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27 aprile 2017

Ho tentato tre inizi - Conversazione con Sara Grosoli

L’Iguana Editrice è una bellissima realtà editoriale al femminile che ho conosciuto lo scorso anno. Questo incontro è avvenuto in occasione della pubblicazione della raccolta di racconti Soffia un vento contrario (risultato del concorso per narrativa breve organizzato dalla Libreria delle Donne di Padova), nella quale è contenuto anche il mio racconto “Ellen e Julia”, dedicato alla fotografa vittoriana Julia Margaret Cameron. 
Tra i libri pubblicati da L’Iguana (il catalogo si trova qui) c’è un interessantissimo volume intitolato Ho tentato tre inizi, un’antologia di cinquantasette lettere scritte da Charlotte Brontë tra il 1847 e il 1853. Il libro, dal prezzo veramente “accogliente”, con testo inglese a fronte e un’immagine di copertina (di Hanna Suni) che ho trovato brillante, contiene una cronologia della vita di Brontë e una postfazione di Paola Bono, ed è tradotto e curato da Sara Grosoli, che ha gentilmente accettato di rispondere a qualche mia domanda sul suo lavoro. 

Cara Sara, grazie di aver accolto il mio invito a una conversazione su Ho tentato tre inizi. In primo luogo, vorrei chiederti di illustrarci brevemente il tuo coinvolgimento con la letteratura inglese: qual è stato e qual è il tuo percorso attraverso questa straordinaria disciplina? Di cosa ti occupi in particolare? Quali sono i tuoi futuri progetti letterari/editoriali? 

Grazie a te, cara Mara, di avermi concesso spazio per questo colloquio. Il corpus narrativo brontiano è la matrice da cui è scaturito, ad un’età abbastanza precoce, il mio amore per la letteratura. Mi sono laureata in Letteratura Inglese all’Università di Bologna, specializzandomi nello studio della letteratura d’epoca vittoriana. Ho analizzato in particolar modo l’intreccio tra narrativa e ricostruzione storica nelle opere di George Eliot. Ora, insegnando nelle scuole, cerco di trasmettere l’amore per la poesia inglese sottolineandone la musicalità della lingua e la pregnanza delle immagini. Vorrei precisare che mi occupo anche di letteratura francese e russa: di recente è uscita, sempre per L’Iguana Editrice, la mia traduzione di Un inverno a Maiorca di George Sand. Tornando alle traduzioni, noto che in molti si lamentano perché alcuni tra i più importanti titoli della grande tradizione britannica sono ormai fuori catalogo e non tutti possiedono una conoscenza abbastanza profonda dell’inglese per leggere queste opere, spesso di formato assai voluminoso, in lingua originale. Avrei molti progetti di traduzione atti ad accrescere il patrimonio letterario a disposizione dei lettori – penso in particolare ad alcune opere di George Eliot non ancora tradotte in italiano – ma la situazione del mercato editoriale in Italia non sono è delle più rosee. Dovrò con perseveranza attendere una fase migliore! 

Veniamo ora alle lettere di Charlotte Brontë. Com’è nato e come si è sviluppato il progetto di Ho tentato tre inizi con L’Iguana Editrice? 

Leggendo l’epistolario di Charlotte Brontë mi rammaricavo del fatto che in lingua italiana fossero conosciute solo le lettere che parlano di temi personali, come il lutto per la morte prematura dei suoi fratelli o la disperazione del suo amore non ricambiato per il professor Héger. Le lettere legate alla sua professione di scrittrice, invece, si ampliano fino a diventare occasione di avvincente dibattito culturale. Volevo condividere con altri lettori la mia meraviglia per l’audacia intellettuale di una donna a cui la società del tempo sbarrava le porte dell’istruzione superiore e che veniva relegata al ruolo subalterno di governante, ma che da sola, studiando e riflettendo, aveva raggiunto un’eccellenza intellettuale tale da permetterle di discutere da pari a pari con i più eminenti uomini di lettere del suo tempo. L’incontro con la passione e l’entusiasmo di una giovane editrice come Chiara Turozzi (L’Iguana Editrice) interessata alla valorizzazione della scrittura femminile mi ha permesso di concretizzare questo progetto. 


Questa raccolta di lettere affronta un aspetto che, a mio parere, è tra i più stimolanti della biografia di Charlotte Brontë, ovvero il suo rapporto con l’Arte e con l’editoria. È una relazione delicata e complessa, che assomiglia per certi versi all’esperienza di Elizabeth Gaskell (che da un certo momento in avanti condivise con l’amica Charlotte, su suo diretto consiglio, la felice esperienza di pubblicare con l’editore George Smith). Ritieni che nell’Ottocento – o anche in seguito – le scrittrici avessero maggiori difficoltà dei loro colleghi uomini nei rapporti con l’editoria e la stampa? 

