14 gennaio 2020

Piccole donne, il film

Ieri sera sono stata al cinema a vedere Piccole donne, il capolavoro di Greta Gerwig. È difficile trovare il modo giusto per descriverne la qualità e l’immensa bellezza: forse l’unica strategia per riportare questa esperienza (ed è davvero stata un’esperienza) è ricorrere a una sequenza colpevolmente disordinata di momenti emotivi, di immagini, di attimi senza fiato. 
Il film è un intreccio costante tra i due grandi capitoli del romanzo: quello della fanciullezza (per noi Piccole donne) e quello della maturità (Piccole donne crescono). Tutta l’intensità della storia si gioca lì, su quel limite sottilissimo e strapieno di vita, quella linea impercettibile eppure severa, che segna il passaggio da un’epoca all’altra, da un’età all’altra. C’è grande sapienza, da parte della regista, nel tenere sempre in perfetto equilibrio i due piani narrativi; anzi, direi che c’è perfezione. C’è una scena – non è neanche una scena, è quasi un frammento, in verità – in cui l’abbandono dell’infanzia si mostra in tutta la sua potenza, quasi sacra: è un ricordo fugace di Jo, che da adulta ricorda un istante con Laurie. Un istante apparentemente insignificante, in cui lei gli ruba il cappello in un gesto d’affetto: ma è un momento di essere così travolgente da farci commuovere. 
Le quattro ragazze March sono quanto di meglio si sia mai visto. Meg è deliziosa. Beth non è (finalmente) costantemente sull’orlo del baratro, ma ci regala una dose di inedita vitalità che ci fa rimpiangere ancora di più la sua sorte. Amy è esattamente quello che io ho sempre visto in lei, a dispetto della lunga tradizione di condanne e opinioni denigratorie di milioni di lettori – Greta Gerwig dà finalmente a questo personaggio un volto che forse neanche Alcott era riuscita a conferire chiaramente, e che toccava al lettore intuire: in questo film Amy è limpida, radiosa, schietta, piena di passione, moderna, vivida, presente nel mondo e nella sua vita. 
E poi c’è Jo. Leggendo il libro si è portati naturalmente ad amare Jo. È come se non si potesse farne a meno, si viene trascinati verso questo affetto letterario, ma talvolta è come se non lo si sentisse per davvero. Il film, invece, ci mostra prepotente il motivo di tanto trasporto. Saoirse Ronan (l’attrice candidata all’Oscar per questo ruolo) entra del tutto in Jo, e ce la restituisce nuova, intelligente, padrona di sé, irrefrenabile. E l’effetto è a dir poco meraviglioso. 
La grandezza di questo film sta proprio nel dare una seconda vita alla storia. Il vittorianesimo americano dell’età di Alcott (ma anche di Thoreau, di Emerson, e dei pittori paesaggisti della Hudson River School) si libera di tutti i suoi oscuri stereotipi e al contrario splende di energia: ragazze che ridono, corrono, gridano, giocano sulla spiaggia, giovani uomini con i gli abiti e i capelli raffazzonati, feste da ballo in cui si alza un po’ il gomito, tentazioni a cui è difficile resistere, la paura esistenziale del fallimento che si trasforma in una posa di freddezza e in una finta, sofferente, negligenza. L’attore che interpreta Laurie (Timothée Chalamet, perfetto per attirare a questa storia le spettatrici più giovani) dimostra giusto il talento necessario per impersonare questo carattere, in bilico tra Ottocento ed età moderna. 
La rappresentazione che Gerwig fa della storia, e soprattutto il suo bellissimo finale (che non posso certo rivelare), ricamato sulla scena magistrale della rilegatura del romanzo di Jo, appartiene tutto al ventunesimo secolo, eppure, e proprio in virtù della sua perfetta aderenza alla contemporaneità, conserva la funzione vittoriana della trasmissione di un messaggio forte, di un insegnamento. In questo caso, il messaggio è la libertà delle donne: quella di Amy, quella di Jo, quella di Gerwig – e la nostra. 
I ragazzi e le ragazze di oggi dovrebbero proprio vederlo, questo film, perché è inequivocabilmente fatto per loro. Noi “grandi”, tuttavia, non ne siamo esclusi: il nostro destino è di commuoverci a cospetto della tenerezza della rivisitazione degli episodi centrali del libro, di stupirci di fronte alla sopraffina tecnica cinematografica, di incantarci per una fotografia di livello inestimabile, di apprezzare le minuzie della sceneggiatura e la qualità eccelsa della scenografia – la perfezione degli interni, la bellezza travolgente degli esterni. 
Le mie aspettative su quest’opera erano altissime. Non c’è stato un solo minuto, nelle due ore e un quarto del film, in cui siano state tradite.

