2 giugno 2021

Quando inizia giugno

Quando inizia giugno, solitamente, un'insegnante si guarda alle spalle e inizia a raccogliere le tracce del percorso di un intero anno scolastico. Quest'anno, è chiaro, è stato diverso da tutti gli altri e dal punto di vista della scuola e degli studenti forse anche più faticoso di quello precedente, perché sin dalla primissima lezione settembrina abbiamo dovuto fare i conti con la paura, l'incertezza, le domeniche e i pomeriggi in fila ad aspettare il tampone, le notizie rimbalzanti sul vaccino, le ricorrenti crisi psicologiche dei ragazzi, l'infinita e talora inspiegabile sequela di incombenze burocratiche che sembrano tenere in piedi l'istituzione scolastica (ma non è così, e prima o poi dovremo smettere di pensarlo). Negli ultimi mesi, quindi, il tempo per la lettura è stato poco e sbocconcellato: in certe occasioni il peso fisico ed emotivo di un nuovo libro sembrava persino eccessivo, una volta conclusa l'ennesima giornata di preoccupazione e di svuotamento di ogni energia. 

Tuttavia, poiché la lettura resta e sarà sempre un veicolo di conforto e di rischiaramento dei momenti più cupi, ho impiegato i miei pensieri libreschi in attività che, pur lontane da questo blog, lo hanno ricordato e tenuto vivo nel confronto e nella condivisione con gli altri. Ho aperto insomma due gruppi di lettura, anche se a distanza: uno scolastico, per coinvolgere i ragazzi del mio liceo in conversazioni (online) che li aiutassero almeno un po' a superare il senso di solitudine, di isolamento e di non comprensione del mondo, e uno con voi lettori di Ipsa Legit, che in questo momento è in pausa ma riprenderà presto. 

Per il Club del Libro della scuola ho proposto cinque titoli, di cui abbiamo parlato in cinque appuntamenti mensili, da dicembre ad aprile: il primo è La società letteraria di Guernsey di Mary Ann Sheffer, che ci ha aiutati a capire come anche nelle fasi peggiori della vita e della Storia i libri e l'amicizia possano offrire un balsamo per le ferite e una luce di speranza. Ha seguito Londra di Virginia Woolf (edizione di saggi a cura di Mario Fortunato per Bompiani), con cui abbiamo potuto viaggiare un po' con la fantasia e capire che anche nelle piccole cose che circondano le nostre città sono racchiusi immensi mondi di bellezza. Abbiamo poi parlato del recente Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro, per confrontarci sul valore della protezione e della cura (sia dell'ambiente che del nostro patrimonio culturale), per poi inoltrarci in significative riflessioni sulla "democraticità" della cultura dopo aver letto La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé. Ho voluto concludere il percorso con un libro di pura e semplice, ancorché fortemente emotiva, narrativa: Una lontana follia di Kate Morton, che i ragazzi hanno letto in pochissimi giorni, incantati dallo spessore della trama e dalle evocative atmosfere di questa storia di guerra, di ricordi, d'amore e di rimpianto. 

Il Gruppo di Lettura di Ipsa Legit, invece, è attualmente arrivato al suo quarto appuntamento e anche se al momento si trova nella pausa estiva sto già pensando ai prossimi titoli da proporre. A chiunque volesse partecipare ai futuri incontri, sarà sufficiente scrivere un'email a ipsalegit@gmail.com per ricevere il link Skype delle riunioni online. Le nostre prime quattro conversazioni sono state di livello altissimo: le partecipanti, che ringrazio ancora, hanno offerto punti di vista profondi e suggestivi, brillanti e ironici, sulle storie che abbiamo letto, aprendo scorci di interpretazione anche imprevedibili. Si è riunito, del tutto casualmente (visto che Ipsa Legit è una realtà virtuale, niente più che un piccolo blog seguito da un numero piuttosto circoscritto di persone), un gruppo di lettori di straordinaria educazione, intelligente e sorridente, di età e di provenienze geografiche diverse ma tenuto insieme da una fortissima passione per la lettura. 

