proprio a St. Mary Redcliffe il poeta Thomas Chatterton, originario di Bristol, dichiarò di aver ritrovato le poesie manoscritte del monaco del Seicento Thomas Rowley – poesie composte invece dallo stesso Chatterton. E parlando di Romanticismo e di pittoresco e sublime, non si può che ricordare l’Avon Gorge, la valle scavata dal fiume che era già una importante attrazione turistica all’inizio dell’Ottocento (oggi attraversata dal Clifton Suspension Bridge, inaugurato nel 1864) e che ancora oggi lascia un’impressione indelebile su chi cammina lungo il ponte. Nella sua elegia dedicata a Chatterton, Coleridge lo immagina intento a vagabondare sui margini della «ripa rocciosa dell’Avon», dove «fluttuano urlanti i gabbiani».

Clifton Suspension Bridge (cartolina)

29 maggio 2017

Come una turista vittoriana

Grindelwald
Ieri, complice un caldo fuori dagli schemi, ho fatto la prima escursione letteraria della stagione e ho seguito la guida tutta speciale di Diccon Bewes (Slow Train to Switzerland, di cui ho scritto qui) per andare alla ricerca delle tracce degli inglesi dell’Ottocento sulle Alpi svizzere. Questo viaggio ha confermato una mia convinzione: l’avvento del movimento artistico-filosofico-letterario chiamato Romanticismo e la nascita del turismo in Europa (Grand Tour e non solo) non sono contemporanei per caso. 
La prima tappa della gita è stata Grindelwald, circondata da montagne straordinarie, come il Wetterhorn e l’Eiger. Scrisse John Ruskin che le vette intorno alla cittadina sembrano affacciarsi dall’orlo di un dirupo per guardare giù, mostrandosi così alla valle in tutta la loro altezza (intorno ai 4000 metri). La valle di Grindelwald, con la sua cornice rocciosa, i prati ondulati e gli innumerevoli chalet circondati dalle mandrie fu una destinazione amatissima e frequentatissima dagli inglesi vittoriani. Queste cime, insieme alla Jungfrau che domina su Interlaken, furono definite dal poeta americano Longfellow «sublimi apostoli della Natura». 
Staubbach Falls, Lauterbrunnen
Il viaggio è proseguito fino a Lauterbrunnen, incastonata in una valle glaciale che sembra il modello per un testo di geografia: strapiombi di roccia, prati verdi abbarbicati sulle cime, un vivace torrente e soprattutto la stupenda cascata che salta per 297 metri e nel precipizio si trasforma in una nuvola di vapore. È la cascata dello Staubbach, di cui Lord Byron scrisse: «Non ho mai visto niente del genere. Sembrava quasi che un arcobaleno fosse sceso a terra per incontrarci, ed era così vicino che ci si poteva entrare dentro […]. È come la coda di un cavallo bianco che fluttua nel vento». Anche Wordsworth rimase incantato dalla bellezza di questa cascata, che definì «nata dal cielo». 
Ultimo passo di questa escursione è stata Interlaken, che Hans Christian Andersen battezzò “la Parigi delle Alpi”. Il fascino della città è dato dal grande prato di Höhenmatte (nel 1863 si decise che non si sarebbe mai potuto costruire su quell’area, bensì la si sarebbe lasciata libera e verde) da cui si gode una vista incomparabile della vetta imbiancata della Jungfrau. Molto suggestivo anche il Grand Hotel Victoria-Jungfrau, che ieri era circondato da opulenti roseti in fiore, e che era solito accogliere i turisti vittoriani che accorrevano in massa per ammirare le montagne della Svizzera. La veranda ammantata di verde è ancora la stessa, e solo a guardarla ci si sente trascinare indietro nel tempo. 

