19 novembre 2012

Elizabeth von Arnim

Negli ultimi tempi, in libreria, è facile trovare le opere ripubblicate di fresco di una romanziera dimenticata per decenni e ora finalmente e meritatamente riportata agli onori del successo. Parlo di Elizabeth von Arnim. Molti sostengono – e non si può non essere d’accordo – che il recupero della narrativa di von Arnim sia stato determinato e alimentato dall’improvvisa fama che il primo ventennio del Novecento sta conoscendo grazie alla serie televisiva Downton Abbey. In uno degli episodi della seconda serie il valletto dell’eroe maschile della storia, Matthew Crawley, presta ad Anna, di cui è innamorato, Elizabeth and Her German Garden, e pare che per molti fan questo dettaglio abbia costituito un fortissimo richiamo alla lettura. 
La mia personale ammirazione per Elizabeth von Arnim, invece, è sorta dalla visione del film e poi dalla lettura di Un incantevole aprile (ne ho parlato qui), e la storia, e la scrittura, mi sono piaciute così tanto che oggi, in libreria, trovo irresistibili gli inviti delle bellissime copertine che Bollati Boringhieri ha riservato a Il circolo delle ingrate (The Benefactress), Uno chalet tutto per me (In the Mountains, che sto per iniziare) e La fattoria dei gelsomini (The Jasmine Farm). Non è un caso forse che alcuni critici giudichino lo stile di von Arnim come una rievocazione novecentesca dei toni di Jane Austen, della sua arguzia, della sua ironia, della sua brillantezza. 


Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia si trasferì in Pomerania, ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster), ma presto il legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte, che poi si ritrovò persino in carcere per frode. Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, ampiamente autobiografico e satirico, è proprio Elizabeth and Her German Garden (1898), un vero e proprio bestseller di inizio secolo (ragion per cui, secondo le parole degli autori, ha fatto la sua comparsa in Downton). Seguirono The Solitary Summer (1899), The Benefactress (1902), Vera (1921) e Love, tutti in un modo o nell’altro autobiografici.
Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo. Nemmeno questa esperienza conobbe un lieto fine, tanto che la coppia si separò ed Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 romanzi, tutti accomunati dalla presenza dei fiori, o di un giardino.
Se leggete in inglese, gutenberg.org è una fonte inestimabile di ebook gratuiti di von Armin: io ne ho scaricati undici, e quello con cui voglio cominciare è proprio In the Mountains. Come al solito, ne avrete presto un commento!

