31 maggio 2019

Nuove scoperte

Sembra finito anche il nostro secondo inverno (quello iniziato a marzo, che è piovuto gelido su queste montagne fino all’altro ieri…) e si avvicina la chiusura dell’anno scolastico. Un anno mediamente duro, infarcito di episodi a cui avrei preferito non assistere, ma anche di tante belle lezioni, generate insieme agli sguardi irrequieti di vita di ragazze e di ragazzi straordinari, pronti ad affrontare l’esame di maturità e a salpare per il loro domani. Il pensiero di separarmene è commovente e malinconico, per il senso già pungente della mancanza che sentirò di loro l’anno prossimo, ma anche speranzoso, per l’augurio di un meraviglioso futuro che già sto lasciando loro nel corso dei nostri ultimi incontri.
Proprio ieri, tornando da scuola, ho iniziato a leggere M - Il figlio del secolo di Antonio Scurati, una biografia, dal sapore di romanzo, di Mussolini, alla quale mi sono avvicinata perché attratta dalla ricca scrittura che ho conosciuto con Il tempo migliore della nostra vita e perché interessata a tentare di capire, per quanto possibile, il fenomeno di culto individuale che ci mandò in rovina nel secolo scorso (e che non ha mai smesso, forse, di minacciare questo paese). 
Nelle ultime settimane, invece, ho fatto una delle mie piacevoli scoperte “light”: è la serie di romanzi gialli dello scozzese Martin Walker, che ha creato un piccolo e intensissimo mondo narrativo in Dordogna (sud-ovest della Francia) tutto concentrato sulla figura del commissario Benoît Courrèges. Il mio incontro con questa saga è partito dalla traduzione italiana del decimo libro (Grand Prix. Delitto Doc per il Commissario Courrèges, edito da Feltrinelli) e la lettura è stata così intrigante e distensiva che mi sono lasciata prendere dalla curiosità e ho cercato di ricostruire la serie di queste storie partendo dal principio. Ho quindi letto in inglese i primi tre episodi (non c’è traduzione italiana): Death in the Dordogne, Dark Vineyard e Black Diamond e mi sono davvero divertita nell’incanto della splendida campagna francese, con i suoi villaggi popolati di personaggi ben caratterizzati e le sacre tradizioni legate ai piaceri del gusto: i vini, le ricette a base di uova, il tartufo (interessante in proposito questo articolo del New York Times sullo scrittore e il suo protagonista). Sono state letture giustamente pacifiche e riposanti, ma non per questo di scarsa qualità stilistica o di scarso valore; anzi, alcuni filoni narrativi affondano le radici nella storia recente della Francia (ricordi di Resistenza, di guerra in Algeria e in Vietnam) di cui non è frequente sentir parlare. Per il momento ho messo in pausa le mie gustose frequentazioni della Dordogna, ma intendo tornarci al più presto con il quarto capitolo della serie – e chissà, forse un giorno mi capiterà di andare di persona a cercare i luoghi del Commissario Courrèges. Dopotutto, l’estate è alle porte… 😊

