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16 dicembre 2021

Jane Austen's birthday

Cari lettori di Ipsa Legit, per festeggiare oggi il compleanno di Jane Austen recupero un lavoro in forma di webinar, in sei puntate, che ho preparato nella primavera del 2020.

In ognuno dei sei capitoli del seminario In casa con Jane Austen ho tentato di esplorare il significato della casa nella biografia e, soprattutto, nelle opere della scrittrice, prendendo spunto dal mio libro Le case di Jane Austen (pubblicato da flower-ed nel 2017). 

Oggi, approfittando dell'anniversario della nascita e delle prossime festività, ricordo qui il link alle sei puntate del webinar, sperando che possano essere un gradevole passatempo per trascorrere queste giornate. 

Potete accedere alla playlist delle sei puntate cliccando qui: 
https://www.youtube.com/playlist?list=PLb1WomCWAlKxfGAC_MZI8DklXzb9MRgxB

Buona visione! 

15 agosto 2020

Webinar: "A casa con Jane Austen"

Cari lettori di Ipsa Legit, la scorsa primavera, durante l'isolamento, ho preparato per la Jane Austen Society of Italy un webinar (seminario in rete) in sei puntate intitolato In casa con Jane Austen

In ognuno dei sei capitoli del seminario ho tentato di esplorare il significato della casa nella biografia e, soprattutto, nelle opere della scrittrice, prendendo spunto dal mio libro Le case di Jane Austen (pubblicato da flower-ed nel 2017). 

Oggi, approfittando dell'estate e della festività, metto anche a vostra disposizione il link alle sei puntate del webinar, sperando che possano essere un gradevole passatempo per trascorrere quest'ultima parte di agosto (che siate al lavoro, in vacanza, oppure a casa). 

Potete accedere alla playlist delle sei puntate cliccando qui: 
https://www.youtube.com/playlist?list=PLb1WomCWAlKxfGAC_MZI8DklXzb9MRgxB

Buona visione! 

8 agosto 2020

The Jane Austen Society, di Natalie Jenner

Come ormai d’abitudine, le mie estati sono anche dedicate alla costruzione di un nuovo numero di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy. Per la nuova uscita, prevista il prossimo ottobre, ho scritto due articoli, ho elaborato un paio di rubriche e per collaborare a uno dei pezzi che vi saranno contenuti (sul quale non posso rivelare niente, ma è una grande sorpresa!) ho letto The Jane Austen Society di Natalie Jenner, pubblicato da St. Martin’s Press lo scorso maggio. 

Questo romanzo, che non intende riportare fatti storici, racconta la nascita della prima associazione dedicata a Jane Austen e lo fa mettendo in scena otto personaggi di incredibile spessore, che si riuniscono in virtù del loro comune amore per la scrittrice; il centro della narrazione è Chawton, dove il gruppo di ammiratori intende tentare di acquistare il cottage per evitarne la caduta in rovina e onorare la vita e le opere dell’autrice. L’aspetto più allettante del libro sono, naturalmente, i continui riferimenti a Austen: ai suoi personaggi, alle sue storie, alla straordinaria eredità che ha lasciato ai posteri e al legame – per qualcuno incredibile, magari intangibile, ma nello stesso tempo indistruttibile – che i lettori sentono con lei. In particolare, gli otto membri della Jane Austen Society sono entrati in sintonia con la scrittrice e tra loro in virtù di una sofferenza intima e lacerante che tutti hanno vissuto, ma dalla quale hanno trovato, in qualche modo (e anche grazie alla letteratura), il modo di riaversi. 
Questo libro è una storia di recupero, di guarigione, di capacità di assorbire il dolore, di appropriarsene, e dunque di rialzarsi. Traduco solo uno dei passaggi che ho sottolineato, che sono davvero numerosi: “Durante la Grande Guerra, i soldati colpiti da stress post-traumatico erano stati incoraggiati a leggere in particolare Jane Austen – Kipling aveva affrontato il lutto per la perdita del figlio morto al fronte leggendo i libri di Austen ad alta voce alla sua famiglia, ogni sera – Winston Churchill li aveva usati di recente per superare la Seconda Guerra Mondiale. Adeline e il Dr. Gray avevano sempre amato la scrittura austeniana e potevano parlare per ore dei suoi personaggi; i suoi libri, oggi, alleviavano anche il loro dolore. […] Parte del conforto che ne traevano era l’eroismo della stessa Austen, che scrisse mentre era malata e disperata, guardando in faccia la propria morte precoce. Se ce l’aveva fatta lei, pensavano Adeline e il Dr. Gray, potevano farcela anche loro”. 
Adeline, il dottor Gray, Adam, Evie, Frances Knight: i personaggi del romanzo di Natalie Jenner , che decidono di fondare una società letteraria per salvare un'eredità che è patrimonio di tutti, sembrano creature reali, con le loro segrete angosce, la loro paura di vivere, il rimpianto, la difficoltà di aprirsi al mondo, la ribellione a un sistema sociale impietoso. Il magnete che li attrae verso lo stesso punto è Jane Austen, è il cottage di Chawton: e forse è soprattutto la necessità, che ci rende umani, di ritrovarci in una comunità, per affrontare così il futuro con più coraggio e più speranza.

11 maggio 2017

Jane Austen at Home

Quando ho saputo che Lucy Worsley avrebbe scritto una biografia su Jane Austen ho deciso che l’avrei letta subito, appena pubblicata. Worsley è una studiosa di storia, curatrice di beni storici, accademica ma soprattutto divulgatrice, ed è per quest’ultimo talento che è molto conosciuta. I suoi documentari storici-letterari per la BBC sono informativi e precisi, ma allo stesso modo divertenti: il mio preferito è stato A Very British Murder, una serie in cui vengono studiati (e “interpretati” da lei, in costume d’epoca!) i più celebri omicidi della storia britannica. Cose che in Italia probabilmente non si produrrebbero, e tanto meno se lo storico che racconta i fatti fosse una donna.
Il sostanzioso volume Jane Austen at Home è comparso nella mia cassetta della posta la scorsa settimana e oggi sono arrivata alle ultime pagine. Non è la mia prima biografia di Austen: in precedenza ci sono state quella originale del nipote James Edward Austen-Leigh (il Memoir), quella di Constance Hill del 1901 che ho contribuito a tradurre in italiano (Jane Austen: i luoghi e gli amici), quella di Claire Tomalin – che però ho letto così tanto tempo fa da non averne conservato alcun ricordo –, quella in forma di raccolta epistolare di Giuseppe Ierolli (Jane Austen si racconta) e, più di recente, quella di Paula Byrne, The Real Jane Austen: a Life in Small Things del 2014, sicuramente ben curata e che rivela un grandissimo lavoro di ricerca. Vedo sui giornali che in questi giorni qualcuno ha già iniziato a parlare di molte, troppe somiglianze, tra il lavoro di Byrne e il nuovo libro di Worsley, ma penso che la cosa non debba stupire, visto che il soggetto è identico e che certe conclusioni sono naturali in opere contemporanee, che traggono spunto dalle stesse fonti più recenti.
Lucy Worsley. Fonte: bbc.co.uk
Di sicuro il mio personale ritmo di lettura è molto diverso: il libro di Lucy Worsley procede con uno stile così irresistibile da sembrare quasi un romanzo, mantenendo però una salda aderenza alla verità storica e una grande lucidità, condita di scintille di ironia che fanno onore alla stessa scrittura austeniana. (Almeno, questa è la mia impressione: ma quando si parla di Jane Austen bisogna stare più che accorti alle opinioni che si esprimono!) Se si conosce l’autrice, e il suo lavoro in televisione, leggendo il suo libro sembra di vedere il suo sorriso lievemente beffardo e di sentire la sua voce accattivante, impegnata nel racconto della eccezionale vita di Jane Austen; inoltre – ed è un aspetto che mi dà sempre soddisfazione – il libro è strutturato molto bene, ordinato, pulito, con i capitoli che replicano un modello preciso (un’apertura quasi sempre dedicata all’aspetto puramente storico, all’età georgiana in generale; l’immersione nel mondo e nella vita di Jane Austen; la chiusura con un pizzico di suspense, o con il cliffhanger che ti rimanda subito al capitolo successivo).
Citazione da p. 249. Cliccare per ingrandire.
La caratteristica che ho amato di più in questa biografia è l’equilibrio tra una confessata parzialità per l’autrice e la auto-ironica leggera debolezza per il piacere di immaginare cose che non sono accadute e, d’altra parte, la forte necessità di restare fedeli al vero, senza tentare voli di fantasia o melense immedesimazioni con la scrittrice (che, ricordiamo, è vissuta duecento anni fa, in un universo totalmente diverso dal nostro). Insomma, davvero un bel libro, che per me ha reso il dovere di conoscere la biografia di questa scrittrice niente affatto oneroso. Si parla di guerra e di pace, di tè, zucchero e porcellane Wedgwood, di ricette e di lavori di cucito, di mobili, di cappelli, di case, di viaggi, di libri e di lettere, di risate e rimpianti, di vita e di morte. Mi auguro che Lucy Worsley ne tragga uno dei suoi splendidi documentari a puntate: sarebbe l’ultimo tocco necessario per riportare davvero in vita il mondo di Jane Austen.


