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2 giugno 2021

Quando inizia giugno

Quando inizia giugno, solitamente, un'insegnante si guarda alle spalle e inizia a raccogliere le tracce del percorso di un intero anno scolastico. Quest'anno, è chiaro, è stato diverso da tutti gli altri e dal punto di vista della scuola e degli studenti forse anche più faticoso di quello precedente, perché sin dalla primissima lezione settembrina abbiamo dovuto fare i conti con la paura, l'incertezza, le domeniche e i pomeriggi in fila ad aspettare il tampone, le notizie rimbalzanti sul vaccino, le ricorrenti crisi psicologiche dei ragazzi, l'infinita e talora inspiegabile sequela di incombenze burocratiche che sembrano tenere in piedi l'istituzione scolastica (ma non è così, e prima o poi dovremo smettere di pensarlo). Negli ultimi mesi, quindi, il tempo per la lettura è stato poco e sbocconcellato: in certe occasioni il peso fisico ed emotivo di un nuovo libro sembrava persino eccessivo, una volta conclusa l'ennesima giornata di preoccupazione e di svuotamento di ogni energia. 

Tuttavia, poiché la lettura resta e sarà sempre un veicolo di conforto e di rischiaramento dei momenti più cupi, ho impiegato i miei pensieri libreschi in attività che, pur lontane da questo blog, lo hanno ricordato e tenuto vivo nel confronto e nella condivisione con gli altri. Ho aperto insomma due gruppi di lettura, anche se a distanza: uno scolastico, per coinvolgere i ragazzi del mio liceo in conversazioni (online) che li aiutassero almeno un po' a superare il senso di solitudine, di isolamento e di non comprensione del mondo, e uno con voi lettori di Ipsa Legit, che in questo momento è in pausa ma riprenderà presto. 

Per il Club del Libro della scuola ho proposto cinque titoli, di cui abbiamo parlato in cinque appuntamenti mensili, da dicembre ad aprile: il primo è La società letteraria di Guernsey di Mary Ann Sheffer, che ci ha aiutati a capire come anche nelle fasi peggiori della vita e della Storia i libri e l'amicizia possano offrire un balsamo per le ferite e una luce di speranza. Ha seguito Londra di Virginia Woolf (edizione di saggi a cura di Mario Fortunato per Bompiani), con cui abbiamo potuto viaggiare un po' con la fantasia e capire che anche nelle piccole cose che circondano le nostre città sono racchiusi immensi mondi di bellezza. Abbiamo poi parlato del recente Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro, per confrontarci sul valore della protezione e della cura (sia dell'ambiente che del nostro patrimonio culturale), per poi inoltrarci in significative riflessioni sulla "democraticità" della cultura dopo aver letto La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé. Ho voluto concludere il percorso con un libro di pura e semplice, ancorché fortemente emotiva, narrativa: Una lontana follia di Kate Morton, che i ragazzi hanno letto in pochissimi giorni, incantati dallo spessore della trama e dalle evocative atmosfere di questa storia di guerra, di ricordi, d'amore e di rimpianto. 

Il Gruppo di Lettura di Ipsa Legit, invece, è attualmente arrivato al suo quarto appuntamento e anche se al momento si trova nella pausa estiva sto già pensando ai prossimi titoli da proporre. A chiunque volesse partecipare ai futuri incontri, sarà sufficiente scrivere un'email a ipsalegit@gmail.com per ricevere il link Skype delle riunioni online. Le nostre prime quattro conversazioni sono state di livello altissimo: le partecipanti, che ringrazio ancora, hanno offerto punti di vista profondi e suggestivi, brillanti e ironici, sulle storie che abbiamo letto, aprendo scorci di interpretazione anche imprevedibili. Si è riunito, del tutto casualmente (visto che Ipsa Legit è una realtà virtuale, niente più che un piccolo blog seguito da un numero piuttosto circoscritto di persone), un gruppo di lettori di straordinaria educazione, intelligente e sorridente, di età e di provenienze geografiche diverse ma tenuto insieme da una fortissima passione per la lettura. 

La lista dei libri di cui abbiamo discusso finora include Il carteggio Aspern di Henry James, che ha suscitato sensazioni miste di fascinazione e di straniamento, di sconfitta della letteratura, di caduta degli ideali, di perdita della dimensione del tempo ma anche del sogno evocato da Venezia, dalla scrittura jamesiana e dall'incanto della biografia dei grandi; Oggetti solidi, raccolta di racconti di Virginia Woolf a cura di Liliana Rampello (che ha partecipato alla conversazione, con nostra grande gioia), che ha stimolato diversissimi punti di vista e di attenzione, dal ruolo del matrimonio per le donne come Phyllis e Rosamond alla percezione fisica e visiva della realtà che scivola nell'esplorazione dell'io, come avviene in "Il segno sul muro" o in "La signora nello specchio"; Sotto gli occhi dell'Occidente di Joseph Conrad, un romanzo non molto noto che ci ha colpito tantissimo, per la sua rappresentazione del tormento di uomo solo contro la Storia e contro il destino, condannato all'esilio e all'annichilimento della volontà. L'ultimo (per ora) appuntamento, ispirato dal mese di maggio che per me è sempre stato un mese "gaskelliano", ha avuto per oggetto Mia cugina Phillis, che per il Gruppo di Lettura ha significato un'immersione nella quotidianità di un tempo passato, in bilico tra tradizione e progresso, in un limbo generazionale e sociale che parla di crescita e di passaggio. 

Giugno è appena cominciato, e come in tutte le estati che fanno capolino, la promessa di tante letture è sempre lì ad attenderci. Mi auguro e vi auguro di trovare nei prossimi mesi tanti (o pochi) libri che vi diano la serenità e la soddisfazione che ci si aspetta dalle lunghe giornate silenziose della stagione che avanza. 

25 ottobre 2020

Dall'estate all'autunno

Il passaggio dall’estate all’autunno, con l’inizio della scuola e tutte le ulteriori difficoltà (sempre più serie) connesse a quest’evento, mi ha travolta, e pur continuando a leggere molto, anche se con meno regolarità, sono riuscita a scrivere poco. In quest’ultimo mese e mezzo, però, posso dire di aver scoperto almeno tre libri importanti.

Il primo è stato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Adelphi) di Stefan Zweig. Pubblicato per la prima volta nel 1941, il libro è il memoriale di un esule, ebreo austriaco, che ha attraversato le fasi più gloriose e quelle più tragiche della Mitteleuropa: dai fasti della Vienna imperiale con i suoi ideali di progresso sconfinato, di pace e di comunione degli stati europei, attraverso le cadute della Grande Guerra, fino alla catastrofe del nazismo, della fuga, della perdita della patria e dell’identità. È un libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, non solo perché è la testimonianza oculare di come l’umanità sia riuscita a rinnegarsi, prossima al suicidio, nel Novecento, ma anche perché rivela un senso insopprimibile di resistenza, nella forma della devozione alla libertà interiore. Nella prima parte di questa autobiografia colpisce, in particolare, lo straordinario livello di cultura delle giovani generazioni, che non solo conoscevano perfettamente i classici, ma riuscivano a interessarsi alle avanguardie e alle espressioni artistiche che giungevano dall’estero, e coltivavano contatti che oggi ci sembrano incredibili, partecipando in prima persona alle belles lettres del loro paese. Il rapporto tra studio e libertà, quindi, si manifesta in tutto il suo valore: ed è questa la ragione principale per cui Il mondo di ieri andrebbe consigliato ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la scuola superiore. 

Anche il romanzo La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (Garzanti) racconta di come i libri possano offrirci una forma di salvezza, persino nelle circostanze più disperanti. La protagonista, Odile, è una giovane borghese della Parigi “città aperta” occupata dai nazisti, che lavora come bibliotecaria alla American Library e impara a riconoscere nei libri, e nel sistema di catalogazione Dewey, una fonte di speranza per sopravvivere alla sciagura di un popolo, di una nazione e di tutto il mondo. Come ha affermato l’autrice nell’intervista contenuta nell’edizione italiana del romanzo, l’idea per la scrittura è stata ispirata dai “bibliotecari che, contro tutto e contro tutti, hanno deciso di tenere aperta l’American Library durante la guerra. Credevano nell’importanza dello spirito comunitario e nella capacità dei libri di unire e di creare ponti”. 

Il terzo libro di queste settimane, che ho finito proprio stamattina, è stato L’età incerta di Leslie Hartley (Neri Pozza), che vanta uno degli incipit più riusciti di tutta la letteratura: “Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso lì”. Come suggerisce questa apertura così memorabile, il libro è il racconto in prima persona di eventi avvenuti cinquant’anni prima, quando il protagonista e narratore era un ragazzino di dodici anni, nell’anno 1900.
Dopo brevi episodi risalenti al periodo della scuola, il nucleo della storia si rivela essere il resoconto di una vacanza trascorsa a casa di un amico, Brandham Hall, nel Norfolk, durante la quale Leo apprende l’esaltazione e insieme i dolori della crescita, perennemente confuso tra le sconcertanti emozioni di quel periodo della vita: l’innocenza e la brama di conoscenza, l’indifferenza e la gelosia, la paura e la voglia di indipendenza, l’amore sacro e l’amore profano. I pensieri di Leo sono riportati con tale vividezza che sembra di leggere, più che il resoconto di un ricordo, un flusso di coscienza, del quale percepiamo continuamente la natura perturbante. La stessa voce narrante pare inquieta, ritrosa, di fronte ai propri stessi ricordi e i personaggi della sua storia, che hanno condiviso con lui il dramma di quell’estate rovente: “erano come figure di un quadro, chiuse dentro la doppia cornice dello spazio e del tempo e incapaci di uscirne: erano prigionieri di Brandham Hall e dell’estate del 1900. Volevo che rimanessero lì, fermi in quelle due dimensioni: non volevo liberarli”.

