20 ottobre 2015

Tre anime luminose fra le nebbie nordiche


Benché siano tanti anni che mi occupo di letteratura vittoriana, soprattutto femminile, non ho mai scritto nulla, in questo blog, sulle opere delle sorelle Brontë. Sarà perché ho letto Jane Eyre e Cime tempestose troppo tempo fa, al liceo, o perché, forse, la loro vita e la loro personalità – parlo di Charlotte e di Emily, in particolare – è per me più affascinante di quella dei loro personaggi.
Per questa ragione, la scoperta editoriale in cui mi sono imbattuta qualche settimana fa è stata davvero piacevole. Mi riferisco a Tre anime luminose fra le nebbie nordiche, una biografia delle sorelle Brontë ricca di osservazioni critiche (interessante a questo proposito la “Parte Quarta”), pubblicata per la prima volta addirittura nel 1903. Il testo, che rappresenta la prima biografia delle sorelle Brontë in lingua italiana, fu scritto in un’epoca in cui le traduzioni italiane di romanzi come Jane Eyre e Villette non erano ancora apparse: eppure la rivista Nuova Antologia recensì il volume affermando: “La lettura del libro è interessante come un romanzo, o meglio, come un racconto di cui conoscessimo e amassimo i principali personaggi”. 
Cover di Petra Zari
Ed è proprio così. Carlotta, Emilia e Anna Brontë (l’italianizzazione dei nomi non può che ricordarci, molto gradevolmente devo dire, che la scrittura di questo testo risale a un’epoca di scrittoi di legno profumato di cera, pennini che graffiano la carta, lampade a olio e fruscii di gonne sui pavimenti) diventano personaggi di una storia così avvincente da sembrare a sua volta una creatura dell’immaginazione; il rendiconto delle loro emozioni, dei loro turbamenti e delle loro grandi sofferenze assume la forma di un grande romanzo familiare, in cui lo sforzo di espressione del genio femminile riesce ad affermarsi e a dominare. La qualità della scrittura è alta, e l’italiano, ancorché old fashioned, è semplicemente bellissimo. 
Ma a chi dobbiamo questo felice, imprevisto e a lungo dimenticato prodotto di una forte passione per la letteratura inglese vittoriana? A un’altra donna, e forse non a caso. L’autrice di Tre anime luminose fra le nebbie nordiche, celata dietro il suggestivo pseudonimo “Gorgo Silente”, è, come ci spiegano le curatrici del libro, Giorgina Sonnino, nipote del celebre Sidney Sonnino che fu Presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1906 e il 1910. La famiglia, di nobili origini, era ebraica da parte di padre e britannica da parte di madre. 
Fonte: cataloghistorici.bdi.sbn.it
È interessante notare che il catalogo del servizio bibliotecario nazionale e il catalogo storico della Biblioteca Malatestiana di Cesena riportano il rifermento a un articolo firmato da Gorgo Silente di soggetto evidentemente politico, intitolato “Cecil Rhodes. Il Napoleone del Capo”, pubblicato in Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti (Serie 4, Vol. 94, 1901, pp. 642-659).
Giorgina nacque nel 1875 e morì nel 1943, l’anno dell’armistizio. Osservando questi dati e queste date, mi viene da pensare che forse anche la sua storia personale potrebbe diventare un romanzo…. 
L’edizione originale di Tre anime luminose fra le nebbie nordiche è davvero rarissima, quasi introvabile, ed è dunque una grande soddisfazione che una giovane casa editrice indipendente si sia preoccupata di ripubblicare questo libro, disponibile sia in formato ebook che cartaceo. 
Flower-ed – di Michela e Giorgia Alessandroni – è una casa editrice digitale (ma non solo), fondata nel 2012, che pubblica sia saggistica che narrativa. In particolare, la collana “Windy Moors” (brughiere ventose) raccoglie saggi sulla letteratura vittoriana.


