7 settembre 2014

La vita segreta di Bletchley Park

Questa settimana abbiamo ricordato i settantacinque anni dall’inizio della seconda guerra mondiale. Nonostante il passare del tempo, la storia del conflitto rimane viva - per chi la vuole ascoltare - grazie alle testimonianze ancora presenti e alle decine, centinaia di libri (saggi e romanzi) che l’hanno raccontata, e che – com’è compito della letteratura – hanno tentato e tentano di insegnarci a non ripetere i tragici errori già compiuti. 
Questa settimana io ho concluso la lettura di un corposo volume dedicato a un singolo aspetto, molto particolare, di quel conflitto – una pagina sui generis, che però ha cambiato le sorti della guerra e ha impedito con strenua forza di volontà la caduta dell’Europa nell’abisso. The Secret Life of Bletchley Park di Sinclair McKay (non c’è traduzione italiana, purtroppo) racconta la storia di quella straordinaria dimora sperduta nel Buckinghamshire (a 75 km da Londra) dove poco prima dello scoppio della guerra iniziarono a radunarsi i più brillanti geni inglesi della matematica e della linguistica (ma anche dell’egittologia e persino dell’astrologia). Giovani arruolati direttamente nelle università, rampolli di famiglie nobili, ma anche ragazzini e ragazzine senza speranze, si trasferirono nella tenuta di Bletchley Park e lì, con turni di lavoro sfiancanti, condizioni di vita spartane e il più severo obbligo di segretezza (la verità sui loro incarichi fu resa pubblica solo trent’anni dopo), lavorarono alla decrittazione dei codici di Enigma, l’infernale macchina con cui i nazisti cifravano i loro messaggi. 
Bletchley Park
La forza del libro, che non è un romanzo, ma è basato interamente sulle testimonianze dei protagonisti di quel tempo, sta nel suo talento di rievocazione di un luogo, di un’epoca, di una generazione. “La facciata della casa dava sulla città, ma qualsiasi scorcio di Bletchley era oscurato dagli alberi. L’unico aspetto che ricordasse l’esistenza del mondo esterno erano le grida distanti del fischio del treno, che riecheggiavano nell’aria primaverile” (qui e altrove, la traduzione è mia). “Tutti i giorni, dopo pranzo, quando il tempo era favorevole, i decrittatori giocavano a rounders [gioco simile al baseball] sul prato della grande casa, con quell’atteggiamento semiserio ostentato dai docenti universitari quando sono impegnati in attività che potrebbero essere considerate frivole o insignificanti, se paragonate con i loro più importanti studi. Così, essi erano soliti discutere per un punto della partita con lo stesso fervore con cui avrebbero dibattuto la questione del libero arbitrio o del determinismo, o se il mondo sia iniziato con il big bang o con un processo di creazione continua.” 
