Visualizzazione post con etichetta Biografie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Biografie. Mostra tutti i post

3 gennaio 2021

Buon 2021!

Buon anno nuovo, lettori di Ipsa Legit! L’ultimo weekend festivo sta per concludersi e da domani molti di noi dovranno ricominciare a occuparsi della loro normalità (più o meno strana, date le circostanze). Prima che questo avvenga, dunque, condivido con voi tre recentissime esperienze di lettura, tra loro molto diverse e ciononostante tutte molto interessanti.

Inizio con Prima di noi di Giorgio Fontana (Sellerio, 2020): un romanzo maestoso, che attraversa la storia del Nord Italia, tra Friuli Venezia Giulia e Lombardia, prendendo le mosse dalla Prima Guerra Mondiale per concludersi più o meno ai nostri giorni. Cent’anni di sconvolgimenti storici che investono varie generazioni della famiglia Sartori, tra battaglie, amori, carriere, dolori, timori, rinascite e ripartenze. Un libro davvero importante, che richiede di essere conosciuto per dimostrare come anche la letteratura italiana contemporanea possa raggiungere altissimi livelli di cura della ricerca, di stile di scrittura e di intensità del racconto, mantenendosi fedele a un minimalismo narrativo così stringente da poter essere definito, a mio modo di vedere, semplicemente “puro”. Fontana riesce a definire i suoi personaggi con credibilità, assegnando loro caratteristiche reali e sincere, che ce li fanno sembrare quanto mai autentici: i due fratelli Gabriele e Renzo, che sopravvivono alla seconda guerra; i loro figli, Eloisa, Davide, Libero, che attraversano l’instabilità politica e sociale dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta; i loro figli Davide, Letizia, Dario, costretti a fare i conti con il mondo del nuovo millennio, in cui il conflitto fisico e verbale è diventato psicologico ed emotivo (e non per questo meno devastante). Questa saga familiare di quasi novecento pagine scorre via senza che ce ne accorgiamo, ma una volta girata l’ultima pagina resta difficile da dimenticare: una grande opera di narrativa, che ci illustra una chiave interpretativa del tempo venuto “prima di noi”, fondamentale per tentare di capire non solo la contemporaneità storica e sociale, ma anche quanto la natura degli individui sia plasmata da forze esterne al suo piccolo mondo familiare, che con queste concorrono – o confliggono – per fare di noi quello che siamo.

Di tutt’altro tenore e tutt’altra specie, ma comunque piacevole, è stato Il libraio di Venezia di Giovanni Montanaro (Feltrinelli Marsilio, 2020), che ho inserito anche nella lista del gruppo di lettura scolastico che ho organizzato per gli studenti del mio liceo. Questo piccolo romanzo è il pensiero prezioso di un’etica di sostenibilità che si muove dalla consapevolezza dei pericoli ambientali in cui Venezia versa a causa degli episodi di acqua alta, sempre più frequenti e sempre più gravi, al senso di necessità del preservare l’economia locale, rappresentata in questo caso da una libreria che fatica a sopravvivere. E non manca neppure il richiamo, ispirato agli eventi reali verificatisi in città durante le tremende giornate di acqua alta eccezionale del novembre 2019, all’importanza della comunità e della condivisione. Proprio perché il movente di questo racconto è un avvenimento autentico, di grande impatto sono le pagine che raccontano la sera e la notte del 12 novembre, quando la fragilissima Venezia fu inondata da una marea non prevista di 187 centimetri, con conseguenze tragiche per la sua architettura, per la sua gente, per sua stessa speranza di futuro.

Infine, proprio ieri sera ho concluso la monumentale biografia di Alfred Tennyson scritta da John Batchelor e pubblicata nel 2012 da Chatto & Windus, Tennyson: to strive, to seek, to find (il titolo riporta uno dei versi più celebri, tratti da “Ulysses”). La vita del Poeta Laureato è percorsa nel dettaglio, dall’infanzia alla morte, con interessanti apparati critici circa le opere maggiori e una straordinaria capacità di fotografare il mondo in cui Lord Tennyson visse e scrisse: il poeta è definito un “romantico fuori dal Romanticismo” e allo stesso tempo il sublime interprete del Vittorianesimo al suo culmine. Le sezioni più belle della biografia, infatti, sono quelle che rappresentano, con tratti quasi caldi e pittorici, le amicizie del poeta ai tempi dell’università e poi i contatti con la rutilante società culturale della metà dell’Ottocento britannico – Thackeray, Browning, Ruskin, i Preraffaelliti – fino ai suoi interessi per la geologia e il suo essere protagonista, come soggetto, della nuova arte della fotografia. La nostalgia incerta per il medioevo arturiano, la costruzione di una famiglia centrata sulla figura del maschio artista, la sfiancante rincorsa della fama, la ricerca della casa perfetta (trovata sull’Isola di Wight), le corrispondenze emotive con la sovrana: tutti questi aspetti hanno fatto di Lord Tennyson l’emblema di un’era, e leggere la sua biografia equivale ad assistere alla vivida rievocazione del mondo ormai sopito della Regina Vittoria.