16 ottobre 2015

Meeting Kate Morton in Frankfurt

Great day yesterday for my blog (and me)! I took the train from Berlin before the dawn, travelled westward through Germany under a leaden sky and along snowy fields and finally reached Frankfurt, where I spent the morning visiting the International Book Fair. I walked up and down the Hallen with the eyes full of joy and the mouth open for surprise, while hundreds of the world’s most important publishing names flashed before me, and thousands of books shone like jewellery in their showcases, on their reading desks and on their shelves. Covers of old and new volumes attracted the curious glances of the participants, and around tables covered with cups of coffee, biscuits and candies (as a matter of fact, after five o’ clock canapés and bottles of white wine appeared...) enthusiast people spoke of writing, of editing, of translating, and (of course) of money-making.
It’s been like passing for a moment through sliding doors and having a look to what could (and should) have been: glancing at what would have been my life if I had realized the dream to become a professional in publishing. To dispel a touch of melancholy I wandered through the gorgeous (and crowded) stalls of children literature’s publishers and I examined the glossy catalogues of publishing houses that never let you down: the German Fischer and Suhrkamp/Insel, with its precious covers; the Parisian Gallimard; the British Bloomsbury; and, last but not least, the Australian Allen & Unwin, with its splendid collection of Kate Morton’s novels.
And Kate Morton herself has been the protagonist of yesterday afternoon. A book signing was scheduled at the Hugendubel bookshop: there I bought the German edition of her fourth book, The Secret Keeper (which I had already read in English) and, like other Kate’s admirers, I waited for her arrival in a little corner of the store, prepared for the occasion.
Sometimes coming face to face with a writer one really loves can be risky: what if the author is arrogant, looks bored or never smiles? Nothing similar happened yesterday: meeting Kate Morton has been a beautiful experience, thanks to her kindness and her great capacity to create an emotional bond with her readers. Like every highly-talented storyteller, she can charm you with a couple of sentences: it happens in her books, it happened yesterday, too.

For a start, Kate presented her new novel, The Lake House, which will be published at the end of this month: its German and Italian translations will appear in 2016, but, as always, I will read the original version - and I’m looking forward to it! The Lake House, she told us yesterday, is the story of a family in Cornwall (yes, like in The Forgotten Garden!) who, at the end of a glorious midsummer party in 1933, falls into tragedy. The other chronological level of the novel (which is an essential and recurrent element of Kate Morton’s stories) is set in the 21st century: the protagonist is a woman who must investigate the mysterious events of that past.
While signing, Kate was so kind as to chat with us and answer our questions. Among the thousands aspects I love of and in her books, there’s the power with which objects are imbued: jewels, letters, clocks, books, clothes are often crucial for the development of the story, because they help characters (and readers) to shift from the present to the past, and viceversa. Sometimes the very identity of characters is linked to objects: this is the case with the brooch in The Forgotten Garden, or with Juniper’s dress in The Distant Hours. I asked Kate if there is a particular category of objects she feels inspired by; she answered that her mother worked as an antique dealer, so since her childhood Kate has been attracted to boxes, caskets, drawers, and any mysterious object which could reveal a connection with the past.
Her novels are just like this: chests of wonders, where the reader can experience strong emotions, be transported to another place in time and use all of the five senses, because Kate’s stories brim with sounds, hues, scents, and touch sensations. Nothing can be better now than waiting for the mysteries, the colours and the musicality of The Lake House...

In italiano....