Ma The Secret Life of Bletchley Park è anche avvincente per la sua accurata descrizione di Enigma: simile a una macchina da scrivere, il congegno era stato messo in vendita nel 1923, e dapprincipio era stato acquistato soprattutto da banchieri che desideravano mantenere segrete le loro comunicazioni. Quando la marina tedesca acquisì il sistema (dopo che il ministero degli esteri britannico l’aveva ritenuto grossolano e inadatto), lo tolse dal mercato, lo modificò, e lo trasformò nell’elaboratore di codici che rimasero per lungo tempo inaccessibili. Il principio di Enigma era il seguente: “le macchine Enigma cifravano i messaggi e, una volta che questi raggiungevano la loro destinazione, li decrittavano. L’operatore pigiava un tasto sulla tastiera normale; un paio di secondi dopo, tramite corrente elettrica convogliata nelle ruote con le lettere del codice, una lettera diversa si accendeva sull’adiacente tastiera a caratteri luminosi. 
Enigma
L’operatore prendeva nota di questa seconda lettera. E così via, per tutti i caratteri che componevano un messaggio. La versione cifrata veniva poi comunicata via radio in codice Morse al suo destinatario. Costui, che aveva una macchina Enigma configurata allo stesso identico modo, digitava le lettere codificate una a una – e una a una, quelle vere si illuminavano sulla sua tastiera a caratteri luminosi.” Il solo – terribile – compito delle reclute di Bletchley Park era decrittare i codici. E ci riuscirono: il loro lavoro, secondo il presidente Eisenhower, abbreviò la durata della guerra di almeno due anni, ma secondo altri storici l’apporto fornito al mondo dalla compagine di decrittatori chiusi nel segreto e nei confini di quel parco nel Buckinghamshire sarebbe anche più significativo. E non solo ai fini della vittoria del conflitto. Nelle fila di quei giovani talenti condannati all’oblio (del loro straordinario impegno non poterono né parlare né scrivere per decenni) si trovava infatti anche il dottor Alan Turing, considerato il padre della scienza informatica e dell’intelligenza artificiale. Turing sviluppò un sistema (“macchina di Turing”) che riuscì a decifrare in velocità e con efficienza i codici formulati dalla macchina tedesca derivata da Enigma. La vita privata di questo incredibile genio, però, non gli riservò le soddisfazioni che egli avrebbe meritato. Accusato di omosessualità in un periodo in cui la legge inglese lo considerava ancora un reato, Turing fu condannato alla castrazione chimica. Morì suicida, mangiando una mela avvelenata al cianuro, nel 1954. Le scuse del governo britannico (“per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio” dichiarò l’allora premier Gordon Brown) giunsero nel 2009; la grazia da parte della sovrana fu elargita nel 2013.

