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30 dicembre 2018

Libri di fine 2018

Cari lettori, questo è l’ultimo post del 2018, un anno durante il quale posso affermare di aver letto tanti libri davvero belli. Tra questi ci sono La melodia di Vienna di Ernst Lothar, una serie di letture woolfiane (tra tutte segnalo la biografia del nipote Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia), The Master di Colm Tóibín e The Clockmaker’s Daughter di Kate Morton. In questi giorni finali, complici le vacanze scolastiche, ho scoperto altre gradevolissime letture, che mi hanno accompagnata verso e durante il Natale, come One Day in December di Josie Silver (Penguin) e Un delitto inglese di Cyril Hare (Sellerio), che mi ha permesso di rispettare la mia personale tradizione del “leggere in giallo” durante le feste. 
Questo librino, che appartiene alla Golden Age della letteratura del mistero, fu pubblicato per la prima volta nel 1951 ed è ambientato proprio nell’immediato secondo dopoguerra. Oltre allo stile limpidissimo, degno di Agatha Christie, si distingue per l’intelligente associazione della vicenda narrata con l’evoluzione della società britannica del tempo, in un paesaggio splendidamente classico (la tipica dimora di campagna menzionata da T. S. Eliot quale caratteristica imprescindibile di una buona detective story) coperto dalla neve durante le feste di Natale. Per restare in tema giallo, ho appena iniziato Morte di un giovane di belle speranze di Jessica Fellowes (Neri Pozza, secondo capitolo della saga dei “Delitti Mitford”).
Finora, tuttavia, la lettura delle vacanze più interessante è stato un saggio, Questa nostra Italia di Corrado Augias (Einaudi). Il libro è un percorso nel tempo e nello spazio, che attraversa le maggiori città italiane per raccontarne le vicende più incisive e intrecciarle sia con la storia del Paese (in particolare il secondo Novecento) sia con la cronaca autobiografica. Contiene riflessioni sullo spirito nazionale, sulla nostra strana relazione con il passato e con le nostre tragedie, sulla scuola, sulla democrazia, sulla politica, sulla nostra lingua e letteratura, e naturalmente sulla nostra geografia, che sembra comprendere e contenere la nostra stessa identità, «nelle città e nei borghi, nelle campagne e nei castelli, nelle pieghe del tempo e nell’ombra di certi passaggi dimenticati. Se si scruta con attenzione, talvolta si riesce a vederla balenare. […] Ogni città italiana, comprese le minime, è uno spazio in cui si è trasfuso e condensato il tempo».
Spero che anche il prossimo anno riserverà a me, come a voi, tante indimenticabili sorprese letterarie, che possano farci compagnia tra una stagione e l’altra, regalandoci, come sempre, tanto da imparare e fortissimi moti del cuore. Auguri!

9 novembre 2017

Neve, strenne e storie di Natale

Cari lettori, tanto tempo è passato dall’ultimo post, perché tante cose sono cambiate… ho cambiato casa e (ri)cominciato un mestiere e in questi primi mesi del nuovo lavoro gli impegni sono davvero tanti! 
Nel frattempo, però, non ho mai smesso di dedicarmi ai libri e oggi sono molto felice di potervi presentare il risultato di quasi un intero anno di lavoro… Qui, fuori dalla mia finestra, il vento freddo ha già spiccato le foglie dorate dei giorni scorsi; l’altro ieri è nevicato e tra una poltrona coperta da un plaid, il profumo delle caldarroste in strada e una cioccolata calda tra le mani sto sfogliando un volumetto nuovo di zecca: una raccolta di racconti di Natale pubblicata da edizioni Croce, dal titolo Neve, strenne e storie di Natale


In questa raccolta, che ho curato e di cui ho scritto l’Introduzione (oltre alla traduzione di alcuni dei racconti) compaiono delle vere e proprie gemme di narrativa natalizia, alcune delle quali inedite in italiano e scovate dopo lunghissime ricerche fra gli archivi… Ecco il sommario: 

- Thurlow e il racconto di Natale (John K. Bangs) 
- Pat Hobby e il suo desiderio di Natale (F. S. Fitzgerald) 
- L’ideale infranto (Maria Messina) 
- Jesusa (Emilia Pardo Bazán) 
- Tilly (Louisa May Alcott) 
- Neanche per idea (Anthony Trollope) 
- College Santa Claus (Ralph Henry Barbour) 
- Il mio primo Natale felice (Mary Elizabeth Braddon) 
- Il sarto di Gloucester (Beatrix Potter) 
- Discesa dalle nuvole (Grazia Deledda) 
Chiude il volume una… gustossima appendice! 

Per scrivere la mia Introduzione, Sotto lo stesso albero. Racconti natalizi fra tradizione popolare, idealità e iconografia, mi sono immersa in un mondo caldo e sfavillante, ma anche profumato di cibo e tradizione, scoprendo aneddoti e storie che non conoscevo, e che spero contribuiranno a rendere il prossimo Natale ancora più speciale. In questo libro troverete racconti di famiglie, di ragazzi, di giochi nella neve, di amicizia, di feste più o meno riuscite, di carità, di ricordi e di nostalgia. La bellezza di queste pagine - che, se lo vorrete, potranno incamminarsi con voi verso il Natale oppure farvi compagnia durante le feste, nella quiete di un salotto illuminato da un camino acceso e nell’eco delle carole - è incorniciata da un’opera grafica deliziosa, che richiama tutto ciò che si narra al suo interno, e con una quarta di copertina che si trasforma, nella magia di un attimo, in un biglietto d’auguri colmo di sorrisi.

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: Neve, strenne e storie di Natale
Autori vari
A cura di Mara Barbuni
Traduzioni di S. Asaro, M. Barbuni, V. Visaggio
Edizioni Croce, Roma 2017
Prezzo: 16€
Uscita in libreria: 30 novembre 2017



25 gennaio 2017

Ancora una volta ... Virginia Woolf

Il 25 gennaio 1882 nasceva Virginia Woolf. È una scrittrice di cui bisognerebbe parlare sempre, farla studiare a scuola, portare il suo pensiero dappertutto, dai tavolini di un bar agli scranni della politica. Perché Virginia è davvero uno di quegli autori che possono farti diventare migliore di quello che sei, che ti aiutano a comprendere, a fare una pausa, a riflettere, ad ampliare il tuo sguardo (esterno e interno). Chiunque può trovare, nella scrittura di Virginia Woolf, qualcosa che incontri il suo gusto: il romanzo tradizionale e quello sperimentale, la forma del racconto, il diario di viaggio, l'espressione filosofica, la biografia, la critica letteraria, l'esplorazione della psiche e dei rapporti umani, lo studio artistico, l'analisi della struttura del Tempo, la passione per il giardinaggio, l'interior design e persino le ricette di cucina... Non le manca niente. 
Un post su di lei, pubblicato nel giorno del suo compleanno, non può essere altro che celebrativo, e le parole che lo compongono non possono essere altro che sue. Prendiamoci una mezz'oretta, oggi, e leggiamo, condividiamo, diffondiamo, anche solo un barlume della sua scrittura. 



