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2 ottobre 2022

Le luci bianche di Parigi

Negli ultimi mesi ho riletto tanti libri, proposti durante i miei gruppi di lettura, di cui avevo già scritto su questo blog. Altre storie recuperate qui e là, tra consigli in rete e scaffali della biblioteca, mi hanno lasciata poco entusiasta; e dopo un'estate all'insegna di grandi cambiamenti, appena risistemata la poltrona delle letture nel salotto della casa nuova, ho letto due romanzi non impareggiabili ma in qualche modo interessanti e, finalmente, un grande libro, di ampio respiro, con un vasto orizzonte e di forza profonda. 

Il noir del sempre impeccabile John Banville, Dove è sempre notte (Guanda), e il recente Il caso di Agatha Christie di Nina de Gramont (Neri Pozza) sono curiosamente accomunati dal racconto dolorosissimo delle giovani madri nubili che fino a non troppi decenni fa venivano rinchiuse nei conventi irlandesi e sottoposte a impensabili angherie; in particolare, non mi sentirei di raccomandare il libro di Nina de Gremont a chi fosse davvero incuriosito dal caso citato nel titolo (la scomparsa di Agatha Christie nel dicembre del 1926), bensì per la sua piuttosto cruda analisi delle vicende di tante ragazze imprigionate nella gabbia silente di un aberrante progetto religioso. 

Il romanzo che invece suggerirei senza dubbio è Le luci bianche di Parigi di Theresa Rèvay (Neri Pozza, trad. di Roberto Boi), un sontuoso affresco storico che anziché perdersi, come spesso accade, nei particolari troppo particolari di una vita individuale o di relazione, affronta di petto le potenti atmosfere del Novecento, dalla rivoluzione russa alla seconda guerra mondiale. Protagonista del racconto è la contessa Ksenija, una ragazzina di San Pietroburgo che nel corso delle prime pagine viene strappata dalla propria fanciullezza dai rivoltosi di San Pietroburgo, e che diventa responsabile della propria famiglia, trascinandola con sé in esilio, in Germania e a Parigi. Intorno a lei girano numerosi personaggi, tratteggiati con vividezza: non ultimo il suo amante tedesco, Max von Passau, grazie al quale possiamo camminare nella sfavillante Berlino della cupa trasformazione, dalla Repubblica di Weimar al Terzo Reich: "Potsdamer Platz, che più che una piazza pareva un allucinato crocevia, i barrocci variopinti dei fioristi, le luci abbondanti che si accendevano al primo calar del buio, Alexanderplatz da dove partivano delle stradine pittoresche, [...] il denso verdeggiare del Tiergarten, la Sprea che serpeggiava tra i suoi canali, le colonne Morris coperte di manifesti che indicavano spettacoli di ogni genere". 

Tra le densissime passioni narrate da questo libro, il gusto dei luoghi ha un fascino irresistibile: ci sembra di vivere in quella Berlino, in quella San Pietroburgo investita dal freddo che sale con la nebbia dalla Neva, nella Parigi delle luci d'arte e di moda, a rischio di venire spente per sempre. La storia d'amore tra Ksenija e Max, alla fine, sembra l'aspetto meno importante di questo libro (nonostante sia raccontata con grande eleganza), che al contrario può trascinarci indietro nella Storia, insegnando anche qualcosa, a chi avrà voglia di stare in ascolto. 

2 giugno 2021

Quando inizia giugno

Quando inizia giugno, solitamente, un'insegnante si guarda alle spalle e inizia a raccogliere le tracce del percorso di un intero anno scolastico. Quest'anno, è chiaro, è stato diverso da tutti gli altri e dal punto di vista della scuola e degli studenti forse anche più faticoso di quello precedente, perché sin dalla primissima lezione settembrina abbiamo dovuto fare i conti con la paura, l'incertezza, le domeniche e i pomeriggi in fila ad aspettare il tampone, le notizie rimbalzanti sul vaccino, le ricorrenti crisi psicologiche dei ragazzi, l'infinita e talora inspiegabile sequela di incombenze burocratiche che sembrano tenere in piedi l'istituzione scolastica (ma non è così, e prima o poi dovremo smettere di pensarlo). Negli ultimi mesi, quindi, il tempo per la lettura è stato poco e sbocconcellato: in certe occasioni il peso fisico ed emotivo di un nuovo libro sembrava persino eccessivo, una volta conclusa l'ennesima giornata di preoccupazione e di svuotamento di ogni energia. 

Tuttavia, poiché la lettura resta e sarà sempre un veicolo di conforto e di rischiaramento dei momenti più cupi, ho impiegato i miei pensieri libreschi in attività che, pur lontane da questo blog, lo hanno ricordato e tenuto vivo nel confronto e nella condivisione con gli altri. Ho aperto insomma due gruppi di lettura, anche se a distanza: uno scolastico, per coinvolgere i ragazzi del mio liceo in conversazioni (online) che li aiutassero almeno un po' a superare il senso di solitudine, di isolamento e di non comprensione del mondo, e uno con voi lettori di Ipsa Legit, che in questo momento è in pausa ma riprenderà presto. 

Per il Club del Libro della scuola ho proposto cinque titoli, di cui abbiamo parlato in cinque appuntamenti mensili, da dicembre ad aprile: il primo è La società letteraria di Guernsey di Mary Ann Sheffer, che ci ha aiutati a capire come anche nelle fasi peggiori della vita e della Storia i libri e l'amicizia possano offrire un balsamo per le ferite e una luce di speranza. Ha seguito Londra di Virginia Woolf (edizione di saggi a cura di Mario Fortunato per Bompiani), con cui abbiamo potuto viaggiare un po' con la fantasia e capire che anche nelle piccole cose che circondano le nostre città sono racchiusi immensi mondi di bellezza. Abbiamo poi parlato del recente Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro, per confrontarci sul valore della protezione e della cura (sia dell'ambiente che del nostro patrimonio culturale), per poi inoltrarci in significative riflessioni sulla "democraticità" della cultura dopo aver letto La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé. Ho voluto concludere il percorso con un libro di pura e semplice, ancorché fortemente emotiva, narrativa: Una lontana follia di Kate Morton, che i ragazzi hanno letto in pochissimi giorni, incantati dallo spessore della trama e dalle evocative atmosfere di questa storia di guerra, di ricordi, d'amore e di rimpianto. 

Il Gruppo di Lettura di Ipsa Legit, invece, è attualmente arrivato al suo quarto appuntamento e anche se al momento si trova nella pausa estiva sto già pensando ai prossimi titoli da proporre. A chiunque volesse partecipare ai futuri incontri, sarà sufficiente scrivere un'email a ipsalegit@gmail.com per ricevere il link Skype delle riunioni online. Le nostre prime quattro conversazioni sono state di livello altissimo: le partecipanti, che ringrazio ancora, hanno offerto punti di vista profondi e suggestivi, brillanti e ironici, sulle storie che abbiamo letto, aprendo scorci di interpretazione anche imprevedibili. Si è riunito, del tutto casualmente (visto che Ipsa Legit è una realtà virtuale, niente più che un piccolo blog seguito da un numero piuttosto circoscritto di persone), un gruppo di lettori di straordinaria educazione, intelligente e sorridente, di età e di provenienze geografiche diverse ma tenuto insieme da una fortissima passione per la lettura. 

La lista dei libri di cui abbiamo discusso finora include Il carteggio Aspern di Henry James, che ha suscitato sensazioni miste di fascinazione e di straniamento, di sconfitta della letteratura, di caduta degli ideali, di perdita della dimensione del tempo ma anche del sogno evocato da Venezia, dalla scrittura jamesiana e dall'incanto della biografia dei grandi; Oggetti solidi, raccolta di racconti di Virginia Woolf a cura di Liliana Rampello (che ha partecipato alla conversazione, con nostra grande gioia), che ha stimolato diversissimi punti di vista e di attenzione, dal ruolo del matrimonio per le donne come Phyllis e Rosamond alla percezione fisica e visiva della realtà che scivola nell'esplorazione dell'io, come avviene in "Il segno sul muro" o in "La signora nello specchio"; Sotto gli occhi dell'Occidente di Joseph Conrad, un romanzo non molto noto che ci ha colpito tantissimo, per la sua rappresentazione del tormento di uomo solo contro la Storia e contro il destino, condannato all'esilio e all'annichilimento della volontà. L'ultimo (per ora) appuntamento, ispirato dal mese di maggio che per me è sempre stato un mese "gaskelliano", ha avuto per oggetto Mia cugina Phillis, che per il Gruppo di Lettura ha significato un'immersione nella quotidianità di un tempo passato, in bilico tra tradizione e progresso, in un limbo generazionale e sociale che parla di crescita e di passaggio. 

Giugno è appena cominciato, e come in tutte le estati che fanno capolino, la promessa di tante letture è sempre lì ad attenderci. Mi auguro e vi auguro di trovare nei prossimi mesi tanti (o pochi) libri che vi diano la serenità e la soddisfazione che ci si aspetta dalle lunghe giornate silenziose della stagione che avanza. 

