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18 luglio 2021

Pimpernel . Una storia d'amore

Non avevo mai letto nessun libro di Paolo Maurensig, lo scrittore goriziano recentemente scomparso. Lo scorso anno, però, è stato pubblicato Pimpernel (Einaudi), che, da lettrice appassionata di Henry James, non potevo lasciarmi sfuggire. 
Il titolo, che subito fa pensare a un fiore selvatico, è in realtà il nome del personaggio di un manoscritto del grande scrittore americano che l'autore-narratore trova per caso, e che sarà l'inizio di una enigmatica serie di avventure snodate tra i vicoli di Venezia. Il manoscritto è dedicato a Constance Fenimore Woolson, la letterata che fu grande amica (e forse innamorata) di James e che si suicidò gettandosi dal balcone di Palazzo Orio Semitecolo, a pochi passi dal Canal Grande. 
Il libro, evidentemente, è costruito come una matrioska, in cui ogni storia ne racchiude un'altra, ogni personaggio è autore di qualcos'altro; la struttura è intelligente e affascinante, come lo è il suo protagonista, che si rende conto a sua volta di poter "essere concepito dalla mente di un altro. Qualcuno che nel passato, o forse - perché no? - nel futuro, aveva o avrebbe scritto la mia, la nostra storia". 
La storia del narratore, Paul Temple, si intreccia alla misteriosa vicenda di Annelien, che nel suo dramma nascosto e nei tratti, tra il sacro e il sensuale, del comportamento, ricorda molto le giovani donne di Henry James. Ma più di tutto, a evocare i capolavori jamesiani è lo sguardo su una Venezia quanto mai effondente incanto, che come sempre si impone come velata ed evanescente protagonista del racconto. Scrive Maurensig: "Quanta dolorosa bellezza! Era già motivo di sofferenza per me il non poter esprimere appieno la gloriosa magnificenza della natura che colpiva i miei sensi con l'accecante scintillio della luce sull'acqua, o gli aromi portati dalla brezza che spirava dal mare; e che dire allora dello splendore di tutta quell'arte custodita nella città lagunare, in quel vasto podere dell'anima di cui nessuno aveva ancora delimitato i confini?"
Come sempre in James, l'Arte è l'immancabile compagna della vita, e talvolta la dimensione (o la destinazione) della sua trascendenza. Nella sua spasmodica ricerca di un dipinto forse inesistente che possa dischiudergli il mistero della bellezza assoluta, Paul finisce per chiedersi: "è l'opera che dispensa luce all'osservatore, o è quest'ultimo che la illumina con la propria consapevolezza? Tutto ciò mi riportava alla mente l'antico quesito: esisterebbe l'universo in assenza di qualcuno in grado di percepirlo?"
Pimpernel è un romanzo breve ma davvero intrigante, che ha la straordinaria capacità di lasciarti nei pensieri un sapore autenticamente jamesiano; per gli appassionati dello scrittore americano, e in particolare del tragico episodio della sua vita legato alla morte di Constance, un capolavoro che ho già consigliato in questo blog e che ricordo nuovamente è The Master di Colm Tóibín. 

6 novembre 2018

Mrs Osmond (Isabel) di John Banville

Qualche settimana fa è uscito in Italia Isabel di John Banville (Guanda) e una manciata di giorni dopo io ho concluso la lettura dell’originale in inglese, Mrs Osmond, nella preziosa edizione Viking (Penguin Books). Con questo libro, il celebre e acclamato scrittore irlandese ha tentato una “missione impossibile”: raccogliere il filo lasciato cadere da Henry James alla fine di Ritratto di signora e immaginare il seguito delle vicende della sua protagonista – Isabel Osmond, appunto. 
Mrs Osmond si apre con un’epigrafe bellissima, tratta dal romanzo jamesiano, «Deep in her soul – deeper than any appetite for renunciation – was the sense that life would be her business for a long time to come», una folgorazione che ci lascia già presumere quello che sarà il tema centrale del libro: Isabel e la sua relazione, al di là di tutto e di tutti, con la Vita. 
Misurarsi con la scrittura di Henry James è una sfida pericolosa e onestamente difficile da vincere: ci si aspetta sempre la “sua” pienezza, la “sua” perfezione, la “sua” capacità di superare i confini della psiche e di inoltrarsi, come una barca in mezzo all’oceano, nell’esplorazione del Sé. Non credo che Banville, o chiunque altro, potesse riuscirci: ma se non si conosce bene Ritratto di signora – sacro caposaldo della letteratura – e dunque non si è tentati dal tracciare un paragone, anche Mrs Osmond risulta davvero un bel libro. 
È la storia di un viaggio molteplice, che Isabel intraprende dapprima da Roma (dove sorge la sua residenza coniugale, Palazzo Roccanera) in Inghilterra per il funerale del cugino, Ralph Touchett, poi di ritorno sul continente, a Parigi, a Firenze (a Bellosguardo, con il suo panorama di «picturesque quilt of olive groves and vineyards, […] a heady fragrance of roses and cypress trees») e di nuovo a Roma. Non è un caso che il romanzo inizi su un treno, con la suggestiva frase: «She felt, did Mrs Osmond, the awful surge and rhtythm of the train’s wheels, beating on and on within her», come se la protagonista e il viaggio fossero una cosa sola. 
Questa è anche la storia di un viaggio interiore e della battaglia che Isabel compie contro sé stessa e i suoi pregiudizi, contro le scelte, le illusioni e i valori del passato: una lotta attraverso la quale lei si libera, finalmente, e che Banville sembra mettere in scena quasi per un atto d’amore verso di lei; per risolvere la tragedia dell’incompiuto rappresentata dal lucidissimo James e dare a questa giovane donna un nuovo orizzonte, una nuova strada da percorrere, nella consapevolezza del proprio valore personale e della necessità di svincolarsi da un marito che l’ha sempre ingannata: «the realisation of his narrowness of vision, of thought, above all of emotion, was the thing that most sorely disappointed and pained her». Alla fine, Banville permette a Isabel di riconquistare la propria vita, perché – ed è questo uno dei più bei passi del libro – «each life is given once, […] and the individual actor on whom the vivifying gift is bestowed must play his hour upon the stage with the unflagging conviction and in the full realization that there will be only one opening night».

