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17 luglio 2015

Letture di luglio

In queste ultime settimane, a dispetto delle mie abitudini, mi sono ritrovata a leggere più libri contemporaneamente. Una puntatina nel mondo di Agatha Christie, che d’estate non può mai mancare (come ho raccontato, ormai tre anni fa, qui e qui), la sceneggiatura della prima stagione di Downton Abbey (di Julian Fellowes, ed. it. Neri Pozza) l’inizio del saggio di Carlo Rovelli Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), e poi Un giorno di gloria per Miss Pettigrew e Un anno in Provenza. 
Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson (tradotto per Neri Pozza da Isabella Zani) fu un bestseller nel 1938, anno della sua pubblicazione: è la storia di una donna non più giovane, bruttina e in bolletta, che per una fortunata coincidenza si ritrova a condividere un’intera giornata con una cantante/attrice, nel suo mondo scintillante fatto di makeup, splendidi abiti, innamorati aitanti e nightclub. I capitoli sono scanditi dal trascorrere delle ore e dei minuti, e mentre l’orologio cammina Miss Pettigrew si libera lentamente del guscio impostole da un perbenismo fittizio – ancora “vittoriano”, nel senso negativo del termine – e si lascia andare alle gioie di una nuova vita e di una nuova società. Una perfetta commedia “all’inglese”, fatta di pochi sussulti ma di tante, tantissime scenette che strappano più di un sorriso. 
I capitoli di Un anno in Provenza di Peter Mayle (trad. it. di E. Castellani per EDT) sono invece intitolati ai dodici mesi dell’anno. L’esperienza dello scrittore inglese e di sua moglie, trasferitisi in questa particolare regione della Francia meridionale, è raccontata con grande umorismo, e soprattutto con profonda attenzione ai ritmi naturali che governano la vita in campagna. La casa scelta per il loro esilio è un mas, cioè una fattoria, fiancheggiata da ciliegi e da vigne, costruita con i muri spessi che proteggono l’interno dal Mistral e completa di fontane, cipressi, cespugli di rosmarino, ciuffi di lavanda, un mandorlo e una piscina; i suoni che la circondano sono il fischio del vento, il gracidare della rana, il frinire delle cigales e il «canto lungo e perlato di un usignolo». 
Il cibo è il fil rouge che scorre attraverso le pagine di questo libro: l’autore non teme di dilungarsi sulla descrizione di tavolate ingombre di verdure lussureggianti, pesci fragranti e formaggi sfiziosi – come da buona tradizione francese. Le incursioni ai mercati dei villaggi di Provenza non possono dunque mancare di descrivere l’abbondanza di cibi sparsi ovunque: «Ad una estremità del mercato […] una donna vendeva uova fresche e conigli vivi, mentre dietro a lei si vedevano banchi pieni di verdura, piccoli mazzi di basilico profumato, vasetti di miele di lavanda, bottiglie verdi della prima spremitura dell’olio, vassoi di pesche […]. Attraversammo la strada per acquistare un paio d’etti di pane, quel gros pain che offre una mollica così gustosa per l’olio o il condimento rimasto nel piatto. La panetteria era affollata e rumorosa, d’intorno si effondeva il profumo della pasta lievitata e delle mandorle usate quella mattina per i dolci.» Ma il mercato significa anche chincaglieria datata, eppure investita di quella strana aura di fascino che avvolge spesso gli oggetti vecchi, usati e persino non più integri: «Cartoline color seppia stinto vecchie camicie di tela vicino a mazzi di vecchie posate; […] spille art déco e vassoi da bar; libri ingialliti di poesie e l’immancabile sedia Louis XIV, perfetta, salvo l’assenza di una gamba.» 
Fiori al mercato di Prenzlauer Berg.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Questo brano mi è tornato in mente passeggiando in uno dei mercati più belli di Berlino, quello del sabato nel quartiere di Prenzlauer Berg. Anche qui si trovano banchi di verdura che, sebbene per poche settimane all’anno, sembrano le teche di una gioielleria: frutti di bosco dai colori roventi, carciofi sbocciati come fiori, vasi opulenti di erbe aromatiche, infine tavolozze di spezie, pagnotte profumate e pesanti di mollica. E poi gli oggetti di artigianato, e i robivecchi, la bigiotteria vintage, il materiale di recupero, le gonne colorate fatte a mano, la signora che vende i cappelli, quella che cuce coprisella di stoffa per la bicicletta e quella più anziana di tutte, seduta su una sedia di fronte a un minuscolo tavolo ingombro di prodotti alla lavanda: lei è sempre vestita di violetto e di lillà, e dopo esserle passati accanto il profumo dei fiori sembra non volerci lasciare. E a proposito di fiori ecco il banco più bello di tutti, che ogni settimana sembra una nuova opera d’arte, offrendo ai berlinesi – non sono tanti i turisti che passano da qui… – magnifiche composizioni di rose inglesi e girasoli, gladioli, gigli, calle, felci, iris, ortensie, girasoli, lillà, mughetti e tutto ciò che i giardini possono regalare quando sollecitati dal rintocco di una nuova stagione.

