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12 novembre 2017

Londra - con gli occhi di Virginia Woolf

Ho concluso la lettura di Londra, una raccolta di saggi di Virginia Woolf, con traduzioni e a cura di M. Fortunato (Bompiani 2017), tutti dedicati alla multiforme bellezza della capitale. Ho letto questo libro a pezzettini, godendomi le miniature così come le vedute panoramiche, le ampie boccate d’aria dei prati cittadini così come le delicate essenze di un salotto che chiude fuori il freddo. I testi raccolti sono articoli, saggi, pagine di diario, ricordi personali che intessono un patchwork ricco e armonico, impreziosito dalla proposta di suggestive mappe della città, che invitano, come ogni volta, a pensare di partire; e l’eleganza e la perfezione della scrittura sono persino esaltanti. 
La prima passeggiata di parole, Per le strade di Londra, si presenta subito come un piccolo capolavoro: il curatore la definisce «un’esperienza primaria di apertura al mondo, […] una ricognizione nella storia del Sé collettivo; […] un affondo nel proprio Io prima dell’Io». Woolf afferma che l’ora migliore per intraprendere questa camminata è verso sera, possibilmente d’inverno, grazie all’aria particolarmente limpida e al buio che scende presto, consentendoci di non essere più noi stessi, mescolandoci alla folla e godendoci le «isole di una luce pallida» accese dai lampioni e le distese d’erba «dove la notte si raccoglie con naturalezza per dormire», ascoltando il frusciare dei rami, il grido di una civetta e il lontano fischiare di un treno. La scrittrice celebra poi le librerie dell’usato, dove possiamo «gettare l’ancora tra le agitate correnti dell’essere» e ritrovare il nostro equilibrio; infine la riflessione ritorna verso casa, dove l’Io ritrova la propria sicurezza grazie alla disposizione degli oggetti nell’ambiente domestico che è rimasta placida e identica, nel corso della nostra scorribanda metropolitana. 
46, Gordon Square
Fra gli scritti più evocativi c’è Vecchio Bloomsbury, in cui Woolf ricorda la casa della giovinezza e poi la genesi di quello che sarebbe diventato il cuore pulsante della modernità occidentale: il circolo di intellettuali e artisti di cui fece parte in prima persona insieme a Vanessa, al futuro marito Leonard, a Duncan Grant, a Roger Fry, a Clive Bell, e a decine e decine di irripetibili ingegni. Il ricordo di una sera di gioventù si coagula intorno a un abito di raso bianco sul pavimento, «nell’aria un vago odore di guanti di capretto. La collana di perle coltivate giaceva sulla toeletta, confusa in mezzo alle forcine» e la dimora degli Stephen ci viene presentata come «un confuso groviglio di emozioni. […] Avevamo permeato l’intero, vasto edificio della storia della nostra famiglia». La penna si sposta poi al numero 46 di Gordon Square – un indirizzo ormai epico per noi lettori – che «nell’ottobre del 1904 era il posto più bello, eccitante e romantico del mondo» e ci descrive i cambiamenti dell’arredamento che si succedettero nel corso degli anni, nonché le avventure dei fratelli e delle loro rivoluzionarie serate tra intellettuali: «C’era sempre qualche nuova idea in cantiere; sempre qualche nuovo quadro da guardare, appoggiato su una sedia, o qualche nuovo poeta ripescato nell’oscurità e messo in piena luce». Quasi eterei sono i ritratti di E.M. Forster e degli altri ospiti di Bloomsbury, nella ricostruzione di un’atmosfera di densità artistica e letteraria che non può che travolgerci di fascino e di nostalgia. 
Di grande forza evocativa, e di grande interesse per me in particolare, Le case degli uomini illustri, in cui Woolf descrive la casa dello scrittore Carlyle e della moglie al numero 5 di Cheyne Row e quella di Keats a Hampstead (dove è «sempre primavera»): «Rami ondeggianti gettano ombre qui e là sui muri bianchi e lisci della casa. Qui […] un usignolo cantò. […] La voce della casa è la voce delle foglie che stormiscono al vento; dei rami che si agitano in giardino. Solo una presenza – quella dello stesso Keats – abita qui. […] Qui sedeva accanto alla finestra e ascoltava senza muoversi, guardava senza trasalire e girava le pagine senza fretta, anche se il suo tempo era così breve».
Londra è una pubblicazione bellissima, da tenere sempre accanto a sé sul comodino, per allontanarsi un po’ dal grigiore quotidiano e sprofondare in un mondo di eccezionale bellezza, fatta di topografia, ma anche e soprattutto delle parole di una scrittrice che non potremo mai smettere di leggere con rinnovato stupore e commossa ammirazione. 

Un articolo dedicato al libro pubblicato su Repubblica la scorsa estate: http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/06/15/news/guida_londra_virginia_woolf-168161983/

9 novembre 2017

Neve, strenne e storie di Natale

Cari lettori, tanto tempo è passato dall’ultimo post, perché tante cose sono cambiate… ho cambiato casa e (ri)cominciato un mestiere e in questi primi mesi del nuovo lavoro gli impegni sono davvero tanti! 
Nel frattempo, però, non ho mai smesso di dedicarmi ai libri e oggi sono molto felice di potervi presentare il risultato di quasi un intero anno di lavoro… Qui, fuori dalla mia finestra, il vento freddo ha già spiccato le foglie dorate dei giorni scorsi; l’altro ieri è nevicato e tra una poltrona coperta da un plaid, il profumo delle caldarroste in strada e una cioccolata calda tra le mani sto sfogliando un volumetto nuovo di zecca: una raccolta di racconti di Natale pubblicata da edizioni Croce, dal titolo Neve, strenne e storie di Natale. 


In questa raccolta, che ho curato e di cui ho scritto l’Introduzione (oltre alla traduzione di alcuni dei racconti) compaiono delle vere e proprie gemme di narrativa natalizia, alcune delle quali inedite in italiano e scovate dopo lunghissime ricerche fra gli archivi… Ecco il sommario: 

- Thurlow e il racconto di Natale (John K. Bangs) 
- Pat Hobby e il suo desiderio di Natale (F. S. Fitzgerald) 
- L’ideale infranto (Maria Messina) 
- Jesusa (Emilia Pardo Bazán) 
- Tilly (Louisa May Alcott) 
- Neanche per idea (Anthony Trollope) 
- College Santa Claus (Ralph Henry Barbour) 
- Il mio primo Natale felice (Mary Elizabeth Braddon) 
- Il sarto di Gloucester (Beatrix Potter) 
- Discesa dalle nuvole (Grazia Deledda) 
Chiude il volume una… gustossima appendice! 

Per scrivere la mia Introduzione, Sotto lo stesso albero. Racconti natalizi fra tradizione popolare, idealità e iconografia, mi sono immersa in un mondo caldo e sfavillante, ma anche profumato di cibo e tradizione, scoprendo aneddoti e storie che non conoscevo, e che spero contribuiranno a rendere il prossimo Natale ancora più speciale. In questo libro troverete racconti di famiglie, di ragazzi, di giochi nella neve, di amicizia, di feste più o meno riuscite, di carità, di ricordi e di nostalgia. La bellezza di queste pagine - che, se lo vorrete, potranno incamminarsi con voi verso il Natale oppure farvi compagnia durante le feste, nella quiete di un salotto illuminato da un camino acceso e nell’eco delle carole - è incorniciata da un’opera grafica deliziosa, che richiama tutto ciò che si narra al suo interno, e con una quarta di copertina che si trasforma, nella magia di un attimo, in un biglietto d’auguri colmo di sorrisi.