5 gennaio 2020

Louisa e le piccole donne

Buon anno, cari lettori! Il 2020 di Ipsa Legit si apre con una riflessione su un libro squisitamente stagionale: Piccole donne, che in queste settimane è ritornato ad apparire nelle prime file delle librerie grazie all’uscita del nuovo omonimo film che ne è stato tratto, diretto da Greta Gerwig (il trailer si può vedere qui). 
Piccole donne e Piccole donne crescono, i due libri italiani in cui si è diviso l’unico volume originale di Little Women, ci hanno accompagnato per tutta la vita: io li lessi per la prima volta da bambina, poi li ripresi da adolescente e adesso, da adulta, ritorno talvolta a rileggerne qualche breve brano, per ritrovare nel testo la conferma a certi ricordi improvvisi o la gratificazione di quel gusto per la narrativa che non mi abbandona mai. Oggi, sui miei scaffali, Little Women è uno dei libri di cui vado più orgogliosa, perché è un’edizione del 1913 con una bellissima copertina in decori Art Deco che ho scovato in una libreria di seconda mano sull’isola di Wight. Come una storia nella storia. 
La mia attuale rilettura del libro, in attesa di vedere il film, è accompagnata da un’importante opera appena pubblicata, che ci offre un punto di vista attentissimo e decisamente affascinante sulla mente che ha ideato questo romanzo immortale. Si tratta di Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton (a cura di Daniela Daniele), che solo pochi mesi fa è uscita nella sua prima edizione italiana grazie a Jo March – una casa editrice che ci ha abituato alle belle sorprese ma che ciononostante continua a stupirci per l’accuratezza e la passionalità delle sue scelte letterarie. Il libro appartiene alla collana “Christopher Columbus” e riporta la stessa straordinaria bellezza grafica dei volumi precedenti. 
Nella biografia di Martha Sexton troviamo rappresentazioni della vita di Louisa piene di suggestioni, soprattutto quando si concentrano sull’atto della scrittura: “A maggio, Luisa fece ritorno a casa per cominciare a scrivere Piccole donne. Lavorò alla sua piccola scrivania, grande appena da poter infilarci le ginocchia, sotto la finestra della sua camera. Scrisse per giornate intere, senza mai correggere o ripensare una sola parola”; “Lavorava assiduamente al suo scrittoio, completando ogni giorno un capitolo nuovo, vergato con una scrittura nitida e inclinata verso sinistra, che imprimeva con decisione sulla pagina, impugnando con forza il pennino d’acciaio”. Anche la casa di Concord attira lo sguardo del lettore, assorbendo e lasciandosi assorbire, come sempre accade, dalla personalità della scrittrice che le abita: “La stanza d’angolo di Louisa era quadrata, ariosa, e piena di luce con finestre sui lati. […] La piccola scrivania di Louisa era posta sotto le finestre anteriori, dalle quali entrava una morbida luce primaverile, filtrata attraverso gli alberi”. 
Foto dello scrittoio di Louisa May Alcott, di Annie Leibovitz,