29 luglio 2013

Tea Shop Mysteries

Un magnifico servizio (tè speziato con scones alla marmellata
e panna) alla Tearoom "Caffè Orientale" di Venezia.
Foto di Mara Barbuni
Di recente, in un gruppo Facebook dedicato alla lettura, si è parlato delle "serie", ovvero di quei romanzi in cui il medesimo protagonista si trova di volta in volta ad affrontare diverse vicissitudini, in contesti più o meno simili e nella ricorrenza di particolari caratteristiche caratteriali o ambientali. Il pregio delle serie, a mio parere, è l'opportunità che offrono ai lettori di affezionarsi ad un personaggio e di seguire con curiosità, apprensione o senso critico il suo percorso nei vari stadi della narrazione; un possibile rischio è che l'autore abbia dato mostra di tutto il proprio talento nel primo libro e che non sia in grado di ripetersi in quelli successivi.
Per quanto mi riguarda, le serie mi interessano moltissimo; io sono una di quei lettori che quando ama un libro ricerca freneticamente le altre opere del suo autore, e i percorsi tematici e visuali degli episodi in volume hanno per la mia curiosità un potere quasi magnetico. Mi vengono in mente numerosi esempi di serie iniziate, procurate, inseguite quasi ossessivamente alla scoperta delle nuove avventure dei protagonisti della "saga": i Jane Austen Mysteries di Stephanie Barron, il ciclo delle Piccole Donne, la lunga narrazione di Anne of the Green Gables ("Anna dai capelli rossi"), la trilogia Millennium di Ken Follett (ancora in progress), la sequenza di storie di Maureen Jennings sul Detective Murdoch... e in effetti il "giallo" è uno dei generi che meglio viene interpretato dalla natura della serie, perchè basta concepire un investigatore ben fatto per poi inventarsi decine e decine di omicidi che gli/le girino intorno, portando alla ribalta tanti altri caratteri, tante altre ambientazioni, tante altre osservazioni sulla psiche umana. Ai classici Poirot e Miss Marple si affiancano il Dalgliesh di P.D. James, l'ispettore Lynley di Elizabeth George, il commissario Montalbano di Camilleri, il Philip Marlowe di Chandler, la professoressa Kate Fansler di Amanda Cross (di cui è imperdibile Un delitto per James Joyce).
Il romanzo che ho finito ieri (con le lunghe, penose, interruzioni causate dal trasloco), Death by Darjeeling di Laura Childs, è il primo episodio dei Tea Shop Mysteries ("I misteri del negozio di tè"), ed è un giallo orchestrato bene, sebbene semplice, che ha il pregio di unire alla storia di un omicidio un setting davvero delizioso. La protagonista, Theodosia Browning, è infatti la proprietaria di quel piccolo paradiso che è un negozio di tè, ha dei simpatici collaboratori, tra cui il sommelier del tè Drayton, un cane molto affettuoso di nome Earl Grey (!), tantissimi clienti e la felicissima occupazione di creare tea blends con relative confezioni e organizzare tea events cui sarebbe davvero meraviglioso poter partecipare. Solo per avere un'idea dell'incantevole contesto in cui si svolge questa storia d'apertura, vi traduco uno dei passi introduttivi:
"Stretta tra i Librai Robillard e il negozio di carte geografiche d'antiquariato nel centro storico di Charleston, nel South Carolina, l'Indigo Tea Shop era solo un punto nel romantico arazzo color pastello di case, cortili e botteghe pittoresche di stile georgiano, confederato e vittoriano. All'interno [...] teiere di rame fischiavano e gorgogliavano, [e] pasticcini appena sfornati si raffreddavano su vassoi di legno. [...] Lungo tutta l'altezza della parete una sorta di confortevole arnia conteneva barattoli colmi di polveri nere, foglie raggrinzite color noce e ocra, e lucide foglie intere che scintillavano come porcellana cinese. E quale invitante spettro di aromi! Tè verde Gunpowder piccante dal sud della Cina, tè di Ceylon lievemente fermentato, delicato tè Nilgiri, fruttato, proveniente dalle Montagne Blu dell'India".
Una lettura, e una bevanda, davvero perfette per una serata come questa, mentre un forte temporale scaccia via il caldo torrido degli ultimi giorni....