Uno scrittore poteva essere attaccato per la qualità dei suoi scritti o per le sue posizioni politiche; una scrittrice era sempre fatta oggetto di pregiudizi feroci ed invalidanti a prescindere da cosa e come scrivesse. Allignava il sospetto che una donna capace di acquisire notorietà fosse di costumi corrotti. Nel XVII e XVIII secolo aristocratiche come Lady Anne Winchilsea, Lady Margaret Cavendish e Lady Georgiana Spencer approfittarono della loro appartenenza alle grandi famiglie che governavano il regno inglese per sfidare il giudizio del pubblico pubblicando raccolte di versi, ma vennero crudelmente schernite dai letterati dell’epoca. Donne della classe media, quali Fanny Burney e Jane Austen, preferirono pubblicare i loro primi romanzi in forma anonima e solo il vasto consenso di pubblico le indusse a palesarsi pubblicamente. Quando salì al trono, la regina Vittoria scelse di dare una connotazione marcatamente borghese alla monarchia britannica e ciò rafforzò la visione del ruolo della donna esclusivamente come angelo del focolare. Non a caso molte scrittrici d’epoca vittoriana scelsero di pubblicare le loro opere adottando pseudonimi maschili. La stessa Charlotte Brontë, come possiamo leggere nelle lettere, dovette affrontare maggiore ostilità da parte della critica letteraria quando il segreto della sua vera identità sessuale venne alla luce. 

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nel corso del lavoro di traduzione? Quali brani ti hanno appassionata/entusiasmata di più? 

Ritengo che il dovere di un traduttore sia quello di mantenere un atteggiamento di ascolto paziente e partecipe, di apertura alla sapienza della lingua altrui. Spero di esserci riuscita, anche se continuo ad interrogarmi sui miei limiti. I brani delle lettere che preferisco sono quelli in cui Charlotte con massima onestà intellettuale difende il valore delle poesie scritte dalla sorella Emily riconoscendole superiori alle proprie, e quelli in cui descrive il piacere con cui riceve i libri speditile dalla casa editrice quasi fossero dei nuovi amici capaci di alleviare la solitudine delle sue giornate.


Ringrazio Sara Grosoli per essermi venuta a trovare su Ipsa Legit e vi consiglio caldamente di leggere Ho tentato tre inizi, per conoscere davvero in profondità il percorso artistico e professionale di Charlotte Brontë, e contemporaneamente le sue difficoltà e i conflitti che decise di affrontare nella cruciale transizione tra la silenziosa privatezza della brughiera e l’ardimentosa esperienza della pubblicazione. 

SCHEDA DEL LIBRO 

Autore: Charlotte Brontë 
Titolo: Ho tentato tre inizi. Lettere 1847-1853 
 Testo inglese a fronte 
Traduzione e cura di Sara Grosoli 
 Postfazione di Paola Bono 
Editore: L’Iguana Editrice, 2015 
Pagine: 371 
Prezzo: 17€

8 ottobre 2015

Elizabeth von Arnim, qualche lettura dopo

In questo blog compaiono diversi post dedicati alla scrittrice di lingua inglese Elizabeth von Arnim: li ho scritti nel corso di tre anni, in occasione delle letture dei suoi romanzi. Nel frattempo, l’interesse nei confronti di questa “femminista dimenticata” (come l’ha definita The Independent) si è diffuso un po’ ovunque, sia sui blog e sulla stampa sia in ambito accademico. Il mese scorso, a Cambridge, si è infatti tenuto un convegno interamente dedicato a lei, che ha esplorato la sua scrittura nel contesto storico tra i due conflitti mondiali e in quello culturale del fenomeno della New Woman e del Modernismo; le relazioni di von Arnim con i grandi nomi letterari della sua epoca; le influenze austeniane e bronteane nelle sue opere; le forme e i temi della sua scrittura. 
Qualche settimana fa sono potuta tornare a Stralsund (nei cui dintorni si svolge Il circolo delle ingrate) e all’isola di Rügen, dove è ambientato Elizabeth a Rügen (trad. it. di M. Pareschi, sempre edita da Bollati Borighieri). Quest’ultimo è, come recita il suo sottotitolo tedesco, un romanzo di viaggio: l’io narrante parte, in compagnia di una cameriera, per una avventurosa esplorazione dell’isola di Rügen, dove può godere di un paesaggio splendido e dove fa incontri piuttosto insidiosi, che la convincono della (talvolta tragica) comicità del genere umano. «What are men to rocks and mountains?» direbbe Jane Austen. E in effetti le rocce e i prati dell’isola sono di una bellezza così impressionante che persino il pittore Friedrich se ne innamorò, scegliendoli come soggetto di alcuni suoi dipinti. 
1) Cartolina della Berlino del primo Novecento; 2) Hotel Fürstenhof a Sassnitz, Isola di Rügen
3) Piazza del Rathaus di Stralsund; 4) Veduta di Rügen da Stralsund
©IpsaLegitPictures 2015