Aggiunta del 3 giugno 2017: un documentario di un'ora dedicato alle case di Jane Austen con protagonista Lucy Worsley è andato in onda su BBC2. Si trova su Youtube a questo link

Il mio libro, Le case di Jane Austen, che non è una biografia, ma un'analisi del valore della domesticità nei romanzi canonici austeniani, si può acquistare sia in formato ebook che cartaceo da qui 

30 gennaio 2017

Le case di Jane Austen

Dopo la pubblicazione, lo scorso anno, di Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, esce oggi un mio nuovo saggio, con il quale proseguo l'esplorazione dei significati dell'ambiente e della forma della casa nella letteratura inglese. 
Il libro, Le case di Jane Austen, pubblicato da flower-ed, è dedicato al valore che le case hanno assunto e assumono per Jane Austen e per i suoi personaggi. Mentre ciascuno dei capitoli è dedicato in particolare a uno dei romanzi canonici (con l'eccezione del primo, di natura biografica), il percorso di lettura tracciato da questo saggio prende in esame l'architettura delle case che compaiono nelle storie austeniane, il loro arredamento, gli oggetti che le decorano, il denaro necessario a mantenerle e i guadagni ottenuti dallo sfruttamento (più o meno aggressivo) delle proprietà, i divertimenti interni alle loro stanze, i passatempo, la comunicazione, le abitudini alimentari e tanti altri particolari. Le domande che questo saggio si pone, e alle quali ha tentato di rispondere, sono, tra le altre: 

- Qual è il senso della parodia della casa gotica in Northanger Abbey
- Che cosa significa per le sorelle Dashwood la perdita della casa? 
- Qual è il ruolo di Pemberley nella struttura di Orgoglio e pregiudizio
- Come si rapporta Fanny Price agli ambienti di Mansfield Park
- Qual è lo scopo narrativo del continuo spostarsi di Anne Elliot tra diverse case in Persuasione
- In che senso Donwell Abbey in Emma rappresenta l'identità dell'Inghilterra?
- In che modo i romanzi di Jane Austen affrontano le teorie estetiche del loro tempo?
- Qual è la relazione tra movimento e inerzia, tra fantasia e realtà, tra linguaggio e silenzio, che i personaggi austeniani interpretano all'interno del contesto domestico? 

Seguendo questo tipo di «sentieri di conoscenza», ho rinvenuto, nei luoghi e nei dettagli domestici illustrati da Jane Austen, degli indicatori della psicologia dei suoi personaggi e in generale della natura umana. I sei romanzi (opere ben diverse che semplici storie d'amore) ci restituiscono il ritratto di un'epoca intera, dal punto di vista della sua realtà storica, economica, estetica e politica; e così facendo rendono ancora più accurato, concreto e immortale il racconto dei percorsi di maturazione e di crescita individuale delle loro protagoniste. 

SCHEDA LIBRO
Le case di Jane Austen
di Mara Barbuni
Edizione flower-ed, gennaio 2017
ISBN 978-88-97815-87-7
180 pagine

Disponibile su Amazon in cartaceo e ebook


25 giugno 2016

Love & Friendship al cinema

Questa settimana ho potuto vedere al cinema Love & Friendship, un film diretto da Whit Stillman e tratto dal romanzo epistolare giovanile di Jane Austen Lady Susan (di cui ho scritto qui). Nella minuscola sala della mia piccola città ho trascorso l'ora e mezza del film in piacevole compagnia di altri due spettatori (una splendida coppia sulla settantina abbondante) che come me sembrano aver apprezzato l'esperienza di vedere un film in inglese con i doppi sottotitoli, in francese e tedesco (dopotutto siamo in Svizzera!) 
Il film, oltretutto, è davvero molto ben fatto. In primo luogo rispetta lo spirito epistolare della storia scritta da Austen, perché i minuti sono divorati dai dialoghi e dai lunghissimi monologhi che riproducono, talvolta testualmente, le lettere del libro. Il regista manifesta le proprie scelte stilistiche sin dall’inizio, quando i luoghi e i personaggi sono presentati allo spettatore con scene statiche, a tutto schermo, un po’ scurite sui margini (con effetto «vignettato»), che ricordano subito delle miniature settecentesche. 
Il film è decisamente «miniaturale» e decisamente settecentesco. Oltre che dalla tendenza alla fissità delle immagini e da musiche che conservano certe risonanze shakespeariane è infatti contraddistinto dall’ironia. Anzi, direi che l’ironia lo pervade, riuscendo a restituirci la natura dissacrante e sarcastica della scrittura di Jane Austen. Tom Bennett, in particolare, regala al personaggio di Sir James Martin una comicità che ha strappato qualche sonora risata sia a me che ai miei due compagni di «visione» e i siparietti tra Lady e Lord De Courcy (interpretato da James Fleet, già John Dashwood in Sense and Sensibility del 1995) sono spassosissimi. Confermano l’identità settecentesca della storia le scelte dei costumi (gli abiti delle signore sono precedenti a quello stile Impero al quale siamo stati abituati a vederli finora), tra cui spiccano due notevoli esemplari in tessuto a righe, e il ritratto di un Sensibility man («uomo della Sensibilità»), rappresentato dagli occhi lucidi di lacrime di Reginald de Courcy. 
Le scenografie sono suggestive, molto attente a mostrare soggiorni, ingressi, stanze da letto, salottini privati che abbondano di oggetti come libri, candele, ritratti. Un aspetto specifico dell’uso della cinepresa ad avermi affascinata è, in particolare, la presenza ricorrente di «soglie»: porte, finestre e cancelli ritornano continuamente. Un paio di scene esterne, che sono volutamente limitate dalle «soglie» o «confini» del parco di Churchill, sono evidenti citazioni da Sense and Sensibility del 1995; le scene interne, invece, sono spesso rappresentate, in modo molto intelligente e originale, in secondo piano rispetto alla cornice offerta da una porta socchiusa. Questa scelta stilistica mi ha da una parte ricordato che le «cornici» (di natura sociale, economica, culturale e persino biografica) di un testo non devono mai essere trascurate, e dall’altra costruisce un efficacissimo senso di eavesdropping (la parola inglese per «origliare»), che sottolinea la portata trasgressiva della storia rappresentata, fedele all'originale. 
Come scrive Diego Saglia (Leggere Austen, Carocci 2016, pp. 97-99), infatti, «[Lady Susan] è la controparte femminile del personaggio di Lovelace [...] [sulla quale] Austen ci impedisce di formulare un giudizio netto. […] l’autrice ci porta a preferire la voce franca, diretta e spregiudicata della protagonista e la sua visione egoista e corrotta del mondo. […] [Lady Susan] non si pente delle sue macchinazioni, né si ravvede e si vota alla virtù. Ma non viene neppure punita dalla giustizia narrativa dell’autrice». 
Una nota di merito conclusiva va a Kate Beckinsale, che da giovanissima e candida Emma (miniserie ITV, 1996) si è saputa tramutare in una Lady Susan enigmatica e credibilissima – con un accento British davvero irresistibile. Potete «assaggiare» il fascino suo e dell'intero film già nel trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=8MaSK3POHI0