16 aprile 2020

Il buon soldato

Un capolavoro che ho letto in uno di questi strani e silenziosi pomeriggi è The Good Soldier. A Tale of Passion di Ford Madox Ford, disponibile in italiano per i tipi di Bompiani.
Il romanzo, che uscì nel 1915 dopo innumerevoli revisioni e che il suo autore considerava il compimento di un'intera carriera letteraria, è definito "impressionista", grazie alle intense e fugaci immagini che lo cospargono e che arrivano al punto di sostituirsi alla potenza del linguaggio. Ford fu amico e collaboratore di Joseph Conrad, con il quale (e con molti altri, tra cui Henry James) inaugurò una nuova stagione del romanzo, trasportandolo dalla vocalità univoca dell'Ottocento alla nuova forma frammentata del Modernismo. Anche The Good Soldier sembra obbedire al principio espresso da Conrad in The Nigger of the Narcissus: "My task which I am trying to achieve is, by the power of the written word, to make you hear, to make you feel — it is, before all, to make you see." ("Il mio compito, a cui sto cercando di adempiere, è, con il potere della parola scritta, farvi sentire, farvi provare sensazioni — è, prima di tutto, farvi vedere"). 
Il romanzo di Ford è la storia di due coppie accomunate dal fatto che uno dei due coniugi soffre apparentemente di una patologia cardiaca; questo costringe i quattro personaggi a trascorrere lunghi mesi in località di cura, ed è in una di queste circostanze che avviene il loro primo incontro, preludio di una pluriennale amicizia. La società intorno a loro è il luminoso, ancorché fragile, piccolo mondo edoardiano, che ancora si crogiola nella sua finta ingenuità prebellica. Il narratore Dowell, che è uno dei quattro protagonisti, ci mostra il rapporto tra le due coppie attraverso una eloquente quanto ingannevole immagine: "La nostra intimità era come un minuetto, semplicemente perché in ogni possibile occasione e in ogni possibile circostanza sapevamo dove andare, dove sederci, quale tavolo avremmo scelto [...]. No, perdio, è falso! Non era un minuetto, quello che misuravamo; era una prigione — una prigione piena di gente isterica che urlava, tenuta legata affinché le loro urla non si udissero al di sopra del rotolio delle ruote della nostra carrozza finché andavamo lungo i viali ombrosi" (trad. it. di M. Materassi). La delicatezza e la perfezione del minuetto si infrangono quasi subito e la storia che sembrava cominciata all'insegna dell'eleganza e della sobrietà morale si trasforma in un attimo in un inferno. 
Il flusso del racconto si ingarbuglia. Dowell ci confida, confida a noi lettori, di immaginare di narrarci la sua storia seduti davanti al camino, in una notte quieta. Ci chiede di perdonarlo se non sarà in grado di obbedire a un progresso naturale degli eventi: tutte le regole della logica, in effetti, vengono violate e la cronologia non si rivela come una linea diritta, bensì come un filo che si avvolge costantemente su sé stesso, allungandosi, srotolandosi, tornando indietro e impigliandosi, una pagina dopo l'altra, a un punto di vista differente. Ford, lo scrittore modernista, sfugge ai principi della narrazione ottocentesca; per lui e per la sua voce narrante una storia non può essere presentata al suo lettore già confezionata, ma si evolve e di alimenta mentre procede, indipendentemente da qualsiasi struttura pregressa. 
L'uditore seduto davanti al camino e noi lettori restiamo sbalorditi: mentre il narratore dimentica nomi, fatti e riferimenti, per richiamarli alla memoria in momenti imprevisti, noi cominciamo a non fidarci più di lui, a dubitare della sua lucidità e persino della sua verità. 
Ma che cos'è, dunque, la Verità, se non quella di chi racconta? La Verità è la nostra: è la verità di quell'uditore seduto accanto al fuoco ed è la verità di noi che leggiamo. Non una, non due: le verità sono plurime. La letteratura modernista non ci lascia riposare nel rifugio avvolgente di un migliaio di pagine vittoriane: ci chiama in causa, ci tormenta, ci fa dubitare; ci chiede di partecipare, con la nostra interpretazione, a ciò che viene narrato, e senza il nostro sforzo di comprensione il libro che stiamo leggendo perde addirittura di senso. Così Il buon soldato, che è la storia tremenda di un uomo che racconta di essere stato tradito (ma sarà poi vero?), ci trascina a ogni pagina, a ogni capoverso, a ogni virata di senso, verso il suo abisso.

17 marzo 2020

Immagini e ombre, l'autobiografia di Iris Origo

Se leggere un libro è come fare un viaggio, leggere un’autobiografia è viaggiare al fianco di una persona sconosciuta, che pian piano, tappa dopo tappa, con grande generosità ti invita a entrare nei suoi ricordi, regalandoti la parte migliore di lei. 
Sono appena tornata da un viaggio così, leggendo l’autobiografia di Iris Origo Images and Shadows. Part of a Life pubblicata da Pushkin Press (di questo libro so esistere anche una versione in italiano, Immagini e ombre, per i tipi di Longanesi). Ho comprato questo volume alla Libreria Senese, a Siena, appunto, attratta nel negozio dalla mia inguaribile incapacità di stare lontana da una libreria con le porte spalancate sulla strada. Ho aspettato diversi mesi per leggerlo, perché sentivo di aver bisogno di tempo e di quiete per godermi la storia della vita di questa scrittrice, un po’ americana, un po’ inglese, un po’ irlandese, un po’ italiana, che scelse la Toscana per trascorrere l’esistenza e divenne biografa di grandi nomi della letteratura – uno su tutti, Giacomo Leopardi. 
La scrittura è talmente bella, il tono diffuso così elegiaco da rendere questo libro toccante dall’inizio alla fine. Ne ho sottolineati innumerevoli brani, incapace di classificare la bellezza di un passaggio dedicato all’infanzia, o di una frase descrittiva del paesaggio, o di una riflessione sul fascino degli studi classici, o dell’ondulare nostalgico delle memorie. Concludendolo, si percepisce che l’intenso intimismo della narrazione non può tuttavia celare l’eccezionalità di questa vita: Iris Origo fu la figlia di William Bayard Cutting, grande amico del filosofo George Santayana e di Edith Wharton, e segretario personale dell’ambasciatore americano nel Regno Unito. Sua madre fu Lady Sybil Cuffe (figlia di un pari d’Irlanda), che fece trascorrere a Iris l’infanzia a Villa Medici, a Fiesole, e il cui secondo marito fu amante di Vita Sackville-West. Il marito di Iris fu il figlio illegittimo di un marchese italiano: con lui trascorse la vita coniugale nella tenuta di La Foce, sulle colline senesi, con lui affrontò il fascismo e la guerra, aprì un rifugio per bambini profughi, e offrì un nascondiglio a fuggiaschi e prigionieri di guerra alleati. 
Il libro è diviso in tre parti e procede, per ammissione stessa della scrittrice, concentrandosi sulle case in cui si dipanò il filo della sua vita. La prima parte è dedicata alle radici dell’albero genealogico di Iris, e si divide nella disamina della vita dei nonni (quello americano e quello irlandese), e sul racconto della vita dei genitori. Del nonno irlandese, Lord Desart, Iris scrive (qui e in seguito, trad. mie): “egli riversò su di me il gusto della vita così com’era nella dimora di campagna irlandese in cui trascorrevo le mie vacanze estive – un mondo di distanze azzurre e infiniti giochi e gioia, profumato della fragranza del pisello odoroso e del deciso sapore stringente dei ribes rossi, in cui le porte erano sempre aperte ai bambini, ai cani e ai vicini”. 
Iris Origo. Fonte: BBC
La seconda parte è forse la più evocativa, perché ci racconta la formazione di Iris, la sua crescita, i suoi studi, il suo avvicinamento alla letteratura. Dopo la dipartita prematura del padre, che morì sulle dune egiziane tentando di scampare alla tubercolosi, la madre portò Iris a Fiesole, a Villa Medici, che trasformò in stile inglese (“tende di chintz, acquerelli incorniciati, vasi d’argento colmi di rose, libri, profumi di scone e di tè appena fatto”) dove intrattenne ospiti celebri come Vernon Lee, mentre la bambina si rifugiava tra l’erba alta “nascosta con un libro nei giorni d’estate, a guardare in basso verso la lontana terrazza dove gli adulti, figure di nani, conversavano incessantemente”. La scrittrice riflette su quanto fossero avventurose quelle estati per lei bambina, che ancora doveva conoscere gli ostacoli e le pene del mondo e coltivava paure primitive, quasi piacevoli, e del tutto travolgenti: “è una delle punizioni dell’età adulta il fatto che le apprensioni e le intuizioni [dell’infanzia] vadano svanendo. Il muro tra noi e quel mondo si ispessisce: quella che era una consapevolezza fissa, anche se non formulata, è diventata solo un ricordo. Mentre passano gli anni, accade solo raramente che quella botola si apra nelle nostre memorie, e ne esca un effluvio di profumi quasi dimenticati, un bagliore di quel mistero”. In quella casa Iris intuì il passaggio della prima guerra mondiale, raccontatale soprattutto dal nonno irlandese nelle sue lettere, e fu sfiorata dalle morti da influenza spagnola. Da lettrice precoce quale sono stata, non ho potuto non innamorarmi delle pagine che Iris dedica alla sua attrazione per i libri; scrive: “l’immaginazione del bambino gli consente non solo di prendere da un libro esattamente ciò che gli serve – persone, genietti, tavoli o sedie – ma gli permette letteralmente di usare tutto questo per arredare il suo mondo. Non riesco a ricordare un periodo in cui io non l’abbia fatto. […] Divenni di volta in volta Maggie Tulliver, Jane Eyre, Catherine Morland, Natasha… Le loro ombre si allungano sullo sfondo della mia adolescenza con una vividezza negata a molte figure reali”. 
Iris poté godere di un’istruzione eccezionale, andando a lezione dal maestro Solone Monti, che le faceva studiare il latino e il greco facendola innamorare dei grandi classici, di Leopardi e di Pascoli; nel frattempo, metteva radici nel suo cuore un trasporto altrettanto caldo e sentito per l’Inghilterra – l’Inghilterra di Keats e di Jane Austen, un’Inghilterra che, come lei stessa scrive con una chiarezza che mi ha permesso di immedesimarmi subito in lei, soprattutto di questi tempi, non è quella del mondo reale, ma è la proiezione meravigliosa, la fantasmagoria, dei nostri desideri. È un’Inghilterra fatta di “biblioteche, guglie di cattedrali, malvarosa nei giardini dei cottage, ruscelli tra alti argini verdi, […] piccole chiese normanne in pietra grigia”. 
La terza parte dell’autobiografia è quella della maturità, del matrimonio, del racconto di La Foce. Iris non si sofferma sulla morte del figlioletto Gianni, ma scrive che quel dolore fu la spinta che la indirizzò sulla via della scrittura (e non ho potuto fare a meno di pensare a Elizabeth Gaskell, che visse la stessa esperienza). Il passo più toccante di questa sezione è l’impressione, rapida ma fortissima, come tutte quelle che permeano questo libro, che Iris conserva della seconda guerra mondiale: “la cacofonia”, trasmessa dalla radio, delle urla isteriche di Hitler, dei ruggiti degli applausi che lo salutavano, dell’apostrofe di Anthony Eden alla Società delle Nazioni, delle proterve dichiarazioni di Mussolini, delle canzoni fasciste dei soldati, e perfino dei bambini. 
Immagini e ombre, così bello che questo post è uno dei più lunghi di Ipsa Legit, è un cammino proustiano intriso di dolcezza. Scrive Iris che “se Proust ha ragione, sto portando dentro di me (a dispetto di tutti i mutamenti avvenuti) l’interezza della mia vita […] il tempo che supplicherei di avere è tempo nel passato, tempo per dare conforto, per completare, per riparare – tempo perduto molto prima che io sapessi quanto velocemente se ne sarebbe andato”. 
Sono tanti i passi che ho segnato in questo libro, e non potrei riportarli tutti. Uno di questi, però, devo citare a conclusione di questo lungo post, perché può esserci forse d’aiuto in un momento così delicato per il nostro paese. Quando la guerra finì, Iris scrisse sull’ultima pagina del suo diario: “Distruzione e morte ci hanno visitati. Ma ora, nell’aria, c’è speranza”.