2 maggio 2020

Shakespeare e l'arte di rovesciare i dittatori

In queste settimane, con la mia classe terza, sto lavorando (a distanza, naturalmente) su William Shakespeare. I miei piani iniziali sono stati leggermente sovvertiti dalle circostanze, però sto tentando ugualmente di far sentire ai miei studenti la magnificenza della scrittura e l’umanità sconfinata di questa suprema voce della letteratura, che è anche la nostra voce. Per cercare di adottare un linguaggio quanto più divulgativo e visivo possibile sto consultando, a tratti, il manuale “pop” a cura di Stanley Wells (et al.), The Shakespeare Book, che fa parte della collana Penguin Random House “Big Ideas Simply Explained”. 
La prima tappa del mio percorso con i ragazzi – passaggio obbligato per avvicinarsi alla sensibilità adolescenziale – è stata Romeo and Juliet, che molti avevano già scelto come lettura delle vacanze di Natale: alla scena del balcone dal film di Franco Zeffirelli ho aggiunto la lettura in inglese della stessa scena e del Prologo. È ora tempo, però, di passare allo studio di un tema shakespeariano universale, che è quello del potere; in questi giorni, quindi, mi sono letta il breve ma puntuale saggio di Stephen Greenblatt (tra i più grandi studiosi del Bardo) Il tiranno. Shakespeare e l’arte di rovesciare i dittatori (Rizzoli, trad. it. di R. Zuppet). 
Il saggio si apre con una serie di domande alle quali l’autore intende cercare una risposta rileggendo i drammi shakespeariani: “Com’è possibile che un intero Paese cada nelle mani di un tiranno? Perché un gran numero di persone accetta consapevolmente di essere ingannato?” Sono domande spaventosamente vicine al nostro tempo, come tutte le esplorazioni dell’umano che troviamo inoltrandoci nelle selve, spesso oscure, del dettato di Shakespeare. “I suoi drammi”, suggerisce Greenblatt, “sondano i meccanismi psicologici che conducono una nazione a dimenticare i propri ideali e persino il proprio interesse personale. Perché qualcuno, si chiede Shakespeare, dovrebbe appoggiare un leader paurosamente inadatto a governare, una persona pericolosa e impulsiva, malvagia e subdola, o indifferente alla verità?” 
Sono tanti i tiranni citati nel saggio, ma prima di nominarli mi soffermo momentaneamente sulla trattazione del Riccardo II, un dramma forse meno noto di altri, ma nel quale Shakespeare mette in atto una rivoluzione inaudita nel sistema dei valori elisabettiano. È una storia che racconta la caduta di un re – creatura prossima al divino, al vertice della gerarchia macrocosmica della cultura del tempo. Al lettore moderno i lunghi monologhi di Riccardo sembrano soprattutto atti di dolorosa introspezione, ma per lo spettatore del Cinquecento e Seicento suonavano come dichiarazioni clamorose, che incrinavano l’intera visione del mondo allora conosciuta. In questo dramma un re – il garante dell’ordine del cosmo – si lascia attrarre dal nulla, dall’avvilimento e dall’annullamento di sé stesso, intraprendendo il “dolce cammino” della disperazione. Alla vigilia della deposizione si chiede: “Che cosa deve fare il re ora? Sottomettersi? / Il re lo farà. Venire deposto? / Il re lo accetterà. Deve perdere / Il nome di re? […] Darò […] / il mio vasto regno per una piccola tomba, / una piccola, piccola tomba, una tomba oscura; / oppure verrò sepolto sulla strada maestra” e più tardi “ho reso vile la gloria / e la sovranità una schiava; / dell’orgogliosa maestà un suddito […] / Non ho nome né titolo / […] / ora non so con che nome chiamarmi” (trad. it. di A.L. Zazo, edizione Mondadori). 
Nel Riccardo II il tiranno sembra essere Henry Bolingbroke, che si appropria del suo trono; meno ambigua è la figura del dittatore per eccellenza, Riccardo III, di cui Greenblatt scrive in un eccellente capitolo sul rapporto del tiranno con coloro che lo circondano, e che si relazionano con lui secondo i vari gradi dell’asservimento inerte, della complicità malvagia, del terrore muto, della flebile resistenza. È un capitolo di grande attualità, che con lucidità avvicina evidentemente Shakespeare alle tragedie storiche del Novecento e di oggi. 
Nel corso del saggio si nominano re Lear, il sovrano impazzito che sovverte il principio per cui il monarca è deputato al controllo dell’universo, e il tiranno Macbeth, che commette l’atto empio per eccellenza dell’uccisione del re. Profondissimo suona il celebre monologo dello scozzese assassino, che una volta sul trono non può che fare i conti con i peccati che ha compiuto: “Domani, e domani e domani / striscia così, col suo misero passo, di giorno / in giorno, fino alla zeta del nostro tempo scritto; / e tutti i nostri ieri han rischiarato / ad altri pazzi / la strada della polverosa morte. / Spegniti, spegniti breve candela! / La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore / che avanza tronfio e smania la sua ora / sul palco, e poi non se ne sa più nulla” (trad. it. di N. D’Agostino, edizione Garzanti). 
Ma il dramma politico che mi ha sempre appassionato di più è Julius Caesar. Il raggio che Shakespeare conferisce all’interiorità di Bruto è amplissimo, e come nel resto della sua scrittura il drammaturgo non ci offre la comodità di un’opinione univoca, di un giudizio valido a priori. Bruto è un assassino o un salvatore della patria? È un “uomo d’onore”, come lo definisce Antonio nell’indimenticabile monologo sul cadavere di Cesare, o un volgare parricida? Nella sua decisione di stroncare il germe della tirannia, Bruto è un magnifico eroe moderno, condannato alla tragedia perché sceglie di non diventare tiranno lui stesso uccidendo anche Antonio. E la sopravvivenza di Antonio è il movente della sua fine e di conseguenza, con l’avvento di Ottaviano, la fine stessa della Repubblica. Neanche l’assassinio del tiranno è la soluzione al problema.
Come scrive Greenblatt in conclusione di questo saggio: “Ci sono periodi, talvolta anche prolungati, in cui le motivazioni più crudeli degli individui più ignobili sembrano trionfare. Shakespeare, tuttavia, credeva che i tiranni e i loro tirapiedi prima o poi avrebbero fallito. […] La migliore possibilità di recuperare l’onestà collettiva era, riteneva, l’azione politica dei comuni cittadini. Il drammaturgo non perse mai di vista le persone che si chiudevano in un silenzio tenace quando venivano esortate a urlare il loro sostegno per il tiranno”. Una riflessione sempre valida, che il cittadino, nel suo ruolo laicamente sacro di difensore della polis, non dovrebbe mai dimenticare.

16 aprile 2020

Il buon soldato

Un capolavoro che ho letto in uno di questi strani e silenziosi pomeriggi è The Good Soldier. A Tale of Passion di Ford Madox Ford, disponibile in italiano per i tipi di Bompiani.
Il romanzo, che uscì nel 1915 dopo innumerevoli revisioni e che il suo autore considerava il compimento di un'intera carriera letteraria, è definito "impressionista", grazie alle intense e fugaci immagini che lo cospargono e che arrivano al punto di sostituirsi alla potenza del linguaggio. Ford fu amico e collaboratore di Joseph Conrad, con il quale (e con molti altri, tra cui Henry James) inaugurò una nuova stagione del romanzo, trasportandolo dalla vocalità univoca dell'Ottocento alla nuova forma frammentata del Modernismo. Anche The Good Soldier sembra obbedire al principio espresso da Conrad in The Nigger of the Narcissus: "My task which I am trying to achieve is, by the power of the written word, to make you hear, to make you feel — it is, before all, to make you see." ("Il mio compito, a cui sto cercando di adempiere, è, con il potere della parola scritta, farvi sentire, farvi provare sensazioni — è, prima di tutto, farvi vedere"). 
Il romanzo di Ford è la storia di due coppie accomunate dal fatto che uno dei due coniugi soffre apparentemente di una patologia cardiaca; questo costringe i quattro personaggi a trascorrere lunghi mesi in località di cura, ed è in una di queste circostanze che avviene il loro primo incontro, preludio di una pluriennale amicizia. La società intorno a loro è il luminoso, ancorché fragile, piccolo mondo edoardiano, che ancora si crogiola nella sua finta ingenuità prebellica. Il narratore Dowell, che è uno dei quattro protagonisti, ci mostra il rapporto tra le due coppie attraverso una eloquente quanto ingannevole immagine: "La nostra intimità era come un minuetto, semplicemente perché in ogni possibile occasione e in ogni possibile circostanza sapevamo dove andare, dove sederci, quale tavolo avremmo scelto [...]. No, perdio, è falso! Non era un minuetto, quello che misuravamo; era una prigione — una prigione piena di gente isterica che urlava, tenuta legata affinché le loro urla non si udissero al di sopra del rotolio delle ruote della nostra carrozza finché andavamo lungo i viali ombrosi" (trad. it. di M. Materassi). La delicatezza e la perfezione del minuetto si infrangono quasi subito e la storia che sembrava cominciata all'insegna dell'eleganza e della sobrietà morale si trasforma in un attimo in un inferno. 
Il flusso del racconto si ingarbuglia. Dowell ci confida, confida a noi lettori, di immaginare di narrarci la sua storia seduti davanti al camino, in una notte quieta. Ci chiede di perdonarlo se non sarà in grado di obbedire a un progresso naturale degli eventi: tutte le regole della logica, in effetti, vengono violate e la cronologia non si rivela come una linea diritta, bensì come un filo che si avvolge costantemente su sé stesso, allungandosi, srotolandosi, tornando indietro e impigliandosi, una pagina dopo l'altra, a un punto di vista differente. Ford, lo scrittore modernista, sfugge ai principi della narrazione ottocentesca; per lui e per la sua voce narrante una storia non può essere presentata al suo lettore già confezionata, ma si evolve e di alimenta mentre procede, indipendentemente da qualsiasi struttura pregressa. 
L'uditore seduto davanti al camino e noi lettori restiamo sbalorditi: mentre il narratore dimentica nomi, fatti e riferimenti, per richiamarli alla memoria in momenti imprevisti, noi cominciamo a non fidarci più di lui, a dubitare della sua lucidità e persino della sua verità. 
Ma che cos'è, dunque, la Verità, se non quella di chi racconta? La Verità è la nostra: è la verità di quell'uditore seduto accanto al fuoco ed è la verità di noi che leggiamo. Non una, non due: le verità sono plurime. La letteratura modernista non ci lascia riposare nel rifugio avvolgente di un migliaio di pagine vittoriane: ci chiama in causa, ci tormenta, ci fa dubitare; ci chiede di partecipare, con la nostra interpretazione, a ciò che viene narrato, e senza il nostro sforzo di comprensione il libro che stiamo leggendo perde addirittura di senso. Così Il buon soldato, che è la storia tremenda di un uomo che racconta di essere stato tradito (ma sarà poi vero?), ci trascina a ogni pagina, a ogni capoverso, a ogni virata di senso, verso il suo abisso.