Questo post è stato pubblicato, con qualche variazione, anche su www.jasit.it

22 febbraio 2016

Una stanza tutta per sé

Per il gruppo di lettura organizzato dalla Jane Austen Society of Italy in collaborazione con (nientemeno che) la Biblioteca Salaborsa di Bologna ho riletto Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, un saggio cruciale per la letteratura occidentale e l’iniziatore dei gender studies – ovvero l’interpretazione del testo che tiene a mente il genere di chi lo ha scritto, e, perché no, anche di chi lo legge. I punti di interesse di questa lettura sono innumerevoli, e molti sono oggi ovvi ed evidenti, benché, soprattutto in questa contemporaneità, sembrino essere tornati a suscitare scalpore per qualcuno (ad esempio, il fatto che le donne siano rappresentate come il “contraltare” o la “spalla” di un uomo è il risultato di una sovrastruttura culturale, e non di un fatto naturale!) 
In particolare, voglio concentrami qui su quattro aspetti. 
1) Appena aperto il libro mi sono ritrovata a scrutare con attenzione le primissime righe e le scelte lessicali che le contraddistinguono. Il brano è costellato di indicatori di negazione (i corsivi nelle citazioni sono miei). «Qualche osservazione su Fanny Burney […], Jane Austen […], le Brontë […], la signorina Mitford […], George Eliot […], la signora Gaskell, e basta»; «Non sarei mai riuscita a giungere ad una conclusione. Non avrei mai potuto adempiere a quello che è […] il primo compito di un conferenziere»; «le donne e il romanzo restano […] problemi insoluti»; «non si può sperare di dire la verità»; «quello che descriverò non esiste»; «dalle mie labbra scorreranno menzogne». La valenza ironica di questo paragrafo mi pare fortissima e già da sola anticipa il contenuto dell’intero saggio, perché schernisce la tradizione critica precedente (maschile) che ha affermato precisamente questi principi, ovvero, che le donne non possono fare letteratura. Il compito del seguito dello scritto di Woolf è, ovviamente, confutare questa tesi fossilizzata ed eliminare, uno a uno, gli indicatori negativi per affermare che le scrittrici furono molte di più di quelle citate qui sopra e che una donna può sperare di giungere a una conclusione al termine di una conferenza (o di un saggio), risolvendo i problemi di partenza e affermando delle verità. 
2) I riferimenti alla fisicità sparsi tra le pagine sono rappresentazioni di quanto il corpo umano (e quindi il “genere”) sia un medium fondamentale per comprendere la realtà. Questa fisicità si concretizza nella percezione sensoriale del prato di Oxbridge dal quale la parlante viene cacciata via, con la «chioma sparsa» dei salici, il riflesso tremolante del ponte sull’acqua, le finestre che mutano colore per via delle nubi spostate dal vento. Si intensifica nella gustosa rievocazione del cibo: carni di salmone, pernici e daino inondate di salsa, un dolce «tutto zucchero» e vino paglierino. Indugia nel desiderio insoddisfatto – a causa dell’esser donna – delle sigarette, dei liquori e delle poltrone profonde delle stanze maschili. Si intensifica nell’immagine fugace di Judith, l’immaginaria (ma ne siamo certi?) sorella di Shakespeare che in cerca di fortuna artistica si è ritrovata incinta, e quindi perduta, e quindi suicida. Ritorna infine nella frase, fulminea, che già si intreccia con i principi delle teorie postcoloniali: «Uno dei grandi vantaggi di esser donna è appunto il fatto di poter passare davanti a una negra bellissima senza desiderare di farne un’inglese». 
3) La materialità dello sguardo di Woolf sulla storia della letteratura si esplica nell’insistenza sul concetto del possesso di denaro. Senza denaro una donna non può produrre arte, perché non ha a disposizione uno spazio privato nel quale lavorare, si perde in infinite preoccupazioni che esulano dal prodotto artistico, deve fare figli, non mangia a sufficienza e spesso non gode della salute necessaria per affrontare la fatica di produrre arte (altro ritorno alla fisicità). «Cinquecento sterline l’anno bastano per vivere alla luce del sole»: oggigiorno non sono certo cinquecento sterline l’anno (magari!), ma resta sempre il denaro la discriminante delle nostre possibilità di fare arte o cultura e del valore di ciò che facciamo. «Il denaro conferisce dignità a ciò che è frivolo se non è pagato». 
Virginia Woolf sembra qui presagire il “male” della mia generazione, che quando studia per anni, lavora sodo e si impegna spasmodicamente per fare cultura non riceve in cambio che contratti a progetto e compensi ridicoli – oppure lo fa proprio gratis! – e contemporaneamente si sente dire dalla società che la circonda, da vicino e da lontano: “Ma quando cominci a lavorare?” (e per le donne, specie se giovani, è ancora oggi un pochino più difficile, perché la voce maschile che fa letteratura, per esempio, è sempre ritenuta a priori più preziosa, più originale, più meritevole di essere ascoltata, più “indimenticabile”). 
4) Per chiudere il cerchio, Una stanza tutta per sé offre la ragione per cui probabilmente Jane Austen è ancora così tanto amata, ovvero, spiega il principio per cui leggere i suoi romanzi è per la maggior parte di noi un incommensurabile conforto: «Forse, per natura, Jane Austen non desiderava ciò che non aveva».


16 gennaio 2016

Cinque anni di Ipsa Legit

Oggi questo blog, il mio diario di esperienze di lettura, compie cinque anni. Si è riempito di bellissime letture, appunto, ma anche di riflessioni sulla letteratura e sulla narrativa; è stato lo spunto per ricercare notizie sulle donne e sugli uomini che nel corso della Storia ci hanno regalato splendidi libri o versi indimenticabili e per dare voce a punti di vista sul "sacro" lavoro della traduzione. Vi compaiono informazioni su novità editoriali e - gli angolini più amati - quelli che io chiamo i travelogue, ovvero racconti di viaggio ispirati alla letteratura. Ipsa Legit è il laboratorio nel quale si sono formate tante idee di divulgazione letteraria, ma è anche, "tecnicamente" parlando, il luogo della scrittura, intesa come esercizio di composizione e officina di stili. Scrivere qui ha aiutato la velocità nel raccogliere le idee e nello strutturare un discorso compiuto, cercando soprattutto di dare importanza alle "sensazioni" di un testo: i suoi colori, i suoi profumi, il suono delle sue parole. 

Per festeggiare insieme a voi, cari lettori, che di recente siete divenuti numerosissimi e sempre più affezionati, ecco allora il risultato di uno dei miei esperimenti di scrittura creativa in inglese. È un racconto cosiddetto "Jane Austen-inspired", perché prende le mosse da una situazione narrativa rimasta irrisolta in uno dei romanzi canonici austeniani. 

Lo potete scaricare in pdf qui e spero vi piacerà! 
Grazie a tutti voi per la gradevolissima compagnia, fatta di intelligenza e gentilezza, che sempre regalate a Ipsa Legit nel corso del suo cammino.  


6 gennaio 2016

Due pollici d'avorio

Cari lettori, voglio cominciare l’anno nuovo con un post dedicato a uno dei miei progetti letterari più complessi. Non ne ho mai scritto prima in questo blog, ma è passato già un anno da quando questo progetto è venuto alla luce, e mi piace tracciare qui un piccolo bilancio. 
Sto parlando di Due pollici d’avorio – la rivista letteraria quadrimestrale della Jane Austen Society of Italy (JASIT), la prima rivista italiana dedicata alla scrittrice di Steventon – di cui sono direttore. Due pollici è l’aspetto della mia partecipazione a JASIT in cui riverso la massima parte delle mie energie e di cui vado più fiera, perché nasce da un’idea che ho avuto e alimentato prima ancora che l’associazione diventasse una realtà ufficiale, perché ne ho suggerito il nome, perché amo scrivere articoli destinati alle sue pagine e perché mi tiene impegnata praticamente per tutto il corso dell’anno, con momenti più tranquilli e altri più concitati (quelli che corrispondono alle settimane immediatamente precedenti alla pubblicazione di un nuovo Numero). 
Ideare e scrivere i miei pezzi (a volte uno, a volte più di uno, in caso di emergenze; e in più gli Editoriali) è l’aspetto più rinvigorente della produzione della rivista. È qui che posso esprimermi in totale libertà, dando fiato al mio sempre vivo amore per la letteratura e facendo tesoro delle conoscenze e degli strumenti interpretativi che tanti anni di studio specifico (soprattutto quelli della Laurea per le competenze linguistiche e quelli del Dottorato per la teoria della letteratura) mi hanno consentito di raccogliere. 
La fase più articolata, sebbene molto stimolante, della preparazione di una nuova uscita è invece quella del reperimento degli altri articoli che la comporranno. Generalmente noi Soci Fondatori di JASIT scriviamo un pezzo ciascuno, ma, come i nostri lettori sanno bene, Due pollici è fatta anche dalla generosa partecipazione di autori ospiti, che preparano articoli inediti appositamente per noi. Tra loro abbiamo potuto contare finora critici, editori, professori universitari, ricercatori di letteratura e filosofia, insegnanti, collezionisti e conservatori di beni librari e studiosi austeniani anche stranieri. La gestione dei contatti con questi collaboratori è preziosa, richiede molta cura e attenzione e nella maggior parte dei casi riserva grandi gioie (l’apprezzamento che sto riscontrando di recente mi scalda il cuore). A volte ci sono stati anche momenti difficili, perché la mia principale preoccupazione è che Due pollici sia un prodotto sempre aggiornato e di alta qualità, e ho dovuto rifiutare delle proposte di articoli che non corrispondevano alla nostra linea o al nostro stile – ho dovuto in certi casi ricorrere a tutta la diplomazia di cui ero capace per risolvere degli “incidenti”…. 
Il lavoro più impegnativo dal punto di vista della concentrazione si verifica quando ho finalmente a disposizione tutti gli articoli che hanno superato la valutazione e che costituiranno ufficialmente il Numero in preparazione. A questo punto devo omologarli tutti all’aspetto finale che avranno una volta pubblicati: la preparazione della forma del testo deve essere di buona qualità se si desidera che il lettore possa godere dei suoi contenuti, che sono il punto focale. I maggiori interventi sono richiesti dalle note a piè di pagina, che a volte mancano dei riferimenti bibliografici o che hanno bisogno di un riordinamento dal punto di vista grafico (virgole, virgolette, parentesi, ivi, ibidem, numeri di pagina, richiami alle citazioni, eccetera). È una fase meccanica, ma lasciarsi sfuggire un dettaglio è fin troppo facile…. 
Il documento impaginato, con gli articoli pronti e nel loro ordine, i piè di pagina corretti e le note biografiche complete – il nuovo Numero ha ora conquistato la sua vera “anima”, fatta di parole, di fatti, di idee, di infiniti spunti di riflessione – viene spedito a Petra, responsabile della grafica dell’associazione, che usa il testo che ho preparato per creare la versione illustrata della rivista. Dopo questo stadio, con la collaborazione degli altri Soci Fondatori, si parte alla caccia dei refusi, che non mancano mai, e anzi, pare si moltiplichino nottetempo! Quando il file in formato PDF è pronto, viene spedito ai Soci e agli autori ospiti. Un paio di settimane di riposo e poi… è già tempo di pensare all’uscita successiva. 
In questi giorni sto lavorando a un Numero Speciale, il Numero 4, che sarà pubblicato il prossimo 15 febbraio e che si occuperà interamente di Emma, il quarto romanzo di Jane Austen (e il mio preferito), di cui stiamo festeggiando il Bicentenario. È un Numero importante e di alto livello e contiene anche il risultato di un’iniziativa che ho ideato e che mi ha tenuto per un po’ con il fiato sospeso, costringendomi persino ad affrontare certi malumori…. È il concorso di saggistica di JASIT, riservato ai giovani fino ai 30 anni d’età (questo limite è stato per alcuni lettori fonte di malcontento, che spero di aver saputo gestire nel modo giusto). Nella prossima uscita di Due pollici pubblicheremo i tre saggi vincitori, che sono davvero dei buoni contributi e gratificano la mia intenzione di partenza, ovvero quella di dare voce anche ai giovanissimi all’interno di un mondo arduo come quello letterario, nel quale spesso l’essere giovani è un difficile ostacolo all’espressione. 
Mi auguro davvero che Due pollici d’avorio continui a evolversi e che dia a tutti coloro che ne fanno parte (autori e pubblico) sempre maggiori soddisfazioni. Per ampliare il più possibile la visibilità di questo progetto è nata anche l’idea di stampare un volume annuale cartaceo, a disposizione di tutti, anche dei non Soci; sul sito di JASIT (fino al 31 gennaio p.v.) si stanno raccogliendo le prenotazioni per ottenerlo, a fronte di una piccola donazione all’associazione: speriamo di raggiungere il numero sufficiente di domande che ci consenta di procedere alla stampa e di arricchire gli scaffali degli italiani con un nuovo contributo di conoscenza e di passione letteraria.