12 novembre 2012

Confessions of a Jane Austen Addict

Ho nominato una delle cartelle nel mio Kindle “Jane Austen e dintorni”. Essa contiene, oltre a The Complete Collection dell’opera della mia cara autrice, il Memoir del nipote Edward Austen Leigh e romanzi che, in un modo o nell’altro, possono essere considerati degli spin-off delle storie di Jane. Compaiono qui tutti i romanzi di Stephanie Barron, Death Comes to Pemberley di P.D. James e tre ebook che ho scaricato di recente, approfittando di imperdibili promozioni online. Non ho ancora letto The Dashwood Sisters Tell All di Beth Pattillo (un’autrice che si è dedicata a numerosi esperimenti di rielaborazioni dei soggetti austeniani), né Searching for Captain Wentworth di Jane Odiwe, ma proprio poco fa ho terminato Confessions of a Jane Austen Addict di Laurie Viera Rigler. 
Questo libro (titolo italiano, del tutto inspiegabile, Shopping con Jane Austen, Sperling&Kupfer) è stato una vera sorpresa, perché per quanto molto particolare, racconta una riuscita commistione tra diario e rievocazione storica. La protagonista/io narrante, Courtney Stone, è una giovane janeite di Los Angeles (reduce dalla scoperta del tradimento da parte del suo futuro sposo) che una mattina si sveglia in un letto di inizio Ottocento, nella dimora inglese di una famiglia ricca e altolocata e con il nuovo nome di Jane Mansfield. Scartata l’ipotesi che si tratti di un sogno, Courtney sprofonda lentamente nella sua nuova identità, scontrandosi con un passato che non ricorda e con un mondo sorretto da infinite regole di comportamento che lei non conosce, se non per le sue letture dei libri di Jane Austen.
La storia è scritta bene, ma è soprattutto divertentissima, poiché mette tutte noi appassionate austeniane (che in fondo al cuore desideriamo di essere nate nella sua epoca e non nella nostra) di fronte alla dura realtà della vita quotidiana di duecento anni fa: la mancanza assoluta di igiene, le tecniche mediche più spaventose e pericolose – la protagonista subisce un salasso –, i pregiudizi capaci di privare una donna di qualsiasi tipo di libertà. Eppure, in mezzo a tutto questo ripugnante ritratto del passato (la descrizione dello stato dei malati immersi nelle “salvifiche” acque termali di Bath è a dir poco raccapricciante!), fanno capolino le irrefrenabili sensazioni della quiete, della calma, del silenzio dei ritmi vitali dell’epoca: “Non ho nel cervello il rumore costante di Internet, dell’iPod, dei segnali radio che mi riempiono la coscienza di suoni, parole e immagini in ogni momento di veglia di ogni singolo giorno. Non avevo mai notato questo rumore fino a che non mi sono resa conto di non sentirlo più.” Bellissimo è in particolare il momento in cui la narratrice racconta dell’attività del ricamo, una sequenza di movimenti veloci e impercettibili che riescono ad occupare la mente in totalità, allontanando le angosce e riportando tanta calma nel cuore.
William Wallace Gilchrist, Girl Sewing. The Party Dress. Collezione privata.
Fonte: www.the-athaneum.org
La passione per Jane Austen è forse il tema principale, sicuramente il movente del racconto; simpatiche e molto familiari per i janeites sono osservazioni come:
“Mi curerei con Jane Austen, la mia droga numero uno, la mia compagna costante per ogni momento di sconforto, ogni delusione, ogni crisi. Gli uomini vanno e vengono, ma Jane Austen era sempre lì. In salute e in malattia, in ricchezza e povertà, finché morte non ci separi. E così mi accoccolai nel letto con Elizabeth e Darcy e lessi finché le parole conosciute mi cullarono in calma, pace e armonia.”
“Nessuno dei miei amici sa che l’ultimo bestseller che mi hanno regalato per Natale o per il mio compleanno è stato come al solito messo da parte perché avevo bisogno di tornare per la ventesima volta a Orgoglio e pregiudizio o Ragione e sentimento.”
“Non ci voglio pensare. Non voglio. Leggerò Orgoglio e pregiudizio. Lo aprirò a caso per avere una guida e un po’ di saggezza. […] E mi conforto all’istante. Se Lizzy è potuta tornare a casa, e tutto poi è finito bene per lei, allora c’è speranza anche per me.”
“Non riesco ad immaginare un mondo in cui qualcuno possa leggere Jane Austen una volta sola.”
Epocale è poi l’incontro con la stessa scrittrice, nel negozio di una modista londinese….
Ma l’aspetto che mi ha colpito maggiormente di questa storia, che mi aspettavo decisamente più frivola, non così accurata, né così divertente, sono le considerazioni che la narratrice fa a proposito dell’esperienza che sta vivendo. Ella si domanda se stia viaggiando nel tempo, resta scioccata quando si accorge di avere nella mente i ricordi della sua alter ego ottocentesca, si chiede se qualcun altro stia vivendo la sua vita americana, si preoccupa costantemente di come fare a tornare nella “sua” realtà fino a quando non si rende conto che sta cominciando a parlare, a pensare, a danzare, a sentire come una donna del diciannovesimo secolo. Straordinario è poi quando le viene raccontato che anche la “vera” Jane Mansfield era una donna strana, con strane visioni del futuro…. Ma mi fermo qui: rispetto al mio solito, ho già raccontato abbastanza!
Il meccanismo di sostituzione tra Courtney e Jane Mansfield risulta ovviamente inspiegabile da un punto di vista razionale: la narratrice lo descrive “come una farfalla le cui ali sono troppo fragili per essere toccate”. E io ho avuto l’impressione che stesse parlando della forza più grande, più potente e più confortante di tutte: la forza dell’immaginazione. 


