7 settembre 2019

Pronti, partenza ... settembre!

In questi ultimi giorni, finite le vacanze, ripresi gli impegni scolastici e (quasi) ultimato il trasloco in una nuova casa, le mie letture hanno seguito un ritmo abbastanza irregolare: giorni e giorni senza toccare un libro e poi una manciata di ore per cominciare un romanzo e arrivare fino all’ultima pagina. Anche la selezione è stata poco ordinata: ho scelto soprattutto titoli di intrattenimento, che non ho trovato (purtroppo) particolarmente memorabili. 
Per proseguire il percorso, incominciato negli ultimi mesi, dedicato ad Antonio Scurati, ho letto Il sopravvissuto (Bompiani): un libro scritto con straordinaria competenza stilistica e lessicale, intelligente nella scelta del movente, ma infine, mi è sembrato, troppo appesantito da considerazioni al limite del banale. La storia inizia in un giorno di orali di maturità (prova orale dell’esame di stato, dovrei dire): uno dei candidati entra nella palestra dov’è riunita la commissione e con una pistola colpisce a morte tutti gli insegnanti, tranne uno, il suo professore di storia e filosofia. Nelle pagine seguenti a questo scioccante esordio, il professore ripensa ai suoi incontri passati con lo studente e medita sulle ragioni del Male e di una scelta così estrema. Le riflessioni proposte dall’autore sono certo interessanti e profonde, ma mi hanno un po’ delusa alcune ingenuità della trama e soprattutto certi luoghi comuni legati al mondo della scuola – cose che abbiamo sentito troppe volte, che non rispondono neanche più di tanto al vero e che sarebbe meglio non riproporre con tanta insistenza. 
Altro libro, altra atmosfera piuttosto cupa, altra trama un pochino sfilacciata: il recentissimo La vita segreta degli scrittori (La Nave di Teseo), con cui ho conosciuto il celebre autore di noir francese Guillaume Musso (del quale non escludo di leggere in futuro anche qualcos’altro). Qui un aspirante scrittore decide di mettersi alla ricerca di un suo idolo letterario, che si è misteriosamente ritirato dalle scene e si totalmente isolato dal mondo, e intraprende così un pericoloso percorso di indagine relativo a un omicidio irrisolto e alle sue tragiche conseguenze. 
Anche il libro che ho appena chiuso è impregnato della macchia scura del Male, di una morte che si è tentato di occultare, di una mente labile soffocata dal rancore. È Il party di Elizabeth Day (Neri Pozza), pubblicato poche settimane fa, un libro molto interessante e ben scritto, ma tremendamente oscuro, quasi impedito nella catarsi finale. La storia è raccontata a due voci, quella di Martin – critico d’arte con una giovinezza tormentata e un’ossessione maniacale per l’amico Ben – e quella di Lucy, sua moglie. Il libro si legge tutto d’un fiato, sentendosi persino un po’ a disagio per tanta esternazione di repressione psichica e di infelicità. 
Curioso e godibile, benché leggermente inquietante per il suo riproporre atmosfere orwelliane in chiave paurosamente contemporanea, è stato Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi (Feltrinelli), nel quale si immagina (ma senza grandi sforzi di fantasia, bisogna ammetterlo) un’Italia in cui tutti coloro che credono nello studio e nella formazione culturale sono tacciati di essere nemici della patria, vengono additati, perseguitati e addirittura fatti fuori. Il tono generale del libro è leggero, ma il tema è avvilente e minaccioso; non ci si sente solo spaventati dall’affermazione di un potere che intende annichilire il prezioso valore della cultura, ma anche dall’inermità degli intellettuali, il cui ruolo in questa storia è tutt’altro che eroico, tutt’altro che decoroso. Il censimento dei radical chic è una lettura che consiglio, sia per la gradevolezza della scrittura, sia per le riflessioni che ci esorta a fare sul ruolo della cultura, degli intellettuali, della comunicazione, del potere e del nostro stesso linguaggio, sia per uno stile delicatamente “alto”, con citazioni variegate che è davvero un piacere saper riconoscere, e per il pregio anche ironico delle note a piè di pagina, che riportano le correzioni di un fantomatico Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana – il quale, alla fine della storia, ci riserva un colpo di scena tutto suo. 
Ultima lettura di questi giorni, Attraverso la Francia senza dimenticare il Belgio (Bompiani) di Roberto Giardina, un libro di viaggio (definito nel sottotitolo “una guida sentimentale”) che ci racconta svariati aneddoti sulle diverse regioni di Francia – dalla Provenza all’Alsazia, da Bordeaux alla Normandia, dai castelli della Loira a Parigi – accompagnati da bellissime illustrazioni in acquerello di Alessandra Scandella. È un resoconto fluido e gradevole, con interessanti inserti di Paolo Mazzoni che ricordano una vera e propria guida, e in qualità di oggetto-libro è davvero bello, soprattutto grazie agli inserti grafici. Il tutto è, però, un po’ meno “sentimentale” di quanto mi sarei aspettata: per Parigi, ad esempio, il risultato migliore resta ancora, per me, Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, di cui ho scritto qui.

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