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: Neve, strenne e storie di Natale
Autori vari
A cura di Mara Barbuni
Traduzioni di S. Asaro, M. Barbuni, V. Visaggio
Edizioni Croce, Roma 2017
Prezzo: 16€
Uscita in libreria: 30 novembre 2017



17 luglio 2017

I piccoli piaceri della vita

Ieri, nello spazio di una sera, ho letto La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita di Philippe Delerme (Frassinelli, trad. dal francese di L. Prato Caruso). È un libretto minuscolo, adattissimo a una sera d’estate in terrazzo, con il sole che tira tardi dietro le colline e tanto silenzio intorno. Ogni suo capitolo è dedicato a ciò che l’autore definisce “un piacere della vita” – un oggetto, o un’occasione, sempre densi però di ricordi d’infanzia, e di richiami a una nostalgia insopprimibile e dolcissima. Lo stile è quello fotografico degli istanti, delle impressioni: sono capitoli di una manciata di righe, che proprio per la loro brevità sono capaci di rievocare intensissimi i colori di un’immagine: il nero succoso delle more da raccogliere, il verde tenero dei piselli da sgranare, la maglia giallo acceso del Tour de France, il bianco delle boule de neige. Ma tutti i sensi sono coinvolti in questa catalogazione del piacere malinconico degli oggetti. 
Da diversi mesi sto lavorando sulla valenza memoriale e psicologica che “le cose” assumono nella nostra vita quotidiana: è stato questo il motore della ricerca per la stesura dei miei ultimi saggi (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Le case di Jane Austen) ed è sempre questo il centro degli scritti di cui mi sto occupando attualmente. Ci sono oggetti che assorbono una parte di noi, e che ce la restituiscono ogni volta che li guardiamo e li tocchiamo. Il libretto di Philippe Delerme ci parla proprio di questo, della comunicazione con noi stessi che intratteniamo quando percepiamo un certo odore, ritroviamo un certo oggetto, posiamo lo sguardo su un certo gioiello – quando sentiamo, direbbe qualcuno, l’aroma di una madeleine. Una comunicazione che riesce ad annullare, per un attimo, le tracce del passare del tempo.
Foto scattata alla fiera dell'antiquariato di Neuchâtel
Scrive Delerme che in questi istanti, «in questo presente gratuito, sonnecchia il passato»; evoca i marciapiedi deserti della domenica, quando si esce prima di tutti gli altri per comprare le paste o le brioche; richiama il nitore perfetto della «cucina delle undici, la cucina dell’acqua fredda, delle verdure mondate»; dice che «l’odore delle mele è doloroso. È l’odore di […] una lentezza che non meritiamo più»; indugia sulla scelta della tinta di un maglione nuovo per l’autunno, per «comprare il colore dei giorni»; e ritrova, come succede sempre anche a me, il conforto di un romanzo di Agatha Christie, dove, nonostante il delitto, «tutto è calmo. Gli ombrelli sgocciolano nell’entrata e una cameriera dalla pelle di latte si allontana sul parquet biondo lucidato con la cera d’api».

26 maggio 2017

Lady Ludlow - di Elizabeth Gaskell

È uscita di recente la prima traduzione italiana di My Lady Ludlow, romanzo breve di Elizabeth Gaskell apparso in origine a puntate sulla rivista dickensiana Household Words nel 1858 e poi, con qualche aggiunta, nel primo volume di Round the Sofa (1859). Quest’ultima è una raccolta di narrazioni inserite in una “cornice” in cui tutti i personaggi intrattengono gli altri con una storia. La prima di loro è l’anziana Mrs. Dawson, voce narrante di My Lady Ludlow: gli altri racconteranno (nel secondo volume della collezione) An Accursed Race, The Doom of the Griffiths, Half a Life-time Ago, The Poor Clare e The Half-Brothers. 
Con il titolo Lady Ludlow l’opera è stata tradotta in italiano da Manuela Centazzo per le edizioni Vita Activa, in un volume che contiene un’introduzione di Marisa Sestito. È un libro molto bello, che sprigiona il gusto del raccontare, anche sovrapponendo un intreccio all’altro, seguendo una struttura a scatole cinesi. Il tema principale sembra essere l’osservazione del delicatissimo equilibrio tra le tradizioni antiche e la spinta del progresso: l’aristocratica Lady Ludlow è una donna orgogliosa e fedele ai principi del passato, fino al punto di mostrarsi intransigente e ingiusta, ma grazie alla sua intelligenza pratica e a una certa innata bontà non esita ad accorrere in aiuto del prossimo e a occuparsi concretamente dell’amministrazione della propria tenuta. Se la sentiamo affermare: «“Ho sempre detto che un buon dispotismo è la migliore forma di governo”», e assistiamo ai suoi innumerevoli tentativi di opporsi alla democratizzazione dell’istruzione, è anche vero che Lady Ludlow «non era mai in ozio»; che «per lei, l’onore era una seconda natura»; e che entra quasi in empatia con il figlio del bracconiere Gregson. Insomma, Elizabeth Gaskell ci induce a volere un gran bene alla sua protagonista e ad emozionarci a cospetto del suo vano e quasi tragico sforzo di resistere al cambiamento. Cionondimeno, questa storia è impreziosita da una deliziosa ironia, che si concentra in particolare nel personaggio di Miss Galindo, una zitella piena di energie che si autodefinisce “Santippe” e che in passato ha nutrito ambizioni letterarie, pensando di poter diventare una scrittrice grazie agli insegnamenti offerti nientemeno che dal padre di Frances Burney. 
Francesca Annis in Cranford (BBC)
Tra i vari ingredienti che rendono la scrittura di questo romanzo affascinante, dolce come una fragranza appartenente a un’età passata, ci sono le descrizioni della quieta vita quotidiana condotta da Lady Ludlow e dalle ragazze che ospita a Hanbury Court. Il catalogo dei talenti di Mrs. Medlicott nel ricamo e nel cucito o la lista dei dolci che le ragazze preparano in occasione delle festività, o le precise e incrollabili opinioni di Lady Ludlow sulla qualità dei profumi (tra cui predilige la lavanda, condannando invece la rosa come volgare), ci riconducono indietro nel tempo, in un piccolo universo tutto femminile, le cui forme Elizabeth Gaskell ha ripetutamente e mirabilmente esplorato – prima di tutto in Cranford. Molto commovente è l’episodio che ha per protagonista il cassetto dello scrittoio di Lady Ludlow: qui sono contenuti stralci dei ricordi di una vita, come i pezzettini di marmo raccolti dalla giovane signora a Roma, durante il suo Grand Tour, brandelli di vecchie lettere, un frustino da equitazione rotto, medaglioni, braccialetti con miniature incastonate e ciocche di capelli «alle quali milady guardava con grande tristezza». Tutti questi oggetti ci parlano della solitudine e dei rimpianti della protagonista del racconto, che il lettore impara a conoscere in profondità nonostante «milady esprime[sse] raramente i propri sentimenti» (su Lady Ludlow e il valore della domesticità si veda anche il saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, flower-ed 2016).
Lady Ludlow è una lettura davvero gradevole per chi ama la letteratura gaskelliana, perché invita alla tranquillità e all’apprezzamento dei dettagli del vivere domestico, sullo sfondo di una società in fase di mutamento. Lo sceneggiato Cranford, trasmesso per la prima volta da BBC, in cinque parti, nel 2007, ospita anche bellissimi episodi tratti da quest’opera: Lady Ludlow è interpretata da Francesca Annis, la stessa attrice che nel 1999 vestì i panni di Mrs. Gibson nella miniserie (ancora BBC) Wives and Daughters.
Un fotogramma dalla miniserie Cranford con sullo sfondo,
Hanbury Court (West Wycombe Park, Buckinghamshire)


SCHEDA DEL LIBRO
Autore: Elizabeth Gaskell
Titolo: Lady Ludlow
Traduzione di Manuela Centazzo
Introduzione di Marisa Sestito
Casa Editrice: Vita Activa (Trieste)
Anno di pubblicazione: 2016