23 maggio 2013

Chocolat

Restando nel tema delle "storie da mangiare"... finalmente sono riuscita a leggere Chocolat di Joanne Harris. L'ho iniziato temendo di restarne vagamente delusa, pensando che le suggestive atmosfere del film - i suoi colori, i costumi vintage, la magia delle mani che volano tra una pentola e l'altra, mescolando, frustrando e temperando il cioccolato - avrebbero finito per schiacciare la fragilità visiva delle parole. 
Invece la scrittura di Harris si è rivelata la vera anima, il fiato vitale della versione cinematografica, e la sua pienezza è riuscita persino ad evocare immagini più intense e reali di quelle del film. Lo studio psicologico dei personaggi è interessantissimo, sembra staccarli da quella scenografia bidimensionale per infondere loro un'esistenza reale. Aiuta a raggiungere questo traguardo l'espediente narrativo del doppio io narrante: da una parte Vianne, la chocolatier, una donna di ineffabile fragilità che nei dolci sembra voler riversare le amarezze del suo passato; dall'altra il curato Reynaud, figura così complessa che nel film è addirittura sdoppiata in due personaggi (il prete, ma anche il sindaco di Lasquenet), che si porta dentro oscuri segreti, e negli stenti della penitenza quaresimale espia desideri ancora più foschi.
Ma è naturalmente il cibo a farla da padrone in questa storia. Le descrizioni della cucina e della vetrina di Vianne, dei suoi banchetti, dei profumi che escono dalla sua Celeste Praline sono la ragione e la rappresentazione per cui mi piacciono tante le storie di cucina: per quel misto di incantesimo e opulenza, di piccola gioia e gratificazione che è racchiuso nel mistero della preparazione e della riuscita di un piatto. Riporto un breve brano dal libro, tratto dai pensieri di Reynaud: la sua paura della tentazione riesce a restituirci esattamente il senso del trionfo del cioccolato e della passionalità... 

"Sento l'infido insinuarsi del dubbio nella mia mente, e l'acquolina mi riempie la bocca al ricordo del suo profumo, panna e zucchero caramellato e l'inebriante miscela di cognac e chicchi di cacao appena macinati. È il profumo dei capelli di una donna [...], il profumo di albicocche maturate al sole, di brioches calde e di paste alla cannella, di té al limone e di mughetto. È un incenso sparso nel vento che si stende morbido come il drappo di una rivolta, [...] un'essenza composta da mille spezie, che fa intronare la testa e librare lo spirito".