Dopo aver letto, dunque, tante delle storie generate dalla penna di von Arnim ritorno a parlare di lei, della “donna” che fu, e che traspare inequivocabilmente tra le sue pagine e dai contorni dei suoi personaggi. Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia visse per un periodo a Berlino, poi si trasferì in Pomerania, nella Germania settentrionale, ed ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster). Presto però il loro legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte (Elizabeth lo definisce nelle sue opere The Man of Wrath, “L’uomo della collera”), che poi si ritrovò persino in carcere per frode. 
Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, in forma diaristica, ampiamente autobiografico e satirico, è Elizabeth and Her German Garden (Il giardino di Elizabeth, 1898), che con le sue 21 edizioni fu un vero e proprio bestseller (ragion per cui ha fatto la sua comparsa in una delle prime puntate di Downton Abbey – cosa che, a quanto pare, ha risvegliato la riscoperta delle opere della scrittrice). Seguirono The Solitary Summer (Un’estate da sola, 1899), The Benefactress (Il circolo delle ingrate, 1902), The Adventures of Elizabeth in Rügen (Elizabeth a Rügen, 1904), Princess Priscilla’s Fortnight (Una principessa in fuga, 1905), Fräulein Schmidt and Mr Anstruther (Una donna indipendente, 1907). 


Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo, cambiando il proprio nome in Contessa Russell. Nemmeno questa esperienza coniugale fu fortunata, e la coppia si separò nel 1919. Agli anni fra le due guerre risalgono In the Mountains (Uno chalet tutto per me, 1920), ambientato sulle Alpi Svizzere, Vera (1921, considerato il suo capolavoro, e paragonato a Rebecca di Daphne du Maurier), The Enchanted April (Un incantevole aprile, 1922), con il suo lussureggiante setting ligure, Expiation (Colpa d’amore, 1929), The Jasmine Farm (La fattoria dei gelsomini, 1934). Allo scoppio della seconda guerra mondiale Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 libri.
Dietro il riflesso di una vetrina di
Stralsund, l'edizione tedesca di
The Benefactress
I sentieri principali che von Arnim percorre all’interno dei suoi romanzi sono la celebrazione del paesaggio naturale, nella maggior parte dei casi rappresentato da fiori, piante e giardini, e il conflitto tra un’identità femminile esuberante e le costrizioni della stantia società borghese. Il continuo ricorrere alla descrizione della vegetazione, talvolta così opulenta da tradire la dirompenza dell’immaginazione dell’autrice, è un evidente medium di espressione della personalità della New Woman del primo Novecento. I colori dei fiori (Il giardino di Elizabeth), le piante intrise di rugiada (Un incantevole aprile), le campagne piene di sole (Un’estate da sola), le porte e le finestre aperte di una casa (Colpa d’amore), il mare solitario (Elizabeth a Rügen) sono simboli della libertà a cui aspiravano queste “nuove donne”, stanche di tutte le forme del giogo patriarcale e finalmente consapevoli della loro possibilità di affermazione nel mondo, e della loro capacità di scegliere la solitudine.