3 agosto 2015

Amori imprevisti di un rispettabile biografo

Due anni fa ho scoperto una scrittrice che solo adesso, grazie a ulteriori letture, imparo a conoscere meglio. E conoscendola meglio posso inserirla senza alcuna remora nell’empireo dei miei preferiti, dei miei “grandi”. È Penelope Lively, al cui romanzo per l’infanzia L’estate in cui tutto cambiò ho già dedicato, con una certa commozione, devo dire, un post dell’agosto del 2013 (http://ipsalegit.blogspot.de/2013/08/l-in-cui-tutto-cambio.html). La scrittrice è nata in Egitto nel 1933 e si è trasferita in Inghilterra a dodici anni; lì ha trascorso il resto della sua vita, e i suoi romanzi e racconti, acclamati dalla critica, si sono guadagnati i premi più prestigiosi della letteratura britannica contemporanea. 
Oggi sono reduce da Amori imprevisti di un rispettabile biografo (According to Mark, trad. it. di Corrado Piazzetta per Guanda), storia bellissima e benedetta da una scrittura di livello eccellente. La trama è semplice: Mark, professione biografo, svolge delle ricerche sullo scrittore degli anni Trenta Gilbert Strong, sulla vita del quale desidera pubblicare un libro. Nel corso dei suoi studi e della permanenza nei luoghi di Strong, Mark incontra Carrie, nipote di quest’ultimo, e per lei perde la testa, nel culmine di una quanto mai malinconica “crisi di mezz’età”. 
Così come in L’estate in cui tutto cambiò, anche in questo libro un plot quasi elementare genera una narrazione di altissimo spessore: di nuovo i fatti si intrecciano saldamente ai pensieri dei personaggi, in una estesa riflessione sul significato del Tempo nella nostra mente e nella nostra vita – tanto che in certi passi sembra addirittura di leggere Henry James o gli altri modernisti. Il tempo come sostanza liquida, amorfa, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente, è infatti il fondamento del mestiere di Mark. Nel suo lavoro l’elasticità e la fondibilità dei piani cronologici sono importantissime: “A volte a Mark sembrava impossibile che il passato storico si fosse estinto, svanito; di sicuro doveva essere semplicemente da qualche altra parte, deviato su un altro piano esistenziale, ancora […] disponibile, se solo lo si potesse raggiungere.” Per questa ragione egli è “colmo di emozione” quando si trova a cospetto del punto di sutura degli strati del tempo: lo studio di Gilbert Strong, la sua scrivania, il suo calamaio. Per questa ragione, poi, il protagonista sembra perdere il senso della realtà nel corso del romanzo, precipitando in stati emotivi a lui sconosciuti e ponendosi enormi interrogativi sul ruolo della memoria, dell’esperienza, della letteratura. 
Sua moglie, Diana, è il personaggio perfetto per accostarsi a lui. Come una sorta di Mrs. Dalloway degli anni Ottanta, Diana abita due livelli di vita: quello concreto, della quotidianità, e quello della sua cognizione, che la trasporta avanti e indietro nello spazio, nel tempo e nelle proprietà della materia. Scrive Lively: “Turbinose sono le acque della mente di Diana, un torrente impressionistico che include riferimenti all’Ungheria (sta preparando un gulasch e cerca di ricordare da dove provenga questo piatto), a sua madre (che deve chiamare), a un vestito azzurro con colletto bianco (che ha visto in vetrina questa settimana e sta pensando di comprare), all’ardesia del Galles (un muratore le ha comunicato il preventivo per la riparazione del tetto) e a Mark.” Inoltre, per Diana, “la speculazione era relegata alle congetture sui possibili risultati diversi suggeriti da linee di condotta alternative” – come se lei si trovasse in Sliding Doors, come se anche nella sua mente il Tempo sfuggisse alla sua normale collocazione, proiettandosi costantemente verso un futuro migliorabile. 
La residenza di Thomas Hardy nel Dorset.
Fonte: thetimes.co.uk
Lively sofferma il suo sguardo attento sul ruolo stesso del biografo, di colui che racconta le vite degli altri, sempre in bilico tra indiscrezione e reverenza, tra fiducia e sospetto: “Mentre eri in culla, o non eri ancora nato, Strong sapeva fin troppo bene che qualcuno avrebbe scritto la sua biografia. Aveva accatastato lettere e diari e manoscritti con la piena consapevolezza a un certo punto un uomo o una donna senza volto li avrebbe studiati […]. Fino a che punto si deve al caso, per esempio, che certi volumi dei diari siano sopravvissuti e altri no? Che interi blocchi di corrispondenza siano scomparsi?” Sono interrogativi che tormentano tutti i bravi biografi, che non possono evitare di domandarsi se la storia che stanno raccontando non sia in verità solo uno dei tanti, infiniti punti di vista possibili di una realtà che appartiene a un tempo diverso dal loro. Ma insomma che cos’è la realtà? È un piano di esistenza indipendente dalla nostra percezione cognitiva o è il risultato del nostro esercizio razionale? Mark si domanda: “È mai possibile guardare una qualsiasi cosa, […] senza che le proprie nozioni interferiscano con quel che si osserva?” 
Oltre a stimolare la riflessione filosofica, According to Mark (il titolo originale è più adatto di quello italiano all’interpretazione che ho voluto dare qui di questo romanzo) è un libro pregno di atmosfere fortemente evocative, com’è tipico della scrittura di Penelope Lively. Ad esempio, l’episodio della visita allo studio di Thomas Hardy nel Dorset, descritto tre volte secondo i tre diversi punti di vista di Mark, di Diana e di Carrie, è così perfetto e conchiuso da poter essere un racconto a sé stante. L’esperienza che Carrie fa della lettura di Emma di Jane Austen è un superbo subplot, che obbedisce a regole narratologiche precise. Infine, le ultime pagine si caratterizzano per una certa evanescenza (“un accenno a passioni essicate come petali di rosa, un bisbiglio di ragazza, la luna…”), sospesa sullo spartito della splendida canzone degli anni Trenta Blue Moon, che consiglierei di riascoltare qui per lasciarsi un po’ trascinare via.... 


5 giugno 2015

Viaggio d'arte e di letteratura

Hampton Court e il suo Rose Garden.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Nelle ultime settimane la scrittura del blog si è presa una pausa, perché la scrittrice se n’è andata un po’ su e giù per l’Europa…. Ho trascorso un weekend in Italia parlando di Jane Austen (nel mio paese natale) e di Elizabeth Gaskell (a Bologna): entrambe belle esperienze, soprattutto per i piacevoli incontri che hanno generato; ma prima di rimpatriare ho vissuto una splendida – non ci sono altri aggettivi per definirla – settimana in Inghilterra, che, diciamocelo, è un Paese che non delude mai. 
Il viaggio è iniziato con tre giornate londinesi piene di sole e di vedute, classiche e meno tradizionali: il Big Ben e le Houses of Parliament, il Tower Bridge, i Giardini di Kensington, Covent Garden… ma anche una lunga passeggiata alla caccia di targhe blu, il ritrovamento di alcune stampe originali, dei primi del Novecento, di Arthur Rackham – illustratore di Peter Pan – in una bottega antiquaria dell’incantevole Cecil Court (che ha chiuso la porta proprio mentre avevo ancora la bocca aperta per la meraviglia!) e la visita alla residenza monarchica di Hampton Court, che vanta dei giardini indimenticabili (specialmente il Rose Garden)…. Sono seguite una domenica trascorsa tra lo Hamphire e il Berkshire – nella fattispecie, a “casa” di Jane Austen a Chawton e poi a Highclere Castle, setting (esterno) di Downton Abbey qualche ora a Southampton e due giornate intensissime sull’Isola di Wight.