11 maggio 2013

L'inconfondibile tristezza della torta al limone

Se oggi, entrando in libreria ci capita di sentirci come se stessimo camminando tra gli scaffali di un negozio di alimentari o nella cucina di un ristorante, tante sono le proposte "gastronomiche" offerte dalle copertine delle più recenti pubblicazioni, è anche vero che molti di quei titoli fanno riferimento all'esperienza culinaria solo come esca per i lettori, e non perché la storia narrata abbia veramente a che fare con i tanto amati profumi, sapori, gusti, caffè, cannella, vaniglia, etc. Il libro che ho letto nelle ultime settimane, invece, si occupa del cibo in modo totalizzante, e in virtù di una dimensione sensoriale che sta a metà tra la realtà e la fiaba. L'inconfondibile tristezza della torta al limone, opera di Aimee Bender (ed. Minimum Fax) è il racconto in prima persona di una giovane donna che riporta sulla carta i propri tormentosi pensieri di bambina, e che narra della propria qualità (quasi magica) di saper individuare con chiarezza i sentimenti delle persone che hanno preparato i cibi che lei sta mangiando. Questo spunto "soprannaturale" è in realtà un finissimo accompagnamento verso la trattazione della crisi di una normale famiglia americana, in cui un padre apparentemente sereno e una madre sull'orlo della depressione si ritrovano nell'incapacità di prendersi cura di due figli del tutto eccezionali: da una parte Rose, la voce narrante, che in virtù della del suo strano talento tutto comprende (anche troppo, per la sua età) e nulla può dire; dall'altra Joseph, uno studente dall'intelligenza straordinaria e dal difficile adattamento, che alla resa dei conti non si dimostra abbastanza bravo da poter accedere al sogno di un'università prestigiosa. Il rapporto tra Rose e Joseph è raccontato con una delicatezza e una profondità narrativa molto rare da trovare nelle recenti uscite editoriali: la vastità del dolore che sottende l'incontro fra le loro solitudini è trattata con un pudore che tocca le corde del cuore. Tra sogno e verità, tra ciò che è comune e ciò che è "diverso", il racconto si dipana fluidamente, come una di quelle carezze impercettibili che, anche se non sai nemmeno il perché, ti gonfia gli occhi di commozione.