1 febbraio 2015

Colpa d'amore

L'altra sera ho finito di leggere un altro dei tanti romanzi di Elizabeth von Arnim, autrice “scoperta” per il pubblico italiano da Bollati Boringhieri, e di cui ho spesso avuto modo di parlare. Benché il mio preferito resti sempre il “primo amore”, Un incantevole aprile, tutti i libri di von Arnim mi hanno affascinata, per un motivo o per un altro: da La fattoria dei gelsomini al Circolo delle ingrate, da Una donna indipendente a Un’estate da sola, fino a quest’ultimo Colpa d’amore (Expiation, 1929), tradotto da S. Garavelli. 
Come spesso avviene, la trama è piuttosto semplice, e si dipana senza grandi scossoni a partire da un singolo evento. In questo caso, tutto comincia con la morte di un uomo, Ernest Bott, a causa di un incidente stradale: la moglie, Milly, si ritrova praticamente diseredata e la ridda di sospetti, calunnie, e scandalizzati pettegolezzi che si scatena per questo motivo in seno alla famiglia del marito occupa l’intero romanzo. 
L’abilità della scrittrice sta in primo luogo nel dipingere con raffinata ironia proprio il vespaio suscitato dagli eventi: le cognate di Milly formano una specie di nidiata di serpi, mentre i cognati, i fratelli di Ernest, si rivelano tutti sottomessi, o per meglio dire terrorizzati, dalle donne della loro vita, e molto impegnati a reprimere i loro desideri. Von Arnim riesce a tratteggiare dei ritratti caratteriali pieni e narrativamente robusti: il lettore faticherà a dimenticare la sorella di Milly, divenuta un arcigno ramo secco a causa delle asperità della vita che si è scelta; o la cognata Nora – che compare raramente, ma brilla per la sua passionalità talvolta difficile da controllare; o ancor di più la vecchia Bott, madre del defunto, che nella sua svagatezza dimostra un saldo buon senso e una capacità di controllo che riesce a salvare tutta la famiglia. 
Il libro si divide in due parti: nella prima è Milly la protagonista, e sono i suoi pensieri, le sue aspettative, i suoi tormenti a occupare le pagine. Il trionfo della sua osservazione del mondo si raggiunge quando “Milly, ammutolita, si chiese se in fondo non fossero i buoni, coloro i quali bisognava sforzarsi di essere indulgenti e comprensivi.” È una frase che lascia molto su cui riflettere, e che invita a porsi delle domande sulla natura di quella moralità tutta esteriore che ammorbava la società di allora, esattamente come quella di oggi. Nella seconda parte, più vivida e anche divertente, assistiamo ai fuochi artificiali esplosi dalla presenza di Milly nelle diverse case dei cognati: i litigi su chi la debba ospitare, le gelosie delle mogli, i dubbi degli uomini, e sullo sfondo il serpeggiare di un sospetto che rischia di violare la sacralità del valore supremo dei Bott: la discrezione. 
Leon Wyczółkowskii,
Primavera a Goscieradz
Infine, come al solito, anche in questo libro non possono mancare quelle miniature ambientali fresche, vivaci, piene di colore e di profumi che caratterizzano la grande scrittura di von Arnim: come quando Milly cammina per Londra e attraversa “le piazze inondate di sole; […] notò i tetti delle case che tornavano a brillare contro il cielo azzurro, lo slancio di uno stormo di piccioni, le ali anch’esse lucenti, il riflesso sui capelli di una ragazza mentre strofinava la soglia di casa”; oppure “la casa sembrava deserta; vuota di tutto tranne che del sole e del vento di aprile. Porte e finestre erano spalancate per arieggiare la camera, il materasso rivoltato. Il pigiama di George […] era appeso a una sedia nel suo spogliatoio, le gambe che ondeggiavano penzoloni nella corrente. Dovunque l’odore del detersivo lottava con quello delle violacciocche che entrava dalla porta d’ingresso.” Come se quell’aria benefica ci restituisse la speranza che si possa purificare il mondo dall'ipocrisia e dalla maldicenza.

Per leggere altri post su Elizabeth von Arnim: 