La lista dei libri di cui abbiamo discusso finora include Il carteggio Aspern di Henry James, che ha suscitato sensazioni miste di fascinazione e di straniamento, di sconfitta della letteratura, di caduta degli ideali, di perdita della dimensione del tempo ma anche del sogno evocato da Venezia, dalla scrittura jamesiana e dall'incanto della biografia dei grandi; Oggetti solidi, raccolta di racconti di Virginia Woolf a cura di Liliana Rampello (che ha partecipato alla conversazione, con nostra grande gioia), che ha stimolato diversissimi punti di vista e di attenzione, dal ruolo del matrimonio per le donne come Phyllis e Rosamond alla percezione fisica e visiva della realtà che scivola nell'esplorazione dell'io, come avviene in "Il segno sul muro" o in "La signora nello specchio"; Sotto gli occhi dell'Occidente di Joseph Conrad, un romanzo non molto noto che ci ha colpito tantissimo, per la sua rappresentazione del tormento di uomo solo contro la Storia e contro il destino, condannato all'esilio e all'annichilimento della volontà. L'ultimo (per ora) appuntamento, ispirato dal mese di maggio che per me è sempre stato un mese "gaskelliano", ha avuto per oggetto Mia cugina Phillis, che per il Gruppo di Lettura ha significato un'immersione nella quotidianità di un tempo passato, in bilico tra tradizione e progresso, in un limbo generazionale e sociale che parla di crescita e di passaggio. 

Giugno è appena cominciato, e come in tutte le estati che fanno capolino, la promessa di tante letture è sempre lì ad attenderci. Mi auguro e vi auguro di trovare nei prossimi mesi tanti (o pochi) libri che vi diano la serenità e la soddisfazione che ci si aspetta dalle lunghe giornate silenziose della stagione che avanza. 




24 gennaio 2021

Le ospiti segrete

Nel giro di un paio di giorni ho letto Le ospiti segrete di John Banville. L'autore, che sto scoprendo a poco dopo averlo conosciuto grazie al suo sequel jamesiano Mrs. Osmond, mi piace tantissimo, per la sua scrittura pulita e la concretezza sintetica del ritratto dei personaggi. 

Le ospiti segrete (Guanda, trad. it. di Irene Abigail Piccinini) è ambientato allo scoppio della seconda guerra mondiale, nel momento in cui, tra le tante angustie del Parlamento inglese, emerge la preoccupazione della salvaguardia della Famiglia Reale. Se il sovrano e la regina intendono rimanere a Buckingham Palace, per le loro bambine è necessario pensare a una soluzione più sicura. Come tanti altri ragazzini della loro età, quindi, anche Ellen e Mary (i loro nomi in codice) vengono evacuate da una Londra già in fiamme, e spedite in una casa nobiliare sperduta nella campagna al di là del Canale di San Giorgio.

La storia si dipana dunque intorno alle figure isolate dentro questa dimora quasi abbandonata: le sorelle regali, che già dimostrano le loro infinite differemze caratteriali; il vecchio e disilluso padrone di casa, aristocratico in un Paese che non molti anni prima ha versato fiumi di sangue per farsi repubblicano; i sorveglianti delle ragazzine; un manipolo di altre figure di passaggio, ma riccamente delineate, che evocano tutte le sofferenze e le angosce di uno Stato che è in guerra, pur essendosi dichiarato neutrale. 

I due guardiani delle ragazzine, l'agente segreto Celia Nashe e il detective Strafford, sono personaggi interessanti e ben descritti, che raffigurano ciascuno a suo modo la crisi esistenziale patita dagli esseri umani negli anni del conflitto, il senso di disillusione e disperazione, la paura del futuro, la difficoltà di intessere rapporti umani in un mondo in cui prevalgono la sfiducia e la diffidenza verso gli altri. Anche il loro modo di affrontare l'isolamento, e l'assurda responsabilità, quasi epocale, piovuta sulle loro spalle, è diverso, ma in entrambi i casi ci permette un intenso senso di immedesimazione. Come avviene solo quando i personaggi di un libro escono da una penna di grande valore. 


3 gennaio 2021

Buon 2021!

Buon anno nuovo, lettori di Ipsa Legit! L’ultimo weekend festivo sta per concludersi e da domani molti di noi dovranno ricominciare a occuparsi della loro normalità (più o meno strana, date le circostanze). Prima che questo avvenga, dunque, condivido con voi tre recentissime esperienze di lettura, tra loro molto diverse e ciononostante tutte molto interessanti.