«Nelle strade più tranquille i suonatori ambulanti distribuivano ai quattro venti il loro tenue e quasi sempre malinconico filo di suono riecheggiato o parodiato ora qui tra gli alberi di Hyde Park, ora nel St. James's Park, dal cinguettio dei passerotti e dai gorgheggi improvvisi, amorosi e intermittenti, del tordo canterino. [...] Appena il sole era tramontato un milione di lumicini a gas, come occhi della coda di un pavone, si aprivano nelle loro gabbiette di vetro [...] Finalmente si alzava la luna e il suo disco lucido e metallico, oscurato di quando in quando da una nube sfrangiata, splendeva sereno, con una certa severità, o forse con perfetta indifferenza. In lenta rotazione, come i raggi di un riflettore, i giorni, le settimane, gli anni passavano l'uno dopo l'altro attraverso il cielo». 
(Gli anni, ed. Mondadori. Trad. it. di Giulio de Angelis) 

«Una gran quiete scendeva su di lei, ella si sentiva calma, soddisfatta, e intanto l'ago, traendo dolcemente la seta fino alla pausa soave, raccoglieva le pieghe verdi e le riuniva, morbide, alla vita. Così in un giorno d'estate le onde si adunano, si sollevano e ricadono, e pare che il mondo intero dica "Ecco, è tutto", sempre più gravemente, fino a che anche il cuore del corpo disteso al sole sulla sabbia ripete "Ecco, è tutto"». 
(La signora Dalloway, ed. Mondadori. Trad. it. di Alessandra Scalero) 

«È vero che le donne che lavorano nella pubblica amministrazione meritano di essere pagate tanto quanto gli uomini; ma è anche vero che non vengono pagate altrettanto. La disparità è dovuta all'atmosfera». 
(Le tre ghinee, ed. Feltrinelli. Trad. it. di Adriana Bottini) 

«Non sembra anche a te che le amicizie siano come lunghe conversazioni, continuamente interrotte, ma che con ogni persona girano sempre intorno allo stesso argomento? Con Lytton parlo di letture; con Clive di amore; con Nessa della gente; con Roger di arte; con Morgan di scrittura; con Vita... beh, di cosa parlo con Vita?» 
(Lettera a Vita Sackville West, 28 febbraio 1927, in Tutto ciò che vi devo, ed. L'Orma. A cura di Eusebio Trabucchi) 

«Vediamo la sua Venezia da un piccolo tavolo sulla Piazza, mentre portiamo un bicchiere alla labbra. [...] La sua pittura ha una qualità tangibile; non è fatta d'aria e polvere di stelle, bensì di olio e terra. Desideriamo stendere le nostre mani sulle sue nuvole e i suoi pennacchi; sentire le colonne attorno e i cuscini solidi al tatto. Si può quasi sentire l'oro e il rosso gocciolare, con un piccolo spruzzo, nelle acque del canale». 
(Walter Sickert. Una conversazione, ed. Damocle. Trad. it. di Vittoria Scicchitano) 

«Si ha paura della solitudine; di vedere fino in fondo al vaso. Questo ho provato, qui, in certi agosti, arrivando allora alla coscienza di ciò che chiamo "realtà": qualcosa che vedo davanti a me, qualcosa di astratto ma che risiede nelle colline o nel cielo; rispetto alla quale niente conta; nella quale riposerò e continuerò a esistere. Realtà, la chiamo. E a volte penso che questa è la cosa che mi è più necessaria: quella che cerco».
(Diario di una scrittrice, ed. Minimum fax. Trad. it. di Giuliana de Carlo) 

«Quel giovane semplice che conoscevo appena, aveva dunque celato in sé l'immenso potere della morte. Cessando di essere aveva rimosso i confini e fuse insieme le separate entità - qui nella stanza con le finestre aperte e il canto degli uccelli fuori. Silenziosamente si era ritirato e mentre la sua voce era niente il suo silenzio è profondo. Ha steso la vita come un mantello perché noi ci passiamo sopra. Dove ci conduce? Arriviamo al bordo e cerchiamo. Ma lui è andato oltre; [...] non c'è più. E noi dobbiamo tornare indietro».
("Simpatia" in Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, ed. Racconti. Trad. it. di Adriana Bottini e Francesca Duranti) 

«Lassù in cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi. [...] Come può una donna lottare per la libertà senza armi? Fabbricandole, oppure fabbricando vestiti o alimenti. Ma c'è un altro modo di lottare senza armi per la libertà. Possiamo lottare con la mente; fabbricare delle idee». 
("Pensieri di pace durante un'incursione aerea", in Voltando Pagina. Saggi 1904-1941, ed. ilSaggiatore. A cura di Liliana Rampello)

28 novembre 2016

Cronache dal Faro

Cari lettori, lo scorso fine settimana ho avuto l’opportunità di navigare un po’ nel grande mare della letteratura, che per mia fortuna era contenuto “in una stanza”, e illuminato da uno splendido “faro”. Ho partecipato infatti al primo festival italiano dedicato a Virginia Woolf, Il faro in una stanza, appunto, che oltre ad aver richiamato una quantità di convenuti davvero inaspettata, ha scritto, credo, un pezzettino della storia della reception contemporanea di Virginia Woolf in Italia. Il festival, che ha avuto luogo a Monza dal 25 al 27 novembre, è stato organizzato da (in ordine alfabetico): Elisa Bolchi, giovane, competente e appassionata studiosa woolfiana; Raffaella Musicò, la libraia che tutti vorremmo e dovremmo incontrare, che lo scorso aprile ha aperto la libreria Virginia e Co. a Monza (la e del nome non è commerciale: quel Co. contiene infinite voci letterarie...); Liliana Rampello, alla quale dobbiamo le molteplici e bellissime chiavi che ci hanno aperto veri e propri giardini di interpretazione dell’opera di Virginia. Consiglio di leggere il suo Il canto del mondo reale e l'antologia di saggi da lei curata Voltando pagina.
La prima sera del festival abbiamo assistito alla rappresentazione dell’unica commedia di Virginia, Freshwater, che sono stata invitata a introdurre: il luogo dell’azione è la Freshwater sull’isola di Wight, centro di una comunità di artisti e letterati che sembra un po’ una anticipazione del Circolo di Bloomsbury. A Freshwater la padrona di casa era Julia Margaret Cameron, di cui ho scritto già altrove in questo blog, e che è, insieme a Ellen Terry, la protagonista del mio racconto Ellen e Julia (pubblicato nella raccolta, edita da Iguana, Soffia un vento contrario). Se vi interessa godervi questo esperimento teatrale, potete leggere Freshwater nella bella edizione Nottetempo a cura di Chiara Valerio, disponibile sia in formato cartaceo che in ebook.
La giornata di sabato è stata densissima: la sessione si è aperta con un intervento di Raffaella Musicò sul ruolo democratico delle biblioteche e delle librerie, ed è proseguita con una conversazione tra Raffaella e Sandra Petrignani, l’autrice, tra le altre cose, di La scrittrice abita qui (Neri Pozza): uno splendido viaggio nelle case di grandi scrittrici della storia della letteratura, tra le quali compare anche Monk’s House, la suggestiva dimora di Virginia poco fuori Londra. Nel pomeriggio, Elisa Bolchi ha intrattenuto con Sara Sullam (traduttrice e studiosa milanese di Woolf, Joyce, e tanto altro) una conversazione sui romanzi di Virginia Woolf: con grande entusiasmo e sapienza, Elisa e Sara ci hanno parlato di La signora Dalloway e Al faro, ma anche di La crociera (con i suoi ribaltamenti di certi contenuti austeniani), di Notte e giorno (che personalmente amo tantissimo) e dei saggi come Una stanza tutta per sé. Sara ha ricordato le importantissime metafore musicali della prosa woolfiana, che legano le pagine tra loro come in una rapsodia, e ha attirato la nostra attenzione sulle figure dei poeti (che compaiono con grande frequenza nei romanzi di Virginia), e sulle situazioni collettive, in cui i gruppi di personaggi sono tenuti insieme dal filo serpentino del sempre mutevole punto di vista della narrazione (come per esempio nell'episodio della cena in Al faro). 
La sessione si è conclusa con la presentazione di una nuovissima edizione dei racconti di Virginia, pubblicata dalla Racconti Edizioni e intitolata Oggetti solidi. L'opera è curata da Liliana Rampello, che ci ha parlato delle infinite possibilità di interesse, di pura bellezza e di riflessione che questo volume può offrire ai lettori. Io l'ho iniziato in treno, e lo consiglio spassionatamente. 
Domenica mattina Liliana Rampello ha conversato con Bianca Tarozzi, la traduttrice dei Diari di Virginia Woolf. Siamo così entrati in un mondo pieno di fascino, imparando che Virginia scriveva il suo diario la sera, tra il tè e la cena, e che lo trattava come un quaderno di esercizi, utile, diceva, per “sciogliere le giunture”; Bianca Tarozzi ha evocato i manoscritti, che sono conservati a New York (Berg Collection), e che appaiono ordinatissimi e privi di cancellature (quando invece i romanzi testimoniano tutta la “fatica” della scrittura). Il festival si è concluso con un ultimo intervento di Elisa Bolchi, che, rispondendo alle domande della sempre avvincente Raffaella Musicò, ci ha raccontato storie davvero magnetiche sul rapporto tra le opere di Virginia e gli editori italiani, sulle traduzioni “pericolose” e sempre a rischio di censura negli anni del fascismo, e sulle meraviglie degli archivi letterari del nostro Paese. 
Come ho detto a Raffaella (nel corso di una cena per me indimenticabile), per tutto ciò che ho imparato durante il festival mi sembra di aver concentrato in due giorni un percorso universitario triennale: la felice disponibilità del pubblico ad ascoltare e ad apprendere, e l'enorme generosità delle studiose che hanno condiviso le loro conoscenze sono state le caratteristiche principali di questo evento, che speriamo sia solo la prima tappa di un lunghissimo percorso di amicizia e di amore condiviso per la grande letteratura.