17 agosto 2020

The Secrets We Kept, di Lara Prescott

The Secrets We Kept (edizione italiana DeA Planeta, con il titolo Non siamo mai stati qui), uscito l’anno scorso, è il romanzo d’esordio della scrittrice americana Lara Prescott. L’ho letto nell’arco di due giorni, perché è un libro appassionante, non sempre semplice da seguire per la continua fluttuazione della voce narrante, ma che alla fine delle sue oltre quattrocento pagine riallaccia tutti i fili della trama e lascia al lettore le sue soddisfazioni. 
The Secrets We Kept è la storia di tre donne e di un libro. Il libro è Il dottor Živago, il monumentale romanzo sulla guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’Ottobre, che segnò la vita e il destino del suo autore, Boris Pasternak. La tormentata storia della pubblicazione di Živago è nota ed è stata oggetto di innumerevoli studi e articoli: terminato a metà degli anni Cinquanta, fu rifiutato da tutti gli editori russi a cui si erano rivolti Pasternak e la sua amante Olga (che fu la sua musa, il modello per Lara, nonché una sorta di agente letterario). Il testo fu consegnato dall’autore a Sergio D’Angelo, collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli, che andò a prenderselo di persona nella dacia di Pasternak, lo trasportò in segreto nel settore occidentale e lo fece giungere a Milano, dove fu stampato e pubblicato nel 1957 con traduzione di Pietro Zveteremich. 
Le tre donne del romanzo di Prescott sono la stessa Olga e due impiegate dell’Office of Strategic Services statunitense – insomma, due spie – che a diverso titolo vengono coinvolte nell’operazione di reintroduzione del romanzo in Unione Sovietica. Il dottor Živago, infatti, che grazie al film che ne è stato tratto è rimasto nell’immaginario collettivo come una travolgente storia d’amore e che contribuì massicciamente all’assegnazione del Premio Nobel per il suo tragico ritratto di un’epoca di repressione e di sangue (Pasternak fu costretto dal governo a rifiutare il riconoscimento), fu anche un’efficace arma politica negli anni della Guerra Fredda: i servizi segreti del blocco occidentale se ne servirono come strumento di propaganda, facendolo rientrare di nascosto, e in lingua originale, nella patria in cui era stato censurato. Irina e Sally, le due spie di The Secrets We Kept, sono due delle pedine implicate nell’operazione, ma sono anche due riusciti personaggi femminili per cui Prescott inventa una storia del tutto personale, drammatica e, in qualche modo, storicamente doverosa. 
Olga Ivinskaya e Boris Pasternak
(immagine: pasternak-trust.org)
Di Olga Ivinskaya, la figura storica del terzetto, esistono diverse biografie (tra cui quella della pronipote dello scrittore, Anna Pasternak, che ha intentato causa contro la Penguin Random House per le eccessive somiglianze con il proprio libro dei capitoli dedicati a Olga in The Secrets We Kept). Tuttavia, il romanzo di Prescott, anche grazie all’uso della prima persona, ha il pregio di offrirci sprazzi notevolmente vividi della vita di Olga, della sua passione per Boris e delle disumane conseguenze a cui la donna si votò per amore di Pasternak. Gli anni trascorsi nel gulag a causa del “pensiero antisovietico” legato alla sua relazione con lo scrittore occupano la prima parte del libro attraverso l’uso di un linguaggio e di immagini che non fanno sconti, che ci impongono la loro durezza, com’è giusto che sia. 
Dicevo in apertura che in The Secrets We Kept, che intreccia la realtà storica alla finzione, la voce narrante in prima persona cambia continuamente. Se all’inizio questo espediente rischia di disorientarci, proseguendo con la lettura ci si abitua a entrare di volta in volta, di capitolo in capitolo, nei panni di questa voce sempre differente, che può essere quella di Olga, o quella di Sally, o quella di Irina, oppure – e questo è un dettaglio che ho apprezzato in particolare – la voce collettiva delle cosiddette “dattilografe” dell’Office of Strategic Services: un gruppo di donne laureate, ambiziose e preparate, che pur essendo titolate a una carriera nei Servizi, sono relegate alla macchina da scrivere, senza aver mai la possibilità di esprimere un’opinione. 
Queste donne, che i loro capi vogliono mantenere in una condizione di invisibilità, passano apparentemente l’intera giornata a scrivere e a chiacchierare a bassa voce; ma la verità è che ascoltano, osservano, vivono e sono a conoscenza di ogni cosa, regalandoci un punto di vista corale che rende ancor più intenso questo racconto, fino alla sua ultima pagina.

12 giugno 2020

Verso l'estate

Le lezioni sono finite, anche quest'anno. Un anno scolastico un po' così, anche se gridare alla catastrofe è inutile e insensato. Nelle ultime settimane sono riuscita a finire tre libri, molto diversi l'uno dall'altro: il saggio 1913, l'autobiografia di Michelle Obama e un romanzo consigliato da Waterstones, che lo definisce un "campus mystery", The Truants
Il saggio 1913. L'anno prima della tempesta di Florian Illies (Marsilio) è un funambolico esperimento di viaggio nel tempo, per essere trasportati nella Storia ma anche nella quotidianità dei nomi esagerati che tutti insieme rivoluzionarono la (Mittel)Europa all'immediata vigilia della prima guerra. L'autore ci racconta Vienna, Parigi, Monaco e Berlino nei dodici capitoli segnati dai mesi di quell'anno fatale, rappresentando o semplicemente immaginando, talvolta con note romanzesche e sempre con molto divertimento, incontri epici: Freud e Jung, Picasso e Matisse, Thomas Mann e un tappeto difettoso, Kafka e Felice, Benn e i cadaveri sul suo tavolo, ma anche Francesco Giuseppe, Kandinskij, Tucholsky, Gertrude Stein, Proust e infiniti altri. Si tratta di un saggio davvero coinvolgente, che ci mostra il fascino di un anno e di un'epoca incredibili in un continuo andirivieni di osservazioni dall'alto e da lontano (com'è giusto che sia per un saggio storico) e di sguardo più intimo e ravvicinato, quasi sotto il microscopio, sulla vita "normale" di personaggi straordinari.
L'autobiografia di Michelle Obama, Becoming, mi è piaciuta molto nella sua prima parte, nel racconto dell'infanzia, della vita giovanile e degli anni universitari: è il racconto di una strada non sempre fluida, che però, grazie alla determinazione di due genitori radicalmente ottimisti (nonostante tutto) e a qualche deviazione anche fortuita da un cammino probabilmente già scritto, ha portato Michelle a "diventare" (appunto) quel che è diventata. Ho trovato appassionante il resoconto della campagna elettorale del 2008, che è stata e resterà un miracolo; sempre meno avvincente, invece, la narrazione degli anni da First Lady, che forse avrebbe potuto essere più concentrata sul valore altamente politico di quel ruolo e di quella posizione, e non esclusivamente sui numerosi impegni di mamma lavoratrice e moglie del presidente, sull'enumerazione dei nomi degli assistenti, sulle ripetizioni a volte eccessive, secondo me, del senso di soffocamento dovuto a una vita trascorsa fra le guardie del corpo. In questa seconda parte mi è mancato un po' il gusto della scrittura, e il libro, da raccolta di memorie, è diventato più un report di ricordi (differenza sottile, forse, ma incisiva per un lettore). 
Oggi ho terminato un'altra lettura "a mezza via", che per certi versi mi è piaciuta molto, soprattutto per la qualità della scrittura, per altri mi ha annoiata un po'. Il romanzo è The Truants, opera prima di Kate Weinberg: Jess Walker è una studentessa di letteratura a Cambridge, che attratta dalla fama di una docente si iscrive a un corso su Agatha Christie. Un principio intelligente, questo, che speravo di veder sviluppato molto di più, perché ero incuriosita dalla prospettiva di leggere questa autrice così celebre in ottica accademica. L'idea, invece, è svaporata abbastanza in fretta: la storia si spiralizza intorno alle vicende personali della narratrice (con qualche flashback non completamente utile) e il mistero che tiene in piedi il libro si sfilaccia un po', soprattutto in una sezione di ambientazione italiana eccessivamente stereotipata e non del tutto funzionale alla trama. Appena chiuderò questo post, dovrò scegliere cosa leggere adesso: la decisione spazia tra un saggio di Bill Bryson, un giallo di Carlo Lucarelli, un romanzo storico o il nuovissimo The Jane Austen Society di Natalie Jenner: particolarmente suggestivo in questi giorni, quando la casa museo di Chawton sembra a rischio di chiusura. Un'opportunità in più per ripensare a quanto il patrimonio collettivo sia importante anche per la dimensione privata di ognuno di noi.