tratta dal suo libro Pilgrimage
Penso che questa luminosità filtrata, accompagnata dai profumi delle foglie e del vento, ma sempre in bilico sulla penombra, sia l’atmosfera predominante di Little Women. L’aspetto più interessante della biografia pubblicata da Jo March è proprio la rivelazione di questo confine sfuocato nei pensieri di Louisa, di questo conflitto nascosto e sempre sull’orlo della deflagrazione, dell’impossibilità di sfuggire al lato oscuro delle storie. 
Piccole donne è un romanzo per ragazzi perché alla prima lettura si mostra per ciò che ne incoraggiò la scrittura: la volontà di tracciare una netta barriera tra il bene e il male e di rappresentare lo sforzo epico delle giovani donne March, e di Jo in particolare, per passare dalla parte giusta del muro. Le sorelle ricevono per Natale una copia di The Progress of the Pilgrims di John Bunyan (Il viaggio del pellegrino) affinché questo indichi loro la strada verso il Bene; lavorano sodo per realizzarsi; due si sposano abbastanza presto, dopo aver affrontato i naturali ostacoli della vita amorosa, che le portano a migliorarsi interiormente. Solo Jo, alter ego letterario dell’autrice, fatica a rientrare negli schemi imposti da suo padre (e dal padre di Louisa) e dalla sua filosofia. Le sofferenze di Jo sono reali, tormentose: il senso di colpa, da cui a tratti lei sembra lasciarsi voluttuosamente travolgere, ispira tante – troppe – delle sue decisioni, e le delusioni che la sua autrice dissemina lungo il suo cammino sono amare, astiose, per niente educative e difficili da rimarginare. Tanta inquietudine, questo spesso velo di insoddisfazione, non sono più il tema di un romanzo per ragazzi, ma il soggetto di un’analisi di grande forza emotiva che la biografia di Sexton ci aiuta ad approfondire e a comprendere. 
La seconda parte di Little Women (quella che in italiano è stata chiamata Piccole donne crescono) è quella che maggiormente ci lascia intuire tale contrasto. Le ragazze sono più grandi: Meg è sposata, Amy supera i confini della casa paterna, con tutte le sue voci e le loro istruzioni di vita, e se ne va in Europa a costruirsi un futuro; solo Jo sembra sempre sul punto di realizzarsi, ma non ci riesce mai. La sua scrittura non è quella che dovrebbe essere, il raggio del suo allontanamento da casa arriva solo fino a New York e la sua parabola si chiude nella celebrazione della morale predicata dai suoi genitori, in una vecchia casa piena di memorie, con un marito che replica la figura patriarcale, un ruolo materno moltiplicato all’infinito, e la definitiva rinuncia all’arte. Ho trovato davvero rimarchevole la disamina delle ombre di Alcott nella nuova pubblicazione Jo March: i grandi racconti, in fondo, si evolvono dall’evoluzione di un conflitto, e tutta la straordinaria luce delle sorelle March non poteva che avere come controparte la storia di una scrittrice dai grandi dolori, come fu Louisa.