14 gennaio 2020

Piccole donne, il film

Ieri sera sono stata al cinema a vedere Piccole donne, il capolavoro di Greta Gerwig. È difficile trovare il modo giusto per descriverne la qualità e l’immensa bellezza: forse l’unica strategia per riportare questa esperienza (ed è davvero stata un’esperienza) è ricorrere a una sequenza colpevolmente disordinata di momenti emotivi, di immagini, di attimi senza fiato. 
Il film è un intreccio costante tra i due grandi capitoli del romanzo: quello della fanciullezza (per noi Piccole donne) e quello della maturità (Piccole donne crescono). Tutta l’intensità della storia si gioca lì, su quel limite sottilissimo e strapieno di vita, quella linea impercettibile eppure severa, che segna il passaggio da un’epoca all’altra, da un’età all’altra. C’è grande sapienza, da parte della regista, nel tenere sempre in perfetto equilibrio i due piani narrativi; anzi, direi che c’è perfezione. C’è una scena – non è neanche una scena, è quasi un frammento, in verità – in cui l’abbandono dell’infanzia si mostra in tutta la sua potenza, quasi sacra: è un ricordo fugace di Jo, che da adulta ricorda un istante con Laurie. Un istante apparentemente insignificante, in cui lei gli ruba il cappello in un gesto d’affetto: ma è un momento di essere così travolgente da farci commuovere. 
Le quattro ragazze March sono quanto di meglio si sia mai visto. Meg è deliziosa. Beth non è (finalmente) costantemente sull’orlo del baratro, ma ci regala una dose di inedita vitalità che ci fa rimpiangere ancora di più la sua sorte. Amy è esattamente quello che io ho sempre visto in lei, a dispetto della lunga tradizione di condanne e opinioni denigratorie di milioni di lettori – Greta Gerwig dà finalmente a questo personaggio un volto che forse neanche Alcott era riuscita a conferire chiaramente, e che toccava al lettore intuire: in questo film Amy è limpida, radiosa, schietta, piena di passione, moderna, vivida, presente nel mondo e nella sua vita. 
E poi c’è Jo. Leggendo il libro si è portati naturalmente ad amare Jo. È come se non si potesse farne a meno, si viene trascinati verso questo affetto letterario, ma talvolta è come se non lo si sentisse per davvero. Il film, invece, ci mostra prepotente il motivo di tanto trasporto. Saoirse Ronan (l’attrice candidata all’Oscar per questo ruolo) entra del tutto in Jo, e ce la restituisce nuova, intelligente, padrona di sé, irrefrenabile. E l’effetto è a dir poco meraviglioso. 
La grandezza di questo film sta proprio nel dare una seconda vita alla storia. Il vittorianesimo americano dell’età di Alcott (ma anche di Thoreau, di Emerson, e dei pittori paesaggisti della Hudson River School) si libera di tutti i suoi oscuri stereotipi e al contrario splende di energia: ragazze che ridono, corrono, gridano, giocano sulla spiaggia, giovani uomini con i gli abiti e i capelli raffazzonati, feste da ballo in cui si alza un po’ il gomito, tentazioni a cui è difficile resistere, la paura esistenziale del fallimento che si trasforma in una posa di freddezza e in una finta, sofferente, negligenza. L’attore che interpreta Laurie (Timothée Chalamet, perfetto per attirare a questa storia le spettatrici più giovani) dimostra giusto il talento necessario per impersonare questo carattere, in bilico tra Ottocento ed età moderna. 
La rappresentazione che Gerwig fa della storia, e soprattutto il suo bellissimo finale (che non posso certo rivelare), ricamato sulla scena magistrale della rilegatura del romanzo di Jo, appartiene tutto al ventunesimo secolo, eppure, e proprio in virtù della sua perfetta aderenza alla contemporaneità, conserva la funzione vittoriana della trasmissione di un messaggio forte, di un insegnamento. In questo caso, il messaggio è la libertà delle donne: quella di Amy, quella di Jo, quella di Gerwig – e la nostra. 
I ragazzi e le ragazze di oggi dovrebbero proprio vederlo, questo film, perché è inequivocabilmente fatto per loro. Noi “grandi”, tuttavia, non ne siamo esclusi: il nostro destino è di commuoverci a cospetto della tenerezza della rivisitazione degli episodi centrali del libro, di stupirci di fronte alla sopraffina tecnica cinematografica, di incantarci per una fotografia di livello inestimabile, di apprezzare le minuzie della sceneggiatura e la qualità eccelsa della scenografia – la perfezione degli interni, la bellezza travolgente degli esterni. 
Le mie aspettative su quest’opera erano altissime. Non c’è stato un solo minuto, nelle due ore e un quarto del film, in cui siano state tradite.

