21 marzo 2014

Giornata mondiale della poesia (al femminile)

Foto di Mara Barbuni

Cari lettori, come ogni anno anche questo 21 marzo celebriamo la Giornata Mondiale della Poesia. Sebbene io sia soprattutto un'appassionata di narrativa, ci sono autori e versi che, una volta conosciuti, sono rimasti indimenticati. In questa fotografia ho raccolto i miei poeti più amati: John Donne, Shakespeare, Keats sul versante inglese; Petrarca, Leopardi e Foscolo su quello italiano. E poi c'è un nome femminile - quanto sono rare le firme delle donne nel comune bagaglio poetico di ognuno di noi? Purtroppo la maggior parte di loro è ancora celata dietro il velo, pesante, dell'oblio o del disinteresse. Se c'è un movimento culturale che giustamente e gloriosamente si associa alla poesia è il Romanticismo e il Romanticismo, lo sappiamo, nel nostro immaginario collettivo evoca solamente opere di uomini. Eppure, in Inghilterra per esempio, il Romanticismo è stato anche un movimento femminile, e tanti sono i nomi di donne che hanno dato vita in versi a piccoli mondi, a rimembranze, a denunce civili, a notturni che tolgono il respiro. Anna Letitia Barbauld è stata una di loro. Le ho dedicato un sito internet (in inglese): https://sites.google.com/site/aikinbarbauld/home e voglio riportare qui in traduzione un breve componimento, pubblicato nel 1825, che nelle sue immagini è quasi postmoderno, e nel periodo che stiamo vivendo è particolarmente evocativo.
  
Scritta su una biglia
Il mondo è un po’ più grande
Ma ha la mia stessa forma
Ed è chiazzato di monti e di mari;
I vostri eroi son scolari cresciuti
Che si azzuffano per giochi ed imperi,
 E scalciano la povera palla come gli pare.
Ora Cesare, ora Pompeo dettano legge;
E la piana di Farsalo,
Benché straripante di morte,
Non fu altro che un gioco di biglie.

17 marzo 2014

La Germania in dieci tweet


Foto di Mara Barbuni
Per uno dei post della mia pagina Lettere di Elizabeth Gaskell, che raccoglie brani in traduzione italiana del considerevole epistolario della scrittrice vittoriana, mi sono imbattuta in una lunga lettera che ella spedì a un’amica da Knutsford e nella quale raccontò il viaggio in compagnia del marito nella valle del Reno e nella Germania sudoccidentale. Era il 1841, e quella sarebbe stata solo la prima delle visite di Gaskell nel Paese. Di certo rimase incantata dalla bellezza di ciò che vide in quella occasione: "Heidelberg non si trova sul Reno, ma in una valle molto più bella, la valle del Neckar. Inutile tentare di darne una descrizione. Devi immaginarti una unione di ogni bellezza – splendidi scenari, boschi di pini scuri, la pittoresca città e il castello, che secondo la leggenda è infestato. Le acque del Neckar, verdi come il mare, scorrono e spumano sopra le arenarie rosse, che danno vita al colore più bello che tu possa immaginare. Ti racconto queste cose per liberarmi la mente dal ricordo opprimente di tanta bellezza – proprio quella sorta di paesaggio così squisito che a guardarlo di fa sospirare."
Questa lettera mi ha fatto pensare che per noi italiani, così abituati a credere che il nostro Paese sia il più bello del mondo, la Germania non è considerata una meta turistica, una destinazione verso la quale intraprendere un viaggio di piacere. A parte Berlino e forse Monaco, al di là di una veloce escursione ai castelli bavaresi e di un giro lungo la Romantische Strasse, difficilmente un italiano si immagina di trascorrere le proprie vacanze in questo cuore dell’Europa. Se ci mettiamo poi gli irrisolti (per noi) retaggi storici, la progressiva sparizione della lingua e della cultura tedesca dalle nostre scuole e l’astio che i media italiani fomentano nella popolazione contro uno stato che è più ricco solo perché è più ordinato ed efficiente, perché dà valore al merito e perché ha saputo fare i conti con la sua dolorosissima Storia, il fatto che noi non conosciamo le bellezze della Germania è piuttosto ovvio.
Vivere qui invece apre le porte a meraviglie inattese. Come una brevissima guida turistica, questo post vuole elencare, in dieci tweet (testi contenuti entro i 140 caratteri), le ragioni per cui un viaggio nel Paese di Bach, Goethe e dei fratelli Grimm può dare le soddisfazioni di uno straordinario romanzo, traboccante di storie, di musica e silenzio e di innumerevoli colori.
1) Berlino è un libro di storia. Dal Medioevo ai fasti prussiani, dalle cadute novecentesche all’architettura del ventunesimo secolo.
2) Berlino respira a pieni polmoni: parchi, placide acque, passeggiate fra i pini, isole dei pavoni.
3) La campagna dalle Alpi bavaresi fino alle coste baltiche. Innumerevoli chilometri di lisce strisce di seta, immerse in un’aria pastello.
4) Il ghiaccio che imprigiona il mare in una enorme perla opalescente.
5) Il viaggio della musica nel cuore di Lipsia sulle tracce di Bach, Mendelssohn e delle voci bianche.
6) Il miracolo della ricostruzione: presente, passato e futuro nelle sale della pinacoteca di Dresda.
7) Il fascino misterioso delle città dal passato anseatico. Le guglie dei Rathaus di Lubecca, Amburgo, Rostock, Stralsund, Halle, Brema.
8) Weimar. I pensieri di Schiller, i sospiri di Goethe, la dolcezza di un mondo sospeso.
9) I parchi naturali protetti sparsi per tutto il Paese e punteggiati di biciclette che scivolano verso un cielo color fenicottero.
10) Il Neckar, Heidelberg, Tubinga. I pleniluni di Hölderin. Il Romanticismo tedesco.