17 marzo 2020

Immagini e ombre, l'autobiografia di Iris Origo

Se leggere un libro è come fare un viaggio, leggere un’autobiografia è viaggiare al fianco di una persona sconosciuta, che pian piano, tappa dopo tappa, con grande generosità ti invita a entrare nei suoi ricordi, regalandoti la parte migliore di lei. 
Sono appena tornata da un viaggio così, leggendo l’autobiografia di Iris Origo Images and Shadows. Part of a Life pubblicata da Pushkin Press (di questo libro so esistere anche una versione in italiano, Immagini e ombre, per i tipi di Longanesi). Ho comprato questo volume alla Libreria Senese, a Siena, appunto, attratta nel negozio dalla mia inguaribile incapacità di stare lontana da una libreria con le porte spalancate sulla strada. Ho aspettato diversi mesi per leggerlo, perché sentivo di aver bisogno di tempo e di quiete per godermi la storia della vita di questa scrittrice, un po’ americana, un po’ inglese, un po’ irlandese, un po’ italiana, che scelse la Toscana per trascorrere l’esistenza e divenne biografa di grandi nomi della letteratura – uno su tutti, Giacomo Leopardi. 
La scrittura è talmente bella, il tono diffuso così elegiaco da rendere questo libro toccante dall’inizio alla fine. Ne ho sottolineati innumerevoli brani, incapace di classificare la bellezza di un passaggio dedicato all’infanzia, o di una frase descrittiva del paesaggio, o di una riflessione sul fascino degli studi classici, o dell’ondulare nostalgico delle memorie. Concludendolo, si percepisce che l’intenso intimismo della narrazione non può tuttavia celare l’eccezionalità di questa vita: Iris Origo fu la figlia di William Bayard Cutting, grande amico del filosofo George Santayana e di Edith Wharton, e segretario personale dell’ambasciatore americano nel Regno Unito. Sua madre fu Lady Sybil Cuffe (figlia di un pari d’Irlanda), che fece trascorrere a Iris l’infanzia a Villa Medici, a Fiesole, e il cui secondo marito fu amante di Vita Sackville-West. Il marito di Iris fu il figlio illegittimo di un marchese italiano: con lui trascorse la vita coniugale nella tenuta di La Foce, sulle colline senesi, con lui affrontò il fascismo e la guerra, aprì un rifugio per bambini profughi, e offrì un nascondiglio a fuggiaschi e prigionieri di guerra alleati. 
Il libro è diviso in tre parti e procede, per ammissione stessa della scrittrice, concentrandosi sulle case in cui si dipanò il filo della sua vita. La prima parte è dedicata alle radici dell’albero genealogico di Iris, e si divide nella disamina della vita dei nonni (quello americano e quello irlandese), e sul racconto della vita dei genitori. Del nonno irlandese, Lord Desart, Iris scrive (qui e in seguito, trad. mie): “egli riversò su di me il gusto della vita così com’era nella dimora di campagna irlandese in cui trascorrevo le mie vacanze estive – un mondo di distanze azzurre e infiniti giochi e gioia, profumato della fragranza del pisello odoroso e del deciso sapore stringente dei ribes rossi, in cui le porte erano sempre aperte ai bambini, ai cani e ai vicini”. 
Iris Origo. Fonte: BBC
La seconda parte è forse la più evocativa, perché ci racconta la formazione di Iris, la sua crescita, i suoi studi, il suo avvicinamento alla letteratura. Dopo la dipartita prematura del padre, che morì sulle dune egiziane tentando di scampare alla tubercolosi, la madre portò Iris a Fiesole, a Villa Medici, che trasformò in stile inglese (“tende di chintz, acquerelli incorniciati, vasi d’argento colmi di rose, libri, profumi di scone e di tè appena fatto”) dove intrattenne ospiti celebri come Vernon Lee, mentre la bambina si rifugiava tra l’erba alta “nascosta con un libro nei giorni d’estate, a guardare in basso verso la lontana terrazza dove gli adulti, figure di nani, conversavano incessantemente”. La scrittrice riflette su quanto fossero avventurose quelle estati per lei bambina, che ancora doveva conoscere gli ostacoli e le pene del mondo e coltivava paure primitive, quasi piacevoli, e del tutto travolgenti: “è una delle punizioni dell’età adulta il fatto che le apprensioni e le intuizioni [dell’infanzia] vadano svanendo. Il muro tra noi e quel mondo si ispessisce: quella che era una consapevolezza fissa, anche se non formulata, è diventata solo un ricordo. Mentre passano gli anni, accade solo raramente che quella botola si apra nelle nostre memorie, e ne esca un effluvio di profumi quasi dimenticati, un bagliore di quel mistero”. In quella casa Iris intuì il passaggio della prima guerra mondiale, raccontatale soprattutto dal nonno irlandese nelle sue lettere, e fu sfiorata dalle morti da influenza spagnola. Da lettrice precoce quale sono stata, non ho potuto non innamorarmi delle pagine che Iris dedica alla sua attrazione per i libri; scrive: “l’immaginazione del bambino gli consente non solo di prendere da un libro esattamente ciò che gli serve – persone, genietti, tavoli o sedie – ma gli permette letteralmente di usare tutto questo per arredare il suo mondo. Non riesco a ricordare un periodo in cui io non l’abbia fatto. […] Divenni di volta in volta Maggie Tulliver, Jane Eyre, Catherine Morland, Natasha… Le loro ombre si allungano sullo sfondo della mia adolescenza con una vividezza negata a molte figure reali”. 
Iris poté godere di un’istruzione eccezionale, andando a lezione dal maestro Solone Monti, che le faceva studiare il latino e il greco facendola innamorare dei grandi classici, di Leopardi e di Pascoli; nel frattempo, metteva radici nel suo cuore un trasporto altrettanto caldo e sentito per l’Inghilterra – l’Inghilterra di Keats e di Jane Austen, un’Inghilterra che, come lei stessa scrive con una chiarezza che mi ha permesso di immedesimarmi subito in lei, soprattutto di questi tempi, non è quella del mondo reale, ma è la proiezione meravigliosa, la fantasmagoria, dei nostri desideri. È un’Inghilterra fatta di “biblioteche, guglie di cattedrali, malvarosa nei giardini dei cottage, ruscelli tra alti argini verdi, […] piccole chiese normanne in pietra grigia”. 
La terza parte dell’autobiografia è quella della maturità, del matrimonio, del racconto di La Foce. Iris non si sofferma sulla morte del figlioletto Gianni, ma scrive che quel dolore fu la spinta che la indirizzò sulla via della scrittura (e non ho potuto fare a meno di pensare a Elizabeth Gaskell, che visse la stessa esperienza). Il passo più toccante di questa sezione è l’impressione, rapida ma fortissima, come tutte quelle che permeano questo libro, che Iris conserva della seconda guerra mondiale: “la cacofonia”, trasmessa dalla radio, delle urla isteriche di Hitler, dei ruggiti degli applausi che lo salutavano, dell’apostrofe di Anthony Eden alla Società delle Nazioni, delle proterve dichiarazioni di Mussolini, delle canzoni fasciste dei soldati, e perfino dei bambini. 
Immagini e ombre, così bello che questo post è uno dei più lunghi di Ipsa Legit, è un cammino proustiano intriso di dolcezza. Scrive Iris che “se Proust ha ragione, sto portando dentro di me (a dispetto di tutti i mutamenti avvenuti) l’interezza della mia vita […] il tempo che supplicherei di avere è tempo nel passato, tempo per dare conforto, per completare, per riparare – tempo perduto molto prima che io sapessi quanto velocemente se ne sarebbe andato”. 
Sono tanti i passi che ho segnato in questo libro, e non potrei riportarli tutti. Uno di questi, però, devo citare a conclusione di questo lungo post, perché può esserci forse d’aiuto in un momento così delicato per il nostro paese. Quando la guerra finì, Iris scrisse sull’ultima pagina del suo diario: “Distruzione e morte ci hanno visitati. Ma ora, nell’aria, c’è speranza”.

12 febbraio 2020

Un comodino Neri Pozza

Ragionando sulle mie più recenti letture, mi sono accorta che sono tutte accomunate dall'inconfondibile marchio della casa editrice Neri Pozza. Nelle scorse settimane dalle sue tipografie sono uscite tante nuove pubblicazioni interessanti, che sono andate ad aggiungersi ad alcuni libri pubblicati dallo stesso editore qualche tempo fa e che non aspettavano altro che farsi leggere con grande gusto. 
Sul mio comodino c'è Un anno con Shakespeare di Allie Esiri, che sfoglio ogni sera appena prima di cena o prima di dormire, per leggere la citazione dedicata al giorno appena trascorso. Oggi il brano è tratto da Pene d'amor perdute (Atto IV, Scena 3), da cui estrapolo questa manciata di versi: "Dagli occhi delle donne traggo questa dottrina:/ del fuoco di Prometeo essi scintillan sempre;/ son essi i libri, le arti, le accademie/ che mostrano, contengono, nutrono il mondo intero" (trad. it. di Chiara Ujka).
La scorsa settimana ho letto il nuovissimo La ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier, storia di una donna inglese degli anni Trenta che percorre il suo cammino di vita sospinta da un insopprimibile desiderio di passione e di affermazione della sua identità. Se la storia narrata mi è sembrata piuttosto semplice, ho trovato la preziosità di questo libro nella ispirata raffigurazione di due sottotesti affascinanti della magnifica enciclopedia della cultura inglese: il ricamo dei cuscini per la cattedrale di Winchester e la sapienza dei suonatori di campane. Insomma, anche se non mi sono affezionata molto ai personaggi, ho amato la rievocazione dello Hampshire di allora, con i suoi segreti inconfessati, le complicate dinamiche di una piccola comunità, il dolore soffocato di una generazione di donne che ha perduto e rimpiange i suoi figli, fratelli e fidanzati, morti in trincea. E mi è proprio sembrato di vedere i colori, e di sentire la morbidezza impalpabile di quei fili di seta sotto le mani, la voce sussurrata dell'ago che vola sulla tela, e in sottofondo il rintoccare del batacchi sul piombo, levati in un alto canto di celebrazione. 
Una scrittrice che da qualche tempo sto tentando di scoprire è un'altra inglese, Daphne du Maurier, grandissima scrittrice della suspense che finora avevo conosciuto solo marginalmente, ma di cui sono davvero curiosa di sapere di più. Ho cominciato questo percorso, naturalmente, con la lettura del magnifico Rebecca nell'edizione il Saggiatore, e proprio in questi giorni sto concludendo Mia cugina Rachele (Neri Pozza), che nonostante i suoi settant'anni d'età conserva tutta la forza, la freschezza e l'asprezza di un romanzo che è molto difficile riporre. Il narratore è Philip Ashley, che racconta il suo rapporto, misterioso e ambiguo, con la cugina Rachele, moglie del defunto cugino Ambrose. La storia è potente e ombrosa fin dalle sue prime battute, con sezioni che tolgono il fiato: bellissimi scorci italiani, in equilibrio tra lo splendore dei palazzi dei ricchi fiorentini e la miseria inquietante della gente del popolo; incantevoli, vividissimi panorami della Cornovaglia, patria della scrittrice; e la rappresentazione perfetta di una passione distruttiva che lotta contro la certezza di un'impossibile armonia; una passione consapevole della propria sorte, eppure incapace di trovare tregua: "In quell'istante capii cosa Ambrose aveva visto in lei, che cosa aveva desiderato senza mai ottenerlo. Capii il tormento, il dolore, l'abisso che si apriva tra loro. Gli occhi di Rachele, così scuri, così diversi dai nostri, ci fissavano senza comprenderci. [...] Nella penombra anche il suo viso era straniero. Un viso sottile, un profilo su una moneta" (trad. it. di Marina Morpurgo).
Quando avrò terminato Rachele, dovrò scegliere se cominciare Daphne di Tatiana De Rosnay (la biografia della scrittrice che Neri Pozza ha pubblicato nel 2016: titolo originale, Manderley For Ever) o deviare dal cammino e intraprendere il magnifico viaggio dentro la nuovissima edizione di Via col vento di Margaret Mitchell (Neri Pozza 2020) oppure ancora entrare nello scintillante mondo de I Goldbaum di Natasha Solomons (Neri Pozza 2019), o forse distrarmi un po' con il nuovo capitolo dei Mitford Murders di Jessica Fellowes (Neri Pozza 2020)...
Direi che per le prossime settimane sarò in ottima compagnia! 

