Visualizzazione post con etichetta 150 anni di Risorgimento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 150 anni di Risorgimento. Mostra tutti i post

17 marzo 2011

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno


Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali

spera ’l Tevero et l’Arno,

e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.
[...] Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
[...] ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto.
[...] Signor’ [...]
[a]l passar questa valle
piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,

vènti contrari a la vita serena;
et quel che ’n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piú degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,

in qualche honesto studio si converta.
[...] Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura

fra’ magnanimi pochi a chi ’l ben piace.
Di’ lor: - Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace. 

                                                                               Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXVIII

16 marzo 2011

Alla vigilia della festa dell'Unificazione

Per la vigilia dell'anniversario dell'Unità d'Italia voglio pensare a quelle letture (risalenti soprattutto ai tempi del liceo) che hanno trattato i concitati anni del Risorgimento. In questi giorni ho ripreso in mano Piccolo mondo antico di Fogazzaro e mi domando perché non venga studiato nelle scuole - a mio parere sarebbe uno straordinario sostituto dei Promessi Sposi. Il mondo antico di Fogazzaro rappresenta infatti l'Italia della seconda guerra di indipendenza, con tutta la forza del sentimento patriottico, le paure della polizia austriaca, il senso della rivoluzione imminente, il tormento giovanile che sempre accompagna i periodi di repressione politica. E su questo sfondo la figura di Luisa brilla per autonomia e coraggio - una donna finalmente attiva (distantissima dalla Lucia manzoniana), dalla personalità conquistatrice, dal pensiero furente, una donna libera. La notte in cui Franco decide che quando sarà il momento si unirà alla guerra contro l'Austria, "Luisa mormorò sulla bocca di suo marito: - Se viene quel giorno, tu vai; ma vado anch'io. - E non gli permise di rispondere". E Franco stesso vede la moglie come una "creatura dall'intelletto forte sopra l'amore e orgoglioso, [...] tutta vibrante nella coscienza della sua ribellione." Franco, che "non vedeva salute che in una rivoluzione, in una guerra, nella libertà della patria. Ah quando l'Italia fosse libera, come la servirebbe, con che forza, con che gioia!"
Di Manzoni, in tema patriottico, vale la pena piuttosto rileggersi "Marzo 1821", anche se è nel coro dell'atto III di Adelchi che si ritrovano tutta la forza e la grandezza del bisogno di indipendenza. Ma forse la più intensa, la più giovane, la più devastante nella percezione del bisogno di cambiare il paese, di ribellarsi, di restituire all'Italia il suo diritto alla bellezza e alla gloria è l'ode All'Italia di Giacomo Leopardi (riporto qui solo alcuni versi):
O patria mia, vedo le mura e gli archi/ E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri, / Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi/ I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
[...] Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,/ Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo/ Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia/ Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,/ Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
[...] Perché, perché? dov'è la forza antica,/ Dove l'armi e il valore e la costanza?
[...] Come cadesti o quando/ Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende/ Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
[...] Attendi Italia, attendi. Io veggio, o parmi,/ Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade/ Come tra nebbia lampi.
Sono i nostri poeti a richiedere, a rappresentare, ad esprimere il bisogno di festeggiare degnamente, domani, l'Unità d'Italia.

15 marzo 2011

I sepolcri

A egregie cose il forte animo accendono/ l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra/ che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande/ che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela/ di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo/ alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi/ piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese/ sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici/ aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!/ Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli/ per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti/ mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme/ che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'idïoma/ désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma/ d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;/ ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse/ da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti/ armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto./ Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,/ quindi trarrem gli auspici. 
E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi./ Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo/ desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,/ qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza./ Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria.

                                                                                                    Ugo Foscolo, Dei Sepolcri (vv. 151-197)                                                                         
Non c'è ode all'Italia libera più grandiosa di questa.

14 marzo 2011

La patria nostra


La fine del Settecento è stata anche per il nostro Paese il principio di un nuovo, inedito senso della nazione. L'idea di Italia, che secoli di frammentazione politica e amministrativa avevano quasi annichilito, risorge in questi anni come una necessità ragionata ma anche appassionata, concepita sulle basi di una identità culturale ben chiara: sono Dante e Petrarca, gli innovatori se non i creatori della nostra lingua, i veri padri della patria. Un'opera fra le più belle a farsi portatrice dell'ideale di riunificazione e quindi della sofferenza dovuta alla sottomissione allo straniero sono le Ultime lettere di Jacopo Ortis. L'apertura è di una densità e di un dolore insopportabili, tali da rendere inimmaginabile l'idea che l'Italia debba versare in una situazione di separazione (dovuta in questo caso alla cessione della Serenissima agli austriaci con il trattato di Campoformio, 1797): "Il sacrificio della patria nostra è consumato. Tutto è perduto". La patria nostra è qui, naturalmente, Venezia, ma si tratta di una sineddoche efficace: Foscolo è da annoverarsi fra i primi e più accorati propugnatori del mito della nazione italiana. Nella stessa pagina Jacopo lamenta che "noi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl'italiani", rendendo ben evidente a chi l'autore si rivolga parlando della patria. Del resto, Foscolo è acceso cantore e difensore delle glorie nazionali (italiane) in quello che è per me il maggiore componimento in versi della letteratura italiana (insieme con la Ginestra leopardiana), Dei Sepolcri. Nel 1809, inoltre, il poeta di Zacinto esorta gli italiani all'amore per la patria in Dell'origine e dell'officio della letteratura con queste parole: "O Italiani [...] visitate l'Italia, o amabile terra!" e parlando di Dante, Galileo e Tasso invita i compatrioti: "Prostratevi su' loro sepolcri, interrogateli come furono grandi e infelici, e come l'amor della patria [...] accrebbe la costanza del loro cuore, la forza del loro ingegno e i loro beneficii verso di noi".


- Posted using BlogPress from my iPhone