27 dicembre 2019

Grandi classici e un viaggio letterario

Il mio 2019 si chiude con tre splendidi libri, tutte nuove uscite che sono di grande conforto, nel periodo dell'anno in cui le classifiche letterarie lasciano spiccare volumetti privi di peso, l'ultima fatica del solito giornalista, gli esperimenti di scrittura dei social influencer e i manuali di cucina. 
Il primo di questi grandi libri è l'edizione Neri Pozza di Shakespeare for Every Day of the Year di Allie Esiri (titolo italiano: Un anno con Shakespeare, traduzione di Chiara Ujka), un bel volume corposo (17 x 24 cm) che ogni giorno dell'anno ci offre un brano del Bardo. Non si tratta, però, di una semplice collezione di quotes, perché ognuna di queste reca un cappello introduttivo ed esplicativo. Da non trascurare le illustrazioni che accompagnano la copertina di inizio mese, davvero suggestive. Le traduzioni italiane sono tratte dalle Opere complete di Garzanti. 
Il secondo libro è un regalo di Natale, che occhieggiavo già da diverso tempo attraverso la vetrina della mia libreria preferita in città. Si chiama Le case dei miei scrittori e incontra perfettamente la mia passione per l'argomento. Il volume, scritto da Eveline Bloch-Dano e pubblicato da AddEditore (traduzioni dal francese di Sara Prencipe e Michela Volante) è il resoconto di un viaggio in tanti capitoli che ci porta a conoscere le case, sparse per luoghi pieni di significato, di decine di scrittori straordinari. Per fare qualche esempio, seguendo l'ordine alfabetico dell'indice: Balzac, Beauvoir, Beckett, Benjamin, Blixen, Colette, Dickens, Dumas, Hemingway, James, Keats, Nietzsche, Proust, Sand, de Stael, Verne, Wharton, Yourcenar. Insomma, un eccellente diario di sogni, che, come l'almanacco shakespeariano, ci potrà accompagnare per tutto l'anno nuovo. 
Ultimo libro, un altro regalo apprezzatissimo: Jane Austen. La vita di Claire Tomalin, della Nuova Editrice Berti con traduzione di Cecilia Mutti e Cristina Colla. Il volume è bellissimo, con una copertina elegante, il carattere prezioso e il colore della carta riposante. La mia ultima biografia austeniana è stata quella di Lucy Worsley, di cui ho parlato qui; sono davvero molto curiosa di intraprendere ancora una volta questo cammino, per ritornare alla vita vera di Jane e riassaporarne le delicatezze e le armoniose minuzie, così splendidamente in accordo con la grandezza immortale della sua scrittura.

7 settembre 2019

Pronti, partenza ... settembre!