14 gennaio 2020

Piccole donne, il film

Ieri sera sono stata al cinema a vedere Piccole donne, il capolavoro di Greta Gerwig. È difficile trovare il modo giusto per descriverne la qualità e l’immensa bellezza: forse l’unica strategia per riportare questa esperienza (ed è davvero stata un’esperienza) è ricorrere a una sequenza colpevolmente disordinata di momenti emotivi, di immagini, di attimi senza fiato. 
Il film è un intreccio costante tra i due grandi capitoli del romanzo: quello della fanciullezza (per noi Piccole donne) e quello della maturità (Piccole donne crescono). Tutta l’intensità della storia si gioca lì, su quel limite sottilissimo e strapieno di vita, quella linea impercettibile eppure severa, che segna il passaggio da un’epoca all’altra, da un’età all’altra. C’è grande sapienza, da parte della regista, nel tenere sempre in perfetto equilibrio i due piani narrativi; anzi, direi che c’è perfezione. C’è una scena – non è neanche una scena, è quasi un frammento, in verità – in cui l’abbandono dell’infanzia si mostra in tutta la sua potenza, quasi sacra: è un ricordo fugace di Jo, che da adulta ricorda un istante con Laurie. Un istante apparentemente insignificante, in cui lei gli ruba il cappello in un gesto d’affetto: ma è un momento di essere così travolgente da farci commuovere. 
Le quattro ragazze March sono quanto di meglio si sia mai visto. Meg è deliziosa. Beth non è (finalmente) costantemente sull’orlo del baratro, ma ci regala una dose di inedita vitalità che ci fa rimpiangere ancora di più la sua sorte. Amy è esattamente quello che io ho sempre visto in lei, a dispetto della lunga tradizione di condanne e opinioni denigratorie di milioni di lettori – Greta Gerwig dà finalmente a questo personaggio un volto che forse neanche Alcott era riuscita a conferire chiaramente, e che toccava al lettore intuire: in questo film Amy è limpida, radiosa, schietta, piena di passione, moderna, vivida, presente nel mondo e nella sua vita. 
E poi c’è Jo. Leggendo il libro si è portati naturalmente ad amare Jo. È come se non si potesse farne a meno, si viene trascinati verso questo affetto letterario, ma talvolta è come se non lo si sentisse per davvero. Il film, invece, ci mostra prepotente il motivo di tanto trasporto. Saoirse Ronan (l’attrice candidata all’Oscar per questo ruolo) entra del tutto in Jo, e ce la restituisce nuova, intelligente, padrona di sé, irrefrenabile. E l’effetto è a dir poco meraviglioso. 
La grandezza di questo film sta proprio nel dare una seconda vita alla storia. Il vittorianesimo americano dell’età di Alcott (ma anche di Thoreau, di Emerson, e dei pittori paesaggisti della Hudson River School) si libera di tutti i suoi oscuri stereotipi e al contrario splende di energia: ragazze che ridono, corrono, gridano, giocano sulla spiaggia, giovani uomini con i gli abiti e i capelli raffazzonati, feste da ballo in cui si alza un po’ il gomito, tentazioni a cui è difficile resistere, la paura esistenziale del fallimento che si trasforma in una posa di freddezza e in una finta, sofferente, negligenza. L’attore che interpreta Laurie (Timothée Chalamet, perfetto per attirare a questa storia le spettatrici più giovani) dimostra giusto il talento necessario per impersonare questo carattere, in bilico tra Ottocento ed età moderna. 
La rappresentazione che Gerwig fa della storia, e soprattutto il suo bellissimo finale (che non posso certo rivelare), ricamato sulla scena magistrale della rilegatura del romanzo di Jo, appartiene tutto al ventunesimo secolo, eppure, e proprio in virtù della sua perfetta aderenza alla contemporaneità, conserva la funzione vittoriana della trasmissione di un messaggio forte, di un insegnamento. In questo caso, il messaggio è la libertà delle donne: quella di Amy, quella di Jo, quella di Gerwig – e la nostra. 
I ragazzi e le ragazze di oggi dovrebbero proprio vederlo, questo film, perché è inequivocabilmente fatto per loro. Noi “grandi”, tuttavia, non ne siamo esclusi: il nostro destino è di commuoverci a cospetto della tenerezza della rivisitazione degli episodi centrali del libro, di stupirci di fronte alla sopraffina tecnica cinematografica, di incantarci per una fotografia di livello inestimabile, di apprezzare le minuzie della sceneggiatura e la qualità eccelsa della scenografia – la perfezione degli interni, la bellezza travolgente degli esterni. 
Le mie aspettative su quest’opera erano altissime. Non c’è stato un solo minuto, nelle due ore e un quarto del film, in cui siano state tradite.

5 gennaio 2020

Louisa e le piccole donne

Buon anno, cari lettori! Il 2020 di Ipsa Legit si apre con una riflessione su un libro squisitamente stagionale: Piccole donne, che in queste settimane è ritornato ad apparire nelle prime file delle librerie grazie all’uscita del nuovo omonimo film che ne è stato tratto, diretto da Greta Gerwig (il trailer si può vedere qui). 
Piccole donne e Piccole donne crescono, i due libri italiani in cui si è diviso l’unico volume originale di Little Women, ci hanno accompagnato per tutta la vita: io li lessi per la prima volta da bambina, poi li ripresi da adolescente e adesso, da adulta, ritorno talvolta a rileggerne qualche breve brano, per ritrovare nel testo la conferma a certi ricordi improvvisi o la gratificazione di quel gusto per la narrativa che non mi abbandona mai. Oggi, sui miei scaffali, Little Women è uno dei libri di cui vado più orgogliosa, perché è un’edizione del 1913 con una bellissima copertina in decori Art Deco che ho scovato in una libreria di seconda mano sull’isola di Wight. Come una storia nella storia. 
La mia attuale rilettura del libro, in attesa di vedere il film, è accompagnata da un’importante opera appena pubblicata, che ci offre un punto di vista attentissimo e decisamente affascinante sulla mente che ha ideato questo romanzo immortale. Si tratta di Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton (a cura di Daniela Daniele), che solo pochi mesi fa è uscita nella sua prima edizione italiana grazie a Jo March – una casa editrice che ci ha abituato alle belle sorprese ma che ciononostante continua a stupirci per l’accuratezza e la passionalità delle sue scelte letterarie. Il libro appartiene alla collana “Christopher Columbus” e riporta la stessa straordinaria bellezza grafica dei volumi precedenti. 
Nella biografia di Martha Sexton troviamo rappresentazioni della vita di Louisa piene di suggestioni, soprattutto quando si concentrano sull’atto della scrittura: “A maggio, Luisa fece ritorno a casa per cominciare a scrivere Piccole donne. Lavorò alla sua piccola scrivania, grande appena da poter infilarci le ginocchia, sotto la finestra della sua camera. Scrisse per giornate intere, senza mai correggere o ripensare una sola parola”; “Lavorava assiduamente al suo scrittoio, completando ogni giorno un capitolo nuovo, vergato con una scrittura nitida e inclinata verso sinistra, che imprimeva con decisione sulla pagina, impugnando con forza il pennino d’acciaio”. Anche la casa di Concord attira lo sguardo del lettore, assorbendo e lasciandosi assorbire, come sempre accade, dalla personalità della scrittrice che le abita: “La stanza d’angolo di Louisa era quadrata, ariosa, e piena di luce con finestre sui lati. […] La piccola scrivania di Louisa era posta sotto le finestre anteriori, dalle quali entrava una morbida luce primaverile, filtrata attraverso gli alberi”. 
Foto dello scrittoio di Louisa May Alcott, di Annie Leibovitz,
tratta dal suo libro Pilgrimage
Penso che questa luminosità filtrata, accompagnata dai profumi delle foglie e del vento, ma sempre in bilico sulla penombra, sia l’atmosfera predominante di Little Women. L’aspetto più interessante della biografia pubblicata da Jo March è proprio la rivelazione di questo confine sfuocato nei pensieri di Louisa, di questo conflitto nascosto e sempre sull’orlo della deflagrazione, dell’impossibilità di sfuggire al lato oscuro delle storie. 
Piccole donne è un romanzo per ragazzi perché alla prima lettura si mostra per ciò che ne incoraggiò la scrittura: la volontà di tracciare una netta barriera tra il bene e il male e di rappresentare lo sforzo epico delle giovani donne March, e di Jo in particolare, per passare dalla parte giusta del muro. Le sorelle ricevono per Natale una copia di The Progress of the Pilgrims di John Bunyan (Il viaggio del pellegrino) affinché questo indichi loro la strada verso il Bene; lavorano sodo per realizzarsi; due si sposano abbastanza presto, dopo aver affrontato i naturali ostacoli della vita amorosa, che le portano a migliorarsi interiormente. Solo Jo, alter ego letterario dell’autrice, fatica a rientrare negli schemi imposti da suo padre (e dal padre di Louisa) e dalla sua filosofia. Le sofferenze di Jo sono reali, tormentose: il senso di colpa, da cui a tratti lei sembra lasciarsi voluttuosamente travolgere, ispira tante – troppe – delle sue decisioni, e le delusioni che la sua autrice dissemina lungo il suo cammino sono amare, astiose, per niente educative e difficili da rimarginare. Tanta inquietudine, questo spesso velo di insoddisfazione, non sono più il tema di un romanzo per ragazzi, ma il soggetto di un’analisi di grande forza emotiva che la biografia di Sexton ci aiuta ad approfondire e a comprendere. 
La seconda parte di Little Women (quella che in italiano è stata chiamata Piccole donne crescono) è quella che maggiormente ci lascia intuire tale contrasto. Le ragazze sono più grandi: Meg è sposata, Amy supera i confini della casa paterna, con tutte le sue voci e le loro istruzioni di vita, e se ne va in Europa a costruirsi un futuro; solo Jo sembra sempre sul punto di realizzarsi, ma non ci riesce mai. La sua scrittura non è quella che dovrebbe essere, il raggio del suo allontanamento da casa arriva solo fino a New York e la sua parabola si chiude nella celebrazione della morale predicata dai suoi genitori, in una vecchia casa piena di memorie, con un marito che replica la figura patriarcale, un ruolo materno moltiplicato all’infinito, e la definitiva rinuncia all’arte. Ho trovato davvero rimarchevole la disamina delle ombre di Alcott nella nuova pubblicazione Jo March: i grandi racconti, in fondo, si evolvono dall’evoluzione di un conflitto, e tutta la straordinaria luce delle sorelle March non poteva che avere come controparte la storia di una scrittrice dai grandi dolori, come fu Louisa.