28 ottobre 2018

The Master

Quassù fra i monti abbiamo goduto di un ottobre splendente, con i profili delle vette nitidissimi contro il cielo di cobalto e gli alberi di giorno in giorno più saturi d’oro, come un quadro di Klimt. Da ieri, con il mese agli sgoccioli e persino la fine dell’ora legale, siamo immersi nella pioggia, che durerà a lungo, intensa e persistente: domani le scuole resteranno chiuse. Ne ho approfittato per finire un libro che entra senza indugio nella mia lista dei preferiti, perché l’ho amato tantissimo; è riuscito (e non è talento di tutti i libri) a distaccarmi completamente dalla quotidianità e a trascinarmi nella realtà parallela – talvolta la più autentica – della pura letteratura. 
Questo libro è The Master, pubblicato nel 2004 dallo scrittore irlandese Colm Tóibín e tradotto in italiano da M. Bartocci per Bompiani. Il “maestro” è, parafrasando il titolo di uno dei suoi stessi racconti (The Lesson of the Master), Henry James, che per una volta è la creatura, il personaggio, il destinatario e non l’inspiratore dell’alito di vita della scrittura. Tóibín ci racconta un James straordinario, umanissimo, che svela (ma solo a sé stesso) la fatica della socialità e il gusto della solitudine: un uomo con la gola chiusa dai ricordi e dai desideri mai compiuti, dagli amori impossibili e dal rapporto osmotico con la narrazione e con le parole. In undici capitoli accompagniamo James dal gennaio 1895, l’anno del suo fallimento teatrale, all’ottobre 1899, fra le pareti confortanti della casa tanto adorata di Rye, nel Sussex («Amava i rituali del mattino, i libri familiari, le ore trascorse in solitudine e messe bene a frutto, il pomeriggio che scivolava via in bellezza»). 
La linea del tempo, tuttavia, s’intreccia e si srotola, con lunghe incursioni nella giovinezza di Henry e nella storia della sua famiglia, per poi tornare al presente della narrazione, sottolineando così la sua nostalgia e il senso pregnante che la sua scrittura è stata il risultato inesorabile delle sue esperienze e dei suoi incontri. Procedendo lungo le pagine, incontriamo una alla volta le figure che hanno lasciato le impronte più profonde sulla strada del romanziere: i fratelli e la sorella Alice, la cugina Minnie Temple (il modello per Milly in Le ali della colomba), gli artisti della colonia di espatriati americani a Roma (con lo scultore Henrik Andersen che pare la personificazione in vita di Roderick Hudson), i protagonisti dell’aneddoto che ispirò Il Carteggio Aspern, e le tante donne che, sfumatura dopo sfumatura, si sono addensate in Isabel Archer. Tra tutti loro, due nomi, due immagini, due vite più piene delle altre: Lily Norton e Constance Fenimore Woolson. 
Lamb House, l'ultima casa di Henry James.
Foto: IpsaLegit2007
Lily è una figura fugace, ma vivida e ricchissima, che mi ha emozionata perché fu la figlia di Charles Eliot Norton, grande amico di James e soprattutto di Elizabeth Gaskell, della quale la giovane portava il nome. Constance, invece, è il ricettacolo del non-detto e dell’incompiuto: affermata scrittrice a sua volta, strinse con James un’amicizia fuori dal comune, che all’epoca del loro soggiorno condiviso a Bellosguardo, nei pressi di Firenze, destò i commenti a mezza voce dei loro conoscenti. Donna indipendente, appassionata, Constance mise fine alla propria vita a Venezia – la tanto celebrata Venezia di James – gettandosi dal balcone della sua casa vicino al ponte dell’Accademia. Per qualcuno il suicidio fu la conseguenza dell’abbandono dell’amico, che non volle raggiungere Constance nel buio inverno della città sull’acqua. 
Per gli innamorati di Henry James come me, The Master è un libro importante, che in un certo senso annulla la distanza “reverenziale” che possiamo sentire nei confronti di questo scrittore perfetto: ce lo consegna in tutta la sua comune fragilità, come un amico di cui prenderci cura e da osservare in silenzio dalla stanza accanto, mentre lui se ne sta vicino alla finestra, «come per trovare nel giardino la parola o la frase che stava cercando, fra i cespugli e i rampicanti o la rigogliosa vegetazione di fine estate».

4 ottobre 2018

The Victorian and the Romantic

Parecchio tempo fa, girovagando su Twitter, sono venuta a conoscenza di un libro in preparazione: un romanzo della giovane ricercatrice Nell Stevens dal titolo Mrs Gaskell and Me. L’ho aspettato per mesi, e finalmente un paio di settimane fa il libro è arrivato nella cassetta della posta: ho scelto, semplicemente per la bellezza della copertina e per la rilegatura, l’edizione americana, che porta il titolo The Victorian and the Romantic, e ho iniziato immediatamente la lettura, lasciando persino da parte un altro paio di libri che tenevo sul comodino. 
The Victorian and the Romantic è una storia che viaggia su due binari, destinati tuttavia a incrociarsi: il resoconto di un periodo piuttosto rilevante della vita dell’autrice e il racconto della vacanza romana di Elizabeth Gaskell, e della tempesta di sentimenti che quel viaggio (molto presumibilmente) suscitò dentro di lei. A Roma Gaskell incontrò Charles Eliot Norton, il giovane critico d’arte e traduttore americano con il quale scambiò in seguito lettere piene di affetto, di profonde riflessioni e di luminosi ricordi, e leggendo quegli stralci di epistolario non è poi così improbabile pensare che la scrittrice nutrisse per lui qualcosa di più intenso di una semplice amicizia. 
I capitoli “autobiografici”, che narrano la vicenda personale e la storia d’amore di Nell, sono freschi, lievi e piuttosto divertenti: il ritratto dell’esperienza del dottorato di ricerca è perfettamente corrispondente al vero!, come quando leggiamo di come si svolgono le riunioni tra dottorandi (durante le quali spuntano immancabilmente le considerazioni di quei colleghi che pensano che il proprio percorso di ricerca sia l’unico valido, le cui premesse dovrebbero essere applicate agli studi di tutti gli altri) o quando Nell sostiene (e questa sensazione l’abbiamo provata tutti): “I feel as though I know even less than when I started” (p. 46). 
Di tutt’altro tono e intensità i capitoli dedicati a Elizabeth Gaskell, con la quale Nell si rammarica (esattamente come me) di non poter avere uno scambio epistolare: «I felt – still feel – a pang, something like lovesickness, when I think that Mrs Gaskell and I can’t write to each other. We would write such good letters, I think. We would have so much to say» (p. 48). In queste pagine il linguaggio si fa più dolce, a tratti quasi antico, come ad evocare la scrittura gaskelliana: di grande effetto l’episodio della processione di Carnevale, che Gaskell riporta in Delitto di una notte buia e di cui abbiamo una testimonianza anche in una lettera della figlia Meta (cfr. il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell).
Il ritratto che Nell ci offre della sua “amica” Elizabeth è traboccante d’affetto; e io, che per alcune opere ho “prestato” ad Elizabeth la voce italiana e che sento con lei un legame fortissimo che trascende i confini del tempo, sono stata felice di percepire i miei stessi pensieri stampati sulla carta: «I had never encountered a writer who could fill a page so entirely with herself. Mrs Gaskell is […] brimming with love for the people around her. […] It oozes from those letters, that love: it reached me as soon as I began reading them» (p. 48). Sì, è proprio questa la sensazione che le lettere di Elizabeth Gaskell hanno suscitato in me: la percezione di una vitalità travolgente e di uno sconfinato amore per gli amici. Tra i tanti celebri incontri di Elizabeth Gaskell, gli espatriati anglo-americani di Roma godono di un’attenzione particolare in questo libro e uno dei capitoli finali è dedicato proprio a loro. La conclusione del romanzo è pregna di commozione: uno scrigno di delicatezza, di coscienza del tempo che passa, e infine della consolazione dell’immortalità dell’arte e dell’amicizia.

29 agosto 2018

Incontro in Egitto

A ogni nuova lettura, Penelope Lively mi piace di più (ho consigliato due suoi libri anche ai miei studenti, per l’estate). In questo blog ho scritto, con grande entusiasmo, di L’estate in cui tutto cambiò, Amori imprevisti di un rispettabile biografo, È iniziata così e Un posto perfetto, e oggi tocca a Incontro in Egitto (sempre edizione Guanda, trad. it. di Gaspare Bona). 
Come spesso accade nei libri di Lively, Incontro in Egitto (vincitore del Booker Prize nel 1987) si dedica alla rappresentazione del valore del Tempo nella vita dell’essere umano. Il Tempo, entità fluida e inafferrabile, intonata dal caos, orchestrata dal destino, che ci invita a riflessioni profondissime e spesso sconcertanti sulla nostra esistenza e sulla differenza tra realtà e non-realtà, su un oggi che è, misteriosamente, un livello di percezione intercambiabile con il passato e con altri infiniti piani di verità. 
Il libro racconta, attraverso una molteplicità di io narranti che ci permette subito di cogliere la necessità di una realtà non assoluta, la storia di Claudia, un’anziana donna in punto di morte che torna indietro nel tempo e ci presenta la sua vita. Claudia, ex reporter di guerra, ha una personalità forte, voluminosa, a volte eccessiva, scevra di compromessi e di ipocrisie. È una donna che si è occupata di storiografia e che ha dovuto meditare a lungo sulla natura del Tempo, sul significato e sulla funzione della figura dello storico e sul suo rapporto con il Vero, sulla potenza del linguaggio e infine, e dunque, su se stessa: «Non c’è cronologia nella mia testa. Sono fatta di una miriade di Claudie che vorticano e si mescolano e si dividono come scintille di sole sull’acqua»; «Quando voi e io parliamo di storia, ci occupiamo forse di ciò che è realmente avvenuto? Del caos cosmico in ogni luogo e in ogni tempo? No, parliamo di come tutto ciò viene ordinato nei libri […]. La storia si dipana; le circostanze, per naturale inclinazione, preferiscono rimanere aggrovigliate»; «il tempo e l’universo sono sparpagliati nelle nostre menti. Siamo storie del mondo assopite». 
Penelope Lively (The Guardian)
Tra i tanti episodi della vita di Claudia, quello centrale è il suo “incontro in Egitto” durante la seconda guerra, che la costringe a mettersi a confronto con la barbarie della battaglia, la decadente ideologia del colonialismo, la bellezza sfiancante del deserto e la potenza trascinante dei sentimenti. Le parole che Lively, nativa di Il Cairo, usa per descrivere l’Egitto – ultimo balenio dell’impero britannico – sono seduttive, colme di struggimento: «Nel ricordo non c’è che la spalla bassa e lunga della collina fulva che domina la Valle dei Re, dietro alla quale s’inabissa il sole fra pennellate d’oro, di rosa e di turchese. La mite sera egiziana risuona del tintinnio del ghiaccio nei bicchieri, dello sciabattare dei camerieri sulla terrazza di pietra dell’albergo, del brusio di voci, delle risate: suoni di cento altre serate». Questo libro è davvero bellissimo: uno di quei romanzi traboccanti di umanità, che ti rendono felice e orgogliosa di essere una lettrice.