26 aprile 2019

Un aprile, tre libri

Nell’ultimo mese, con la preziosa complicità di lunghi viaggi in pullman e pazienti attese in aeroporto, ho letto tre libri molto belli, tutti di firma maschile (cosa piuttosto fuori dall’ordinario, per me): un romanzo, un saggio e una biografia scritta con il ritmo e la passione della narrativa.
Quest’ultima è Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati (Bompiani), un libro che ho finito molto opportunamente ieri, nel giorno della Liberazione. Con scrittura magistrale racconta la vita fisica e intellettuale di Leone Ginzburg, colui che disse “no” al fascismo e che contribuì a fondare la casa editrice Einaudi. La narrazione è molto forte, intrecciando i riferimenti dottissimi al lavoro di Ginzburg (studioso indefesso, curatore precisissimo e traduttore innamorato) alle marce forzate della storia d’Italia che piomba verso la caduta. Altri filoni biografici (e autobiografici) si innestano in questo ramo centrale, che tuttavia rimane il più bello e il più interessante e si rivela infine un vero inno alla resistenza della letteratura: “Poter abitare la terra di mezzo tra la radura dei vivi e la selva dei morti, la sfera visibile e quella invisibile, ecco cosa ci rende umani. Lo diventiamo grazie a testimonianze come quella affidata da Leone Ginzburg alla sua ultima lettera. Esseri capaci di raccontarsi l’un l’altro la propria storia, e a vicenda la storia degli altri. Dall’al di là a chi è ancora qua. Chi è andato e chi rimarrà”. 
Il secondo libro è una recente pubblicazione Feltrinelli, che interpreta uno dei motivi di scrittura che mi appassionano di più, cioè il rapporto degli scrittori con le loro case: La finestra di Leopardi di Mauro Novelli. Novelli, professore alla Statale di Milano, ci incanta in questo libro con il suo viaggio dal Nord al Sud dell’Italia, alla ricerca dei focolai di storia, di nostalgia e di vita che si condensano nei paesaggi e nei luoghi degli autori, nei loro oggetti e nelle loro abitudini. 
Dalle langhe di Fenoglio e Pavese alla casa densa di Manzoni, dal Vittoriale degli Italiani alla dimora collinare di Petrarca, dalle carceri tormentose degli scrittori prigionieri ai nidi di Giovanni Pascoli, dagli esili dei grandi poeti (Dante, Foscolo) alle stanze tutte per sé delle penne femminili, dalle vastità della Sicilia agli odori della Sardegna, fino alla carezza del paesaggio di Recanati. Scrive Novelli che “inseguendo l’ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Sulle loro pagine ci siamo riconosciuti, nelle loro stanze li riconosciamo. Qui […] è maturata una parte di noi”: mi emoziona leggere queste parole, perché riflettono esattamente ciò che ho sentito scrivendo i miei due libri sui luoghi di Elizabeth Gaskell (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Sui passi di Elizabeth Gaskell) e Le case di Jane Austen.
Infine, il romanzo che ha accompagnato questo ultimo mese è I coraggiosi saranno perdonati di Chris Cleave (Neri Pozza, trad. it. di L. Prandino), che racconta la seconda guerra mondiale dal punto di vista, triplice e poi duplice, di chi rimase a Londra, patendo la tragedia della distruzione e della disperazione, e di chi scelse di combattere – e in particolare si ritrovò protagonista e vittima dell’assedio dell’isola di Malta. Il libro è scritto (e tradotto) in una lingua molto bella, trasuda passione da ogni pagina e ci trascina nella commozione per il destino di Mary, di Tom e di Alistair e dei bambini, prima evacuati e poi rispediti indietro, che a Londra rischiano la vita sotto le bombe a causa delle loro malformazioni o del colore della pelle. 
È intenso il rapporto che la giovane di buona famiglia Mary, desiderosa a ogni costo di prestare servizio alla nazione in guerra, instaura con questi piccoli rifiutati, e con l’idea stessa di istruzione: quando entra nella scuola abbandonata in cui spera di recuperare quei bimbi alla vita, “le sembrava di avere cinque anni, e cinquecento. Ecco i resti di diecimila corsi di studio, ossa inabissate sul fondo. I fossili della nazione. Le si strinse il cuore, perché la guerra aveva reciso il filo sottile che legava ogni bambino ai suoi avi, con legami fatti di punto croce e di calligrafia”. Il romanzo abbonda di dettagli sensoriali e di simboli visivi, che rendono la lettura scorrevole come un film: il “profumo dolce di iuta dei sacchi di posta” che vuol dire l’amore lontano, “il cielo color indaco, chiassoso di stelle” che significa la piccolezza umana e la solitudine, “l’odore di cera del corrimano”, segno di casa, e il barattolo di marmellata di more di Tom, che percorre insieme a noi tutta la storia, rappresentando l’amicizia, il ricordo e la speranza. Nonostante la portata stupefacente della tragedia, infatti, in questo romanzo resta il bagliore sempre vivo del senso della sopravvivenza: “La vita ci metteva più tempo a riassestarsi che a esplodere, ma questo non significava che non potesse essere bellissima, purché ci si ricordasse di andare a fare passeggiate in campagna e ascoltare musica alla radio”.