28 ottobre 2018

The Master

Quassù fra i monti abbiamo goduto di un ottobre splendente, con i profili delle vette nitidissimi contro il cielo di cobalto e gli alberi di giorno in giorno più saturi d’oro, come un quadro di Klimt. Da ieri, con il mese agli sgoccioli e persino la fine dell’ora legale, siamo immersi nella pioggia, che durerà a lungo, intensa e persistente: domani le scuole resteranno chiuse. Ne ho approfittato per finire un libro che entra senza indugio nella mia lista dei preferiti, perché l’ho amato tantissimo; è riuscito (e non è talento di tutti i libri) a distaccarmi completamente dalla quotidianità e a trascinarmi nella realtà parallela – talvolta la più autentica – della pura letteratura. 
Questo libro è The Master, pubblicato nel 2004 dallo scrittore irlandese Colm Tóibín e tradotto in italiano da M. Bartocci per Bompiani. Il “maestro” è, parafrasando il titolo di uno dei suoi stessi racconti (The Lesson of the Master), Henry James, che per una volta è la creatura, il personaggio, il destinatario e non l’inspiratore dell’alito di vita della scrittura. Tóibín ci racconta un James straordinario, umanissimo, che svela (ma solo a sé stesso) la fatica della socialità e il gusto della solitudine: un uomo con la gola chiusa dai ricordi e dai desideri mai compiuti, dagli amori impossibili e dal rapporto osmotico con la narrazione e con le parole. In undici capitoli accompagniamo James dal gennaio 1895, l’anno del suo fallimento teatrale, all’ottobre 1899, fra le pareti confortanti della casa tanto adorata di Rye, nel Sussex («Amava i rituali del mattino, i libri familiari, le ore trascorse in solitudine e messe bene a frutto, il pomeriggio che scivolava via in bellezza»). 
La linea del tempo, tuttavia, s’intreccia e si srotola, con lunghe incursioni nella giovinezza di Henry e nella storia della sua famiglia, per poi tornare al presente della narrazione, sottolineando così la sua nostalgia e il senso pregnante che la sua scrittura è stata il risultato inesorabile delle sue esperienze e dei suoi incontri. Procedendo lungo le pagine, incontriamo una alla volta le figure che hanno lasciato le impronte più profonde sulla strada del romanziere: i fratelli e la sorella Alice, la cugina Minnie Temple (il modello per Milly in Le ali della colomba), gli artisti della colonia di espatriati americani a Roma (con lo scultore Henrik Andersen che pare la personificazione in vita di Roderick Hudson), i protagonisti dell’aneddoto che ispirò Il Carteggio Aspern, e le tante donne che, sfumatura dopo sfumatura, si sono addensate in Isabel Archer. Tra tutti loro, due nomi, due immagini, due vite più piene delle altre: Lily Norton e Constance Fenimore Woolson. 
Lamb House, l'ultima casa di Henry James.
Foto: IpsaLegit2007
Lily è una figura fugace, ma vivida e ricchissima, che mi ha emozionata perché fu la figlia di Charles Eliot Norton, grande amico di James e soprattutto di Elizabeth Gaskell, della quale la giovane portava il nome. Constance, invece, è il ricettacolo del non-detto e dell’incompiuto: affermata scrittrice a sua volta, strinse con James un’amicizia fuori dal comune, che all’epoca del loro soggiorno condiviso a Bellosguardo, nei pressi di Firenze, destò i commenti a mezza voce dei loro conoscenti. Donna indipendente, appassionata, Constance mise fine alla propria vita a Venezia – la tanto celebrata Venezia di James – gettandosi dal balcone della sua casa vicino al ponte dell’Accademia. Per qualcuno il suicidio fu la conseguenza dell’abbandono dell’amico, che non volle raggiungere Constance nel buio inverno della città sull’acqua. 
Per gli innamorati di Henry James come me, The Master è un libro importante, che in un certo senso annulla la distanza “reverenziale” che possiamo sentire nei confronti di questo scrittore perfetto: ce lo consegna in tutta la sua comune fragilità, come un amico di cui prenderci cura e da osservare in silenzio dalla stanza accanto, mentre lui se ne sta vicino alla finestra, «come per trovare nel giardino la parola o la frase che stava cercando, fra i cespugli e i rampicanti o la rigogliosa vegetazione di fine estate».

22 aprile 2018

Daisy Miller

Dopo un inverno lungo e freddo, in questi ultimi giorni anche qui fra i monti ci immergiamo nella primavera, e io ne sto approfittando per leggere en plein air, e soprattutto per ritornare a uno scrittore che è e resterà forse per sempre il mio più amato – lo scrittore che mi ha svelato la bellezza sconfinata del leggere in inglese, e che ha influenzato, in un modo o nell’altro, un’ampia porzione della mia vita (e di questo blog). 
Lo scrittore è Henry James. Il mio primo incontro con la sua penna risale ai primi anni dell’università, quando scoprii, come una specie di illuminazione, Ritratto di signora. Da allora in avanti non feci che cercarlo e inseguirlo, entrando nelle librerie anche solo per scorrere il suo scaffale, anche solo per desiderare di potermi portare a casa la sua opera completa. Alla fine degli studi magistrali, nel momento della scelta della tesi, era a lui che avrei voluto dedicare la mia ricerca: a lui e in particolare al rapporto tra le sue opere e i luoghi di ambientazione. Non potei perseguire questo progetto a causa di particolari dinamiche di dipartimento (un rimpianto che non mi lascerà mai), e il mio percorso di studi si spostò dunque su Elizabeth Gaskell prima e sulle scrittrici del Romanticismo inglese più avanti. Tante cose sono cambiate da quel tempo, le vicende della vita mi hanno portata lontano dall’accademia e in giro per l’Europa, ma il ricordo di Henry James è stato sempre presente, e dovunque mi sia spostata ho sempre ricercato quella sua bellezza, quei suoi luoghi, appunto, che fanno di lui per me una sorta di oracolo della letteratura e del viaggio. 
Il castello di Chillon (Foto: IpsaLegit2016),
sul lago di Ginevra, che Daisy visita insieme a
Winterbourne. A questo luogo "byroniano"
ho dedicato il post Letteratura sul lago
In questi giorni di sole e aria profumata, dicevo, sono ritornata a James. Ho ripreso in mano Il carteggio Aspern, con i suoi struggenti ritratti veneziani, e ieri pomeriggio ho finito di rileggere Daisy Miller nella mia edizione dei romanzi brevi dei “Meridiani” (Volume I; la trad. it. è di F. Mei). Daisy Miller è un racconto lungo del 1878. I protagonisti sono i classici personaggi jamesiani, due americani espatriati in Europa: Winterbourne e la deliziosa Daisy, di cui l’innocenza e l’inconsapevolezza dei costumi del Vecchio Mondo distruggeranno la reputazione, e non solo. La storia prende le mosse dalla Svizzera, a Vevey, e prosegue a Roma, e sono proprio l’austerità e la “vecchiaia” di questi luoghi a rendersi colpevoli della caduta di Daisy, che è una giovane donna troppo all’avanguardia per l’età in cui vive, che sceglie la propria strada a dispetto delle convenzioni e affidandosi unicamente al desiderio di libertà. Le giovani donne jamesiane soffrono quasi tutte di questa “malattia” intellettuale, così meravigliosa eppure così tragica: ed è molto spesso proprio in nome della loro libertà che vanno incontro alla tragedia. 
I Fori Romani, dove si consuma
la caduta di Daisy. (Foto: IpsaLegit2018)
Uno scritto didattico e di denuncia insieme, Daisy Miller è un testo, come di consueto per l’autore, stilisticamente perfetto, che nelle rappresentazioni dei luoghi – cruciali per le vicissitudini dei protagonisti – trova istanti di una bellezza purissima: «Pochi giorni dopo […] [Winterbourne] incontrò Daisy in quella bella dimora di fiorente desolazione chiamata il palazzo dei Cesari. La precoce primavera romana riempiva l’aria di profumi e di germogli, e la ruvida superficie del Palatino era ricoperta di verde tenero. Daisy passeggiava in cima ad uno di quei grandi mucchi di rovine, arginati da marmi muschiosi e lastricati di iscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non fosse mai stata così bella».

8 febbraio 2017

Storia di una dattilografa

Questo fine settimana, approfittando di due voli e delle conseguenti attese in aeroporto, ho letto un romanzo molto bello, The Typewriter’s Tale di Michiel Heyns (non mi risulta esista una edizione italiana). Il libro è stato pubblicato nel 2005 ma è ambientato nei primi anni del Novecento e sfrutta uno stratagemma narrativo che a me è molto caro (a patto che la scrittura sia di alto livello): l’adozione di personaggi e di circostanze storiche accertate per la creazione di una storia di finzione. 
La protagonista della storia è Frieda Wroth, una giovane dattilografa assunta da Henry James. La ragazza vive a Rye (Sussex), a poca distanza da Lamb House, residenza dello scrittore, dove si reca tutti i giorni per battere a macchina, sotto dettatura, le pagine della prosa narrativa e saggistica di James e, occasionalmente, le sue lettere. La figura di Frieda è ispirata a Theodora Bosanquet, la vera segretaria del romanziere, che gli rimase accanto negli ultimi anni della sua vita e che fu in seguito suffragista, nonché autrice di Henry James at Work; ma le esperienze del personaggio di Heyns sono pura, e bella, opera di narrativa. 
A casa di Henry James, nel romanzo come nella realtà, si alternano ospiti come il fratello, la nipote e artisti vari, tra i quali i carissimi amici Edith Wharton e Morton Fullerton, che di Wharton fu l’amante.
Lamb House, Rye (Foto di Mara Barbuni)
La qualità di questo libro – oltre all’intrigante spunto narrativo della ricerca di un fascio di lettere nascoste, che richiama subito alla mente Il carteggio Aspern – sta nell’uso del linguaggio, che ricalca le preziose involuzioni della lingua di Henry James; nella rievocazione dell’ambiente della casa dello scrittore; nella rappresentazione amorevole delle funzioni quasi “magiche” della macchina da scrivere Remington; e infine in un elegante velo di ironia steso sull’intero racconto, in cui tuttavia brillano la profondità dei personaggi, la delicatezza della trattazione delle loro mancanze, che non trascende mai nel ridicolo, e il loro rapporto con la Vita e con l’Arte. Il messaggio finale del libro sta nelle parole che Henry James consegnò ai posteri sulle pagine di Gli ambasciatori: «Live all you can; it’s a mistake not to» («Vivi tutto ciò che puoi; non farlo è un errore»).