Ieri è stato un gran giorno per Ipsa Legit (e per me)! Ho preso il treno da Berlino prima dell’alba, ho viaggiato verso ovest attraverso la Germania sotto un cielo plumbeo e lungo campi innevati e alla fine ho raggiunto Francoforte, dove ho trascorso la mattina visitando la Fiera Internazionale del Libro. Ho passeggiato su e giù per i padiglioni con gli occhi pieni di gioia e la bocca aperta per la sorpresa, mentre centinaia di nomi delle più importanti case editrici del mondo balenavano davanti a me, e migliaia di libri splendevano come gioielli nelle teche, sui leggii e sugli scaffali. 
Le copertine di volumi vecchi e nuovi attraevano gli sguardi curiosi dei partecipanti, e intorno a tavolini coperti di tazze di caffè, biscotti e caramelle (veramente dopo le cinque sono comparse anche tartine e bottiglie di vino bianco…) gente entusiasta parlava di scrittura, di editing, di traduzione, e naturalmente di profitti. È stato come passare per un attimo attraverso due sliding doors e dare un’occhiata a quello che sarebbe potuto (e dovuto) essere: spiare cosa sarebbe stato di me se fossi diventata una professionista dell’editoria. Per dissipare una lievissima malinconia ho vagabondato tra gli stand meravigliosi (e affollati) della letteratura per bambini, e ho esaminato i lucidissimi cataloghi delle case editrici che non ti deludono mai: le tedesche Fischer e Suhrkamp/Insel, con le sue preziose copertine; la parigina Gallimard, l’inglese Bloomsbury, e non ultima l’australiana Allen & Unwin, con la sua splendida collezione di libri di Kate Morton. 
E proprio Kate Morton è stata la protagonista del pomeriggio di ieri. Una “firma dell’autore” era prevista alla libreria Hugendubel, dove ho acquistato l’edizione tedesca di The Secret Keeper (già letto in inglese) e, come altri ammiratori di Kate, ho aspettato il suo arrivo in un angolino del negozio, preparato per l’occasione. 
A volta vedere di persona uno scrittore che si ama può essere rischioso: e se risulta arrogante, annoiato, o non sorride mai? Niente di tutto questo è accaduto ieri: incontrare Kate Morton è stata una bellissima esperienza, grazie alla sua gentilezza, e alla sua grande capacità di creare un legame emozionale con i suoi lettori. Come ogni talentuoso narratore, Kate sa incantarti con un paio di frasi: succede nei suoi libri, è accaduto anche ieri. Per iniziare, la scrittrice ha presentato il suo nuovo romanzo, The Lake House, che uscirà alla fine di questo mese: le traduzioni tedesca e italiana sono previste per il 2016, ma, come al solito, io leggerò l’originale – e non vedo l’ora! Il libro, come ha raccontato ieri Kate, è la storia di una famiglia in Cornovaglia (sì, come in The Forgotten Garden) che alla fine di una splendida festa, nel 1933, precipita nella tragedia. Il secondo piano cronologico del romanzo (cifra delle storie di Kate Morton) è ambientato nel ventunesimo secolo: la protagonista è una donna che deve investigare sui misteri di quel passato. Firmando le copie di Die Verlorenen Spuren (The Secret Keeper), Kate è stata così gentile da chiacchierare un po’ con i presenti e rispondere alle nostre domande. 
Tra i numerosi aspetti che mi piacciono dei suoi libri c’è il potere di cui sono impregnati gli oggetti: gioielli, lettere, orologi, libri, abiti, sono spesso cruciali per lo sviluppo della storia, perché aiutano i personaggi e i lettori a spostarsi dal presente al passato, e viceversa. A volte la stessa identità di un personaggio è legata a un oggetto: è il caso della spilla in The Forgotten Garden, ad esempio, o del vestito di Juniper in The Distant Hours. Ho chiesto a Kate se c’è una particolare categoria di oggetti dalla quale si sente ispirata; mi ha risposto che sua madre vendeva oggetti di antiquariato, così sin da piccola Kate è stata attratta da scatole, scrigni, cassetti, e da tutti quegli oggetti misteriosi che possono schiudere una connessione con il passato. I suoi romanzi sono proprio così: bauli di meraviglie, in cui il lettore può provare emozioni forti, lasciarsi trasportare in un altro tempo, ed esercitare tutti e cinque i sensi, perché le storie di Kate Morton traboccano di suoni, di sfumature, di fragranze e di sensazioni tattili. Niente di meglio, adesso, che attendere i misteri, i colori e la musicalità di The Lake House