5 gennaio 2020

Louisa e le piccole donne

Buon anno, cari lettori! Il 2020 di Ipsa Legit si apre con una riflessione su un libro squisitamente stagionale: Piccole donne, che in queste settimane è ritornato ad apparire nelle prime file delle librerie grazie all’uscita del nuovo omonimo film che ne è stato tratto, diretto da Greta Gerwig (il trailer si può vedere qui). 
Piccole donne e Piccole donne crescono, i due libri italiani in cui si è diviso l’unico volume originale di Little Women, ci hanno accompagnato per tutta la vita: io li lessi per la prima volta da bambina, poi li ripresi da adolescente e adesso, da adulta, ritorno talvolta a rileggerne qualche breve brano, per ritrovare nel testo la conferma a certi ricordi improvvisi o la gratificazione di quel gusto per la narrativa che non mi abbandona mai. Oggi, sui miei scaffali, Little Women è uno dei libri di cui vado più orgogliosa, perché è un’edizione del 1913 con una bellissima copertina in decori Art Deco che ho scovato in una libreria di seconda mano sull’isola di Wight. Come una storia nella storia. 
La mia attuale rilettura del libro, in attesa di vedere il film, è accompagnata da un’importante opera appena pubblicata, che ci offre un punto di vista attentissimo e decisamente affascinante sulla mente che ha ideato questo romanzo immortale. Si tratta di Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton (a cura di Daniela Daniele), che solo pochi mesi fa è uscita nella sua prima edizione italiana grazie a Jo March – una casa editrice che ci ha abituato alle belle sorprese ma che ciononostante continua a stupirci per l’accuratezza e la passionalità delle sue scelte letterarie. Il libro appartiene alla collana “Christopher Columbus” e riporta la stessa straordinaria bellezza grafica dei volumi precedenti. 
Nella biografia di Martha Sexton troviamo rappresentazioni della vita di Louisa piene di suggestioni, soprattutto quando si concentrano sull’atto della scrittura: “A maggio, Luisa fece ritorno a casa per cominciare a scrivere Piccole donne. Lavorò alla sua piccola scrivania, grande appena da poter infilarci le ginocchia, sotto la finestra della sua camera. Scrisse per giornate intere, senza mai correggere o ripensare una sola parola”; “Lavorava assiduamente al suo scrittoio, completando ogni giorno un capitolo nuovo, vergato con una scrittura nitida e inclinata verso sinistra, che imprimeva con decisione sulla pagina, impugnando con forza il pennino d’acciaio”. Anche la casa di Concord attira lo sguardo del lettore, assorbendo e lasciandosi assorbire, come sempre accade, dalla personalità della scrittrice che le abita: “La stanza d’angolo di Louisa era quadrata, ariosa, e piena di luce con finestre sui lati. […] La piccola scrivania di Louisa era posta sotto le finestre anteriori, dalle quali entrava una morbida luce primaverile, filtrata attraverso gli alberi”. 
Foto dello scrittoio di Louisa May Alcott, di Annie Leibovitz,
tratta dal suo libro Pilgrimage
Penso che questa luminosità filtrata, accompagnata dai profumi delle foglie e del vento, ma sempre in bilico sulla penombra, sia l’atmosfera predominante di Little Women. L’aspetto più interessante della biografia pubblicata da Jo March è proprio la rivelazione di questo confine sfuocato nei pensieri di Louisa, di questo conflitto nascosto e sempre sull’orlo della deflagrazione, dell’impossibilità di sfuggire al lato oscuro delle storie. 
Piccole donne è un romanzo per ragazzi perché alla prima lettura si mostra per ciò che ne incoraggiò la scrittura: la volontà di tracciare una netta barriera tra il bene e il male e di rappresentare lo sforzo epico delle giovani donne March, e di Jo in particolare, per passare dalla parte giusta del muro. Le sorelle ricevono per Natale una copia di The Progress of the Pilgrims di John Bunyan (Il viaggio del pellegrino) affinché questo indichi loro la strada verso il Bene; lavorano sodo per realizzarsi; due si sposano abbastanza presto, dopo aver affrontato i naturali ostacoli della vita amorosa, che le portano a migliorarsi interiormente. Solo Jo, alter ego letterario dell’autrice, fatica a rientrare negli schemi imposti da suo padre (e dal padre di Louisa) e dalla sua filosofia. Le sofferenze di Jo sono reali, tormentose: il senso di colpa, da cui a tratti lei sembra lasciarsi voluttuosamente travolgere, ispira tante – troppe – delle sue decisioni, e le delusioni che la sua autrice dissemina lungo il suo cammino sono amare, astiose, per niente educative e difficili da rimarginare. Tanta inquietudine, questo spesso velo di insoddisfazione, non sono più il tema di un romanzo per ragazzi, ma il soggetto di un’analisi di grande forza emotiva che la biografia di Sexton ci aiuta ad approfondire e a comprendere. 
La seconda parte di Little Women (quella che in italiano è stata chiamata Piccole donne crescono) è quella che maggiormente ci lascia intuire tale contrasto. Le ragazze sono più grandi: Meg è sposata, Amy supera i confini della casa paterna, con tutte le sue voci e le loro istruzioni di vita, e se ne va in Europa a costruirsi un futuro; solo Jo sembra sempre sul punto di realizzarsi, ma non ci riesce mai. La sua scrittura non è quella che dovrebbe essere, il raggio del suo allontanamento da casa arriva solo fino a New York e la sua parabola si chiude nella celebrazione della morale predicata dai suoi genitori, in una vecchia casa piena di memorie, con un marito che replica la figura patriarcale, un ruolo materno moltiplicato all’infinito, e la definitiva rinuncia all’arte. Ho trovato davvero rimarchevole la disamina delle ombre di Alcott nella nuova pubblicazione Jo March: i grandi racconti, in fondo, si evolvono dall’evoluzione di un conflitto, e tutta la straordinaria luce delle sorelle March non poteva che avere come controparte la storia di una scrittrice dai grandi dolori, come fu Louisa.