28 febbraio 2016

Henry James al lavoro

Il 28 febbraio di cent’anni fa moriva Henry James. Uno scrittore del quale è impossibile parlare con completezza, tanti e tanto complessi sono i contributi cruciali che ha fornito allo sviluppo del romanzo, facendone definitivamente un genere letterario compiuto. Uomo schivo, raffinato, gentilissimo; narratore perfetto, drammaturgo, finissimo critico – anche di se stesso; viaggiò in Europa come un pellegrino, assorbendo nella sua mente, in costante stato di creazione, il cambiamento di un’epoca e di una società, nel delicato e sempre vivo contrasto tra vecchio e nuovo Continente. E trasformando tutto questo in una serie impressionante di opere d’arte. 
Chiunque può leggere con soddisfazione Henry James: gli ammiratori delle atmosfere gotiche trovano in Il giro di vite una gemma preziosa; gli estimatori del “mystery letterario” troveranno impossibile, a tarda sera, riporre sul comodino Il carteggio Aspern; chi si interessa di psicologia infantile si meraviglierà della profondità di Daisy Miller; chi ama la scrittura locodescrittiva rimarrà deliziato da Ore italiane, Ore inglesi e da decine e decine di contributi alla letteratura di viaggio; gli appassionati del racconto breve scopriranno in James uno tra i migliori interpreti del genere in tutta la storia della letteratura; chi ha voglia di una storia politica troverà tanta bellezza in Principessa Casamassima. Se Ritratto di signora è, per me, il libro preferito in assoluto, i romanzi “maturi” (Gli ambasciatori, La coppa d’oro e l’incommensurabile Le ali della colomba) sono difficilissimi e richiedono un’attenzione sconfinata da parte del lettore. Ogni frase, ogni parola scelta per comporla, sono un evento letterario, un fenomeno illuminante, e questo loro scavare nella psicologia umana è un processo che ci assorbe, ci esaurisce, ci lascia con un enorme, ma stimolante, senso di bewilderment, di stupefazione. 
Per celebrare la ricorrenza del centenario della sua morte ho letto un libricino imperdibile, Henry James at Work, il resoconto fatto dalla sua segretaria, Theodora Bosanquet, della loro esperienza in comune (prima edizione italiana: Henry James al lavoro, Castelvecchi Editore 2016 – non ho trovato nel loro sito il nome del traduttore). Bosanquet, nata sull’Isola di Wight, dopo il lavoro come dattilografa del grande scrittore sarebbe divenuta una suffragista e una attiva sostenitrice dei diritti civili delle donne. In questo libro ci regala gustosissimi ritratti in miniatura di James: racconta della fatalità che la portò a diventare la sua segretaria; del loro “colloquio di lavoro” in poltrona, davanti a un camino spento; del panciotto a quadri che lui indossava; delle stanze e del giardino di Lamb House, a Rye (Sussex). Ci descrive la quieta e inarginabile conversazione dello scrittore, che “parlava” i suoi capolavori mentre lei batteva i tasti di una Remington, e si interrompeva solo per cercare il vocabolo più adatto. Ci parla del rapporto di James con le sue due patrie, gli Stati Uniti e l’Inghilterra. 
Henry James al lavoro è un interessantissimo e “facile”, perché quasi biografico, approccio alla scalata davvero ardua che è la comprensione del processo creativo di un romanziere perfetto. Una lettura stilisticamente bella e dai contenuti molto significativi.


Altri post su Henry James:
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http://ipsalegit.blogspot.ch/2014/01/i-gioielli-della-letteratura_7.html
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http://ipsalegit.blogspot.ch/2012/10/the-turn-of-screw.html
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http://ipsalegit.blogspot.ch/2011/02/principessa-casamassima.html


17 gennaio 2016

Letture invernali

Da quando è scoccato l'inverno, con i pomeriggi bui e il coricarsi presto, ho letto diversi libri gradevoli, che mi hanno fatto molta compagnia. Non sono capolavori della letteratura, né saggi critici illuminanti, ma rappresentano ciò che la lettura costituisce per una buona parte: conforto, intrattenimento, calore, risveglio dell'ironia che c'è dentro di noi. I libri con cui ho trascorso le ultime settimane sono stati: 

Rosa d'autunno, di Mary Westmacott (Mondadori). Si tratta di uno dei "romanzi rosa" scritti sotto pseudonimo da Agatha Christie. L'ho preso perché interessata alla sua autrice, naturalmente, ma devo dire che nella storia non ho trovato proprio niente di "rosa". E di conseguenza mi è piaciuta tantissimo. Il setting è St. Loo, nella Cornovaglia tanto amata da Agatha, e il racconto, narrato dall'invalido Hugh Norreys, è centrato sulla figura di un tale John Gabriel, un arrivista piuttosto maleducato che tenta la carriera politica e che porterà scompiglio e tragedia nella piccola comunità. 

Indignazione, di Henry James (Fazi Editore). L'ultimo scritto del narratore supremo, per ovvie ragioni - e lo ammise lui stesso - non all'altezza delle sue opere più sfolgoranti. È stato misteriosamente (per me) definito il suo racconto più divertente. Quella che doveva essere la sua struttura iniziale, ovvero un pezzo per il teatro, è evidente, perché i personaggi escono ed entrano in una scena quasi bidimensionale e i loro dialoghi sono fulminanti, e chiaramente il focus della narrazione. I temi di fondo, però, sono quelli tra i più cari al maestro angloamericano: il denaro, con il quale è possibile comprare le cose (come, in questo caso, delle opere d'arte) ma anche le persone, e il latente conflitto tra europei e americani, in nome del contrasto tra la ricchezza e la tradizione.

Snob, di Julian Fellowes (edizione italiana: Neri Pozza). Dal creatore di Downton Abbey un romanzo sottile e fluido, che chiaramente prende spunto dalla vita reale dell'autore, trascorsa sui due binari paralleli del lavoro da attore e dell'appartenenza all'alta società britannica. Benché ambientato negli anni Novanta (post-Thatcher), le manie, i vizi, le idiosincrasie, le assurdità, ma anche le confortanti certezze dell'aristocrazia del mondo edoardiano risultano ancora vive, e terribilmente importanti. Bisogna conoscere un po' la cosiddetta Englishness per non restare a bocca aperta per l'indignazione; ma una volta superati gli ostacoli dei propri principi morali e sociali (come ogni bravo lettore è tenuto a fare in certi casi), il libro è un capolavoro di intrattenimento.

Il passato non dimenticadi Elizabeth Speller (edizione italiana: Ponte alle Grazie). Davvero un bel libro. Elegante e allo stesso tempo crudo nella descrizione della ricerca di una verità scomoda nel primo dopoguerra inglese. Ben scritto, doloroso e intenso, storicamente sincero. 