3 settembre 2014

Ai giovanissimi che amano la letteratura

Care ragazze e cari ragazzi, ci sono cose che, per quanto amare, è bene che vengano dette e ascoltate. Penso che se qualcuno avesse spiegato a me ciò che sto per dire a voi sarebbe stato meglio. Amate la letteratura, i libri, la storia dell'arte, la storia, la filosofia... e vi piacerebbe che la vostra passione e le vostre conoscenze vi aprissero un posto di lavoro (come accade per tanti altri tipi di conoscenze)? Mi sembra normale. Magari vi piacerebbe persino diventare insegnanti, cosicché quella passione e quelle conoscenze aiutassero un giorno ragazzi come voi a crescere più consapevoli, più aperti, più tolleranti, più giusti. Oppure vi piacerebbe diventare ricercatori, per aiutare a incrementare la sapienza globale. Bene, lasciate perdere. Insegnanti non lo diventerete mai. L'avete sentito, è notizia di oggi. Con la cancellazione delle graduatorie della scuola pubblica previsto per i prossimi anni... non ci sarà più posto per voi. Se proprio avete una passione smodata per l'insegnamento potreste sperare di ottenere un posto di lavoro in una scuola paritaria, ma sappiate che molte sono inaccessibili, e in alcune - tante - non si viene pagati. Per quanto riguarda la carriera accademica, vi dico solo questo: non laureatevi (almeno per la Specialistica) in Italia. Andate altrove: Regno Unito, Germania, Scandinavia. Studiate lì, così avrete la possibilità di fare poi un dottorato che valga qualcosa per la vostra carriera, e di conseguenza un post-dottorato che vi consenta di fare esperienza non solo di ricerca ma anche di insegnamento universitario (cosa che in Italia non avviene). Altrimenti sappiate che... beh, entrare nelle case editrici è quasi un'utopia (c'è un'altissima probabilità che non vi rispondano neppure, quando manderete loro il vostro CV); lavorare nelle biblioteche è una procedura molto complessa, interna al campo della Pubblica Amministrazione, e comunque è il caso di specializzarsi in materie specifiche, come la biblioteconomia (corso di laurea che io personalmente, se avessi la vostra età, frequenterei subito); per diventare traduttori letterari... è giusto che vi dica che avete la stessa possibilità di ricevere un incarico di qualcuno che i vostri titoli non li ha, e comunque è un mestiere che solo in rari casi garantisce uno stipendio regolare (come invece sono regolari le rate della macchina, l'affitto, le bollette, etc.). Per non dire che le vostre alte qualifiche vi renderanno sempre poco appetibili nel mercato del lavoro, perché, proprio in virtù delle vostre qualifiche, si temerà sempre di dovervi pagare troppo, e si sceglierà dunque qualcun altro. Ripeto, lasciate perdere. Trovatevi un lavoro qualsiasi appena finita la scuola, o se proprio volete continuare a studiare (sicuri?), scegliete una facoltà "tecnica" (economia, business, gestione d'impresa, marketing, informatica, quello che volete, basta che siano campi dove si "fanno i soldi"), e non importa se non vi piace e se non vi sentite portati per quella materia! Non importa. Nel frattempo potrete dedicare alla letteratura, storia, arte, filosofia, musica, il vostro tempo libero. Perché, almeno in Italia, la letteratura e le altre scienze umanistiche non sono scienze (appunto), ma è roba da tempo libero. Vi consiglio quindi di restare nell'ambito degli "amatori" della letteratura, e di cercare altrove la fonte economica della sopravvivenza. Altra cosa: se intendete prendere delle certificazioni linguistiche, controllate prima quali sono accettate in Italia. Potrebbe essere, per esempio, che frequentiate un corso e sosteniate un esame di tedesco a Berlino - faccio per dire; ma in Italia non vi sarà riconosciuto, perché al Ministero non conoscono la società (che si chiama Società per la Lingua Tedesca, tanto per dire!) che l'ha organizzato.
Capisco che è triste leggere certe cose, ma sto cercando di essere onesta (visto che la nostra classe dirigente non lo è, o non ha il coraggio di parlare chiaro), e di pensare alle scelte che avrei fatto se qualcuno avesse spiegato tutto questo a me, un po' di anni fa. Considerate che, essendovi preclusa la strada dell'insegnamento (le cose stanno così, e chi sostiene il contrario mente), è proprio inutile frequentare dei corsi universitari di tipo umanistico. Serviranno solo a farvi invecchiare e guardare male dalla gente, che penserà che non fate nulla dal mattino alla sera, che avete scelto quella strada per non lavorare, etc. E non è piacevole. Se davvero credete di poter dare qualcosa di concreto alle scienze umanistiche, andate via, finché siete ancora giovani. Perché all'estero non si è giovani fino a quarant'anni. A trent'anni, all'estero, mentre in Italia ci si arrabatta alla ricerca di assegni di ricerca inesistenti o di contratti di insegnamento da fame, si è già docenti universitari. Un ultimo suggerimento, prezioso: se volete o dovete, per vari motivi, restare in Italia, vi consiglio di farvi conoscere quanto prima in qualche tipo di associazione - parrocchiale, di partito, di volontariato, di qualcosa. Ma non restate nell'ombra della vostra biblioteca, per carità. Pensateci. 