3 novembre 2012

Una splendida lettura

Oggi sono una lettrice contenta.
Ho appena terminato l’ultimo romanzo di Kate Morton, The Secret Keeper, uscito sul mercato anglosassone a metà ottobre e atteso con tanta impazienza e curiosità. Ho incontrato per la prima volta questa straordinaria scrittrice australiana quando cinque anni fa ho acquistato, nella libreria Waterstone’s di Wells (Somersetshire), la sua opera prima, The House at Riverton. Questo libro, di cui ho già parlato in più d’uno dei miei post (cliccate qui), è stato ripubblicato recentemente in italiano da Sonzogno. Nel 2009 mi sono poi imbattuta nel secondo romanzo di Morton, The Forgotten Garden, in una suggestiva libreria ai piedi del vulcano che accoglie il Castello di Edimburgo (la traduzione italiana, Il giardino dei segreti, è edita da Sperling&Kupfer); infine, The Distant Hours, del 2010 (tradotto per Sperling&Kupfer in Una lontana follia, cliccate qui), è stato un grande libro, nel quale l’autrice ha iniziato l’esplorazione di quello spazio storico, indubbiamente ricchissimo di suggestioni narrative, rappresentato dalla seconda guerra mondiale.


The Secret Keeper entra nel vivo di questo contesto, poiché la sua parte centrale è ambientata nella Londra ferita e piagata dai bombardamenti nazisti, e tutti i personaggi che abitano il tempo presente di questa storia subiscono in qualche modo le conseguenze di quell’epoca e dei suoi avvenimenti.
Com’è mia abitudine, non rivelerò i tratti salienti della trama: mi voglio limitare a dire che questo libro narra di tanti tipi d’amore, di tanti tipi di sofferenza e di tanti tipi di catarsi. È la storia di Laurel Nicolson, un’attrice da Oscar che in occasione degli ultimi giorni di vita della mamma novantenne intraprende una ricerca nel suo passato che la porterà a scoprire segreti profondissimi, a scardinare tante certezze e a conoscere un’“altra vita” della madre, spesa sullo sfondo della miseria e degli incendi della capitale investita dal Blitz.
Una fra le più emblematiche immagini del Blitz su Londra:
la cattedrale di St. Paul sopravvive ai bombardamenti
del 29 dicembre 1940
I colpi di scena si susseguono fino all’ultima pagina, ma la capacità di gestire la suspense è solo una delle straordinarie qualità della scrittrice, che anche in questo libro, come nei suoi precedenti, sa governare con maestria l’alternanza di numerosi e diversi piani temporali e si dedica con intensità alla disamina di quelli che sembrano essere ormai i suoi temi più cari. La relazione tra il presente e il passato è forse quello più importante, e viene sempre trattato nella convinzione che ciò che oggi “è” è sempre e inevitabilmente il risultato di ciò che “è stato”. Il potere del ricordo è dunque preponderante in tutte le narrazioni di Morton (che tutte contengono a volte teneri a volte inquietanti ritorni all’infanzia – The Distant Hours è l’esempio più eclatante di questo aspetto), è spesso reso visibile da echi di voci e di musiche distanti, e ad esso si accompagna la quasi necessità del segreto, e l’urgenza del suo disvelamento. Il processo di scavo a ritroso nel tempo porta ogni volta con sé un richiamo alla messa in discussione della propria identità e alla revisione dei rapporti familiari (ecco di nuovo l’importanza dell’infanzia come momento cruciale per la formazione del proprio essere al futuro – traduco da The Secret Keeper: “Il paesaggio dell’infanzia era più vibrante di ogni altro. Non importava dove si collocasse o quale fosse il suo aspetto, le sue visioni e i suoi suoni si imprimevano in modo diverso da quelli incontrati più in là [nella vita]”). E spesso tale viaggio nel passato è stimolato dalla presenza di oggetti di forte valore emotivo e di grande importanza ai fini del racconto, quasi degli oggetti magici (libri, fotografie, gioielli, …) che sembrano quasi contenere in se stessi la soluzione agli enigmi e l’apertura verso la verità. 
Fonte: http://favim.com/image/142641/
I libri di Kate Morton sono, a mio parere, qualcosa in più di storie misteriose di segreti di famiglia. Sono tutti esperimenti molto buoni di descrizione dei pensieri e dell’evoluzione psicologica dei personaggi – e sotto questo aspetto The Secret Keeper è forse il più maturo del quartetto. Sono tante le citazioni che vorrei riportare, per far sentire la cura, l’intelligenza, l’altissima qualità della scrittura, il lessico scelto con sapienza e l’intensità e la dolcezza di certe descrizioni, di certe ambientazioni e di certe metafore. Ne riporto solo una, sperando che la mia traduzione si avvicini anche solo un po’ alla bellezza dell’originale:
“Il bush [paesaggio di boschi e prateria tipico dell’Australia, simbolo di uno spazio sconfinato ed inesplorato molto importante nelle espressioni artistiche e letterarie di quel Paese] era vivo: gli alberi parlavano l’uno con l’altro con vecchie voci di pergamena, migliaia di occhi invisibili ammiccavano dai rami e dai ceppi caduti, e Vivien sapeva che se si fosse fermata e avesse premuto l’orecchio sul duro suolo avrebbe sentito la terra chiamarla, cantando i suoni dei tempi antichi.”
Quando si incontrano libri come questi, scritti in questo modo… è così che si diventa dei lettori contenti.

