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17 luglio 2019

Un'insalata di libri

Questo post è dedicato a libri che ho letto e che sono in attesa di essere letti, con il favore delle ferie appena cominciate e che ho intenzione di trascorrere in osservanza della ricetta: 1) lettura (ovviamente); 2) passeggiate in montagna; 3) incontri letterari; 4) un viaggio in Normandia; 5) pianificazione del programma per le mie future classi, nel nuovo liceo dove andrò a lavorare all’inizio di settembre. 
Comincio da Elizabeth Gaskell. Saggi su una scrittrice vittoriana controcorrente (2019), una raccolta edita da Croce, a cura di Francesco Marroni, nella quale si possono leggere importanti argomentazioni di grandi studiosi gaskelliani, italiani e non italiani, e un mio contributo concentrato sulla funzione anche psicologica degli oggetti nel romanzo dell’autrice inglese al quale sono più affezionata (e non solo per averlo tradotto): Mogli e figlie
Due libri della foto qui accanto sono stati acquistati nel corso dei miei viaggi primaverili: il celeberrimo Brideshead Revisited di Evelyn Waugh, comprato alla libreria Desperate Literature di Madrid lo scorso aprile; e Images and Shadows, trovato in gita scolastica in una libreria di Firenze. Per saperne di più sull’autrice di quest’ultimo libro, Iris Origo, vi consiglio https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/06/30/morta-iris-origo.html. La vita di Iris fu la concretizzazione dell’intenso legame che per decenni ha tenuto avvinte la cultura inglese e quella italiana, soprattutto toscana, e i suoi lavori autobiografici ci restituiscono un’immagine vividissima delle nostre campagne oppresse dalla guerra e dall’occupazione. Origo fu anche biografa di Giacomo Leopardi: quest’opera è stata ripubblicata in italiano di recente da Castelvecchi Editore. 
Il quarto libro che appare nella foto è Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza), che è stato presentato proprio in questi giorni alla rassegna “Una montagna di libri” di Cortina d’Ampezzo. L’incontro con l’autore è stato interessantissimo, e così intrigante da farmi prendere a prestito in biblioteca Trieste, di Claudio Magris e Augusto Ara (Einaudi), per poter intraprendere una lettura comparativa alla ricerca degli infiniti significati di questa città tanto vicina geograficamente e tanto pregna di storia e di storie, di conflitti e di confini. 
A proposito di “Una montagna di libri”, che quest’anno festeggia il decennale con una serie di appuntamenti a ingresso libero davvero eccezionali, segnalo che il programma completo si può consultare qui: http://www.unamontagnadilibri.it/il-programma.html; finora ho potuto ascoltare Richard Powers nella presentazione del suo Il sussurro del mondo e Alessandro Piperno in una lezione su Philip Roth, mentre sabato prossimo sarà la volta del Premio Strega 2019 Antonio Scurati. 
Le mie due ultimissime letture, infine, sono state L’interprete di Annette Hess (Neri Pozza) e La banda dei brocchi di Jonathan Coe (Feltrinelli). Sono entrambi libri che meritano di passare per i nostri scaffali, perché ricchi di fatti narrativi che si intrecciano alla storia del Novecento. Nel primo caso, una giovane interprete tedesca che vive a Francoforte negli anni sessanta è incaricata di seguire il processo ai criminali nazisti ed è così costretta a fare i conti con il passato spaventoso del suo paese (e non solo). Nel libro di Coe, le vicende a metà tra l’ironia e il dramma di un gruppo di compagni di scuola di Birmingham ci mostra la faccia scura dell’Inghilterra degli anni settanta, tra gli scioperi degli operai, la rivoluzione musicale e gli attentati dell’IRA.