Mi sono intanto preparata il "bagaglio" di letture per le prossime settimane, tra le quali spiccano Villette di Charlotte Brontë; il tanto pubblicizzato Gli anni della leggerezza di Elizabeth J. Howard (entrambi pubblicati da Fazi Editore, che sta facendo davvero un buon lavoro); March di Geraldine Brooks (Neri Pozza) e l'autobiografia di Agatha Christie (Mondadori).
Vi farò sapere :) 

7 gennaio 2014

I gioielli della letteratura

Chi mi conosce sa quanto io ami gli oggetti che rievocano un tempo passato. Ricordo di aver cominciato ad affezionarmi alla cultura e alle atmosfere di età vittoriana quando, da bambina, lessi per la prima volta Piccole donne. C’era qualcosa in quel libro, forse la pace di quel salotto stipato di libri, o la purezza della neve del giardino dei Lawrence, o quel Grand Tour in Europa fatto di finissima porcellana e di delicati acquerelli, che già allora costituiva un’attrazione fortissima, una specie di avvincente sortilegio. Quando, lo scorso Natale, scartando un minuscolo pacchettino rosso ho scoperto un paio di orecchini di granati, l’incantesimo è tornato, e in quella pietra intensa e scura ho trovato racchiusa tutta l’eleganza del più magnifico Ottocento.
Sono corsa dunque a sfogliare il romanzo, alla ricerca del passo che, ne ero sicura, conteneva un riferimento proprio a questa pietra (che ho scoperto anche essere la gemma associata al mese di gennaio): ero certa che la protagonista dell'episodio fosse Amy, perché delle quattro sorelle ella è la più sensibile al fascino degli oggetti preziosi. Ed ecco, infatti, il brano (trad. di A.M. Speckel): "Amy si divertiva soprattutto con uno stipo indiano, pieno di strani cassetti, simili a nicchie di colombaie, di ripostigli segreti nei quali erano conservati ornamenti di ogni genere, alcuni preziosi, altri soltanto curiosi, tutti più o meno antichi. Osservare e mettere in ordine questi oggetti rappresentava per Amy una grande soddisfazione, specialmente il reparto dei gioielli, dove, su cuscinetti di velluto, stavano collocati gli oggetti che avevano ornato una bellezza di quarant'anni fa. Vi si trovavano la parure di granate che la zia March portava quando entrò in società; le perle che il padre le aveva regalato il giorno delle nozze, i brillanti offerti dal fidanzato, gli anelli e le spille di gaietto, i bizzarri medaglioni, [...] i braccialetti portati dalla sua unica figliola, l'orologio dello zio March." Ripensandoci, ho l'impressione che anche la mia passione per stipi, scrigni e cassetti sia nata su queste righe....
La presenza di oggetti che racchiudono un valore sentimentale, oltre che intrinseco, contraddistingue moltissimi romanzi: in tante storie (nate specialmente in quel lungo Ottocento, teatro di una cultura in cui il concetto di proprietà iniziava a imporsi prepotentemente su tutti gli altri ideali), siano esse realistiche o fantasy, di carattere storico o psicologico, ci accorgiamo che capi di abbigliamento o articoli di arredamento, oggetti d'arte, penne, fiori essiccati, naturalmente libri e pietre preziose acquisiscono una grande importanza per la caratterizzazione dei personaggi e per lo sviluppo delle loro vicende. Ho frugato nella memoria alla ricerca di opere in cui, tra tutti i possibili oggetti, fossero i gioielli a rivestire un ruolo di particolare rilevanza. L'elenco che segue costituisce naturalmente solo una parte infinitesimale dei libri appartenenti a questa categoria. Se vi va, aiutatemi a compilarla con i vostri ricordi!
Ho pensato, subito, perché il titolo è già un aiuto, a La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier: "'Lo sai,' mormorò, 'che il quadro ne ha bisogno, ha bisogno della luce riflessa della perla. Altrimenti non è completo.' Lo sapevo. Non l'avevo osservato a lungo [...] eppure avevo capito che era indispensabile l'orecchino di perla. Senza di esso c'erano solo i miei occhi, la mia bocca, lo scollo della camicia, la zona buia dietro il mio orecchio, ma come pezzi separati e indipendenti. L'orecchino li avrebbe legati, avrebbe fatto sì che il quadro fosse perfetto." (trad. di L. Pugliese.)
Un esempio di spilla
di giaietto
In Possessione di Antonia Byatt, durante l'escursione compiuta a Whitby sulle tracce dei due poeti amanti, Roland e Maud si imbattono nella vetrina di "Hobbs e Bell, monili in gaietto". Il gaietto (o giaietto), tipico della città di Whitby, è una varietà di lignite molto fragile e brillante, e in epoca vittoriana veniva usato specialmente in segno di lutto, per il suo colore scuro e il suo aspetto modesto - fu la pietra prediletta dalla Regina Vittoria nei lunghi anni della sua vedovanza. Si legge, in Possessione: "La parte centrale della vetrina era come un forziere sballottato dalle onde, un mucchio polveroso di spille, braccialetti, anelli su screpolati cartoncini di velluto, cucchiaini da tè, tagliacarte, calamai e un assortimento di opache conchiglie morte. [...] Roland studiava un cartoncino di spille e anelli apparentemente ricavati da fili di seta intrecciati e ricamati, alcuni orlati di giaietto, altri guarniti di perle. 'Questo è carino. Giaietto e perle e seta.' 'Oh, non è seta, signore. Sono capelli. E' un altro modo di ricordare i defunti, con i capelli [...] Guardi - un braccialetto con un bel fermaglio a forma di cuore, un lavoro delicatissimo, fatto di capelli bruni. [...] E' oro massiccio, diciotto carati, costoso per l'epoca, quando trovavi princisbecco e cose simili.'" (trad. di A. Nadotti e F. Galuzzi.) Per la cronaca, il princisbecco è un bronzo con elevato tenore di zinco, stagno e lega di rame, molto simile all'oro.
Una spilla in cui sono intrecciate le ciocche di capelli dei parenti amati è decisiva per le sorti della piccola Nell, protagonista di Il giardino dei segreti di Kate Morton: "All'interno vi era una spilla grande almeno come una moneta da un penny. Il bordo era decorato da una corona di gemme scintillanti, rosse, verdi e soprattutto bianche." (trad. di A.E. Giagheddu.)
Le croci di topazio donate
da Charles Austen alle sorelle
Jane Austen, che ricevette in dono dal fratello Charles una catenina d'oro con appesa una croce di topazio, rende omaggio a questo gioiello in Mansfield Park, dove la sera del ballo in suo onore Fanny indossa "il quasi unico ornamento in suo possesso, una croce di ambra molto graziosa che [il fratello] William le aveva portato dalla Sicilia." (trad. di G. Ierolli.)
In Nord e sud di Elizabeth Gaskell, Thornton è quasi ammaliato dai movimenti di un bracciale indossato da Margaret, che attira la sua attenzione sulla pelle di lei: "Se ne stava davanti al tavolo da tè vestita con un bellissimo abito rosato di mussola. [...] sembrava voler occuparsi soltanto delle tazze da tè, che porse via via con le sue mani d'avorio, nella più bella e silenziosa delicatezza. Indossava anche un bracciale, [...] e il signor Thornton [...] sembrava affascinato da come il bracciale seguiva i movimenti impazienti della sua proprietaria, e come poi si fermava tra la sua carne morbida, per poi ricadere nuovamente giù sul suo polso." (trad. di L. Pecoraro.)
Edith Wharton fece del suo L'età dell'innocenza un simbolo degli sfarzi di una società ancora legata a un'apparenza di ingenuità e (forse) inconsapevole della sua imminente caduta; il romanzo dunque abbonda di riferimenti a gioielli: le pagine brillano dei riflessi delle collane di diamanti, delle perle, degli smeraldi, dei massicci orologi, dell'anello di fidanzamento di May. Ma il gioiello più conturbante è il bracciale di Madame Olenska: "Arrivò piuttosto tardi, con una mano ancora senza il guanto, e intenta a chiudersi un bracciale intorno al polso." Questo accenno di negligenza, entrando in una stanza dove tutta l'élite di New York la sta aspettando, fa di Ellen la personificazione della trasgressione e, per Archer, della passione senza controllo.
Naturalmente, i gioielli rivestono un ruolo molto importante nelle storie che hanno per protagonisti i più celebri sleuth (segugi) della storia della letteratura: Poirot conosce un solo amore nella sua vita, la contessa Vera Rossakoff, ladra di gioielli, che l'investigatore belga incontra nel racconto The Double Clue (Doppio indizio), in The Big Four (Poirot e i quattro) e in The Labours of Hercules (Le fatiche di Hercule). Anche Sherlock Holmes si ritrova a indagare sul mistero di una pietra preziosa, il carbonchio azzurro, in The Adventure of the Blue Carbuncle. Holmes ne parla in questi termini: "'E' perfetta,' disse. 'Guardate come scintilla, Watson! E' naturale che susciti intenzioni delittuose. Accade sempre così quando ci sono di mezzo pietre di un simile valore. [...] Nei gioielli più antichi e famosi direi che ogni sfaccettatura rispecchia un episodio sanguinoso. Questo carbonchio [...] ha tutte le caratteristiche del carbonchio, salvo una, quella che lo rende tanto prezioso: è azzurro invece che rosso rubino.' [...] Holmes aprì la cassaforte e ne estrasse il carbonchio azzurro che scintillava come una stella, emanando una luce fredda, stupenda."
John Singer Sargent, Portrait
of Helen Vincent, Viscountess
D'Abernon (1904) 
Per concludere, cito un episodio cruciale di Le ali della colomba di Henry James; un passo in cui la "colomba" Milly (che per certi versi ricorda un po' la May di L'età dell'innocenza) appare in tutto il suo bianco splendore. Le perle sono il gioiello che maggiormente si adatta a lei in questa circostanza, sia per il loro fulgore candido - simbolo di una fredda purezza - sia perché, come vuole una certa tradizione, ricordano la forma delle lacrime: "Kate insistette: 'Tutto le sta a meraviglia, in specie le perle. Vanno così bene con i suoi merletti antichi.' [...] Per quanto consapevole di averle già viste, forse Densher non le aveva guardate mai, e quindi non aveva ancora reso giustizia appieno a quella poesia incarnata [...] che comunicava al gioiello tanta parte del suo stile [...]: la lunga collana d'inestimabile valore, girata due volte intorno al collo, pendeva pesante e pura sul petto di Milly." E' proprio dopo questa descrizione che avviene il dialogo fatale fra i due amanti, quello in cui l'autore disvela le oscurità del loro animo; e proprio in quel momento, nella sua rivelatoria luminosità, "Milly, all'altra estremità della sala, li notò per caso [...] e mandò loro in risposta tutto il candore del suo sorriso, lo splendore delle sue perle, il valore della sua vita, l'essenza della sua ricchezza." (trad. di B. Boffito Serra.)

