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25 ottobre 2020

Dall'estate all'autunno

Il passaggio dall’estate all’autunno, con l’inizio della scuola e tutte le ulteriori difficoltà (sempre più serie) connesse a quest’evento, mi ha travolta, e pur continuando a leggere molto, anche se con meno regolarità, sono riuscita a scrivere poco. In quest’ultimo mese e mezzo, però, posso dire di aver scoperto almeno tre libri importanti.

Il primo è stato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Adelphi) di Stefan Zweig. Pubblicato per la prima volta nel 1941, il libro è il memoriale di un esule, ebreo austriaco, che ha attraversato le fasi più gloriose e quelle più tragiche della Mitteleuropa: dai fasti della Vienna imperiale con i suoi ideali di progresso sconfinato, di pace e di comunione degli stati europei, attraverso le cadute della Grande Guerra, fino alla catastrofe del nazismo, della fuga, della perdita della patria e dell’identità. È un libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, non solo perché è la testimonianza oculare di come l’umanità sia riuscita a rinnegarsi, prossima al suicidio, nel Novecento, ma anche perché rivela un senso insopprimibile di resistenza, nella forma della devozione alla libertà interiore. Nella prima parte di questa autobiografia colpisce, in particolare, lo straordinario livello di cultura delle giovani generazioni, che non solo conoscevano perfettamente i classici, ma riuscivano a interessarsi alle avanguardie e alle espressioni artistiche che giungevano dall’estero, e coltivavano contatti che oggi ci sembrano incredibili, partecipando in prima persona alle belles lettres del loro paese. Il rapporto tra studio e libertà, quindi, si manifesta in tutto il suo valore: ed è questa la ragione principale per cui Il mondo di ieri andrebbe consigliato ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la scuola superiore. 

Anche il romanzo La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (Garzanti) racconta di come i libri possano offrirci una forma di salvezza, persino nelle circostanze più disperanti. La protagonista, Odile, è una giovane borghese della Parigi “città aperta” occupata dai nazisti, che lavora come bibliotecaria alla American Library e impara a riconoscere nei libri, e nel sistema di catalogazione Dewey, una fonte di speranza per sopravvivere alla sciagura di un popolo, di una nazione e di tutto il mondo. Come ha affermato l’autrice nell’intervista contenuta nell’edizione italiana del romanzo, l’idea per la scrittura è stata ispirata dai “bibliotecari che, contro tutto e contro tutti, hanno deciso di tenere aperta l’American Library durante la guerra. Credevano nell’importanza dello spirito comunitario e nella capacità dei libri di unire e di creare ponti”. 

Il terzo libro di queste settimane, che ho finito proprio stamattina, è stato L’età incerta di Leslie Hartley (Neri Pozza), che vanta uno degli incipit più riusciti di tutta la letteratura: “Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso lì”. Come suggerisce questa apertura così memorabile, il libro è il racconto in prima persona di eventi avvenuti cinquant’anni prima, quando il protagonista e narratore era un ragazzino di dodici anni, nell’anno 1900.
Dopo brevi episodi risalenti al periodo della scuola, il nucleo della storia si rivela essere il resoconto di una vacanza trascorsa a casa di un amico, Brandham Hall, nel Norfolk, durante la quale Leo apprende l’esaltazione e insieme i dolori della crescita, perennemente confuso tra le sconcertanti emozioni di quel periodo della vita: l’innocenza e la brama di conoscenza, l’indifferenza e la gelosia, la paura e la voglia di indipendenza, l’amore sacro e l’amore profano. I pensieri di Leo sono riportati con tale vividezza che sembra di leggere, più che il resoconto di un ricordo, un flusso di coscienza, del quale percepiamo continuamente la natura perturbante. La stessa voce narrante pare inquieta, ritrosa, di fronte ai propri stessi ricordi e i personaggi della sua storia, che hanno condiviso con lui il dramma di quell’estate rovente: “erano come figure di un quadro, chiuse dentro la doppia cornice dello spazio e del tempo e incapaci di uscirne: erano prigionieri di Brandham Hall e dell’estate del 1900. Volevo che rimanessero lì, fermi in quelle due dimensioni: non volevo liberarli”.