29 settembre 2016

Sui passi di Elizabeth Gaskell

La targa appesa sul muro esterno
della casa di Chelsea in cui
Elizabeth Gaskell venne alla luce
il 29 settembre 1810
Duecentosei anni fa, in una casa di Chelsea, a Londra, veniva alla luce una bambina che avrebbe un giorno occupato un posto di tutto rilievo nella scena letteraria: Elizabeth Gaskell. Oggi possiamo festeggiare questa ricorrenza con l’esordio di un libro che è la biografia in italiano della scrittrice, Sui passi di Elizabeth Gaskell, pubblicato proprio in questi giorni dalla casa editrice Jo March (già “responsabile” di aver fatto conoscere l’autrice al grande pubblico, grazie alle prime edizioni italiane dei romanzi Nord e Sud, Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie).
Sui passi di Elizabeth Gaskell è un intreccio di scritture: vi si narrano la vita personale e la carriera della scrittrice, ma è insieme anche il resoconto di una serie di viaggi in Europa, compiuti nell’arco di oltre due anni (2014-2016), alla ricerca dei luoghi più significativi dell’esistenza di Gaskell – significativi perché sono stati le sue case, oppure i paesaggi in cui ha trascorso le sue vacanze, incontrando spesso altri protagonisti del suo tempo (Charlotte Brontë, su tutti), e in generale i luoghi da cui ha preso ispirazione per i suoi libri.
In questa biografia, che è anche un po’ un diario di viaggio, compaiono numerose traduzioni inedite in italiano di brani dalle lettere di Elizabeth Gaskell; queste ci permettono di “sbirciare” un po’ nei suoi pensieri, nelle sue emozioni e nel costante e indefesso lavorio della sua mente, che le ha consentito di dare vita ai personaggi che abbiamo imparato ad amare.
C’è infine un altro genere di “racconto” presente in questo libro: il racconto visuale, offerto dalle fotografie originali dei luoghi gaskelliani che sono state raccolte nel corso del viaggio. Tra salotti e brughiere, tra onde del mare e tavoli da scrittura, tra panorami urbani e le scene fugaci di un grand tour, possiamo guardare dentro la vita di questa straordinaria narratrice, riuscendo forse a comprendere un po’ più in profondità la sua necessità di diventare un’artista, e di non smettere mai di creare nuove storie.

Sui passi di Elizabeth Gaskell
di Mara Barbuni
Città di Castello, Jo March 2016
Collana: Christopher Columbus
ISBN: 9788894142822
€ 15,00

23 aprile 2016

Shakespeare 400

Oggi il mondo intero ricorda i 400 anni dalla morte di William Shakespeare. Festeggiamenti di ogni sorta si sono organizzati in ogni dove e non è facile pensare a un solo breve argomento per un post che partecipi degnamente alle celebrazioni.... Il monologo di Prospero nel IV Atto della Tempesta

Our revels now are ended. These our actors, 
As I foretold you, were all spirits, and 
Are melted into air, into thin air: 
And like the baseless fabric of this vision, 
The cloud-capp'd tow'rs, the gorgeous palaces, 
The solemn temples, the great globe itself, 
Yea, all which it inherit, shall dissolve, 
And, like this insubstantial pageant faded, 
Leave not a rack behind. We are such stuff 
As dreams are made on; and our little life 
Is rounded with a sleep. 

Immagine ©IpsaLegit2016

Dovrei parlare della magia di Puck? Della passione di Antonio? Dei tormenti di Bruto? Della libbra di carne del Mercante di Venezia? Degli enigmi del Racconto d’inverno? Del prologo dell’Enrico V? Della sonorità del pentametro giambico? Dei sonetti 17, 18, 29? Oppure del 55: 

Not marble, nor the gilded monuments  
Of princes, shall outlive this powerful rhyme; 
But you shall shine more bright in these contents 
Than unswept stone, besmear'd with sluttish time.  
When wasteful war shall statues overturn,  
And broils root out the work of masonry,  
Nor Mars his sword nor war's quick fire shall burn 
The living record of your memory.  
'Gainst death and all-oblivious enmity 
Shall you pace forth; your praise shall still find room 
Even in the eyes of all posterity  
That wear this world out to the ending doom. 
So, till the judgment that yourself arise,  
You live in this, and dwell in lovers' eyes. 

Shakespeare's birthplace
Stratford upon Avon (2007)
Impossibile prendere una decisione! D’altronde, Shakespeare è in qualche modo il movente di tutto ciò che sto facendo in questi anni, dato che è la ragione per cui ho scelto di studiare inglese all’università…. Nel corso del primo anno di studi, nonostante ci fossero diverse alternative per sostenere l’esame di Letteratura Inglese I (tra cui, mi ricordo, un corso su Jane Austen e uno sul romanzo gotico, entrambi semestrali), io scelsi quello annuale sui drammi romani di Shakespeare. Lo finimmo in quattro. Che fatica... ma ne valse la pena! Al terzo anno intrapresi il corso facoltativo di Letteratura Inglese del Rinascimento solo per la possibilità di studiare con cura i Sonetti. Bellissimi ricordi… ore e ore fermi su un solo verso, a rievocare insieme le infinite possibilità interpretative di una parola, di una figura o di un suono. Per Letteratura Inglese IV il corso monografico sui romances (The Tempest e A Winter’s Tale): per preparare l’esame finale, che comprendeva, tra le altre cose, anche Marlowe, il Paradiso perduto e tutta la Faerie Queene, impiegai otto mesi. Infine, per il dottorato, un seminario tenuto da uno dei più grandi anglisti e americanisti italiani su Il mercante di Venezia e Otello. 
Shakespeare's grave
Stratford upon Avon (2007)
Insomma, Shakespeare è sempre entrato, uscito e rientrato dalle porte e dalle finestre dei miei studi, eppure, contrariamente a quanto spesso accade, non me ne sono mai stancata. Anni fa, davanti alla sua tomba nella chiesa di Stratford upon Avon, ho sentito un brivido; e altri li ho sentiti nelle stanze della sua casa, di fronte al vetro della finestra inciso dagli illustri visitatori che hanno lasciato lì il loro nome (uno su tutti, Wordsworth), a testimonianza del loro pellegrinaggio. Oggi mi piacerebbe essere al Globe, ad assistere a uno dei miei drammi preferiti (Giulio Cesare, Molto rumore per nulla, Riccardo II…), ma Shakespeare è un po’ intorno a tutti noi, anche se non si è a teatro, anche quando non si ha un suo libro fra le mani, anche quando si sta conducendo la più ordinaria delle giornate nella più normale delle esistenze. 
Anche quando non lo sappiamo, Shakespeare è parte di quello che siamo.