28 ottobre 2012

The Turn of the Screw


Sono calate le temperature, da tutto il giorno non fa che piovere e un forte vento scuote da ore gli alberi del cortile, immersi nell’oscurità precoce. Tra pochi giorni è Halloween, e per celebrare la sua atmosfera, gravida di ombre e di mistero, ho riaperto Il giro di vite (edizione Meridiani Mondadori), il racconto di fantasmi che Henry James pubblicò nel 1898. 
The Turn of the Screw (con il suo incipit ho inaugurato questo blog, tanto tempo fa…) è una storia che raduna molti dei topoi tipici della narrativa gotica: una maestosa e remota dimora, due bambini dal passato ambiguo, la solitudine di una giovane donna e i suoi incontri con apparizioni che tanto assomigliano a fantasmi. L’io narrante è quello di un’istitutrice assunta da un gentiluomo affascinante e misterioso per prendersi cura dei due nipotini di lui, Flora e Miles. La giovane si trasferisce così nella lontana e solinga Bly (Essex), e mentre nelle prime settimane non fa che gioire della propria nuova condizione (i bambini, ella scrive, sono deliziosi e non le danno alcuna preoccupazione), con l’andare del tempo l’atmosfera intorno a lei si fa gradatamente cupa e spaventosa. La giovane inizia infatti a vedere nei dintorni, e anche dentro casa, due personaggi, un uomo con i capelli rossi e una donna vestita a lutto. Grazie ai racconti della governante di Bly, Mrs Grose, ella scopre che i due non sono esseri in carne ed ossa, poiché la loro descrizione corrisponde ai tratti di due impiegati della casa (la prima istitutrice e il giardiniere) entrambi morti in circostanze terribili. La narratrice riempie le pagine del proprio spavento, delle proprie notti insonni e della propria preoccupazione per le sorti dei bambini, in un crescendo di terrore che raggiunge il culmine quando la donna realizza che Miles e Flora non sono le vittime, ma i complici della sottile tortura psicologica alla quale i “fantasmi” la stanno sottoponendo. 
L'istitutrice impersonata da Michelle Dockery
nella versione cinematografica del 2009
La genialità e la forza di Il giro di vite stanno proprio, come è frequente nella narrativa di Henry James (ineguagliabile maestro di scrittura), nel valore psicologico della vicenda e della sua ricezione. Straordinario esempio di letteratura modernista, questo racconto si distingue per le sue mancate verità, e per la molteplicità delle sue possibili interpretazioni. La vicenda è narrata da un autore fisico (James) che parla di un personaggio (Douglas) che legge ad alcuni amici il diario di una donna (l’istitutrice) di cui è stato innamorato. I filtri attraverso i quali il resoconto della vicenda raggiunge noi lettori sono così numerosi che non possiamo che interrogarci sulla sua completa veridicità. Inoltre la scrittura è così perfetta e sospinta da un climax così potente che ci lasciamo suggestionare dalla vicenda narrata a tal punto da non comprendere dove stia il confine tra realtà e immaginazione: esistono davvero i fantasmi? o vivono essi sono nella mente dell’istitutrice? cosa sanno, davvero, Miles e Flora? e una domanda che ha infestato la mia personale esperienza di lettura… e se il fantasma fosse l’istitutrice stessa?
Il giro di vite è un capolavoro della letteratura che è stato oggetto di infiniti studi critici, ma del quale è stato impossibile sciogliere tutti i nodi e risolvere gli innumerevoli enigmi. Come per ogni grande classico della scrittura, sta a noi, a noi lettori, sprofondare negli abissi di questa storia alla ricerca della nostra verità; e sarà la nostra fantasia a illuminare gli angoli bui che il narratore ha voluto lasciare sospesi, arcani, per rendere la propria opera definitivamente immortale. 