24 marzo 2019

Le sorelle Mitford. Una biografia

Qualche giorno fa è stata la giornata mondiale della poesia e io ne ho approfittato per appendere alla bacheca della scuola qualche verso di Wordsworth. Naturalmente ho scelto la poesia dedicata ai narcisi, perché non c’è niente di più speranzoso e confortevole del giallo acceso delle loro teste aperte in canto, “fluttering and dancing in the breeze”. 
La lettura di queste ultime settimane, invece, è stata una lunga opera biografica: Le sorelle Mitford. Biografia di una famiglia straordinaria di Mary S. Lovell, pubblicata in italiano da Neri Pozza con la traduzione di M. Togliani. Delle celebri sorelle Mitford sentivo parlare, più o meno direttamente, da diverso tempo, e più precisamente da quando ho comprato, in una libreria di paese che ormai ha tristemente chiuso le sue porte, L’amore in un clima freddo (Adelphi) di Nancy Mitford, la primogenita. Quella lettura – che devo riprendere in mano, alla luce di quest’ultima biografia – mi indirizzò al mondo dei “Bright Young Things” e a Vile Bodies di Evelyn Waugh (grande amico di Nancy e autore di Ritorno a Brideshead) e di recente, grazie ai gialli di Jessica Fellowes, ne ho riscoperto il fascino, decidendo infine di gettarmi a capofitto nelle oltre seicento pagine dell’opera di Lovell. 
Questa biografia ha tanti pregi. Il primo è quello della scrittura: chiara, precisa, si snoda sciolta tra i capitoli senza inutili orpelli, elencando un fatto dopo l’altro, evitando di assumere posizioni e mantenendosi, pur nella sua attenzione alla realtà storica, al di là di qualsiasi giudizio. Un secondo pregio, superfluo dirlo, è il contenuto. Queste sei sorelle – Nancy, Pam, Diana, Unity, Decca, Debo – sono state un monstrum, un fenomeno inimmaginabile, che nel bene e nel male ci mostrano un volto dell’Inghilterra al quale è sgradevole prestare attenzione e che tuttavia è necessario prendere in considerazione senza remore, se si vogliono capire tante sfaccettature del coinvolgimento britannico nella seconda guerra mondiale. Altra qualità di questo libro è il ritmo, serrato, teso, libero da citazioni troppo lunghe, il ritmo di una lunga cavalcata nella storia che non annoia mai (come accade purtroppo a tante biografie) e ci travolge con la sua ondata di fatti. 
La famiglia Mitford nel 1928 (Wikipedia)
Le vicende delle sei sorelle si intrecciano fra le pagine: nessuna di loro resta nell’ombra. La straordinarietà di ciascuna è sorprendente, ci lascia increduli, perché ognuna delle loro vite ha lasciato un’impronta nell’identità del paese, attraverso colpi di scena degni di un romanzo, opere letterarie di grande pregio o ragnatele di contatti e di amicizie che hanno investito l’intero Novecento dei libri di storia. 
Nancy è stata una scrittrice di successo. Pam una castellana di grande spirito e sagacia. Diana, icona di bellezza per tutta la sua vita, sposò il leader del movimento fascista britannico, Oswald Mosley, e divenne amica di Hitler. Del dittatore austriaco, che adorava incondizionatamente, Unity fu quasi una protetta. La sorella minore, Decca, fu una militante comunista, fuggì in America con il suo grande amore e lottò per i diritti umani fino alla fine, inimicandosi gli altri membri della sua famiglia. Debo divenne per matrimonio Duchessa di Devonshire e signora di Chatsworth House – forse la più bella dimora storica della Gran Bretagna – e insieme al marito, ma anche dopo la morte di lui, la riportò letteralmente alla luce, restituendole il fascino indescrivibile e la forza di sopravvivenza economica che conserva ancora oggi. 
Le sorelle Mitford è un libro ammaliante, un appassionante tuffo nella storia che merita di essere conosciuto: dietro la patina luminosa dello humour, dei party scintillanti, dell’educazione impartita in casa e della serena spregiudicatezza dell’aristocrazia inglese degli anni Venti e Trenta vi si ritrovano oscuri abissi di pensiero e di conflitto, nei quali è sempre doveroso sprofondare per tentare di comprendere le potenzialità, benevole e insieme malvagie, dell’animo umano.