4 ottobre 2018

The Victorian and the Romantic

Parecchio tempo fa, girovagando su Twitter, sono venuta a conoscenza di un libro in preparazione: un romanzo della giovane ricercatrice Nell Stevens dal titolo Mrs Gaskell and Me. L’ho aspettato per mesi, e finalmente un paio di settimane fa il libro è arrivato nella cassetta della posta: ho scelto, semplicemente per la bellezza della copertina e per la rilegatura, l’edizione americana, che porta il titolo The Victorian and the Romantic, e ho iniziato immediatamente la lettura, lasciando persino da parte un altro paio di libri che tenevo sul comodino. 
The Victorian and the Romantic è una storia che viaggia su due binari, destinati tuttavia a incrociarsi: il resoconto di un periodo piuttosto rilevante della vita dell’autrice e il racconto della vacanza romana di Elizabeth Gaskell, e della tempesta di sentimenti che quel viaggio (molto presumibilmente) suscitò dentro di lei. A Roma Gaskell incontrò Charles Eliot Norton, il giovane critico d’arte e traduttore americano con il quale scambiò in seguito lettere piene di affetto, di profonde riflessioni e di luminosi ricordi, e leggendo quegli stralci di epistolario non è poi così improbabile pensare che la scrittrice nutrisse per lui qualcosa di più intenso di una semplice amicizia. 
I capitoli “autobiografici”, che narrano la vicenda personale e la storia d’amore di Nell, sono freschi, lievi e piuttosto divertenti: il ritratto dell’esperienza del dottorato di ricerca è perfettamente corrispondente al vero!, come quando leggiamo di come si svolgono le riunioni tra dottorandi (durante le quali spuntano immancabilmente le considerazioni di quei colleghi che pensano che il proprio percorso di ricerca sia l’unico valido, le cui premesse dovrebbero essere applicate agli studi di tutti gli altri) o quando Nell sostiene (e questa sensazione l’abbiamo provata tutti): “I feel as though I know even less than when I started” (p. 46). 
Di tutt’altro tono e intensità i capitoli dedicati a Elizabeth Gaskell, con la quale Nell si rammarica (esattamente come me) di non poter avere uno scambio epistolare: «I felt – still feel – a pang, something like lovesickness, when I think that Mrs Gaskell and I can’t write to each other. We would write such good letters, I think. We would have so much to say» (p. 48). In queste pagine il linguaggio si fa più dolce, a tratti quasi antico, come ad evocare la scrittura gaskelliana: di grande effetto l’episodio della processione di Carnevale, che Gaskell riporta in Delitto di una notte buia e di cui abbiamo una testimonianza anche in una lettera della figlia Meta (cfr. il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell).
Il ritratto che Nell ci offre della sua “amica” Elizabeth è traboccante d’affetto; e io, che per alcune opere ho “prestato” ad Elizabeth la voce italiana e che sento con lei un legame fortissimo che trascende i confini del tempo, sono stata felice di percepire i miei stessi pensieri stampati sulla carta: «I had never encountered a writer who could fill a page so entirely with herself. Mrs Gaskell is […] brimming with love for the people around her. […] It oozes from those letters, that love: it reached me as soon as I began reading them» (p. 48). Sì, è proprio questa la sensazione che le lettere di Elizabeth Gaskell hanno suscitato in me: la percezione di una vitalità travolgente e di uno sconfinato amore per gli amici. Tra i tanti celebri incontri di Elizabeth Gaskell, gli espatriati anglo-americani di Roma godono di un’attenzione particolare in questo libro e uno dei capitoli finali è dedicato proprio a loro. La conclusione del romanzo è pregna di commozione: uno scrigno di delicatezza, di coscienza del tempo che passa, e infine della consolazione dell’immortalità dell’arte e dell’amicizia.

25 aprile 2018

Elizabeth Gaskell a Roma

Se nell’ultimo post, dedicato a Daisy Miller, ho parlato di Roma attraverso gli occhi di Henry James, in questa giornata di festa voglio tornare nella città eterna per raccontare le esperienze personali e letterarie di un’altra viaggiatrice illustre, Elizabeth Gaskell. L’autrice di Mogli e figlie e Nord e Sud desiderò per tutta la vita vedere l’Italia e lavorò alacremente per potersi permettere il tanto ambito viaggio: finalmente, il 23 febbraio 1857, dopo un tragitto lungo e accidentato, giunse in città insieme alle figlie maggiori, Marianne e Meta, e con loro fu ospite di William Wetmore Story e la moglie per una lunghissima e corroborante vacanza. 
The Angel of Grief è la statua in marmo scolpita da
William Wetmore Story per la tomba della moglie
Emelyn, al Cimitero Acattolico di Roma (anche
William fu poi sepolto sotto le sue ali)
William Wetmore Story era un appassionato d’arte e dopo essersi innamorato di Roma in occasione dei suoi primi soggiorni, aveva deciso di trasferirvisi stabilmente, diventando «il protagonista di spicco di un circolo cosmopolita i cui rituali – tutt’altro che immobili ma anzi in continua trasformazione – egli stesso avrebbe contribuito a codificare perfettamente anche grazie ai felici rapporti con l’ambiente culturale e aristocratico romano» (B. Bini, L’esilio dorato di William Wetmore Story). Nel corso degli anni, William ed Emelyn furono il punto di riferimento a Roma per una miriade di espatriati e viaggiatori anglo-americani: tra loro Thackeray, Robert Browning, il generale Grant e i primi ministri inglesi, Charles Sumner, Leigh Hunt, Henry James (che ne avrebbe scritto la biografia) e la nostra Mrs. Gaskell, che soggiornò nella casa dei coniugi in via Sant’Isidoro.
Di questo luogo Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (482): «Via Sant’Isidoro, con la luce ambrata del sole che scendeva dai tetti romani grigio-dorati, i colli Sabini da una parte e il Vaticano dall’altra…». In Delitto di una notte buia leggiamo il solo episodio italiano di tutta la narrativa gaskelliana: un episodio autobiografico (riportato anche in una lettera della figlia Meta risalente al 1910), che ricorda proprio il martedì grasso di quel 1857, quando Elizabeth poté godere dello spettacolo della processione carnevalesca affacciata al balcone degli Story.
Scrive Gaskell: «Così venne marzo; la Quaresima cadeva tardi quell’anno. Grosssi mazzi di violette e di camelie venivano venduti all’angolo di via Condotti e i festaioli non avevano alcuna difficoltà a procurarsi fiori ancor più rari per le belle del Corso. […] Mrs. Forbes aveva preso in affitto un balcone privato, come si addiceva a una rispettabile e danarosa gentildonna inglese. Le ragazze avevano un grosso cesto pieno di mazzolini di fiori da gettare agli amici nella folla di sotto; numerosi moccoletti erano impilati sul tavolo alle loro spalle, perché era l’ultimo giorno di Carnevale e, non appena fosse sceso il crepuscolo, si sarebbero accese le candele, che tutti avrebbero tentato in ogni modo e altrettanto velocemente di spegnere» (Croce 2017, trad. it. di M. Barbuni, p. 213). 
Nel corso della sua vacanza romana, Elizabeth poté incontrare nuovamente e stringere una forte amicizia con Charles Eliot Norton, un giovane critico d’arte americano che soggiornava a Piazza di Spagna e che accompagnò lei e le sue figlie a visitare tutte le meraviglie della città: il Colosseo, Villa Borghese, San Pietro… Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (375) di qualche anno dopo: «Fu in quegli incantati giorni romani che la mia vita giunse al suo culmine». 
Il viaggio di Elizabeth a Roma e in Italia è oggetto del capitolo “Incanto italiano” del mio libro Sui passi di Elizabeth Gaskell (Jo March 2016) e a quanto pare sarà anche il tema, romanzato, di un’opera di narrativa che uscirà la prossima estate, a firma della scrittrice e studiosa inglese Nell Stevens: il libro si intitolerà Mrs. Gaskell and Me (negli Stati Uniti, invece, The Victorian and the Romantic) e presumibilmente si occuperà anche del forte e affettuoso legame tra Elizabeth e Charles Eliot Norton – che fu, tra le altre cose, traduttore della Divina Commedia. Un insieme di intrecci davvero suggestivo, che non possiamo fare a meno di attendere con trepidazione!