Interlaken
Di altri viaggi letterari in Svizzera ho scritto in:

13 marzo 2017

Venezia. Guida letteraria per viaggiatori

Oltre alla narrativa, le guide letterarie per viaggiatori sono il genere di libro che mi appassiona di più (e i lettori abituali di Ipsa Legit lo sanno bene…). Poco più di un mese fa ho ricevuto in dono – dono preziosissimo! – un bellissimo esemplare di questa categoria, che ho letto nelle ultime settimane con grande lentezza, per centellinarne la benedetta abbondanza di informazioni e il fascino delle citazioni letterarie. Il volume, in lingua inglese, è Venice. A Literary Guide for Travellers di Marie-José Gransard (Londra, I.B. Tauris 2016), un viaggio nella “mia” città attraverso lo sguardo di chi tanto ha scritto e sognato di lei. Marie-Josè Gransard è una guida letteraria in carne e ossa, che accompagna i turisti in giro per Venezia alla ricerca dei suoi luoghi più rappresentativi nel campo della storia dell’arte, della letteratura, della musica, della politica; e il suo libro è uno strumento inestimabile per chi abbia il desiderio di conoscere davvero la città, oltre la superficie del turismo frettoloso. I capitoli sono dedicati ai grandi temi della natura umana – fede, arte, politica, ispirazione, illusione e disillusione, amore, morte, mistero, esplorazione – e disvelano, con dovizia di dettagli, aneddoti, dati cronologici, intrecci, connessioni ed estratti dalle opere dei più illustri conoscitori di Venezia, la bellezza più profonda di questo luogo magico, fragile, denso di pensiero e di passioni. 
La comunità che popola questo libro è ricchissima, variegata nel tempo e nei talenti. L’autrice ci racconta di Giorgio Vasari, Aldo Manuzio, Pietro Sarpi, Dante, Petrarca, Rousseau, Rawdon Brown, Verlaine, Wagner, Byron, Shelley, Ruskin, Henry James (una sezione del libro straordinaria), Pasternak, D’Annunzio, Brodsky, Stravinsky, Napoleone, Edward Lear, Dickens, J.M.W. Turner, Goethe, Casanova, Goldoni, Lady Montagu, Foscolo, George Sand, Symonds, La Duse, Rilke, Kafka, Hemingway, Thomas Mann e tantissimi altri: le pagine sembrano procedere lungo l’onda sottile dei canti dei gondolieri, che sotto la luna si danno voce da una riva all’altra, intonando i versi di Torquato Tasso. Tra le infinite ed evocative citazioni contenute in questo libro, scelgo di riportare in traduzione qualche riga di Turgenev, che alloggiò all’hotel Danieli nel 1857: «Chi non ha visto Venezia in aprile non può fingere di conoscere tutto l’inesprimibile fascino di questa città incantata. La dolcezza e la mitezza della primavera sono in armonia con Venezia. La bellezza di Venezia, come la primavera, tocca l’anima e la commuove al desiderio; tortura il cuore inesperto come la promessa di una benedizione che verrà, misteriosa ma non inafferrabile». 
Venice. A Literary Guide for Travellers è una sorta di guida letteraria “definitiva” della città unica al mondo, un libro di cui ho sempre sentito l’esigenza: un compagno di viaggio eccellente, persino per chi Venezia la conosce bene – persino per chi ci deve “solo” ritornare.