28 febbraio 2016

Henry James al lavoro

Il 28 febbraio di cent’anni fa moriva Henry James. Uno scrittore del quale è impossibile parlare con completezza, tanti e tanto complessi sono i contributi cruciali che ha fornito allo sviluppo del romanzo, facendone definitivamente un genere letterario compiuto. Uomo schivo, raffinato, gentilissimo; narratore perfetto, drammaturgo, finissimo critico – anche di se stesso; viaggiò in Europa come un pellegrino, assorbendo nella sua mente, in costante stato di creazione, il cambiamento di un’epoca e di una società, nel delicato e sempre vivo contrasto tra vecchio e nuovo Continente. E trasformando tutto questo in una serie impressionante di opere d’arte. 
Chiunque può leggere con soddisfazione Henry James: gli ammiratori delle atmosfere gotiche trovano in Il giro di vite una gemma preziosa; gli estimatori del “mystery letterario” troveranno impossibile, a tarda sera, riporre sul comodino Il carteggio Aspern; chi si interessa di psicologia infantile si meraviglierà della profondità di Daisy Miller; chi ama la scrittura locodescrittiva rimarrà deliziato da Ore italiane, Ore inglesi e da decine e decine di contributi alla letteratura di viaggio; gli appassionati del racconto breve scopriranno in James uno tra i migliori interpreti del genere in tutta la storia della letteratura; chi ha voglia di una storia politica troverà tanta bellezza in Principessa Casamassima. Se Ritratto di signora è, per me, il libro preferito in assoluto, i romanzi “maturi” (Gli ambasciatori, La coppa d’oro e l’incommensurabile Le ali della colomba) sono difficilissimi e richiedono un’attenzione sconfinata da parte del lettore. Ogni frase, ogni parola scelta per comporla, sono un evento letterario, un fenomeno illuminante, e questo loro scavare nella psicologia umana è un processo che ci assorbe, ci esaurisce, ci lascia con un enorme, ma stimolante, senso di bewilderment, di stupefazione. 
Per celebrare la ricorrenza del centenario della sua morte ho letto un libricino imperdibile, Henry James at Work, il resoconto fatto dalla sua segretaria, Theodora Bosanquet, della loro esperienza in comune (prima edizione italiana: Henry James al lavoro, Castelvecchi Editore 2016 – non ho trovato nel loro sito il nome del traduttore). Bosanquet, nata sull’Isola di Wight, dopo il lavoro come dattilografa del grande scrittore sarebbe divenuta una suffragista e una attiva sostenitrice dei diritti civili delle donne. In questo libro ci regala gustosissimi ritratti in miniatura di James: racconta della fatalità che la portò a diventare la sua segretaria; del loro “colloquio di lavoro” in poltrona, davanti a un camino spento; del panciotto a quadri che lui indossava; delle stanze e del giardino di Lamb House, a Rye (Sussex). Ci descrive la quieta e inarginabile conversazione dello scrittore, che “parlava” i suoi capolavori mentre lei batteva i tasti di una Remington, e si interrompeva solo per cercare il vocabolo più adatto. Ci parla del rapporto di James con le sue due patrie, gli Stati Uniti e l’Inghilterra. 
Henry James al lavoro è un interessantissimo e “facile”, perché quasi biografico, approccio alla scalata davvero ardua che è la comprensione del processo creativo di un romanziere perfetto. Una lettura stilisticamente bella e dai contenuti molto significativi.


Altri post su Henry James:
http://ipsalegit.blogspot.ch/2016/01/letture-invernali.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2014/01/i-gioielli-della-letteratura_7.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2013/12/ritratto-di-signora.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2012/12/la-coppa-doro.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2012/10/the-turn-of-screw.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2011/10/ore-inglesi.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2011/02/principessa-casamassima.html


17 febbraio 2016

Vita di Charlotte Brontë

Quest’anno, il prossimo 21 aprile, si celebra il bicentenario della nascita di Charlotte Brontë. È l’occasione giusta per leggere o rileggere la biografia che di lei scrisse Elizabeth Gaskell, iniziata praticamente all’indomani della notizia della morte dell’amica (di recente Castelvecchi Editore ha ripubblicato la traduzione di Simone Buffa di Castelferro, Vita di Charlotte Brontë, da tempo fuori commercio). Dal mio punto di vista il libro è la dimostrazione del fatto che Charlotte visse un’esistenza da romanzo, per certi versi anche più vivida e più interessante di quella dei suoi personaggi (che per me sono davvero difficili da amare); di certo la sublime scrittura di Gaskell ha la capacità di fare di lei un carattere squisitamente letterario, grazie a pennellate di colore e a schizzi ben delineati che riportano in vita paesaggi, volti, voci, movimenti e intensi desideri. Fu il padre di Charlotte a chiedere a Elizabeth Gaskell di scrivere questa Vita: la fama di “Currer Bell” al momento della sua morte era grandissima, ed esisteva il rischio concreto che venissero diffuse delle biografie non autorizzate. Benché impensierita dall’importanza della missione, Elizabeth accettò l’incarico e ci lavorò con ardore, con il consueto impegno, e, purtroppo per lei, anche con un pizzico di imprudenza. La pubblicazione destò entusiasmi ma anche malcontento da parte di alcune delle persone coinvolte (in primo luogo l’amante del fratello di Charlotte, Branwell) e dovette essere revisionata e in alcune parti riscritta, sotto la minaccia di spiacevoli azioni legali. 
Il Rettorato Brontë a Haworth (foto di Mara Barbuni, 2014)
Quel che conta, però, è, come dicevo, la bellezza purissima dello stile, che crea sezioni di enorme respiro e, d’altra parte, si concentra sulle perfette ed emozionanti miniature di una vita che sono così tipiche della scrittura gaskelliana. Dopo un’introduzione dedicata all’esplorazione geografica, culturale e anche folkloristica dello Yorkshire – necessaria, secondo la biografa, per comprendere fino in fondo l’animo di Charlotte – impariamo a conoscere i primordi della famiglia Brontë; ci affezioniamo a figure secondarie che il talento narrativo di Gaskell rende speciali, come la domestica Tabby e il cartolaio di Haworth; osserviamo le aule scolastiche in cui Charlotte studiò, visse e insegnò. Vediamo la scrittrice da vicino, scrutando le iridi ricche di sfumature dei suoi occhi splendenti («non vidi mai nulla di simile in altra creatura umana») e le dita lunghe e delicate. Scopriamo che raramente si lasciava andare a nutrire speranze per il futuro. Sbirciamo fra le librerie del Rettorato, ritrovandovi volumi di Southey, di Wordsworth, di Walter Scott, di Ruskin. Leggiamo decine e decine di sue lettere. Ci fa stringere il cuore il pensiero di cosa Elizabeth scoprì quando si recò a Bruxelles a conoscere Monsieur Heger, il suo professore. Tremiamo nell’assistere alle crisi di astinenza di Branwell, ormai dipendente dall’alcol e dall’oppio. Ma, soprattutto, ho trovato commovente il ritratto di Emily, la geniale Emily Brontë, che si occupava delle faccende domestiche e impastava il pane leggendo, e non sapeva stare lontano dalla sua brughiera: «ai suoi occhi, negli angoli più cupi della landa sbocciavano i più vividi fiori. […] Nella solitudine trovava le più rare delizie; e certamente, non ultima, anzi, la più amata, la libertà. La libertà era l’aria che Emily respirava, senza di essa moriva» (sono parole di una lettera di Charlotte). Una scrittrice che la storia ha perso troppo presto. 
Non manca, naturalmente, “il racconto dei racconti”, ovvero la descrizione delle tre sorelle intente a scrivere e a scambiarsi impressioni critiche fra le quattro mura del parlour, e delle vicissitudini editoriali delle loro opere; di Charlotte, in particolare, Gaskell scrive: «la scelta delle parole è lo specchio del suo pensiero, nessun altro termine, per quanti sinonimi abbia, potrebbe essere sostituito a quello scelto da lei. […] Scriveva su quei pezzi di carta con una grafia minuta […] nella penombra del crepuscolo, vicino al caminetto acceso».