20 settembre 2017

Elizabeth Gaskell e George Eliot secondo Sara Grosoli

La scorsa primavera ho intervistato la studiosa Sara Grosoli, che ha tradotto per l'Iguana Editrice alcune lettere inedite di Charlotte Brontë (la nostra conversazione si può leggere qui).
Oggi incontriamo di nuovo Sara, che ci ha gentilmente regalato un suo interessantissimo articolo a proposito della ricerca scientifica e sanitaria nei romanzi di Elizabeth Gaskell e George Eliot. Buona lettura!

MENTE E CUORE: LA RICERCA SCIENTIFICO-SANITARIA 
NEI ROMANZI DI ELIZABETH GASKELL E GEORGE ELIOT 
di Sara Grosoli
                                                                   
È impossibile negare l’importanza che il progresso tecnico-industriale e lo sviluppo delle conoscenze scientifiche ebbero in epoca vittoriana. Gli avanzamenti tecnologici comportarono un significativo miglioramento delle condizioni di vita per la classe medio-alta della popolazione. Con le loro menti percettive scrittrici quali Gaskell e Eliot non potevano ignorare questo fondamentale aspetto della società in cui vivevano e ad esso riservarono spazio all’interno dei loro romanzi. 

Negli eccelsi affreschi sociali offerti da Wives and Daughters e da Middlemarch il tema della ricerca scientifica e della pratica clinica rappresenta un filo rosso che collega l’itinerario creativo di due scrittrici che nella vita non ebbero contatti significativi. Le atmosfere rurali delle prime opere pubblicate da Eliot suggerirono ad alcuni lettori la possibilità che dietro lo pseudonimo maschile si nascondesse Elizabeth Gaskell: lo stesso Dickens nel 1859 ipotizzò che la paternità di Adam Bede, la seconda prova narrativa di Eliot, fosse da attribuire in realtà a Gaskell. Non abbiamo elementi certi per affermare che vi sia stata un’influenza diretta di Gaskell, più anziana di nove anni, su Eliot, ma entrambe condividevano lo stesso milieu culturale*: Wives and Daughters venne serializzato su Cornhill Magazine tra il 1864 e il 1866, mentre sul medesimo periodico George Eliot aveva pubblicato a puntate tra il 1862 e il 1863 il romanzo Romola. G.H. Lewes, il compagno di George Eliot, aveva lavorato nello stesso periodo come consulente direttivo per la Cornhill

In entrambi i romanzi che prenderemo in considerazione ci troviamo a contemplare il volto arcaico della medicina: ritrovati e pratiche che a noi sembrano comuni all’epoca non erano ancora stati concepiti, e non esisteva il servizio di assistenza sanitaria garantito a ogni cittadino. Chi non poteva permettersi di pagare le parcelle del medico doveva affidarsi alla benevolenza di corporazioni assistenzialistiche private: una scena centrale di Wives and Daughters si svolge durante il ballo annuale che le tre cittadine del circondario organizzano per raccogliere fondi a favore dell’ospedale della contea. In precedenza era stato citato l’annuale ballo di beneficienza che la regina Charlotte organizzava a vantaggio di un ospedale per i poveri da lei fatto costruire: tale evento era diventato per la classe aristocratica il centro della season londinese. In Middlemarch è il ricco Bulstrode, il filantropo dall’oscuro passato, a finanziare la costruzione di un ospedale. 

In Wives and Daughters il Dottor Gibson, padre della protagonista, è un medico di campagna, ma si dimostra più perspicace di altri medici di fama: la sua diagnosi riguardo alla natura della malattia di Lady Cumnor si rivela esatta in contrasto con il parere di alcuni rinomati specialisti che esercitano a Londra. Egli è onesto, attivo, talmente franco da risultare talvolta brusco; è cortese, ma mai servile, nei confronti dei propri aristocratici pazienti e cura con lo stesso scrupolo anche i contadini più poveri. Affronta epidemie di febbre tifoidea e scarlattina [1] ed è animato da un profondo spirito di curiosità che gli fa condividere le notizie delle scoperte scientifiche più recenti con i rari uomini di cultura che abitano nelle vicinanze. Tuttavia egli lavora in base ad una concezione artigianale della medicina: come facevano gli artisti rinascimentali, tiene a bottega due giovani apprendisti e insegna loro a preparare manualmente le medicine destinate ai pazienti (lo stesso accade in My Lady Ludlow, altro romanzo di Elizabeth Gaskell, dove le giovani pupille della ricca signora vengono addestrate a confezionare pillole e tonici benefici per i poveri del luogo). I limiti della scienza medica coeva vengono evidenziati dall’impotenza del Dottor Gibson di fronte alla malattia della gentile Mrs Hamley: l’unica cura adottabile è di natura palliativa e l’ammalata si spegne in un dolce torpore provocato dalla somministrazione di oppiacei. 