8 febbraio 2017

Storia di una dattilografa

Questo fine settimana, approfittando di due voli e delle conseguenti attese in aeroporto, ho letto un romanzo molto bello, The Typewriter’s Tale di Michiel Heyns (non mi risulta esista una edizione italiana). Il libro è stato pubblicato nel 2005 ma è ambientato nei primi anni del Novecento e sfrutta uno stratagemma narrativo che a me è molto caro (a patto che la scrittura sia di alto livello): l’adozione di personaggi e di circostanze storiche accertate per la creazione di una storia di finzione. 
La protagonista della storia è Frieda Wroth, una giovane dattilografa assunta da Henry James. La ragazza vive a Rye (Sussex), a poca distanza da Lamb House, residenza dello scrittore, dove si reca tutti i giorni per battere a macchina, sotto dettatura, le pagine della prosa narrativa e saggistica di James e, occasionalmente, le sue lettere. La figura di Frieda è ispirata a Theodora Bosanquet, la vera segretaria del romanziere, che gli rimase accanto negli ultimi anni della sua vita e che fu in seguito suffragista, nonché autrice di Henry James at Work; ma le esperienze del personaggio di Heyns sono pura, e bella, opera di narrativa. 
A casa di Henry James, nel romanzo come nella realtà, si alternano ospiti come il fratello, la nipote e artisti vari, tra i quali i carissimi amici Edith Wharton e Morton Fullerton, che di Wharton fu l’amante.
Lamb House, Rye (Foto di Mara Barbuni)
La qualità di questo libro – oltre all’intrigante spunto narrativo della ricerca di un fascio di lettere nascoste, che richiama subito alla mente Il carteggio Aspern – sta nell’uso del linguaggio, che ricalca le preziose involuzioni della lingua di Henry James; nella rievocazione dell’ambiente della casa dello scrittore; nella rappresentazione amorevole delle funzioni quasi “magiche” della macchina da scrivere Remington; e infine in un elegante velo di ironia steso sull’intero racconto, in cui tuttavia brillano la profondità dei personaggi, la delicatezza della trattazione delle loro mancanze, che non trascende mai nel ridicolo, e il loro rapporto con la Vita e con l’Arte. Il messaggio finale del libro sta nelle parole che Henry James consegnò ai posteri sulle pagine di Gli ambasciatori: «Live all you can; it’s a mistake not to» («Vivi tutto ciò che puoi; non farlo è un errore»).

30 gennaio 2017

Le case di Jane Austen

Dopo la pubblicazione, lo scorso anno, di Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, esce oggi un mio nuovo saggio, con il quale proseguo l'esplorazione dei significati dell'ambiente e della forma della casa nella letteratura inglese. 
Il libro, Le case di Jane Austen, pubblicato da flower-ed, è dedicato al valore che le case hanno assunto e assumono per Jane Austen e per i suoi personaggi. Mentre ciascuno dei capitoli è dedicato in particolare a uno dei romanzi canonici (con l'eccezione del primo, di natura biografica), il percorso di lettura tracciato da questo saggio prende in esame l'architettura delle case che compaiono nelle storie austeniane, il loro arredamento, gli oggetti che le decorano, il denaro necessario a mantenerle e i guadagni ottenuti dallo sfruttamento (più o meno aggressivo) delle proprietà, i divertimenti interni alle loro stanze, i passatempo, la comunicazione, le abitudini alimentari e tanti altri particolari. Le domande che questo saggio si pone, e alle quali ha tentato di rispondere, sono, tra le altre: 

- Qual è il senso della parodia della casa gotica in Northanger Abbey? 
- Che cosa significa per le sorelle Dashwood la perdita della casa? 
- Qual è il ruolo di Pemberley nella struttura di Orgoglio e pregiudizio? 
- Come si rapporta Fanny Price agli ambienti di Mansfield Park? 
- Qual è lo scopo narrativo del continuo spostarsi di Anne Elliot tra diverse case in Persuasione? 
- In che senso Donwell Abbey in Emma rappresenta l'identità dell'Inghilterra?
- In che modo i romanzi di Jane Austen affrontano le teorie estetiche del loro tempo?
- Qual è la relazione tra movimento e inerzia, tra fantasia e realtà, tra linguaggio e silenzio, che i personaggi austeniani interpretano all'interno del contesto domestico? 

Seguendo questo tipo di «sentieri di conoscenza», ho rinvenuto, nei luoghi e nei dettagli domestici illustrati da Jane Austen, degli indicatori della psicologia dei suoi personaggi e in generale della natura umana. I sei romanzi (opere ben diverse che semplici storie d'amore) ci restituiscono il ritratto di un'epoca intera, dal punto di vista della sua realtà storica, economica, estetica e politica; e così facendo rendono ancora più accurato, concreto e immortale il racconto dei percorsi di maturazione e di crescita individuale delle loro protagoniste. 

SCHEDA LIBRO
Le case di Jane Austen
di Mara Barbuni
Edizione flower-ed, gennaio 2017
ISBN 978-88-97815-87-7
180 pagine

Disponibile su Amazon in cartaceo e ebook


28 agosto 2016

Le cascate di Sherlock Holmes

«Spetta a me raccontare per la prima volta ciò che davvero avvenne tra il Professor Moriarty e Mr. Sherlock Holmes» scrive il dottor Watson all’inizio di The Final Problem (L’ultima avventura), il racconto che avrebbe dovuto chiudere la serie delle storie del celebre investigatore. In questo scritto Watson ci narra l’«incantevole» viaggio compiuto insieme all’amico in Svizzera, tra il verde della primavera incipiente e il «bianco verginale» delle vette; i due si spostano da Ginevra a Interlaken fino ad arrivare alla cittadina di Meiringen, scendendo all’albergo Englischer Hof (che oggi si chiama ParkHotel Du Sauvage).
Due giorni fa sono stata proprio a Meiringen (che è anche la città natale della meringa…), ai piedi delle montagne da cui precipitano le Cascate Reichenbach. Scrive Conan Doyle/Watson: «Ci fu caldamente raccomandato di non oltrepassare le cascate di Reichenbach che sono circa a metà dell’ascesa senza fare un piccolo giro per vederle. È veramente un posto pauroso. Il torrente gonfio per il disgelo si tuffa in un abisso terribile da cui si alza la schiuma come il fumo da una casa in fiamme. Il passaggio in cui il fiume si getta è un immenso abisso costeggiato da rocce lucenti, nere come carbone, e finisce in un baratro spumeggiante di incalcolabile profondità che, gonfia, riversa la corrente in alto sopra di sé. La lunga scia di acqua verde che muggisce continuamente e la pesante mutevole cortina di schiuma che viene verso l’alto fanno venire il capogiro con il loro continuo rumore e frastuono. Stavamo vicino all’orlo del precipizio osservando il luccichio dell’acqua che si infrangeva giù sotto di noi contro le rocce nere e ascoltando l’urlo quasi umano che ci raggiungeva insieme alla schiuma dall’abisso. Il sentiero è stato tagliato intorno alla cascata in modo da permettere una vista completa, ma improvvisamente finisce e il viaggiatore deve ritornare indietro». 
Foto: ©IpsaLegit2016

Le cascate si raggiungono prima con una funicolare rossa fiammante, in stile old-fashioned con gli interni in legno, e poi su per una salita piuttosto impervia che raggiunge un ponticello appeso giusto sopra il salto; da lì si scende ancora una volta e si raggiunge il punto dove Sherlock e Moriarty cadono nel precipizio. Qui si trova una targa dedicata all’investigatore, e persino una ghirlanda di fiori con i messaggi di estremo saluto dei suoi amici (Watson, i Lestrade,…). Watson raggiunge questo punto dopo essere stato ingannevolmente richiamato a Meiringen dagli uomini di Moriarty: qui trova il portasigarette di Holmes e un messaggio vergato dalla sua mano. Scrive: «Dall’esame fatto dagli esperti risulta quasi con sicurezza che la lotta corpo a corpo tra i due uomini finì, come non poteva che finire in tale situazione, nel gettarli nell’abisso stretti l’uno all’altro. Qualsiasi tentativo di recuperare le salme fu impossibile e là, in quel terribile pozzo di acqua vorticosa e di schiuma ribollente, giaceranno per sempre il più pericoloso criminale e il più insigne campione della legge della loro generazione». 
In paese, nella cripta di quella che era la chiesa anglicana, in Conan Doyle Place, si trova il Museo di Sherlock Holmes, in cui si ammira la ricostruzione esatta del salotto del 221b Baker Street (i dettagli obbediscono pedissequamente alla descrizione letteraria e i mobili, tutti di antiquariato, risalgono al tempo dei fatti narrati). Il Museo è stato aperto nel 1991, sotto il patronato  della Sherlock Holmes Society of London e di Dame Jean Conan Doyle. Benché sia un personaggio inventato, Holmes è stato nominato cittadino onorario di Meiringen.
 