20 giugno 2014

L'anima in un giardino

Nelle ultime due settimane sono andata a passeggio attraverso i profumi di due giardini letterari. 
In Memorie di un vecchio giardiniere di Reginald Arkell (tradotto da Franca Pece per Elliot - quanto mi piacciono i libri di questa casa editrice!) ho letto il romanzo di formazione di un ragazzo nato alla fine dell'età vittoriana, che dopo anni di apprendistato diventa il capogiardiniere di una dimora nobiliare. Tutti noi possiamo immaginare, chiudendo gli occhi, gli spazi aperti e verdissimi delle innumerevoli country houses sul suolo inglese; ma con questo libro possiamo proprio entrarci, per sentire lo scricchiolio dell'erba sotto i piedi e odorare le fragranze dei fiori e degli alberi. Il nostro giardiniere ci accompagna con i pensieri:
L'ipomea blu
E voi, siete tanto vecchi, o tanto in gamba, da ricordare con piacere e nostalgia i giardini di campagna del XIX secolo? La portulaca grandiflora sotto la finestra della cucina; il garofano dei poeti, così semplice d'aspetto; le grandi rose centifolia e il muschio che non aveva ancora perso il profumo; la reseda che fioriva nei terreni poveri e ghiaiosi sotto l'agrifoglio; il capelvenere che copriva, simile a un tappeto, i gradini grigi; e i mughetti.... [Quando vide nella serra] l'ipomea blu si controllò a fatica. Era un'orgia di colore sparso ovunque, come se qualcuno avesse strappato grandi pezzi di cielo mattutino. Era così blu... così blu da fare quasi male agli occhi. Le parve che il cuore le annegasse nella bellezza, riusciva a malapena a respirare.
Proprio in questi giorni, invece, sto finendo uno di quei libri che ti fanno pensare di volerli imparare a memoria, per tenerti in mente per sempre la loro bellezza. Si tratta di The Solitary Summer (tradotto da D. Guglielmino per Bollati Boringhieri) di Elizabeth von Arnim, che sta diventando proprio una delle mie autrici preferite.
Ogni nuova pagina richiede una sottolineatura quasi completa, tanto il racconto - in forma di diario - è pregno di analisi autobiografica dell'identità narrante e di associazioni tra l'anima di chi pensa e il piccolo mondo (il suo giardino) che la circonda. Non so quale citazione riportare qui, sono tutte troppo vive, ed esprimono sentimenti così universali che è impossibile fare una selezione. Mi limito a:
Ieri sera, dopo cena, mentre eravamo in giardino, dissi: "Voglio star sola per un'estate intera. Voglio esser pigra, cosicché la mia anima possa avere tempo di crescere. Trascorrerò i mesi in giardino, e nelle foreste. Osserverò le cose che accadono nel mio giardino, e capirò dove ho commesso degli errori. Sarò perpetuamente felice.
I gradini della veranda che scendono nel paradiso delle viole del pensiero sono circondati da tulipani gialli, e sul prato, dietro le rose, ecco due grandi aiuole di tulipani di ogni colore, che crescono su un tappeto di nontiscordardimé. 
Tulipani al Britzer Garten, Berlino.
Foto di Mara Barbuni (2014)
Quale benedizione è amare i libri! Tutti devono amare qualcosa, e io non conosco alcun oggetto d'amore che dia soddisfazioni autentiche e inesauribili come i libri e un giardino. 
Uscii alle tre e mezzo del mattino. Non c'erano nuvole, e a poco a poco, mentre io guardavo, il sole uscì rapido dalle segale come un'enorme palla rossa; il grigio del campo divenne giallo, e lunghe ombre si stesero sull'erba, mentre i fiori bagnati splendevano come diamanti. Ho avuto un'esperienza che non dimenticherò presto, qualcosa di molto prezioso, come se avessi colto il mondo di sorpresa, e mi fossi avvicinata alla vera anima delle cose.  