Nonostante la scienza della psicologia fosse all’epoca solo agli albori, tra i protagonisti del romanzo c’è consapevolezza della natura psicosomatica di alcuni mali e della generale influenza della psiche sul decorso delle malattie fisiche: la tensione nervosa subita da Osborne nel nascondere al padre il proprio matrimonio con una donna di estrazione sociale inferiore acuisce la pericolosità della malattia congenita di cui soffre il ragazzo e a ciò molti attribuiscono la rapidità della sua fine; viene definita “febbre nervosa” l’indisposizione che colpisce Molly dopo le traversie legate allo scandalo sentimentale in cui è stata involontariamente coinvolta e dopo gli sforzi patiti per aiutare la famiglia Hamley nei giorni seguenti alla morte di Osborne; la giovane vedova di Osborne, alla notizia della morte inaspettata del marito, cade in uno stato di catalessi e rifiuta di essere alimentata. In quest’ultimo caso il dottor Gibson capisce che l’unico modo per scuoterla dal torpore è farle sentire il pianto del suo bambino: i tanti anni di pratica medica hanno fatto del dottore un buono psicologo e gli hanno mostrato la forza dell’istinto materno. 

Elizabeth Gaskell
Il dinamismo della ricerca scientifica nell’era vittoriana è rappresentato nel romanzo dal personaggio di Roger Hamley, l’innamorato di Molly Gibson. Egli si occupa di scienze naturali: il comportamento delle api e l’anatomia comparata [2] sono solo alcuni dei suoi interessi. Fa ricerca sul campo osservando la flora e la fauna che popolano la tenuta paterna e prelevandone campioni da analizzare con attenzione. Il personaggio è modellato sulla figura del celebre naturalista vittoriano Charles Darwin. Ricordiamo che Elizabeth Gaskell era legata da una lontana parentela alla famiglia Darwin e condivideva con essa la fede unitariana. Il romanzo, ambientato tra il 1827 e il 1830, illustra l’arretratezza del sistema universitario contemporaneo: all’università di Cambridge non si studiavano le scienze naturali (solo nel 1848 fu possibile farlo), così Roger si laurea in scienze matematiche. 

Nella società provinciale dove risiedono i protagonisti si forma un piccolo circolo interclassista di amanti delle scienze, i cui membri sono soliti scambiarsi i periodici scientifici più aggiornati: il timido Lord Hollingford, non potendo condividere il suo interesse per la ricerca con gli aristocratici suoi pari, è felice di procurare a Roger e al Dottor Gibson un articolo pubblicato su una rivista straniera che parla di osteologia comparata [3]. In seguito Roger pubblica una relazione per confutare le teorie di un celebre fisiologo francese e, nonostante la giovane età, si attira il plauso degli esperti. 

Sempre grazie all’interessamento di Lord Hollingford, Roger ottiene un incarico prestigioso e molto ben retribuito alla guida di una spedizione scientifica in terra africana [4]. Il viaggio è stato finanziato dal lascito testamentario di un ricco erudito che desiderava raccogliere reperti naturalistici in vista della fondazione di un museo che portasse il suo nome. Le lettere spedite da Roger nel corso del suo viaggio vengono lette da Lord Hollingford durante la riunione annuale della Geographical Society e fanno guadagnare al giovane naturalista le lodi degli esperti. Durante la sua missione Roger si ammala di febbre tropicale, ma si cura da solo con la provvista di chinino che aveva portato con sé dall’Inghilterra. 

Prendendo in considerazione la carriera di Roger possiamo osservare il mutamento sociale proprio dell’età vittoriana. In genere il secondogenito di una famiglia aristocratica, non potendo contare sul patrimonio paterno, sceglieva la carriera nelle forze armate (pensiamo a Rawdon Crawley in Vanity Fair di Thackeray) o la professione ecclesiastica (Edmund Bertram in Mansfield Park di Jane Austen). Grazie alle sue doti intellettuali, Roger, invece, conquista una posizione nella collettività che lo emancipa dai tradizionali meccanismi sociali in vigore presso l’aristocrazia terriera: il suo nome diviene noto non in virtù dell’appartenenza a una nobile stirpe, ma per le scoperte scientifiche da lui fatte sul campo. 

In Middlemarch di George Eliot l’elemento della ricerca e della pratica medica confluiscono in un unico personaggio: Lydgate, medico generico e ricercatore di istologia. Lydgate considera la propria professione la migliore in assoluto perché riunisce in sé la possibilità di ottimizzare la vita dell’umanità e l’opportunità di esercitare al massimo livello le facoltà intellettuali di chi ama la scienza. L’amore per il proprio mestiere è ciò che a Lydgate invidia l’amico Farebrother: questi, una delle figure più amabili e simpatiche del romanzo, è un appassionato di entomologia che ha dovuto scegliere la carriera ecclesiastica per sbarcare il lunario. 