Foto: ©IpsaLegit2016


23 maggio 2016

I diari di Dorothy Wordsworth

Di solito non faccio caso al supporto di cui mi servo per godermi un’opera di scrittura o di letteratura: leggo volentieri sia i volumi di carta che gli ebook, senza pormi troppi problemi. La scorsa settimana, però, è arrivato un libro la cui forma contribuisce al valore della sostanza. 


Si tratta della recentissima edizione The Folio Society dei Diari di Grasmere di Dorothy Wordsworth – un’opera poco conosciuta rispetto alle poesie del più illustre fratello William, ma nella quale si possono trovare le stesse intuizioni, gli stessi colori e profumi, e la stessa capacità di evocare nel ricordo gli anni “profondi” (per gioie, sofferenze ed esperienza artistica) trascorsi nel Lake District. In questi diari Dorothy ci restituisce un ritratto intensamente umano del mondo che ha condiviso con William, sua moglie Mary e Coleridge, in una danza di parole, di sensazioni, di immagini e di memorie cui l’edizione della Folio Society rende omaggio con una copertina dai caratteri dorati, una sovraccoperta in carta velina opaca, le pagine in color avorio, l’introduzione di Lucy Newlyn e le bellissime illustrazioni (in acquerello a colori e in bianco e nero). 
Dorothy, separata sin da piccola dalla famiglia, crebbe innamorandosi dei libri (Cowper, Goldsmith, Burns, Shakespeare, Chaucer, Gray) e divenendo esperta dell’arte del cucito (nel Dove Cottage, a Grasmere, dove i Wordsworth vissero dal 1799 al 1808, è possibile ammirare il suo astuccio del cucito, riprodotto nella cartolina della fotografia in alto). 
Iniziò a scrivere quelli che sarebbero stati pubblicati, dopo la sua morte, come Diari di Grasmere, nel 1800: in queste pagine Dorothy raccolse impressioni della natura circostante – compreso l’episodio dell’incontro con i narcisi che William avrebbe celebrato nella sua “I Wandered Lonely as a Cloud” –, i resoconti del lavoro di scrittura del fratello, la storia del suo giardino, la depressione di Coleridge che non riusciva a concludere Christabel, il variare delle stagioni, le abitudini domestiche. Il tutto è raccontato con un linguaggio da grande scrittrice, che assume forme mutevoli a seconda del momento che è oggetto del racconto stesso: a una dizione prosaica piana e fluida si contrappongono sorprendenti flash visuali, come “impressioni” in forma di parole. Tra frasi sciolte e melodiose come «the melancholy Pleasure of walking in a Grove or Wood while the yellow leaves are showering around me, is grateful to my mind beyond even the exhilarating charms of the budding trees, while Music echoes through the Grove» appaiono espressioni quasi moderniste, eliotiane, quali «The moonshine like herrings in the water». Grande è il valore del silenzio nelle sue rappresentazioni: «The sun shone bright and clear. A deep stillness in the thickest part of the wood, undisturbed except by the occasional dropping of the snow from the holly boughs» e suggestiva la sua capacità di muoversi tra una dimensione materiale e l’altra, senza soluzione di continuità: «the Crows […] looked like shapes of water passing over the green fields». 
Dove Cottage, Grasmere.
Foto di Mara Barbuni (2014)
Come scrisse Virginia Woolf, «È curioso come la vita emerga con grande intensità da questi brevi e semplici appunti […] sui cambiamenti in giardino, gli umori del fratello e il succedersi delle stagioni. […] In queste note brevissime cogliamo la carica suggestiva che è dote del poeta e non del naturalista, la capacità di scegliere gli elementi più semplici e riordinarli in modo che l’intera scena ci si delinei davanti, intensificata e composta: il lago nella sua quiete, le colline nel loro splendore. […] A volte, l’emozione è talmente intensa che la penna balbetta […]. Ma riusciva a controllarsi. Emotiva e impulsiva di natura, lo sguardo “febbrile e inquieto”, tormentata da passioni che quasi la dominavano, doveva comunque frenarsi, comunque reprimersi, altrimenti avrebbe fallito nel suo compito – avrebbe cessato di vedere».
(“Dorothy Wordsworth”, in The Common Reader: Second Series, 1932, riportato in Voltando pagina, a cura di Liliana Rampello, ed. Il Saggiatore).

31 marzo 2016

Romanzi fra le due guerre

In queste settimane le mie letture sono comprese nell’Inghilterra fra le due guerre. Un’epoca fragile e di grandi cambiamenti, in cui le ferite del primo conflitto mondiale sono ancora visibili, ma si tenta di non parlarne, e in cui la minaccia dell’inumana tragedia che diromperà da lì a poco è ancora labile, ma già spaventosa. Corpi vili di Evelyn Waugh e L’amore in un clima freddo di Nancy Mitford sono due storie scintillanti, che raccontano la “meglio gioventù” (almeno dal punto di vista del rango) dell’Inghilterra del primo dopoguerra tra feste, pettegolezzi, drink, abiti smaglianti e trasgressioni di vario genere. 
Corpi vili è quasi privo di trama, e si svolge nel nonsense di una sequela infinita di ricevimenti, di scommesse, di gite, di bicchieri vino, di whisky e di gin. La banda di festaioli che occupa le sue pagine, alla costante e quasi faustiana ricerca di emozioni forti, all’inseguimento della nuova moda e dell’ennesima festa, si ritrova alla fine sconcertata in uno smarrimento di vita e d’amore, mentre su Londra incombe la lunga ombra della guerra che sta per cominciare. Si è paragonato Corpi vili a Il Grande Gatsby come rappresentazione estrema degli “anni ruggenti”: benché il romanzo di Waugh abbia un tono fortemente satirico che non era per niente l’intenzione di Fitzgerald, vi si ritrovano la stessa noia e la stessa aria decadente che non possono che suggerire la tragedia. 
In L’amore in un clima freddo di Nancy Mitford (Adelphi, trad. it. di Silvia Pareschi) invece, la voce narrante, Fanny, ci racconta la vita della bella e ricca amica Leopoldina “Polly” Montdore. Anche in questo caso non è tanto la trama ad attrarre l’attenzione, quanto il ritratto di un’epoca, indecisa tra il rigorismo del passato e la libertà promessa da una società in forsennato mutamento. Sulle straordinarie vicende della famiglia Mitford – una vita da romanzo – suggerisco di leggere l’articolo di Natalia Aspesi su Repubblica (16 giugno 2012).  
Completo il trittico con il libro che ho terminato giusto l’altroieri, Gli anni della leggerezza di Elizabeth Jane Howard, il primo atto della “Saga dei Cazalet” (Fazi Editore, trad. it. di M. Francescon: il secondo capitolo, Il tempo dell’attesa, è in uscita a metà aprile. Le copertine sono qualcosa di favoloso...). I Cazalet sono una numerosa famiglia composta dagli anziani genitori, vari fratelli con rispettive mogli e figli, una sorella zitella con la sua innamorata, bambini, tate, istitutrici, cognate, nipoti e cugini. Nell’estate del 1939 si ritrovano tutti a Home Place, la casa al mare, e ciascuno si porta dietro le proprie preoccupazioni. Nonostante infatti quelli siano – ancora per poco – “gli anni della leggerezza”, ogni membro della cerchia è costretto ad affrontare problemi di vario genere, del quale difficilmente parla ai familiari; sono bellissimi, in particolare, gli episodi che coinvolgono i bambini e i ragazzi, le cui ambasce sono tanto apparentemente frivole quanto serie e cruciali per la formazione della loro identità. 
Il tutto è immerso nella infinita bellezza della campagna inglese: «Andarono in macchina a Rye […]. Superarono campi di grano punteggiati di papaveri e distese di luppolo quasi maturo, attraversarono boschi di querce e castagni, percorsero stradine sui cui bordi alti crescevano grovigli di fragole di bosco, stellarie e felci, passarono accanto a staccionate ornate di rose canine tardive slavate dal sole e dentro paesi fatti di casine imbiancate a calce, coi loro giardini risplendenti di malvarose e gerani». La domesticità, poi, ha un ruolo importantissimo in questo romanzo, perché la casa costituisce contemporaneamente lo spazio del rifugio (dal caos di Londra e dalle notizie allarmanti che provengono dalla politica) e il luogo della sofferenza (a causa di crisi di famiglia, matrimoni fallimentari, gravidanze indesiderate, difficoltà economiche). Come per un retaggio dell’età vittoriana, l’autrice indugia sull’elencazione degli oggetti presenti nella casa, che hanno la funzione di rappresentare la personalità degli individui: nella stanza della giovane Louise abbondano programmi di teatro, premi di equitazione, fotografie, statuette di porcellana, lavori a maglia, rossetti, creme e libri; mentre il patriarca, Mr. Cazalet, è circondato da stampe con scene di caccia, caraffe di whisky, schedari, una collezione d’insetti e stampe e statuette indiane – perché l’India, magica e misteriosa terra che fu cifra dell’opulenza dell’Inghilterra imperiale, è stata, con la seconda guerra mondiale, anche il simbolo della sua caduta.