5 luglio 2017

Avremo sempre Parigi

In queste lunghe e calde sere estive, magari dopo una dura giornata di lavoro, c'è sicuramente bisogno di sognare un po'. Sognare passeggiate al fresco, musica lieve lungo le strade, un bicchiere gelato al tavolino di un bistrot. Il libro adatto per simili rêveries è Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, una raccolta di "camminate sentimentali" ispirate ciascuna a una delle icone della città. 
L'ho trovato un libro davvero bello, scritto con semplicità e avvolgente come una nuvola di lino, con qualche filo di malinconia intrecciato qua e là tra le righe. Non si raccontano i luoghi già noti, ma le retrovie di Parigi, che sprigionano il ricordo e quasi la presenza fisica dei personaggi che hanno fatto la grande storia della ville lumière. Suggestive sono le decine e decine di citazioni letterarie, che ci restituiscono proprio la vitalità artistica e poetica della città e che l'autrice sparge a piene mani nel suo testo, trasformandolo in una specie di affascinante antologia.
Foto: (c) IpsaLegit 2015 
Muovendosi con grazia tra le voci del suo "disordine alfabetico" - Bistrot, Halles, Impressionisti, Fiori, Passages... - si leggono le storie di Wilde, Hemingway e Dumas, si assaporano gli aromi della Brasserie Lipp, della Closerie des Lilas, del Deux Magots e delle pasticcerie di lusso, si odorano le fragranze dell'erba dei giardini e delle profusioni di fiori al Luxembourg o al Jardin des Plantes, si sprofonda nei colori del Museo Marmottan e delle Ninfee all'Orangerie, si toccano libri invecchiati, fotografie vintage e i tessuti preziosi del Musée de la Mode, si ammirano i negozi nascosti incastonati nei Passages, si assaggiano con la mente le madeleines della nonna di Proust e si vaga pensosi tra le fila di tombe illustri dei cimiteri. Ci si trasforma, insomma, in emozionati flâneurs.

Le Ninfee di Claude Monet. Foto: (c) IpsaLegit 2015

Scrisse Sciascia che le terrazze dei bistrot parigini "fiorivano di tavoli rotondi dalle gambe sottili, e i camerieri avevano l'aspetto dei giardinieri, e quando versavano il caffè e il latte nelle tazze pareva annaffiassero delle bianche aiuole". E Baudelaire: "È una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell'ondeggiare, nel movimento, nel fuggitivo e nell'infinito. Essere fuori di casa, e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio". 
Foto: (c) IpsaLegit 2015
Chiudiamo gli occhi, allora, e sulla scia di una frase di Simenon immaginiamo "la Senna che scorreva al di là degli alberi, i battelli che passavano, le macchie chiare dei vestiti delle donne sul Pont Saint-Michel".

In questo blog sono più d'uno i post dedicati a Parigi. Per scoprirli, cercate l'etichetta La serie parigina. 
Della Parigi di Edith Wharton ho scritto un pezzo per Turismoletterario.com: http://www.turismoletterario.com/blog/edith-wharton-a-parigi/