18 febbraio 2014

L'età dell'innocenza

Un po’ delusa dal libro di cui ho parlato nel mio ultimo post, che non rende a Edith Wharton i suoi meriti letterari, ho riletto L’età dell’innocenza, il capolavoro della scrittrice americana. Incantandomi per ogni singola parola, ho trovato un romanzo che raggiunge la magnificenza dello stile, della trama, dell'introspezione psicologica, dell'intreccio di temi molteplici e diversissimi che pure confluiscono in un ritratto sociale unico, omogeneo e di respiro ineguagliabile. Ho rivisto anche il film omonimo che Martin Scorsese ne ha tratto nel 1993, e l'ho ammirato per il suo essere una trasposizione quasi perfetta. Se si esclude la discutibile (ai fini della rappresentazione di uno dei temi che descrivo in seguito) scelta di affidare il ruolo di Madame Olenska a un'attrice bionda (Michelle Pfeiffer) e quello di May Welland Archer a una bruna (Wynona Ryder), ribaltando così la coppia cromatica decisa da Wharton, il film è una devota "resa per immagini" delle pagine del romanzo. La voce narrante (in italiano è quella fatalmente suggestiva di Maria Pia Di Meo) è esterna e le sue parole sono proprio quelle del libro; i movimenti dei personaggi in scena, anche i più lievi e apparentemente insignificanti, sono esattamente quelli descritti sulla carta, perché in questo romanzo non c'è un solo dettaglio che sia superfluo o indipendente dallo sviluppo della storia.
Uno dei motivi fondamentali del libro, cui il film obbedisce con estrema cura, quasi con voluttà, è l'esposizione  delle "cose" (oggetti d'arte, gioielli, articoli di abbigliamento o di arredamento e mille altri accessori) che sono il simbolo più immediatamente riconoscibile della ricchezza del ceto sociale cui il protagonista, Newland Archer, appartiene. A partire dai titoli di testa, che sfilano sullo sfondo di una profusione di fioriture artificiali di stoffa e di pizzo, ci sentiamo immergere nell'opulenza e nel lusso: quadri, divani damascati, sculture in marmo, bracciali, zaffiri che pesano sulle dita delle donne, incredibili, serpentini e quasi mostruosi strascichi di seta pesante, guanti ornati di file di bottoni, fermagli per capelli, spille di diamanti, tagliasigari, panciotti preziosi, orologi d'oro, servizi d'argento e porcellane dipinte. Questa ricchezza, subito ostentata, ha l'effetto di togliere immediatamente valore alla parola "innocenza" che troneggia nel titolo del libro (tratto da un dipinto di Joshua Reynolds). Questa storia d'amore, come vedremo, non ha nulla di innocente, e non solo perché è la storia di un potenziale adulterio, ma perché è il pretesto per dipingere il ritratto di una società che, a dispetto delle sue convinzioni, rassicurazioni ed espressioni d'orgoglio, l'innocenza l'ha decisamente perduta.
I temi più importanti del romanzo convergono tutti nell'identificare questa perdita. La patina di "decoro" su cui tutti i personaggi insistono dall'inizio alla fine delle loro esistenze (Scorsese dichiarò in una intervista che per lui "il decoro doveva diventare uno dei personaggi") copre, ma come una lastra di ghiaccio trasparente, un piccolo mondo dominato dalla spietatezza. Scrive Wharton: Poche cose sembravano a Newland Archer più terribili di un'offesa al "Gusto", quella divinità remota di cui la "Forma" era la mera rappresentante visibile. Il fine ultimo del libro è quello di esplorare le tensioni esistenti tra la Natura (i sentimenti, gli affetti, le pulsioni) e la Cultura (il decoro, la forma, i doveri, il rispetto dei valori domestici), incarnata nella Famiglia e nel Tribunale: non a caso, Archer è un avvocato, che però percepisce l'inutilità della propria professione in una società in cui le tradizioni vantano un potere persino superiore a quello della legge.