9 marzo 2016

Di poesia e di porcellane: una storia Regency

Particolare di The Nine Living
Muses of Great Britain 
raffigurante Anna Barbauld
(Richard Samuel, 1778.
National Portrait Gallery)
La data di oggi, 9 marzo, mi ricorda il giorno della fine della lunghissima vita di Anna Barbauld, la poetessa, saggista, educatrice, fervida abolizionista e critica letteraria vissuta tra il 1743 e il 1825. Una donna colta, capace di parlare diverse lingue moderne e di leggere quelle classiche; studiosa di scienze naturali e attenta alla politica; capace di fare pedagogia usando metodologie mai usate prima, coinvolgendo i bambini in un processo di formazione interiore che richiedeva il loro stare dentro la natura, a contatto con il mondo e con gli altri esseri viventi. Dissenziente in ambito religioso ma anche politico, dopo essersi conquistata l’amore e la stima dei suoi contemporanei (Coleridge era un suo fervente ammiratore), fu rimossa dalla scena – e poi dalla memoria – letteraria dopo una livorosa stroncatura del suo poemetto politico sulla Quarterly Review, nella quale la si invitava a lasciar perdere il governo e la guerra e a riprendere in mano i ferri da calza. 
La sua poesia, però, non può essere dimenticata, e negli ultimi anni abbiamo iniziato a recuperarla e a ridare ad Anna Barbauld il posto che si merita nella storia. Ne ho tradotte io tre tra quelle che trovo le più significative per una sua prima conoscenza, e chi volesse darci un’occhiata può scaricare Anna Barbauld. Tre poesie (con testo a fronte). Con qualche notizia su Anna Barbauld ho contribuito al blog del Wordsworth Trust, con il post (in inglese) “A forgotten female Romantic poet?”; le ho dedicato un certo spazio nell’articolo “Conversazione e calze blu. L’erudizione femminile prima di Jane Austen” (Due pollici d’avorio, Numero 2, giugno 2015); ho aperto un sito web dal nome Reading Anna Barbauld; infine, il mio studio sulla sua poesia è stato pubblicato da Scholars’ Press.
Un esempio di jasperware Wedgwood
(ca. 1790) conservato al
Victoria&Albert Museum
La ricorrenza della morte di Anna Barbauld mi offre anche il pretesto per accennare a un’altra straordinaria storia Regency, che a dire la verità continua anche ai giorni nostri: quella di Josiah Wedgwood, uno dei protagonisti della prima rivoluzione industriale, che nel 1759 fondò la celeberrima impresa manifatturiera di ceramiche e porcellane di pregio. Il successo riscosso dalle ceramiche Wedgwood fu immediato e travolgente (ricevette commissioni dalla zarina Caterina la Grande e il patronage ufficiale della Regina Carlotta); sua caratteristica era, secondo la voga dell’epoca, la scelta di una porcellana dura non smaltata – basalto nero o jasperware, usata soprattutto per i gioielli e i cammei – con motivi decorativi ispirati alla classicità greca e romana. Il cammeo raffigurante Anna Barbauld la ritrae proprio con sembianze classiche. 
Le ceramiche e porcellane Wedgwood si possono trovare in quasi tutte le dimore e le case nobiliari risalenti al diciottesimo e diciannovesimo secolo, e sono inconfondibili, oltre che per i soggetti classici, anche per le loro colorazioni (la più celebre è forse l’azzurro). Il nome dei Wedgwood risveglia altre curiosità di tipo letterario, perché il loro numeroso “clan” si intrecciò con i rami di famiglie famose: le figlie di Elizabeth Gaskell furono amiche intime delle figlie dei Wedgwood, e, tornando indietro di un paio di generazioni, scopriamo che i nonni materni di Gaskell, gli Hollands, erano legati ai Wedgwood per amicizia e per vincoli familiari, tanto che nel salotto della casa di campagna di Samuel Holland – dove Elizabeth trascorreva le estati da bambina – troneggiavano due vasi Wedgwood in basalto nero, regalo di nozze di Josiah. Inoltre, Sir Henry Holland, altro membro del clan, era parte del circolo letterario che riuniva negli stessi salotti gli Edgeworth, i Darwin, i Wedgwood e, per chiudere il cerchio, la stessa Anna Barbauld. 
L’Inghilterra tra il Sette e l’Ottocento come l’Atene del V secolo.


P.S. numerose poesie di Anna Barbauld e di altre scrittrici dell'età romantica si possono leggere in traduzione italiana con testo originale a fronte in Antologia delle poetesse romantiche inglesi, in due volumi, a cura di Lilla Maria Crisafulli (Carocci, 2003).

16 ottobre 2015

Meeting Kate Morton in Frankfurt

Great day yesterday for my blog (and me)! I took the train from Berlin before the dawn, travelled westward through Germany under a leaden sky and along snowy fields and finally reached Frankfurt, where I spent the morning visiting the International Book Fair. I walked up and down the Hallen with the eyes full of joy and the mouth open for surprise, while hundreds of the world’s most important publishing names flashed before me, and thousands of books shone like jewellery in their showcases, on their reading desks and on their shelves. Covers of old and new volumes attracted the curious glances of the participants, and around tables covered with cups of coffee, biscuits and candies (as a matter of fact, after five o’ clock canapés and bottles of white wine appeared...) enthusiast people spoke of writing, of editing, of translating, and (of course) of money-making.
It’s been like passing for a moment through sliding doors and having a look to what could (and should) have been: glancing at what would have been my life if I had realized the dream to become a professional in publishing. To dispel a touch of melancholy I wandered through the gorgeous (and crowded) stalls of children literature’s publishers and I examined the glossy catalogues of publishing houses that never let you down: the German Fischer and Suhrkamp/Insel, with its precious covers; the Parisian Gallimard; the British Bloomsbury; and, last but not least, the Australian Allen & Unwin, with its splendid collection of Kate Morton’s novels.
And Kate Morton herself has been the protagonist of yesterday afternoon. A book signing was scheduled at the Hugendubel bookshop: there I bought the German edition of her fourth book, The Secret Keeper (which I had already read in English) and, like other Kate’s admirers, I waited for her arrival in a little corner of the store, prepared for the occasion.
Sometimes coming face to face with a writer one really loves can be risky: what if the author is arrogant, looks bored or never smiles? Nothing similar happened yesterday: meeting Kate Morton has been a beautiful experience, thanks to her kindness and her great capacity to create an emotional bond with her readers. Like every highly-talented storyteller, she can charm you with a couple of sentences: it happens in her books, it happened yesterday, too.