25 agosto 2014

Berlino segreta

La scorsa settimana ho letto il breve romanzo di Franz Hessel Berlino segreta. Hessel (nato a Stettino nel 1880 e morto in Francia, in un campo di internamento, nel 1941; celebre per aver tradotto, insieme a Walter Benjamin, À la recherche du temps perdu di Marcel Proust) è considerato uno dei primi esponenti tedeschi della flânerie, ovvero dello stile di vita del gentiluomo che si dedica al vagabondaggio per le vie della sua città, incurante dell’urgenza frenetica della vita moderna. I risultati di questa Weltanschauung nella scrittura di Hessel sono il saggio Spazieren in Berlin (1929) e, appunto, Heimliches Berlin (1927, Berlino segreta, edito da Elliot Edizioni, che nel giugno del 2014 ha pubblicato anche un'antologia di brani di Hessel intitolata L'arte di andare a passeggio). Il saggio introduttivo, a cura di Eva Banchelli, di Berlino segreta è un ottimo punto di partenza per la “passeggiata” che il lettore intraprenderà insieme a Hessel per le vie di Berlino. In particolare, la curatrice sottolinea lo “sguardo del tutto particolare sulla città, capace di cogliere – al ritmo lento e pensoso dei passi – i segni che il tempo incide nella superficie della quotidianità.” 
Il libro è ambientato nel corso di una giornata primaverile del 1924 e ci accompagna a conoscere i destini di una manciata di berlinesi che affrontano la vita con un certo affanno, sempre intenti ad ambire (nostalgicamente) a qualcosa che, in un modo o nell’altro, sia diverso da ciò che li circonda. “Ho bisogno di andarmene” dice Karola, “andarmene ancora una volta in quello che chiamiamo vasto mondo, libertà e pericolo, prima di arrendermi definitivamente a incarnare i sogni dei miei cari, in attesa, speriamo non troppo lunga, di diventare vecchia.” Ma è vero anche che quei desideri sembrano già intrisi di delusione, e la loro realizzazione pare già contenere il germe di un’altra sofferenza e di un rinnovato bisogno di partire. Parlando del tempo presente governato dai soldi e dal consumismo, ma anche, in senso lato, del convulso anelito di ottenere qualcosa che non si possiede, il filosofo Clemens spiega al giovane Wendelin: “Non hai bisogno di stringere qualcosa in mano, ti si ridurrebbe a grigia cenere del passato tra le dita. Non prendere nulla, altrimenti un giorno finirai per gettarlo via.” 
La precarietà – per non dire la disperazione – economica generata dall’epoca storica in cui si sono trovati a vivere ha fatto di questi personaggi delle creature incerte: incerte nel lavoro, nelle emozioni, nell’identità personale e amorosa. Il loro muoversi su e giù per Berlino parla di un’inquietudine irrisolta che si traduce in costante bisogno di fuga, ed è così che le cavalcate nel Tiergarten, il Castello in Unter den Linden, Friedrichstrasse, i locali affacciati su Kurfürstendamm e le strade che potremmo tranquillamente riconoscere come appartenenti ai quartieri di Charlotteburg o Schöneberg si trasformano in luoghi di espressione dell’insoddisfazione, del senso di disequilibrio e di transitorietà, della fatica di vivere di chi si dedica all'arte, al pensiero e alla cultura – sentimenti che caratterizzano innegabilmente anche questi primi anni del ventunesimo secolo. 
La facciata della Literaturhaus. Foto di Mara Barbuni
Passeggiare a Charlottenburg oggi significa scivolare di nuovo nell’atmosfera elegante e già decadente della Berlino fra le due guerre. Lungo le strade ci si incanta a osservare edifici sontuosi e decine di cinema e di teatri, ristoranti e cabaret che hanno fatto la storia della parte occidentale della città. La via più suggestiva e più ammantata di belle époque è Fasanenstrasse, che ci mostra Villa Grisebach (oggi casa d’aste), con le sue inferriate color verde acqua e le torrette neogotiche, e la splendida Literaturhaus (la “casa della letteratura”), una villa tardo ottocentesca sede di conferenze e reading, con un caffè circondato da eleganti vetrate (perfetto per la pausa di un flâneur), una bellissima libreria e un magnifico giardino immerso nel silenzio, che sa davvero condurci fuori dal tempo.

7 agosto 2014

Viaggio letterario nello Yorskhire. Ultimo capitolo.