2 settembre 2016

Il turismo inglese nella Svizzera dell'Ottocento

Non c'è lettura più estiva di un giallo o di un libro di viaggio. Nel corso dell'agosto appena concluso mi sono rituffata (come da tradizione) in qualche romanzo di Agatha Christie, ma soprattutto in un libro affascinantissimo, scritto da un autore inglese residente a Berna, intitolato Slow Train to Switzerland
In quest'opera Diccon Bewes racconta il proprio viaggio in treno su e giù per la Svizzera, seguendo lo stesso percorso compiuto da un gruppo di turisti inglesi nel 1863. Il libro, dunque, non è solo una guida di viaggio, che ci porta a conoscere i luoghi più affascinanti di questo stranissimo paese, descrivendone gli angoli più belli e più incredibili e raccontandoci la sua storia e le sue bizzarre tradizioni, ma è anche un interessante saggio sul fenomeno del turismo in età vittoriana. 
L'autore organizza il proprio giro della Svizzera seguendo passo dopo passo il diario di viaggio di Miss Jemima Morrell, brava disegnatrice, che nel 1863, quale membro del Junior United Alpine Club, partì per una vacanza di gruppo pianificata da Thomas Cook, il più celebre "agente di viaggio" del diciannovesimo secolo - l'uomo che cambiò le forme (e le conseguenze) del turismo in Europa. Il viaggio di quei coraggiosissimi, instancabili turisti durò tre settimane e toccò le città più amate e le vette più impervie della Svizzera: Ginevra, il Monte Bianco, Sion, Interlaken, le cascate Staubbach, il ghiacciaio di Grindelwald, il Monte Rigi, Lucerna. Il tutto con uno zaino sulle spalle, e - nel caso delle signore - con metri e metri di stoffa di abiti addosso: si trattava pur sempre di ladies vittoriane. Il Junior United Alpine Club percorse infiniti chilometri, in treno, a piedi o a dorso di un asinello, senza mai lasciarsi spaventare dalle salite, dai sentieri rocciosi, dal freddo o dalla mancanza di sonno. 
La prima pagina del diario di Miss
Jemima, corredato da illustrazioni
di sua mano e da cartoline acquistate
nei luoghi del suo passaggio.
Il libro è avvincente soprattutto quando racconta la storia delle ferrovie svizzere, che qui sono giustamente una specie di mito della modernità, e delle loro tratte più avveniristiche, come quella che porta in cima alla Jungfrau (la stazione più alta d'Europa, a 3454 metri). Curiosissimi poi i resoconti dei "consigli di viaggio" della guida Murray (quella seguita da Miss Jemima), che raccomandava di tenere nello zaino «3 o 4 camicie, calze, pantofole, soprabito di alpaca, un gilè leggero, l'occorrente per cambiarsi, etc. - il tutto senza eccedere le 12 o 14 libbre». Il resto del bagaglio veniva spedito, sotto forma di bauli, verso gli alberghi che i viaggiatori avrebbero di volta in volta raggiunto dopo tre o quattro giorni di cammino. 
Gli anglo-americani fecero della Svizzera una sorta di "parco dei divertimenti" e vi accorsero in massa, dando una spinta impressionante all'economia del paese, nel quale iniziarono a sorgere a una velocità incredibile hotel, negozi, punti di ristoro, e, appunto, linee ferroviarie. La lista degli scrittori e degli artisti di lingua inglese che fecero tappa qui nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, infatti, sembra non finire mai: solo per fare qualche nome, Mary Wollstonecraft, gli Shelley, Byron, Turner, Dickens, Twain, Gaskell, James, Ruskin, G. Eliot, Christina Rossetti, Pater, Hardy, Browning, Conrad. 
Quando sono arrivata in Svizzera e ho cominciato a girare un po', mi è subito sembrato di respirare una sorta di "aria inglese"... grazie a questo libro ho capito perché.

28 agosto 2016

Le cascate di Sherlock Holmes

«Spetta a me raccontare per la prima volta ciò che davvero avvenne tra il Professor Moriarty e Mr. Sherlock Holmes» scrive il dottor Watson all’inizio di The Final Problem (L’ultima avventura), il racconto che avrebbe dovuto chiudere la serie delle storie del celebre investigatore. In questo scritto Watson ci narra l’«incantevole» viaggio compiuto insieme all’amico in Svizzera, tra il verde della primavera incipiente e il «bianco verginale» delle vette; i due si spostano da Ginevra a Interlaken fino ad arrivare alla cittadina di Meiringen, scendendo all’albergo Englischer Hof (che oggi si chiama ParkHotel Du Sauvage).
Due giorni fa sono stata proprio a Meiringen (che è anche la città natale della meringa…), ai piedi delle montagne da cui precipitano le Cascate Reichenbach. Scrive Conan Doyle/Watson: «Ci fu caldamente raccomandato di non oltrepassare le cascate di Reichenbach che sono circa a metà dell’ascesa senza fare un piccolo giro per vederle. È veramente un posto pauroso. Il torrente gonfio per il disgelo si tuffa in un abisso terribile da cui si alza la schiuma come il fumo da una casa in fiamme. Il passaggio in cui il fiume si getta è un immenso abisso costeggiato da rocce lucenti, nere come carbone, e finisce in un baratro spumeggiante di incalcolabile profondità che, gonfia, riversa la corrente in alto sopra di sé. La lunga scia di acqua verde che muggisce continuamente e la pesante mutevole cortina di schiuma che viene verso l’alto fanno venire il capogiro con il loro continuo rumore e frastuono. Stavamo vicino all’orlo del precipizio osservando il luccichio dell’acqua che si infrangeva giù sotto di noi contro le rocce nere e ascoltando l’urlo quasi umano che ci raggiungeva insieme alla schiuma dall’abisso. Il sentiero è stato tagliato intorno alla cascata in modo da permettere una vista completa, ma improvvisamente finisce e il viaggiatore deve ritornare indietro». 
Foto: ©IpsaLegit2016