22 giugno 2018

Letture di una "prof", prima delle vacanze

Cari lettori, in queste ultime settimane sono state tante le idee libresche che mi sono passate per la testa, ma la concentrazione e la tranquillità giuste per scriverle mi sono mancate, purtroppo. Maggio, per chi lavora a scuola, è un mese lungo e fitto di incombenze, e benché ormai le lezioni siano finite da due settimane, le ultime riunioni, gli scrutini e gli Esami di Stato ora in corso non mi hanno lasciato troppo tempo per occuparmi del mio sempre amato blog. Ma quali sono stati, in questi due mesi, i miei pensieri legati ai libri (lasciando perdere i libri di testo in adozione per il prossimo anno…)? Innanzitutto ho stilato delle liste di letture da assegnare alle mie classi per l’estate: a parte per un gruppetto ristretto di studenti, che hanno necessità di ripassare la grammatica inglese, ho voluto che i “compiti delle vacanze” fossero romanzi, saggi o racconti, possibilmente da amare e ricordare. Spero di aver proposto delle opzioni che piacciano e che avvicinino i ragazzi al «paradiso senza fine» (come direbbe Virginia Woolf) dei libri. 
Personalmente in questo periodo ho letto librini “piuma”, superleggeri, che mi facessero compagnia per una mezz’oretta prima di addormentarmi – qualche giallo di poca sostanza e persino una manciata di quei romanzetti che vendono migliaia di copie, generalmente ambientati in una botteguccia di Parigi o cose così. Niente di cui valga la pena scrivere qui, evidentemente! Tra le letture più serie, invece, rientrano The Aspern Papers e la collezione di lettere di Henry James, Letters from the Palazzo Barbaro (edizioni Pushkin, a cura di Rosella Mamoli Zorzi, con una prefazione del biografo dello scrittore, Leon Edel), scritte nel corso dei soggiorni veneziani. In una di queste lettere si fa riferimento all’aneddoto che ispirò a James proprio la composizione del Carteggio Aspern. Continua poi la mia lettura di Virginia Woolf, mia zia di Quentin Bell (La Tartaruga edizioni). Infine, la più recente lettura in corso, iniziata ieri sera, è Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi), che a giudicare dalle prime pagine promette davvero bene! Ah, dimenticavo: ho lavorato alle ultime bozze di una nuova traduzione di Elizabeth Gaskell, che dovrebbe uscire tra poco. Spero di potervi scrivere presto tutti gli aggiornamenti del caso… 
E poi, come spesso accade quando ho voglia di bella scrittura, ma non troppo difficile, sono ritornata a Kate Morton – che, come sa chi frequenta Ipsa Legit, è una delle mie scrittrici preferite: in attesa del suo prossimo romanzo, intitolato The Clockmaker’s Daughter, che uscirà a settembre, ho scelto di rientrare nelle suggestive atmosfere di The Distant Hours e nelle stanze “parlanti” di Milderhust Castle. 
Come recita lo stesso incipit del libro, «It all started with a letter», questa storia comincia a partire da una lettera consegnata con anni di ritardo, che innesca una ricerca a ritroso nel tempo da parte dell’io narrante, alla scoperta dei segreti che hanno coinvolto sua madre e un terzetto di sorelle colpite dalla tragedia della seconda guerra mondiale. Il grande talento descrittivo di Kate Morton, bravissima nell’esplorare i meccanismi della memoria e nel rappresentare ed evocare i luoghi (sarà forse questa la ragione per cui mi piace così tanto?), si esprime in passi come questi: «I can still see the glittering morning sky on my lids: the early summer sun simmering round beneath a clear blue film. It stands out in my memory, I suppose, because by the time I next saw Milderhust, the seasons had swung and the gardens, the woods, the fields, were cloaked in the metallic tones of autumn». «Have you ever wondered what the stretch of time smells like? […] Mould and ammonia, a pinch of lavender and a fair whack of dust, the mass disintegration of very old sheets of paper. And there’s something else, too, something underlying it all, […]. It’s the past. Thoughts and dreams, hopes and hurts, all brewed together, fermenting slowly in the fusty air, unable ever to dissipate completely». «The room settled around their absence; the stones began to whisper. The loose shutter fell off its hinge, but nobody saw its slip». Che modo magnifico di descrivere la vita reale dei luoghi, di come essi riescano a sopravvivere anche oltre coloro che li hanno abitati, e di come sappiano restituire al visitatore di un tempo seguente tutta la potenza delle passioni di chi lo ha preceduto… 
Per concludere questo post, suggerisco un altro paio di miei vecchi scritti su Kate Morton, uno riguardo al mio incontro con lei a Francoforte (https://ipsalegit.blogspot.com/2015/10/meeting-kate-morton-at-frankfurt.html) e l’altro su The Secret Keeper, il suo quarto libro (https://ipsalegit.blogspot.com/2012/11/una-splendida-lettura.html
Insomma, vi auguro una buona estate, lettori!

22 aprile 2018

Daisy Miller

Dopo un inverno lungo e freddo, in questi ultimi giorni anche qui fra i monti ci immergiamo nella primavera, e io ne sto approfittando per leggere en plein air, e soprattutto per ritornare a uno scrittore che è e resterà forse per sempre il mio più amato – lo scrittore che mi ha svelato la bellezza sconfinata del leggere in inglese, e che ha influenzato, in un modo o nell’altro, un’ampia porzione della mia vita (e di questo blog). 
Lo scrittore è Henry James. Il mio primo incontro con la sua penna risale ai primi anni dell’università, quando scoprii, come una specie di illuminazione, Ritratto di signora. Da allora in avanti non feci che cercarlo e inseguirlo, entrando nelle librerie anche solo per scorrere il suo scaffale, anche solo per desiderare di potermi portare a casa la sua opera completa. Alla fine degli studi magistrali, nel momento della scelta della tesi, era a lui che avrei voluto dedicare la mia ricerca: a lui e in particolare al rapporto tra le sue opere e i luoghi di ambientazione. Non potei perseguire questo progetto a causa di particolari dinamiche di dipartimento (un rimpianto che non mi lascerà mai), e il mio percorso di studi si spostò dunque su Elizabeth Gaskell prima e sulle scrittrici del Romanticismo inglese più avanti. Tante cose sono cambiate da quel tempo, le vicende della vita mi hanno portata lontano dall’accademia e in giro per l’Europa, ma il ricordo di Henry James è stato sempre presente, e dovunque mi sia spostata ho sempre ricercato quella sua bellezza, quei suoi luoghi, appunto, che fanno di lui per me una sorta di oracolo della letteratura e del viaggio. 
Il castello di Chillon (Foto: IpsaLegit2016),
sul lago di Ginevra, che Daisy visita insieme a
Winterbourne. A questo luogo "byroniano"
ho dedicato il post Letteratura sul lago
In questi giorni di sole e aria profumata, dicevo, sono ritornata a James. Ho ripreso in mano Il carteggio Aspern, con i suoi struggenti ritratti veneziani, e ieri pomeriggio ho finito di rileggere Daisy Miller nella mia edizione dei romanzi brevi dei “Meridiani” (Volume I; la trad. it. è di F. Mei). Daisy Miller è un racconto lungo del 1878. I protagonisti sono i classici personaggi jamesiani, due americani espatriati in Europa: Winterbourne e la deliziosa Daisy, di cui l’innocenza e l’inconsapevolezza dei costumi del Vecchio Mondo distruggeranno la reputazione, e non solo. La storia prende le mosse dalla Svizzera, a Vevey, e prosegue a Roma, e sono proprio l’austerità e la “vecchiaia” di questi luoghi a rendersi colpevoli della caduta di Daisy, che è una giovane donna troppo all’avanguardia per l’età in cui vive, che sceglie la propria strada a dispetto delle convenzioni e affidandosi unicamente al desiderio di libertà. Le giovani donne jamesiane soffrono quasi tutte di questa “malattia” intellettuale, così meravigliosa eppure così tragica: ed è molto spesso proprio in nome della loro libertà che vanno incontro alla tragedia. 
I Fori Romani, dove si consuma
la caduta di Daisy. (Foto: IpsaLegit2018)
Uno scritto didattico e di denuncia insieme, Daisy Miller è un testo, come di consueto per l’autore, stilisticamente perfetto, che nelle rappresentazioni dei luoghi – cruciali per le vicissitudini dei protagonisti – trova istanti di una bellezza purissima: «Pochi giorni dopo […] [Winterbourne] incontrò Daisy in quella bella dimora di fiorente desolazione chiamata il palazzo dei Cesari. La precoce primavera romana riempiva l’aria di profumi e di germogli, e la ruvida superficie del Palatino era ricoperta di verde tenero. Daisy passeggiava in cima ad uno di quei grandi mucchi di rovine, arginati da marmi muschiosi e lastricati di iscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non fosse mai stata così bella».