27 dicembre 2019

Grandi classici e un viaggio letterario

Il mio 2019 si chiude con tre splendidi libri, tutte nuove uscite che sono di grande conforto, nel periodo dell'anno in cui le classifiche letterarie lasciano spiccare volumetti privi di peso, l'ultima fatica del solito giornalista, gli esperimenti di scrittura dei social influencer e i manuali di cucina. 
Il primo di questi grandi libri è l'edizione Neri Pozza di Shakespeare for Every Day of the Year di Allie Esiri (titolo italiano: Un anno con Shakespeare, traduzione di Chiara Ujka), un bel volume corposo (17 x 24 cm) che ogni giorno dell'anno ci offre un brano del Bardo. Non si tratta, però, di una semplice collezione di quotes, perché ognuna di queste reca un cappello introduttivo ed esplicativo. Da non trascurare le illustrazioni che accompagnano la copertina di inizio mese, davvero suggestive. Le traduzioni italiane sono tratte dalle Opere complete di Garzanti. 
Il secondo libro è un regalo di Natale, che occhieggiavo già da diverso tempo attraverso la vetrina della mia libreria preferita in città. Si chiama Le case dei miei scrittori e incontra perfettamente la mia passione per l'argomento. Il volume, scritto da Eveline Bloch-Dano e pubblicato da AddEditore (traduzioni dal francese di Sara Prencipe e Michela Volante) è il resoconto di un viaggio in tanti capitoli che ci porta a conoscere le case, sparse per luoghi pieni di significato, di decine di scrittori straordinari. Per fare qualche esempio, seguendo l'ordine alfabetico dell'indice: Balzac, Beauvoir, Beckett, Benjamin, Blixen, Colette, Dickens, Dumas, Hemingway, James, Keats, Nietzsche, Proust, Sand, de Stael, Verne, Wharton, Yourcenar. Insomma, un eccellente diario di sogni, che, come l'almanacco shakespeariano, ci potrà accompagnare per tutto l'anno nuovo. 
Ultimo libro, un altro regalo apprezzatissimo: Jane Austen. La vita di Claire Tomalin, della Nuova Editrice Berti con traduzione di Cecilia Mutti e Cristina Colla. Il volume è bellissimo, con una copertina elegante, il carattere prezioso e il colore della carta riposante. La mia ultima biografia austeniana è stata quella di Lucy Worsley, di cui ho parlato qui; sono davvero molto curiosa di intraprendere ancora una volta questo cammino, per ritornare alla vita vera di Jane e riassaporarne le delicatezze e le armoniose minuzie, così splendidamente in accordo con la grandezza immortale della sua scrittura.

25 aprile 2018

Elizabeth Gaskell a Roma

Se nell’ultimo post, dedicato a Daisy Miller, ho parlato di Roma attraverso gli occhi di Henry James, in questa giornata di festa voglio tornare nella città eterna per raccontare le esperienze personali e letterarie di un’altra viaggiatrice illustre, Elizabeth Gaskell. L’autrice di Mogli e figlie e Nord e Sud desiderò per tutta la vita vedere l’Italia e lavorò alacremente per potersi permettere il tanto ambito viaggio: finalmente, il 23 febbraio 1857, dopo un tragitto lungo e accidentato, giunse in città insieme alle figlie maggiori, Marianne e Meta, e con loro fu ospite di William Wetmore Story e la moglie per una lunghissima e corroborante vacanza. 
The Angel of Grief è la statua in marmo scolpita da
William Wetmore Story per la tomba della moglie
Emelyn, al Cimitero Acattolico di Roma (anche
William fu poi sepolto sotto le sue ali)
William Wetmore Story era un appassionato d’arte e dopo essersi innamorato di Roma in occasione dei suoi primi soggiorni, aveva deciso di trasferirvisi stabilmente, diventando «il protagonista di spicco di un circolo cosmopolita i cui rituali – tutt’altro che immobili ma anzi in continua trasformazione – egli stesso avrebbe contribuito a codificare perfettamente anche grazie ai felici rapporti con l’ambiente culturale e aristocratico romano» (B. Bini, L’esilio dorato di William Wetmore Story). Nel corso degli anni, William ed Emelyn furono il punto di riferimento a Roma per una miriade di espatriati e viaggiatori anglo-americani: tra loro Thackeray, Robert Browning, il generale Grant e i primi ministri inglesi, Charles Sumner, Leigh Hunt, Henry James (che ne avrebbe scritto la biografia) e la nostra Mrs. Gaskell, che soggiornò nella casa dei coniugi in via Sant’Isidoro.
Di questo luogo Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (482): «Via Sant’Isidoro, con la luce ambrata del sole che scendeva dai tetti romani grigio-dorati, i colli Sabini da una parte e il Vaticano dall’altra…». In Delitto di una notte buia leggiamo il solo episodio italiano di tutta la narrativa gaskelliana: un episodio autobiografico (riportato anche in una lettera della figlia Meta risalente al 1910), che ricorda proprio il martedì grasso di quel 1857, quando Elizabeth poté godere dello spettacolo della processione carnevalesca affacciata al balcone degli Story.
Scrive Gaskell: «Così venne marzo; la Quaresima cadeva tardi quell’anno. Grosssi mazzi di violette e di camelie venivano venduti all’angolo di via Condotti e i festaioli non avevano alcuna difficoltà a procurarsi fiori ancor più rari per le belle del Corso. […] Mrs. Forbes aveva preso in affitto un balcone privato, come si addiceva a una rispettabile e danarosa gentildonna inglese. Le ragazze avevano un grosso cesto pieno di mazzolini di fiori da gettare agli amici nella folla di sotto; numerosi moccoletti erano impilati sul tavolo alle loro spalle, perché era l’ultimo giorno di Carnevale e, non appena fosse sceso il crepuscolo, si sarebbero accese le candele, che tutti avrebbero tentato in ogni modo e altrettanto velocemente di spegnere» (Croce 2017, trad. it. di M. Barbuni, p. 213). 
Nel corso della sua vacanza romana, Elizabeth poté incontrare nuovamente e stringere una forte amicizia con Charles Eliot Norton, un giovane critico d’arte americano che soggiornava a Piazza di Spagna e che accompagnò lei e le sue figlie a visitare tutte le meraviglie della città: il Colosseo, Villa Borghese, San Pietro… Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (375) di qualche anno dopo: «Fu in quegli incantati giorni romani che la mia vita giunse al suo culmine». 
Il viaggio di Elizabeth a Roma e in Italia è oggetto del capitolo “Incanto italiano” del mio libro Sui passi di Elizabeth Gaskell (Jo March 2016) e a quanto pare sarà anche il tema, romanzato, di un’opera di narrativa che uscirà la prossima estate, a firma della scrittrice e studiosa inglese Nell Stevens: il libro si intitolerà Mrs. Gaskell and Me (negli Stati Uniti, invece, The Victorian and the Romantic) e presumibilmente si occuperà anche del forte e affettuoso legame tra Elizabeth e Charles Eliot Norton – che fu, tra le altre cose, traduttore della Divina Commedia. Un insieme di intrecci davvero suggestivo, che non possiamo fare a meno di attendere con trepidazione!