Isola di Wight, Compton Beach.
Foto di Mara Barbuni, 2015
L’isola è una specie di Eden, il cui tempo è regolato dal volgere delle maree. Ci sono spiagge silenziose, che dopo ogni temporale lasciano affiorare tesori paleontologici mozzafiato; le scogliere bianche; il mare immenso, il cui orizzonte a sud-ovest non incontra la terraferma prima del Brasile; colline dolci e vegetazione folta; e poi tracce affascinantissime di vita vittoriana. Sull’isola di Wight, infatti, appena scesi dal traghetto che da Southampton ha attraversato il Solent, si trova Osborne House, la residenza della Regina Vittoria e del Principe Alberto, in cui la sovrana chiuse gli occhi per sempre nel 1901. Ma ancora più caratteristica è Farringford House, la casa di Lord Tennyson, che oggi è un albergo ma che conserva ancora lo spirito del poeta laureato sotto il manto di edera che la avvolge. Dell’isola egli scrisse:
Farringford House, residenza di
Lord Tennyson a Freshwater.
Foto di Mara Barbuni, 2015
[…] come to the Isle of Wight: 
Where, far from the noise and smoke of town 
I watch the twilight falling brown 
All round a careless-order’d garden 
Close to the ridge of a noble down… 
Farringford si trova nei pressi di Freshwater, un luogo molto suggestivo, sia per la sua bellezza geografica che per i suoi ricordi storico-letterari. Qui si riuniva infatti il cosiddetto “Freshwater Circle”, un circolo bohémien che nella seconda metà dell’Ottocento includeva artisti, scrittori, fotografi e condottieri. Ne facevano parte, oltre a Tennyson, Lewis Carroll e la sua “modella” Alice Liddell, il pittore George Frederic Watts, l’attrice Ellen Terry, i preraffaelliti William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti, Charles Darwin, Giuseppe Garibaldi, Charles Kingsley, Robert Browning, il poeta americano Longfellow, e tanti altri. È impressionante pensare che tutte queste persone si siano incontrate, abbiano chiacchierato e passeggiato insieme sulle stesse spiagge, negli stessi giardini. 
Tutti costoro avevano in comune la conoscenza con Julia Margaret Cameron, zia di Virginia Woolf e pioniera della fotografia, che introdusse nella sua epoca la moda del ritratto fotografico. Suoi sono i volti in bianco e nero, spesso venati di una struggente malinconia, che nel nostro immaginario associamo tanto facilmente all’età vittoriana. La casa di J.M. Cameron, Dimbola Lodge, è oggi un museo imperdibile: vi sono conservati ancora alcuni suoi oggetti personali, in un arredamento che ci trasporta indietro nel tempo (bellissima la carta da parati della sua camera da letto, con soggetto di William Morris…), e soprattutto i suoi straordinari ritratti, che valgono davvero la visita.

Dimbola Lodge e Julia Margaret Cameron.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Oltretutto, in una delle stanze dedicata agli artisti contemporanei, ho trovato raccolte le fotografie di Annie Leibovitz per la mostra intitolata Pilgrimage, una sorta di viaggio visuale nei luoghi dei grandi scrittori. Cosa avrebbe potuto dare più soddisfazione ai miei occhi? Un mucchio di foglie secche sulla soglia di Virginia Woolf, immagini della Orchard House di Louisa May Alcott e della casa di Emily Dickinson…. Una vera esperienza visiva ed emotiva. E a proposito di Alcott, nella minuscola libreria antiquaria addossata alla casa-museo ho rinvenuto (a un prezzo incredibile) un’edizione del 1913 di Piccole donne, con copertina decorata in stile Art Nouveau. 
Niente di più adatto come souvenir di un viaggio senza paragoni.  

13 gennaio 2015

Emma di Jane Austen

Tra i libri che hanno accompagnato il transito dall’anno vecchio a quello nuovo c’è Emma di Jane Austen. Ancora con questa Jane Austen, penserà qualcuno. È vero, l’argomento è ricorrente, e ammetto che a volte, scartabellando le pagine di internet, una certa stanchezza la provo persino io. L’impressione generale, purtroppo, è che Austen sia presa in considerazione e amata per cose che non hanno niente a che vedere con il suo essere una scrittrice. Abbondano, come fiumi di melassa, fenomeni di adorazione che fanno di lei una sorta di soggetto religioso; si trattano i suoi personaggi come obiettivi di gigantesco affetto o di velenosi strali (neanche fossero colleghi di lavoro o dirimpettai); l’epoca descritta nelle sue storie suscita una paradossale nostalgia; ma solo in pochi si fermano a considerare la pura bellezza dei romanzi in questione. In Ipsa Legit ci sforziamo invece di tener conto del valore puramente letterario di questi libri immensi – siano essi a lieto fine o ammantati di tristezza, popolati di eroi o di inetti, luminosi o privi di speranza. 
Torniamo dunque ad Emma, un romanzo sulla cui grandezza come opera d’arte vale sempre la pena di ricominciare a parlare. Se è vero che dal punto di vista della trama la storia può sembrare poco consistente, questo romanzo ha la «qualità perenne» di un classico e la sua forza, secondo me, è data dalla sua stratificazione.
Come una superficie rocciosa che vediamo piana e composta e che poi, in taluni punti, corrugandosi ed emergendo, ci mostra i suoi strati più profondi, così Emma ci appare a una prima occhiata un romanzo comico, ma con un po’ di attenzione può rivelare tante pieghe nascoste. Sulla bonaria comicità di Miss Bates non serve spendere parole; su quella del personaggio di Harriet Smith ho scritto qualcosina sul sito di JASIT (http://www.jasit.it/comicita-il-tuo-nome-e-harriet/); ma quali sono gli altri piani di lettura che meritano di essere presi in esame? 
In primo luogo il piano linguistico: Emma è un capolavoro di stile in cui il linguaggio assume molteplici connotazioni psicologiche e narrative (mi sto occupando da un po’ di tempo di questo aspetto, e ne scriverò più compiutamente in futuro). In secondo luogo il piano del delicato gioco tra verità e dubbio, che a mio modo di vedere rimuove questo romanzo dall’epoca illuminista per proiettarlo verso una temperie pienamente ottocentesca (su questo soggetto ho scritto un articolo che sarà pubblicato il prossimo febbraio nel primo numero di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy). Il rapporto tra realtà e immaginazione, e in senso lato, tra il mondo e l’Io, è determinato da una supremazia dell’individuo e del suo pensiero sui fenomeni esterni – una posizione kantiana, potremmo dire, e in progressione verso il Romanticismo, rappresentata emblematicamente da questo passo: 
Illustrazione di C.E. Brock
«Emma andò alla porta, per svagarsi. Non si poteva sperare granché neppure dal traffico del quartiere più affaccendato di Highbury: il signor Perry che passava di fretta, il signor William Cox che entrava in ufficio, i cavalli del signor Cole che rientravano dalla passeggiata il ragazzo delle lettere che girovagava in groppa a un mulo ostinato erano i soggetti più animati che ella poteva aspettarsi di vedere, e quando i suoi occhi caddero sul macellaio col suo vassoio, su una linda vecchietta che tornava dalla spesa col suo cesto pieno, su due cani che si contendevano un sudicio osso, e su una frotta di bambini ciondolanti intorno alla vetrinetta del fornaio, occhieggiando il panpepato, seppe di non aver ragione di lamentarsi, e si divertì; si divertì quanto bastava per fermarsi su quella porta. Una mente agile e serena si accontenta del non vedere niente, e non vede niente che non la appaghi» (Emma, cap. 27). 
Benché il mondo fenomenico di Highbury non offra alcuno svago “reale”, la mente di Emma è così «agile» da compensare alla sua piattezza con la propria facoltà poietica, creativa. 
Un altro piano di lettura davvero attraente di questo romanzo è quello della spazialità: il dentro e il fuori sono infatti categorie fondamentali per la comprensione di Emma. Come si è detto spesso, in quest’opera Austen ha rappresentato con grande efficacia la Englishness, ovvero il senso di appartenenza ad un preciso contesto culturale e geografico squisitamente “inglese”. Il concetto English/England vi ricorre più che in qualsiasi altro romanzo e nell’episodio della raccolta delle fragole («il frutto migliore che ci sia in Inghilterra», cap. 42) Donwell Abbey ne diventa la rappresentazione concreta: «Era una vista molto attraente, attraente sia per l’occhio sia per lo spirito. Vegetazione inglese, coltivazione inglese, agiatezza inglese, vedute sotto un sole che sfavillava senza essere opprimente» (cap. 42, trad. it. di Mario Praz). 
Illustrazione di C.E. Brock
Il centro del villaggio di Highbury, Hartfield e Donwell Abbey – sia nella sua conformazione geografica sia nell’animo del suo proprietario, Mr. Knightley – costituiscono la categoria del dentro, della regolarità e della sicurezza; ma sono numerose le ingerenze che da fuori minacciano di turbare la loro serenità. L’episodio dell’assalto degli zingari è il più rappresentativo, ma non dimentichiamo che Emma frequenta quotidianamente degli outsider: i suoi più gravi errori di valutazione, nonché i suoi più clamorosi scivoloni comportamentali, derivano proprio dal suo accompagnarsi ad Harriet, che, come sappiamo, è “figlia di nessuno”, e a Frank Churchill, un giovanotto che non sta mai fermo, irrequieto, che si sposta costantemente, da Weymouth allo Yorkshire, da Richmond a Highbury e non vede l’ora di viaggiare e di andarsene all’estero («“Sono stufo marcio dell’Inghilterra”», cap. 42). Non è un caso che Mr. Knightley, il rappresentante di ciò che significa dentro, se la prenda tanto quando gli viene riferito che Frank si è recato fuori, a Londra, solo per farsi tagliare i capelli…. 
Risfogliando la mia edizione (quella della foto) mi accorgo di aver sottolineato innumerevoli passi, dialoghi, descrizioni. Ma questo post è già così sostanzioso che per altre riflessioni su Emma ci ritroveremo in una prossima puntata ☺