Appena il giovane medico giunge a Middlemarch, le prime informazioni che circolano sul suo conto riguardano le sue origini altolocate: lo zio è un baronetto e gli ha procurato una lettera di presentazione per Mr Brooke, un possidente locale che esercita anche le funzioni di magistrato. Il denaro della famiglia ha consentito a Lydgate di frequentare prestigiosi corsi di medicina a Parigi, Londra ed Edimburgo. La menzione di Parigi ha un particolare significato: ci viene detto che Lydgate compie ricerche sul tessuto primordiale che dovrebbe essere alla base della formazione dei vari organi del corpo umano e, infatti, nella capitale francese gli studi di patologia anatomica erano d’altissimo livello perché, a differenza di quel che avveniva in Inghilterra, non c’erano pregiudizi contro la necessità di utilizzare reperti autoptici. Nella mente del popolo inglese, invece, era ancora viva l’eco della storia di Burke e Hare, giustiziati nel 1829 per aver strangolato un gran numero di individui allo scopo di rivendere i loro cadaveri a medici interessati a fare autopsie per lo studio anatomico. Questo caso di cronaca nera portò a coniare il neologismo inglese to burke, che significa appunto “soffocare”. Inoltre l’ostessa di Middlemarch osserva che: «un medico avrebbe dovuto sapere cosa avevi prima che tu morissi, e non frugarti dentro quando eri già morto». 

Quando il medico neofita si insedia nel suo nuovo luogo di residenza, la sua passione per le nuove metodologie terapeutiche incontra la diffidenza iniziale della popolazione locale, che è divisa tra chi sostiene le “cure corroboranti” (somministrazione di bevande alcoliche e di chinino) e quelli che si fidano solo del “metodo debilitante” (uso di salassi e applicazione di vescicanti). 

George Eliot
Lydgate, in realtà, vorrebbe sfruttare gli istinti filantropici dei magnati di Middlemarch per trasformare la vecchia infermeria in un ospedale attrezzato per curare le malattie infettive, un centro da cui un domani potrebbe nascere una scuola di medicina che consenta ai migliori ingegni provinciali di studiare senza per forza dover emigrare nella capitale del regno. Purtroppo egli è distolto dai suoi razionali progetti di miglioramento sociale dalle avvilenti dispute riguardanti la nomina del cappellano ospedaliero: per avere il sostegno finanziario del banchiere metodista il dottore deve votare contro la nomina dell’amico Farebrother, imparando quanto sia difficile conservare la propria indipendenza in una piccola cittadina di provincia dove gli interessi di tutti sono correlati. 

In aggiunta a questo, al giovane medico capita più volte di dover correggere le diagnosi errate fatte dai suoi colleghi più anziani e ciò gli attira le loro antipatie. Contro le meschine rivalità professionali incontrate a Middlemarch, Lydgate trae conforto dall’esempio di Vesalio, il quale fu ingiuriato e diffamato per aver smentito le teorie di Galeno su cui si fondavano le conoscenze mediche del Rinascimento. 

Nell’intento di dare verosimiglianza ai discorsi tra Lydgate ed i suoi colleghi George Eliot consultò ripetutamente il Lancet, la famosa rivista medica di orientamento progressista. Per tracciare la traiettoria della ricerca scientifica compiuta da Lydgate, George Eliot si ispirò a figure reali come François Bichat, chirurgo francese fondatore dell’istologia generale, e Pierre C. Louis, autore di un celebre trattato sulla febbre tifoidea. 

Proprio quando i preparativi fatti da Lydgate per arginare un’epidemia di colera in arrivo da Londra sono stati ultimati, il medico viene implicato nella rovina sociale di Bulstrode. Su di lui si diffondono infamanti dicerie: secondo i nemici del banchiere Lydgate lo avrebbe aiutato ad accelerare la dipartita di un ricattatore a conoscenza della sordida fonte delle sue ricchezze. Tutto ciò, unito ai debiti contratti per mantenere nel lusso la pretenziosa giovane moglie, lo costringe ad allontanarsi da Middlemarch. Forzato dalle necessità familiari ad assumere un incarico poco gratificante presso una stazione termale frequentata da ricchi “malati immaginari”, Lydgate muore a soli cinquant’anni con la sensazione di aver sprecato le proprie risorse intellettuali. 

Un altro elemento di correlazione tra i due romanzi qui analizzati è l’analisi di casi clinici di pertinenza cardiologica. In Wives and Daughters la patologia di Osborne Hamley diventa tassello fondamentale per lo sviluppo dell’intreccio. In Middlemarch, invece, la malattia di Causabon non è un elemento di rottura: il lettore si aspetta che egli muoia prima della giovane moglie, data la grande disparità anagrafica, ma la disfunzione cardiaca del personaggio diventa simbolo della sua personalità inaridita ed anaffettiva. 

Osborne Hamley interpretato da Tom
Hollander nello sceneggiato
Wives and Daughters
Osborne è affetto da spossatezza fisica e difficoltà respiratorie. Avendone notato il passo rallentato, il Dottor Gibson lo scambia per un uomo di cinquant’anni. Gli sente il polso e, essendo affezionato al giovane, spera che il malessere sia d’origine psicologica. Per togliersi ogni dubbio, richiede il consulto di un collega. La diagnosi è infausta: si tratta di un aneurisma dell’aorta. Se è vero che nel 1817 il pioniere della chirurgia Sir Astley Cooper (1768-1841) - che fu presidente del Collegio dei chirurghi e chirurgo di re Giorgio IV e che nel romanzo è citato come ospite di Lord Cumnor ad una cena cui è presente lo stesso Dottor Gibson - eseguì la prima operazione di legatura dell’aorta, dobbiamo aspettare il 1951 per il primo intervento di completa sostituzione di un’aorta danneggiata, ed anche allora il tasso di mortalità si aggirava intorno al 30%. 