27 dicembre 2019

Grandi classici e un viaggio letterario

Il mio 2019 si chiude con tre splendidi libri, tutte nuove uscite che sono di grande conforto, nel periodo dell'anno in cui le classifiche letterarie lasciano spiccare volumetti privi di peso, l'ultima fatica del solito giornalista, gli esperimenti di scrittura dei social influencer e i manuali di cucina. 
Il primo di questi grandi libri è l'edizione Neri Pozza di Shakespeare for Every Day of the Year di Allie Esiri (titolo italiano: Un anno con Shakespeare, traduzione di Chiara Ujka), un bel volume corposo (17 x 24 cm) che ogni giorno dell'anno ci offre un brano del Bardo. Non si tratta, però, di una semplice collezione di quotes, perché ognuna di queste reca un cappello introduttivo ed esplicativo. Da non trascurare le illustrazioni che accompagnano la copertina di inizio mese, davvero suggestive. Le traduzioni italiane sono tratte dalle Opere complete di Garzanti. 
Il secondo libro è un regalo di Natale, che occhieggiavo già da diverso tempo attraverso la vetrina della mia libreria preferita in città. Si chiama Le case dei miei scrittori e incontra perfettamente la mia passione per l'argomento. Il volume, scritto da Eveline Bloch-Dano e pubblicato da AddEditore (traduzioni dal francese di Sara Prencipe e Michela Volante) è il resoconto di un viaggio in tanti capitoli che ci porta a conoscere le case, sparse per luoghi pieni di significato, di decine di scrittori straordinari. Per fare qualche esempio, seguendo l'ordine alfabetico dell'indice: Balzac, Beauvoir, Beckett, Benjamin, Blixen, Colette, Dickens, Dumas, Hemingway, James, Keats, Nietzsche, Proust, Sand, de Stael, Verne, Wharton, Yourcenar. Insomma, un eccellente diario di sogni, che, come l'almanacco shakespeariano, ci potrà accompagnare per tutto l'anno nuovo. 
Ultimo libro, un altro regalo apprezzatissimo: Jane Austen. La vita di Claire Tomalin, della Nuova Editrice Berti con traduzione di Cecilia Mutti e Cristina Colla. Il volume è bellissimo, con una copertina elegante, il carattere prezioso e il colore della carta riposante. La mia ultima biografia austeniana è stata quella di Lucy Worsley, di cui ho parlato qui; sono davvero molto curiosa di intraprendere ancora una volta questo cammino, per ritornare alla vita vera di Jane e riassaporarne le delicatezze e le armoniose minuzie, così splendidamente in accordo con la grandezza immortale della sua scrittura.

12 agosto 2019

Trieste e il declino degli Asburgo

Le mie ultime letture hanno avuto un tema in comune, un argomento che mi affascina sin da quando studiavo letteratura in tedesco all’università: la Mitteleuropa e il tramonto dell’ideale asburgico. In questo blog ho scritto qualche tempo fa del magnifico romanzo di Ernst Lothar La melodia di Viennache racconta di un’era in cui Vienna era il centro di un mondo di lusso e di splendori, dell’età di Francesco Giuseppe e del sogno di un’Austria multietnica e transnazionale, e che si chiude sulla caduta dell’utopia. 
I tre libri che mi hanno accompagnata in quest’ultima settimana sono stati invece: Trieste. Un’identità di frontiera di Claudio Magris e Angelo Ara (Einaudi), Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza) e Hotel Sacher. L’ultima festa della vecchia Europa di Monika Czernin (EDT). I primi due si occupano di una città italiana che è stata avamposto dell’Impero asburgico fino a tempi relativamente recenti e che si è costruita, sviluppata, e che ha sofferto, sul pensiero della frontiera che mai abbandona chi ci è passato o vissuto e che spesso si è tramutato in scrittura. Come scrivono Magris e Ara, “la triestinità esiste nella letteratura, la sua unica vera patria, altrimenti non localizzabile in modo definito”. Il loro magnifico saggio racconta la città analizzando la rete sovranazionale di vicende storiche, letterarie, culturali e linguistiche, ed è un testo imperdibile per chi voglia tentare di afferrare una parte ancora troppo fluida della storia italiana; in particolare, l’amalgama triestino tra italiani e sloveni è un dato cruciale, che gli autori descrivono in tutta la sua complessità: “Alla fine del secolo è ormai ben chiaro il carattere, e insieme il destino e il dramma, della Trieste contemporanea, città reclamata da due popoli, lacerata tra contrastanti aspirazioni, inserita in uno stato con il quale ha solidi legami storici ed economici, ma dal quale è divisa da attriti nazionali e spirituali, dramma che sembra un concentrato delle nazioni europee”. Nel libro leggiamo di associazioni di lingua tedesca e slava, di irredentismo, di guerra, di Svevo, Saba, Slataper e Joyce, di guerre mondiali, di anime belle e di mercanti, di sole meridionale e di bora, di imperatori e di esuli, di trionfi e disperazione. 
Con un taglio e una forma diversa, ma occupandosi degli stessi temi, si esprime l’agile opera di Luigi Nacci, costruita in forma di apostrofe al lettore, al quale l’autore dà quasi affettuosamente del tu. Nacci, infatti, è una guida che accompagna i viandanti (il suo concetto di “viandanza” ricorre in molti dei suoi scritti) a scoprire il Carso – considerato, appunto, la Trieste selvatica. Il libro è davvero bello, perché è la voce di una lunga, e talvolta impervia, camminata attraverso i fatti storici, le diversità linguistiche, i confini politici, le frontiere spirituali e le realtà geografiche, botaniche e geologiche. Anche qui compaiono i grandi nomi di Trieste (Slataper, Svevo, Saba, Anita Pittoni), anche qui percorriamo la storia recente della città: l’intento però non è accademico/saggistico, bensì è quello di accompagnarci, in un’alternanza di dolcezza e ruvidezza, a prendere atto di una fase storica e geografica d’Italia quasi dimenticata. Tra i tanti passi che ho sottolineato riporto questo breve brano: “La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono. […] nessun meteorologo ti dirà, caro lettore, che la bora soffia dalle boccacce storpie delle streghe che vivono in fondo alle grotte carsiche, soprattutto nessuno ti dirà che la bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. […] possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento”. 
Hotel Sacher è un altro libro rilevante, perché unisce il tono della narrazione (a volte davvero intimo e toccante) a fatti realmente accaduti. Concentrandosi sulla figura di Anna Sacher, la moglie del titolare degli omonimi hotel e ristorante dove fu inventata la celebre torta al cioccolato e confettura di albicocche, questa storia riporta in vita tutto il mondo della scintillante élite della Vienna fin-de-siècle: dalla corte degli Asburgo al milieu della psicanalisi, dall’epidemia di suicidi altolocati al serpeggiante antisemitismo, dall’imprenditoria alla visione degli artisti della rivoluzione, come Klimt, Schiele, Mahler, Schnitzler, von Hoffmanstahl, Zweig e la fotografa dell’alta società Dora Kallmus. L’autrice, Monika Czernin, è la pronipote di un amico di Anna Sacher, mentre il suo avo Ottokar fu l’ultimo ministro degli esteri della monarchia asburgica: anche per questo, forse, le pagine di questo libro scorrono via intense e vitali: “Gli uomini, cilindro in testa, con i pomi dorati dei bastoni da passeggio che splendono al sole; le signore con ampi cappelli […] guanti raffinati, vestiti fruscianti che fasciano le loro figure ben tornite. Passeggiavano dalla Kärntnerstrasse al Ring, passando davanti all’Opera e godendosi gli ippocastani e i platani che gettavano ombra sulla Ringstrasse, finché, arrivati alla Schwarzenbergplatz, si salutavano e andavano a pranzo”. Un mondo splendido e fragile, rappresentato al culmine della sua parabola, prima del precipizio nella “madre di tutte le catastrofi”.