8 ottobre 2015

Elizabeth von Arnim, qualche lettura dopo

In questo blog compaiono diversi post dedicati alla scrittrice di lingua inglese Elizabeth von Arnim: li ho scritti nel corso di tre anni, in occasione delle letture dei suoi romanzi. Nel frattempo, l’interesse nei confronti di questa “femminista dimenticata” (come l’ha definita The Independent) si è diffuso un po’ ovunque, sia sui blog e sulla stampa sia in ambito accademico. Il mese scorso, a Cambridge, si è infatti tenuto un convegno interamente dedicato a lei, che ha esplorato la sua scrittura nel contesto storico tra i due conflitti mondiali e in quello culturale del fenomeno della New Woman e del Modernismo; le relazioni di von Arnim con i grandi nomi letterari della sua epoca; le influenze austeniane e bronteane nelle sue opere; le forme e i temi della sua scrittura. 
Qualche settimana fa sono potuta tornare a Stralsund (nei cui dintorni si svolge Il circolo delle ingrate) e all’isola di Rügen, dove è ambientato Elizabeth a Rügen (trad. it. di M. Pareschi, sempre edita da Bollati Borighieri). Quest’ultimo è, come recita il suo sottotitolo tedesco, un romanzo di viaggio: l’io narrante parte, in compagnia di una cameriera, per una avventurosa esplorazione dell’isola di Rügen, dove può godere di un paesaggio splendido e dove fa incontri piuttosto insidiosi, che la convincono della (talvolta tragica) comicità del genere umano. «What are men to rocks and mountains?» direbbe Jane Austen. E in effetti le rocce e i prati dell’isola sono di una bellezza così impressionante che persino il pittore Friedrich se ne innamorò, scegliendoli come soggetto di alcuni suoi dipinti. 
1) Cartolina della Berlino del primo Novecento; 2) Hotel Fürstenhof a Sassnitz, Isola di Rügen
3) Piazza del Rathaus di Stralsund; 4) Veduta di Rügen da Stralsund
©IpsaLegitPictures 2015

Dopo aver letto, dunque, tante delle storie generate dalla penna di von Arnim ritorno a parlare di lei, della “donna” che fu, e che traspare inequivocabilmente tra le sue pagine e dai contorni dei suoi personaggi. Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia visse per un periodo a Berlino, poi si trasferì in Pomerania, nella Germania settentrionale, ed ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster). Presto però il loro legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte (Elizabeth lo definisce nelle sue opere The Man of Wrath, “L’uomo della collera”), che poi si ritrovò persino in carcere per frode. 
Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, in forma diaristica, ampiamente autobiografico e satirico, è Elizabeth and Her German Garden (Il giardino di Elizabeth, 1898), che con le sue 21 edizioni fu un vero e proprio bestseller (ragion per cui ha fatto la sua comparsa in una delle prime puntate di Downton Abbey – cosa che, a quanto pare, ha risvegliato la riscoperta delle opere della scrittrice). Seguirono The Solitary Summer (Un’estate da sola, 1899), The Benefactress (Il circolo delle ingrate, 1902), The Adventures of Elizabeth in Rügen (Elizabeth a Rügen, 1904), Princess Priscilla’s Fortnight (Una principessa in fuga, 1905), Fräulein Schmidt and Mr Anstruther (Una donna indipendente, 1907). 


Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo, cambiando il proprio nome in Contessa Russell. Nemmeno questa esperienza coniugale fu fortunata, e la coppia si separò nel 1919. Agli anni fra le due guerre risalgono In the Mountains (Uno chalet tutto per me, 1920), ambientato sulle Alpi Svizzere, Vera (1921, considerato il suo capolavoro, e paragonato a Rebecca di Daphne du Maurier), The Enchanted April (Un incantevole aprile, 1922), con il suo lussureggiante setting ligure, Expiation (Colpa d’amore, 1929), The Jasmine Farm (La fattoria dei gelsomini, 1934). Allo scoppio della seconda guerra mondiale Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 libri.
Dietro il riflesso di una vetrina di
Stralsund, l'edizione tedesca di
The Benefactress
I sentieri principali che von Arnim percorre all’interno dei suoi romanzi sono la celebrazione del paesaggio naturale, nella maggior parte dei casi rappresentato da fiori, piante e giardini, e il conflitto tra un’identità femminile esuberante e le costrizioni della stantia società borghese. Il continuo ricorrere alla descrizione della vegetazione, talvolta così opulenta da tradire la dirompenza dell’immaginazione dell’autrice, è un evidente medium di espressione della personalità della New Woman del primo Novecento. I colori dei fiori (Il giardino di Elizabeth), le piante intrise di rugiada (Un incantevole aprile), le campagne piene di sole (Un’estate da sola), le porte e le finestre aperte di una casa (Colpa d’amore), il mare solitario (Elizabeth a Rügen) sono simboli della libertà a cui aspiravano queste “nuove donne”, stanche di tutte le forme del giogo patriarcale e finalmente consapevoli della loro possibilità di affermazione nel mondo, e della loro capacità di scegliere la solitudine.

16 settembre 2015

Sette brevi lezioni di fisica

Non sono mai stata velocissima nell’apprendimento delle scienze, e al liceo la fisica in particolare era la materia che mi riusciva più difficile. Con gli anni, e soprattutto incontrando bravissime persone che si occupano di scienza tutti i giorni e che te la raccontano con un sorriso, ho iniziato a desiderare di capirne di più – spesso rimpiangendo di possedere solo scarsissime nozioni e di non aver mai approfondito i miei studi. 
Per questa ragione, appena ho sentito parlare di Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli nel corso di una trasmissione di Corrado Augias, sono corsa a leggerlo, sperando di mettere un po’ d’ordine nelle mie informazioni caotiche, e di gettare un po’ di luce su quelli che sono due misteri per me inspiegabili, eppure affascinantissimi: la sostanza dei buchi neri e l’esistenza di piani temporali paralleli. Per darmi delle risposte, naturalmente, non bastano “sette brevi lezioni”, ma forse “sette (volte sette) anni di studio”, ma a qualcosa questo librino è servito, grazie alla sua semplicità e chiarezza e anche a certi bei passi in cui il linguaggio diventa quasi poetico. È ammaliante leggere che una teoria della fisica «descrive un mondo colorato e stupefacente, dove esplodono universi, lo spazio sprofonda in buchi senza uscita, il tempo rallenta abbassandosi su un pianeta, e le sconfinate distese di spazio interstellare s’increspano e ondeggiano come la superficie del mare…», oppure: «Nel mare immenso di galassie e di stelle, siamo un infinitesimo angolo sperduto; fra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, noi non siamo che un ghirigoro fra tanti», oppure ancora: «Siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie». 
Stupita del mio stesso interesse per questo libro, mi sono chiesta dove sia il punto in cui il mio amore per la letteratura incontra la fisica. Mi sono risposta con i versi di La ginestra di Leopardi che sembrano descrivere il cosmo (175-183): 
quegli ancor più senz’alcun fin remoti 
nodi quasi di stelle, 
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo 
e non la terra sol, ma tutte in uno, 
del numero infinite e della mole, 
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle 
o sono ignote, o così paion come 
essi alla terra, un punto 
di luce nebulosa.
E mi sono risposta ricordando come il mistero del tempo e della sua percezione impregni la letteratura di Virginia Woolf; e ripensando a quanto siano straordinari due romanzi che ho letto di recente, Amori imprevisti di un rispettabile biografo di Penelope Lively e Il tempo di una canzone di Richard Powers, in cui entriamo in contatto con la sostanza molle, elastica, liquida, amorfa e inafferrabile del tempo, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente. Questi libri accennano a una realtà che Carlo Rovelli ci spiega così: «Nessuno si sognerebbe di dire che le cose “qui” esistono, mentre le cose che non sono “qui” non esistono. Ma allora perché diciamo che le cose che sono “adesso” esistono e le altre no? Il presente è qualcosa di oggettivo nel mondo, che “scorre” e fa “esistere” le cose l’una dopo l’altra, oppure è solo soggettivo, come “qui”?» 
Insomma, ciò che avvicina la grande letteratura allo studio della scienza è soprattutto la spinta a porsi delle domande, a cercare nella natura e nell’uomo la risposta agli enigmi che riguardano la verità, la realtà, la probabilità, la libertà. Leggendo un romanzo di Virginia Woolf, per esempio, ci sentiamo proprio come Carlo Rovelli quando scrive: «Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la ricchezza del mondo, e ci lasciano senza fiato.» 