In Middlemarch il cuore di Mr Casaubon, un uomo isterilito dall’ambizione intellettuale e incapace di provare passioni, dà segno di sé solo quando si ammala. Lydgate lo ausculta con lo stetoscopio, uno strumento nuovo per l’epoca dato che fu inventato nel 1817. E fu proprio l’inventore dello stetoscopio, Renè Laënnec, a diagnosticare per primo con esattezza la patologia di cui soffre Mr Casaubon: l’ipertrofia cardiaca. La malattia ha una prognosi incerta: come Lydgate spiega alla moglie del paziente, se verranno rispettate alcune precauzioni, ci potrebbe essere una sopravvivenza di quindici anni, ma è pure possibile che la morte sopraggiunga presto ed all’improvviso. 

Ma il cuore può essere anche metaforicamente malato. Come dice, dall’alto della sua esperienza, il Dottor Gibson: «Give me a wise man of science in love! No one beats him in folly!» [5]. Sia Lydgate che Roger Hamley si innamorano di donne d’appariscente bellezza, ma egoiste e vanitose. Mentre Lydgate deve ridimensionare le proprie ambizioni scientifiche a causa della infelice scelta matrimoniale commessa, Roger si salva trovando il vero amore in una donna sensibile e generosa come Molly Gibson. Se è vero che per alcuni Middlemarch è il romanzo del fallimento esistenziale, indubbiamente Wives and Daughters offre uno sguardo di maggiore positività. 

L’amore per la tradizione storica e letteraria non precluse ad autrici di eccezionale sensibilità ed intelligenza come Gaskell e Eliot la possibilità di comprendere l’evoluzione della società inglese indagandone anche i volti non immediatamente riconoscibili. Entrambe colsero l’occasione di vivere in un’età di straordinarie trasformazioni e ne fecero materiale narrativo per le loro opere.


NOTE:
[1] L’unico figlio maschio di Elizabeth Gaskell morì per le conseguenze di questa malattia all’età di un anno appena.
[2] L’anatomia comparata è una branca della scienza sviluppata da Lamarck, Cuvier e Saint-Hilaire. Le dispute tra gli esperti vertevano sulla natura delle specie animali, sulla loro fissità o sulla loro evoluzione. Lo studio dell’anatomia comparata condusse Charles Darwin all’elaborazione della sua teoria sull’evoluzione delle specie.
[3] L’osteologia comparata è lo studio della genesi e della disposizione strutturale dell’apparato osseo.
[4] Charles Darwin salpò per un’esplorazione sovvenzionata dal governo a bordo dell’HMS Beagle. La missione scientifica durò dal dicembre del 1831 all’ottobre del 1836.
[5] «Datemi uno scienziato innamorato! Non lo batte nessuno in quanto ad assurdità» (E. Gaskell, Mogli e figlie, trad. it. di Mara Barbuni, Jo March 2015, p. 675).

* Elizabeth Gaskell e George Eliot si scambiarono anche delle lettere: si veda The Letters of Elizabeth Gaskell, in particolare le lettere 431 e 449 (nota di Ipsa Legit). 