5 novembre 2014

Quel che non sapeva Jane

Edgar Melville Ward,
"The Washing Day", 1874
(Fonte: artnet.com)
Una delle mie composizioni in versi preferite è la poesia di Anna Barbauld (1743-1825) “Washing Day”, che approfittando della cornice del giorno del bucato racconta la grande forza e determinazione delle donne e allo stesso tempo paragona la voce poetica alle bolle di sapone — evocando così non solo sensazioni di leggerezza ma anche la capacità della poesia di librarsi in aria e di raggiungere l’infinito. Le immagini richiamate dai primi versi sono fulminee, vera espressione dell’energia e della fatica del bucato all’inizio del diciannovesimo secolo: scorgiamo le braccia rosse e il volto corrucciato delle donne, il gatto che scappa via dalla cucina per paura dell’acqua spruzzata ovunque, la colazione abbandonata a metà perché il cielo si sta rannuvolando e bisogna iniziare immediatamente a lavare e a stendere, l’uomo di casa che si aggira sperduto in giardino, timoroso di intralciare il lavoro, e che viene aggredito dai panni appesi ai fili, che garriscono come bandiere di guerra. Il tono di “Washing Day” è fortemente ironico, e alcuni critici hanno rimproverato a Barbauld l’assenza di una visione seria e ragionata sulle fatiche reali compiute dai servitori e dalle domestiche, le cui condizioni di vita e di lavoro, persino nell’illuminata Inghilterra del primo Ottocento, violavano anche la minima parvenza dei diritti della persona. 
Longbourn House di Jo Baker (Einaudi 2014), il libro che ho letto la scorsa settimana, si fa invece carico di questa esigenza e comincia — secondo me non a caso — esattamente in un giorno di bucato. Ambientato nella casa della famiglia protagonista di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, questo racconto sfiora vagamente le risaputissime vicende di Elizabeth Bennet (Mr. Darcy si fa vedere sì e no un paio di volte) e si concentra invece sulle storie dei domestici di Longbourn, costruendo una narrazione intensa e forte, votata a un implacabile realismo. 
I motivi di questo libro, che mi è piaciuto davvero molto, sono molteplici e intrecciati con grande sapienza narrativa. La rappresentazione di “quel che non sapeva Jane” — o che magari sapeva ma non voleva raccontare, preferendo lasciare che “altre penne si soffermassero sulla colpa e la miseria” (Mansfield Park, cap. 48), è vividissima: pagina dopo pagina ci scontriamo con la sporcizia del vivere quotidiano, con le conseguenze talvolta disgustose della corporeità, con sofferenze fisiche concrete, con la barbara, crudissima violenza della guerra e con il terrore di una giustizia cieca e approssimativa — sì, persino nell’illuminata Inghilterra del primo Ottocento (come del resto ci racconta bene Elizabeth Gaskell in Gli innamorati di Sylvia).
Quello che in definitiva mi è sembrato di riconoscere come il tema principale del romanzo è la contrapposizione tra due universi distinti: da una parte vivono coloro che possiedono, dall’altra coloro che non hanno niente. I riferimenti al “possesso”, che a sua volta genera “sicurezza” (opposta alla rovina, alla degradazione e all’annichilimento di chi non ha un posto dove stare, fosse anche un posto di lavoro) sono frequentissimi: se Sarah, la protagonista, possiede solo una scatola di legno, le camere delle ragazze Bennet e della loro madre sono ingombre di cose — scarpe, gioielli, nastri, suppellettili, stoffe, cappellini, fiori, scialli —, dalla cucina non fanno che uscire cibi di tutti i tipi, e in quantità strabordante, gli uomini che fanno la loro comparsa sulla scena non sono citati altrimenti che per il denaro che possiedono, e persino Elizabeth si rivolge alla sua cameriera come se si trattasse di una proprietà di cui poter disporre senza eccessivi ripensamenti (a questo proposito devo osservare che il ritratto di Lizzy in Longbourn House è davvero interessantissimo). 
Molto significativo e visibile, dunque, è anche il richiamo di Jo Baker alla politica contemporanea (di cui, come sappiamo, Jane Austen si occupa solo marginalmente, lasciando che sia il lettore a dedurre le implicazioni sociali ed economiche di romanzi come Mansfield Park o Persuasione). Le guerre napoleoniche non sono qui una vaga minaccia, ma una presenza viva, che coinvolge in prima persona uno dei protagonisti; e la natura delle ricchezze di parte della società inglese, derivata da un atroce sfruttamento imperialista, non si nasconde, ma prende forma chiara nelle parole del valletto (mulatto) di Mr. Bingley. 
Nella bella trasposizione cinematografica del 2005 di Orgoglio e pregiudizio (regia di Joe Wright), che mette in atto un’interpretazione del romanzo da un punto di vista dichiaratamente ispirato al Romanticismo con la sua preponderanza del paesaggio, le sue musiche e la rappresentazione dell’armonia tra natura e sentimenti umani (emblematiche, a questo proposito, la prima proposta di matrimonio di Darcy, che avviene in un parco sotto la pioggia battente, anziché nel salotto dei signori Collins, e la scena che vede Lizzy su una delle vette del Peak District), sentiamo in più di un’occasione la serva di Longbourn che canta. Leggendo la storia di Sarah narrata da Jo Baker ci viene da pensare che lei non avrebbe mai avuto l’energia e la voglia di cantare. Longbourn House, infatti, non ha proprio niente di romantico, ma ha il pregio di mostrarci, senza filtri, la verità.

24 settembre 2014

Sei romanzi perfetti

È confortante sapere che, oltre a un catalizzatore di clamorose passioni, facili entusiasmi e manifestazioni idolatriche, Jane Austen è ancora il soggetto di una felice e ben riuscita analisi critico-letteraria.
Leggere Sei romanzi perfetti di Liliana Rampello (Il Saggiatore, 2014) mi ha restituito quello che io ritengo il valore più puro e autentico dell’amore per questa scrittrice, ovvero il riconoscimento del suo talento narrativo e stilistico e della perfezione della sua scelta linguistica.
Il saggio, strutturato con estremo ordine, percorre con grande concentrazione le trame del corpus canonico di Austen, ma allo stesso tempo si dedica ad analisi puntuali di un ricchissimo sottotesto teorico. Le citazioni da grandi critici come Auerbach, Moretti, Praz, Steiner, Watt, Woolf e tanti altri, lungi dallo spaventare o allontanare il lettore appassionato, lo attirano verso il discorso aprendogli dimensioni di comprensione forse mai sperimentate prima.
I grandi temi che questo saggio affronta sono importanti per il loro relazionarsi con i romanzi di Austen ma anche per la loro valenza universale: sono la libertà, la parola e il dialogo, la formazione individuale e la coscienza del sé, la convivenza tra uomini e donne nel contesto sociale, il conflitto e l’evoluzione storica delle classi, il rapporto tra evento narrato e luogo della narrazione (il microcosmo della scena e il macrocosmo dello “stato-nazione” europeo). In nome di queste amplissime categorie Liliana Rampello si propone di conoscere, riconoscere e ripresentare i personaggi (soprattutto femminili) di Jane Austen; e le sue argomentazioni, ricche e chiare, si soffermano a illuminare aspetti di Elizabeth, Emma, Anne, Fanny, Mary, Marianne ed Elinor che stimolano le riflessioni anche del lettore austeniano più esperto.
La trattazione più affascinante (perché questo saggio, oltre a essere preciso e competente, è anche “bello” da leggere) è stata per me quella di Persuasione. In Anne Elliot Liliana Rampello vede la personificazione di una “donna nuova” che innanzitutto è il nostro unico veicolo di conoscenza della storia che la vede protagonista, e in secondo luogo è il simbolo dell’affermazione di un’autocoscienza individuale e sociale – quella della “donna” da un lato e quella della nuova classe dominante dall’altro (la borghesia delle “professioni” cui appartiene il Capitano Wentworth, che Anne preferisce a un’aristocrazia ormai esausta).
In conclusione, Sei romanzi perfetti è una lettura decisamente consigliabile, perché ha la virtù di saper accontentare tutti i tipi di lettori: sia coloro che conoscono molto bene Jane Austen sia coloro che l’hanno letta solo raramente; sia chi si lascia avvincere dalla bellezza immediata dei suoi romanzi sia chi vi ricerchi strati più profondi di significato.