Ci sono tre cose che chi visita lo Yorkshire non può assolutamente mancare: Fountains Abbey, un’abbazia cisterciense con annesso giardino d’acqua georgiano e parco dei cervi; una passeggiata tra i campi di lavanda che si estendono fino all’orizzonte segnato dalle colline; un tè da Betty’s – nella tea room di York o di Harrogate – dove io ho potuto assaggiare uno scone con marmellata di fragole e clotted cream e un Ceylon Tea “Blue Sapphire” decorato con fiordalisi. L’incontro con questa straordinaria regione dell’Inghilterra si è concluso con una escursione nella brughiera di Ravenscar, e con due passi a picco sul mare sulle scogliere bianche di Flamborough Head. 
Foto di Mara Barbuni, 2014.
Da lì il nostro programma di viaggio ci ha condotto lungo la strada che uscendo dallo Yorkshire s’imbatte nel suggestivo Castello di Conisborough, per poi entrare nel favoloso Peak District, meta della vacanza di Lizzy Bennet in Orgoglio e pregiudizio. Sfiorando (a malincuore!) il Derbyshire, siamo infine entrati nel trambusto di Manchester. Ciò che non mi aspettavo di trovare in città è stato il fascino incredibile di un complesso museale gratuito che merita davvero una visita. 
Conisborough Castle e Snake Pass, Peak District.
Foto di Mara Barbuni, 2014.
Per chi ha amato Nord e sud, camminare tra i filatoi, passare tra le balle di lana e cotone e ascoltare il fragore delle macchine è una straordinaria esperienza di immedesimazione. Per non parlare del breve tratto sul treno a vapore che percorre la prima linea ferroviaria del mondo, la Manchester-Liverpool! Un vero viaggio nel tempo…. 
84, Plymouth Grove. Foto di Mara Barbuni, 2014.
Ma il motivo principale per cui sono finita in questa città è stata la visita alla casa di Elizabeth Gaskell, al numero 84 di Plymouth Grove, la dimora dove l’Autrice visse con la famiglia dal 1850 fino alla sua morte, abitata dalle sue figlie fino agli inizi del Novecento e poi quasi abbandonata all’incuria fino ad oggi. Il prossimo 5 ottobre, infatti, la casa, restituita al suo splendore grazie al lavoro indefesso di volontari, curatori ed esperti (tra cui il gentilissimo John, che mi ha accompagnata in una visita dell’edificio in anteprima durata più di un’ora), riaprirà al pubblico e consentirà a tutti di conoscere non solo Elizabeth Gaskell ma anche le eminenti personalità che le hanno fatto visita in uno dei periodi più magnifici della storia inglese. 
Manchester fu il centro geografico intorno a cui conversero le vicende personali nonché l’ispirazione letteraria di Gaskell: una brevissima corsa in auto ci ha condotti da Plymouth Grove al villaggio di Knutsford, un vero gioiello, dove l’Autrice trascorse l’infanzia (nella casa della zia Lamb, Heathwaith House, lungo la strada sul margine della brughiera che oggi si chiama Gaskell Avenue) e che prese ad esempio per creare nei suoi libri le cittadine di Cranford e Hollingford (Wives and Daughters). A Knutsford tutto ci ricorda di lei, e sono particolarmente suggestive le incisioni dei titoli dei suoi maggiori romanzi sul lato della torre civica, che ospita anche il busto della scrittrice. Il cimitero della cappella di Brook Street Chapel, infine, ospita il viaggiatore che voglia porgere a Elizabeth Gaskell il suo ultimo saluto.

Sulle tracce di Elizabeth Gaskell a Knutsford. Foto di Mara Barbuni, 2014.

4 agosto 2014

Viaggio letterario nello Yorkshire. Capitolo secondo.