26 aprile 2019

Un aprile, tre libri

Nell’ultimo mese, con la preziosa complicità di lunghi viaggi in pullman e pazienti attese in aeroporto, ho letto tre libri molto belli, tutti di firma maschile (cosa piuttosto fuori dall’ordinario, per me): un romanzo, un saggio e una biografia scritta con il ritmo e la passione della narrativa.
Quest’ultima è Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati (Bompiani), un libro che ho finito molto opportunamente ieri, nel giorno della Liberazione. Con scrittura magistrale racconta la vita fisica e intellettuale di Leone Ginzburg, colui che disse “no” al fascismo e che contribuì a fondare la casa editrice Einaudi. La narrazione è molto forte, intrecciando i riferimenti dottissimi al lavoro di Ginzburg (studioso indefesso, curatore precisissimo e traduttore innamorato) alle marce forzate della storia d’Italia che piomba verso la caduta. Altri filoni biografici (e autobiografici) si innestano in questo ramo centrale, che tuttavia rimane il più bello e il più interessante e si rivela infine un vero inno alla resistenza della letteratura: “Poter abitare la terra di mezzo tra la radura dei vivi e la selva dei morti, la sfera visibile e quella invisibile, ecco cosa ci rende umani. Lo diventiamo grazie a testimonianze come quella affidata da Leone Ginzburg alla sua ultima lettera. Esseri capaci di raccontarsi l’un l’altro la propria storia, e a vicenda la storia degli altri. Dall’al di là a chi è ancora qua. Chi è andato e chi rimarrà”. 
Il secondo libro è una recente pubblicazione Feltrinelli, che interpreta uno dei motivi di scrittura che mi appassionano di più, cioè il rapporto degli scrittori con le loro case: La finestra di Leopardi di Mauro Novelli. Novelli, professore alla Statale di Milano, ci incanta in questo libro con il suo viaggio dal Nord al Sud dell’Italia, alla ricerca dei focolai di storia, di nostalgia e di vita che si condensano nei paesaggi e nei luoghi degli autori, nei loro oggetti e nelle loro abitudini. 
Dalle langhe di Fenoglio e Pavese alla casa densa di Manzoni, dal Vittoriale degli Italiani alla dimora collinare di Petrarca, dalle carceri tormentose degli scrittori prigionieri ai nidi di Giovanni Pascoli, dagli esili dei grandi poeti (Dante, Foscolo) alle stanze tutte per sé delle penne femminili, dalle vastità della Sicilia agli odori della Sardegna, fino alla carezza del paesaggio di Recanati. Scrive Novelli che “inseguendo l’ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Sulle loro pagine ci siamo riconosciuti, nelle loro stanze li riconosciamo. Qui […] è maturata una parte di noi”: mi emoziona leggere queste parole, perché riflettono esattamente ciò che ho sentito scrivendo i miei due libri sui luoghi di Elizabeth Gaskell (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Sui passi di Elizabeth Gaskell) e Le case di Jane Austen.
Infine, il romanzo che ha accompagnato questo ultimo mese è I coraggiosi saranno perdonati di Chris Cleave (Neri Pozza, trad. it. di L. Prandino), che racconta la seconda guerra mondiale dal punto di vista, triplice e poi duplice, di chi rimase a Londra, patendo la tragedia della distruzione e della disperazione, e di chi scelse di combattere – e in particolare si ritrovò protagonista e vittima dell’assedio dell’isola di Malta. Il libro è scritto (e tradotto) in una lingua molto bella, trasuda passione da ogni pagina e ci trascina nella commozione per il destino di Mary, di Tom e di Alistair e dei bambini, prima evacuati e poi rispediti indietro, che a Londra rischiano la vita sotto le bombe a causa delle loro malformazioni o del colore della pelle. 
È intenso il rapporto che la giovane di buona famiglia Mary, desiderosa a ogni costo di prestare servizio alla nazione in guerra, instaura con questi piccoli rifiutati, e con l’idea stessa di istruzione: quando entra nella scuola abbandonata in cui spera di recuperare quei bimbi alla vita, “le sembrava di avere cinque anni, e cinquecento. Ecco i resti di diecimila corsi di studio, ossa inabissate sul fondo. I fossili della nazione. Le si strinse il cuore, perché la guerra aveva reciso il filo sottile che legava ogni bambino ai suoi avi, con legami fatti di punto croce e di calligrafia”. Il romanzo abbonda di dettagli sensoriali e di simboli visivi, che rendono la lettura scorrevole come un film: il “profumo dolce di iuta dei sacchi di posta” che vuol dire l’amore lontano, “il cielo color indaco, chiassoso di stelle” che significa la piccolezza umana e la solitudine, “l’odore di cera del corrimano”, segno di casa, e il barattolo di marmellata di more di Tom, che percorre insieme a noi tutta la storia, rappresentando l’amicizia, il ricordo e la speranza. Nonostante la portata stupefacente della tragedia, infatti, in questo romanzo resta il bagliore sempre vivo del senso della sopravvivenza: “La vita ci metteva più tempo a riassestarsi che a esplodere, ma questo non significava che non potesse essere bellissima, purché ci si ricordasse di andare a fare passeggiate in campagna e ascoltare musica alla radio”.