In questi ultimi giorni, finite le vacanze, ripresi gli impegni scolastici e (quasi) ultimato il trasloco in una nuova casa, le mie letture hanno seguito un ritmo abbastanza irregolare: giorni e giorni senza toccare un libro e poi una manciata di ore per cominciare un romanzo e arrivare fino all’ultima pagina. Anche la selezione è stata poco ordinata: ho scelto soprattutto titoli di intrattenimento, che non ho trovato (purtroppo) particolarmente memorabili. 
Per proseguire il percorso, incominciato negli ultimi mesi, dedicato ad Antonio Scurati, ho letto Il sopravvissuto (Bompiani): un libro scritto con straordinaria competenza stilistica e lessicale, intelligente nella scelta del movente, ma infine, mi è sembrato, troppo appesantito da considerazioni al limite del banale. La storia inizia in un giorno di orali di maturità (prova orale dell’esame di stato, dovrei dire): uno dei candidati entra nella palestra dov’è riunita la commissione e con una pistola colpisce a morte tutti gli insegnanti, tranne uno, il suo professore di storia e filosofia. Nelle pagine seguenti a questo scioccante esordio, il professore ripensa ai suoi incontri passati con lo studente e medita sulle ragioni del Male e di una scelta così estrema. Le riflessioni proposte dall’autore sono certo interessanti e profonde, ma mi hanno un po’ delusa alcune ingenuità della trama e soprattutto certi luoghi comuni legati al mondo della scuola – cose che abbiamo sentito troppe volte, che non rispondono neanche più di tanto al vero e che sarebbe meglio non riproporre con tanta insistenza. 
Altro libro, altra atmosfera piuttosto cupa, altra trama un pochino sfilacciata: il recentissimo La vita segreta degli scrittori (La Nave di Teseo), con cui ho conosciuto il celebre autore di noir francese Guillaume Musso (del quale non escludo di leggere in futuro anche qualcos’altro). Qui un aspirante scrittore decide di mettersi alla ricerca di un suo idolo letterario, che si è misteriosamente ritirato dalle scene e si totalmente isolato dal mondo, e intraprende così un pericoloso percorso di indagine relativo a un omicidio irrisolto e alle sue tragiche conseguenze. 
Anche il libro che ho appena chiuso è impregnato della macchia scura del Male, di una morte che si è tentato di occultare, di una mente labile soffocata dal rancore. È Il party di Elizabeth Day (Neri Pozza), pubblicato poche settimane fa, un libro molto interessante e ben scritto, ma tremendamente oscuro, quasi impedito nella catarsi finale. La storia è raccontata a due voci, quella di Martin – critico d’arte con una giovinezza tormentata e un’ossessione maniacale per l’amico Ben – e quella di Lucy, sua moglie. Il libro si legge tutto d’un fiato, sentendosi persino un po’ a disagio per tanta esternazione di repressione psichica e di infelicità. 
Curioso e godibile, benché leggermente inquietante per il suo riproporre atmosfere orwelliane in chiave paurosamente contemporanea, è stato Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi (Feltrinelli), nel quale si immagina (ma senza grandi sforzi di fantasia, bisogna ammetterlo) un’Italia in cui tutti coloro che credono nello studio e nella formazione culturale sono tacciati di essere nemici della patria, vengono additati, perseguitati e addirittura fatti fuori. Il tono generale del libro è leggero, ma il tema è avvilente e minaccioso; non ci si sente solo spaventati dall’affermazione di un potere che intende annichilire il prezioso valore della cultura, ma anche dall’inermità degli intellettuali, il cui ruolo in questa storia è tutt’altro che eroico, tutt’altro che decoroso. Il censimento dei radical chic è una lettura che consiglio, sia per la gradevolezza della scrittura, sia per le riflessioni che ci esorta a fare sul ruolo della cultura, degli intellettuali, della comunicazione, del potere e del nostro stesso linguaggio, sia per uno stile delicatamente “alto”, con citazioni variegate che è davvero un piacere saper riconoscere, e per il pregio anche ironico delle note a piè di pagina, che riportano le correzioni di un fantomatico Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana – il quale, alla fine della storia, ci riserva un colpo di scena tutto suo. 
Ultima lettura di questi giorni, Attraverso la Francia senza dimenticare il Belgio (Bompiani) di Roberto Giardina, un libro di viaggio (definito nel sottotitolo “una guida sentimentale”) che ci racconta svariati aneddoti sulle diverse regioni di Francia – dalla Provenza all’Alsazia, da Bordeaux alla Normandia, dai castelli della Loira a Parigi – accompagnati da bellissime illustrazioni in acquerello di Alessandra Scandella. È un resoconto fluido e gradevole, con interessanti inserti di Paolo Mazzoni che ricordano una vera e propria guida, e in qualità di oggetto-libro è davvero bello, soprattutto grazie agli inserti grafici. Il tutto è, però, un po’ meno “sentimentale” di quanto mi sarei aspettata: per Parigi, ad esempio, il risultato migliore resta ancora, per me, Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, di cui ho scritto qui.