25 giugno 2015

Ritorno a Edith Wharton

In queste settimane sono tornata a dedicarmi all’amatissima Edith Wharton. Newyorchese, di famiglia aristocratica (Newbold-Jones era il suo cognome da ragazza), Edith sposò Teddy Wharton senza sapere della sua malattia psichica, conobbe il grande mondo degli espatriati americani in Europa (il suo migliore amico fu Henry James), ebbe un amante a Parigi e scrisse racconti e romanzi che vantano uno stile di scrittura dalla bellezza difficile da eguagliare. 
Se L’età dell’innocenza, Premio Pulitzer nel 1921, è uno dei maggiori capolavori della letteratura, The House of Mirth del 1905, che sto leggendo in questi giorni nell’edizione Neri Pozza (La casa della gioia, trad. it. di Gaja Cenciarelli), anticipa il racconto di tutti i tormenti dell’affermazione dell’identità femminile nella contrastata e chiaroscurale società americana dell’inizio del ventesimo secolo. I dolori di Lily Bart sono quelli di Madame Olenska, e di tutte le loro contemporanee che tentarono, a prezzo di umiliazioni e paura, di non sottostare al giogo comportamentale imposto alle donne da un radicato e inamovibile patriarcalismo. 
Anche i due racconti inclusi in The Reckoning, volumetto edito da Penguin nella collana “Little Black Classics” (magnifica collezione, andata a ruba nella libreria inglese Dussmann qui a Berlino), descrivono la sofferenza della solitudine e dell’abbandono. Protagonista di The Reckoning è una donna divorziata che ora subisce la richiesta di separazione da parte del suo secondo marito, innamorato di una ragazza più giovane; eroina di Mrs Manstey’s View è invece una vedova la cui unica gioia nella vita è data dalla vista di un giardino oltre la finestra. La magnificenza di quel giardino esce dalle pagine in un trionfo di colori e di odori: la possanza della magnolia, con i suoi fiori di «alabastro» che si stagliano contro il «cielo azzurro acqua d’aprile»; le «onde del glicine»; «il respiro del lillà»; l’altissimo ailanto; i giacinti sul punto di sbocciare. 
Edith Wharton era innamorata dei giardini e nella grande casa che si fece costruire nel Massachusetts, The Mount, gli spazi verdi e fioriti assumono un’importanza straordinaria. 
Foto di Mara Barbuni, 2015
Qualche mese fa, a Parigi, ho ripercorso le passeggiate di Edith e del suo amante Morton Fullerton lungo i giardini delle Tuileries e del Luxembourg; ho scoperto dove soggiornava in Place de la Concorde e la pasticceria Ladurée in Rue Bonaparte, di cui la scrittrice adorava i celebri macarons. 
Ma soprattutto ho scovato la sua casa al numero 53 di Rue de Varenne – oggi edificio governativo –, su cui spicca la targa che recita: «In questo edificio è vissuta, dal 1910 al 1920, Edith Wharton, romanziera americana (1862-1837). Fu la prima scrittrice degli Stati Uniti a espatriare in Francia, per l’amore per questo paese e la sua letteratura. “Gli anni della mia vita a Parigi furono trascorsi interamente in Rue de Varenne – anni ricchi, pieni, anni felici”».


Altri post su Edith Wharton:


23 marzo 2015

Shakespeare and Company

Foto di Mara Barbuni 2015
Sono tornata da un’incantevole settimana a Parigi, trascorsa all’insegna dell’arte e della letteratura. Ho visitato tutti i musei in cui i miei piedi mi hanno permesso di entrare (quattro in un giorno…) e ho rintracciato, in lungo e in largo per la città, i portoni, le finestre e le vetrine dei caffè attraverso i quali attimi di storia hanno potuto intravvedere il passaggio di grandi scrittori. Dovrò raccontare da qualche parte queste mie esaltanti ricerche: potrei scrivere una guida letteraria di Parigi, chissà…. 
Una delle tappe più appassionanti di questo lungo cammino è stata la visita alla libreria Shakespeare & Company. Situata nel cuore di Parigi, sulla riva della Senna di fronte alla cattedrale di Notre Dame, la libreria aprì nel 1951 e da allora è stata un luogo d’incontro per autori e lettori di lingua inglese – una vera e propria istituzione letteraria sulla Rive Gauche. Il suo nome originale era Le Mistral, ma il proprietario, l’americano George Whitman, lo cambiò in Shakespeare and Company nell’aprile del 1964 in onore della celeberrima e ammirata libraia Sylvia Beach, che dal 1919 al 1941 aveva gestito la prima Shakespeare and Company in Rue de l’Odéon. 
La libreria di Sylvia Beach, citata in Festa mobile di Hemingway, era stata un punto di ritrovo per autori francesi come André Gide e Paul Valéry e per la colonia di espatriati angloamericani di cui facevano parte, oltre allo stesso Hemingway, James Joyce, Gertrude Stein, Francis Scott Fitzgerald, T.S. Eliot, Ezra Pound. Agli autori squattrinati Sylvia prestava i libri, e spesso si offriva di pubblicare i loro lavori – fu questo il destino dell’Ulisse di Joyce, pubblicato da Sylvia Blythe nel 1922. 
Fonte: http://shakespeareandcompany.com/
Un giorno di dicembre del 1941, agli inizi dell’occupazione, un ufficiale tedesco entrò in libreria e pretese una copia di Finnegans Wake. Sylvia si rifiutò di vendergliela, e il soldato le comunicò che nel pomeriggio sarebbe tornato per confiscare tutti i libri e chiudere l’esercizio. Non appena se ne fu andato, Sylvia trasferì tutti i tesori, al sicuro, in un appartamento al piano di sopra; la libreria non riaprì più, e la donna trascorse sei mesi nel campo di internamento di Vittel. Le sue memorie, dal titolo Shakespeare and Company, uscirono nel 1959. Sylvia Blythe morì a Parigi nel 1962. 
La libreria di George Whitman (che si visita oggi, al numero 37 di Rue de la Bûcherie) ha accolto a sua volta scrittori, artisti e intellettuali, che potevano anche soggiornare tra gli scaffali dei libri, in una sorta di “comune” che era anche, come sosteneva Whitman, una «utopia socialista mascherata da negozio di libri». Agli ospiti della Shakespeare and Company si chiedeva di leggere un libro al giorno, di aiutare qualche ora in negozio e di scrivere una brevissima autobiografia: questi lavori (migliaia di pagine) sono stati raccolti in un enorme archivio di storie di viaggio, di letteratura e di sogni. Fra il 2001 e il 2006 la figlia di George, Sylvia Whitman, iniziò a dare una mano al padre fino a prendere in mano definitivamente le redini della libreria: da allora Sylvia ha inaugurato varie attività, come il festival letterario della Shakespeare & Co. (cominciato nel 2003) e il Paris Literary Prize (un concorso letterario per novelle aperto ad autori inediti). Di recente, la libreria è apparsa nei film Before Sunset di Richard Linklater e Midnight in Paris di Woody Allen. Tantissimi famosi autori continuano a fare la storia della Shakespeare and Company: tra loro, Zadie Smith, Jennifer Egan, Edward St. Aubyn…. 
Io ci sono entrata lunedì scorso, in una giornata piena di sole, alla fine di una bella camminata. Ho visto spazi angusti, libri impilati fino al soffitto, un disordine che significava creatività. Le seggiole invecchiate, i divani che sono stati i letti degli scrittori aspiranti o emergenti, le macchine da scrivere Underwood impolverate collocate tra i volumi, sugli scaffali sbilenchi che circondano un pianoforte scordato; e poi la biblioteca alla memoria di Sylvia Blythe, la luce discreta, la scala stretta, le fotografie in bianco e nero, e lo spazio di fuori, con le bancarelle coperte… istantanea di un mondo estraneo alla topografia del presente, dove si risponde solamente alle leggi della letteratura.