12 giugno 2014

Il circolo delle ingrate

In questi giorni sto leggendo un altro romanzo di Elizabeth von Arnim, Il circolo delle ingrate (tradotto da S. Gravilli per Bollati Boringhieri; titolo originale The Benefactress, 1901) e vi sto ritrovando tutte le caratteristiche che mi fanno tanto amare questa scrittrice. Innanzitutto la vivida descrizione dei luoghi, caratteristica che ha fatto del suo Un incantevole aprile uno dei miei libri preferiti in assoluto; e in secondo luogo il tono ironico che scorre come un ruscello nascosto, limpido, puro, sotto la superficie della vicenda narrata. E' la storia di Anna, una ragazza di nobili natali, ma povera, costretta a farsi mantenere dalla ricchissima cognata, borghese nel senso peggiore del termine (gretta, insensibile, tirchia e arrivista). Anna ambisce all'indipendenza, non desidera il matrimonio e mette a tacere i richiami della propria bellezza per la volontà di trovare da sola e "senza una spalla cui appoggiarsi" la propria strada e il proprio posto nel mondo: tema, questo, fra i più importanti della narrativa di von Arnim. Quando eredita dallo zio una proprietà in Pomerania, nella Germania settentrionale, la giovane decide di impiegare la propria fortuna per aiutare una dozzina di donne indigenti e senza amici a conquistare la loro autonomia: la processione che le si presenterà non si rivelerà altro che una schiera di signore arroganti, egoiste e, come suggerisce il titolo italiano, ingrate, che dimostrerà al lettore l'ingenuità di Anna e, in senso lato, le difficoltà insite persino nella realizzazione di un progetto totalmente altruista e magnanimo (nonché economicamente accessibile). I personaggi che circondano la sprovveduta Anna, che talvolta, per certe sue presunzioni, sembra ricordare Emma Woodhouse, sembrano davvero fuggiti dalla porta sul retro di un romanzo austeniano. Susie, la cognata, è un po' la Mrs. John Dashwood della situazione: priva di buon cuore, smaniosa di arraffare e sempre pronta a sottolineare la propria (presunta) generosità; suo marito e fratello di Anna, Peter Eastcourt, ricorda tanto Mr. Bennet: definito dall'autrice un "filosofo" poco propenso a vivere nella realtà, è un uomo che sembra essersi pentito della sua scelta coniugale e che ama isolarsi dal mondo (nel suo caso è la pesca, e non una biblioteca, a costituire il suo rifugio dalle grinfie della moglie). Per non parlare della ridicolaggine degli uomini e delle donne che Anna incontra non appena raggiunta la sua proprietà in Pomerania: il misogino intendente e sua moglie, l'annoiata sorella del vicino, e il parroco con la sua sposa sono campioni di comicità (per quanto si ritrovi, nelle parole del pastore, un accenno di affilato antisemitismo che anticipa cupamente la tragedia del prosieguo del secolo). Proprio la loro presenza, ingombrante e invadente, fa sorridere noi lettori quando leggiamo i pensieri di Anna al risveglio nella sua nuova casa "in uno di quei letti disadorni, con il sole del mattino che le batteva in viso; si alzò per compiere le utili incombenze quotidiane nella casa tranquilla, una casa dove non c'erano litigi, deplorevoli ambizioni, né quell'amarezza del cuore che mai dovrebbe esserci. I giorni della sua vita degna sarebbero stati giorni felici."  
Nessuna traccia di burla si ritrova invece nella rappresentazione della cornice geografica in cui la storia si svolge, come se von Arnim volesse far trionfare l'intensità della bellezza della natura, acuendo così la percezione della meschinità della società umana. I dintorni di Stralsund, la cittadina più importante della Pomerania Anteriore, sono davvero belli come l'autrice ce li descrive, e niente come le sue parole saprebbe restituirne il fascino antico, primigenio:
La piazza di Stralsund (d'inverno).
Foto di Mara Barbuni (2014)
Stralsund è una vecchia città di case a timpano, chiese antiche e caratteristiche strade dal fondo sconnesso che forma un'isola unita alla terraferma da dighe. Si mostra al meglio all'inizio della primavera, quando le verdi pianure circostanti sono disseminate di ranuncoli selvatici, le nuvolette bianche stanno sospese quasi immobili, il bestiame è fuori dalle stalle, le allodole cantano e le vele rosse e arancio sullo stretto braccio di mare che separa la città dall'isola di Ruegen punteggiano l'azzurro dell'acqua e del cielo. [...] L'aria è pregna dell'odore del mare. Il sole batte forte sulla pianura e sulla città. 


Potete leggere altri post su Elizabeth von Arnim qui:
http://ipsalegit.blogspot.de/2012/06/un-incantevole-aprile.html
http://ipsalegit.blogspot.de/2012/11/elizabeth-von-arnim.html
http://ipsalegit.blogspot.de/2013/04/la-fattoria-dei-gelsomini.html