24 marzo 2019

Le sorelle Mitford. Una biografia

Qualche giorno fa è stata la giornata mondiale della poesia e io ne ho approfittato per appendere alla bacheca della scuola qualche verso di Wordsworth. Naturalmente ho scelto la poesia dedicata ai narcisi, perché non c’è niente di più speranzoso e confortevole del giallo acceso delle loro teste aperte in canto, “fluttering and dancing in the breeze”. 
La lettura di queste ultime settimane, invece, è stata una lunga opera biografica: Le sorelle Mitford. Biografia di una famiglia straordinaria di Mary S. Lovell, pubblicata in italiano da Neri Pozza con la traduzione di M. Togliani. Delle celebri sorelle Mitford sentivo parlare, più o meno direttamente, da diverso tempo, e più precisamente da quando ho comprato, in una libreria di paese che ormai ha tristemente chiuso le sue porte, L’amore in un clima freddo (Adelphi) di Nancy Mitford, la primogenita. Quella lettura – che devo riprendere in mano, alla luce di quest’ultima biografia – mi indirizzò al mondo dei “Bright Young Things” e a Vile Bodies di Evelyn Waugh (grande amico di Nancy e autore di Ritorno a Brideshead) e di recente, grazie ai gialli di Jessica Fellowes, ne ho riscoperto il fascino, decidendo infine di gettarmi a capofitto nelle oltre seicento pagine dell’opera di Lovell. 
Questa biografia ha tanti pregi. Il primo è quello della scrittura: chiara, precisa, si snoda sciolta tra i capitoli senza inutili orpelli, elencando un fatto dopo l’altro, evitando di assumere posizioni e mantenendosi, pur nella sua attenzione alla realtà storica, al di là di qualsiasi giudizio. Un secondo pregio, superfluo dirlo, è il contenuto. Queste sei sorelle – Nancy, Pam, Diana, Unity, Decca, Debo – sono state un monstrum, un fenomeno inimmaginabile, che nel bene e nel male ci mostrano un volto dell’Inghilterra al quale è sgradevole prestare attenzione e che tuttavia è necessario prendere in considerazione senza remore, se si vogliono capire tante sfaccettature del coinvolgimento britannico nella seconda guerra mondiale. Altra qualità di questo libro è il ritmo, serrato, teso, libero da citazioni troppo lunghe, il ritmo di una lunga cavalcata nella storia che non annoia mai (come accade purtroppo a tante biografie) e ci travolge con la sua ondata di fatti. 
La famiglia Mitford nel 1928 (Wikipedia)
Le vicende delle sei sorelle si intrecciano fra le pagine: nessuna di loro resta nell’ombra. La straordinarietà di ciascuna è sorprendente, ci lascia increduli, perché ognuna delle loro vite ha lasciato un’impronta nell’identità del paese, attraverso colpi di scena degni di un romanzo, opere letterarie di grande pregio o ragnatele di contatti e di amicizie che hanno investito l’intero Novecento dei libri di storia. 
Nancy è stata una scrittrice di successo. Pam una castellana di grande spirito e sagacia. Diana, icona di bellezza per tutta la sua vita, sposò il leader del movimento fascista britannico, Oswald Mosley, e divenne amica di Hitler. Del dittatore austriaco, che adorava incondizionatamente, Unity fu quasi una protetta. La sorella minore, Decca, fu una militante comunista, fuggì in America con il suo grande amore e lottò per i diritti umani fino alla fine, inimicandosi gli altri membri della sua famiglia. Debo divenne per matrimonio Duchessa di Devonshire e signora di Chatsworth House – forse la più bella dimora storica della Gran Bretagna – e insieme al marito, ma anche dopo la morte di lui, la riportò letteralmente alla luce, restituendole il fascino indescrivibile e la forza di sopravvivenza economica che conserva ancora oggi. 
Le sorelle Mitford è un libro ammaliante, un appassionante tuffo nella storia che merita di essere conosciuto: dietro la patina luminosa dello humour, dei party scintillanti, dell’educazione impartita in casa e della serena spregiudicatezza dell’aristocrazia inglese degli anni Venti e Trenta vi si ritrovano oscuri abissi di pensiero e di conflitto, nei quali è sempre doveroso sprofondare per tentare di comprendere le potenzialità, benevole e insieme malvagie, dell’animo umano.

18 luglio 2018

Virginia Woolf, mia zia

Leggere le biografie mi richiede sempre molto tempo. Un po’ perché sono corpose, d’altro canto perché procedo volutamente con lentezza, con la matita in mano, per non perdere i dettagli, non confondere i nomi dei personaggi che entrano, escono e ricompaiono in scena, per immaginarmi una mappa geografica dei luoghi, delle case, dei viaggi. Una biografia è il racconto di una vita, non la si può percorrere con distrazione. 
Ho dovuto aspettare l’inizio delle vacanze per portare a termine Virginia Woolf, mia zia di Quentin Bell (La Tartaruga edizioni, trad. it. di Marco Papi), iniziato alla fine dell’inverno e finora mai concluso per mancanza di concentrazione. È stata una lettura appassionante e vigorosa, compiuta con la consapevolezza sempre accesa del fatto che l’autore è un parente stretto del soggetto narrato, che con lei ha vissuto, parlato, riso, e che si pone nei suoi confronti con l’affetto del nipote, il rispetto del lettore, ma anche con l’obiettività del biografo. 
Il volume si divide in due parti e lo spartiacque è segnato dal 1912, anno del fidanzamento tra Virginia e Leonard Woolf. È l’evento che separa l’infanzia dall’età adulta, ma anche la fase di “preparazione” alla scrittura da quella della pubblicazione (The Voyage Out uscì nel 1915). In entrambe le sezioni Quentin Bell (il figlio della sorella di Virginia, Vanessa), traccia ritratti profondissimi della zia, esaminandone senza indugi la personalità complessa e la grande fame di conoscenza, descrivendone i tormenti, le sofferenze, la malattia, ma anche i momenti di allegria e di quiete. 
I capitoli familiari sono intensi e struggenti, per l’evocazione della figura della madre della scrittrice, Julia (sorella della fotografa Julia Margaret Cameron), per il racconto dell’istruzione impartita in casa, delle rivalità tra fratelli, delle visite dei grandi nomi a Leslie Stephens (tra cui Henry James), dei viaggi in Cornovaglia – per sempre il paradiso di Virginia. Talland House, a St. Ives, la casa di villeggiatura della famiglia, è così descritta: «Accanto al cancello c’era una specie di siepe di escallonia e al di là del giardino, tutto un saliscendi sul pendio ondulato, con un’infinità di praticelli, di cespugli, di nascondigli privati; […] e oltre il campo di cricket, il mare. […] La regata annuale, la sabbia, le pozze d’acqua tra le rocce con gli anemoni di mare che fiorivano sotto i pesci guizzanti, la grande baia con le vele e le navi a vapore […]. E poi c’erano la panna della Cornovaglia, il venditore di focacce calde […] – e tutta la pienezza, la felicità di quella vita». 
Con la morte della madre (che è la signora Ramsay di To the Lighthouse), è come se una luce si spegnesse nella vita di Virginia. Il padre è un uomo difficile, la pace della casa è violata dalle molestie del fratellastro, Vanessa sviluppa un senso di autonomia che la allontana dal nucleo familiare, e la maturità si presenta presto a reclamare il suo tributo. La seconda parte del libro, con il racconto delle vicende editoriali, talora strazianti, talora gloriose, dei grandi incontri personali e artistici (Katherine Mansfield, T.S. Eliot, Edward Morgan Forster, Roger Fry, Aldous Huxley, Vita Sackville West e infiniti altri) e dei faticosi incontri con la politica, è infarcita di lettere e di brani di diario, che testimoniano gli eventi epocali di quegli anni, come la prima guerra mondiale, e quelli più intimi, come gli amori di Virginia o l’acquisto di Monk’s House a Rodmell. Il biografo descrive la scrittrice, negli anni Venti, come «lineare, elegante, composta. […] era nel movimento che Virginia rivelava realmente se stessa. […] La sua conversazione era punteggiata di esclamazioni di sorpresa, di domande imprevedibili, di fantasie e di risate, l’allegra risata del bambino che trova il mondo più strano, più assurdo e più bello di quanto chiunque altro possa immaginare. Pareva che il riso in quegli anni fosse il suo elemento naturale». 
Il salotto di Monk's House.
Fonte: Wikimedia Commons
Non è certo questo il ritratto più diffuso di Virginia Woolf. Ancora oggi è più frequente rappresentarla come una donna malata e una scrittrice difficile, e della sua vita si ricorda soprattutto la fine, e la scelta del suicidio (che segna l’ultima pagina di questa biografia), probabilmente determinata dal ripresentarsi della malattia e dall’ora più buia della seconda guerra mondiale, con gli aerei tedeschi sopra la testa e il terrore dell’invasione. Tuttavia, anche e soprattutto dopo questa lunga lettura, a me piace ricordare la Virginia della luce – la luce del faro, della rivendicazione dei diritti delle donne (A Room of One’s Own), dei fiori della signora Dalloway, del funambolismo di Orlando, degli episodi di Night and Day e The Years, delle passeggiate londinesi e dei colori vividi e trascinanti della cucina, dei diari di viaggio, del giardino e degli arredamenti di Monk’s House.