12 marzo 2015

Un'eredità di avorio e ambra

Sto leggendo un libro straordinario, che inseguivo da anni e a cui mi sono, finalmente, dedicata, in occasione di questa “serie parigina”. È Un’eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal (Bollati Boringhieri, trad. it. di C. Prosperi), una storia seducente che insegue il destino di 264 statuette giapponesi (netsuke). 
Lo scrittore, ceramista di fama, racconta di aver ereditato da uno zio questo tesoro di minuscole figurine ricavate dall’avorio e dal legno e di aver deciso di ripercorrere i loro passi nel tempo e nello spazio a partire dal loro primo possessore, Charles Ephrussi: «Voglio entrare in ogni stanza in cui questo oggetto ha vissuto, percepire il volume dello spazio, scoprire quali quadri erano appesi alle pareti, qual era l’angolazione della luce che filtrava dalle finestre. […] Voglio sapere di quali vicende è stato testimone. […] La vetrinetta di Charles è una soglia». 
Charles Ephrussi
Charles Ephrussi, ricchissimo e celeberrimo collezionista e mecenate (ha ispirato la figura di Charles Swann della Ricerca del tempo perduto di Proust), amico di Degas, Manet, Renoir, Whistler e Baudry, è il protagonista della prima parte del libro. Dopo aver esplorato con delicatezza gli sfumati significati del possesso di un’opera d’arte (specie se piccola e raffinatissima come i netsuke), queste pagine danno letteralmente vita al mondo lontano di una Parigi festosa e innocente, in cui il denaro comprava eleganza, in cui le serate nelle dimore signorili erano impreziosite da velluti, sete, scrigni, lacche, ventagli, stampe, paraventi e porcellane, in cui neppure le origini ebraiche impedivano a Charles di essere amato, rispettato, cercato e onorato. L’incantesimo si spezza con l’affaire Dreyfus e l’esplosione definitiva del latente antisemitismo francese; allora Charles e i suoi netsuke devono trasferirsi a Vienna, dove comincia la seconda parte del racconto.
Ma è su Parigi che voglio concentrare l’attenzione di questo post. Oltre alle descrizioni topografiche della città («Le strade parigine trasmettono una sensazione di calma. Sono sobrie facciate in pietra, balconi dal ritmo geometrico e tigli piantati da poco») e dei lussi della casa di Charles in rue de Monceau, «ingombra delle carrozze degli aristocratici» e pervasa dal «profumo dei gigli», il libro offre bellissime ekphrasis, che hanno il potere di farci assaggiare i frutti dell’arte di quel periodo: di Gustave Caillebotte, Le Pont de l’Europe, di Monet, la Japonaise (espressione del giapponismo diffusissimo all’epoca), i Pommiers, Le Glaçons, La Bohémienne, Le Bains de la Grenouillère, La plage à Pourville, e poi, di Renoir, La déjeneur des canotiers, dove Charles Ephrussi è uno dei personaggi in secondo piano, vestito curiosamente in giacca e cilindro in una comitiva di gente rilassata, allegra, in camicia e cappello di paglia. 
Pierre A. Renoir, La déjeneur des canotiers
Questo libro, che non è un romanzo, ma una biografia visiva, è ispirato al principio – a me molto caro in letteratura – per cui gli oggetti «sembrano conservare il palpito della loro realizzazione. È questo palpito che mi incuriosisce e mi affascina. […] Se decido di prenderla in mano, questa tazzina bianca con la sua unica scalfittura vicino al manico entrerà a far parte della mia vita? Questo semplice oggetto […] potrebbe trovare posto nella mia vita di cose maneggiate, precipitare nel territorio della narrazione personale, di quell’intreccio sensuale e tortuoso fra cose e ricordi, diventare un oggetto preferito. […] Il modo in cui gli oggetti vengono tramandati è pura narrazione». Le sezioni successive a quella parigina perdono candore e il fascino della gioia, perché si ritrovano a cospetto dei mostri della Storia. Ma la sopravvivenza di quegli oggetti alle bestialità del Novecento sancisce la sacralità del ricordo e della bellezza, e sembra persino restituire un po’ di speranza.