24 aprile 2013

La fattoria dei gelsomini

Ci sono libri che per mesi e mesi sogni di poter leggere. Li cerchi per ogni dove, consulti internet alla ricerca delle offerte, aspetti le promozioni, ma niente. Ogni volta (e sono numerose!) che entri in una libreria ti dirigi rapida verso "quello" scaffale, prendi il mano il volume tanto agognato e poi... lo riponi. Sarà per la prossima volta.
Poi, come per incanto, quel libro arriva. Un regalo. Non è una delle gioie più sopraffine?
Il mio "regalo" di qualche settimana fa è stato La fattoria dei gelsomini di Elizabeth von Arnim (ed. Bollati Boringhieri: la copertina impressionista è già da sola un tuffo nella bellezza). L'ho finito giusto la scorsa domenica, e con grande contentezza ho realizzato che le mie altissime aspettative sono state tutte pienamente soddisfatte - queste sensazioni, di questi tempi, dove le trovi se non nei libri? : )
La fattoria dei gelsomini è un capolavoro della scrittura di Arnim. Il fascino delle sue ambientazioni, che rievoca la maestria delle descrizioni già dimostrata in Un incantevole aprile (di cui ho scritto nel post omonimo), è qui replicato in una sapienza della trattazione psicologica degna delle grandi contemporanee di Arnim, sua cugina Katherine Mansfield e la suprema Virginia Woolf. Con il condimento di un'ironia imprescindibile e sempre luminosa (quasi austeniana), le menti delle donne di questo romanzo sono come case da esplorare, caratterizzate da spazi ampi e da anfratti oscuri, arricchite di gioielli ma anche ingombre di cianfrusaglie, e noi lettori le percorriamo di qui e di là, senza sapere bene se e cosa stiamo cercando, ma incantati dalla loro complessità. 
La storia gira tutta intorno ad un "incidente", un pettegolezzo, che a partire da uno scomodo e torrido pomeriggio in una casa dell'alta società, si ingrandisce gradatamente, si espande per tutta Londra, innesca un torbido meccanismo di ricatto e da il via a un movimento dei personaggi principali (che si trasferiscono tra i profumi inebrianti di un campo di gelsomini in Provenza) sulla base di rapporti interpersonali del tutto artefatti e per questo surreali. In particolare, il contrasto tra le due matriarche della vicenda, Daisy e Mumsie, e l'analisi minuta dei loro flussi di coscienza ci restituisce una sostanziosa materia di riflessione, e il nostro esercizio di pensiero spazia dalle regole non scritte nella società borghese alle limitazioni convenzionali imposte da un mondo ormai finito, morto - il vittorianesimo; dallo studio delle forme della bellezza alla constatazione della sua decadenza; dall'osservazione del conflitto di censo a quella sull'inevitabile, sottile, infelicità dell'uomo.
La fattoria dei gelsomini è un romanzo meraviglioso, che davvero vale il nostro preziosissimo tempo. Tra una chiacchiera e l'altra, tra una tazza di tè e un cioccolatino, ci sembra di sparire noi stessi in quelle pagine, ad assaporare il profumo della Francia meridionale con il suo sole limpido, i suoi cipressi ondeggianti, i suoi pozzi di pietra sommersi dai grappoli del glicine.

19 novembre 2012

Elizabeth von Arnim

Negli ultimi tempi, in libreria, è facile trovare le opere ripubblicate di fresco di una romanziera dimenticata per decenni e ora finalmente e meritatamente riportata agli onori del successo. Parlo di Elizabeth von Arnim. Molti sostengono – e non si può non essere d’accordo – che il recupero della narrativa di von Arnim sia stato determinato e alimentato dall’improvvisa fama che il primo ventennio del Novecento sta conoscendo grazie alla serie televisiva Downton Abbey. In uno degli episodi della seconda serie il valletto dell’eroe maschile della storia, Matthew Crawley, presta ad Anna, di cui è innamorato, Elizabeth and Her German Garden, e pare che per molti fan questo dettaglio abbia costituito un fortissimo richiamo alla lettura. 
La mia personale ammirazione per Elizabeth von Arnim, invece, è sorta dalla visione del film e poi dalla lettura di Un incantevole aprile (ne ho parlato qui), e la storia, e la scrittura, mi sono piaciute così tanto che oggi, in libreria, trovo irresistibili gli inviti delle bellissime copertine che Bollati Boringhieri ha riservato a Il circolo delle ingrate (The Benefactress), Uno chalet tutto per me (In the Mountains, che sto per iniziare) e La fattoria dei gelsomini (The Jasmine Farm). Non è un caso forse che alcuni critici giudichino lo stile di von Arnim come una rievocazione novecentesca dei toni di Jane Austen, della sua arguzia, della sua ironia, della sua brillantezza. 


Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia si trasferì in Pomerania, ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster), ma presto il legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte, che poi si ritrovò persino in carcere per frode. Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, ampiamente autobiografico e satirico, è proprio Elizabeth and Her German Garden (1898), un vero e proprio bestseller di inizio secolo (ragion per cui, secondo le parole degli autori, ha fatto la sua comparsa in Downton). Seguirono The Solitary Summer (1899), The Benefactress (1902), Vera (1921) e Love, tutti in un modo o nell’altro autobiografici.
Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo. Nemmeno questa esperienza conobbe un lieto fine, tanto che la coppia si separò ed Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 romanzi, tutti accomunati dalla presenza dei fiori, o di un giardino.
Se leggete in inglese, gutenberg.org è una fonte inestimabile di ebook gratuiti di von Armin: io ne ho scaricati undici, e quello con cui voglio cominciare è proprio In the Mountains. Come al solito, ne avrete presto un commento!