3 settembre 2015

La società letteraria di Guernsey

Quest’anno è benedetto da letture bellissime. Scorrendo i post di questi primi due terzi del 2015 mi accorgo di aver potuto godere di romanzi indimenticabili, molti dei quali sono andati ad aggiungersi alla lista dei miei preferiti in assoluto (qui). Sono stata molto fortunata: non c’è niente di meglio che sentirsi bene grazie ad un buon libro. 
L’ultimo gioiello, in ordine di tempo, è La società letteraria di Guernsey, unica opera di Mary Ann Shaffer (Sonzogno, trad. it. di Giovanna Scocchera). Lo inseguivo da diversi anni, da quando l’avevo scoperto, attratta dalla sua copertina, sugli scaffali del Salone del Libro di Torino nel 2012; quel giorno lo lasciai lì, per le mani e gli occhi di altri lettori, ma il desiderio di leggerlo era sempre rimasto vivo. E adesso so che c’era un’ottima ragione. È una storia epistolare, che proprio per questo, e per la sua dichiarazione d'amore alla lettura, all’inizio mi ha ricordato un altro librino al quale sono particolarmente affezionata, ovvero 84 Charing Cross Road di Helene Hanff (di cui ho scritto qui): i libri che raccontano la loro stessa genesi sono sempre affascinanti. 
La voce principale di La società letteraria di Guernsey è quella di Juliet Ashton, scrittrice e giornalista, che nel gennaio del 1946, per puro caso, inizia a intrattenere una felice corrispondenza con gli abitanti dell’isola di Guernsey (territorio britannico al largo della Normandia), venendo a conoscenza del loro stile di vita, del loro gruppo di lettura – intitolato alla “Torta di Patate” – e soprattutto dell’occupazione tedesca appena conclusa. Non se ne sente parlare di frequente, sui libri di storia o nei documentari, ma una piccola parte delle isole britanniche fu effettivamente invasa dall’esercito nazista: gli abitanti di Guernsey dovettero spedire via i loro bambini per proteggerli dall’invasione; dovettero sopportare per cinque anni la presenza dei soldati, le vessazioni e la privazione della libertà personale imposta dai tedeschi, e assistere alle stesse violenze e ai medesimi soprusi che travolsero l’Europa continentale negli orrendi anni del conflitto. 
Il tono del libro è pervaso da una delicatezza che, se possibile, è ancora più straziante di una voce cronachistica. I racconti dell’invasione sono riportati attraverso le lettere degli abitanti dell’isola – caratterizzati così bene che ci pare di averli seduti in salotto con noi: una signora erudita, un contadino silenzioso, una bizzarra signorina, un nonno amorevole, un maggiordomo tornato dai campi di concentramento, e una donna coraggiosa, scomparsa nel nulla, di cui tutti parlano con affetto. I resoconti tragici sono momenti di emozione profonda intrecciati ad aneddoti divertenti e lievi, a volte persino un po’ romantici. Torte di lamponi, arrosti di maiale, libri di poesie, letture di Jane Austen, biografie di Charles Lamb, coprifuoco, povertà, fame, sorrisi, pleniluni sul promontorio, profumi di mare e di fiori, francobolli, giocattoli di legno, ricordi: tutto è tenuto insieme, come l’amido di un impasto fragrante, dalla celebrazione della bontà umana, e delle semplici gioie dell’amicizia. Sul tram, ieri, ho dovuto chiudere il libro, perché si stava facendo davvero troppo commovente per continuare a leggerlo in pubblico….  «[Durante l’occupazione] ci aggrappammo ai libri e ai nostri amici: ci ricordavano che esisteva anche qualcos’altro. Elizabeth recitava spesso una poesia. Non me la ricordo tutta, ma cominciava così: “È davvero cosa di poco conto aver goduto del sole, aver vissuto la luce in primavera, aver amato, curato, apprezzato, conosciuto veri amici?” No che non lo è. Spero che se lo ricordi ovunque sia.»