16 gennaio 2016

Cinque anni di Ipsa Legit

Oggi questo blog, il mio diario di esperienze di lettura, compie cinque anni. Si è riempito di bellissime letture, appunto, ma anche di riflessioni sulla letteratura e sulla narrativa; è stato lo spunto per ricercare notizie sulle donne e sugli uomini che nel corso della Storia ci hanno regalato splendidi libri o versi indimenticabili e per dare voce a punti di vista sul "sacro" lavoro della traduzione. Vi compaiono informazioni su novità editoriali e - gli angolini più amati - quelli che io chiamo i travelogue, ovvero racconti di viaggio ispirati alla letteratura. Ipsa Legit è il laboratorio nel quale si sono formate tante idee di divulgazione letteraria, ma è anche, "tecnicamente" parlando, il luogo della scrittura, intesa come esercizio di composizione e officina di stili. Scrivere qui ha aiutato la velocità nel raccogliere le idee e nello strutturare un discorso compiuto, cercando soprattutto di dare importanza alle "sensazioni" di un testo: i suoi colori, i suoi profumi, il suono delle sue parole. 

Per festeggiare insieme a voi, cari lettori, che di recente siete divenuti numerosissimi e sempre più affezionati, ecco allora il risultato di uno dei miei esperimenti di scrittura creativa in inglese. È un racconto cosiddetto "Jane Austen-inspired", perché prende le mosse da una situazione narrativa rimasta irrisolta in uno dei romanzi canonici austeniani. 

Lo potete scaricare in pdf qui e spero vi piacerà! 
Grazie a tutti voi per la gradevolissima compagnia, fatta di intelligenza e gentilezza, che sempre regalate a Ipsa Legit nel corso del suo cammino.  


6 gennaio 2016

Due pollici d'avorio

Cari lettori, voglio cominciare l’anno nuovo con un post dedicato a uno dei miei progetti letterari più complessi. Non ne ho mai scritto prima in questo blog, ma è passato già un anno da quando questo progetto è venuto alla luce, e mi piace tracciare qui un piccolo bilancio. 
Sto parlando di Due pollici d’avorio – la rivista letteraria quadrimestrale della Jane Austen Society of Italy (JASIT), la prima rivista italiana dedicata alla scrittrice di Steventon – di cui sono direttore. Due pollici è l’aspetto della mia partecipazione a JASIT in cui riverso la massima parte delle mie energie e di cui vado più fiera, perché nasce da un’idea che ho avuto e alimentato prima ancora che l’associazione diventasse una realtà ufficiale, perché ne ho suggerito il nome, perché amo scrivere articoli destinati alle sue pagine e perché mi tiene impegnata praticamente per tutto il corso dell’anno, con momenti più tranquilli e altri più concitati (quelli che corrispondono alle settimane immediatamente precedenti alla pubblicazione di un nuovo Numero). 
Ideare e scrivere i miei pezzi (a volte uno, a volte più di uno, in caso di emergenze; e in più gli Editoriali) è l’aspetto più rinvigorente della produzione della rivista. È qui che posso esprimermi in totale libertà, dando fiato al mio sempre vivo amore per la letteratura e facendo tesoro delle conoscenze e degli strumenti interpretativi che tanti anni di studio specifico (soprattutto quelli della Laurea per le competenze linguistiche e quelli del Dottorato per la teoria della letteratura) mi hanno consentito di raccogliere. 
La fase più articolata, sebbene molto stimolante, della preparazione di una nuova uscita è invece quella del reperimento degli altri articoli che la comporranno. Generalmente noi Soci Fondatori di JASIT scriviamo un pezzo ciascuno, ma, come i nostri lettori sanno bene, Due pollici è fatta anche dalla generosa partecipazione di autori ospiti, che preparano articoli inediti appositamente per noi. Tra loro abbiamo potuto contare finora critici, editori, professori universitari, ricercatori di letteratura e filosofia, insegnanti, collezionisti e conservatori di beni librari e studiosi austeniani anche stranieri. La gestione dei contatti con questi collaboratori è preziosa, richiede molta cura e attenzione e nella maggior parte dei casi riserva grandi gioie (l’apprezzamento che sto riscontrando di recente mi scalda il cuore). A volte ci sono stati anche momenti difficili, perché la mia principale preoccupazione è che Due pollici sia un prodotto sempre aggiornato e di alta qualità, e ho dovuto rifiutare delle proposte di articoli che non corrispondevano alla nostra linea o al nostro stile – ho dovuto in certi casi ricorrere a tutta la diplomazia di cui ero capace per risolvere degli “incidenti”…. 
Il lavoro più impegnativo dal punto di vista della concentrazione si verifica quando ho finalmente a disposizione tutti gli articoli che hanno superato la valutazione e che costituiranno ufficialmente il Numero in preparazione. A questo punto devo omologarli tutti all’aspetto finale che avranno una volta pubblicati: la preparazione della forma del testo deve essere di buona qualità se si desidera che il lettore possa godere dei suoi contenuti, che sono il punto focale. I maggiori interventi sono richiesti dalle note a piè di pagina, che a volte mancano dei riferimenti bibliografici o che hanno bisogno di un riordinamento dal punto di vista grafico (virgole, virgolette, parentesi, ivi, ibidem, numeri di pagina, richiami alle citazioni, eccetera). È una fase meccanica, ma lasciarsi sfuggire un dettaglio è fin troppo facile…. 
Il documento impaginato, con gli articoli pronti e nel loro ordine, i piè di pagina corretti e le note biografiche complete – il nuovo Numero ha ora conquistato la sua vera “anima”, fatta di parole, di fatti, di idee, di infiniti spunti di riflessione – viene spedito a Petra, responsabile della grafica dell’associazione, che usa il testo che ho preparato per creare la versione illustrata della rivista. Dopo questo stadio, con la collaborazione degli altri Soci Fondatori, si parte alla caccia dei refusi, che non mancano mai, e anzi, pare si moltiplichino nottetempo! Quando il file in formato PDF è pronto, viene spedito ai Soci e agli autori ospiti. Un paio di settimane di riposo e poi… è già tempo di pensare all’uscita successiva. 
In questi giorni sto lavorando a un Numero Speciale, il Numero 4, che sarà pubblicato il prossimo 15 febbraio e che si occuperà interamente di Emma, il quarto romanzo di Jane Austen (e il mio preferito), di cui stiamo festeggiando il Bicentenario. È un Numero importante e di alto livello e contiene anche il risultato di un’iniziativa che ho ideato e che mi ha tenuto per un po’ con il fiato sospeso, costringendomi persino ad affrontare certi malumori…. È il concorso di saggistica di JASIT, riservato ai giovani fino ai 30 anni d’età (questo limite è stato per alcuni lettori fonte di malcontento, che spero di aver saputo gestire nel modo giusto). Nella prossima uscita di Due pollici pubblicheremo i tre saggi vincitori, che sono davvero dei buoni contributi e gratificano la mia intenzione di partenza, ovvero quella di dare voce anche ai giovanissimi all’interno di un mondo arduo come quello letterario, nel quale spesso l’essere giovani è un difficile ostacolo all’espressione. 
Mi auguro davvero che Due pollici d’avorio continui a evolversi e che dia a tutti coloro che ne fanno parte (autori e pubblico) sempre maggiori soddisfazioni. Per ampliare il più possibile la visibilità di questo progetto è nata anche l’idea di stampare un volume annuale cartaceo, a disposizione di tutti, anche dei non Soci; sul sito di JASIT (fino al 31 gennaio p.v.) si stanno raccogliendo le prenotazioni per ottenerlo, a fronte di una piccola donazione all’associazione: speriamo di raggiungere il numero sufficiente di domande che ci consenta di procedere alla stampa e di arricchire gli scaffali degli italiani con un nuovo contributo di conoscenza e di passione letteraria.