26 febbraio 2012

Alla tavola di Virginia Woolf

Questa settimana ho letto Alla tavola di Virginia Woolf, un grazioso saggio di Elisabetta Chicco Vitzizzai. Si tratta di una raccolta di brani tratti dai romanzi di Woolf accomunati da un'insolita caratteristica: quella dei riferimenti al cibo; al termine di ogni citazione compare poi la ricetta che ci aiuta a riprodurre a casa nostra le piacevolezze alimentari della scrittrice. Virginia amava cucinare: spesso scambiava ricette con la sorella Vanessa (come testimoniano alcune lettere), e nei suoi straordinari racconti i cammei di particolari alimenti o di precise pietanze paiono piccole tessere di mosaico senza le quali un'immagine non sarebbe perfetta. Virginia stessa afferma: "Una gita perfettamente riuscita deve comprendere secondo me una visita alle bancherelle dei libri, dei bonbon, pranzare da Mutton, l'orchestra sul lungomare, [...] il tè da Booth, i panini del forno di Cowley." E a proposito del vino scrive: "Sollevo il calice dal gambo sottile, sorseggio. [...] Nel bere non posso fare a meno di trasalire: eccoli, i profumi, la luce, il caldo, tutti distillati in questo liquido giallo, infocato. [...] E' l'estasi, la liberazione."
La cucina, esplorata soprattutto nella sua anima muliebre, è intesa in questo libro come tentativo di porre ordine nel caos universale: a questo proposito viene riportato un brano dal commovente Gita al faro (To the Lighthouse) che recita: "Le due donne, curvandosi e rialzandosi, sospirando o cantando, ora sprimacciavano ai piani di sopra, ora sbattevano giù nelle cantine, [e] sembrò aver luogo un nascimento rugginoso e travaglioso, accompagnato da cigolio di cardini, da stridore di chiavistelli, da tonfi e sbattimenti d'affissi imporriti."
Il tavolo da scrittura di Virginia a Monk's House
E' bellissimo come il sacro rito del mangiare si sposi con tutte le altre occupazioni della vita quotidiana, e in particolare con il lavoro del letterato; nello stesso romanzo si legge: "Ed ecco il fragoroso clangore del gong annunziare solennemente, autorevolmente, che le persone disperse nelle soffitte, nelle camere, nei piccoli rifugi particolari, a leggere, a scrivere, a dar l'ultimo tocco alla pettinatura, ad agganciarsi il vestito, dovevano lasciar lì, posare gli strumenti di bellezza sui lavabi e sulle pettiniere, posare i romanzi sui comodini, interrompere gl'intimi diari e radunarsi a mensa." 
Questo piccolo saggio si innesta bene in quell'ideale assai diffuso - che molti rifiutano ma che io, assetata anche emotivamente di letteratura, non posso che condividere - per cui la vita personale degli autori (e per quanto mi riguarda, soprattutto delle autrici) effonde un fascino irresistibile. Un breve e ben composto passo all'inizio del libro esprime molto bene questa realtà, e lo fa in una forma di descrizione degli oggetti che li riempie di umanità, ovvero ne indaga la potenzialità vitale e sentimentale che essi inevitabilmente assumono per gli esseri umani. Descrivendo la stanza tutta per sé di Virginia Woolf, l'autrice parla de "la poltrona su cui si rannicchiava per scrivere, ormai sfondata, il tavolo pieno di cianfrusaglie, di carte, di buste strappate, di pezzi di spago, di vecchi bocchini per le sigarette che si faceva da sé, di pennini spuntati, di fiammiferi usati e nuovi, di grosse bottiglie di inchiostro." Ed è la stessa Woolf a confermare quanto i singoli oggetti, le minime cose, siano i responsabili della costruzione dell'identità di un luogo, e allo stesso tempo dei suoi abitanti: "La stanza era piena di mobili. Di fronte ad esse stava una mensola sui cui ripiani erano disposte delle porcellane azzurre; il sole della sera d'aprile gettava chiazze luminose sui vetri del mobile" (da: Gli anni, The years). 
E se anche voi, come me, siete affascinati dall'idea che una casa racchiuda in sé i sussurri che le grandi narratrici hanno tramutato in parole immortali, non perdetevi La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani, pubblicato da Neri Pozza nel 2002. 