31 agosto 2015

Librerie a Berlino

Tra i mille motivi più che validi per decidere di visitare Berlino ci sono anche le sue librerie. Passeggiando per il Mitte, Kreuzberg o Charlottenburg ci si imbatte continuamente in piccole o grandi vetrine ricolme di infiniti oggetti del desiderio: tra nuove edizioni e volumi antichi, insomma, c’è davvero da perdersi. Qualche giorno fa io e Valentina, writer del blog libresco Peek-a-booK! ci siamo date appuntamento per un’esplorazione di alcune delle librerie della città e ora, cari lettori, ecco a voi il risultato della nostra spedizione.... 
La nostra passeggiata è iniziata dal quartiere di Charlottenburg, e più precisamente in Fasanenstrasse, dove si trova la celebre Literaturhaus della città. La libreria annessa, la Koolhaas & Company, è una piccola caverna dei tesori, ai quali si accede, una stanzetta dopo l’altra, facendosi strada tra scaffali e ripiani sparsi per ogni dove. Lì, un certo simpatico destino ha voluto che mi saltasse agli occhi un’edizione tedesca di Mogli e figlie... (che coincidenza) 


Lasciata la Literaturhaus, Valentina e io abbiamo preso la direzione di un altro quartiere molto ben fornito, il celebre Prenzlauer Berg. La prima libreria che abbiamo visitato è stata la Shakespeare & Sons, uno splendido angolo di quiete letteralmente stipato di volumi. È stato difficile non svuotare il portafogli in questo angolo di paradiso, ma ci siamo riuscite.... 


Abbiamo poi proseguito verso la Georg Büchner Buchladung, uno spazio più luminoso e regolato, ed estremamente ben fornito, uno dei cui scaffali era zeppo di edizioni tedesche di opere italiane: Dacia Maraini, Umberto Eco, Elsa Morante, e numerosi altri. 


Infine, per concludere il nostro percorso, non poteva mancare una tappa in una delle mie librerie berlinesi preferite, la St. George’s English Bookshop, un ambiente dall’aspetto bohémien, con poltrone e divani che recano traccia del passaggio dei lettori, e soprattutto libri sparsi ovunque, nuovissimi o segnati dal tempo, a prezzi davvero convenienti. Approfittando della straordinaria occasione, io e Valentina abbiamo acquistato entrambe un’edizione di lusso della Folio Society: per me Shakespeare’s Life and World e per lei Excellent Women di Barbara Pym. 


Per festeggiare la buona riuscita della nostra escursione, infine, un brindisi da Anna Blume, famosa a Berlino per il suo spazio book-crossing scavato nei tronchi degli alberi. 

Per approfondire il resoconto di questa indimenticabile passeggiata letteraria berlinese, leggete il post di Peek-a-booK! 
http://www.peekabook.it/2015/08/piccolo-giro-fra-le-librerie-di-berlino.html









Aggiornamento del 7 gennaio 2016: la libreria Shakespeare & Sons di Prenzlauer Berg ha chiuso. Hanno messo in vendita i loro mobili e io mi sono accaparrata un bel tavolino e una piccola libreria con anta a vetro ricavata da un antico orologio a pendolo....
Shakespeare & Sons ha però un'altra sede, più grande e comunque bella: si trova in Warschauerstrasse 74, nel quartiere di Friedrichshain :) 

28 agosto 2015

Il vulcano che oscurò il mondo e colorò le arti

Il rinvenimento delle tracce della scienza nelle opere della letteratura è sempre stato per me un tema molto suggestivo. 
Per questo motivo ho trovato interessantissimo questo articolo, a firma di William J. Broad, comparso sul “New York Times” lo scorso 24 agosto. Il pezzo è la recensione di un libro (Tambora: The Eruption that Changed the World di Gillen D’Arcy Wood) che ricerca le conseguenze dell’eruzione vulcanica indonesiana del 1816 nelle più celebri forme artistiche del Romanticismo. 
Quella che segue è una traduzione parziale dell’articolo, che si può leggere in originale qui.