4 dicembre 2013

Ritratto di signora

Non è mai facile rispondere alla domanda "Qual è il tuo romanzo preferito?", anzi, sembra impossibile. "Preferito", poi è un aggettivo inadatto a classificare una lettura. Però, se proprio ci si deve pensare, e si passano in rassegna gli affollati archivi dei propri ricordi, qualcosa fa capolino, torna costantemente sotto l'occhio di bue della nostra attenzione, e alla fine si impone. Magari non sarà il romanzo "preferito", ma di certo sarà un libro che ha contribuito a forgiare la nostra visione delle cose e della scrittura. Nel mio caso si tratta di Ritratto di signora (The Portrait of a Lady) di Henry James. Perchè? Altra domanda ostica. Non so elencare i motivi di questa scelta, ma so per certo che è un romanzo traboccante di bellezza....
Nella piana di Gardencourt ondeggiano i fiori lievi, sospinti dal vento del crepuscolo; il Tamigi scintilla lontano, e nell’aria tersa si espande il silenzio. È la prima cornice del ritratto di Isabel Archer, una "rara apparizione" che racchiude nella sua intatta bellezza le profondità azzurre del fiume, e insieme la quiete del tardo pomeriggio. Tre uomini assistono all'epifania di questa bellezza, e usciti d’un tratto dall’ombra più o meno tragica delle loro sorti, prontamente respirano la freschezza di Isabel e si incantano di lei. La vita terrena del signor Touchett va disperdendosi nel silenzio dei giorni, e così il suo attaccamento alla nipote è solo mormorato, fievole, un ultimo soffio d’affetto prima dell’ultimo viaggio. Anche Ralph è gravemente malato, e poche sono le speranze che lo trattengono nella mondana esistenza. Isabel è per lui un colpo al cuore, una folgorazione inattesa: d’ora in poi egli vivrà per vederla, e null’altro, per contemplare tacitamente la sua espansione nel mondo invocando grandi promesse di libertà. E tuttavia il vero innamorato non è colui che solo osserva, ma colui che agisce, come lord Warburton: James non racconta il procedere del suo sentimento, bensì narra la raffinata potenza del suo esito nel momento supremo della dichiarazione alla donna. La conosce solo da poche ore ma il calore che lei irradia, luminosa come una stella nuova, l’ha già avvinto per l’eternità: "Per la vita, signorina Archer, per la vita". La dolcezza di Warburton, già nostalgica nell’istante stesso della sua espressione, eleva l’acutezza della sua sofferenza, che ogni innamorato respinto saprà interpretare come propria; la dignità del Pari inglese, scalfita dal rifiuto, è destinata a una perpetua ascesa. Ma l’istante contemplativo della loro convivenza è ormai estinto, nell’incompatibilità degli affetti, e d’ora innanzi la giovane e il lord non potranno più incontrarsi senza che l’aria dintorno si contamini di un sordo dolore, di un rimpianto irrisolvibile e della percezione stessa della rottura dell’incanto. Isabel, sospinta dalla sua ardente immaginazione, è tesa all’andare, all’indagine inesauribile dell’universo storico e artistico nonché della piccola mondanità sorretta dalle reti della alta conversazione. Isabel abbandona Gardencourt perché la sua mente  è troppo vasta, e tra quegli angusti confini, sebbene confortati da giuste amicizie, rischia di soffocare. È l’Italia l’eden da guadagnare, e la giovane vi si abbandona con l’impeto d’esplorazione di un’anima ancora in boccio e desiderosa di maturazione. Il fiore è ancora chiuso, turgido, fragrante nella sua ignoranza delle cose, misterioso nella sua altissima moralità. Da Firenze i movimenti di Isabel si aprono all’Oriente, lo percorrono, ne tornano via con frenetico affanno, come fossero un dovere, e la strenua fatica di allontanarsi dai suoi corteggiatori si fa insistente, ossessiva.
Isabel celebra la propria libertà finanziaria e immaginativa nell’esodo, dai bagliori dei tiepidi tramonti sull’Arno alle vette d’oro delle Piramidi che sprofondano nell’azzurro – mentre il bocciolo s’ingravida di conoscenze e sensazioni, lentamente s’incrina, esala fragranze dolcissime, e sfuggono piano alla sua stretta le cime dei petali screziati. Di colpo la giovane si scopre stanca di viaggiare, di quella fuga dall’amore: per giunta, c’è in Italia il seme di una nuova amicizia, il bandolo di un legame abbandonato e nondimeno sempre pulsante nel cuore. L’amore per Osmond è l’estate dei sensi per Isabel Archer: l’alcova dove elargire la sua bontà e dove rifugiare le aspettazioni, nutrendo a piene mani la fantasia. Isabel non cede alle ragioni oppostele dalla signora Touchett o da Ralph, e a dispetto di quella fresca presunzione con cui un tempo aveva respinto uomini chiari, seri, dal cuore ampio, la giovane sceglie Gilbert Osmond, creatura fragile come uno specchio ingannatore, la confederazione delle ombre, degli sguardi sottili, dal sorriso sfregiato dal sarcasmo. Lo sceglie perché in lui spera di trovare la forma perfetta della gratificazione e il piacere dell’intervento disinteressato che ambisce a bonificare un terreno incolto e nascostamente malsano. Caspar Goodwood e lord Warburton erano come vasti campi di sole dove perdersi nella spensieratezza di una corsa a perdifiato verso l’orizzonte; ma Isabel ne è stata distratta dalla trappola dell’immaginazione perversa dall’egotismo, che la scaglia contro una reale infelicità. In questa infelicità non respira nemmeno la speranza, poiché l’orgoglio innalza cancelli di scuro ferro intorno al suo palazzo romano, sempre infestato da visitatori ciarlanti e mai, mai rallegrato – com’era la lontana Gardencourt, lontana nelle miglia e nei ricordi – dalla pacata e spesso tacita amicizia di grandi uomini. La luce di Isabel, così calda e intensa, che era solita dilatarsi nella spaziosità di anime elette, è ora confinata tra le feritoie di una casa maritale sovraccarica di cose morte e facce stantie, come una necropoli dimenticata. Il suo ritratto è ora vestito di nero, ed è il vano squadrato di una porta antica a incorniciarlo.
La campagna del Somerset.
Foto di Mara Barbuni (2007)
I declivi verdi della campagna, i richiami delle rondini sul cielo striato della sera, la meraviglia delle pietre antiche e dei dipinti eccelsi defluiscono nelle lacrime rade della donna, il solo splendore che lei possa ancora emanare. La morte di Ralph, il caro Ralph, raccoglie nel suo freddo ventre le ultime gocce della passione di Isabel e la deposizione ultima degli alti voli della sua fantasia. Isabel ha perduto la sua capacità immaginifica, e nondimeno rimane una creatura poetica, nell’afflato di nostalgia degli sguardi lontani, nel racconto appena intonato del suo dolore, e nelle sue memorie, quando, di tanto in tanto, ricorda Gardencourt, "qualcosa di sacro, con quelle immense camere scure dove l’edera cupa frastaglia gli stipiti delle finestre luminose".