For a start, Kate presented her new novel, The Lake House, which will be published at the end of this month: its German and Italian translations will appear in 2016, but, as always, I will read the original version - and I’m looking forward to it! The Lake House, she told us yesterday, is the story of a family in Cornwall (yes, like in The Forgotten Garden!) who, at the end of a glorious midsummer party in 1933, falls into tragedy. The other chronological level of the novel (which is an essential and recurrent element of Kate Morton’s stories) is set in the 21st century: the protagonist is a woman who must investigate the mysterious events of that past.
While signing, Kate was so kind as to chat with us and answer our questions. Among the thousands aspects I love of and in her books, there’s the power with which objects are imbued: jewels, letters, clocks, books, clothes are often crucial for the development of the story, because they help characters (and readers) to shift from the present to the past, and viceversa. Sometimes the very identity of characters is linked to objects: this is the case with the brooch in The Forgotten Garden, or with Juniper’s dress in The Distant Hours. I asked Kate if there is a particular category of objects she feels inspired by; she answered that her mother worked as an antique dealer, so since her childhood Kate has been attracted to boxes, caskets, drawers, and any mysterious object which could reveal a connection with the past.
Her novels are just like this: chests of wonders, where the reader can experience strong emotions, be transported to another place in time and use all of the five senses, because Kate’s stories brim with sounds, hues, scents, and touch sensations. Nothing can be better now than waiting for the mysteries, the colours and the musicality of The Lake House...

In italiano....

Ieri è stato un gran giorno per Ipsa Legit (e per me)! Ho preso il treno da Berlino prima dell’alba, ho viaggiato verso ovest attraverso la Germania sotto un cielo plumbeo e lungo campi innevati e alla fine ho raggiunto Francoforte, dove ho trascorso la mattina visitando la Fiera Internazionale del Libro. Ho passeggiato su e giù per i padiglioni con gli occhi pieni di gioia e la bocca aperta per la sorpresa, mentre centinaia di nomi delle più importanti case editrici del mondo balenavano davanti a me, e migliaia di libri splendevano come gioielli nelle teche, sui leggii e sugli scaffali. 
Le copertine di volumi vecchi e nuovi attraevano gli sguardi curiosi dei partecipanti, e intorno a tavolini coperti di tazze di caffè, biscotti e caramelle (veramente dopo le cinque sono comparse anche tartine e bottiglie di vino bianco…) gente entusiasta parlava di scrittura, di editing, di traduzione, e naturalmente di profitti. È stato come passare per un attimo attraverso due sliding doors e dare un’occhiata a quello che sarebbe potuto (e dovuto) essere: spiare cosa sarebbe stato di me se fossi diventata una professionista dell’editoria. Per dissipare una lievissima malinconia ho vagabondato tra gli stand meravigliosi (e affollati) della letteratura per bambini, e ho esaminato i lucidissimi cataloghi delle case editrici che non ti deludono mai: le tedesche Fischer e Suhrkamp/Insel, con le sue preziose copertine; la parigina Gallimard, l’inglese Bloomsbury, e non ultima l’australiana Allen & Unwin, con la sua splendida collezione di libri di Kate Morton. 
E proprio Kate Morton è stata la protagonista del pomeriggio di ieri. Una “firma dell’autore” era prevista alla libreria Hugendubel, dove ho acquistato l’edizione tedesca di The Secret Keeper (già letto in inglese) e, come altri ammiratori di Kate, ho aspettato il suo arrivo in un angolino del negozio, preparato per l’occasione. 
A volta vedere di persona uno scrittore che si ama può essere rischioso: e se risulta arrogante, annoiato, o non sorride mai? Niente di tutto questo è accaduto ieri: incontrare Kate Morton è stata una bellissima esperienza, grazie alla sua gentilezza, e alla sua grande capacità di creare un legame emozionale con i suoi lettori. Come ogni talentuoso narratore, Kate sa incantarti con un paio di frasi: succede nei suoi libri, è accaduto anche ieri. Per iniziare, la scrittrice ha presentato il suo nuovo romanzo, The Lake House, che uscirà alla fine di questo mese: le traduzioni tedesca e italiana sono previste per il 2016, ma, come al solito, io leggerò l’originale – e non vedo l’ora! Il libro, come ha raccontato ieri Kate, è la storia di una famiglia in Cornovaglia (sì, come in The Forgotten Garden) che alla fine di una splendida festa, nel 1933, precipita nella tragedia. Il secondo piano cronologico del romanzo (cifra delle storie di Kate Morton) è ambientato nel ventunesimo secolo: la protagonista è una donna che deve investigare sui misteri di quel passato. Firmando le copie di Die Verlorenen Spuren (The Secret Keeper), Kate è stata così gentile da chiacchierare un po’ con i presenti e rispondere alle nostre domande. 
Tra i numerosi aspetti che mi piacciono dei suoi libri c’è il potere di cui sono impregnati gli oggetti: gioielli, lettere, orologi, libri, abiti, sono spesso cruciali per lo sviluppo della storia, perché aiutano i personaggi e i lettori a spostarsi dal presente al passato, e viceversa. A volte la stessa identità di un personaggio è legata a un oggetto: è il caso della spilla in The Forgotten Garden, ad esempio, o del vestito di Juniper in The Distant Hours. Ho chiesto a Kate se c’è una particolare categoria di oggetti dalla quale si sente ispirata; mi ha risposto che sua madre vendeva oggetti di antiquariato, così sin da piccola Kate è stata attratta da scatole, scrigni, cassetti, e da tutti quegli oggetti misteriosi che possono schiudere una connessione con il passato. I suoi romanzi sono proprio così: bauli di meraviglie, in cui il lettore può provare emozioni forti, lasciarsi trasportare in un altro tempo, ed esercitare tutti e cinque i sensi, perché le storie di Kate Morton traboccano di suoni, di sfumature, di fragranze e di sensazioni tattili. Niente di meglio, adesso, che attendere i misteri, i colori e la musicalità di The Lake House…


31 agosto 2015

Librerie a Berlino

Tra i mille motivi più che validi per decidere di visitare Berlino ci sono anche le sue librerie. Passeggiando per il Mitte, Kreuzberg o Charlottenburg ci si imbatte continuamente in piccole o grandi vetrine ricolme di infiniti oggetti del desiderio: tra nuove edizioni e volumi antichi, insomma, c’è davvero da perdersi. Qualche giorno fa io e Valentina, writer del blog libresco Peek-a-booK! ci siamo date appuntamento per un’esplorazione di alcune delle librerie della città e ora, cari lettori, ecco a voi il risultato della nostra spedizione.... 
La nostra passeggiata è iniziata dal quartiere di Charlottenburg, e più precisamente in Fasanenstrasse, dove si trova la celebre Literaturhaus della città. La libreria annessa, la Koolhaas & Company, è una piccola caverna dei tesori, ai quali si accede, una stanzetta dopo l’altra, facendosi strada tra scaffali e ripiani sparsi per ogni dove. Lì, un certo simpatico destino ha voluto che mi saltasse agli occhi un’edizione tedesca di Mogli e figlie... (che coincidenza) 


Lasciata la Literaturhaus, Valentina e io abbiamo preso la direzione di un altro quartiere molto ben fornito, il celebre Prenzlauer Berg. La prima libreria che abbiamo visitato è stata la Shakespeare & Sons, uno splendido angolo di quiete letteralmente stipato di volumi. È stato difficile non svuotare il portafogli in questo angolo di paradiso, ma ci siamo riuscite.... 