22 dicembre 2015

Lord Tennyson

Alfred Tennyson with book (1865)
Julia Margaret Cameron
Cari amici di Ipsa Legit (il vostro numero è aumentato tantissimo nelle ultime settimane… grazie!), per trascorrere insieme questi ultimi giorni prima del Natale vorrei condividere con voi qualche immagine di un’età perduta due volte. Due volte perché il poeta di cui voglio scrivere oggi visse a metà dell’Ottocento – e fu il supremo interprete dell’età vittoriana, amatissimo dalla Regina e dai suoi contemporanei – ma con i suoi versi risvegliò le voci e le arie sognanti di un medioevo da fiaba. 
Lord Alfred Tennyson (1809-1892) fu il primo scrittore a ricevere il titolo nobiliare da parte di un monarca e fu nominato “poeta laureato” nel 1850 (dopo Wordsworth). La sua poesia è influenzata dall’invenzione immaginifica e dalla musicalità della scrittura di Keats, e il linguaggio, ricco di ritmi e di rime, e caratterizzato da una metrica accuratissima, dà vita a mondi fantastici, nostalgici, onirici, di grande suggestività. Tra le sue opere, il poema Maud (una storia di disperazione, di morte e di pazzia) era il preferito della Regina Vittoria; The Lady of Shalott è la rappresentazione di una femme fatale che vede il mondo solo attraverso uno specchio, poi infranto dall’apparizione di Lancillotto (l’estetica di questo tema fu di forte ispirazione per la pittura preraffaellita); Ulysses è la celebrazione della vita, della lotta, della ricerca indefessa; In Memoriam, dedicato a un caro amico morto giovanissimo, è un pianto straziante sulla perdita dell’amicizia e della fede (parlando di Giordano Bruno, Tennyson affermò di condividerne l’idea di Dio) che, strutturato sul triplice ritorno della ricorrenza natalizia, affronta anche i dubbi laceranti destati dall’evoluzionismo darwiniano.
John William Waterhouse, The Lady of Shalott (1888)
Tra gli scritti più celebri c’è la raccolta di dodici poemi narrativi in blank verse Idylls of the King, che fu dedicata al Principe Alberto e che si basa in parte sui racconti, appartenenti al ciclo arturiano, dello scrittore del XV secolo Thomas Malory (Le Morte d’Arthur). I personaggi di questa raccolta sono quindi Artù, Gareth e Lynette, Lancillotto, Merlino e Vivien, Ginevra, e vi compaiono gli oggetti ricorrenti nel ciclo arturiano, come Excalibur, la tavola rotonda e il Santo Graal. Nel 1875 l’artista Julia Margaret Cameron, vicina di casa di Tennyson a Freshwater (Isola di Wight) fornì le fotografie per l’edizione illustrata della raccolta: i suoi ritratti effondono proprio l’aura eterea di un’età perduta, grazie ai contorni sfocati, ai contrasti chiaroscurali e agli sguardi dei soggetti ritratti, intrisi di nostalgia. 
Mi piace chiudere questo post con alcune tra le citazioni da Tennyson che amo di più, e nelle quali spero possiate trovare i più caldi auguri per un buon Natale e un anno nuovo pieno di speranza… 

È meglio avere amato e perduto che non avere amato mai

Se avessi un fiore per ogni volta che ho pensato a te, 
potrei camminare nel mio giardino per l’eternità

Io sono parte di tutto ciò che ho incontrato

Noi, s’è quello che s’è: una tempera d’eroici cuori, 
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri 
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai
(trad. di Giovanni Pascoli)

Non è mai troppo tardi per cercare un mondo più nuovo

 La speranza sorride dalla soglia dell’anno nuovo, 
e sussurra: “Sarà più felice”

Julia Margaret Cameron (per Idylls of the King):
"Lancelot and Guenevere", "Sir Galahad and the Pale Nun", "Vivien and Merlin" 


12 novembre 2015

150 anniversario della morte di Elizabeth Gaskell

Cari lettori, oggi, nel 150 anniversario della sua morte, ricordiamo la grande scrittrice vittoriana Elizabeth Gaskell, che lasciò improvvisamente la sua famiglia e i suoi lettori mentre chiacchierava e beveva il tè insieme alle figlie nel salotto di Holybourne, la casa acquistata per fare una sorpresa al marito nel silenzio e nei profumi dello Hampshire.
Holybourne oggi - ©IpsaLegitPictures 2015
In quei giorni Elizabeth stava concludendo gli ultimi capitoli di Mogli e figlie, il romanzo che rimarrà per sempre nella storia della letteratura come il suo capolavoro.
Scrive l’editore della Cornhill Magazine, nella Nota in chiusura del romanzo (tradotta nella versione italiana del libro, pubblicata lo scorso maggio da Jo March): «è inutile speculare su ciò che sarebbe stato fatto da quella mano, forte e delicata, che non potrà mai più creare alcuna Molly Gibson – nessun altro Roger Hamley. In questa breve nota abbiamo ripetuto tutto ciò che si sa in merito ai suoi piani per la storia, che sarebbe stata completata con un ultimo capitolo. Non c’è dunque molto da rimpiangere, per quanto concerne il romanzo; il rammarico di coloro che l’hanno conosciuta non riguarda tanto la scrittrice, quanto la donna – una delle più gentili e sagge del suo tempo. Eppure, volendo considerare unicamente i suoi meriti di scrittrice, la sua morte prematura è motivo di grande rincrescimento. È chiaro, in questo romanzo Mogli e figlie, nella squisita piccola storia che l’ha preceduto, Mia cugina Phillis, e in Gli innamorati di Sylvia, che in quei cinque anni Mrs. Gaskell aveva intrapreso una nuova carriera, con tutta la freschezza della gioventù, e con un intelletto che sembrava essersi liberato della sua argilla per rinascere ancora una volta. Questo “liberarsi dell’argilla” dev’essere interpretato in senso stretto. Tutte le menti sono in qualche modo avvolte dalla “veste di fango” in cui sono contenute; ma poche di loro mostrarono di essere fatte di vile terra meno di quella di Mrs. Gaskell. È sempre stato così; ma, di recente, persino la lieve sfumatura delle origini sembrava essere svanita.
Leggendo uno qualunque dei tre libri appena citati, ci si ritrova trascinati fuori da un mondo abominevolmente malvagio, che si trascina nell’egoismo e puzza di passioni meschine, e dentro un universo dove ci sono molta debolezza, tanti errori e lunghe e amare sofferenze, ma dove è possibile alle persone condurre una vita placida e sana; e, per di più, si avverte che questo mondo è reale almeno quanto l’altro. Lo spirito benevolo che non pensa male di nessuno effonde luce dalle pagine; e mentre noi le leggiamo, respiriamo l’intelligenza più pura, che tratta di emozioni e di passioni che hanno radici vive nella mente, nell’abbraccio della salvezza, e non di quelle che marciscono perché ne sono escluse. Questo spirito si manifesta specialmente in Mia cugina Phillis e in Mogli e figlie – le ultime opere dell’autrice; esse sembrano dimostrare che, per lei, la fine della vita non era una discesa tra le zolle della valle, ma un’ascesa nell’aria più limpida delle colline che aspirano al cielo. [...] Questi ultimi romanzi di Mrs. Gaskell sono tra i migliori del nostro tempo» (Mogli e figlie, pp. 681-2).