7 marzo 2018

Letture sotto la neve

È difficile leggere speditamente tra le tante (pre)occupazioni legate al lavoro a scuola, ma nelle ultime settimane sono riuscita almeno a collezionare un buon numero di libri che promettono di essere straordinari, e nei quali non vedo l'ora di sprofondare, appena ne avrò la libertà. Dalla biblioteca ho scelto Intrigo italiano (Einaudi) di Carlo Lucarelli - stile inconfondibile: sembra di sentire l'autore raccontare la storia a voce alta -, un giallo che si svolge nella Bologna degli anni cinquanta con protagonista il commissario De Luca, già primo attore di una serie di crime stories ambientate nell'Italia fascista (da non perdere, in particolare, Indagine non autorizzata, edito da Mondadori). Prima di questo libro, mi hanno fatto compagnia le vicende dolci e strazianti del romanzo d'esordio di Joël Dicker (noto per essere l'autore del grandissimo successo editoriale La verità sul caso Harry Quebert), intitolato Gli ultimi giorni dei nostri padri (Bompiani). È questa una storia di guerra, che narra le sorti di un gruppo di giovani partigiani francesi arruolati in Inghilterra per essere preparati a organizzare e portare avanti la Resistenza in patria. Una bella lettura, piuttosto scorrevole, che ha il merito di riscoprire un aspetto del conflitto non molto noto: il fatto cioè che Churchill diede vita a una squadra di servizi segreti (SOE, Special Operations Executive) incaricata di azioni di sabotaggio e intelligence oltre le linee nemiche in territorio francese.
Per passare dall'ebook al cartaceo, le mie più recenti scelte sono state due. Ho comprato in libreria Hotel Sacher. L'ultima festa della vecchia Europa (EDT), un romanzo della scrittrice e giornalista austriaca Monika Czernin, che ci racconta la biografia di Anna Sacher, moglie del proprietario del leggendario albergo viennese, tra metà Ottocento e la prima guerra mondiale.
Il secondo romanzo (in inglese), arrivato oggi con il corriere, è invece l'ultima opera del grande scrittore contemporaneo irlandese John Banville, il cui soggetto è una sorta di realizzazione del sogno di un lettore: si tratta di un sequel di Ritratto di signora di Henry James, che porta il suggestivo titolo di Mrs. Osmond (Penguin Books). Quando ho scoperto la sua esistenza, qualche settimana fa in una libreria svizzera, non potevo quasi crederci... Adesso devo solo trovare un po' di tempo e quiete per godermi tutto lo splendore del ritorno di Isabel.

17 gennaio 2018

Virginia in viaggio

I diari di viaggio sono una tra le forme di scrittura che mi affascinano di più. Quando a questo genere letterario si accompagna il nome di Virginia Woolf, non c’è altro da fare se non lasciarsi incantare. 
La lettura di quest’ultima settimana è l’edizione Mattioli (come sono belle!) Diari di viaggio in Italia e in Europa, una raccolta di brani che, come scrivono le traduttrici F. Cosi e A. Repossi, Woolf non aveva pensato per la pubblicazione e di conseguenza conservano la loro frammentarietà, spontaneità e la freschezza della “brutta copia”. I viaggi oggetto di questa raccolta di pagine diaristiche toccano la Grecia e la Turchia, l’Italia, l’Olanda, la Germania e l’Austria, la Francia e la sezione per me più commovente, «Qui è rimasto qualcosa di noi», interamente dedicata alla Gran Bretagna. Commovente perché i luoghi di Virginia sono luoghi che ho visto, e i tratti del suo pennello fatto di verbo li rievocano con una forza sorprendente, in un ricordo che non è affatto sbiadito dal tempo, bensì forse ancora più luminoso, grazie al contributo delle parole e della nostra mente, pronta ad afferrarle e a rielaborarle. 
Non a caso, citando i luoghi più rappresentativi della Cornovaglia – St. Michael’s Mount e Lizard Point – la stessa scrittrice osserva: «dato che le caratteristiche del paesaggio non sono cambiate in dieci anni, né in mille, il mutamento dev’essere nel mio punto di vista e non nel profilo del territorio». Nella trattazione del Norfolk il linguaggio di Virginia si fa quanto mai visivo: «vedo un muro, colorato come un’albicocca al sole, con tocchi di rosso. Il profilo e gli angoli del tetto e dell’alto camino sono saturi di puro cielo azzurro […]. È il tipo di azzurro che, per una ragione che riesco a malapena a spiegare, mi fa capire perché si dice che “goccioli” dalle ali di un uccello in volo». Su Rye: «penso a tutti i vaghi profumi e alla frescura di una sera di campagna che si riversano sul nostro corpo» e poi «le nuvole […] diventano lenzuoli stracciati dai bordi logori appesi sul paesaggio, che riempiono tutta l’aria di luci e tenebre differenti». 
Di grande interesse, nell’arco dell’intero libro, è notare come la scrittura di Virginia muti e si evolva. Lei stessa afferma: «mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze» – questa “scoperta” si realizza, nella prima parte della raccolta, che risale al primo decennio del Novecento, attraverso descrizioni fluide e dettagliate, dolcissime; e nell’ultima parte, composta negli anni Trenta, in frasi lapidarie, di una manciata di parole, che tuttavia, susseguendosi l’una all’altra e a volte prive persino del verbo, formano una sequenza di immagini abbacinanti di significato e di pienezza. Di Heidelberg, per esempio, si legge: «Grande fioritura di rododendri. Ancora caldo e azzurro. E il fiume come una lamina di vetro che si muove». E ti ritornano davanti agli occhi, immediatamente, il profilo delle rovine del castello, le stradicciole della città, la poesia del Neckar.

8 dicembre 2017

Un gentiluomo a Mosca

Un gentiluomo a Mosca di Amor Towles (Neri Pozza 2017, trad. it. di S. Prina) non è tecnicamente un romanzo russo, ma del grande romanzo russo dimostra tutte le caratteristiche: il ritmo quasi incantato, il gusto per i piaceri della vita, la malinconia, il senso dell’amicizia e dei legami familiari imperituri, la solitudine dell’eroe che con paziente saggezza osserva lo srotolarsi del destino e della Storia. Difficile descriverlo questo libro, talmente è bello e ricco e magnetico; difficile credere che il suo protagonista, il Conte Rostov, agli arresti domiciliari dentro un hotel di Mosca da cui si scorge l’ingresso del Bol’šoj, non sia una persona vera, che potrebbe spuntare da un momento all’altro, con la sua giacca bianca e i suoi ricordi, nella cornice di una finestra illuminata dall’altra parte della strada.
Questo romanzo mi ha accompagnata per diversi giorni e oggi, che nella quiete di un pomeriggio di neve, l’ho terminato ascoltando, in sottofondo, il rasserenante jazz di Al Bowlly, mi è dispiaciuto davvero separarmene. Come archiviare le luci dell’Hotel Metropol, che segnano negli anni i suoi trionfi, la sua decadenza e la sua rinascita? Come dimenticare la storia di Nina e della sua piccola Sof’ja, che in chiusura del libro parte per una nuova avventura, ricordandoci quasi una Miranda, o una Viola shakespeariana? Come pensare di spegnere la musicalità di una scrittura meravigliosa, che scorre senza sforzo, evocando quasi per magia le antiche dimore dell’aristocrazia zarista, e poi le infinite nevi della Russia, e la dolcezza dei fiori di ciliegio in primavera, lo scandire inesorabile del regime e l’avanzata di un progresso che non lascia tempo alle spiegazioni? Ed è soprattutto con nostalgia che si chiude questo infinito catalogo di citazioni, dirette e indirette, dalle più svariate forme della cultura europea: il teatro, la musica, la poesia, la filosofia, il cinema… 
Un gentiluomo a Mosca è davvero un’esperienza di lettura – di quelle che non si dimenticano più.

«Davanti a lui si stendeva la città, gloriosa e grandiosa. Legioni di luci luccicavano e turbinavano fino a mescolarsi con i movimenti delle stelle. Vorticavano fino a formare una sfera confusa, dove l'opera dell'uomo si confondeva con quella del Cielo».