21 ottobre 2012

John Keats, il poeta

L’arrivo dell’autunno, con la pioggia di foglie che inondano il viale vicino a casa, ha risvegliato in me il desiderio di rileggere Keats. La sua ode alla stagione, “To Autumn”, è un vero inno alla bellezza e al trionfo dei sensi che questo periodo dell’anno riserva a chi, come me, ha poca confidenza con l’estate, malsopporta la sua sciocca immobilità, e non aspetta che il ritorno dei venti freddi e talvolta persino della pioggia di perla delle sere d’ottobre. Ascoltate la versione inglese accompagnata da questo bellissimo video:


“Stagione di nebbie e di morbida abbondanza,/ Tu, intima amica del sole al suo culmine,/ Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva/ Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,/ Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,/ E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;/ Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme/ I gusci di nocciola e ancora fai sbocciare/ Fiori tardivi per le api, illudendole/ Che i giorni del caldo non finiranno mai.”
L’edizione da cui ho tratto questa traduzione è uno dei libri più amati sul mio scaffale (regalatomi in un’occasione speciale): le Poesie con testo originale a fronte tradotte e curate da Silvano Sabbadini (Arnoldo Mondadori). La copertina di questo volume, che rappresenta un particolare da The Fighting Temeraire di J.M.W. Turner, si accompagna bene, in tutto il suo fulgore, al quarto di copertina, dove il curatore commenta la propria presentazione del “breve e intensissimo arco della produzione keatsiana, riflettendone, fin nelle pieghe più segrete, la mutevolezza lessicale e metrica, la continua germinazione di immagini, la ricchezza speculativa.”

Ed il linguaggio di Keats è davvero colmo di musica e di visioni. Egli intendeva la poesia come evasione sensuale e ideale dalla realtà, che allora (come oggi…) era soggetta ad una pressione storica e sociale greve e per molti insopportabile. Data la difficoltà di vivere il presente, Keats evoca una poesia che lo rifiuta, che lo oblia, e che attraverso il potere della memoria (“Credo che la poesia dovrebbe […] sembrare quasi una Rimembranza”) tende invece a ricongiungersi con un passato che è quello della collettività, quello cioè del lettore stesso. Questo è il principio che governa “Ode on a Grecian Urn”:

Un esempio di pittura preraffaellita:
The Lady of Shalott di J.W. Waterhouse
(1888, Tate Gallery, Londra)
“Oh, forma attica! Posa leggiadra! con un ricamo/ D’uomini e fanciulle nel marmo,/ Coi rami della foresta e le erbe calpestate –/ Tu, forma silenziosa, come l’eternità/ Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!/ Quando l’età avrà devastato la nostra generazione,/ Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori/ Non più nostri, amica all’uomo, cui dirai/ ‘Bellezza è verità, verità bellezza,’ – questo solo/ Sulla terra sapete, ed è quanto basta.”
L’appello di quest’ultima strofa dell’Ode all’urna greca è un messaggio di altissimo valore estetico, che in seguito rese prezioso Keats a Pater, Swinburne, Tennyson, Wilde, e ai Preraffaelliti. La poesia, l’arte, sono considerate nella loro autonomia, nella loro assolutezza, e dunque nella loro immortalità. La voce del poeta ha il potere di celebrare la dea Psiche, sua musa, oltre ogni tempo, e oltre la distruzione operata dalla realtà. 