25 aprile 2018

Elizabeth Gaskell a Roma

Se nell’ultimo post, dedicato a Daisy Miller, ho parlato di Roma attraverso gli occhi di Henry James, in questa giornata di festa voglio tornare nella città eterna per raccontare le esperienze personali e letterarie di un’altra viaggiatrice illustre, Elizabeth Gaskell. L’autrice di Mogli e figlie e Nord e Sud desiderò per tutta la vita vedere l’Italia e lavorò alacremente per potersi permettere il tanto ambito viaggio: finalmente, il 23 febbraio 1857, dopo un tragitto lungo e accidentato, giunse in città insieme alle figlie maggiori, Marianne e Meta, e con loro fu ospite di William Wetmore Story e la moglie per una lunghissima e corroborante vacanza. 
The Angel of Grief è la statua in marmo scolpita da
William Wetmore Story per la tomba della moglie
Emelyn, al Cimitero Acattolico di Roma (anche
William fu poi sepolto sotto le sue ali)
William Wetmore Story era un appassionato d’arte e dopo essersi innamorato di Roma in occasione dei suoi primi soggiorni, aveva deciso di trasferirvisi stabilmente, diventando «il protagonista di spicco di un circolo cosmopolita i cui rituali – tutt’altro che immobili ma anzi in continua trasformazione – egli stesso avrebbe contribuito a codificare perfettamente anche grazie ai felici rapporti con l’ambiente culturale e aristocratico romano» (B. Bini, L’esilio dorato di William Wetmore Story). Nel corso degli anni, William ed Emelyn furono il punto di riferimento a Roma per una miriade di espatriati e viaggiatori anglo-americani: tra loro Thackeray, Robert Browning, il generale Grant e i primi ministri inglesi, Charles Sumner, Leigh Hunt, Henry James (che ne avrebbe scritto la biografia) e la nostra Mrs. Gaskell, che soggiornò nella casa dei coniugi in via Sant’Isidoro.
Di questo luogo Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (482): «Via Sant’Isidoro, con la luce ambrata del sole che scendeva dai tetti romani grigio-dorati, i colli Sabini da una parte e il Vaticano dall’altra…». In Delitto di una notte buia leggiamo il solo episodio italiano di tutta la narrativa gaskelliana: un episodio autobiografico (riportato anche in una lettera della figlia Meta risalente al 1910), che ricorda proprio il martedì grasso di quel 1857, quando Elizabeth poté godere dello spettacolo della processione carnevalesca affacciata al balcone degli Story.
Scrive Gaskell: «Così venne marzo; la Quaresima cadeva tardi quell’anno. Grosssi mazzi di violette e di camelie venivano venduti all’angolo di via Condotti e i festaioli non avevano alcuna difficoltà a procurarsi fiori ancor più rari per le belle del Corso. […] Mrs. Forbes aveva preso in affitto un balcone privato, come si addiceva a una rispettabile e danarosa gentildonna inglese. Le ragazze avevano un grosso cesto pieno di mazzolini di fiori da gettare agli amici nella folla di sotto; numerosi moccoletti erano impilati sul tavolo alle loro spalle, perché era l’ultimo giorno di Carnevale e, non appena fosse sceso il crepuscolo, si sarebbero accese le candele, che tutti avrebbero tentato in ogni modo e altrettanto velocemente di spegnere» (Croce 2017, trad. it. di M. Barbuni, p. 213). 
Nel corso della sua vacanza romana, Elizabeth poté incontrare nuovamente e stringere una forte amicizia con Charles Eliot Norton, un giovane critico d’arte americano che soggiornava a Piazza di Spagna e che accompagnò lei e le sue figlie a visitare tutte le meraviglie della città: il Colosseo, Villa Borghese, San Pietro… Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (375) di qualche anno dopo: «Fu in quegli incantati giorni romani che la mia vita giunse al suo culmine». 
Il viaggio di Elizabeth a Roma e in Italia è oggetto del capitolo “Incanto italiano” del mio libro Sui passi di Elizabeth Gaskell (Jo March 2016) e a quanto pare sarà anche il tema, romanzato, di un’opera di narrativa che uscirà la prossima estate, a firma della scrittrice e studiosa inglese Nell Stevens: il libro si intitolerà Mrs. Gaskell and Me (negli Stati Uniti, invece, The Victorian and the Romantic) e presumibilmente si occuperà anche del forte e affettuoso legame tra Elizabeth e Charles Eliot Norton – che fu, tra le altre cose, traduttore della Divina Commedia. Un insieme di intrecci davvero suggestivo, che non possiamo fare a meno di attendere con trepidazione!