Questa sovranità della Cultura ha inevitabilmente un effetto trasformante sulla società e sui suoi abitanti, che abituati a anni, a secoli, di silenziosa subordinazione alla sua autorità sono scivolati in una vita del tutto artificiale (come i fiori dei titoli di testa di Scorsese). Il romanzo si apre in un teatro, dove poi tornerà, in occasione del medesimo dramma e della medesima scena, quando la tragedia del protagonista sarà prossima al compimento (la struttura circolare è gestita superbamente dall'autrice), e il teatro è il simbolo dell'artificialità, perché un palcoscenico è anche l'angusto spazio del panoptikòn, esposto allo sguardo, alla sorveglianza e ai commenti di chiunque, in cui si svolge l'esistenza personale dei personaggi. Dichiara Ellen Olenska, la "straniera": Non c'è un posto, in una casa americana, in cui si possa essere se stessi? Voi siete così timidi, eppure così pubblici. Mi sento sempre come se fossi [...] su un palcoscenico, di fronte a un pubblico tremendamente educato che non applaude mai.
Ellen, che Newland ama appassionatamente, è diversa dalle altre donne di New York, la cui "innocenza" è costituita da una serenità vacua, da una desiderata ignoranza e da una purezza rappresentata dagli abiti che indossano. Il suo contraltare è May, la moglie di Newland, personificazione di questo tipo di tradizionale femminilità: E se la "piacevolezza", portata al suo grado estremo, fosse solo una negazione, un sipario calato davanti alla vacuità? Guardando May [...] egli ebbe l'impressione di non aver mai sollevato quel sipario. L'analisi e l'esplorazione reale dei sentimenti e degli intendimenti altrui non è accettata nella New York in cui le donne debbono rimanere ignoranti e silenziose. E' questo un mondo in cui la comunicazione avviene per ellissi, tramite segnali non scritti, ma innati nei membri dell'alta società (cui May obbedisce con facilità ma che Ellen non conosce, firmando così la propria rovina), che vietano la sincerità e vincolano a un senso di inespressività troppo doloroso per Archer: Essi vivevano tutti in una sorta di mondo geroglifico, dove ciò che era reale non veniva mai detto o fatto e neppure pensato, ma era semplicemente rappresentato attraverso un sistema di segni arbitrari.
In questo romanzo Wharton si fa esaminatrice scientifica del costume sociale, e redige un rapporto antropologico. Lo fa con l'ostracismo del linguaggio - le parole usate dai suoi personaggi non comunicano, non esprimono, ma alludono e rimandano - e con la reiterazione del concetto di primitività. L'idea di un ethnos dai confini invalicabili incarnata in una vera e propria forma "tribale" costituisce l'identità di Archer, di May e degli altri rami dei loro complessi alberi genealogici. Il matrimonio è inteso come uno scambio di proprietà della donna da un nucleo familiare all'altro, destinato unicamente alla generazione dei figli (May, nella sua perfezione, non si sottrae nemmeno a questo dovere primitivo imposto dalla