John Constable, Weymouth Bay
Londra, National Gallery
Nell’aprile del 1815, la più devastante esplosione vulcanica citata negli annali scosse il pianeta causando una catastrofe dalle dimensioni così estese che oggi, duecento anni più tardi, gli studiosi stanno ancora tentando di comprenderne le conseguenze. La loro opinione è che questa eruzione abbia contribuito al clima glaciale, alla crisi agricola e a pandemie globali – e persino alla nascita di celebri “mostri” letterari. Nelle lussureggianti isole delle Indie Orientali Olandesi – oggi Indonesia – l’eruzione del Monte Tambora uccise decine di migliaia di persone, che finirono bruciate vive o schiacciate da rocce scagliate in aria dall’esplosione, oppure morirono di fame dopo che le ceneri arsero i raccolti nei campi. Gli studiosi, poi, hanno scoperto che la gigante nube delle minuscole polveri dell’eruzione si propagò sul pianeta fino a fermare i raggi del sole e a causare tre anni di raffreddamento del clima globale. Nel giugno del 1816, una terribile tempesta di neve aggredì l’area settentrionale dello stato di New York; in luglio e in agosto delle crudeli gelate devastarono i raccolti nel New England e Londra fu battuta dalla grandine per tutta l’estate. Molte nazioni subirono ondate di carestia e di malattie, con la conseguenza di un pesante declino economico e di inquietudine sociale: in generale, i raccolti agricoli soffrirono in tutto il pianeta. 
“L’anno senza estate”, come fu definito il 1816 (chiamato anche dagli inglesi eighteen hundred and froze to death, cioè “milleottocento e freddo da morire”, e dai tedeschi “l’anno del mendicante”), diede luogo ai ritratti di tramonti dai colori violenti e di cieli in tempesta che ben conosciamo, e anche a due sottogeneri della narrativa gotica: la sua spaventosa progenie fu rappresentata da Frankestein da una parte e dai vampiri dall’altra – creature che da quel momento in avanti non hanno mai abbandonato la scena artistica e letteraria. 
La velatura globale causata dall’esplosione ebbe l’effetto di riflettere con forza la luce del sole: è da questo fenomeno che derivano le nuvole nere dei dipinti di Constable; ed è grazie alle particelle di pulviscolo sospese nell’atmosfera che J.M.W. Turner poté assistere agli spettacolari tramonti che lo hanno reso immortale. 
J.M.W. Turner, Chichester Canal
Londra, Tate Gallery
Durante l’estate di quel 1816, la Svizzera stava soffrendo acutamente a causa del maltempo e della distruzione dei raccolti, tanto che, come racconta la testimonianza di un prete dell’epoca: “È terribile vedere questi scheletri che camminano divorare con tanta avidità il cibo più repellente”. Fu proprio nel giugno di quell’anno che alcuni illustri turisti inglesi, decisi a fuggire dal clima tempestoso della patria, si rifugiarono in una villa ai margini del lago di Ginevra, flagellato a sua volta dai temporali: e radunandosi intorno al fuoco iniziarono a raccontarsi vicendevolmente delle storie del terrore. Della comitiva facevano parte Mary Shelley, allora diciottenne, Percy Shelley, il suo futuro marito, e Lord Byron. Il Frankenstein della giovane Mary, la storia del vampiro di John William Polidori (The Vampyre) e il poemetto apocalittico di Byron, Darkness, furono concepiti e scritti proprio in quelle orribili notti di tempesta, nel corso di un’estate in cui la natura cambiò la storia dell’umanità.