12 giugno 2014

Il circolo delle ingrate

In questi giorni sto leggendo un altro romanzo di Elizabeth von Arnim, Il circolo delle ingrate (tradotto da S. Gravilli per Bollati Boringhieri; titolo originale The Benefactress, 1901) e vi sto ritrovando tutte le caratteristiche che mi fanno tanto amare questa scrittrice. Innanzitutto la vivida descrizione dei luoghi, caratteristica che ha fatto del suo Un incantevole aprile uno dei miei libri preferiti in assoluto; e in secondo luogo il tono ironico che scorre come un ruscello nascosto, limpido, puro, sotto la superficie della vicenda narrata. E' la storia di Anna, una ragazza di nobili natali, ma povera, costretta a farsi mantenere dalla ricchissima cognata, borghese nel senso peggiore del termine (gretta, insensibile, tirchia e arrivista). Anna ambisce all'indipendenza, non desidera il matrimonio e mette a tacere i richiami della propria bellezza per la volontà di trovare da sola e "senza una spalla cui appoggiarsi" la propria strada e il proprio posto nel mondo: tema, questo, fra i più importanti della narrativa di von Arnim. Quando eredita dallo zio una proprietà in Pomerania, nella Germania settentrionale, la giovane decide di impiegare la propria fortuna per aiutare una dozzina di donne indigenti e senza amici a conquistare la loro autonomia: la processione che le si presenterà non si rivelerà altro che una schiera di signore arroganti, egoiste e, come suggerisce il titolo italiano, ingrate, che dimostrerà al lettore l'ingenuità di Anna e, in senso lato, le difficoltà insite persino nella realizzazione di un progetto totalmente altruista e magnanimo (nonché economicamente accessibile). I personaggi che circondano la sprovveduta Anna, che talvolta, per certe sue presunzioni, sembra ricordare Emma Woodhouse, sembrano davvero fuggiti dalla porta sul retro di un romanzo austeniano. Susie, la cognata, è un po' la Mrs. John Dashwood della situazione: priva di buon cuore, smaniosa di arraffare e sempre pronta a sottolineare la propria (presunta) generosità; suo marito e fratello di Anna, Peter Eastcourt, ricorda tanto Mr. Bennet: definito dall'autrice un "filosofo" poco propenso a vivere nella realtà, è un uomo che sembra essersi pentito della sua scelta coniugale e che ama isolarsi dal mondo (nel suo caso è la pesca, e non una biblioteca, a costituire il suo rifugio dalle grinfie della moglie). Per non parlare della ridicolaggine degli uomini e delle donne che Anna incontra non appena raggiunta la sua proprietà in Pomerania: il misogino intendente e sua moglie, l'annoiata sorella del vicino, e il parroco con la sua sposa sono campioni di comicità (per quanto si ritrovi, nelle parole del pastore, un accenno di affilato antisemitismo che anticipa cupamente la tragedia del prosieguo del secolo). Proprio la loro presenza, ingombrante e invadente, fa sorridere noi lettori quando leggiamo i pensieri di Anna al risveglio nella sua nuova casa "in uno di quei letti disadorni, con il sole del mattino che le batteva in viso; si alzò per compiere le utili incombenze quotidiane nella casa tranquilla, una casa dove non c'erano litigi, deplorevoli ambizioni, né quell'amarezza del cuore che mai dovrebbe esserci. I giorni della sua vita degna sarebbero stati giorni felici."  
Nessuna traccia di burla si ritrova invece nella rappresentazione della cornice geografica in cui la storia si svolge, come se von Arnim volesse far trionfare l'intensità della bellezza della natura, acuendo così la percezione della meschinità della società umana. I dintorni di Stralsund, la cittadina più importante della Pomerania Anteriore, sono davvero belli come l'autrice ce li descrive, e niente come le sue parole saprebbe restituirne il fascino antico, primigenio:
La piazza di Stralsund (d'inverno).
Foto di Mara Barbuni (2014)
Stralsund è una vecchia città di case a timpano, chiese antiche e caratteristiche strade dal fondo sconnesso che forma un'isola unita alla terraferma da dighe. Si mostra al meglio all'inizio della primavera, quando le verdi pianure circostanti sono disseminate di ranuncoli selvatici, le nuvolette bianche stanno sospese quasi immobili, il bestiame è fuori dalle stalle, le allodole cantano e le vele rosse e arancio sullo stretto braccio di mare che separa la città dall'isola di Ruegen punteggiano l'azzurro dell'acqua e del cielo. [...] L'aria è pregna dell'odore del mare. Il sole batte forte sulla pianura e sulla città. 


Potete leggere altri post su Elizabeth von Arnim qui:
http://ipsalegit.blogspot.de/2012/06/un-incantevole-aprile.html
http://ipsalegit.blogspot.de/2012/11/elizabeth-von-arnim.html
http://ipsalegit.blogspot.de/2013/04/la-fattoria-dei-gelsomini.html


17 dicembre 2013

Jane Austen: i luoghi e gli amici

Ci sono viaggi che si fanno prima con il cuore, poi con le gambe, poi con le parole, e infine con i ricordi... e ogni volta i compagni che ci affiancano nel nostro cammino sono diversi.
In questi anni di riscoperta critica della letteratura di Jane Austen (dopo una prima lettura delle sue opere al liceo) ho desiderato visitare i luoghi che sono teatro della sua vita e della sua scrittura, e per una piccola parte ho realizzato quel sogno: ho visto Chawton Cottage (dove lavorò alle bozze di Ragione e sentimento e di Orgoglio e pregiudizio e dove scrisse Emma, Mansfield Park e Persuasione), la cattedrale di Winchester, dove la scrittrice è sepolta, Bath (con il suo Jane Austen Centre e le sue scenografie per Northanger Abbey) e Lyme Regis (dove è ambientata una parte di Persuasione). Sono però ancora molte, e molto importanti le tappe degli andirivieni di Jane Austen su e giù per l'Inghilterra meridionale che non ho ancora potuto conoscere: innanzitutto il prato dove sorgeva il rettorato di Steventon (dove Jane venne alla luce) e poi Chawton House e Godmersham Park (nel Kent), le dimore signorili del fratello Edward dove l'autrice trascorse frequenti e lunghissime porzioni della sua vita.
Ma di recente ho potuto fare un viaggio con le parole che mi ha consentito di vedere con l'occhio del cuore tutti questi luoghi, e anche molti di più. L'"agenzia di viaggi" che mi ha dato questa opportunità è stata JASIT, la Jane Austen Society of Italy (che ho contribuito a fondare insieme a Giuseppe Ierolli, Silvia Ogier, Gabriella Parisi e Petra Zari), con la collaborazione della casa editrice Jo March (di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, che con la collana "Atlantide" stanno riscoprendo un intero mondo sommerso di gioielli letterari). Tutti noi, spinti dal comune intento di diffondere una conoscenza sempre più profonda di Jane Austen nel nostro Paese, abbiamo lavorato alla traduzione in italiano di uno splendido travelogue compilato nel 1901 dalle sorelle Constance ed Ellen Hill, l'una scrittrice e l'altra illustratrice.
In Jane Austen: i luoghi e gli amici, un resoconto originale ed emozionato che cita brani dai romanzi e dalle lettere, ma anche da testi biografici scritti dai parenti di Jane Austen e ancora pressoché sconosciuti in Italia, le sorelle attraversano quella che loro stesse per prime chiamano "Austenland", in un viaggio che parte da Steventon, prosegue per Bath, tocca Lyme, Southampton, Manydown, Godmersham, Stoneleigh Abbey, Londra e approda allo scrittoio presso la finestra del Chawton Cottage.
Bellissimo è il ricordo dell'avventura della traduzione stessa e poi della sua trasformazione in un vero e proprio libro (acquistabile dal 16 dicembre, giorno del compleanno di Jane Austen, su www.jomarch.eu e in seguito in moltissime librerie italiane). Noi di JASIT ci siamo divisi il lavoro, occupandoci di tradurre un gruppo di capitoli ciascuno e poi scambiandoci i risultati per operare un controllo incrociato degno dei migliori e più attenti revisori! Le discussioni, le proposte, i dubbi, il lavoro di annotazione svolto spulciando fonti e archivi di tutti i tipi hanno reso la traduzione di questo libro ancora più accurata e più preziosa. Anche la scelta della copertina ha richiesto il suo tempo e la sua elaborazione: la fotografia, e il colore finale, ci hanno tenuti incollati al computer per ore, per giorni.
Il giardino del Chawton Cottage.
Foto di Mara Barbuni (2007)
Per non dire della volata finale prima della stampa, con la revisione delle bozze e un'atmosfera di entusiasmo, di gioia, di amore per la conoscenza e la condivisione che ci ha accompagnati fino al giorno della pubblicazione (e resisterà, di certo, a lungo...). Ringrazio allora i miei compagni di viaggio per quanto mi hanno insegnato in questo percorso, e anche per avermi permesso di tradurre uno dei capitoli ai quali ero più legata: quello su Lyme Regis, che per me è un luogo magico e affettivamente molto importante, per quel suo essere un paradiso letterario e geologico insieme. Vi invito dunque a entrare attraverso questa soglia e a seguirci, sulla scia del viaggio di Constance ed Ellen Hill, sulle orme di Jane Austen.