19 febbraio 2012

Gli ingredienti segreti dell'amore

Ancora rintanata sotto le coperte, con la sola abat-jour accesa mentre fuori la domenica si sveglia nella nebbia, ho appena chiuso Gli ingredienti segreti dell'amore di Nicolas Barreau. Ho finito questa deliziosa storia proprio poco fa, prima di accendere il computer per scrivere questo post con accanto la mia tazza di latte fumante e indosso la mia calda vestaglia color fragola. Ci sono libri di cui è meglio parlare subito, quando si è ancora intrisi della loro delicata bellezza, prima che i pensieri quotidiani o i commenti degli altri infrangano l'incantesimo e li rivelino per quello che sono: storie facili, di certo più fortunate di moltre altre. Nicolas Barreau è stato fortunato: è un autore franco-tedesco della mia stessa età, laureato in lingue e letterature romanze alla Sorbonne, che con alle spalle un passato da libraio sulla Rive Gauche ha scritto due romanzi divenuti famosi grazie al passaparola (pubblicati in tedesco: Die Frau meines Lebens e Du findest mich am Ende der Welt) ed è poi approdato ad un maggiore successo con questa piccola perla, uscita in Italia per Feltrinelli (il titolo originale è Das Lächeln der Frauen, Il sorriso delle donne). Praticamente Barreau è l'incarnazione del sogno della mia vita - anche se io mi accontenterei anche solo di lavorare in una libreria a Parigi! 
Parigi, Notre-Dame. Foto di Mara Barbuni (2010)
In questo romanzo Parigi è come lo struggente canto di un violino che accompagna lo svolgersi di un semplice intreccio; ne è quasi la voce narrante, perché il libro non sarebbe probabilmente così bello se non fosse ambientato lì. La mesta e disperata camminata della protagonista all'inizio ci dà subito un assaggio di tanto fascino: "Pochi minuti dopo passeggiavo nei giardini delle Tuileries, una piccola figura triste che attraversa lentamente il parco deserto sotto un ombrello a pois, prosegue verso il Louvre, al tramonto percorre la Rive Droite, supera l'Île de la Cité e Notre-Dame e si lascia alle spalle le luci della città che cominciano ad accendersi, finché si ferma sul piccolo pont Louis-Philippe che conduce all'Île Saint-Louis. Il cielo di un blu cupo si stendeva sopra Parigi come una stola di velluto."
Questa piccola opera di letteratura è come una scatola cinese: racconta infatti di un libro che ha salvato l'anima della giovane Aurèlie, depressa per la fine della sua storia d'amore, ma è esso stesso un libro che consola, perché contiene tutti quegli ingredienti che un romanzo dovrebbe avere per rendere una lettura tenera, dolce, bella. Alcuni lettori hanno lamentato il fatto che una casa editrice così responsabile e sobria come Feltrinelli abbia scelto di pubblicare una storia tanto pacifica e - non c'è che dire - commerciale, ma la scrittura è di alto livello, e pur imbastendo vicende da commedia hollywoodiana (dei tempi d'oro), Gli ingredienti segreti dell'amore non ha niente a che fare con la narrativa "rosa", e anzi, può diventare anche un libro indimenticabile. Chi l'ha detto che la scrittura, per essere degna d'attenzione, debba essere per forza perturbante, dolorosa, allucinante, difficile? Forse qualche critico invidioso del successo altrui, o un vecchio professore chiuso in una città senza luce e senza paesaggio....
D'altronde, la commistione tra libri e cucina che caratterizza questa storia è una miscela irresistibile: un editor, un'avvenente cuoca dagli occhi verdi e uno scrittore misterioso sullo sfondo evocano il giusto connubio di cultura e di gusto... insomma di tutto ciò che di meglio la vita ha da offrirci. 

18 febbraio 2011

E a proposito di caffè...

Sto leggendo Il cimitero di Praga di Umberto Eco. Molto raffinato, molto intenso nella sua manifestazione dell'odio (tanto che a volte diventa davvero inquietante), il romanzo si sofferma spesso a raccontare, ad evocare, cibi e bevande che rappresentano di volta in volta i vizi e le virtù del popolo italiano di fine Ottocento. Il narratore abita a Torino, e così descrive uno dei suoi appuntamenti preferiti: "[...] mi recavo al Caffè al Bicerin, vicino alla Consolata, a prendere quel bicchiere con protezione e manico di metallo, odoroso di latte, cacao, caffè e altri aromi. Non sapevo ancora che del bicerin avrebbe scritto persino Alexandre Dumas, uno dei miei eroi [...], ma nel corso di non più di due o tre scorribande in quel luogo magico avevo appreso tutto su quel nettare, che derivava dalla bavareisa anche se, mentre nella bavareisa latte caffè e cioccolata sono mescolati, nel bicerin restano separati in tre strati (tenuti caldi) [...].