12 novembre 2017

Londra - con gli occhi di Virginia Woolf

Ho concluso la lettura di Londra, una raccolta di saggi di Virginia Woolf, con traduzioni e a cura di M. Fortunato (Bompiani 2017), tutti dedicati alla multiforme bellezza della capitale. Ho letto questo libro a pezzettini, godendomi le miniature così come le vedute panoramiche, le ampie boccate d’aria dei prati cittadini così come le delicate essenze di un salotto che chiude fuori il freddo. I testi raccolti sono articoli, saggi, pagine di diario, ricordi personali che intessono un patchwork ricco e armonico, impreziosito dalla proposta di suggestive mappe della città, che invitano, come ogni volta, a pensare di partire; e l’eleganza e la perfezione della scrittura sono persino esaltanti. 
La prima passeggiata di parole, Per le strade di Londra, si presenta subito come un piccolo capolavoro: il curatore la definisce «un’esperienza primaria di apertura al mondo, […] una ricognizione nella storia del Sé collettivo; […] un affondo nel proprio Io prima dell’Io». Woolf afferma che l’ora migliore per intraprendere questa camminata è verso sera, possibilmente d’inverno, grazie all’aria particolarmente limpida e al buio che scende presto, consentendoci di non essere più noi stessi, mescolandoci alla folla e godendoci le «isole di una luce pallida» accese dai lampioni e le distese d’erba «dove la notte si raccoglie con naturalezza per dormire», ascoltando il frusciare dei rami, il grido di una civetta e il lontano fischiare di un treno. La scrittrice celebra poi le librerie dell’usato, dove possiamo «gettare l’ancora tra le agitate correnti dell’essere» e ritrovare il nostro equilibrio; infine la riflessione ritorna verso casa, dove l’Io ritrova la propria sicurezza grazie alla disposizione degli oggetti nell’ambiente domestico che è rimasta placida e identica, nel corso della nostra scorribanda metropolitana. 
46, Gordon Square
Fra gli scritti più evocativi c’è Vecchio Bloomsbury, in cui Woolf ricorda la casa della giovinezza e poi la genesi di quello che sarebbe diventato il cuore pulsante della modernità occidentale: il circolo di intellettuali e artisti di cui fece parte in prima persona insieme a Vanessa, al futuro marito Leonard, a Duncan Grant, a Roger Fry, a Clive Bell, e a decine e decine di irripetibili ingegni. Il ricordo di una sera di gioventù si coagula intorno a un abito di raso bianco sul pavimento, «nell’aria un vago odore di guanti di capretto. La collana di perle coltivate giaceva sulla toeletta, confusa in mezzo alle forcine» e la dimora degli Stephen ci viene presentata come «un confuso groviglio di emozioni. […] Avevamo permeato l’intero, vasto edificio della storia della nostra famiglia». La penna si sposta poi al numero 46 di Gordon Square – un indirizzo ormai epico per noi lettori – che «nell’ottobre del 1904 era il posto più bello, eccitante e romantico del mondo» e ci descrive i cambiamenti dell’arredamento che si succedettero nel corso degli anni, nonché le avventure dei fratelli e delle loro rivoluzionarie serate tra intellettuali: «C’era sempre qualche nuova idea in cantiere; sempre qualche nuovo quadro da guardare, appoggiato su una sedia, o qualche nuovo poeta ripescato nell’oscurità e messo in piena luce». Quasi eterei sono i ritratti di E.M. Forster e degli altri ospiti di Bloomsbury, nella ricostruzione di un’atmosfera di densità artistica e letteraria che non può che travolgerci di fascino e di nostalgia. 
Di grande forza evocativa, e di grande interesse per me in particolare, Le case degli uomini illustri, in cui Woolf descrive la casa dello scrittore Carlyle e della moglie al numero 5 di Cheyne Row e quella di Keats a Hampstead (dove è «sempre primavera»): «Rami ondeggianti gettano ombre qui e là sui muri bianchi e lisci della casa. Qui […] un usignolo cantò. […] La voce della casa è la voce delle foglie che stormiscono al vento; dei rami che si agitano in giardino. Solo una presenza – quella dello stesso Keats – abita qui. […] Qui sedeva accanto alla finestra e ascoltava senza muoversi, guardava senza trasalire e girava le pagine senza fretta, anche se il suo tempo era così breve».
Londra è una pubblicazione bellissima, da tenere sempre accanto a sé sul comodino, per allontanarsi un po’ dal grigiore quotidiano e sprofondare in un mondo di eccezionale bellezza, fatta di topografia, ma anche e soprattutto delle parole di una scrittrice che non potremo mai smettere di leggere con rinnovato stupore e commossa ammirazione. 

Un articolo dedicato al libro pubblicato su Repubblica la scorsa estate: http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/06/15/news/guida_londra_virginia_woolf-168161983/

9 novembre 2017

Neve, strenne e storie di Natale

Cari lettori, tanto tempo è passato dall’ultimo post, perché tante cose sono cambiate… ho cambiato casa e (ri)cominciato un mestiere e in questi primi mesi del nuovo lavoro gli impegni sono davvero tanti! 
Nel frattempo, però, non ho mai smesso di dedicarmi ai libri e oggi sono molto felice di potervi presentare il risultato di quasi un intero anno di lavoro… Qui, fuori dalla mia finestra, il vento freddo ha già spiccato le foglie dorate dei giorni scorsi; l’altro ieri è nevicato e tra una poltrona coperta da un plaid, il profumo delle caldarroste in strada e una cioccolata calda tra le mani sto sfogliando un volumetto nuovo di zecca: una raccolta di racconti di Natale pubblicata da edizioni Croce, dal titolo Neve, strenne e storie di Natale


In questa raccolta, che ho curato e di cui ho scritto l’Introduzione (oltre alla traduzione di alcuni dei racconti) compaiono delle vere e proprie gemme di narrativa natalizia, alcune delle quali inedite in italiano e scovate dopo lunghissime ricerche fra gli archivi… Ecco il sommario: 

- Thurlow e il racconto di Natale (John K. Bangs) 
- Pat Hobby e il suo desiderio di Natale (F. S. Fitzgerald) 
- L’ideale infranto (Maria Messina) 
- Jesusa (Emilia Pardo Bazán) 
- Tilly (Louisa May Alcott) 
- Neanche per idea (Anthony Trollope) 
- College Santa Claus (Ralph Henry Barbour) 
- Il mio primo Natale felice (Mary Elizabeth Braddon) 
- Il sarto di Gloucester (Beatrix Potter) 
- Discesa dalle nuvole (Grazia Deledda) 
Chiude il volume una… gustossima appendice! 

Per scrivere la mia Introduzione, Sotto lo stesso albero. Racconti natalizi fra tradizione popolare, idealità e iconografia, mi sono immersa in un mondo caldo e sfavillante, ma anche profumato di cibo e tradizione, scoprendo aneddoti e storie che non conoscevo, e che spero contribuiranno a rendere il prossimo Natale ancora più speciale. In questo libro troverete racconti di famiglie, di ragazzi, di giochi nella neve, di amicizia, di feste più o meno riuscite, di carità, di ricordi e di nostalgia. La bellezza di queste pagine - che, se lo vorrete, potranno incamminarsi con voi verso il Natale oppure farvi compagnia durante le feste, nella quiete di un salotto illuminato da un camino acceso e nell’eco delle carole - è incorniciata da un’opera grafica deliziosa, che richiama tutto ciò che si narra al suo interno, e con una quarta di copertina che si trasforma, nella magia di un attimo, in un biglietto d’auguri colmo di sorrisi.

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: Neve, strenne e storie di Natale
Autori vari
A cura di Mara Barbuni
Traduzioni di S. Asaro, M. Barbuni, V. Visaggio
Edizioni Croce, Roma 2017
Prezzo: 16€
Uscita in libreria: 30 novembre 2017