12 agosto 2019

Trieste e il declino degli Asburgo

Le mie ultime letture hanno avuto un tema in comune, un argomento che mi affascina sin da quando studiavo letteratura in tedesco all’università: la Mitteleuropa e il tramonto dell’ideale asburgico. In questo blog ho scritto qualche tempo fa del magnifico romanzo di Ernst Lothar La melodia di Viennache racconta di un’era in cui Vienna era il centro di un mondo di lusso e di splendori, dell’età di Francesco Giuseppe e del sogno di un’Austria multietnica e transnazionale, e che si chiude sulla caduta dell’utopia. 
I tre libri che mi hanno accompagnata in quest’ultima settimana sono stati invece: Trieste. Un’identità di frontiera di Claudio Magris e Angelo Ara (Einaudi), Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza) e Hotel Sacher. L’ultima festa della vecchia Europa di Monika Czernin (EDT). I primi due si occupano di una città italiana che è stata avamposto dell’Impero asburgico fino a tempi relativamente recenti e che si è costruita, sviluppata, e che ha sofferto, sul pensiero della frontiera che mai abbandona chi ci è passato o vissuto e che spesso si è tramutato in scrittura. Come scrivono Magris e Ara, “la triestinità esiste nella letteratura, la sua unica vera patria, altrimenti non localizzabile in modo definito”. Il loro magnifico saggio racconta la città analizzando la rete sovranazionale di vicende storiche, letterarie, culturali e linguistiche, ed è un testo imperdibile per chi voglia tentare di afferrare una parte ancora troppo fluida della storia italiana; in particolare, l’amalgama triestino tra italiani e sloveni è un dato cruciale, che gli autori descrivono in tutta la sua complessità: “Alla fine del secolo è ormai ben chiaro il carattere, e insieme il destino e il dramma, della Trieste contemporanea, città reclamata da due popoli, lacerata tra contrastanti aspirazioni, inserita in uno stato con il quale ha solidi legami storici ed economici, ma dal quale è divisa da attriti nazionali e spirituali, dramma che sembra un concentrato delle nazioni europee”. Nel libro leggiamo di associazioni di lingua tedesca e slava, di irredentismo, di guerra, di Svevo, Saba, Slataper e Joyce, di guerre mondiali, di anime belle e di mercanti, di sole meridionale e di bora, di imperatori e di esuli, di trionfi e disperazione. 
Con un taglio e una forma diversa, ma occupandosi degli stessi temi, si esprime l’agile opera di Luigi Nacci, costruita in forma di apostrofe al lettore, al quale l’autore dà quasi affettuosamente del tu. Nacci, infatti, è una guida che accompagna i viandanti (il suo concetto di “viandanza” ricorre in molti dei suoi scritti) a scoprire il Carso – considerato, appunto, la Trieste selvatica. Il libro è davvero bello, perché è la voce di una lunga, e talvolta impervia, camminata attraverso i fatti storici, le diversità linguistiche, i confini politici, le frontiere spirituali e le realtà geografiche, botaniche e geologiche. Anche qui compaiono i grandi nomi di Trieste (Slataper, Svevo, Saba, Anita Pittoni), anche qui percorriamo la storia recente della città: l’intento però non è accademico/saggistico, bensì è quello di accompagnarci, in un’alternanza di dolcezza e ruvidezza, a prendere atto di una fase storica e geografica d’Italia quasi dimenticata. Tra i tanti passi che ho sottolineato riporto questo breve brano: “La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono. […] nessun meteorologo ti dirà, caro lettore, che la bora soffia dalle boccacce storpie delle streghe che vivono in fondo alle grotte carsiche, soprattutto nessuno ti dirà che la bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. […] possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento”. 
Hotel Sacher è un altro libro rilevante, perché unisce il tono della narrazione (a volte davvero intimo e toccante) a fatti realmente accaduti. Concentrandosi sulla figura di Anna Sacher, la moglie del titolare degli omonimi hotel e ristorante dove fu inventata la celebre torta al cioccolato e confettura di albicocche, questa storia riporta in vita tutto il mondo della scintillante élite della Vienna fin-de-siècle: dalla corte degli Asburgo al milieu della psicanalisi, dall’epidemia di suicidi altolocati al serpeggiante antisemitismo, dall’imprenditoria alla visione degli artisti della rivoluzione, come Klimt, Schiele, Mahler, Schnitzler, von Hoffmanstahl, Zweig e la fotografa dell’alta società Dora Kallmus. L’autrice, Monika Czernin, è la pronipote di un amico di Anna Sacher, mentre il suo avo Ottokar fu l’ultimo ministro degli esteri della monarchia asburgica: anche per questo, forse, le pagine di questo libro scorrono via intense e vitali: “Gli uomini, cilindro in testa, con i pomi dorati dei bastoni da passeggio che splendono al sole; le signore con ampi cappelli […] guanti raffinati, vestiti fruscianti che fasciano le loro figure ben tornite. Passeggiavano dalla Kärntnerstrasse al Ring, passando davanti all’Opera e godendosi gli ippocastani e i platani che gettavano ombra sulla Ringstrasse, finché, arrivati alla Schwarzenbergplatz, si salutavano e andavano a pranzo”. Un mondo splendido e fragile, rappresentato al culmine della sua parabola, prima del precipizio nella “madre di tutte le catastrofi”.