1 dicembre 2012

La coppa d'oro

Il regista James Ivory è notoriamente innamorato della grande letteratura ambientata nel primo Novecento. Tra le sue opere si contano le trasposizioni di Camera con vista e Casa Howard di E.M. Forster, Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, e dei romanzi di Henry James Gli Europei, Le Bostoniane e La coppa d'oro. Quest'ultimo film mi ha fatto compagnia nel piovoso pomeriggio che è appena trascorso, e mi ha ricordato di quando ho letto il capolavoro "maturo" della narrativa jamesiana. 
The Golden Bowl (1904) è un trionfo nell'analisi psicologica tipica della scrittura dell'eccelso autore (anglo)americano, una disamina attenta, quasi puntigliosa, delle sottili dinamiche di coppia che sorreggono non uno, ma ben due matrimoni. La storia si apre  quando il principe impoverito italiano Amerigo si trova a Londra per sposare Maggie Verver, unica figlia di un vedovo americano, ricchissimo collezionista d'arte. Lì incontra Charlotte, in passato sua amante e compagna di scuola di Maggie; i due decidono di non rivelare alla futura sposa della loro precedente conoscenza e le nozze si celebrano sotto la flebile ombra di un primo segreto. L'evoluzione della vicenda porta Charlotte a sposare il padre di Maggie, Adam, cosicché il romanzo si struttura come una piéce alto borghese incentrata sui meccanismi ipocriti e pseudo-moralisti di una ambigua famiglia allargata. Charlotte e Amerigo riprendono la loro storia d'amore, ora macchiata dall'adulterio, mentre il rapporto tra Maggie e suo padre sembra non riuscire mai a liberarsi dal cappio dell'infantilismo: fino a un certo punto della storia sembra che la ragazza non sia in grado di sfuggire al proprio ruolo di figlia (ricordando così in un certo senso la disgraziata Catherine del jamesiano Washington Square), aprendo così il proprio personaggio a innumerevoli interpretazioni psicologiche. 
Kate Beckinsale nel ruolo di Maggie Verver
Com'è tipico di James, la narrazione è densa di queste analisi interiori, ed è l'esplorazione della coscienza dei personaggi a dominare. Anche in questo romanzo è preponderante il tema del contrasto tra il pericoloso cinismo degli europei (Amerigo) e l'innocenza degli americani (Maggie), anche se il seguito della storia si dedica alla rappresentazione dello sviluppo del personaggio di Maggie da creatura ingenua e inconsapevole a donna forte e tenace, disposta a tutto - anche a sacrificare la propria innata bontà e onestà - per tenersi stretto il marito. Questo aspetto l'ha resa ai miei occhi molto simile alla May Welland Archer di Edith Wharton (L'età dell'innocenza; cito questo romanzo qui). Premesso che L’età dell’innocenza è uno dei miei libri preferiti, di quelli che ho letto e riletto senza stancarmene mai, e anzi cogliendone ogni volta una diversa bellezza, c’è da dire che il film che ne ha tratto Martin Scorsese (1993) è un capolavoro. Subito affascinante e significativa è la sequenza di immagini che accompagnano i titoli di testa – una lunga serie di fiori opulenti mostrati nell’atto della loro fioritura, e quindi nel culmine della bellezza già associata al loro inevitabile declino: entro i primi minuti del film si comincia già a percepire che l’“innocenza” presentata dal titolo non è che ostentazione, un fulgido bianco sepolcro che nasconde la natura ombrosa, dubbiosa, tormentata di una società trionfante e lussuosa, ma sull’orlo della fine. Il lusso è un personaggio fondamentale e indelebile di questa storia – così come di The Golden Bowl – perché è il simbolo di quella gabbia dorata nella quale uomini e donne dalla sensibilità un po’ troppo pronunciata si rinchiudevano, inconsapevoli della claustrofobica sorte che li attendeva. Uomini e donne come Newland Archer (che sogna di sfuggire al matrimonio, fitto di imposizioni e convenzioni, contratto con May) e il principe Amerigo (che rimpiange la sua Roma lenta, solare e sensuale); come la contessa Olenska e Isabel Archer (protagonista di Ritratto di signora di Henry James), che si sposano in ricchezza votandosi a un destino di pena, rimpianti, umiliazioni, solitudine e silenzio.
Daniel Day Lewis e Winona Ryder
nei panni di Newland
e May Archer
E poi ci sono le donne come May e come Maggie, che ritratte come angeli (nei film spesso vestite di chiaro, al contrario delle loro antagoniste), sempre quiete e sorridenti, nascondono un’atroce volontà di dominio e di conservazione delle apparenze, del tutto incuranti del dolore che i loro intenti infliggono a chi sta loro vicino. La scena culminante del film di Scorsese è quando May, ormai a conoscenza della storia d’amore tra il marito e la contessa Olenska, affronta Newland nella semioscurità soffocante dello studio di lui. Egli, ormai prostrato dalle bugie e dalla maschera del coniuge perfetto, le comunica che vorrebbe intraprendere un viaggio da solo – evidentemente per fuggire, per trovare respiro. May allora celebra il proprio trionfo annunciandogli di essere incinta e di non poter dunque certo rinunciare a lui; e quando si allontana dalla stanza – sempre quieta, sempre sorridente – la telecamera stringe sulla coda del suo abito da sera, che striscia sul pavimento come un enorme, crudele e ormai sazio serpente.
L’inganno nascosto dietro le apparenze è l’oggetto principe delle esplorazioni narrative di Henry James e della sua migliore “allieva”, Edith Wharton: ed è ciò che rende le loro opere così sublimi, e così impareggiabili nella letteratura del Novecento.