22 aprile 2018

Daisy Miller

Dopo un inverno lungo e freddo, in questi ultimi giorni anche qui fra i monti ci immergiamo nella primavera, e io ne sto approfittando per leggere en plein air, e soprattutto per ritornare a uno scrittore che è e resterà forse per sempre il mio più amato – lo scrittore che mi ha svelato la bellezza sconfinata del leggere in inglese, e che ha influenzato, in un modo o nell’altro, un’ampia porzione della mia vita (e di questo blog). 
Lo scrittore è Henry James. Il mio primo incontro con la sua penna risale ai primi anni dell’università, quando scoprii, come una specie di illuminazione, Ritratto di signora. Da allora in avanti non feci che cercarlo e inseguirlo, entrando nelle librerie anche solo per scorrere il suo scaffale, anche solo per desiderare di potermi portare a casa la sua opera completa. Alla fine degli studi magistrali, nel momento della scelta della tesi, era a lui che avrei voluto dedicare la mia ricerca: a lui e in particolare al rapporto tra le sue opere e i luoghi di ambientazione. Non potei perseguire questo progetto a causa di particolari dinamiche di dipartimento (un rimpianto che non mi lascerà mai), e il mio percorso di studi si spostò dunque su Elizabeth Gaskell prima e sulle scrittrici del Romanticismo inglese più avanti. Tante cose sono cambiate da quel tempo, le vicende della vita mi hanno portata lontano dall’accademia e in giro per l’Europa, ma il ricordo di Henry James è stato sempre presente, e dovunque mi sia spostata ho sempre ricercato quella sua bellezza, quei suoi luoghi, appunto, che fanno di lui per me una sorta di oracolo della letteratura e del viaggio. 
Il castello di Chillon (Foto: IpsaLegit2016),
sul lago di Ginevra, che Daisy visita insieme a
Winterbourne. A questo luogo "byroniano"
ho dedicato il post Letteratura sul lago
In questi giorni di sole e aria profumata, dicevo, sono ritornata a James. Ho ripreso in mano Il carteggio Aspern, con i suoi struggenti ritratti veneziani, e ieri pomeriggio ho finito di rileggere Daisy Miller nella mia edizione dei romanzi brevi dei “Meridiani” (Volume I; la trad. it. è di F. Mei). Daisy Miller è un racconto lungo del 1878. I protagonisti sono i classici personaggi jamesiani, due americani espatriati in Europa: Winterbourne e la deliziosa Daisy, di cui l’innocenza e l’inconsapevolezza dei costumi del Vecchio Mondo distruggeranno la reputazione, e non solo. La storia prende le mosse dalla Svizzera, a Vevey, e prosegue a Roma, e sono proprio l’austerità e la “vecchiaia” di questi luoghi a rendersi colpevoli della caduta di Daisy, che è una giovane donna troppo all’avanguardia per l’età in cui vive, che sceglie la propria strada a dispetto delle convenzioni e affidandosi unicamente al desiderio di libertà. Le giovani donne jamesiane soffrono quasi tutte di questa “malattia” intellettuale, così meravigliosa eppure così tragica: ed è molto spesso proprio in nome della loro libertà che vanno incontro alla tragedia. 
I Fori Romani, dove si consuma
la caduta di Daisy. (Foto: IpsaLegit2018)
Uno scritto didattico e di denuncia insieme, Daisy Miller è un testo, come di consueto per l’autore, stilisticamente perfetto, che nelle rappresentazioni dei luoghi – cruciali per le vicissitudini dei protagonisti – trova istanti di una bellezza purissima: «Pochi giorni dopo […] [Winterbourne] incontrò Daisy in quella bella dimora di fiorente desolazione chiamata il palazzo dei Cesari. La precoce primavera romana riempiva l’aria di profumi e di germogli, e la ruvida superficie del Palatino era ricoperta di verde tenero. Daisy passeggiava in cima ad uno di quei grandi mucchi di rovine, arginati da marmi muschiosi e lastricati di iscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non fosse mai stata così bella».

13 gennaio 2018

La melodia di Vienna

Complici le giornate di riposo della settimana della feste, ho finito La melodia di Vienna, il romanzo più solenne dello scrittore austriaco Ernst Lothar (1890-1974). Il libro, che ho letto nell’edizione e/o (2017) con traduzione di Marina Bistolfi, è un magnifico esempio di racconto di una saga familiare, che si snoda attraverso i diversi piani della grande casa al Numero 10 di Seilerstätte, a Vienna. I due personaggi principali, Henriette e Hans, sono madre e figlio e rappresentano, ciascuno a proprio modo, lo scarto dai valori fondanti dell’etica austriaca, con l’incapacità quasi patologica di adeguarsi alle regole non dette, alla precisione, alle convenzioni della ricca e irreprensibile borghesia lavoratrice. 
L’arco temporale attraversato da questa storia prende il via in piena età imperiale, nel 1888, quando Vienna è ancora il centro di un mondo di lusso e di splendori, ancorché nascostamente fragile; è l’età di Francesco Giuseppe – il padre della patria – e del sogno di un’Austria multietnica e transnazionale, utopia perfetta degli stati uniti d’Europa. Mentre Henriette soffre, invecchia, partorisce e i suoi figli crescono, l’Austria intraprende l’inesorabile sentiero della sua caduta: la prima guerra mondiale ne è metafora eclatante, e la famiglia degli Alt ne affronta le conseguenze con ostinata incapacità di comprendere, mentre il giovane Hans si allontana sempre di più dal nucleo familiare – in primo luogo la fabbrica di pianoforti – per scoprirsi sempre più incapace di adeguarsi alla vita che lo circonda. 
Gli ultimi capitoli testimoniano l’avvento del nazismo e la scomparsa definitiva dell’ideale mitteleuropeo: l’esperienza di lettura di questo libro è particolarmente bella nel prendere atto di come, insieme al tempo storico, anche la scrittura si modifichi, trasformandosi da lieta e leggera a gradualmente più cupa e meditativa, con straordinari brani di introspezione e di riflessione politica. I suoi temi principali sono quelli della grande scrittura austriaca dell’epoca (penso, in particolare, a Musil e Schnitzler, qui più volte citato): l’inettitudine dell’individuo a cospetto della gigantesca macchina burocratica dell’impero; la costante sofferenza psicologica; l’inarrestabile cupio dissolvi che induce i personaggi (fittizi, nonché storici, come il principe Rodolfo) alla tentazione del suicidio. «Hans faceva parte di coloro che non si univano agli altri. […] lui, “uomo senza qualità”, conosceva la misura della sua inibizione, del suo essere radicato nell’Austria. Aveva scoperto che il suo ardente “patriottismo” non era affatto una questione di orgoglio ferito che non gli permetteva di vivere in un Paese umiliato e sconfitto fino all’annientamento, bensì una questione esistenziale. […] riteneva l’Austria qualcosa di più di un bel Paese: per lui era l’idea della convivenza tra individui di sentimenti diversi, quindi la salvezza del mondo».

6 gennaio 2018

Libri in forma di serie TV

Buon anno nuovo, cari lettori! Il post inaugurale del 2018 è dedicato a un aspetto particolare della narrazione letteraria, che negli ultimi anni, anche grazie all’affermazione e alla diffusione di nuove produzioni e di una nuova sensibilità per il genere, ha sempre più di frequente trovato una reintepretazione nella forma della serie televisiva. In ragione della mia formazione e della mia storia professionale, Ipsa Legit si occupa soprattutto della letteratura di lingua inglese, ed è di una manciata di serie tv in inglese (alcune di queste viste per la prima volta durante le vacanze di Natale) che vorrei scrivere in questo lungo post.
Voglio cominciare con Nord e sud, tratto dall’omonimo romanzo di Elizabeth Gaskell. Negli ultimi anni, uno degli eventi ad aver determinato una crescita esponenziale dell’interesse del pubblico per l’autrice è stata indubbiamente questa miniserie in quattro puntate, trasmessa in Gran Bretagna su BBC nel 2004. Questa produzione televisiva, con la regia di Brian Percival e la sceneggiatura di Sandy Welch, riscosse un successo enorme e fu decretata “Best Drama of the Year” con il 49,4% dei voti degli spettatori. Una reazione molto simile ha suscitato nel nostro paese, quando il canale televisivo LaEffe (allora in chiaro) ne ha trasmesso la versione in italiano. Questo adattamento merita di essere studiato con attenzione, sia nelle sue aderenze che nelle sue differenze rispetto al romanzo, perché rielabora molto bene l’aspetto trasgressivo e combattivo della scrittura gaskelliana. Nel novembre del 2004 un articolo di Hywel Williams uscito sul Guardian («The north’s gone south») sottolineò il fatto che con Gaskell si definì la divulgazione dell’idea della separazione tra il nord e il sud dell’Inghilterra; il trauma di questa differenza è visibilissimo nel volto di Daniela Denby-Ashe (Margaret Hale) quando entra per la prima volta in fabbrica. Le sue parole: «Credo di aver visto l’inferno – è bianco, bianco come la neve», che non sono tratte dal romanzo ma sono opera della sceneggiatrice, dimostrano il valore che un adattamento può rivelare anche quando non segue pedissequamente l’opera originale. Meno appropriata, a mio parere, la scena di poco seguente, quando Richard Armitage (John Thornton) picchia selvaggiamente l’operaio sorpreso a fumare in fabbrica: Gaskell non avrebbe assegnato un simile comportamento al proprio personaggio, che agli occhi dei suoi lettori deve apparire sempre e comunque – nonostante le difficoltà e le origini familiari – un gentiluomo. Un’altra interessante aggiunta della miniserie rispetto al romanzo è data dalla sequenza ambientata alla Great Exhibition (episodio 3), perché fornisce un’importantissima iconografia del Vittorianesimo; per la stessa ragione sono cruciali le scene che comprendono treni e stazioni, perché le innovazioni portate in Inghilterra dalla ferrovia sono un motivo narrativo fondamentale nella scrittura di Elizabeth Gaskell (si vedano per esempio Cranford o Cousin Phillis). Ma la sequenza più controversa in termini di differenze con il romanzo è senza dubbio quella finale: l’improbabilissimo bacio tra Thornton e Margaret alla stazione ha destato molte critiche da parte degli addetti ai lavori (è stata definita «un disastro» e «un finale perfetto per una soap opera»); di contro, ha raccolto il 52,2% dei voti dei telespettatori come “Favourite Moment” di tutta la stagione televisiva BBC di quell’anno. Innescando così la formazione di un mito. 
La seconda serie che vorrei descrivere (almeno nelle mie reazioni) è Anne, tratta dal romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery e disponibile su Netflix. La prima stagione – l’unica finora, ma una seconda è in preparazione – è composta da sette episodi e comincia nel momento in cui Anne arriva a Green Gables, casa dei Cuthbert, per chiudersi in un momento piuttosto critico della loro vita in comune. L’ultimo episodio termina infatti con un cliffhanger che ci ha lasciati ancora più curiosi di vedere il seguito. Le mie impressioni sui personaggi sono molto positive per quanto riguarda Matthew e Marilla, che ho trovato davvero vicini ai loro originali letterari; diversa da come me lo aspettavo, ma interpretata benissimo anche la figura di Gilbert Blythe. Il giudizio sulla protagonista, a cui ha dato il volto la giovanissima attrice irlandese Amybeth McNulty (nata nel 2001), è stato oscillante dal principio alla fine: ossuta e plain al punto giusto e con un colore di capelli perfetto per la parte, Amybeth ha saputo dare vita molto bene ai facili entusiasmi sognanti di Anne, ma sono state forse un po’ troppo accentuate le sue crisi emotive, che talvolta mi sono sembrate ripetitive. D’altro canto, l’enfasi che la serie ha voluto imprimere al tremendo passato di Anne (sconosciuto al lettore nei suoi dettagli) giustifica senza possibilità di replica anche la personalità così turbata e le reazioni iperboliche della protagonista, costantemente minacciata dal terrore dell’abbandono. Una nota di merito speciale va alla sigla iniziale e all’ambientazione: la serie è stata girata in gran parte sull’Isola del Principe Edoardo (dove Montgomery visse e in cui si svolge la saga di Anne), che riemerge sullo schermo in tutto il commovente fascino delle sue campagne distese al sole, lo scintillio del mare, la dolcezza dei fiori di melo, la fragranza delle spighe scricchiolanti mosse dal vento. 
Altrettanta bellezza mi aspettavo nella miniserie trasmessa in Gran Bretagna il 26, 27 e 28 dicembre scorso, Little Women, tratta dal romanzo di Louisa May Alcott. Al contrario, benché l’ambientazione fosse molto bella, con l’attenzione per la luce che ormai abbiamo imparato a riconoscere come tipica delle recenti produzioni BBC, la reazione che ne ho avuto è stata purtroppo di una grande delusione. Forse è dipesa da un cast che ho trovato poco adeguato (a eccezione dei magnifici Angela Lansbury e Michael Gambon), forse da una colonna sonora insufficiente, o forse dal fatto che la narrazione si è trascinata avanti pedissequa, priva di guizzi di luce e di sobbalzi emotivi originali. È pur vero che una reinterpretazione per lo schermo dovrebbe innanzitutto rimanere fedele al testo; ma se non presenta nemmeno una scintilla di innovazione, o l’esito di un ragionamento compiuto sul testo stesso in chiave contemporanea o comunque individuale, secondo me non ha ragione di esistere. Il libro sarà sempre il modo migliore di fruire di una storia: se il film o la serie tv che ne vengono tratti non offrono un contributo rafforzativo al racconto (attraverso un’immagine, l’espressione di un viso, i suoni o altro), è meglio continuare ad affidarci unicamente alle pagine della letteratura. 
Sempre nel corso di queste vacanze ho potuto invece, finalmente, godere di un vero capolavoro del genere, Howards End, tratto dall’omonimo romanzo di E. M. Forster. Del libro ho parlato diffusamente in questo post e devo dire che la serie, in quattro episodi (andati in onda su BBC a novembre 2017), ha saputo scavare dentro questa importantissima opera letteraria e riportarne alla luce ogni singolo aspetto, fino ai non detti del suo sottotesto, sin dalle prime scene – addirittura a partire dalla sigla di testa. I due attori protagonisti, Hayley Atwell e Matthew Macfayden, hanno entrambi un “passato austeniano”: lei, nel ruolo di Mary Crawford, è stata la sola nota felice del malriuscito sceneggiato Mansfield Park; lui, l’ottimo Mr. Darcy di Pride & Prejudice di Joe Wright. In Howards End offrono entrambi un’interpretazione straordinaria, che in ogni singolo gesto e ogni singola parola (la voce di Macfayden è ormai leggendaria…) riprende i significati del libro, restituendo tuttavia un’anima innovativa rispetto allo stesso e al bellissimo film di James Ivory del 1992. Una trasposizione di cui non si poteva fare a meno e che merita di essere rivista, anche per poter godere di nuovo della pura bellezza delle case e degli arredamenti, dei prati della campagna, dei treni a vapore e delle panchine affacciate sui profili di Westminster, dall’altra parte del fiume.