Inizio con Prima di noi di Giorgio Fontana (Sellerio, 2020): un romanzo maestoso, che attraversa la storia del Nord Italia, tra Friuli Venezia Giulia e Lombardia, prendendo le mosse dalla Prima Guerra Mondiale per concludersi più o meno ai nostri giorni. Cent’anni di sconvolgimenti storici che investono varie generazioni della famiglia Sartori, tra battaglie, amori, carriere, dolori, timori, rinascite e ripartenze. Un libro davvero importante, che richiede di essere conosciuto per dimostrare come anche la letteratura italiana contemporanea possa raggiungere altissimi livelli di cura della ricerca, di stile di scrittura e di intensità del racconto, mantenendosi fedele a un minimalismo narrativo così stringente da poter essere definito, a mio modo di vedere, semplicemente “puro”. Fontana riesce a definire i suoi personaggi con credibilità, assegnando loro caratteristiche reali e sincere, che ce li fanno sembrare quanto mai autentici: i due fratelli Gabriele e Renzo, che sopravvivono alla seconda guerra; i loro figli, Eloisa, Davide, Libero, che attraversano l’instabilità politica e sociale dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta; i loro figli Davide, Letizia, Dario, costretti a fare i conti con il mondo del nuovo millennio, in cui il conflitto fisico e verbale è diventato psicologico ed emotivo (e non per questo meno devastante). Questa saga familiare di quasi novecento pagine scorre via senza che ce ne accorgiamo, ma una volta girata l’ultima pagina resta difficile da dimenticare: una grande opera di narrativa, che ci illustra una chiave interpretativa del tempo venuto “prima di noi”, fondamentale per tentare di capire non solo la contemporaneità storica e sociale, ma anche quanto la natura degli individui sia plasmata da forze esterne al suo piccolo mondo familiare, che con queste concorrono – o confliggono – per fare di noi quello che siamo.

Di tutt’altro tenore e tutt’altra specie, ma comunque piacevole, è stato Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro (Feltrinelli Marsilio, 2020), che ho inserito anche nella lista del gruppo di lettura scolastico che ho organizzato per gli studenti del mio liceo. Questo piccolo romanzo è il pensiero prezioso di un’etica di sostenibilità che si muove dalla consapevolezza dei pericoli ambientali in cui Venezia versa a causa degli episodi di acqua alta, sempre più frequenti e sempre più gravi, al senso di necessità del preservare l’economia locale, rappresentata in questo caso da una libreria che fatica a sopravvivere. E non manca neppure il richiamo, ispirato agli eventi reali verificatisi in città durante le tremende giornate di acqua alta eccezionale del novembre 2019, all’importanza della comunità e della condivisione. Proprio perché il movente di questo racconto è un avvenimento autentico, di grande impatto sono le pagine che raccontano la sera e la notte del 12 novembre, quando la fragilissima Venezia fu inondata da una marea non prevista di 187 centimetri, con conseguenze tragiche per la sua architettura, per la sua gente, per sua stessa speranza di futuro.

Infine, proprio ieri sera ho concluso la monumentale biografia di Alfred Tennyson scritta da John Batchelor e pubblicata nel 2012 da Chatto & Windus, Tennyson: to strive, to seek, to find (il titolo riporta uno dei versi più celebri, tratti da “Ulysses”). La vita del Poeta Laureato è percorsa nel dettaglio, dall’infanzia alla morte, con interessanti apparati critici circa le opere maggiori e una straordinaria capacità di fotografare il mondo in cui Lord Tennyson visse e scrisse: il poeta è definito un “romantico fuori dal Romanticismo” e allo stesso tempo il sublime interprete del Vittorianesimo al suo culmine. Le sezioni più belle della biografia, infatti, sono quelle che rappresentano, con tratti quasi caldi e pittorici, le amicizie del poeta ai tempi dell’università e poi i contatti con la rutilante società culturale della metà dell’Ottocento britannico – Thackeray, Browning, Ruskin, i Preraffaelliti – fino ai suoi interessi per la geologia e il suo essere protagonista, come soggetto, della nuova arte della fotografia. La nostalgia incerta per il medioevo arturiano, la costruzione di una famiglia centrata sulla figura del maschio artista, la sfiancante rincorsa della fama, la ricerca della casa perfetta (trovata sull’Isola di Wight), le corrispondenze emotive con la sovrana: tutti questi aspetti hanno fatto di Lord Tennyson l’emblema di un’era, e leggere la sua biografia equivale ad assistere alla vivida rievocazione del mondo ormai sopito della Regina Vittoria.

25 ottobre 2020

Dall'estate all'autunno

Il passaggio dall’estate all’autunno, con l’inizio della scuola e tutte le ulteriori difficoltà (sempre più serie) connesse a quest’evento, mi ha travolta, e pur continuando a leggere molto, anche se con meno regolarità, sono riuscita a scrivere poco. In quest’ultimo mese e mezzo, però, posso dire di aver scoperto almeno tre libri importanti.