28 ottobre 2012

The Turn of the Screw


Sono calate le temperature, da tutto il giorno non fa che piovere e un forte vento scuote da ore gli alberi del cortile, immersi nell’oscurità precoce. Tra pochi giorni è Halloween, e per celebrare la sua atmosfera, gravida di ombre e di mistero, ho riaperto Il giro di vite (edizione Meridiani Mondadori), il racconto di fantasmi che Henry James pubblicò nel 1898. 
The Turn of the Screw (con il suo incipit ho inaugurato questo blog, tanto tempo fa…) è una storia che raduna molti dei topoi tipici della narrativa gotica: una maestosa e remota dimora, due bambini dal passato ambiguo, la solitudine di una giovane donna e i suoi incontri con apparizioni che tanto assomigliano a fantasmi. L’io narrante è quello di un’istitutrice assunta da un gentiluomo affascinante e misterioso per prendersi cura dei due nipotini di lui, Flora e Miles. La giovane si trasferisce così nella lontana e solinga Bly (Essex), e mentre nelle prime settimane non fa che gioire della propria nuova condizione (i bambini, ella scrive, sono deliziosi e non le danno alcuna preoccupazione), con l’andare del tempo l’atmosfera intorno a lei si fa gradatamente cupa e spaventosa. La giovane inizia infatti a vedere nei dintorni, e anche dentro casa, due personaggi, un uomo con i capelli rossi e una donna vestita a lutto. Grazie ai racconti della governante di Bly, Mrs Grose, ella scopre che i due non sono esseri in carne ed ossa, poiché la loro descrizione corrisponde ai tratti di due impiegati della casa (la prima istitutrice e il giardiniere) entrambi morti in circostanze terribili. La narratrice riempie le pagine del proprio spavento, delle proprie notti insonni e della propria preoccupazione per le sorti dei bambini, in un crescendo di terrore che raggiunge il culmine quando la donna realizza che Miles e Flora non sono le vittime, ma i complici della sottile tortura psicologica alla quale i “fantasmi” la stanno sottoponendo. 
L'istitutrice impersonata da Michelle Dockery
nella versione cinematografica del 2009
La genialità e la forza di Il giro di vite stanno proprio, come è frequente nella narrativa di Henry James (ineguagliabile maestro di scrittura), nel valore psicologico della vicenda e della sua ricezione. Straordinario esempio di letteratura modernista, questo racconto si distingue per le sue mancate verità, e per la molteplicità delle sue possibili interpretazioni. La vicenda è narrata da un autore fisico (James) che parla di un personaggio (Douglas) che legge ad alcuni amici il diario di una donna (l’istitutrice) di cui è stato innamorato. I filtri attraverso i quali il resoconto della vicenda raggiunge noi lettori sono così numerosi che non possiamo che interrogarci sulla sua completa veridicità. Inoltre la scrittura è così perfetta e sospinta da un climax così potente che ci lasciamo suggestionare dalla vicenda narrata a tal punto da non comprendere dove stia il confine tra realtà e immaginazione: esistono davvero i fantasmi? o vivono essi sono nella mente dell’istitutrice? cosa sanno, davvero, Miles e Flora? e una domanda che ha infestato la mia personale esperienza di lettura… e se il fantasma fosse l’istitutrice stessa?
Il giro di vite è un capolavoro della letteratura che è stato oggetto di infiniti studi critici, ma del quale è stato impossibile sciogliere tutti i nodi e risolvere gli innumerevoli enigmi. Come per ogni grande classico della scrittura, sta a noi, a noi lettori, sprofondare negli abissi di questa storia alla ricerca della nostra verità; e sarà la nostra fantasia a illuminare gli angoli bui che il narratore ha voluto lasciare sospesi, arcani, per rendere la propria opera definitivamente immortale. 


25 ottobre 2011

Ore inglesi

Leggere Ore inglesi di Henry James è stato come ritornare d'un tratto alla scorsa estate, riprendere la strada della "mia" Inghilterra, immergermi di nuovo nel suo verde tenero, nelle sue linee scoscese rivestite d'erica, nei suoi orizzonti profilati di pietre antiche. E' stato come trovare su una pagina di carta le parole che mi vagheggiavano nella mente mentre osservavo quei luoghi, ma alle quali non avrei mai saputo dare forma. Henry James - lo ripeto sempre - è lo scrittore perfetto. Non c'è scrittura che eguagli la sua, non esistono altri esempi letterari che raggiungano la sublimità della sua sintassi e la struggente bellezza dei suoi toni narrativi e saggistici. Ore inglesi, che è un resoconto da "turista sentimentale" - come l'autore spesso si definisce, è l'espressione del James che amo di più, ovvero del viaggiatore, dell'emigrante che non sa trattenersi dalla commozione nell'ammirare un tramonto inglese, o nel godere di domeniche pomeriggio allietate dal fruscio delle foglie, dal tintinnare delle tazze di tè, dallo sciabordare del mare lontano, azzurro e brillante come uno zaffiro. Quando mi capita di leggere brani come i saggi contenuti in questo libro non posso esimermi dalle citazioni, perché non ci sono parole altrui che possano renderne la magnificenza. Per chi è stato in Inghilterra questi passi saranno dolcissime rievocazioni di di un incanto che è impossibile dimenticare; per chi non c'è mai stato saranno forse un invito irresistibile.
Serpentine, Hyde Park.
Foto di Mara Barbuni (2007)
I parchi di Londra
"La vista dal ponte sul lago Serpentine è di una nobiltà straordinaria [...]. Nel panorama delle città europee è arduo trovare qualcosa di altrettanto bello. [...] L'ampio corso [del] Serpentine, simile a un fiume, si apre la strada tra i suoi margini alberati. Appena passato il ponte [...], se si guarda a sinistra, oltre il cancello dei Kensington Gardens [...], si gode di una vista spettacolare: un sentiero si perde tra le querce e gli olmi sparsi."
Ricordi d'inverno
"C'è ancora qualcosa che mi riporta alla mente gli incanti dell'infanzia - l'attesa del Natale, il gusto di una passeggiata in un giorno di vacanza - nel modo in cui le vetrine luccicano nella nebbia. [...] Ci sono effetti di luce invernale [...] che in qualche modo, rievocati, toccano le corde della memoria e addirittura la fonte delle lacrime; come ad esempio la facciata del British Museum in un pomeriggio buio. [...] L'arioso colonnato del museo, le sue due ali simmetriche, le alte grate di ferro con i piedistalli in granito, l'intuizione delle sale in penombra all'interno, con tutti i loro tesori: indugiano tutti, pazienti, dietro strati di atmosfera che [...] danno loro un tocco d'allegria, come di luci rosse nella tempesta."
"[N]ella settimana di Natale [...] mi assale il pensiero della Londra di Dickens [...]. Giorni in cui i camini ardono nella penombra deserta dei club, e i libri nuovi, disposti sui tavoli, dicono: 'Ora hai tempo di leggermi', e il tè pomeridiano con il pane tostato, e il gentiluomo [...] che si risveglia dal suo sonnellino. Inoltre, per un uomo di lettere, [...] questo [è] il momento migliore per scrivere. [...] Il clima crea una sorta di mezzanotte perenne e allontana ogni possibile interruzione. Non fa bene alla vista ma è ideale per l'immaginazione."
Il Warwickshire
"I prati del Warwickshire stanno ai comuni scenari inglesi come questi ultimi stanno al resto del mondo. Per miglia e miglia non si vedono altro che ampie distese ondulate di pascoli, ricoperti da un vellutato manto erboso [...], dove crescono siepi dall'intrico lussureggiante tra le quali [...] spuntano querce e olmi su cui si abbarbica l'edera."
Glastonbury. Foto di Mara Barbuni (2007)
Chiese in rovina
"Ho avuto spesso la sensazione che in Inghilterra il piacere architettonico più puro fosse da ricercarsi nelle rovine dei grandi edifici. [...] nella misura in cui la bellezza di una struttura coincide con la bellezza di linee e curve, con l'equilibrio e l'armonia di volumi e dimensioni, raramente ne ho tratto un appagamento intenso come quello conosciuto sul tappeto erboso della navata di una qualche chiesa fatiscente, al cospetto di colonne solitarie e finestre vuote con le piante selvatiche a fare da cornice e le nubi veloci al posto del tetto. [I] vetusti ruderi di Glastonbury mi riportarono alla memoria [...] un'altra delle grandi reliquie del mondo: l'Ultima cena di Leonardo. In entrambi i casi, tutto ciò che resta è una suggestiva ombra; ma l'ombra è l'anima dell'artista."
Stonehenge
Stonehenge. Foto di Mara Barbuni (2007)
"Si possono porre centinaia di domande a questi giganti di pietra grezza, curvi nella mesta contemplazione dei loro compagni caduti; ma la curiosità cade priva di vita nella vasta fissità soleggiata che li avvolge [...]. E' davvero qualcosa di immensamente vago e immensamente profondo. [...] Posso immaginare di trascorrere un'intera giornata d'estate seduto a contemplare le ombre che si accorciano e tornano ad allungarsi, e tessere un delizioso contrasto tra la durata del mondo e il breve intervallo dell'esperienza individuale." 
Riflessioni di un passeggero
"Ma chi può raccontare la storia di un sentimento romantico quando l'avventuriero giunge alla sua meta, quando si attarda in una vecchia casa di campagna inglese mentre il tramonto adombra gli angoli delle eloquenti stanze ed egli, vinto da quello spettacolo, fermo davanti alla finestra, distoglie lo sguardo dal ritratto di un bel volto ancestrale che sembra osservarlo e lo volge alle dolci ondulazioni del prato che si vanno ad adagiare nel parco?"