Le cascate si raggiungono prima con una funicolare rossa fiammante, in stile old-fashioned con gli interni in legno, e poi su per una salita piuttosto impervia che raggiunge un ponticello appeso giusto sopra il salto; da lì si scende ancora una volta e si raggiunge il punto dove Sherlock e Moriarty cadono nel precipizio. Qui si trova una targa dedicata all’investigatore, e persino una ghirlanda di fiori con i messaggi di estremo saluto dei suoi amici (Watson, i Lestrade,…). Watson raggiunge questo punto dopo essere stato ingannevolmente richiamato a Meiringen dagli uomini di Moriarty: qui trova il portasigarette di Holmes e un messaggio vergato dalla sua mano. Scrive: «Dall’esame fatto dagli esperti risulta quasi con sicurezza che la lotta corpo a corpo tra i due uomini finì, come non poteva che finire in tale situazione, nel gettarli nell’abisso stretti l’uno all’altro. Qualsiasi tentativo di recuperare le salme fu impossibile e là, in quel terribile pozzo di acqua vorticosa e di schiuma ribollente, giaceranno per sempre il più pericoloso criminale e il più insigne campione della legge della loro generazione». 
In paese, nella cripta di quella che era la chiesa anglicana, in Conan Doyle Place, si trova il Museo di Sherlock Holmes, in cui si ammira la ricostruzione esatta del salotto del 221b Baker Street (i dettagli obbediscono pedissequamente alla descrizione letteraria e i mobili, tutti di antiquariato, risalgono al tempo dei fatti narrati). Il Museo è stato aperto nel 1991, sotto il patronato  della Sherlock Holmes Society of London e di Dame Jean Conan Doyle. Benché sia un personaggio inventato, Holmes è stato nominato cittadino onorario di Meiringen.
 
Foto: ©IpsaLegit2016


31 luglio 2016

Letteratura sul lago

Quando viene la bella stagione cerco sempre di approfittare di dove mi trovo (e negli ultimi tre anni i “miei” luoghi sono cambiati spesso!) per andare alla ricerca di destinazioni legate alle opere letterarie. Ieri sono rientrata da un brevissimo viaggio – in treno e in battello – sul lago di Ginevra (o Lac Léman), che, oltre a offrire bellissime aperture di acqua azzurra incorniciate dai fiori, garantisce tanti spunti di genere “libresco”. 
Castello di Chillon - ©IpsaLegit2016
La prima tappa è stata il Castello di Chillon, che quest’anno, in occasione del bicentenario della famosa estate del 1816 (“l’anno senza estate” di cui ho parlato qui) ha allestito una straordinaria esposizione dedicata a Lord Byron. Il 27 maggio di quell’anno Byron e il suo medico, John Polidori, incontrarono Percy Shelley e la sua compagna e futura moglie Mary: Byron aveva preso in affitto Villa Diodata a Cologny, vicino a Ginevra, mentre gli Shelley abitavano in una casa lì vicino. Il clima freddo e oscuro di quell’estate, e in particolare la tempesta della notte del 13 giugno, ispirarono la composizione di Frankenstein di Mary e il Canto III di Childe Harold di Byron. Il 22 giugno Byron visitò il Castello di Chillon; la vista delle prigioni e la storia della reclusione del monaco Bonivard tra il 1532 e il 1536 influirono sulla sua vena poetica, inducendolo a comporre The Prisoner of Chillon, un poemetto edito da John Murray che ebbe un successo di pubblico travolgente, consegnando all’immortalità la fama del castello – che da allora divenne una tappa obbligata del classico Grand Tour (è anche il protagonista di un dipinto di Turner). 