26 febbraio 2015

Festa mobile

Non leggevo Hemingway da tantissimi anni, ma rientrare nella sua scrittura con Festa mobile è stato come fare una passeggiata nel vento. Un’esperienza limpida, corroborante. Il libro è un’autobiografia giovanile in cui lo scrittore racconta il periodo vissuto con la prima moglie a Parigi. La “società” che Hemingway frequentava allora, tra una brasserie e un cafè della Riva Sinistra della Senna, era popolata di geni letterari (Pound, Ford, Joyce, Stein, Scott Fitzgerald, cui è dedicato un capitolo eccezionale), eppure le descrizioni delle sue solitudini sono ancora più vivide, perché legate a filo doppio con il valore quasi sacro della produzione letteraria. 
«Tutta Parigi mi appartiene e io appartengo a questo quaderno e a questa matita» esordisce l’io narrante, aprendoci una finestra (e me la immagino, non so perché, affacciata su un prato spazzato dal vento) sul processo della sua creatività. «Restavo a guardare fuori, sui tetti di Parigi, e a pensare: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto prima e scriverai adesso. Non devi far altro che scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” […] Lassù in quella stanza decisi che avrei scritto una storia su ogni cosa che conoscevo». Una sorta di mantra, che prodigiosamente riassume tutta la grandezza della scrittura di Hemingway: leggendo queste parole ci passano davanti agli occhi le scene di Fiesta, di Addio alle armi, di Per chi suona la campana, di Verdi colline d’Africa, dei racconti, che sprigionano proprio la potenza del conosciuto, dello sperimentato. 
In Festa mobile l’attaccamento quasi passionale a Parigi ci rivela la convinzione che un luogo è denso non solo di significati – storici o emozionali che siano – ma anche di una sua inequivocabile identità. Come scrive Corrado Augias in I segreti di Parigi, «Vedere non è capire, anzi vedere può essere quasi niente se l’atto fisico del guardare non si accompagna alla consapevolezza della possibile dimensione latente degli oggetti». Joseph Conrad diceva che con la letteratura egli voleva non solo comunicare dei fatti, ma proprio «farli vedere» ai suoi lettori («My task, which I am trying to achieve is, by the power of the written word, to make you hear, to make you feel – it is, before all, to make you see» scrive in Lord Jim): questo è anche il talento di Hemingway, che con la parola sa trasportarci materialmente nei luoghi e fra le persone. 
La Shakespeare & Co. (2010)
Ci sembra di stargli accanto quando beve il suo cafè creme, quando osserva i pescatori dopo aver finito di scrivere, quando visita la libreria di Sylvia Blythe, la Shakespeare & Co.: «A quei tempi non c’erano soldi per comprare i libri. I libri li prendevo in prestito alla biblioteca circolante della Shakespeare and Company, che era la biblioteca e libreria di Sylvia Beach al 12 di rue de l’Odéon. In una via fredda e spazzata dal vento era un posto simpatico, caldo e accogliente, con un grande camino in inverno, tavoli e scaffali di libri, libri nuovi in vetrina, e al muro fotografie di famosi scrittori sia morti che viventi». Oppure quando, insieme alla moglie, attraversa i Giardini del Luxembourg, e «gli alberi erano bellissimi senza le foglie, una volta che ti riconciliavi con loro e i venti d’inverno soffiavano sulla superficie degli stagni e le fontane zampillavano nella luce chiara.» 
E poi, come sempre, Hemingway è lo scrittore che più di tanti altri sa dare voce all’energia, alle speranze e alle difficoltà del mestiere di essere giovani: «Ma Parigi era una città molto vecchia e noi eravamo giovani, e lì non c’era niente di facile, neanche la miseria, né i soldi improvvisi, né la ragione, il torto, né il respiro di qualcuno sdraiato al tuo fianco al chiaro di luna.» E nonostante tutto, come egli scrisse in una lettera: «Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna, perché Parigi è una festa mobile».

16 febbraio 2015

Una moglie a Parigi


Complici i voli verso l’Italia e di ritorno a Berlino, ho terminato un libro di grande forza narrativa, Una moglie a Parigi (The Paris Wife) di Paula McLain, pubblicato in Italia da Neri Pozza con la traduzione di S. Fefè. La voce narrante è quella di Hadley, la prima delle quattro mogli – detta anche “la moglie parigina” (come recita il titolo originale) – dello scrittore Ernest Hemingway. 

Sono gli anni Venti, e la storia d’amore tra Hadley ed Ernest è il filo rosso che ci consente di viaggiare tra l’America del jazz e le ville della Costa Azzurra, tra la polvere infuocata delle corride di Pamplona e le voci dei caffè lungo la Senna. Il libro non è dunque un romanzo d’amore, ma si bilancia tra storia di viaggio e biografia, aprendoci una finestra sulla formazione letteraria di Hemingway e sulle sorti dei giovani della “generazione perduta” (Génération perdue o Lost Generation) che, sullo sfondo di una Parigi ebbra di fascinazioni, si riunivano per sconfiggere il disagio di vivere, per bere forte e per produrre grande letteratura. Se Hemingway è il protagonista assoluto di questo romanzo, gli altri personaggi rispondono a nomi altrettanto memorabili: da Ezra Pound a Ford Madox Ford, da John Dos Passos a Gertrude Stein fino alle straordinarie apparizioni di Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda. Impossibile, leggendo questo romanzo, non ripensare al film-capolavoro di Woody Allen del 2011 Midnight in Paris…. 

Gli anni di Parigi dei coniugi Hemingway furono raccontati dallo stesso autore nel memoir intitolato A Moveable Feast (Festa mobile), che sarà la mia prossima lettura. Con Una moglie a Parigi apro infatti una “serie parigina” che nelle mie intenzioni dovrebbe accompagnarmi per le prossime cinque o sei settimane: nell’elenco che ho compilato (in cui figurano alcune riletture, come I segreti di Parigi di Augias e L’eleganza del riccio di Barbery ma che vi invito a rinforzare con i vostri suggerimenti), ho appena inserito anche Julie & Julia di Julie Powell. Tra circa un mese Parigi aspetta anche me: e non ci sono compagni di viaggio migliori dei buoni libri...!