Il primo è stato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Adelphi) di Stefan Zweig. Pubblicato per la prima volta nel 1941, il libro è il memoriale di un esule, ebreo austriaco, che ha attraversato le fasi più gloriose e quelle più tragiche della Mitteleuropa: dai fasti della Vienna imperiale con i suoi ideali di progresso sconfinato, di pace e di comunione degli stati europei, attraverso le cadute della Grande Guerra, fino alla catastrofe del nazismo, della fuga, della perdita della patria e dell’identità. È un libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, non solo perché è la testimonianza oculare di come l’umanità sia riuscita a rinnegarsi, prossima al suicidio, nel Novecento, ma anche perché rivela un senso insopprimibile di resistenza, nella forma della devozione alla libertà interiore. Nella prima parte di questa autobiografia colpisce, in particolare, lo straordinario livello di cultura delle giovani generazioni, che non solo conoscevano perfettamente i classici, ma riuscivano a interessarsi alle avanguardie e alle espressioni artistiche che giungevano dall’estero, e coltivavano contatti che oggi ci sembrano incredibili, partecipando in prima persona alle belles lettres del loro paese. Il rapporto tra studio e libertà, quindi, si manifesta in tutto il suo valore: ed è questa la ragione principale per cui Il mondo di ieri andrebbe consigliato ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la scuola superiore. 

Anche il romanzo La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (Garzanti) racconta di come i libri possano offrirci una forma di salvezza, persino nelle circostanze più disperanti. La protagonista, Odile, è una giovane borghese della Parigi “città aperta” occupata dai nazisti, che lavora come bibliotecaria alla American Library e impara a riconoscere nei libri, e nel sistema di catalogazione Dewey, una fonte di speranza per sopravvivere alla sciagura di un popolo, di una nazione e di tutto il mondo. Come ha affermato l’autrice nell’intervista contenuta nell’edizione italiana del romanzo, l’idea per la scrittura è stata ispirata dai “bibliotecari che, contro tutto e contro tutti, hanno deciso di tenere aperta l’American Library durante la guerra. Credevano nell’importanza dello spirito comunitario e nella capacità dei libri di unire e di creare ponti”. 

Il terzo libro di queste settimane, che ho finito proprio stamattina, è stato L’età incerta di Leslie Hartley (Neri Pozza), che vanta uno degli incipit più riusciti di tutta la letteratura: “Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso lì”. Come suggerisce questa apertura così memorabile, il libro è il racconto in prima persona di eventi avvenuti cinquant’anni prima, quando il protagonista e narratore era un ragazzino di dodici anni, nell’anno 1900.
Dopo brevi episodi risalenti al periodo della scuola, il nucleo della storia si rivela essere il resoconto di una vacanza trascorsa a casa di un amico, Brandham Hall, nel Norfolk, durante la quale Leo apprende l’esaltazione e insieme i dolori della crescita, perennemente confuso tra le sconcertanti emozioni di quel periodo della vita: l’innocenza e la brama di conoscenza, l’indifferenza e la gelosia, la paura e la voglia di indipendenza, l’amore sacro e l’amore profano. I pensieri di Leo sono riportati con tale vividezza che sembra di leggere, più che il resoconto di un ricordo, un flusso di coscienza, del quale percepiamo continuamente la natura perturbante. La stessa voce narrante pare inquieta, ritrosa, di fronte ai propri stessi ricordi i personaggi della sua storia, che hanno condiviso con lui il dramma di quell’estate rovente: “erano come figure di un quadro, chiuse dentro la doppia cornice dello spazio e del tempo e incapaci di uscirne: erano prigionieri di Brandham Hall e dell’estate del 1900. Volevo che rimanessero lì, fermi in quelle due dimensioni: non volevo liberarli”.

7 settembre 2020

The Bookshop, di Penelope Fitzgerald

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un film che mi è piaciuto molto, La casa dei libri (in originale La librerìa) diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet. Guardandolo ho riconosciuto i tratti di un libro comprato un paio d’anni fa e però rimasto sullo scaffale, come spesso accade quando gli impegni della vita quotidiana impediscono di mettere ordine fra le cose più importanti – cioè, le letture. Cercando qualche rapida informazione online ho avuto conferma che in effetti il film è tratto da The Bookshop di Penelope Fitzgerald (1978; pubblicato in italiano da Sellerio nel 1999), così, approfittando della coincidenza, ho deciso finalmente di leggerlo.