tradizione) e Scorsese lo rappresenta in un quadro, appeso a casa di Mrs. Mingott, in cui si vede una giovane trascinata per i capelli da un selvaggio pronto, evidentemente, a impadronirsi di lei. Ma l'aspetto violento dell'appartenenza tribale, raffigurato con una schiettezza scioccante nell'abito da sposa di May, infangato e stracciato la sera in cui la crisi coniugale raggiunge il suo culmine, viene portato sulla scena in occasione della cena offerta dai coniugi Archer per salutare Ellen Olenska, che il giorno dopo lascerà New York alla volta di una nuova vita in Europa. C'erano cose che andavano fatte, e se fatte, andavano fatte bene e fino in fondo; e una di queste, nel codice della vecchia New York, era il raduno tribale intorno a un'appartenente della famiglia che stava per essere eliminata dalla tribù. Questa cena allucinante, durante la quale Archer si rende conto che tutta la gente "che conta", sua moglie compresa, è a conoscenza del suo amore per Madame Olenska, è il palcoscenico su cui si consuma, a beneficio della tranquillità sociale, l'allontanamento del corpo estraneo, di Ellen, che in quanto pharmakòs (capro espiatorio) deve essere necessariamente eliminata per riabilitare la civiltà progredita minacciata dal germe della degradazione morale.
L'età dell'innocenza è il romanzo dello studio antropologico basato sull'analisi dei contrasti: il falso e il vero, il non detto e il detto, la Cultura e la Natura, l'omologazione (Archer) e la ribellione (Ellen), la moglie e l'amante, il decoro e la diversità, il bianco e il nero. Nel libro, May è bionda, e spesso vestita di bianco; Ellen ha i capelli scuri, e i suoi tratti, oltre che il suo passato di moglie di un conte europeo, sono spesso assimilati all'esotico, allo straniero, ai colori della passione. May Welland, con il suo abito candido e un nastro verde chiaro intorno alla vita [...] aveva la stessa freddezza di una Diana che aveva dimostrato, entrando nella sala da ballo dei Beaufort, la sera in cui era stato annunciato il suo fidanzamento. [...] [Da bambina] Ellen vestiva di merino cremisi e portava perle d'ambra, come una trovatella zingara. Possedeva qualità esotiche, come la danza degli scialli spagnola e le canzoni d'amore napoletane accompagnate alla chitarra. Senza dubbio non poteva conseguirne niente di buono.
Contrariamente alla tradizione manichea della luce e del buio, questo romanzo, straordinario ritratto della modernità, individua nell'oscurità di Ellen le "buone" qualità della sincerità, della schiettezza, dell'amore visibile; e nell'imperturbabile candore, gli occhi trasparenti e il sorriso spartano di May un mondo di valori spaventoso e claustrofobico, rappresentato in figure di morte, di vecchiaia, di abiti bianchi, del ghiaccio e della neve della tenuta dei Van der Luyden. Secondo Melville, dopotutto, l'incarnazione del male è una balena bianca, simbolo dell'ignota mostruosità del vuoto. Nella New York degli anni settanta dell'Ottocento la balena non è una bestia da cacciare, ma una creatura morta, le cui vestigia sono usate per soffocare il corpo delle donne, che indossavano una stretta armatura di seta e stecche di balena, con le maniche lunghe, la cui leggera apertura sul collo era riempita di balze di pizzo. Invece Madame Olenska, incurante della tradizione, indossava un lungo abito di velluto rosso [che lasciava] le braccia nude.