3 novembre 2015

Omicidi all'inglese - seconda puntata

Le storie di Auguste Dupin, linvestigatore dei racconti di Edgar Allan Poe, sono caratterizzate da un contesto urbano: sono tutti racconti ambientati a Parigi. Il corrispettivo inglese di Dupin, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle (1859-1930), agisce soprattutto a Londra, confermando il diffuso senso di inquietudine sociale e psicologica dovuta alla improvvisa espansione e modernizzazione delle grandi città europee. Ha scritto il grande critico Walter Benjamin che “l’originale contesto sociale delle detective stories è l’annichilimento delle tracce dell’individuo nella folla che contraddistingue la grande città” (Saggi su Charles Baudelaire). Il primo libro in cui fa la sua comparsa Sherlock Holmes è Uno studio in rosso, del 1887, che introduce i personaggi di Holmes e di John Watson, un ex medico militare reduce della guerra in Afghanistan. Il loro sodalizio investigativo viene descritto in quattro romanzi (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, 1890, Il mastino dei Baskerville, 1902, La valle della paura, 1915) e in cinquantasei racconti, perlopiù scritti in prima persona dallo stesso Watson. La caratteristica principale delle avventure Sherlock Holmes è, oltre al metodo deduttivo ereditato da Dupin, la popolarizzazione della scienza criminologica, cioè l'applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali. In particolare, l’osservazione dettagliata delle tracce lasciate sulla scena di un crimine è una strategia che rimane valida anche nelle storie poliziesche dei giorni nostri, come le serie televisive del tipo CSI. 
Padre Ronald Knox
Con Conan Doyle abbiamo cambiato secolo. L’ultima raccolta di racconti dedicati al suo celebre detective, Il taccuino di Sherlock Holmes, risale al 1927. Nello stesso anno il critico e poeta T.S. Eliot pubblica un articolo in cui traccia una sorta di elenco delle caratteristiche di un buon racconto “giallo” (tra queste, la norma che prevede la presenza nella storia di una casa di campagna inglese); nel 1929 compare un’altra serie di norme, firmata dal teologo e scrittore Ronald Knox (1888-1957), che cura la raccolta The Best Detective Stories e nell’Introduzione spiega che “il romanzo poliziesco di tipo deduttivo deve avere come principale interesse il dipanamento di un mistero, un mistero i cui elementi devono essere presentati in modo chiaro sin dalle prime battute di un racconto, e la cui natura sia tale da suscitare una certa dose di curiosità – una curiosità che deve alla fine essere gratificata.” Il famoso “decalogo di Knox” prevede, per esempio, che il colpevole devessere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; che tutti gli interventi soprannaturali o paranormali devono essere esclusi dalla storia; che nessun evento casuale devessere di aiuto allinvestigatore e neppure lui può avere uninspiegabile intuizione che alla fine si dimostri esatta; che lamico stupido dellinvestigatore, («il suo dottor Watson»), non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa e la sua intelligenza deve essere al di sotto di quella del lettore medio. 
I comandamenti di Knox governarono la scrittura di tutte le opere risalenti alla cosiddetta Golden Age of Detective Fiction, un periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La maggior parte degli esponenti di questa sorta di “scuola di scrittura” era di origine britannica, ma allo stesso gruppo sono considerati appartenere Georges Simenon, S.S. Van Dine, Raymond Chandler e Ellery Queen. La Golden Age si caratterizza anche per la scrittura femminile: a questo periodo risalgono infatti le opere delle “regine del giallo” Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Margery Allingham e la neozelandese Edith Ngaio Marsh. Dorothy Sayers e Agatha Christie furono anche presidentesse del cosiddetto “Detection Club”, un club di famosi scrittori di romanzi polizieschi fondato nel 1930 e ancora attivo (l’attuale presidente è Simon Brett, scrittore molto prolifico, drammaturgo e autore di programmi radiofonici per la BBC, molti dei cui romanzi sono ispirati alla tradizione della Golden Age).
Dorothy L. Sayers (1893-1957) fu una delle prime donne a laurearsi a Oxford. Oltre che scrittrice di gialli, fu la traduttrice (in inglese) della Divina Commedia e della Chanson de Roland. Tra le sue opere più conosciute c’è Gaudy Night (1935), di cui non c’è traduzione italiana, che è considerato il “primo romanzo del mistero femminista”, perché esamina la lotta delle donne nell’Inghilterra degli anni Trenta per la conquista dell’indipendenza, e soprattutto del diritto a un’istruzione universitaria. Il segreto delle campane (1934), invece, approfittando della trama criminale esplora un tema importantissimo per la cultura inglese: quello legato al mondo dei suonatori di campane. In questo giallo l’autrice presenta ai lettori il classico schema dell’omicidio che si verifica in un piccolo villaggio di campagna, e che in qualche modo coinvolge l’istituzione parrocchiale e il parroco stesso. Se questo modello narrativo è di grandissima attualità, perché è il fulcro della serie televisiva (tuttora in produzione) Grantchester – dove un parroco reduce della seconda guerra mondiale affianca un detective della polizia nella soluzione di una serie di omicidi – non c’è dubbio che fu di grandissima ispirazione per gli scrittori della Golden Age. 
La morte nel villaggio (1930), per esempio, il primo dei dodici romanzi di Agatha Christie in cui compare il personaggio di Miss Marple, ha come titolo originale The Murder at the Vicarage, ovvero “Omicidio in Canonica”. Agatha Christie (1890-1976), l’autrice più tradotta al mondo, ha fatto dello schema narrativo dell’omicidio che avviene in uno spazio ristretto e ben delimitato una specie di marchio di fabbrica. Questo spazio limitato può essere, appunto, il villaggio (idea che ha ispirato anche le famose serie televisive di genere “giallo” Murder, She Wrote, Midsomer Murders e il recente Broadchurch), come in C’è un cadavere in biblioteca, Assassinio allo specchio, Il terrore viene per posta, Un delitto avrà luogo. All’interno di una casa di campagna, ma di una famiglia benestante (come sosteneva T.S. Eliot), si sviluppa invece il primo romanzo in cui fa la sua comparsa il detective belga – rifugiato di guerra – Hercule Poirot. Il libro, che segnò il debutto di Agatha Christie sulla scena letteraria, è Poirot a Styles Court (1920). Sempre in una residenza di campagna dell’alta borghesia si svolgono Poirot e la salma, La parola alla difesa, I sette quadranti e Istantanea di un delitto – il cui omicidio, però, avviene su un treno, quello delle 4.50 da Paddington. 
In generale, Agatha Christie ha la tendenza a tracciare i confini di un ambiente e a presentare subito il gruppo dei diversi personaggi, fra i quali ci saranno la o le vittime, l’assassino, e tutti i sospettati. In alcuni casi tutta la scena si verifica addirittura su mezzi di trasporto in movimento, per garantire l’impossibilità che l’assassinio sia stato compiuto da qualcuno proveniente dall’esterno: è il caso di Assassinio sull’Orient Express, ambientato sul treno, Poirot sul Nilo, su una nave, e Delitto in cielo, su un aereo. Le vicende di Non c’è più scampo riguardano la ristretta comunità che lavora su alcuni scavi archeologici in Iraq; Macabro Quiz si svolge in una scuola, mentre Corpi al sole è ambientato su un’isola ben separata dalla terraferma (esattamente come in Dieci piccoli indiani). Agatha Christie scrisse 66 romanzi e 153 racconti gialli, oltre a 6 romanzi rosa, una serie di opere teatrali e radiodrammi, un’autobiografia, una cronaca di viaggio e altri lavori. Quest’anno, in occasione del 125° anniversario della sua nascita, è stato indetto un sondaggio per votare i suoi migliori racconti del crimine: il vincitore è risultato Dieci piccoli indiani, seguito da Assassinio sull’Orient Express e da L’assassinio di Roger Ackroyd (1926). Quest’ultimo romanzo, ambientato ancora una volta in un villaggio, è considerato in assoluto uno dei suoi più riusciti, e al momento della sua pubblicazione destò grande clamore, perché violava una delle regole fondamentali del decalogo di Knox. 
La domanda che ci resta da porci, a questo punto, è: perché? Perché si leggono e si scrivono ancora gialli? Che cosa rende il genere della crime fiction così irresistibile, da più di cent’anni a questa parte?