Si legge in “Ode to Psyche” (di straordinaria bellezza):
La tomba di Keats al cimitero acattolico
di Roma. Vi si legge: "Qui riposa uno
il cui nome è scritto nell'acqua".
Foto di Mara Barbuni (2001)
“Oh, tu, ultima nata visione, più dolce/ Sei di tutta la svanita gerarchia dell’Olimpo,/ […]/ Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,/ Né altare colmo di fiori,/ […]/ Pure, anche in questi giorni tanto lontani/ Dalle fedi felici, le tue ali lucenti/ Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,/ E canto, ai miei soli occhi credendo./ Sì, lascia sia io il tuo coro e il pianto/ Alzato per la tua mezzanotte,/ Lascia sia io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,/ […]/ Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio/ Nelle inesplorate regioni della mia mente,/ Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,/ Mormoreranno al vento sostituendo i pini:/ E lontano lontano, di vetta in vetta, macchie oscure d’alberi/ Vestiranno tutto intorno i gioghi selvaggi dei monti/ […]/ Per te sarà lì ogni dolce piacere/ Che l’ombroso pensiero può conquistare,/ Una torcia splendente, una finestra aperta alla notte/ Perché caldo l’amore vi possa entrare.” 
John Keats riempì la sua poesia di una dimensione sognante che la vita reale gli negò sempre. La sua esistenza piena di lutti e tormentata dalla tisi si chiuse dopo appena ventisei anni, nella sua casa in Piazza di Spagna. Vedere questa residenza (oggi è una casa-museo che contiene ricordi, lettere autografe, manoscritti, quadri, stampe e più di 8000 volumi) è un’esperienza ricca di sensazioni, di commozione e di nostalgia, giusta e necessaria premessa alla visita al Cimitero Protestante di Roma, dove Keats riposa sotto l’ombra e il mormorare degli alberi, cullato forse dalla sua Psyche, in ascolto forse della pura voce della poesia. 


10 ottobre 2012

Il giardino degli incontri segreti

Quando si legge un ebook non si ha mai la sensazione immediata di quanto lunga sia una storia. Non si soppesa il volume fra le mani, non lo si sfoglia in velocità per coglierne le sorprese, non si ha idea di quanto tempo sarà necessario per finirlo. Così, talvolta, si arriva all'una di notte sperando che la storia che si sta leggendo arrivi alla svolta, che succeda l'imprevisto, che i personaggi si trovino di fronte a un bivio che ci permetta di "spegnere" il libro e di dormire. Mi è successo con Il giardino degli incontri segreti di Lucinda Riley. Premetto che nella vicenda narrata fa la sua comparsa un giardino che in realtà è una serra, e che gli incontri segreti di cui si racconta non si sono affatto svolti in quel giardino ma a migliaia di chilometri di distanza: il titolo originale è infatti The Orchid House
La storia si dipana su due piani spazio-temporali: l'Inghilterra e la Thailandia, il presente e l'epoca della seconda guerra mondiale. Ed è, nel complesso, una bella storia, fatta di una giovane pianista in lutto che cerca di riprendersi in mano la vita fra memorie di famiglia e colpi di scena, una nobile stirpe che vive in una lussuosa country house nel Norfolk, la triste storia di un matrimonio combinato negli anni Quaranta. 
Tuttavia non ne sono rimasta entusiasmata. Strano, visti gli ingredienti molto promettenti... ma questo romanzo mi ha dato l'impressione di un patchwork costruito sugli spunti di altri libri di successo. E a pensarci bene temo che molta di questa sua debolezza di fondo sia da imputarsi alla qualità del linguaggio. Le cornici descrittive non mostrano grandi mancanze, ma sono i dialoghi a risultare inefficaci. La lingua è poco curata, compaiono troppe esclamazioni e interezioni che a parer mio a un libro dovrebbero essere risparmiate, e alcune battute risultano del tutto superflue all'architettura della narrazione. Sembra come se un buon progetto narrativo non avesse goduto della giusta espressione. Eppure il libro è stato pubblicato, e vende ed è stato recensito molto bene. Forse sono io ad essere troppo schizzinosa. 