Abbiamo poi proseguito verso la Georg Büchner Buchladung, uno spazio più luminoso e regolato, ed estremamente ben fornito, uno dei cui scaffali era zeppo di edizioni tedesche di opere italiane: Dacia Maraini, Umberto Eco, Elsa Morante, e numerosi altri. 


Infine, per concludere il nostro percorso, non poteva mancare una tappa in una delle mie librerie berlinesi preferite, la St. George’s English Bookshop, un ambiente dall’aspetto bohémien, con poltrone e divani che recano traccia del passaggio dei lettori, e soprattutto libri sparsi ovunque, nuovissimi o segnati dal tempo, a prezzi davvero convenienti. Approfittando della straordinaria occasione, io e Valentina abbiamo acquistato entrambe un’edizione di lusso della Folio Society: per me Shakespeare’s Life and World e per lei Excellent Women di Barbara Pym. 


Per festeggiare la buona riuscita della nostra escursione, infine, un brindisi da Anna Blume, famosa a Berlino per il suo spazio book-crossing scavato nei tronchi degli alberi. 

Per approfondire il resoconto di questa indimenticabile passeggiata letteraria berlinese, leggete il post di Peek-a-booK! 
http://www.peekabook.it/2015/08/piccolo-giro-fra-le-librerie-di-berlino.html









Aggiornamento del 7 gennaio 2016: la libreria Shakespeare & Sons di Prenzlauer Berg ha chiuso. Hanno messo in vendita i loro mobili e io mi sono accaparrata un bel tavolino e una piccola libreria con anta a vetro ricavata da un antico orologio a pendolo....
Shakespeare & Sons ha però un'altra sede, più grande e comunque bella: si trova in Warschauerstrasse 74, nel quartiere di Friedrichshain :) 

3 agosto 2015

Amori imprevisti di un rispettabile biografo

Due anni fa ho scoperto una scrittrice che solo adesso, grazie a ulteriori letture, imparo a conoscere meglio. E conoscendola meglio posso inserirla senza alcuna remora nell’empireo dei miei preferiti, dei miei “grandi”. È Penelope Lively, al cui romanzo per l’infanzia L’estate in cui tutto cambiò ho già dedicato, con una certa commozione, devo dire, un post dell’agosto del 2013 (http://ipsalegit.blogspot.de/2013/08/l-in-cui-tutto-cambio.html). La scrittrice è nata in Egitto nel 1933 e si è trasferita in Inghilterra a dodici anni; lì ha trascorso il resto della sua vita, e i suoi romanzi e racconti, acclamati dalla critica, si sono guadagnati i premi più prestigiosi della letteratura britannica contemporanea. 
Oggi sono reduce da Amori imprevisti di un rispettabile biografo (According to Mark, trad. it. di Corrado Piazzetta per Guanda), storia bellissima e benedetta da una scrittura di livello eccellente. La trama è semplice: Mark, professione biografo, svolge delle ricerche sullo scrittore degli anni Trenta Gilbert Strong, sulla vita del quale desidera pubblicare un libro. Nel corso dei suoi studi e della permanenza nei luoghi di Strong, Mark incontra Carrie, nipote di quest’ultimo, e per lei perde la testa, nel culmine di una quanto mai malinconica “crisi di mezz’età”. 
Così come in L’estate in cui tutto cambiò, anche in questo libro un plot quasi elementare genera una narrazione di altissimo spessore: di nuovo i fatti si intrecciano saldamente ai pensieri dei personaggi, in una estesa riflessione sul significato del Tempo nella nostra mente e nella nostra vita – tanto che in certi passi sembra addirittura di leggere Henry James o gli altri modernisti. Il tempo come sostanza liquida, amorfa, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente, è infatti il fondamento del mestiere di Mark. Nel suo lavoro l’elasticità e la fondibilità dei piani cronologici sono importantissime: “A volte a Mark sembrava impossibile che il passato storico si fosse estinto, svanito; di sicuro doveva essere semplicemente da qualche altra parte, deviato su un altro piano esistenziale, ancora […] disponibile, se solo lo si potesse raggiungere.” Per questa ragione egli è “colmo di emozione” quando si trova a cospetto del punto di sutura degli strati del tempo: lo studio di Gilbert Strong, la sua scrivania, il suo calamaio. Per questa ragione, poi, il protagonista sembra perdere il senso della realtà nel corso del romanzo, precipitando in stati emotivi a lui sconosciuti e ponendosi enormi interrogativi sul ruolo della memoria, dell’esperienza, della letteratura. 
Sua moglie, Diana, è il personaggio perfetto per accostarsi a lui. Come una sorta di Mrs. Dalloway degli anni Ottanta, Diana abita due livelli di vita: quello concreto, della quotidianità, e quello della sua cognizione, che la trasporta avanti e indietro nello spazio, nel tempo e nelle proprietà della materia. Scrive Lively: “Turbinose sono le acque della mente di Diana, un torrente impressionistico che include riferimenti all’Ungheria (sta preparando un gulasch e cerca di ricordare da dove provenga questo piatto), a sua madre (che deve chiamare), a un vestito azzurro con colletto bianco (che ha visto in vetrina questa settimana e sta pensando di comprare), all’ardesia del Galles (un muratore le ha comunicato il preventivo per la riparazione del tetto) e a Mark.” Inoltre, per Diana, “la speculazione era relegata alle congetture sui possibili risultati diversi suggeriti da linee di condotta alternative” – come se lei si trovasse in Sliding Doors, come se anche nella sua mente il Tempo sfuggisse alla sua normale collocazione, proiettandosi costantemente verso un futuro migliorabile. 
La residenza di Thomas Hardy nel Dorset.
Fonte: thetimes.co.uk
Lively sofferma il suo sguardo attento sul ruolo stesso del biografo, di colui che racconta le vite degli altri, sempre in bilico tra indiscrezione e reverenza, tra fiducia e sospetto: “Mentre eri in culla, o non eri ancora nato, Strong sapeva fin troppo bene che qualcuno avrebbe scritto la sua biografia. Aveva accatastato lettere e diari e manoscritti con la piena consapevolezza a un certo punto un uomo o una donna senza volto li avrebbe studiati […]. Fino a che punto si deve al caso, per esempio, che certi volumi dei diari siano sopravvissuti e altri no? Che interi blocchi di corrispondenza siano scomparsi?” Sono interrogativi che tormentano tutti i bravi biografi, che non possono evitare di domandarsi se la storia che stanno raccontando non sia in verità solo uno dei tanti, infiniti punti di vista possibili di una realtà che appartiene a un tempo diverso dal loro. Ma insomma che cos’è la realtà? È un piano di esistenza indipendente dalla nostra percezione cognitiva o è il risultato del nostro esercizio razionale? Mark si domanda: “È mai possibile guardare una qualsiasi cosa, […] senza che le proprie nozioni interferiscano con quel che si osserva?” 
Oltre a stimolare la riflessione filosofica, According to Mark (il titolo originale è più adatto di quello italiano all’interpretazione che ho voluto dare qui di questo romanzo) è un libro pregno di atmosfere fortemente evocative, com’è tipico della scrittura di Penelope Lively. Ad esempio, l’episodio della visita allo studio di Thomas Hardy nel Dorset, descritto tre volte secondo i tre diversi punti di vista di Mark, di Diana e di Carrie, è così perfetto e conchiuso da poter essere un racconto a sé stante. L’esperienza che Carrie fa della lettura di Emma di Jane Austen è un superbo subplot, che obbedisce a regole narratologiche precise. Infine, le ultime pagine si caratterizzano per una certa evanescenza (“un accenno a passioni essicate come petali di rosa, un bisbiglio di ragazza, la luna…”), sospesa sullo spartito della splendida canzone degli anni Trenta Blue Moon, che consiglierei di riascoltare qui per lasciarsi un po’ trascinare via.... 