L’esperienza è stata molto bella. Il libro racconta la storia di Florence Green, una vedova che alla fine degli anni Cinquanta decide di aprire una libreria in una vecchia casa abbandonata di un villaggio sul mare nel Suffolk, suscitando la diffidenza, se non l’aperta ostilità, dei concittadini. Ci si affeziona subito al personaggio di Florence, in parte per la sua ingenuità nell’affrontare i rapporti sociali, e soprattutto per la sua determinazione nel gestire il negozio, che rappresenta non solo una fonte di sostentamento economico, ma la sua stessa identità di essere umano: “Recentemente si era ritrovata a domandarsi se non fosse suo dovere rendere chiaro a sé stessa, e possibilmente anche agli altri, che aveva tutto il diritto di esistere come persona”. È un principio arduo da affermare per una donna, e specialmente a metà del secolo scorso, e in particolare se si è deciso di mettere la gente di fronte alla sua stessa necessità – naturale, eppure da molti negata – di scegliere i libri come compagni della propria esistenza. I personaggi che l’autrice affianca a Florence sono dotati di una spiccata umanità, che si traduce anche e soprattutto nelle loro debolezze: la malignità delle pettegole di Hardborough, la subdola pigrizia di Milo North, l’opportunismo della signora Gippings, la meschina fame di potere di Mrs Gamart e l’arrendevolezza di suo marito. Di tutt’altra levatura, invece, il vecchio Edmund Brundish, un uomo che vive isolato nella sua grande casa e il cui tempo gira tutto intorno ai libri, che stringe con Florence un’intensa, benché troppo breve, amicizia letteraria. Nel film, l’interpretazione di Bill Nighy è straordinaria perché ci mostra chiaramente la descrizione che la scrittrice ci dà del suo personaggio: “Le sue emozioni, per mancanza di allenamento, erano quasi completamente scomparse”. 

Come scrive la sua biografa Hermione Lee nella Prefazione alla mia edizione del romanzo: “La visione del mondo [di Penelope Fitzgerald] era divisa tra ‘sterminatori’ e ‘sterminati’. Era solita dire: ‘Mi sento attratta dalle persone che sembrano essere nate sconfitte o profondamente perdute’. Era un’autrice ironica, con un tragico senso della vita”. Eppure, e nonostante tutto ciò che accade e che porta alla conclusione della storia, The Bookshop sembra offrire uno spiraglio di redenzione e di gioia, che è offerto proprio dai libri e che l’autrice rappresenta nel suggestivo episodio in cui Florence dispone in negozio la propria merce: “Anche se le era stato insegnato che non si guardano mai i libri mentre si sta lavorando, ne aprì un paio – vecchie edizioni Everyman, con le copertine sbiadite color oliva e i caratteri dorati”. Ed è Florence stessa a dichiarare, in una lettera al suo reticente avvocato, quale sia il significato della letteratura nella nostra vita: scrive che un buon libro è linfa vitale, di cui fare tesoro per spingere la vita oltre sé stessa, e che per questo si deve considerare “un prodotto di prima necessità”. Una definizione da non dimenticare, in questi nostri tempi difficili in cui il bisogno di bellezza e di istruzione è così dolorosamente sottovalutato.