1 ottobre 2012

Il magnetismo della nobiltà

Sono reduce dalla lettura dell'ultima fatica di Antonio Caprarica, La classe non è acqua, una piacevole e sofisticata (come'è tipico dell'autore) passeggiata fra aneddoti, leggende e fatti della nobiltà britannica. Il giornalista ci accompagna tra i sontuosi manors e stately homes che costellano il Paese e ci porta quasi a frugare nelle camere da letto padronali, fra gli oscuri corridoi e fin dentro i sottoscala, ad aprire segreti scrittoi alla ricerca di notizie, fotografie, lettere e conti che rivelino cosa è stata e cosa ancora è la piramide nobiliare del Regno di Elisabetta II. Dai più semplici baronetti fino alle splendenti coroncine ducali, dai tempi di Cromwell fino all'età di Kate Middleton, La classe non è acqua risveglia echi di solennità, lusso e potenza, che lungi dal farci (o, meglio, farmi) inorridire, cercano di gettare una luce sull'immortalità della Corona inglese e sulla immutabile stabilità delle tradizioni dei Pari. 
Ispirata da questo libro e dal tempo piuttosto "British", ho trascorso quest'ultimo weekend a godermi un capolavoro televisivo che per la sua qualità narrativa non ha niente da invidiare ad un romanzo perfetto. Sto parlando della seconda stagione di Downton Abbey, di cui ho visto (in inglese, perché in italiano non è ancora disponibile... forse sarà trasmesso il prossimo inverno?) i primi quattro episodi. Considerando che ho adorato la prima serie (ne ho parlato in un post omonimo), temevo che questo seguito non sarebbe riuscito ad eguagliarne i fasti e la sorprendente bellezza. La smentita mi ha riempito di soddisfazione. Il sequel, ambientato nel pieno della prima guerra mondiale, richiama sulla scena i personaggi che avevamo imparato ad ammirare, a comprendere o a detestare e aggiunge loro sapienti pennellate di personalità e nuove avventure da affrontare. 
Il fascino di Downton Abbey (citato anche da Caprarica come eccezionale fenomeno sociale di passione massa, come accadeva per gli sceneggiati di tanti anni fa) sta proprio nella sua capacità di evocare un'atmosfera e di incantarci nella consapevolezza di un mondo perduto, non così lontano, pieno di eleganza, e spazzato via nel pieno della sua inconsapevolezza da una guerra che è stata solo il primo - ma forse per questo tra i più terribili - dei traumi patiti dal Novecento. C'è un fotogramma della breve ma splendida sigla iniziale che rende perfettamente questa idea di caducità: un vaso di prezioso cristallo traboccante di rose, e di colpo un petalo che perde vita e cade, inerte, sul ripiano di lucido legno.

Dyrham Park, che ha fornito gli esterni per
Quel che resta del giorno con Anthony Hopkins ed Emma Thompson (1993)

Tale è il seguito che Downton ha saputo raccogliere che anche i romanzi "a tema" (simpaticamente chiamati "Downton Abbey-esque" sul social network Goodreads) stanno conoscendo un grande successo, nuovo oppure recuperato. E' il caso di The House at Riverton di Kate Morton (l'ho recensito nello stesso post che ho citato sopra), che Sonzogno ha pubblicato in italiano con il titolo di Ritorno a Riverton Manor, forse in omaggio ad un altro di questi libri, il Ritorno a Brideshead (Brideshead Revisited) di Evelyn Waugh; è il caso della mia corrente lettura, The Orchid House di Lucinda Riley (in italiano Il giardino degli incontri segreti); dell'eccellente e sempre affascinante Quel che resta del giorno (The Remains of the Day) di Kazuo Ishiguro; ed è il caso di una trilogia che promette benissimo, la Swallowcliffe Hall Trilogy di Jennie Walters, che mi sono procurata di recente. Anche questa è la storia delle vicende primonovecentesche di una English country house, e sto solo aspettando di avere tanto tempo da dedicarci per intraprenderne la lunga lettura.