La visita al castello richiede più di due ore di vagabondaggio, che sale e scende su diversi piani – dalle segrete fino alla cima della torre, da cui si ammira il blu intenso del lago. L’esposizione (che chiude il 21 agosto 2016) raccoglie tante informazioni sul celebre viaggio svizzero di Byron, oltre a suggestive edizioni delle sue opere, sue pagine manoscritte originali e il registro del 1816 per il permesso di soggiorno della città di Ginevra che porta il nome di Percy Shelley. Non mancano i molteplici riferimenti letterari al Castello stesso, che compare in tantissime opere di autori inglesi e americani del diciannovesimo secolo: oltre ai Romantici, Fenimore Cooper, Dickens, Beecher Stowe, Hawthorne, Ruskin, Twain, James e Fitzgerald. 
Sul lago di Ginevra - ©IpsaLegit2016
Uscita dal castello, ho proseguito a piedi fino alla cittadina di Montreux: da lì, sul battello, sono ritornata a Losanna, da dove ero partita. In mezzo al lago, girando lo sguardo intorno, non ho potuto non pensare al capitolo 41 di Piccole donne crescono, quando Laurie chiede a Amy di sposarlo: «Erano fuori in barca dal mattino; dalla nebbiosa Saint-Gingolph alla soleggiata Montreux, con le Alpi della Savoia da un lato e il San Bernardo e il Dent du Midi dall’altro. Nella valle, la vista della graziosa Vevay e Losanna sulle colline laggiù in fondo; un cielo di un azzurro terso sulle loro teste e il lago ancora più azzurro sotto di loro, punteggiato di barchette pittoresche che sembravano gabbiani dalle ali bianche. Avevano parlato di Bonnivard passando da Chillon, di Rousseau alzando lo sguardo a Clarens dove egli scrisse la sua Eloisa. [...] Poi smisero entrambi di remare e, senza volerlo, aggiunsero un delizioso quadretto di amore e di felicità alle immagini riflesse nell’acqua che si dissolvevano.» Il viaggio si è concluso con una passeggiata a Ginevra, a cui ho dedicato un post della scorsa primavera; si trova qui
Buona lettura e buone vacanze! 

13 marzo 2016

Ginevra, città del pensiero

 Foto ©IpsaLegit2016

Ho trascorso il pomeriggio di ieri a Ginevra, passeggiando su e giù (letteralmente) per la strada della città vecchia, scoprendola simile ad alcuni fra i più begli angoli di Parigi. Oltre alla cattedrale dove riecheggiava la voce di Calvino, i palazzi del diciannovesimo secolo, le vetrine d'antiquario, la casa-museo del 1300, lo scintillio del lago e i profili delle Alpi all'orizzonte, il suo fascino sta nell'essere stata la sede del pensiero occidentale nei due secoli del trionfo culturale europeo. Non a caso, è ricca di splendide librerie. Camminando per le vie e le scalinate che dal lago conducono alla cattedrale, e attraversando la magnifica Grand Rue si incontrano per ogni dove le targhe che testimoniano il passaggio dei grandi autori della nostra letteratura: da Rousseau, che nacque al Numero 40 della Grand Rue, a Borges, che è sepolto qui e di Ginevra scrisse: «Tra tutte le città del mondo, Ginevra mi sembra la più favorevole alla felicità».

 Foto ©IpsaLegit2016

Tanti autori della letteratura inglese sono passati per Ginevra: Wordsworth, Byron e gli Shelley, Dickens, Tennyson, Thackeray, George Eliot (che soggiornò, come mostra la targa a lei dedicata, in Rue Jean Calvin) e Joseph Conrad, che vi ambientò la seconda parte di uno dei suoi romanzi secondo me migliori, Sotto gli occhi dell'Occidente. L'Île Rousseau, in particolare, è uno dei punti della città in cui il protagonista, il giovane russo Razumov, esule per ragioni politiche, si rifugia per sfuggire alla comunità di compatrioti e per stare solo con i suoi pensieri: «"Forse la vita è questa", rifletteva Razumov andando avanti e indietro sotto gli alberi dell'isoletta, tutto solo con la statua in bronzo di Rousseau. "Sogno e paura". Le ombre del crepuscolo si addensavano. Le pagine scritte e strappate dal taccuino erano il primo frutto della sua "missione". Non era un sogno questo».