Il margine della brughiera, i campi, Whitby, l'Abbazia e il mare.
Foto di Mara Barbuni, 2014
Il mio viaggio nello Yorkshire è stato anche ispirato dalla ricerca dei luoghi in cui si sono svolte le vicende del romanzo di Elizabeth Gaskell Gli innamorati di Sylvia. L’arrivo a Whitby è stato per questo un momento molto emozionante, perché già dalla strada che attraversava la brughiera è stato possibile cogliere lo sfavillio del mare lontano, e il profilo solenne dell’Abbazia. “Il territorio intorno era per miglia e miglia costituito da brughiera; oltre la superficie del mare torreggiavano le balze purpuree, incoronate alla loro sommità da prati che con lingue verdi scendevano giù verso le pendici della scogliera.” “[Un tempo] su quelle scogliere si ergeva un poderoso monastero, che dominava dall’alto il vasto oceano sfumato nel cielo lontano.”
Quando Elizabeth Gaskell soggiornò
al No. 1 di Abbey Terrace, la padrona
di casa si chiamava Mrs. Rose (lo
stesso cognome di Hester).
La passeggiata è iniziata proprio da Abbey Terrace, dove una blue plaque al civico numero 1 ricorda il soggiorno di Elizabeth Gaskell nel periodo che l’autrice trascorse a Whitby per svolgere le sue ricerche sulla storia della città (e in particolare sui conflitti tra la popolazione e le bande di arruolamento) e sulla caccia alle balene.
Scendendo dalla collina ci si ritrova sul ponte che collega la “città nuova” con la “città vecchia” (come nel romanzo): la parte antica di Whitby è una meraviglia di stradine srotolate tra la stretta di botteghe pittoresche – tra cui quelle del celebre giaietto di Whitby, pietra nera tanto diffusa in età vittoriana – che convergono nella Market Place. È facile immaginare qui le donne di Monkshaven intente a vendere il burro e le uova, come avviene all’inizio del racconto di Gaskell, e la quotidianità della vita coniugale di Sylvia, così obbediente alle convenzioni della neonata classe borghese.
Tra i luoghi più suggestivi della città c’è però senza dubbio la scalinata dei 199 gradini, che conduce non solo all’Abbazia, ma anche alla chiesa e al cimitero di St. Mary; nel capitolo VI, dedicato al funerale del marinaio Darley, Gaskell racconta: “Molti […] anziani uscirono per tempo […] per inerpicarsi sulla lunga fuga di gradini di pietra – consumata dai passi di tante generazioni – che portava alla chiesa parrocchiale, collocata su un’altura sopra la città in un ampio spazio verde in cima alla scogliera, che era l’angolo dove il fiume incontrava il mare, e in questo modo si affacciava sia sulla città affollata […] da una parte, sia sul mare vasto, sconfinato e tranquillo dall’altra – simboli della vita e dell’eternità.” Ed è in questa occasione, e in questo cimitero, che Sylvia e Charley Kinraid si incontrano per la prima volta.
Questa lapide solitaria dietro la chiesa di St. Mary mi ha
ricordato quella del marinaio Darley.
I due giorni successivi sono continuati con una passeggiata a Scarborough (dov’è sepolta Anne Brontë, che venne qui per cercare rimedio alla sua malattia, ma che vi morì pochi giorni dopo l’arrivo), l’erta camminata giù e su per il pittoresco villaggio di Robin’s Hood Bay (“Philip proseguì: ‘Io e Sylvia abbiamo programmato di andare per la nostra passeggiata matrimoniale a Robin Hood’s Bay’”), e un’incredibile rincorsa al treno a vapore della North Yorkshire Moor Railway, che abbiamo poi visto passare con possenti sbuffi e aspri cigolii per Goathland (la stazione di Hogmeads nei film di Harry Potter) e Pickering, stupenda stazioncina in stile Anni Trenta.
È seguita la visita “a casa” delle sorelle Brontë, nel Parsonage Museum che domina il villaggio di Haworth.