20 settembre 2017

Elizabeth Gaskell e George Eliot secondo Sara Grosoli

La scorsa primavera ho intervistato la studiosa Sara Grosoli, che ha tradotto per l'Iguana Editrice alcune lettere inedite di Charlotte Brontë (la nostra conversazione si può leggere qui).
Oggi incontriamo di nuovo Sara, che ci ha gentilmente regalato un suo interessantissimo articolo a proposito della ricerca scientifica e sanitaria nei romanzi di Elizabeth Gaskell e George Eliot. Buona lettura!

MENTE E CUORE: LA RICERCA SCIENTIFICO-SANITARIA 
NEI ROMANZI DI ELIZABETH GASKELL E GEORGE ELIOT 
di Sara Grosoli
                                                                   
È impossibile negare l’importanza che il progresso tecnico-industriale e lo sviluppo delle conoscenze scientifiche ebbero in epoca vittoriana. Gli avanzamenti tecnologici comportarono un significativo miglioramento delle condizioni di vita per la classe medio-alta della popolazione. Con le loro menti percettive scrittrici quali Gaskell e Eliot non potevano ignorare questo fondamentale aspetto della società in cui vivevano e ad esso riservarono spazio all’interno dei loro romanzi. 

Negli eccelsi affreschi sociali offerti da Wives and Daughters e da Middlemarch il tema della ricerca scientifica e della pratica clinica rappresenta un filo rosso che collega l’itinerario creativo di due scrittrici che nella vita non ebbero contatti significativi. Le atmosfere rurali delle prime opere pubblicate da Eliot suggerirono ad alcuni lettori la possibilità che dietro lo pseudonimo maschile si nascondesse Elizabeth Gaskell: lo stesso Dickens nel 1859 ipotizzò che la paternità di Adam Bede, la seconda prova narrativa di Eliot, fosse da attribuire in realtà a Gaskell. Non abbiamo elementi certi per affermare che vi sia stata un’influenza diretta di Gaskell, più anziana di nove anni, su Eliot, ma entrambe condividevano lo stesso milieu culturale*: Wives and Daughters venne serializzato su Cornhill Magazine tra il 1864 e il 1866, mentre sul medesimo periodico George Eliot aveva pubblicato a puntate tra il 1862 e il 1863 il romanzo Romola. G.H. Lewes, il compagno di George Eliot, aveva lavorato nello stesso periodo come consulente direttivo per la Cornhill

In entrambi i romanzi che prenderemo in considerazione ci troviamo a contemplare il volto arcaico della medicina: ritrovati e pratiche che a noi sembrano comuni all’epoca non erano ancora stati concepiti, e non esisteva il servizio di assistenza sanitaria garantito a ogni cittadino. Chi non poteva permettersi di pagare le parcelle del medico doveva affidarsi alla benevolenza di corporazioni assistenzialistiche private: una scena centrale di Wives and Daughters si svolge durante il ballo annuale che le tre cittadine del circondario organizzano per raccogliere fondi a favore dell’ospedale della contea. In precedenza era stato citato l’annuale ballo di beneficienza che la regina Charlotte organizzava a vantaggio di un ospedale per i poveri da lei fatto costruire: tale evento era diventato per la classe aristocratica il centro della season londinese. In Middlemarch è il ricco Bulstrode, il filantropo dall’oscuro passato, a finanziare la costruzione di un ospedale. 

In Wives and Daughters il Dottor Gibson, padre della protagonista, è un medico di campagna, ma si dimostra più perspicace di altri medici di fama: la sua diagnosi riguardo alla natura della malattia di Lady Cumnor si rivela esatta in contrasto con il parere di alcuni rinomati specialisti che esercitano a Londra. Egli è onesto, attivo, talmente franco da risultare talvolta brusco; è cortese, ma mai servile, nei confronti dei propri aristocratici pazienti e cura con lo stesso scrupolo anche i contadini più poveri. Affronta epidemie di febbre tifoidea e scarlattina [1] ed è animato da un profondo spirito di curiosità che gli fa condividere le notizie delle scoperte scientifiche più recenti con i rari uomini di cultura che abitano nelle vicinanze. Tuttavia egli lavora in base ad una concezione artigianale della medicina: come facevano gli artisti rinascimentali, tiene a bottega due giovani apprendisti e insegna loro a preparare manualmente le medicine destinate ai pazienti (lo stesso accade in My Lady Ludlow, altro romanzo di Elizabeth Gaskell, dove le giovani pupille della ricca signora vengono addestrate a confezionare pillole e tonici benefici per i poveri del luogo). I limiti della scienza medica coeva vengono evidenziati dall’impotenza del Dottor Gibson di fronte alla malattia della gentile Mrs Hamley: l’unica cura adottabile è di natura palliativa e l’ammalata si spegne in un dolce torpore provocato dalla somministrazione di oppiacei. 

Nonostante la scienza della psicologia fosse all’epoca solo agli albori, tra i protagonisti del romanzo c’è consapevolezza della natura psicosomatica di alcuni mali e della generale influenza della psiche sul decorso delle malattie fisiche: la tensione nervosa subita da Osborne nel nascondere al padre il proprio matrimonio con una donna di estrazione sociale inferiore acuisce la pericolosità della malattia congenita di cui soffre il ragazzo e a ciò molti attribuiscono la rapidità della sua fine; viene definita “febbre nervosa” l’indisposizione che colpisce Molly dopo le traversie legate allo scandalo sentimentale in cui è stata involontariamente coinvolta e dopo gli sforzi patiti per aiutare la famiglia Hamley nei giorni seguenti alla morte di Osborne; la giovane vedova di Osborne, alla notizia della morte inaspettata del marito, cade in uno stato di catalessi e rifiuta di essere alimentata. In quest’ultimo caso il dottor Gibson capisce che l’unico modo per scuoterla dal torpore è farle sentire il pianto del suo bambino: i tanti anni di pratica medica hanno fatto del dottore un buono psicologo e gli hanno mostrato la forza dell’istinto materno. 

Elizabeth Gaskell
Il dinamismo della ricerca scientifica nell’era vittoriana è rappresentato nel romanzo dal personaggio di Roger Hamley, l’innamorato di Molly Gibson. Egli si occupa di scienze naturali: il comportamento delle api e l’anatomia comparata [2] sono solo alcuni dei suoi interessi. Fa ricerca sul campo osservando la flora e la fauna che popolano la tenuta paterna e prelevandone campioni da analizzare con attenzione. Il personaggio è modellato sulla figura del celebre naturalista vittoriano Charles Darwin. Ricordiamo che Elizabeth Gaskell era legata da una lontana parentela alla famiglia Darwin e condivideva con essa la fede unitariana. Il romanzo, ambientato tra il 1827 e il 1830, illustra l’arretratezza del sistema universitario contemporaneo: all’università di Cambridge non si studiavano le scienze naturali (solo nel 1848 fu possibile farlo), così Roger si laurea in scienze matematiche. 

Nella società provinciale dove risiedono i protagonisti si forma un piccolo circolo interclassista di amanti delle scienze, i cui membri sono soliti scambiarsi i periodici scientifici più aggiornati: il timido Lord Hollingford, non potendo condividere il suo interesse per la ricerca con gli aristocratici suoi pari, è felice di procurare a Roger e al Dottor Gibson un articolo pubblicato su una rivista straniera che parla di osteologia comparata [3]. In seguito Roger pubblica una relazione per confutare le teorie di un celebre fisiologo francese e, nonostante la giovane età, si attira il plauso degli esperti. 