7 marzo 2018

Letture sotto la neve

È difficile leggere speditamente tra le tante (pre)occupazioni legate al lavoro a scuola, ma nelle ultime settimane sono riuscita almeno a collezionare un buon numero di libri che promettono di essere straordinari, e nei quali non vedo l'ora di sprofondare, appena ne avrò la libertà. Dalla biblioteca ho scelto Intrigo italiano (Einaudi) di Carlo Lucarelli - stile inconfondibile: sembra di sentire l'autore raccontare la storia a voce alta -, un giallo che si svolge nella Bologna degli anni cinquanta con protagonista il commissario De Luca, già primo attore di una serie di crime stories ambientate nell'Italia fascista (da non perdere, in particolare, Indagine non autorizzata, edito da Mondadori). Prima di questo libro, mi hanno fatto compagnia le vicende dolci e strazianti del romanzo d'esordio di Joël Dicker (noto per essere l'autore del grandissimo successo editoriale La verità sul caso Harry Quebert), intitolato Gli ultimi giorni dei nostri padri (Bompiani). È questa una storia di guerra, che narra le sorti di un gruppo di giovani partigiani francesi arruolati in Inghilterra per essere preparati a organizzare e portare avanti la Resistenza in patria. Una bella lettura, piuttosto scorrevole, che ha il merito di riscoprire un aspetto del conflitto non molto noto: il fatto cioè che Churchill diede vita a una squadra di servizi segreti (SOE, Special Operations Executive) incaricata di azioni di sabotaggio e intelligence oltre le linee nemiche in territorio francese.
Per passare dall'ebook al cartaceo, le mie più recenti scelte sono state due. Ho comprato in libreria Hotel Sacher. L'ultima festa della vecchia Europa (EDT), un romanzo della scrittrice e giornalista austriaca Monika Czernin, che ci racconta la biografia di Anna Sacher, moglie del proprietario del leggendario albergo viennese, tra metà Ottocento e la prima guerra mondiale.
Il secondo romanzo (in inglese), arrivato oggi con il corriere, è invece l'ultima opera del grande scrittore contemporaneo irlandese John Banville, il cui soggetto è una sorta di realizzazione del sogno di un lettore: si tratta di un sequel di Ritratto di signora di Henry James, che porta il suggestivo titolo di Mrs. Osmond (Penguin Books). Quando ho scoperto la sua esistenza, qualche settimana fa in una libreria svizzera, non potevo quasi crederci... Adesso devo solo trovare un po' di tempo e quiete per godermi tutto lo splendore del ritorno di Isabel.

20 novembre 2017

Elizabeth the Queen: the Woman Behind the Throne

È il settantesimo anniversario di matrimonio della Regina Elizabeth II con il Duca di Edimburgo, una coppia che ha attraversato le onde tempestose del tempo, e tra glorie e cadute - personali, sociali, familiari - ha resistito con forza fino a oggi. Dedico allora questo post a una lettura di qualche settimana fa, Elizabeth the Queen: the Woman Behind the Throne di Sally Bedell Smith (Penguin 2012), una corposa, studiata e ben costruita biografia della donna che ha superato una guerra mondiale e una guerra fredda, il rischio di una guerra civile e la paura del fallimento della monarchia, e nei cui occhi si legge lo scorrere della Storia. 
Elizabeth, la più longeva sovrana d'Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord, oltre a quindici altri regni e quattordici territori in tutto il mondo, è presentata in questo libro nella maestà del suo ruolo istituzionale (fatto di tante luci e di ombre proiettate sulla vita privata) e nel suo aspetto personale, che rivela inaspettate espressioni di joie de vivre, piccole manie alimentari, lacrime sincere e fortissime risate. Grazie alle quasi settecento pagine di questo volume, si scopre che Elizabeth tiene un diario quotidiano, che non sarà reso pubblico durante la sua vita; che ama sopra ogni altra cosa le corse dei cavalli; che non ha il passaporto, né la patente, ma naturalmente può viaggiare e guidare (cosa che le piace moltissimo); che non può votare né convertirsi; e che non ha mai rilasciato un'intervista nel corso del suo regno. Le sezioni dedicate alla famiglia di origine di Elizabeth, e soprattutto all'amatissimo padre, "Bertie" (re Giorgio VI), sono intense e delicate insieme; e in generale lo sguardo sull'infanzia di "Lilibet" si addolcisce nel contemplare una bambina con i capelli ricci e tanta voglia di imparare, impegnata a studiare da sola con un istitutore di Eton. Divenne presto una ragazzina compita, intelligente, ordinata e votata al senso del dovere - il primo motore della sua esistenza. Durante la guerra prestò servizio come volontaria e la notte della vittoria (l'8 maggio 1945) si mescolò al popolo festante sparso per le strade di Londra. Un'ampia porzione della biografia è poi naturalmente dedicata al matrimonio con Philip, da cui Elizabeth si sentì attratta fin dal primo giorno e che, sacrificando la maggior parte delle proprie ambizioni personali e della propria identità, le rimase accanto in ogni momento critico della sua vita - in particolare nel giorno in cui appresero la notizia della morte di re Giorgio e la conseguente ascesa di Elizabeth al trono.
La Regina Elizabeth II in una foto di Annie Leibovitz
Il libro abbonda di interessantissimi dettagli, riferiti alla storia della monarchia, alla visualizzazione dei simboli della Corona, al lavoro quotidiano della regina, ai suoi abiti, ai suoi viaggi, alle sue spese, alle dimore reali, fino alla genesi dei suoi ritratti ufficiali. Di grande interesse la trattazione del complesso rapporto di Elizabeth con il Commonwealth, con la politica estera, con i suoi primi ministri (il primo dei quali fu Winston Churchill) e le sue delicate relazioni familiari: con la madre, con la sorella (della quale decise il destino), con i figli.
Elizabeth the Queen è un libro ricco: offrendo fatti, citazioni, un ampio corredo di note esplicative e riproduzioni di fotografie originali, è denso di storie, personaggi, istantanee di una Storia comune e di memorie private, che restano sempre rispettose e accurate, votate a celebrare la forza della personalità di una donna che ha accettato un ruolo totalizzante, impostole dal Caso (come accadde, prima di lei, a suo padre, diventato re dopo l'abdicazione del fratello). Tra le citazioni più suggestive, le parole di Philip, riferite alla propria parte di principe consorte: «There was no choice. It just happened. You have to make compromises. That's life. I accepted it. I tried to make the best of it» e quelle della stessa Elizabeth, pronunciate a Westminster, di fronte alle Camere riunite, nell'anno del Giubileo: «Change has become a constant. Managing it has become an expanding discipline. The way we embrace it defines our future».