26 maggio 2017

Lady Ludlow - di Elizabeth Gaskell

È uscita di recente la prima traduzione italiana di My Lady Ludlow, romanzo breve di Elizabeth Gaskell apparso in origine a puntate sulla rivista dickensiana Household Words nel 1858 e poi, con qualche aggiunta, nel primo volume di Round the Sofa (1859). Quest’ultima è una raccolta di narrazioni inserite in una “cornice” in cui tutti i personaggi intrattengono gli altri con una storia. La prima di loro è l’anziana Mrs. Dawson, voce narrante di My Lady Ludlow: gli altri racconteranno (nel secondo volume della collezione) An Accursed Race, The Doom of the Griffiths, Half a Life-time Ago, The Poor Clare e The Half-Brothers
Con il titolo Lady Ludlow l’opera è stata tradotta in italiano da Manuela Centazzo per le edizioni Vita Activa, in un volume che contiene un’introduzione di Marisa Sestito. È un libro molto bello, che sprigiona il gusto del raccontare, anche sovrapponendo un intreccio all’altro, seguendo una struttura a scatole cinesi. Il tema principale sembra essere l’osservazione del delicatissimo equilibrio tra le tradizioni antiche e la spinta del progresso: l’aristocratica Lady Ludlow è una donna orgogliosa e fedele ai principi del passato, fino al punto di mostrarsi intransigente e ingiusta, ma grazie alla sua intelligenza pratica e a una certa innata bontà non esita ad accorrere in aiuto del prossimo e a occuparsi concretamente dell’amministrazione della propria tenuta. Se la sentiamo affermare: «“Ho sempre detto che un buon dispotismo è la migliore forma di governo”», e assistiamo ai suoi innumerevoli tentativi di opporsi alla democratizzazione dell’istruzione, è anche vero che Lady Ludlow «non era mai in ozio»; che «per lei, l’onore era una seconda natura»; e che entra quasi in empatia con il figlio del bracconiere Gregson. Insomma, Elizabeth Gaskell ci induce a volere un gran bene alla sua protagonista e ad emozionarci a cospetto del suo vano e quasi tragico sforzo di resistere al cambiamento. Cionondimeno, questa storia è impreziosita da una deliziosa ironia, che si concentra in particolare nel personaggio di Miss Galindo, una zitella piena di energie che si autodefinisce “Santippe” e che in passato ha nutrito ambizioni letterarie, pensando di poter diventare una scrittrice grazie agli insegnamenti offerti nientemeno che dal padre di Frances Burney. 
Francesca Annis in Cranford (BBC)
Tra i vari ingredienti che rendono la scrittura di questo romanzo affascinante, dolce come una fragranza appartenente a un’età passata, ci sono le descrizioni della quieta vita quotidiana condotta da Lady Ludlow e dalle ragazze che ospita a Hanbury Court. Il catalogo dei talenti di Mrs. Medlicott nel ricamo e nel cucito o la lista dei dolci che le ragazze preparano in occasione delle festività, o le precise e incrollabili opinioni di Lady Ludlow sulla qualità dei profumi (tra cui predilige la lavanda, condannando invece la rosa come volgare), ci riconducono indietro nel tempo, in un piccolo universo tutto femminile, le cui forme Elizabeth Gaskell ha ripetutamente e mirabilmente esplorato – prima di tutto in Cranford. Molto commovente è l’episodio che ha per protagonista il cassetto dello scrittoio di Lady Ludlow: qui sono contenuti stralci dei ricordi di una vita, come i pezzettini di marmo raccolti dalla giovane signora a Roma, durante il suo Grand Tour, brandelli di vecchie lettere, un frustino da equitazione rotto, medaglioni, braccialetti con miniature incastonate e ciocche di capelli «alle quali milady guardava con grande tristezza». Tutti questi oggetti ci parlano della solitudine e dei rimpianti della protagonista del racconto, che il lettore impara a conoscere in profondità nonostante «milady esprime[sse] raramente i propri sentimenti» (su Lady Ludlow e il valore della domesticità si veda anche il saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, flower-ed 2016).
Lady Ludlow è una lettura davvero gradevole per chi ama la letteratura gaskelliana, perché invita alla tranquillità e all’apprezzamento dei dettagli del vivere domestico, sullo sfondo di una società in fase di mutamento. Lo sceneggiato Cranford, trasmesso per la prima volta da BBC, in cinque parti, nel 2007, ospita anche bellissimi episodi tratti da quest’opera: Lady Ludlow è interpretata da Francesca Annis, la stessa attrice che nel 1999 vestì i panni di Mrs. Gibson nella miniserie (ancora BBC) Wives and Daughters.
Un fotogramma dalla miniserie Cranford con sullo sfondo,
Hanbury Court (West Wycombe Park, Buckinghamshire)


SCHEDA DEL LIBRO
Autore: Elizabeth Gaskell
Titolo: Lady Ludlow
Traduzione di Manuela Centazzo
Introduzione di Marisa Sestito
Casa Editrice: Vita Activa (Trieste)
Anno di pubblicazione: 2016

15 maggio 2017

Un nuovo libro di Elizabeth Gaskell: "Delitto di una notte buia"

Copertina della prima edizione
italiana (Edizioni Croce.
Prossima pubblicazione)
A Dark Night’s Work appartiene all’ultimo periodo della produzione gaskelliana (fu pubblicato nel 1863, due anni prima della sua morte) e alle fasi estreme della sua collaborazione con Charles Dickens. Questo romanzo breve fu pubblicato a puntate nel periodico All the Year Round e l’intervento del direttore – Dickens, appunto – si ravvisa immediatamente nel titolo stesso dell’opera: a lui si deve infatti l’aggiunta dell’aggettivo “dark” (buia), una scelta sicuramente efficace dal punto di vista dell’attrazione di pubblico, ma che Elizabeth Gaskell avversò e alla quale dovette cedere suo malgrado. L’edizione Croce del romanzo che vi presento oggi in anteprima (e che sarà disponibile presumibilmente il mese prossimo) ne è la prima edizione italiana in assoluto: la traduzione è mia, mentre Introduzione e note sono di Francesco Marroni, vicepresidente della Gaskell Society. Questo lavoro di “versione” mi ha dato tanti motivi di soddisfazione e ringrazio gli amici delle Edizioni Croce che mi hanno aiutata e sostenuta in questo percorso, non sempre facile. Nonostante le inevitabili difficoltà, tradurre in italiano la bellissima lingua di Elizabeth Gaskell è sempre un grande piacere e anche in questa occasione, come nelle mie esperienze gaskelliane precedenti, il lavoro ha riservato degli istanti davvero intensi. 
Delitto di una notte buia è una storia profonda e “viva”, caratterizzata da forti chiaroscuri e dalla sottile esplorazione della psicologia e della natura umana. Contrariamente ad altre opere di Gaskell, direi che i veri protagonisti di questo romanzo sono gli uomini; mentre Ellinor è una ragazza (e poi una donna) molto contemplativa  che tutto osserva e quasi si comporta come una coscienza collettiva – suo padre e gli altri uomini della sua vita sembrano balzare fuori dalle pagine per la loro energia e per la loro identità perfettamente delineata. Attraverso questi personaggi maschili Gaskell mette in scena una incredibile rappresentazione delle migliori qualità e insieme delle più penose mancanze dell’essere umano, offrendocene un ritratto universale: l’affetto, l’ambizione, la lealtà, l’orgoglio, la passione, la depressione, l’amore, la collera. 
Il padre di Ellinor, Edward Wilkins, la figura principale della prima parte del romanzo, è un uomo colto, affascinante, dagli orizzonti intellettuali amplissimi, che però a un certo momento della sua vita, a causa della strenua resistenza del sistema sociale di separazione in classi, precipita in un abisso di insoddisfazione e di disperazione. Suo contraltare diretto è il fidanzato di Ellinor, Ralph, che, mentre Wilkins inesorabilmente decade, compie la propria ascesa sociale e professionale, in nome di una personalità di grande forza, eppure stupendamente imperfetta, che fa di lui un personaggio indimenticabile. Chiude il cerchio il canonico Livingstone, leale e appassionato, protagonista di un passo del romanzo che, mentre lo traducevo, mi ha quasi commossa. 
Hawley C. White, Rome from the Dome of St. Peter's (1902)
Questo episodio è la sola scena di ambientazione italiana dell’intera produzione di Elizabeth Gaskell. I personaggi si trovano a Roma e assistono, da un balcone, alla sfilata del Martedì Grasso: l’incontro tra Mr. Livingstone e Ellinor ricalca un episodio della biografia della scrittrice che determinò l’inizio della sua lunga e fortissima amicizia con il critico d’arte americano Charles Eliot Norton. Una lettera della figlia di Elizabeth, Meta, ci riporta il ricordo di quel momento, e l’immagine che ci tramanda è così simile al brano di Delitto di una notte buia da riempire il lettore di emozione.
Le memorie del viaggio a Roma restarono per sempre nel cuore di Elizabeth Gaskell: nelle sue lettere scrisse che quei giorni furono il momento supremo della sua vita, e le fugaci immagini che ci regala, delle passeggiate per le strade della città, di Piazza di Spagna, delle visite alle gallerie d’arte o ai resti archeologici guidate da Norton, o di lei intenta a raccogliere fiori nel parco di Villa Doria, non può che confermare la bellezza incancellabile di quella esperienza. 