Haworth, Bronte Parsonage Museum. Foto di Mara Barbuni, 2014

Il rettorato di Mr. Brontë è un edificio a due piani: si possono visitare lo studio, il salotto dove le figlie scrivevano, e le camere da letto: purtroppo la vista della brughiera, di cui gli abitanti potevano godere dalle finestre al piano di sopra, è oggi impedita, perché ostacolata dall'edificio che ospita gli uffici amministrativi del Parsonage Museum. In generale, sebbene la casa sia molto bella e l'esposizione della raccolta di oggetti appartenenti alla scrittrici molto interessante, direi che il luogo non è conservato come mi aspettavo e come si dovrebbe. A mio parere sarebbe necessario far entrare i visitatori a piccoli gruppi contati, e non tutti insieme, e richiedere di mantenere un po' di silenzio. È stato molto bizzarro sentire tanta confusione nelle stanze di donne che trascorsero la loro esistenza nella morsa di una quiete talvolta spettrale; e di certo si può affermare che, se non fosse stato per quel terribile silenzio, interrotto solo dallo stormire degli alberi o dalle raffiche di vento, un capolavoro come Cime tempestose non sarebbe mai venuto alla luce.



Per leggere la prima parte del mio viaggio letterario: http://ipsalegit.blogspot.it/2014/07/viaggio-letterario-nello-yorkshire.html. Per leggere la terza e ultima tappa: http://ipsalegit.blogspot.de/2014/08/viaggio-letterario-nello-yorskhire.html E per ullteriori immagini, visitate il sito: https://ipsalegit.exposure.co/yorkshire-travelogue.

31 luglio 2014

Viaggio letterario nello Yorkshire. Capitolo primo.

Trovo che “vacanza” e “viaggio” siano due termini dal significato molto diverso. La “vacanza”, come dice la parola stessa, implica uno svuotamento, una fase di liberazione e di sgombero; il “viaggio”, invece, ha il compito di riempire, di arricchire, di colmare le lacune, di nutrire la conoscenza e stimolare le sensazioni. Per questa ragione posso dire di non essere appena tornata dalle vacanze, ma di aver compiuto un viaggio. Ed è stato un viaggio di grande bellezza, perché infarcito (a proposito del “riempire”) di riferimenti letterari: le case dei grandi autori, i panorami contemplati dai loro personaggi, le rappresentazioni di modi di vivere antichi che mi hanno fatta sentire veramente “dentro i libri”. 
Hadrian's Wall. Foto di Mara Barbuni, 2014.
Anche se inteso come un tour dello Yorkshire (Nordest dell’Inghilterra), il viaggio è iniziato a Newcastle (aeroporto di arrivo) per spostarsi subito a visitare il vallo di Adriano, luogo che farebbe tremare le vene dei polsi agli amanti della saga Game of Thrones ma anche a chi, come me, ha letto tanti anni fa la serie Excalibur di Bernard Cromwell – storia dei conflitti tra Britanni, Sassoni e Romani all’epoca di Merlino e Re Artù. I prati intorno al vallo (io ho visto in particolare il tratto corrispondente al Forte di Housesteads) effondono tutta la bellezza dell’Inghilterra: i suoi colori pastello, la dolcezza dei contorni, la regolarità un po’ blanda dei confini di pietra tra un appezzamento e l’altro, mentre la voce della Storia si intona con quella delle querce e dei castagni scossi dal vento. 
Dove Cottage. Foto di Mara Barbuni, 2014.
Il giorno successivo, l’unico piovoso, è stato dedicato a un angolino di Lake District, in Cumbria – forse il più suggestivo: il Dove Cottage dove vissero William e Dorothy Wordsworth. Il biglietto d’ingresso ha compreso la visita al cottage (con guida gratuita) e l’accesso al Wordsworth Museum, dove si possono ammirare vari memorabilia, libri, lettere, dipinti, ma soprattutto si possono ascoltare le letture dei brani più rappresentativi della poesia di William e dei diari di Dorothy. 
Il tour dello Yorkshire è iniziato dal capoluogo della contea, la bellissima York, stretta tra le maglie fitte di stradine anguste ed edifici in pietra. Prima tappa: lo Shambles, una via antichissima ricca di negozi e botteghe, ma soprattutto di insegne molto pittoresche. La visita allo York Castle Museum è interessantissima, un vero tuffo nella storia, grazie alla ricostruzione fedele di una strada vittoriana (con i suoi rumori, i suoi odori, le sue ombre, i saluti dei figuranti che si toccano il cilindro chiamandoti “madam”) e alla mostra temporanea 1914 dedicata all’inizio della prima guerra mondiale e alla vita nel corso del conflitto. 
York Minster e National Railway Museum.
Foto di Mara Barbuni, 2014.
Per chiudere la visita alla città, ingresso nella sontuosa cattedrale, che in quel momento accoglieva decine di reduci dallo sbarco in Normandia (solo guardarli metteva i brividi, con quelle giacche letteralmente strattonate dalle medaglie) e infine due passi  nel mondo delle ferrovie al National Railway Museum. Quest’ultima è stata veramente un’esperienza magica, compiuta tra le locomotive a vapore più celebri della storia d’Inghilterra: da quelle che trasportavano i Reali alle velocissime Mallard (di colore azzurro) e Dutchess of Hamilton (rossa bordeaux). 