3 agosto 2019

Durante le vacanze

Sono appena tornata da un’esplorazione della Normandia, scrigno di meraviglie, dove ho scoperto angoli di bellezza che non sospettavo. La regione è una galleria di distese di spighe (che il giorno dopo sono già pittoreschi covoni), di prati, di alberi, di colline, di abbazie e castelli, di villaggi senza tempo, di spiagge d’oro (Plage d’or, si chiamava Omaha Beach prima dello sbarco del D-Day) e della superficie scintillante delle acque della Manica, con l’incanto delle sue celebri maree e il formicolio di vele bianche nei giorni della festa. La Normandia sembra una porzione d’Inghilterra oltre il Canale: allo stesso modo bella, multiforme e ricca di vedute. Non stupisce che la storia inglese che conosciamo sia partita da qui, mille anni fa. 
Summer in Normandy. Foto: IpsaLegit2019
Il viaggio è iniziato – ed è stato un sogno – a Giverny, nel cuore dell’impressionismo, nel luogo d’elezione di Claude Monet. Ho potuto visitare le stanze straripanti di colore, lo studio dalle enormi finestre e le tele appese alle pareti, inondato di luce, e soprattutto camminare nei giardini intorno alla casa, che definire tavolozza è riduttivo. I sentieri si snodano tra cespugli opulenti di fiori, tra alberi pieni di respiro, sotto archi carichi di rose, lungo il ruscello attraversato dal ponte giapponese e oltre lo stagno delle ninfee, vicino al quale si ha la sensazione di essere entrati direttamente dentro le tele immortali conservate al Musée de l’Orangerie a Parigi. Nei giorni seguenti le meraviglie si sono susseguite senza interruzione, tra il senso di rêverie della passeggiata in avvicinamento a Mont Saint Michel, la corsa in auto lungo le coste della penisola di Cotentin, i paesini sulla spiaggia frequentati da Flaubert e da Proust: Cabourg, Deauville, Trouville sur Mer. 
In Normandia le sere d’estate sono lunghe (il tramonto non cala prima delle 22) e lungo è anche il tempo per la lettura. I libri che mi hanno fatto compagnia, accanto alla finestra del sottotetto di un’antica casa francese, affacciata sull’erba e sul profilo lontano della cittadina di Avranches, sono stati M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani) e L’amore è cieco (Neri Pozza), il più recente romanzo di William Boyd. 
Il romanzo di Scurati, Premio Strega 2019, è il primo volume di una prevista trilogia (monumentale) sulla vita di Mussolini: qui si tratta il periodo tra il 1919, anno di fondazione dei fasci di combattimento, al 1925, con le conseguenze del delitto Matteotti. La scrittura è affascinante: pur assecondando il gusto del racconto, le pagine riportano parole e testimonianze del tempo, senza ricorrere alla fantasia o all’opinione personale dell’autore. M. Il figlio del secolo illustra le origini del catastrofico fenomeno storico che ha massacrato l’Italia nel Novecento: un trauma che non è stato mai elaborato e che anzi oggi sembra riproporsi pauroso, nel nome di una violenza verbale, gestuale, sociale che ogni giorno spinge sulla soglia delle nostre case e delle nostre scuole, tentando di prendere il sopravvento. 
L’amore è cieco è invece un romanzo nel senso pieno del termine e, come in Ogni cuore umano, Boyd qui ci presenta l’epica maschile di un personaggio che combatte da solo contro il mondo e contro il destino, spostandosi nel raggio di uno spazio molto ampio. Il protagonista, lo scozzese Brodie Moncur, è un giovane accordatore di pianoforti che, inseguendo le sfide del suo lavoro, lascia Edimburgo alla volta di Parigi, e poi San Pietroburgo, Trieste, e le altre destinazioni più evocative dell’ultimo Ottocento. Il motore della sua vita è la musica, ma anche l’amore quasi ossessivo per una mediocre cantante russa che detterà il ritmo della sua sorte. Anche se non mi ha colpita tanto quanto Ogni cuore umano o Inquietudine, L’amore è cieco resta davvero un bel libro, capace di rapire l’attenzione per ore: ideale, quindi, per questa stagione.