4 aprile 2017

Racconti di Elizabeth Gaskell

Immagine della miniatura di Elizabeth Gaskell
(1832?) tratta dal sito della Rylands Collection
A breve la casa editrice Croce porterà in libreria Racconti, una raccolta di dieci esempi della narrativa breve di Elizabeth Gaskell (a cura e con Introduzione di Anna Enrichetta Soccio). I titoli sono: Casa Clopton (Clopton Hall), L’eroe del sagrestano (The Sexton's Hero), Casa Morton (Morton Hall), Lo zio Peter (Uncle Peter), Tempeste e raggi di sole natalizi (Christmas Storms and Sunshine), Le vicissitudini domestiche di Bessy (Bessy's Troubles at Home), Il cuore di John Middleton (The Heart of John Middleton), Storia di un proprietario terriero (The Squire's Story), Le tre ere di Libby Marsh (Libby Marsh's Three Eras), Visita a Eton (A Visit to Eton).
Questi racconti rivelano lo straordinario talento di Elizabeth Gaskell per lo storytelling, la sua capacità di entrare fra le pieghe della psiche e dentro gli strati dei rapporti interpersonali, talvolta arrivando al punto di assottigliare, quasi a farlo scomparire, il confine tra la realtà e la fiction. Clopton Hall, ad esempio, è più un articolo che un racconto (fu pubblicato in Visits to Remarkable Places a cura di William Howitt, 1840), basato su un ricordo di giovinezza e sugli echi di leggende incastonate nel passato remoto. L'eroe del sagrestano Le tre ere di Libby Marsh, che furono pubblicati su Howitt Journal nel 1847 (il periodo è ancora antecedente alla pubblicazione del primo romanzo di Gaskell), già dimostrano una caratteristica verso cui la scrittrice dimostrerà interesse in tutta la sua carriera: l'esplorazione del rapporto tra i personaggi e l'ambiente in cui vivono. Le vicissitudini domestiche di Bessy si dedica ancora una volta all'osservazione delle condizioni di vita della classe lavoratrice, laddove il tema delle passioni violente, della vendetta, del peccato e del bisogno di redenzione è centrale in Il cuore di John Middleton. Ancora a proposito di fusione tra realtà e finzione si parla in Storia di un proprietario terriero, che come Clopton Hall sprigiona forti atmosfere di mistero e di terrore, mentre Morton Hall mescola il racconto con il commento sociale, e la storia con la leggenda (il tutto reso interessantissimo dalla tecnica della narrazione a molteplici voci). 
Dedico una nota a parte a Lo zio Peter, che sono stata tanto contenta di poter tradurre. Questo è sempre stato uno dei miei racconti gaskelliani preferiti, non solo per il conforto del lieto fine, ma anche per la finezza nella trattazione dei diversi piani del Tempo e lo studio dei sentimenti, spesso difficili e contraddittori, che investono la sfera familiare. L'amore coniugale tra il Capitano e sua moglie è raccontato con toni commoventi, mentre l'eroe eponimo, lo zio Peter, è uno dei tanti formidabili personaggi maschili di Elizabeth Gaskell, tutto preso com'è dai suoi conflitti, dai suoi pregiudizi, dalla paura della solitudine. Lo zio Peter, pubblicato nel 1853, è davvero un racconto bellissimo: così ricco da poter essere definito una specie di romanzo in miniatura, sotto certi aspetti anticipa l'intensità, e insieme la delicata ironia, dello studio delle dinamiche familiari che raggiungerà la perfezione in Mogli e figlie.