5 febbraio 2014

L'età del desiderio

Parafrasando il titolo del (forse) più celebre libro di Edith Wharton, L'età dell'innocenza, Jennie Fields racconta, romanzandola, una parte della biografia della scrittrice americana in L'età del desiderio, pubblicato in Italia da Neri Pozza con la traduzione di Laura Prandino.
Nel sito internet di Fields (http://jenniefields.com/), il libro, basato sulla corrispondenza privata tra Wharton e Anna Bahlmann, è descritto come "un romanzo sontuoso e coinvolgente ambientato nei primi anni del ventesimo secolo, [che racconta] la storia della relazione adulterina e del risveglio sessuale della scrittrice quarantacinquenne Edith Wharton con il giornalista Morton Fullerton. Questa relazione incide sulla vita di diverse persone, incluso il marito di lei, Teddy, un inetto dalle buone intenzioni, e la fedele segretaria e cara amica Anna Bahlmann. Ambientato soprattutto a Parigi, il libro cattura l'età dei saloni letterari, delle automobili condotte dall'autista, degli incontri celati in caffè segreti, della devastante alluvione di Parigi del 1910 e degli oscuri primordi della Grande Guerra."
Tutto vero, ma la bellezza del libro sta altrove. Gli aspetti elencati in questa descrizione costituiscono l'armatura della storia, ma non sono, a mio parere, i più riusciti. Lo spiantato libertino Fullerton non ha nulla del personaggio intrigante e indimenticabile che dovrebbe giustificare la smodata passione della scrittrice; lei stessa appare purtroppo come una figura bidimensionale, troppo spiccatamente egoista (quasi indifferente alla malattia del marito, riconosciuta in seguito come una sindrome maniaco-depressiva), una donna la cui inquietudine non riesce a scavare nel profondo e a restituirci un ritratto autentico. Sorge spontanea una domanda: valeva la pena rendere pubblica la corrispondenza privata della scrittrice se il risultato che ne deriva è un'immagine di lei così scialba e soprattutto "funzionale" a un racconto che ambisce più che altro a essere pruriginoso? Che ne è dello straordinario talento creativo e psicologico di colei che vinse, prima donna in assoluto, il Premio Pulitzer, e che fu giudicata fra i più brillanti scrittori della sua generazione (e non solo)? Era davvero necessario scoprire questa parte della sua vita, quasi per affermare che le altezze della sua arte ne fossero la diretta conseguenza?
A molti interessa la biografia dei grandi autori, perché spesso conoscerla significa comprendere la loro opera, interpretare i loro silenzi, scavare nelle difficoltà compositive per scoprire un messaggio di grande portata - estetica, morale o spirituale che sia. Trovo che in questo caso la rappresentazione romanzata della privacy di Wharton sia stata superflua.
Sono invece molto riuscite le rievocazioni degli ambienti: gli arredamenti delle case parigine, il fulgore delle passeggiate nel centro della città, la bellezza mozzafiato, perché travolgente e selvaggia, della dimora americana dei Wharton. Altrettanto intelligenti sono i cammei del bonario e caro amico della scrittrice, Henry James, e il racconto della storia personale della ex-governante e poi segretaria della scrittrice, Anna Bahlmann. Il suo personaggio è un buon ritratto femminile, più intenso e meno facile da dimenticare di quello della protagonista. La quale, invece, è stata un'autrice benedetta dal genio, e forse meritava molto più di questa tiepida immagine di repressione, di noia e di vacuità.
 
 