8 luglio 2014

Mr. Penumbra's 24-hour Bookstore

Foto di Mara Barbuni (2014)
Dopo tanto tempo ho comprato un libro di carta. Ed è stato curioso scoprire che la storia narrata trattava proprio del rapporto tra volumi del passato e prodotti stampati del presente, e del delicato passaggio da "odore di libri" a scanner digitale ed ebook. 
Ma partiamo dall'inizio. Il romanzo di Robin Sloan Mr. Penumbra's 24-hour Bookstore, tradotto in italiano per Corbaccio con il titolo Il segreto della libreria sempre aperta (perché se non ci si mette un segreto, in questi titoli...!) è la storia di un designer di belle promesse, ormai disoccupato, che trova un impiego notturno in una libreria aperta ventiquattr'ore su ventiquattro. L'idea iniziale è certo accattivante, e tutta la prima metà della narrazione esaudisce bene le attese del lettore bibliofilo che non vede l'ora di affondare in storie che parlano di libri. Il "bookstore" è misterioso e attraente; il buio delle ore di turno del protagonista aggiunge suggestione al contesto; i personaggi che si alternano davanti al bancone del negozio sono sufficientemente strambi da solleticare la nostra curiosità, e il divieto imposto al libraio di consultare i volumi aggiunge enfasi al ritmo del racconto. Anche il continuo spostamento - spaziale e filosofico - tra la libreria e il mondo incantato di Google (proprio la sede della compagnia, dove alla mensa dei dipendenti si consumano addirittura cibi ipervitaminizzati - e non credo questa sia finzione...) è interessante, e ha un po' l'effetto di rappresentare la dimensione binaria e ormai ineludibile nella quale stiamo vivendo: tra tradizione e avanguardia, classicità e futurismo, carta e digitale, conoscenza mnemonica e consultazione web. Fin qui tutto bene.
E poi, a un certo punto, il meccanismo si è inceppato, e poco dopo la metà del libro ho cominciato ad annoiarmi. Sarà stato l'abbandono della libreria di San Francisco a favore di un oscuro sotterraneo di New York, sarà stata la scelta di affiancare all'io narrante, nel corso della sua quest, altri personaggi, o il riferimento a tonache nere che hanno evocato un mondo harrypottiano (harrypottesco?), sarà stata l'invenzione di un enigma ben presentato, che poi si è risolto quasi con una morale, invece che un colpo di teatro? 
Insomma, l'entusiasmo è scemato e, lo ammetto, ho iniziato a leggere una frase per pagina. Peccato che tra un salto e l'altro la storia non dava l'impressione di procedere granché. Il finale, che ho voluto leggere interamente, mi è apparso scialbo e il dénouement poco convincente.
Che peccato! Qualcuno di voi ha letto il libro e ha voglia di lasciarmi la sua opinione?