17 agosto 2020

The Secrets We Kept, di Lara Prescott

The Secrets We Kept (edizione italiana DeA Planeta, con il titolo Non siamo mai stati qui), uscito l’anno scorso, è il romanzo d’esordio della scrittrice americana Lara Prescott. L’ho letto nell’arco di due giorni, perché è un libro appassionante, non sempre semplice da seguire per la continua fluttuazione della voce narrante, ma che alla fine delle sue oltre quattrocento pagine riallaccia tutti i fili della trama e lascia al lettore le sue soddisfazioni. 
The Secrets We Kept è la storia di tre donne e di un libro. Il libro è Il dottor Živago, il monumentale romanzo sulla guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’Ottobre, che segnò la vita e il destino del suo autore, Boris Pasternak. La tormentata storia della pubblicazione di Živago è nota ed è stata oggetto di innumerevoli studi e articoli: terminato a metà degli anni Cinquanta, fu rifiutato da tutti gli editori russi a cui si erano rivolti Pasternak e la sua amante Olga (che fu la sua musa, il modello per Lara, nonché una sorta di agente letterario). Il testo fu consegnato dall’autore a Sergio D’Angelo, collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli, che andò a prenderselo di persona nella dacia di Pasternak, lo trasportò in segreto nel settore occidentale e lo fece giungere a Milano, dove fu stampato e pubblicato nel 1957 con traduzione di Pietro Zveteremich. 
Le tre donne del romanzo di Prescott sono la stessa Olga e due impiegate dell’Office of Strategic Services statunitense – insomma, due spie – che a diverso titolo vengono coinvolte nell’operazione di reintroduzione del romanzo in Unione Sovietica. Il dottor Živago, infatti, che grazie al film che ne è stato tratto è rimasto nell’immaginario collettivo come una travolgente storia d’amore e che contribuì massicciamente all’assegnazione del Premio Nobel per il suo tragico ritratto di un’epoca di repressione e di sangue (Pasternak fu costretto dal governo a rifiutare il riconoscimento), fu anche un’efficace arma politica negli anni della Guerra Fredda: i servizi segreti del blocco occidentale se ne servirono come strumento di propaganda, facendolo rientrare di nascosto, e in lingua originale, nella patria in cui era stato censurato. Irina e Sally, le due spie di The Secrets We Kept, sono due delle pedine implicate nell’operazione, ma sono anche due riusciti personaggi femminili per cui Prescott inventa una storia del tutto personale, drammatica e, in qualche modo, storicamente doverosa. 
Olga Ivinskaya e Boris Pasternak
(immagine: pasternak-trust.org)
Di Olga Ivinskaya, la figura storica del terzetto, esistono diverse biografie (tra cui quella della pronipote dello scrittore, Anna Pasternak, che ha intentato causa contro la Penguin Random House per le eccessive somiglianze con il proprio libro dei capitoli dedicati a Olga in The Secrets We Kept). Tuttavia, il romanzo di Prescott, anche grazie all’uso della prima persona, ha il pregio di offrirci sprazzi notevolmente vividi della vita di Olga, della sua passione per Boris e delle disumane conseguenze a cui la donna si votò per amore di Pasternak. Gli anni trascorsi nel gulag a causa del “pensiero antisovietico” legato alla sua relazione con lo scrittore occupano la prima parte del libro attraverso l’uso di un linguaggio e di immagini che non fanno sconti, che ci impongono la loro durezza, com’è giusto che sia. 
Dicevo in apertura che in The Secrets We Kept, che intreccia la realtà storica alla finzione, la voce narrante in prima persona cambia continuamente. Se all’inizio questo espediente rischia di disorientarci, proseguendo con la lettura ci si abitua a entrare di volta in volta, di capitolo in capitolo, nei panni di questa voce sempre differente, che può essere quella di Olga, o quella di Sally, o quella di Irina, oppure – e questo è un dettaglio che ho apprezzato in particolare – la voce collettiva delle cosiddette “dattilografe” dell’Office of Strategic Services: un gruppo di donne laureate, ambiziose e preparate, che pur essendo titolate a una carriera nei Servizi, sono relegate alla macchina da scrivere, senza aver mai la possibilità di esprimere un’opinione. 
Queste donne, che i loro capi vogliono mantenere in una condizione di invisibilità, passano apparentemente l’intera giornata a scrivere e a chiacchierare a bassa voce; ma la verità è che ascoltano, osservano, vivono e sono a conoscenza di ogni cosa, regalandoci un punto di vista corale che rende ancor più intenso questo racconto, fino alla sua ultima pagina.

15 agosto 2020

Webinar: "A casa con Jane Austen"

Cari lettori di Ipsa Legit, la scorsa primavera, durante l'isolamento, ho preparato per la Jane Austen Society of Italy un webinar (seminario in rete) in sei puntate intitolato In casa con Jane Austen

In ognuno dei sei capitoli del seminario ho tentato di esplorare il significato della casa nella biografia e, soprattutto, nelle opere della scrittrice, prendendo spunto dal mio libro Le case di Jane Austen (pubblicato da flower-ed nel 2017). 

Oggi, approfittando dell'estate e della festività, metto anche a vostra disposizione il link alle sei puntate del webinar, sperando che possano essere un gradevole passatempo per trascorrere quest'ultima parte di agosto (che siate al lavoro, in vacanza, oppure a casa). 

Potete accedere alla playlist delle sei puntate cliccando qui: 
https://www.youtube.com/playlist?list=PLb1WomCWAlKxfGAC_MZI8DklXzb9MRgxB

Buona visione!