29 gennaio 2014

La cantina

Lo spunto per questo lungo monologo senza respiro viene al suo autore, Thomas Bernhard, da una notizia pubblicata sul giornale, la quale recita che le autorità di Salisburgo hanno deliberato la demolizione del malfamato quartiere di Scherzhauserfeld. Di qui viene rievocata una parentesi di vita tardo-adolescenziale che ha significato per l’autore una autentica svolta, dalla infelicità cronica alla speranza del compimento del proprio io. La risoluzione intrapresa è più volte descritta sotto forma di facili ed esplicite simbologie, come il dietrofront nella Reichenhalle Straße, e soprattutto acquista potenza linguistica nella reiterazione delle parole “nella direzione opposta”. Scherzhauserfeld, “Salzburger Volksblatt”, è infatti nella direzione opposta rispetto a qualunque aspetto della vita insoddisfatta del giovane: non è “lontano, ma proprio nella direzione opposta” rispetto alla casa del consigliere governativo (l’autorità) e rispetto al ginnasio (le istituzioni), cioè alla cultura intesa come sciorinamento di nozioni adatte solo a “macchine per imparare”. La cantina del signor Podlaha rappresenta il contrario di tutto ciò che è “bene”, in un mondo sbrindellato che è sopravvissuto alla guerra solo per soccombere ad una fine ancor meno dignitosa. Il popolo di Scherzhauserfeld, ridotto alla fame e all’emarginazione, è accomunato dal medesimo destino di alcool, di delitti, di fallimenti e di suicidi, e quegli edifici macilenti sono costruiti solo “al fine di distruggere e compromettere coloro che vi abitavano, e nella [loro] monotonia e laidezza ogni animo sensibile quale che fosse non poteva che guastarsi e spegnere e perire”. È il contatto impietoso con questa anticamera dell’inferno a risvegliare nel giovane il senso della propria utilità, che il ginnasio aveva soffocato. Nel ritmo concitato del lavoro alla cantina, sommerso perpetuamente dalla cose “da fare”, eppure sempre disposto ad ascoltare le stremate voci della guerra e i silenzi di chi invece non vuole ricordare – e se ne va dalla cantina, più mutilato nel cuore di tutti gli altri – egli può darsi un po’ di pace, dimenticare la sua orrida esistenza casalinga, dimenticare l’urlo dello smarrimento epocale che lascia franare tutto intorno a sé. Ma nessuna felicità alberga in queste righe. Neppure quando ricorda le sue lezioni di canto, sebbene esse fossero così importanti per lui. Il narratore corre – con un linguaggio spesso frenetico, talvolta esausto, ma incapace di riposo – verso la stesura dell’ultimo messaggio, tanto laconico quanto brutale: “Tutti qualche volta alziamo la testa credendo di dover dire la verità o quella che sembra la verità, e poi di nuovo la incassiamo nelle spalle. Questo è tutto”.

19 gennaio 2014

Lettere di Elizabeth Gaskell

Carissimi lettori, da oggi potete trovare su Facebook una nuova pagina, dedicata alla scrittura epistolare di Elizabeth Gaskell. Nelle sue centinaia di lettere, inviate alle figlie, agli amici, agli editori, e a tante vere personalità vittoriane, troviamo il ritratto di una donna dal multiforme ingegno, sempre molto occupata e soprattutto piena di entusiasmo per la gente, per i luoghi, per la vita. Su Lettere di Elizabeth Gaskell troverete brani in traduzione italiana tratti dal suo epistolario, finora mai pubblicato nella nostra lingua. Questa autrice, che di recente sta vivendo un giustissimo revival anche nel nostro Paese, merita davvero di essere conosciuta! Buona lettura!