12 giugno 2012

Un incantevole aprile

La scuola è finita, e nonostante fuori stia piovendo abbondantemente come in pieno ottobre, si sente aria d'estate, e si contano i giorni per le tanto attese vacanze. Stamattina, svegliata prestissimo dal rumore del temporale, ho terminato Un incantevole aprile di Elizabeth von Arnim, la cui lettura è stata davvero come una piccola ma deliziosa vacanza. La trama è delicatissima, quasi impalpabile, il ritmo è sonnolento, lo stile prezioso, ma di quel prezioso che sa un po' d'antico - eppure questo libro è quasi un incantesimo, un sogno ad occhi aperti che riesce ad annullare il resto del mondo magnetizzando il lettore, assorbendo i suoi pensieri, tacitando ogni irritazione, trascinandolo dolcemente dentro le sue pagine. Il tema che sostiene la storia è estremamente facile: dal clima umido e ostile di un marzo londinese, dove la quotidianità si svolge all'insegna del senso del dovere e delle restrizioni fisiche ed emotive (siamo nel 1922), quattro donne si spostano per una vacanza imprevista in un castello ligure, sulle colline che si affacciano sul Golfo dei Poeti. 
Le quattro protagoniste nella versione cinematografica
di Mike Newell (1992)
Il sole che si rovescia sui giardini, la vista del mare scintillante e l'opulenta profusione di fiori della tenuta di San Salvatore operano sulle quattro turiste una più o meno lenta trasformazione interiore, inducendole ad accantonare i loro pregiudizi e i loro sensi di colpa. Uno dei più ricorrenti motivi della letteratura inglese - l'Italia quale luogo di abbandono e di sensualità - rifulge di bellezza in quest'opera; le descrizioni naturali sconvolgono per la loro abbondanza, e ci sembra quasi di essere travolti dalla luce del giorno che riscalda le ossa e il cuore delle protagoniste. Mrs Wilkins, la prima ideatrice del progetto della vacanza, si scioglie completamente sulle colline della Liguria tentate dagli anticipi dell'estate, e arriva persino a sentire la mancanza di un marito che a casa non riusciva più a sopportare. Mrs Fisher, l'anziana rappresentante di un'Inghilterra vittoriana ormai già morta, scura, fredda e polverosa, si sente "germogliare dappertutto", e avverte il bisogno di sentimenti di affetto e gentilezza ben distanti dalla sua usuale gelida e artefatta cortesia. Lady Caroline, letteralmente scappata in Italia per allontanarsi da famiglia, amici e ammiratori troppo insistenti, riscopre il piacere della compagnia e dell'amicizia ma soprattutto riscopre se stessa, e Rose Arbuthnot, che per i suoi dubbi, i suoi cambi d'umore e la sua repressa irrequietezza è forse il personaggio più vivido del quartetto, ringiovanisce come una pianta in primavera, riacquistando la morbidezza, il profumo, lo splendore dei suoi vent'anni. 

Anche l'accostamento della figura muliebre con la vitalità vegetale è tipico di tantissima letteratura (ne parlo in un altro post, Un libro, un giardino). Qui questo tema è sviluppato in tutta la sua pienezza, alla ricerca dell'espressione più intima della femminilità: le corolle accese, gli steli languidi, le foglie fragranti sommerse dal calore del sole sono manifestazione delle donne che tralasciano gli usuali costumi di sobrietà e costrizione per indugiare in comportamenti allegri, affettuosi, aperti e armonici. Voglio riportare un passo davvero significativo:
«Su entrambi i lati della scalinata di pietra vi erano pervinche in fiore, e adesso [Rose] riusciva a vedere quel che la notte prima le era venuto addosso, umido e profumato, carezzandole il viso. Era glicine. [...] Il glicine ricadeva su se stesso in un accesso di vitalità, in una prodigalità di fioritura; e dove finiva il pergolato il sole splendeva su cespugli di gerani scarlatti, masse di nasturzi, calendole così accese che pareva stessero bruciando, bocche di leone rosse e rosa. [...] Oltre questo spettacolo fiammeggiante il terreno degradava a terrazze verso il mare, e ogni terrazza era un piccolo frutteto. [...] Pareva che avessero rovesciato ovunque del colore; di ogni genere, in ogni quantità, a fiumi» (traduzione italiana di L. Balacco).
Contrariamente al solito, ho scoperto questo libro grazie al film, che allo stesso modo merita di essere preso in considerazione; se è una forte mancanza il fatto di dover rinunciare alla scrittura di von Armin, trasparente e fresca come un ruscello, la versione cinematografica regala allo spettatore le stupende immagini della Liguria di tarda primavera, aiutandoci ad entrare ancora di più, se possibile, nel piccolo mondo delle quattro amiche e del loro  straordinario, incantevole aprile.