2 novembre 2015

Omicidi all'inglese - prima puntata

Sabato scorso, alla Libreria Morelli 1867 di Dolo (Ve), ho parlato di crime fiction con un pubblico molto variegato per età e per interessi, ma ugualmente partecipe e preparato, in una data, il 31 ottobre, che secondo la cultura celtica e anglosassone segna la fine dell’estate e l’inizio della stagione delle ombre. Sull’oscurità e sul mistero la crime fiction ha costruito la sua fortuna – una fortuna che dura, e non accenna a indebolirsi, da circa centocinquant’anni; ma forse non è alle sue ombre che deve la sua celebrità, quanto alla luce che si accende alla fine di ogni storia. Una luce, quella della ragione, che dissipa le paure e gli obbrobri dell’omicidio grazie all’intervento di un detective
La figura del poliziotto e il concetto dell’indagine cui noi siamo abituati sono realtà piuttosto recenti. Prima che venissero ufficialmente create le forze dell’ordine, a metà dell’Ottocento, i governi erano solito convocare gli eserciti per controllare le rivolte o le sommosse, ma non esisteva un organo vero e proprio di prevenzione del crimine, o tantomeno di investigazione. Con l’inizio del XIX secolo, in Inghilterra, la fine delle guerre napoleoniche comportò l’insorgere di una grave crisi economica, il ritorno di grandi numeri di soldati ormai disoccupati, la mancanza di cibo e di ordine, e la scena sociale iniziò ad essere sconvolta da ricorrenti episodi di violenza. Per questa ragione si cominciò a pensare di fondare un vero e proprio corpo di polizia, la Polizia Metropolitana (MET), che però vide la luce, grazie al ministro Robert Peel, solo nel 1829. 
Nel 1842 però avvenne un omicidio la MET non fu in grado di risolvere, attirandosi lo sdegno e le ironie dell’intera opinione pubblica. Si decise dunque di fondare un apposito organo di investigazione, costituito da otto uomini (due ispettori e sei sergenti), cui fu dato il nome di “Detective Department”. Lo scrittore Charles Dickens ne era entusiasta, e sulle sue attività scrisse numerosi articoli. Nel suo romanzo Casa desolata (1852-3), un romanzo quasi kafkiano per la sua rappresentazione di una giustizia grottesca e malefica, egli creò il primo detective letterario nel personaggio di Mr. Bucket, su imitazione del vero ispettore Charles Field, che faceva parte del Detective Department e sul quale Dickens scrisse anche un saggio (On Duty with Inspector Field). I lettori iniziarono subito ad essere affascinati dall’idea del detective e della soluzione dei crimini.
Fra i primi romanzi polizieschi si annovera The Moonstone – in italiano La pietra di luna – del 1868, scritto da uno dei principali collaboratori di Dickens, suo compagno di viaggio e confidente, Wilkie Collins (1824-1889). La pietra di luna è un poliziesco autentico, imperniato su un furto di un diamante (la “pietra di luna”, appunto), e allo stesso tempo un romanzo molto inglese, perché assume la forma dello spostamento tra metropoli e periferia, ed entro quest’ultima cornice i fatti si svolgono in una classica residenza benestante di campagna. Collins ebbe sempre interesse per il gotico e per le personalità scisse, al limite del delirio: caratteristica della sua scrittura è quella del dubbio sull’identità, della dimensione onirica (è considerato il più “freudiano” dei narratori vittoriani), della messa in discussione del principio di verità. La donna in bianco (The Woman in White, 1859-1860), per esempio, è celebre per la catena infinita degli eventi e per le costanti strategie di verità e finzione che si accavallano. Per questa ragione, il romanzo costituisce un’enorme infrazione della regola del romanzo vittoriano centrata sull’onniscienza del narratore (che ha un unico antecedente narrativo in Cime tempestose), perché si basa su testimonianze plurali. La storia è infatti raccontata secondo lo schema dell’inchiesta o indagine processuale: gli avvenimenti vengono riportati da una serie di testimoni, alle cui deposizioni si aggiungono memoriali privati, lettere e un diario. Molto spesso le testimonianze sullo stesso evento sono addirittura divergenti: non c’è dunque una verità univoca, ma tante pseudoverità personali.
Più o meno agli stessi anni della scrittura di Wilkie Collins risalgono i settanta romanzi di Mary Elizabeth Braddon (1835-1915), amica di Collins e grande interprete del genere della letteratura “di sensazione” (sensational novel). Il più celebre fra i suoi libri è Il segreto di Lady Audley, che dal momento della sua pubblicazione del 1862 non è mai andato fuori stampa. L’importanza di questo romanzo sta nella sua trasgressione morale e nella sua espressione delle inquietudini, tipicamente vittoriane, riguardanti la sfera domestica. La casa, che per l’etica del tempo era considerata il rifugio perfetto da ogni pericolo, diventa un luogo oscuro e pericoloso, e la donna, il proverbiale “angelo del focolare”, assume i tratti della violenza, del crimine, e della violazione delle basilari regole strutturali della famiglia.
C’è un altro nome femminile meno conosciuto, eppure importantissimo per tracciare una storia della detective story (anzi, pare che questo termine l’abbia proprio inventato lei): è quello dell’americana Anna Katherine Green (1846-1935), che introdusse nei suoi romanzi la figura di una donna investigatrice, Amelia Butterworth (prototipo di Miss Marple) che assiste nelle indagini il detective Ebenzer Gryce della polizia metropolitana di New York. Green ha creato anche il personaggio di Violet Strange, una ragazza dell’alta società con una doppia vita da investigatrice. La critica attribuisce a Anna Katherine Green le caratteristiche che avrebbero poi definito la letteratura del crimine di Agatha Christie e di Conan Doyle, perché è nei suoi romanzi che compaiono per la prima volta vecchie zitelle investigatrici, cadaveri in biblioteca, inchieste e testimoni qualificati. In particolare, è l’accuratezza nella descrizione delle procedure legali ad aver colpito la critica e i lettori, tanto che alcuni suoi libri furono usati come casi di studio alla facoltà di legge dell’università di Yale. Tra i suoi titoli più noti, Il caso Leavenworth (1878, tradotto anche con il titolo Le due cugine), e Due iniziali soltanto (1911).
Per molti critici le origini di quella che definiamo la letteratura “gialla” (il “giallo” deriva dal colore delle copertine scelto da Mondadori a partire dal 1929 per pubblicare storie noir o poliziesche) risalgono, oltre che alle opere di Wilkie Collins e di Anna Katherine Green, all’ancora precedente I delitti della Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe. Questo è il primo dei tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, un investigatore che riesce a risolvere i casi criminali grazie alle sue enormi capacità deduttive. Il personaggio di Dupin crea un modello al quale si ispireranno quasi tutti i più importanti autori degli anni successivi: il più celebre dei suoi epigoni sarà Sherlock Holmes. (Nel primo libro in cui compare Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, Watson paragona quest’ultimo proprio al Dupin di Poe. Holmes risponde dicendo di avere capacità ben superiori.) 
Questo racconto inaugura lo schema dell’“omicidio nella stanza chiusa” sfruttato in seguito da numerosi altri autori di racconti del crimine. In una notte, in un appartamento in Rue Morgue (si noti che “morgue” in inglese è l’obitorio) a Parigi, vengono assassinate l’anziana Madame L’Espanaye, trovata nel cortile interno mutilata e con la gola tagliata, e sua figlia Camille, strangolata e nascosta nella cappa del camino. La soluzione al caso offerta da Dupin è rimasta celebre nella storia della letteratura gialla per essere la più improbabile, ma l’unica possibile. Anche Sherlock Holmes dirà a un certo punto (Il segno dei quattro) che “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Auguste Dupin è anche il protagonista di La lettera rubata, racconto del 1845 che fu successivamente studiato da Freud, da Lacan e da Derrida, e citato da Proust (Sodoma e Gomorra) e da Sciascia in Todo Modo, che sottolinea il principio per cui la verità è sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo nessuno la vede. 

Fine prima puntata.