Sempre grazie all’interessamento di Lord Hollingford, Roger ottiene un incarico prestigioso e molto ben retribuito alla guida di una spedizione scientifica in terra africana [4]. Il viaggio è stato finanziato dal lascito testamentario di un ricco erudito che desiderava raccogliere reperti naturalistici in vista della fondazione di un museo che portasse il suo nome. Le lettere spedite da Roger nel corso del suo viaggio vengono lette da Lord Hollingford durante la riunione annuale della Geographical Society e fanno guadagnare al giovane naturalista le lodi degli esperti. Durante la sua missione Roger si ammala di febbre tropicale, ma si cura da solo con la provvista di chinino che aveva portato con sé dall’Inghilterra. 

Prendendo in considerazione la carriera di Roger possiamo osservare il mutamento sociale proprio dell’età vittoriana. In genere il secondogenito di una famiglia aristocratica, non potendo contare sul patrimonio paterno, sceglieva la carriera nelle forze armate (pensiamo a Rawdon Crawley in Vanity Fair di Thackeray) o la professione ecclesiastica (Edmund Bertram in Mansfield Park di Jane Austen). Grazie alle sue doti intellettuali, Roger, invece, conquista una posizione nella collettività che lo emancipa dai tradizionali meccanismi sociali in vigore presso l’aristocrazia terriera: il suo nome diviene noto non in virtù dell’appartenenza a una nobile stirpe, ma per le scoperte scientifiche da lui fatte sul campo. 

In Middlemarch di George Eliot l’elemento della ricerca e della pratica medica confluiscono in un unico personaggio: Lydgate, medico generico e ricercatore di istologia. Lydgate considera la propria professione la migliore in assoluto perché riunisce in sé la possibilità di ottimizzare la vita dell’umanità e l’opportunità di esercitare al massimo livello le facoltà intellettuali di chi ama la scienza. L’amore per il proprio mestiere è ciò che a Lydgate invidia l’amico Farebrother: questi, una delle figure più amabili e simpatiche del romanzo, è un appassionato di entomologia che ha dovuto scegliere la carriera ecclesiastica per sbarcare il lunario. 

Appena il giovane medico giunge a Middlemarch, le prime informazioni che circolano sul suo conto riguardano le sue origini altolocate: lo zio è un baronetto e gli ha procurato una lettera di presentazione per Mr Brooke, un possidente locale che esercita anche le funzioni di magistrato. Il denaro della famiglia ha consentito a Lydgate di frequentare prestigiosi corsi di medicina a Parigi, Londra ed Edimburgo. La menzione di Parigi ha un particolare significato: ci viene detto che Lydgate compie ricerche sul tessuto primordiale che dovrebbe essere alla base della formazione dei vari organi del corpo umano e, infatti, nella capitale francese gli studi di patologia anatomica erano d’altissimo livello perché, a differenza di quel che avveniva in Inghilterra, non c’erano pregiudizi contro la necessità di utilizzare reperti autoptici. Nella mente del popolo inglese, invece, era ancora viva l’eco della storia di Burke e Hare, giustiziati nel 1829 per aver strangolato un gran numero di individui allo scopo di rivendere i loro cadaveri a medici interessati a fare autopsie per lo studio anatomico. Questo caso di cronaca nera portò a coniare il neologismo inglese to burke, che significa appunto “soffocare”. Inoltre l’ostessa di Middlemarch osserva che: «un medico avrebbe dovuto sapere cosa avevi prima che tu morissi, e non frugarti dentro quando eri già morto». 

Quando il medico neofita si insedia nel suo nuovo luogo di residenza, la sua passione per le nuove metodologie terapeutiche incontra la diffidenza iniziale della popolazione locale, che è divisa tra chi sostiene le “cure corroboranti” (somministrazione di bevande alcoliche e di chinino) e quelli che si fidano solo del “metodo debilitante” (uso di salassi e applicazione di vescicanti). 

George Eliot
Lydgate, in realtà, vorrebbe sfruttare gli istinti filantropici dei magnati di Middlemarch per trasformare la vecchia infermeria in un ospedale attrezzato per curare le malattie infettive, un centro da cui un domani potrebbe nascere una scuola di medicina che consenta ai migliori ingegni provinciali di studiare senza per forza dover emigrare nella capitale del regno. Purtroppo egli è distolto dai suoi razionali progetti di miglioramento sociale dalle avvilenti dispute riguardanti la nomina del cappellano ospedaliero: per avere il sostegno finanziario del banchiere metodista il dottore deve votare contro la nomina dell’amico Farebrother, imparando quanto sia difficile conservare la propria indipendenza in una piccola cittadina di provincia dove gli interessi di tutti sono correlati. 

In aggiunta a questo, al giovane medico capita più volte di dover correggere le diagnosi errate fatte dai suoi colleghi più anziani e ciò gli attira le loro antipatie. Contro le meschine rivalità professionali incontrate a Middlemarch, Lydgate trae conforto dall’esempio di Vesalio, il quale fu ingiuriato e diffamato per aver smentito le teorie di Galeno su cui si fondavano le conoscenze mediche del Rinascimento. 

Nell’intento di dare verosimiglianza ai discorsi tra Lydgate ed i suoi colleghi George Eliot consultò ripetutamente il Lancet, la famosa rivista medica di orientamento progressista. Per tracciare la traiettoria della ricerca scientifica compiuta da Lydgate, George Eliot si ispirò a figure reali come François Bichat, chirurgo francese fondatore dell’istologia generale, e Pierre C. Louis, autore di un celebre trattato sulla febbre tifoidea. 

Proprio quando i preparativi fatti da Lydgate per arginare un’epidemia di colera in arrivo da Londra sono stati ultimati, il medico viene implicato nella rovina sociale di Bulstrode. Su di lui si diffondono infamanti dicerie: secondo i nemici del banchiere Lydgate lo avrebbe aiutato ad accelerare la dipartita di un ricattatore a conoscenza della sordida fonte delle sue ricchezze. Tutto ciò, unito ai debiti contratti per mantenere nel lusso la pretenziosa giovane moglie, lo costringe ad allontanarsi da Middlemarch. Forzato dalle necessità familiari ad assumere un incarico poco gratificante presso una stazione termale frequentata da ricchi “malati immaginari”, Lydgate muore a soli cinquant’anni con la sensazione di aver sprecato le proprie risorse intellettuali. 

Un altro elemento di correlazione tra i due romanzi qui analizzati è l’analisi di casi clinici di pertinenza cardiologica. In Wives and Daughters la patologia di Osborne Hamley diventa tassello fondamentale per lo sviluppo dell’intreccio. In Middlemarch, invece, la malattia di Causabon non è un elemento di rottura: il lettore si aspetta che egli muoia prima della giovane moglie, data la grande disparità anagrafica, ma la disfunzione cardiaca del personaggio diventa simbolo della sua personalità inaridita ed anaffettiva. 

Osborne Hamley interpretato da Tom
Hollander nello sceneggiato
Wives and Daughters
Osborne è affetto da spossatezza fisica e difficoltà respiratorie. Avendone notato il passo rallentato, il Dottor Gibson lo scambia per un uomo di cinquant’anni. Gli sente il polso e, essendo affezionato al giovane, spera che il malessere sia d’origine psicologica. Per togliersi ogni dubbio, richiede il consulto di un collega. La diagnosi è infausta: si tratta di un aneurisma dell’aorta. Se è vero che nel 1817 il pioniere della chirurgia Sir Astley Cooper (1768-1841) - che fu presidente del Collegio dei chirurghi e chirurgo di re Giorgio IV e che nel romanzo è citato come ospite di Lord Cumnor ad una cena cui è presente lo stesso Dottor Gibson - eseguì la prima operazione di legatura dell’aorta, dobbiamo aspettare il 1951 per il primo intervento di completa sostituzione di un’aorta danneggiata, ed anche allora il tasso di mortalità si aggirava intorno al 30%. 

In Middlemarch il cuore di Mr Casaubon, un uomo isterilito dall’ambizione intellettuale e incapace di provare passioni, dà segno di sé solo quando si ammala. Lydgate lo ausculta con lo stetoscopio, uno strumento nuovo per l’epoca dato che fu inventato nel 1817. E fu proprio l’inventore dello stetoscopio, Renè Laënnec, a diagnosticare per primo con esattezza la patologia di cui soffre Mr Casaubon: l’ipertrofia cardiaca. La malattia ha una prognosi incerta: come Lydgate spiega alla moglie del paziente, se verranno rispettate alcune precauzioni, ci potrebbe essere una sopravvivenza di quindici anni, ma è pure possibile che la morte sopraggiunga presto ed all’improvviso. 

Ma il cuore può essere anche metaforicamente malato. Come dice, dall’alto della sua esperienza, il Dottor Gibson: «Give me a wise man of science in love! No one beats him in folly!» [5]. Sia Lydgate che Roger Hamley si innamorano di donne d’appariscente bellezza, ma egoiste e vanitose. Mentre Lydgate deve ridimensionare le proprie ambizioni scientifiche a causa della infelice scelta matrimoniale commessa, Roger si salva trovando il vero amore in una donna sensibile e generosa come Molly Gibson. Se è vero che per alcuni Middlemarch è il romanzo del fallimento esistenziale, indubbiamente Wives and Daughters offre uno sguardo di maggiore positività. 

L’amore per la tradizione storica e letteraria non precluse ad autrici di eccezionale sensibilità ed intelligenza come Gaskell e Eliot la possibilità di comprendere l’evoluzione della società inglese indagandone anche i volti non immediatamente riconoscibili. Entrambe colsero l’occasione di vivere in un’età di straordinarie trasformazioni e ne fecero materiale narrativo per le loro opere.


NOTE:
[1] L’unico figlio maschio di Elizabeth Gaskell morì per le conseguenze di questa malattia all’età di un anno appena.
[2] L’anatomia comparata è una branca della scienza sviluppata da Lamarck, Cuvier e Saint-Hilaire. Le dispute tra gli esperti vertevano sulla natura delle specie animali, sulla loro fissità o sulla loro evoluzione. Lo studio dell’anatomia comparata condusse Charles Darwin all’elaborazione della sua teoria sull’evoluzione delle specie.
[3] L’osteologia comparata è lo studio della genesi e della disposizione strutturale dell’apparato osseo.
[4] Charles Darwin salpò per un’esplorazione sovvenzionata dal governo a bordo dell’HMS Beagle. La missione scientifica durò dal dicembre del 1831 all’ottobre del 1836.
[5] «Datemi uno scienziato innamorato! Non lo batte nessuno in quanto ad assurdità» (E. Gaskell, Mogli e figlie, trad. it. di Mara Barbuni, Jo March 2015, p. 675).

* Elizabeth Gaskell e George Eliot si scambiarono anche delle lettere: si veda The Letters of Elizabeth Gaskell, in particolare le lettere 431 e 449 (nota di Ipsa Legit).