3 marzo 2019

Miscellanea d'inverno

Gennaio e febbraio, a scuola, sono sempre mesi intensi e anche se si riesce comunque a leggere (sull'autobus, nell'attesa di una riunione, dopo cena) è poco il tempo per ripensare alle parole che si sono assorbite dalle pagine e alle sensazioni che hanno suscitato. Prima di scrivere questo post ho dovuto stilare un elenco dei libri che si sono avvicendati nel mio e-reader nelle ultime settimane e lo riporto qui, a memoria di un periodo concitato durante il quale, purtroppo, non ho potuto soffermarmi con la giusta lentezza sulle mie esperienze di lettura. 
Ho letto, di Domenico Seminerio, Il manoscritto di Shakespeare, edito da Sellerio. Si tratta di un librino piacevole, infarcito di espressioni in siciliano, che narra di un anziano ossessionato dall'identità del Bardo, che sostiene di avere prove tangibili della sua provenienza sicula. La leggenda è nota - se ne è occupato anche un certo giornalismo - ma in questo libro è un pretesto simpatico per raccontare una storia mediamente avvincente e certamente ben caratterizzata. Subito dopo, per tornare a respirare l'aria buona della verità storica, mi sono immersa nella monumentale e bellissima biografia di William Shakespeare scritta da Peter Ackroyd (Shakespeare. Una biografia, Neri Pozza, trad. it. di C. Gabutti), che racconta di un drammaturgo concreto e passionale, umanissimo e pieno di talento; mi hanno affascinata in particolare i primi capitoli, che presentano il giovane William nel rapporto strettissimo e ricco di suggestioni con Stratford-upon-Avon, e le argomentazioni dell'autore in merito alla delicata relazione del poeta con suo padre. 
Oltre a cinque romanzi di Agatha Christie, che tengono piacevolmente compagnia quando si è troppo stanchi di pensare (e la scuola è una fucina di pensieri...), ho letto Il catalogo delle donne valorose di Serena Dandini: una raccolta di profili più o meno lunghi di donne che hanno attraversato la Storia lasciando la loro impronta per la posterità. 
Ho ri-cominciato in questi giorni il secondo capitolo della saga dei Delitti Mitford di Jessica Fellowes (del primo volume ho scritto qui), Morte di un giovane di belle speranze (Neri Pozza), ma prima mi sono dedicata a due letture dedicate proprio ai libri, un saggio e un diario. Il saggio è Vendere l'anima di Romano Montroni (Laterza), che scrive, anche piuttosto tecnicamente, del necessario e difficile mestiere di gestire una libreria; il diario è quello di Shaun Bythell, edito da Einaudi con il titolo Una vita da libraio - il racconto di un anno di vita della libreria The Bookshop di Wigtown, in Scozia, dove si avvicendano clienti bizzarri, letture strabilianti, inconvenienti tecnici, commessi fuori di testa e le gioie e le paure di un venditore di libri usati. 
I libri che ho appena nominato sono state benvenute parentesi di libertà tra le letture che sempre, obbligatoriamente, accompagnano la vita quotidiana di un'insegnante (per sorridere un po' sull'argomento mi sono letta anche Perle ai porci del fantomatico Gianmarco Perboni): in preparazione di una lezione particolare, però, mi sono goduta l'opportunità di riprendere qualche saggio di Virginia Woolf (ho usato l'edizione del Saggiatore Voltando pagina, a cura di Liliana Rampello): come sempre, una bellezza infinita.