26 luglio 2015

La casa di vetro

Un souvenir del Bröhan-Museum, il museo
dell'art nouveau a Berlino 
Negli ultimi dieci giorni, dopo Il grande Gatsby di Fitzgerald – ritratto della disperazione della gioventù americana postbellica, incapace di vivere il presente – ho letto il doloroso romanzo di Simon Mawer La casa di vetro (tradotto in italiano da Massimo Ortelio per Neri Pozza). L’ambientazione cronologica iniziale è la stessa del libro di Fitzgerald, gli anni Venti – con la loro opulenza e la scintillante proiezione verso il futuro – ma con il procedere dei capitoli il romanzo affronta i mostri del Novecento, il precipitare dell’Europa nella nuova guerra, la dissoluzione della Cecoslovacchia, l’invasione dei nazisti e poi l’arrivo dell’Armata Rossa, fino a toccare il 1990, con la sua intuizione della caduta della cortina di ferro. 
Il principio che tiene insieme il racconto – la costruzione e le sorti di una “casa di vetro” – è di per sé un ossimoro: può infatti una casa, luogo deputato al rifugio e alla dedizione all’individualità, essere una vetrina offerta allo sguardo pubblico? Il giorno dell’inaugurazione, il padrone di casa, Viktor Landauer, dichiara orgoglioso che la volontà di vivere in un soggiorno che è una scatola di vetro dimostra la trasparenza e l’onesta dei suoi abitanti; ma lo sviluppo della storia dirà di inganni, di tradimenti, di fughe, di feroci compromessi con la Storia. La prima parte del romanzo, quella dedicata al progetto e alla costruzione della casa, è straordinaria; è quasi una ekphrasis architettonica, che celebra le qualità della materia con l’ambizione della rappresentazione della luce e dello spazio come concetto filosofico. Rainer von Abt, l’autore del disegno, dichiara: «“L’acciaio avrà la trasparenza dell’acqua. La luce sarà solida come le pareti e le pareti limpide come l’aria. Creerò una casa diversa da qualunque altra, spazi capaci di mutare funzione […] una casa che si fonde con il giardino, un luogo naturale e artificiale nello stesso tempo”». Al loro primo ingresso, «Liesel e Viktor rimasero a bocca aperta davanti a quel trionfo di lucentezza: la luce rimbalzava dai pilastri cromati, splendeva sulle pareti, scintillava sulla rugiada del giardino, riverberava dai vetri […] rendeva il pavimento di linoleum color avorio quasi traslucido, come se fosse ricoperto da un velo d’acqua». Luce, aria, acqua: la casa dei Landauer è un Raum (spazio), intessuto di una insostenibilità solo apparente, perché l’edificio è sorretto da pilastri d’acciaio e da una parete d’onice che convoglia la luminosità dell’esterno fino a creare una sorta di incantesimo, una visione di fuoco. La “villa Landauer” del romanzo è ispirata a una casa veramente costruita alla fine degli anni Venti nei pressi di Brno, in Repubblica Ceca. Villa Tugendhat, patrimonio dell’umanità dal 2003, è il simbolo di un’epoca vestale del progresso, ma soprattutto di una speranza impossibile: quella della condivisione definitiva e della convivenza pacifica dell’uomo con gli altri uomini, dentro la natura.

Villa Tugendhat. Esterno ed interno del soggiorno, con le vetrate e la parete in onice.
(Immagini tratte da Wikipedia  e da czechtourism.com)


10 giugno 2015

Elogio dei libri

Come fanno, certe persone che ti conoscono solo “online”, a regalarti un libro che si adatta perfettamente ai tuoi gusti? A me è successo con La lettrice di Annie François (TEA, prima ed. Guanda), un librino che esplora tutte le straordinarie manie di noi appassionati di libri. L’ho letto praticamente tutto in metropolitana, ritrovandomi a sorridere molto spesso e a rischiare di perdere la mia fermata. È un libretto divertente e illuminante, ogni capitolo del quale è dedicato a una delle nostre comuni fissazioni (ditemi un po’ se vi ci ritrovate): l’uso dei segnalibro, la sofferenza nel dare in prestito i propri tesori, l’incapacità di buttar via un libro, la compulsione all’acquisto in libreria, il complicato rapporto con le fascette e l’ostilità per i codici a barre, il culto delle dediche e degli ex-libris, il senso di turbamento che non ci abbandona quando non riusciamo a finire un’opera di letteratura…. Io mi dichiaro colpevole di tutte queste fisime. 
Cominciamo con i segnalibro, il souvenir perfetto – e poco costoso – di ogni viaggio. Ecco i miei preferiti, dei “veri” segnalibro, ma vanno bene anche cartoline illustrate, nastri, cartoncini decorati.

©IpsaLegitPictures 2015
Si infilano nei libri, si lasciano lì, ci si dimentica della loro esistenza e poi, dopo anni, riaprendo lo stesso volume, eccoli spuntare, eleganti testimoni di un tempo passato. Scrive Annie François, che segna le sue pagine con qualunque cosa le capiti a tiro: «I miei libri sono farciti di articoli, di vecchie lettere, di note della spesa. Presi a caso, esalano i loro segreti dimenticati. Liberati dalla stretta dei loro vicini, si gonfiano di ricordi non meno intensi di una dedica. Vivono doppiamente, della loro storia e della mia». Seconda mania: il prestito. Anch’io, come l’autrice, soffro nel leggere libri prestati da altri – ho il terrore di rovinarli, avverto la necessità di leggerli in fretta per restituirli il prima possibile, devo legarmi le mani per evitarmi di sottolineare i passi più amati. Insomma, se posso, evito. E se posso evito anche di dare in prestito: troppi amici perduti a causa di questa follia (e con amici intendo i libri)! Terzo problema – questo è davvero serio: entrare in libreria. Come uscirne a mani vuote? Impossibile. Scrive Annie François: «Ci vado soltanto quando ho un titolo in mente. Anche in tal caso, esco con almeno tre libri». Appunto. «Mi distolgo dalla vetrina delle librerie per evitare di farmi prendere dalla golosità. […] La cosa peggiore, per me, è il Salone del libro».
Quarta fissazione: cifrare i libri. Lo faccio sempre, apponendo di solito il nome (e non il cognome) e la data in cui sono venuta in possesso del volume. Oppure specifico il luogo, se il libro è stato acquistato in una città particolare o durante un viaggio significativo. Ultimamente ho iniziato ad aggiungere un altro segno di riconoscimento, una piccola rosa. Insomma, il libro è mio, ed è una consapevolezza che dà un certo piacere.
In questi ultimi giorni un mio pensiero tormentoso è come proteggere e riporre un volume di un certo pregio, un Little Women and Good Wives di Louisa May Alcott stampato nel 1913. Spolverarlo tutti i giorni? Conservarlo in una busta trasparente? Procurarmi un copri-libro in stoffa? Mi consolo ricordando com’è asciutto il clima in questa città… lontana dalle minacce dell’umidità della pianura padana, ho tutto il tempo di farmi venire in mente la soluzione più adatta.
©IpsaLegitPictures 2015
Questo libro è un vero gioiello: reca in sé l’aria di mare dell’Isola di Wight, ha una preziosa copertina Art Nouveau (la costola è un incantesimo…), una bella illustrazione interna e poi… e poi c’è un ex-libris, che annuncia che il volume è stato un premio per una ragazza, Dorothy Langley, che nel 1913 frequentava la Thomas Sunday School di Newport (Isola di Wight). Questa breve dedica sembra aprire un mondo, sbrigliando la fantasia e lasciando intuire la storia, appena abbozzata, di un’altra “piccola donna”.
I libri sono eterni ricettacoli di sogni e di memorie.