15 febbraio 2011

Ci vuole solo un istante

Il fumo, a volute sottili, s’inerpica lungo la carta da parati, che è qui e là intatta, qui e là tormentata da troppi anni di riscaldamento artificiale. L’inverno quest’anno è arrivato presto, e anche se è solo la fine d’ottobre il termosifone è già rovente, e appanna i vetri carichi di gocce di pioggia. La casa è vuota, nella penombra della sera che avanza da lontano: dalla porta del bagno, che hanno lasciata aperta, si espande il suono bolso di una lavatrice. Ovunque è quiete e grigiore.
E poi, d’un tratto, si spalanca nell’ingresso un fascio di vita, e due gambe ben tornite, calzate di azzurro cielo, entrano in scena: incespicano sull’orlo del tappeto, recuperano con un saltello, si incrociano, resistono, frenano a piedi uniti. Frana sul pavimento una cascata di buste giallognole, che ridanciane sparpagliano per ogni dove i loro tesori: le gambe del sedano altero, le frivole carote, il radicchio dal cipiglio arcigno, le cipolle allegre, due fiacche melanzane, e il capocomico: il peperone giallo. Le gambe azzurre sono impazienti: si piegano sulle ginocchia e lasciano il primo piano a due mani grandi, bianche, incise da ramoscelli di vene di lillà. Ci vuole solo un istante perché tutto sia raccattato e traslocato sopra il tavolo. Parte una canzone: la radio si schiarisce la voce e un fluido di note libere riempie lo spazio della casa, che ora è fulgida di colori, densa di vapore umano, distratta dalle sue inquietudini e dal tossire asmatico della vecchia lavatrice.
La cucina è l’incanto di una strega: troneggia la pentola panciuta sopra il timido fuoco, e borbottano le sue acque perigliose: una padella scarlatta sfrigola pettegola, ammiccando al pesciolino d’argento che con l’occhio sbarrato dal terrore aspetta nel lavandino l’ora della sua terribile fine. Si destano le verdure dalla loro quiete apparente, si guardano intorno, trasecolano alla vista del coltellaccio, e tutto darebbero per sfuggire al bagliore della sua lama; ma Gambe Azzurre non dà tregua: ci vuole solo un istante, e le protagoniste sono già scomparse, trafitte, sfumate in un fiume di colori a pezzettini, come un arlecchino stracco, rassegnato a sfociare nel gran mare salato della pentola bollente.
Ci vuole solo un istante: e la cena è servita.

14 febbraio 2011

Libri da mangiare

Oggi voglio deviare il mio percorso dai luoghi della lettura ai suoi sapori. Mangiando un piccolo ma intenso tartufo al cioccolato e nocciole (regalo di San Valentino) mi sono venuti in mente quei libri che si dedicano all'esplorazione del gusto e che fanno delle loro storie il naturale contorno alla rappresentazione delle delizie del palato. Uno di questi, breve, talvolta ridondante, ma infine molto goloso, è Estasi culinarie di Muriel Barbery. Cito un passo che ho letto proprio stamattina, una specie di apologia del pomodoro: "Il pomodoro crudo, divorato appena colto in giardino, è la cornucopia delle sensazioni semplici, una cascata che sciama in bocca riunendo ogni piacere." Barbery è naturalmente l'autrice di L'eleganza del riccio, nel quale compare invece un elegantissimo encomio del tè: "Scende il silenzio, fuori si ode il vento che soffia, le foglie autunnali stormiscono e volano via, il gatto dorme in una calda luce. E, ad ogni sorso, il tempo si sublima." Ritornando al cioccolato, la prima lettura a cui penso è Chocolat di Joanne Harris, ma è giusto citare anche La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl. La pregnante armonia del vino e il suo ancestrale rituale di produzione sono il soggetto di Blackberry vine (Vino, patate e mele rosse) di Joanne Harris, Un'ottima annata di Peter Mayle, e L'irresistibile eredità di Wilberforce di Paul Torday. Di altre varietà di cibo raccontano La scuola degli ingredienti segreti di Erica Bauermeister, Il gusto proibito dello zenzero di Jamie Ford, Julie & Julia di Julie Powell, Afrodita di Isabel Allende, Cinque quarti d'arancia, ancora di Joanne Harris. Da non dimenticare, anche se non è un romanzo, le Misticanze del professor Beccaria, e da non trascurare anche quei passi veloci, ma ricchissimi di sapore, che condiscono i grandi romanzi della letteratura. Penso ad Anna Karenina, o, con ancora maggiore e dolce nostalgia, alla magnifica colazione di Natale all'apertura di Piccole donne.