7 novembre 2013

Jane Austen e la teoria letteraria: una riflessione


Foto di Mara Barbuni
Che le opere di Jane Austen possano essere annoverate fra i classici immortali della letteratura mondiale è ritenuto un dogma, è assodato, è fuori discussione. Quale sia la natura di un “classico letterario”, e quali definizioni potrebbero essere associate a questo termine potrebbe però essere oggetto di una lunga e articolata riflessione. È mio parere che uno dei parametri validi per giudicare l’immortalità e la grandezza di un’opera letteraria sia la possibilità di leggerla da una molteplicità di punti di vista, persino poco pertinenti l’uno con l’altro. Se, come sosteneva Calvino nella sua celeberrima osservazione, “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha dire”, si può affermare che un’opera soggetta a quante più possibili interpretazioni critiche deve essere definita un classico.
Sfogliando una qualsiasi bibliografia austeniana, come può essere quella che noi di JASIT (Jane Austen Society of Italy) abbiamo inserito nella nostra pagina “Bibliografia italiana”, o nella nostra “Study Guide”, o la sistematica bibliografia redatta annualmente dalla Jane Austen Society of North America (consultabile fra i vari articoli della loro rivista online, “Persuasion”), è facile notare – anche semplicemente con un’occhiata ai titoli dei vari contributi – che almeno i sei romanzi canonici sono stati e sono tuttora oggetto di studi critici che derivano dalle più svariate scuole di pensiero. Non tutte le opere di narrativa sono così ricche di significato da poter godere di un simile trattamento.
In questo post voglio tentare un rapido excursus che tocchi le principali manifestazioni della teoria e della critica letteraria del Novecento per dimostrare che ciascuna di loro ha, ha avuto, o potrebbe avere, la possibilità di scavare nella scrittura di Jane Austen per trovarvi infiniti spunti di pensiero e di discussione. Poiché la teoria della letteratura è un mondo gigantesco, poliedrico, persino un po' labirintico, mi farò accompagnare in questa riflessione da un manuale molto snello e intelligente, The Blackwell Guide of Literary Theory a cura di Gregory Castle. E' un libro assai utile per chi abbia bisogno di immergersi nelle sacre acque della teoria letteraria prima di un esame importante o di uno scritto impegnativo. 


Se la seconda parte di questo libro è dedicata ai grandi nomi della storia della critica (Adorno, Barthes, Benjamin, Cixous, Derrida, Eagleton, Foucault, Irigaray, Iser, Kristeva, Lyotard, Said e tanti altri), la prima metà esplora i diversi focus del pensiero novecentesco. L'attenta cronologia che precede i diversi capitoli fa risalire la stessa idea di teoria letteraria (al di là delle prime espressioni romantiche e vittoriane) agli ultimi anni del diciannovesimo secolo, e concretamente nelle opere dei grandi scrittori modernisti come Virginia Woolf, Henry James, Joseph Conrad, T.S. Eliot, W.B. Yeats.
Partiamo con i cosiddetti Cultural Studies. Raymond Williams affermò l'allontanamento da una visione della cultura elitaria e idealistica verso un'idea più ampia, che riconosca il dinamismo e la complessità della società contemporanea. All'interno di questo ambito si ritrova un'enfasi sulla cultura di massa rappresentata dai giornali, dalla televisioni e oggi dai media digitali, e in generale un'attenzione particolare sul modo in cui i lettori recepiscono l'opera letteraria. Come non vedere che negli ultimi anni Jane Austen si è offerta a questo percorso interpretativo forse più di qualsiasi altra grande voce della letteratura? Pensiamo ai film, ai serial, ai fumetti, ai blog, ai videogame, alle celebrazioni, alla sconfinata oggettistica che gira intorno alla sua figura e ai suoi personaggi. Non si deve temere smentita se si afferma che molti fan di Austen non hanno probabilmente mai finito di leggere i suoi libri. Se poi vogliamo soffermarci su quel particolare aspetto dei Cultural Studies che è l'orbita degli studi postcoloniali, ci sono passi delle opere di Jane Austen che offrono spazio a questa argomentazione. Forse più degli altri, sono Emma e Mansfield Park gli oggetti di tale interesse (del secondo ha scritto profusamente Edward Said in Culture and Imperialism): ne ho parlato più dettagliatamente in un post di JASIT intitolato "Cittadini del mondo: visioni contemporanee dei personaggi di Jane Austen". 
Emma e Mansfield Park sono stati di recente oggetto anche di diversi articoli critici concentrati sull'uso del linguaggio, e di quel delicatissimo rapporto tra parola e silenzio che fa grande un'opera letteraria, perché permette ai suoi fruitori (i lettori) una sconfinata libertà di interpretazione. La teoria decostruzionista è probabilmente l'ispiratrice di questi interventi, perchè questo movimento si è dedicato al modo in cui il linguaggio ha costituito il significato attraverso il gioco delle differenze, degli "errori" e dei vuoti di significante... pensiamo ai giochi di parole così importanti per lo sviluppo delle vicende in Emma!
Sulle teorie femministe e i gender studies il discorso è ancora molto complesso (basti pensare al rigurgito di velenoso maschilismo apparso sui commenti online alla notizia che l'immagine di Jane Austen comparirà sulla banconota da 10£!). Di certo, però, l'opera di Austen è pervasa di, se non talvolta addirittura motivata da, riferimenti allo stato di dipendenza in cui versavano le donne della sua epoca. Il matrimonio, croce e delizia delle sue storie, è pensato, aspirato e vissuto in costante rapporto con il denaro, rivelandosi così nella sua natura di contratto di vendita del corpo femminile. Il quale, di conseguenza, non sembra appartenere veramente alle donne, ma non è altro che un prezioso e fragile specchietto per le allodole più ricche, da tenere quindi particolarmente da conto. Orgoglio e pregiudizio è illuminante da questo punto di vista.
Parlando di denaro e di gerarchia sociale non possiamo non pensare alla critica marxista: secondo questa linea di pensiero, l'analisi del contesto e delle strutture storico sociali è fondamentale per comprendere un testo letterario. E quali se non i romanzi di Jane Austen offrono la visione di un mondo in cui la quotidianità è regolata dal dominio di una classe sociale sull'altra e dal valore pratico ed economico delle cose e delle persone? Non serve ricordare che gli uomini e le donne di Austen sono più o meno tutti classificati numericamente - ovvero in base al numero di zeri della loro rendita o della loro dote, rispettivamente.
Chiudiamo con l'approccio psicologico ai sei romanzi canonici. Non è difficile citare come stimolo di una simile riflessione la delicata relazione tra genitori e figli. Forse a causa del complesso rapporto con la propria madre, Austen ha creato una miriade di personaggi che il destino ha reso orfani o i cui padri e le cui madri sono talmente insulsi da far pesare la loro assenza sulla crescita emotiva dei figli. La galleria di esempi è molto affollata: i signori Bennet, il padre di Anne Elliot, il padre di Emma, per certi versi la signora Dashwood, i genitori di Fanny Price e persino il padre e la madre di Mr. Darcy (lui stesso ritiene di essere stato reso così "orgoglioso" dal tipo di educazione ricevuta durante l'infanzia) risultano totalmente inadeguati al loro ruolo di educatori. Per i genitori assenti, come le tenere madri di Anne e di Emma, rimane vivo un senso di mancanza che non può che contribuire al progresso delle loro vicissitudini. Un esempio molto chiaro dell'importanza data a questa assenza è l'incipit della miniserie Emma (BBC, 2009), che rappresentando un originale antefatto al romanzo mostra le diverse sorti di tre bambini orfani di Hartfield: la stessa Emma, che però dopo la morte della madre ne trova una vicaria nei panni di Mrs. Weston; Frank Churchill, spedito da una zia arcigna a causa dell'incapacità di suo padre di prendersi cura di lui; e Jane Fairfax, che diventerà la più sofferente, seria e matura dei tre, perchè a sostituirsi ai genitori perduti non avrà a disposizione altro che la povera Miss Bates.