17 agosto 2017

Un'estate fra i libri

È passata la prima metà d’agosto, e prosegue la mia estate concitata e pienissima di impegni, letterari e non solo. L’autunno e l’inverno porteranno un trasferimento e l’inizio di un nuovo lavoro, ma soprattutto delle nuove pubblicazioni, di cui non vedo l’ora di potervi parlare! Questi caldi mesi estivi sono dunque trascorsi tra i libri che mi sono serviti per lavorare: classici e tanta, tanta saggistica critica. Per la sera e le ore libere, dunque, ho scelto narrativa più leggera, riletture e saggi non letterari.
La mia tradizionale immersione nel giallo ha previsto, di J.C. Masterman, Tragedia a Oxford (Polillo), il classico giallo dell’età d’oro, con una coinvolgente voce narrante e la magnifica ambientazione universitaria; di P.D. James, Un lavoro inadatto a una donna (Mondadori), il primo giallo della serie dedicata all'investigatrice privata Cordelia Gray; di Ian Sansom, Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore (TEA), un surreale esempio di picaresco moderno, molto intenso e ben scritto nei primi capitoli, in seguito appesantito dalla sua stessa sofisticatezza; di Andrew Nicoll, La vita segreta e la strana morte della signorina Milne (Sonzogno), ben scritto, soprattutto all’inizio, ma che in seguito si “sfilaccia” un po’, per arrivare a una conclusione piuttosto debole; di Agatha Christie, Giochi di prestigio, Polvere negli occhi e È un problema (Mondadori), uno dei suoi capolavori. 
Per la grande letteratura, Ognuno muore solo di Hans Fallada (Sellerio), spietato racconto degli anni del regime nazista nel suo centro nevralgico, Berlino, in un lucido esame della miseria morale dell’uomo; e di Henry James, Roderick Hudson, il primo, grande “romanzo del Grand Tour” della narrativa jamesiana. Per la saggistica, ho letto invece, di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza (Laterza), un saggio sul linguaggio della politica italiana contemporanea: idea interessante, ma svolgimento molto, troppo semplice – mi aspettavo qualcosa di più; e l’eccellente C’era una volta la Ddr di Anna Funder (Feltrinelli), che con l’andatura di un romanzo mi ha riportata tra le strade di Berlino, per raccontare l’incredibile tragedia del Muro e della normalizzata e sistematica soppressione della libertà personale nella Germania Est.
Infine, sto rileggendo con grande diletto The Distant Hours di Kate Morton, e mi rendo conto che è il suo libro più maturo (insieme a The Secret Keeper): la riflessione sui meccanismi del tempo, l’osservazione della malattia mentale, e soprattutto questa scrittura sempre sotto controllo, che sa dilungarsi anche senza movimenti della trama, incantandoci per il suo inglese splendido, contraddistinto da un lessico prezioso, e inoltrandosi nelle dinamiche del pensiero dei personaggi, nella psicologia dello spazio domestico e nell’antropomorfismo degli oggetti. «Have you ever wondered what the stretch of time smells like? […] Mould and ammonia, a pinch of lavender and a fair whack of dust, the mass disintegration of very old sheets of paper. And there’s something else, too, something underlying it all, something verging on rotten or stewed but not. […] It’s the past. Thoughts and dreams, hopes and hurts, all brewed together, fermenting slowly in the fusty air, unable ever to dissipate completely».
Ora, però, devo tornare a scrivere… Buona ultima parte d’estate a tutti i lettori!

7 giugno 2017

Casa Howard

Hayley Atwell e Matthew MacFayden,
protagonisti della miniserie BBC (2017)
Ho letto di recente che la BBC sta lavorando a una miniserie in quattro episodi ispirata a Howards End, il romanzo di Edward Morgan Forster da cui nel 1992 è stato tratto il bellissimo film di James Ivory, con Emma Thompson e Anthony Hopkins. Ho approfittato della notizia per rivedere il film e soprattutto per rileggere il libro, di cui mi sono procurata una nuova edizione (Mondadori, con traduzione di Paola Campioli); e come spesso accade quando si rientra in un romanzo visitato tanti e tanti anni prima, l’esperienza è stata molto diversa. Se è vero che siamo quello che leggiamo, è vero anche che ciò che leggiamo cambia a seconda dei nostri personali mutamenti. 
Casa Howard, scritto nel 1910, è un’indagine, ricca di simbologie, delle forze sociali, filosofiche ed economiche attive in Inghilterra nel mondo ancora pseudo-innocente che ha preceduto la prima guerra mondiale. La nazione si mostra al culmine del suo trionfo imperiale, eppure già manifesta il germe di una corrosiva falsa moralità e dei tormentosi dubbi sul futuro dell’Inghilterra. Come ha scritto Lionel Trilling, la domanda cruciale di questo romanzo è: “Chi erediterà l’Inghilterra?” – ci si chiede cioè quale sarà la classe sociale che darà una definizione all’identità della nazione. I tre ceti rappresentati nel romanzo sono la upper class che vive agiatamente di rendita, ovvero Margaret ed Helen Schlegel, colte, idealiste e dall’aria “straniera” (sono infatti di origine tedesca); i Wilcox, la middle class la cui ricchezza deriva dal lavoro, “inglesi” fino al midollo; e i coniugi Bast, che lottano quotidianamente con la povertà e lo spettro della perdita del lavoro e della reputazione. È naturalmente il Caso («ordinata follia», la chiama lo scrittore) a mettere in contatto questi tre gruppi sociali così diversi: le Schlegel incontrano i Wilcox in vacanza; successivamente, lo smarrimento di un ombrello innesca la strana amicizia tra le sorelle e il disgraziato Leonard Bast, la cui sorte Forster designa con una frase terribile, di un’attualità raggelante («la meno riuscita non è la carriera dell’uomo che è stato colto impreparato, ma di quello che si è preparato e non è mai stato colto. Su una tragedia di questo genere la morale del nostro paese mantiene il debito silenzio»). 
Le storie di questi personaggi si intrecciano intorno a tre perni simbolici fondamentali, che sono i libri, il denaro e la casa. Con i libri – di cui Margaret ed Helen (e il fratello destinato a Oxford) si nutrono quasi inconsciamente, perché fanno parte del tessuto connettivo della loro famiglia – Leonard tenta di sfuggire al penoso destino che gli è toccato: legge la sera, quando torna stanco dal lavoro, e nonostante le proteste della moglie meschina e ignorante; legge per migliorarsi, confidando che il suo futuro sarà migliore proprio grazie a una migliore istruzione. Di libri, invece, i Wilcox non si occupano mai, perché la rete di sostegno della loro famiglia è offerta dal lavoro che produce denaro. Anche con i soldi le ragazze Schlegel intrattengono un rapporto inconsapevole (ne hanno così tanti da non doversene preoccupare), ma, proprio per questo, quando decidono di intervenire nelle questioni finanziarie altrui generano confusione, e in ultima istanza la tragedia. 
E infine c’è la casa, che come suggerisce il titolo stesso del romanzo, è il centro attrattivo dell’intera azione. Casa Howard appartiene ai Wilcox, ma sono le sorelle Schlegel a innamorarsene davvero (illegittimamente, ma appassionatamente) e a restituirle la vita; il loro desiderio per quella casa è in fondo ciò che mette in moto la narrazione, ed è nello spazio della casa che questa si conclude, arrivando infine a dare una risposta alla questione portante del libro. Come scrive Forster, «Non sono i tipi come loro a creare gli spettacoli della storia: il mondo sarebbe un luogo grigio ed esangue se fosse interamente composto di signorine Schlegel. Ma, il mondo essendo quello che è, forse esse vi risplendono come stelle». 
Fotogramma dal film di James Ivory
L’immagine dell’Inghilterra che Forster offre in questo romanzo è un altro ingrediente della sua suggestività. L’idea di bellezza, e di libertà, e di movimento che le sue descrizioni ci regalano sono ancora più struggenti, se rilette alla luce della cronaca di questi giorni, in cui si ha quasi la tentazione di avere paura del viaggiare e del muoversi: «Margaret […] aveva forti sentimenti nei confronti delle varie stazioni ferroviarie di Londra. Sono le nostre porte verso il glorioso e l’ignoto. Attraverso di esse andiamo incontro al sole e all’avventura e a esse, ahimè, torniamo. Nella stazione di Paddington è latente tutta la Cornovaglia e il remoto occidente; in fondo al pendio di Liverpool Street si stendono le paludi e gli sconfinati Broads; la Scozia è oltre i piloni di Euston; il Wessex dietro l’equilibrato caos della stazione di Waterloo. […] A Margaret la stazione di King’s Cross aveva sempre suggerito l’infinito». È quasi cinematografica, poi, la visione del paese a volo d’uccello che ritroviamo nel capitolo 19: «Volendo mostrare l’Inghilterra a uno straniero, forse la cosa più saggia sarebbe condurlo sulle colline di Purbeck e farlo sostare sulla loro sommità. L’uno dopo l’altro i sistemi geografici della nostra isola si riunirebbero ai suoi piedi. […] Wight è bella oltre le leggi della bellezza. È come se un frammento d’Inghilterra fluttuasse incontro al forestiero per salutarlo. […] E dietro a questo frammento sta Southampton, ospite delle nazioni, e Portsmouth, un fuoco latente, mentre tutt’intorno turbina il mare. […] La ragione viene meno, come un’onda, sulla spiaggia di Swanage; l’immaginazione si gonfia, si allarga e si approfondisce, finché diventa geografica e circonda l’Inghilterra». 
Chi eredita, dunque, tutta questa bellezza? È un insolubile intreccio di classe, la più alta e la più bassa, imparentate con la solida borghesia, e destinate a riprodursi tra le quattro pareti di una casa, Howards End, che rappresenta la tradizione stessa dell’Inghilterra: i papaveri tra le spighe, gli alberi di susine, il campo da tennis, le siepi di rose canine, i gigli, i tulipani, l’olmo – la fertilità opulenta del suolo. In conclusione, «il piccolo, sbagliato incontro a Casa Howard era vitale. I suoi effetti si erano propagati fin dove rapporti più seri restavano sterili; era più forte dell’intimità tra sorelle, più forte della ragione o dei libri».