Henry James, Ore inglesi (Editori Internazionali Riuniti, trad. di R. Arrigoni)


21 febbraio 2011

Principessa Casamassima

Questo romanzo di James, pubblicato nel 1886, ha per protagonista Hyacinth Robinson, un giovane e povero rilegatore londinese che per la prima parte della storia vediamo gradatamente infervorarsi per il progetto di una insurrezione anti-borghese. Estremamente fervida è la narrazione dei suoi crescenti sentimenti di rivalsa sociale; nei suoi incontri con il rivoluzionario Paul Muniment, e durante la fatidica riunione nella quale promette la vita per la causa, Hyacinth appare come un eroe della democrazia, una guida per gli oppressi, l'incarnazione di un ideale di fratellanza e di equità. E' l'incontro con la Principessa Casamassima, altolocata partecipe del complotto, a sconvolgere i principi del giovane e a cambiare le sorti della storia. Conoscendo la nobildonna, ma soprattutto intraprendendo un viaggio sul Continente che lo porta a Parigi e a Venezia, Hyacinth scopre l'altra parte della propria identità, ossia quella nobile e innamorata dell'arte, che gli impedisce di proseguire il cammino verso la distruzione della grandeur della civiltà (borghese) in cui si è trovato a vivere. Tornato in Inghilterra, egli vive la perdita dell'innocenza scoprendo che la Principessa, suo proprio ideale di purezza e di giustizia, è una persona più fredda, più interessata, meno spirituale di quanto l'avesse creduta; e conclude la storia con l'unico gesto possibile per uscire invitto dalla dolorosa guerra in corso fra le due contrastanti parti di sé. 


7 febbraio 2011

Il carteggio Aspern

"Le ore della sera le passavo o sull'acqua (il chiaro di luna di Venezia è famoso), o nella splendida piazza che serve da corte esterna alla vecchia basilica di San Marco. [...] La meravigliosa chiesa, con le sue basse cupole e i suoi irti ricami, col mistero dei suoi mosaici e delle sue sculture, appariva spettrale nella semioscurità, e la brezza marina passava tra la coppia di colonne della Piazzetta, stipiti di una porta non più custodita, con tanta dolcezza che sembrava vi si agitasse una sontuosa tenda."

Henry James
(Il carteggio Aspern, Marsilio 1991)

6 febbraio 2011

Il luogo del racconto: Venezia

Venezia dalla Amerigo Vespucci
Foto di Mara Barbuni
Oggi ho visitato la Collezione Peggy Guggenheim (con mostra temporanea dedicata al Vorticismo che mi ha tanto ricordato The Good Soldier di Ford Madox Ford), e la luminosa passeggiata in Piazza, la traversata del Canal Grande sul "gondolino", la quiete dei dintorni della Salute hanno rievocato tutte le mie letture - passate e future - ambientate a Venezia. Ho pensato a Henry James - Le ali della colomba, Il carteggio Aspern e The Italian Hours, alla Morte a Venezia, a Shakespeare per Il Mercante di Venezia e Otello, a Fondamenta degli incurabili di Brodskij, a Cortesie per gli ospiti di McEwan, ai gialli di Donna Leon, a L'amante senza fissa dimora di Fruttero&Lucentini. Venezia, del resto, è un libro da leggere già di per sè...

5 febbraio 2011

Il luogo del racconto: New York

Naturalmente Hell's Kitchen è un quartiere di New York (niente a che vedere con un irascibile cuoco scozzese...). The Devil Wears Prada descrive l'aspetto più colorato e frenetico della città, i suoi palazzi eleganti, i taxi, i locali alla moda, i ristoranti di lusso. Ma New York ha fatto da setting per decine e decine di altri libri, che ne hanno esplorato tutte le sfaccettature: pensandoci, mi sono venuti in mente Il giovane Holden di Salinger, Washington Square di James, L'età dell'innocenza di Wharton, Colazione da Tiffany di Capote, Il grande Gatsby di Fitzgerald, Le correzioni di Franzen, Underworld di De Lillo... Un elenco davvero ben fatto, per chi fosse sul punto di partire e volesse avere un ritratto della grande mela, prima letterario che visivo, si trova in:

17 gennaio 2011

Il giro di vite/2

Il fascino del Giro di vite, uno dei più alti risultati della narrativa dei fantasmi, sta nella capacità di rappresentare il vuoto di colore. Come in Moby Dick, il terrore è bianco - e bianchi sono gli spettri dell'immaginario collettivo. Nel racconto di James la paura è il sentimento dominante, ed è così forte da annullare ogni altra espressione e percezione umana; essa sospende i sensi, insieme al giudizio, e impregna l'atmosfera del racconto di una fitta nebbia in cui si perdono le definizioni della vista, degli odori, dei rumori, delle parole, dei tratti dei volti dei bambini.
E in questa nebbia (rievocata nel film The Others, che per tanti aspetti mi ha ricordato questa opera) si smarrisce anche la verità. Alla fine della storia, solo alla nostra interpretazione è lasciata la scoperta dell'identità dei fantasmi che hanno popolato quella casa nell'Essex. Tale indefinitezza ci sconcerta; e il passo tremante degli spettri che non conosciamo ci perseguita anche dopo che abbiamo voltato l'ultima pagina.

16 gennaio 2011

Il giro di vite

Bunratty Folk Park, Ireland.
Foto di Mara Barbuni (2005)
"Il racconto ci aveva tenuti col fiato sospeso attorno al focolare..."

Inauguro questo blog con Henry James, il narratore perfetto.
Il fil rouge di queste conversazioni intorno al nostro focolare virtuale saranno i libri, i romanzi, i racconti, le parole. Tutti i libri, i romanzi, i racconti, le parole che tengono con il fiato sospeso - per qualsiasi ragione.
Benvenuti.