17 luglio 2019

Un'insalata di libri

Questo post è dedicato a libri che ho letto e che sono in attesa di essere letti, con il favore delle ferie appena cominciate e che ho intenzione di trascorrere in osservanza della ricetta: 1) lettura (ovviamente); 2) passeggiate in montagna; 3) incontri letterari; 4) un viaggio in Normandia; 5) pianificazione del programma per le mie future classi, nel nuovo liceo dove andrò a lavorare all’inizio di settembre. 
Comincio da Elizabeth Gaskell. Saggi su una scrittrice vittoriana controcorrente (2019), una raccolta edita da Croce, a cura di Francesco Marroni, nella quale si possono leggere importanti argomentazioni di grandi studiosi gaskelliani, italiani e non italiani, e un mio contributo concentrato sulla funzione anche psicologica degli oggetti nel romanzo dell’autrice inglese al quale sono più affezionata (e non solo per averlo tradotto): Mogli e figlie
Due libri della foto qui accanto sono stati acquistati nel corso dei miei viaggi primaverili: il celeberrimo Brideshead Revisited di Evelyn Waugh, comprato alla libreria Desperate Literature di Madrid lo scorso aprile; e Images and Shadows, trovato in gita scolastica in una libreria di Firenze. Per saperne di più sull’autrice di quest’ultimo libro, Iris Origo, vi consiglio https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/06/30/morta-iris-origo.html. La vita di Iris fu la concretizzazione dell’intenso legame che per decenni ha tenuto avvinte la cultura inglese e quella italiana, soprattutto toscana, e i suoi lavori autobiografici ci restituiscono un’immagine vividissima delle nostre campagne oppresse dalla guerra e dall’occupazione. Origo fu anche biografa di Giacomo Leopardi: quest’opera è stata ripubblicata in italiano di recente da Castelvecchi Editore. 
Il quarto libro che appare nella foto è Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza), che è stato presentato proprio in questi giorni alla rassegna “Una montagna di libri” di Cortina d’Ampezzo. L’incontro con l’autore è stato interessantissimo, e così intrigante da farmi prendere a prestito in biblioteca Trieste, di Claudio Magris e Augusto Ara (Einaudi), per poter intraprendere una lettura comparativa alla ricerca degli infiniti significati di questa città tanto vicina geograficamente e tanto pregna di storia e di storie, di conflitti e di confini. 
A proposito di “Una montagna di libri”, che quest’anno festeggia il decennale con una serie di appuntamenti a ingresso libero davvero eccezionali, segnalo che il programma completo si può consultare qui: http://www.unamontagnadilibri.it/il-programma.html; finora ho potuto ascoltare Richard Powers nella presentazione del suo Il sussurro del mondo e Alessandro Piperno in una lezione su Philip Roth, mentre sabato prossimo sarà la volta del Premio Strega 2019 Antonio Scurati. 
Le mie due ultimissime letture, infine, sono state L’interprete di Annette Hess (Neri Pozza) e La banda dei brocchi di Jonathan Coe (Feltrinelli). Sono entrambi libri che meritano di passare per i nostri scaffali, perché ricchi di fatti narrativi che si intrecciano alla storia del Novecento. Nel primo caso, una giovane interprete tedesca che vive a Francoforte negli anni sessanta è incaricata di seguire il processo ai criminali nazisti ed è così costretta a fare i conti con il passato spaventoso del suo paese (e non solo). Nel libro di Coe, le vicende a metà tra l’ironia e il dramma di un gruppo di compagni di scuola di Birmingham ci mostra la faccia scura dell’Inghilterra degli anni settanta, tra gli scioperi degli operai, la rivoluzione musicale e gli attentati dell’IRA.