7 gennaio 2014

I gioielli della letteratura

Chi mi conosce sa quanto io ami gli oggetti che rievocano un tempo passato. Ricordo di aver cominciato ad affezionarmi alla cultura e alle atmosfere di età vittoriana quando, da bambina, lessi per la prima volta Piccole donne. C’era qualcosa in quel libro, forse la pace di quel salotto stipato di libri, o la purezza della neve del giardino dei Lawrence, o quel Grand Tour in Europa fatto di finissima porcellana e di delicati acquerelli, che già allora costituiva un’attrazione fortissima, una specie di avvincente sortilegio. Quando, lo scorso Natale, scartando un minuscolo pacchettino rosso ho scoperto un paio di orecchini di granati, l’incantesimo è tornato, e in quella pietra intensa e scura ho trovato racchiusa tutta l’eleganza del più magnifico Ottocento.
Sono corsa dunque a sfogliare il romanzo, alla ricerca del passo che, ne ero sicura, conteneva un riferimento proprio a questa pietra (che ho scoperto anche essere la gemma associata al mese di gennaio): ero certa che la protagonista dell'episodio fosse Amy, perché delle quattro sorelle ella è la più sensibile al fascino degli oggetti preziosi. Ed ecco, infatti, il brano (trad. di A.M. Speckel): "Amy si divertiva soprattutto con uno stipo indiano, pieno di strani cassetti, simili a nicchie di colombaie, di ripostigli segreti nei quali erano conservati ornamenti di ogni genere, alcuni preziosi, altri soltanto curiosi, tutti più o meno antichi. Osservare e mettere in ordine questi oggetti rappresentava per Amy una grande soddisfazione, specialmente il reparto dei gioielli, dove, su cuscinetti di velluto, stavano collocati gli oggetti che avevano ornato una bellezza di quarant'anni fa. Vi si trovavano la parure di granate che la zia March portava quando entrò in società; le perle che il padre le aveva regalato il giorno delle nozze, i brillanti offerti dal fidanzato, gli anelli e le spille di gaietto, i bizzarri medaglioni, [...] i braccialetti portati dalla sua unica figliola, l'orologio dello zio March." Ripensandoci, ho l'impressione che anche la mia passione per stipi, scrigni e cassetti sia nata su queste righe....
La presenza di oggetti che racchiudono un valore sentimentale, oltre che intrinseco, contraddistingue moltissimi romanzi: in tante storie (nate specialmente in quel lungo Ottocento, teatro di una cultura in cui il concetto di proprietà iniziava a imporsi prepotentemente su tutti gli altri ideali), siano esse realistiche o fantasy, di carattere storico o psicologico, ci accorgiamo che capi di abbigliamento o articoli di arredamento, oggetti d'arte, penne, fiori essiccati, naturalmente libri e pietre preziose acquisiscono una grande importanza per la caratterizzazione dei personaggi e per lo sviluppo delle loro vicende. Ho frugato nella memoria alla ricerca di opere in cui, tra tutti i possibili oggetti, fossero i gioielli a rivestire un ruolo di particolare rilevanza. L'elenco che segue costituisce naturalmente solo una parte infinitesimale dei libri appartenenti a questa categoria. Se vi va, aiutatemi a compilarla con i vostri ricordi!
Ho pensato, subito, perché il titolo è già un aiuto, a La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier: "'Lo sai,' mormorò, 'che il quadro ne ha bisogno, ha bisogno della luce riflessa della perla. Altrimenti non è completo.' Lo sapevo. Non l'avevo osservato a lungo [...] eppure avevo capito che era indispensabile l'orecchino di perla. Senza di esso c'erano solo i miei occhi, la mia bocca, lo scollo della camicia, la zona buia dietro il mio orecchio, ma come pezzi separati e indipendenti. L'orecchino li avrebbe legati, avrebbe fatto sì che il quadro fosse perfetto." (trad. di L. Pugliese.)
Un esempio di spilla
di giaietto
In Possessione di Antonia Byatt, durante l'escursione compiuta a Whitby sulle tracce dei due poeti amanti, Roland e Maud si imbattono nella vetrina di "Hobbs e Bell, monili in gaietto". Il gaietto (o giaietto), tipico della città di Whitby, è una varietà di lignite molto fragile e brillante, e in epoca vittoriana veniva usato specialmente in segno di lutto, per il suo colore scuro e il suo aspetto modesto - fu la pietra prediletta dalla Regina Vittoria nei lunghi anni della sua vedovanza. Si legge, in Possessione: "La parte centrale della vetrina era come un forziere sballottato dalle onde, un mucchio polveroso di spille, braccialetti, anelli su screpolati cartoncini di velluto, cucchiaini da tè, tagliacarte, calamai e un assortimento di opache conchiglie morte. [...] Roland studiava un cartoncino di spille e anelli apparentemente ricavati da fili di seta intrecciati e ricamati, alcuni orlati di giaietto, altri guarniti di perle. 'Questo è carino. Giaietto e perle e seta.' 'Oh, non è seta, signore. Sono capelli. E' un altro modo di ricordare i defunti, con i capelli [...] Guardi - un braccialetto con un bel fermaglio a forma di cuore, un lavoro delicatissimo, fatto di capelli bruni. [...] E' oro massiccio, diciotto carati, costoso per l'epoca, quando trovavi princisbecco e cose simili.'" (trad. di A. Nadotti e F. Galuzzi.) Per la cronaca, il princisbecco è un bronzo con elevato tenore di zinco, stagno e lega di rame, molto simile all'oro.
Una spilla in cui sono intrecciate le ciocche di capelli dei parenti amati è decisiva per le sorti della piccola Nell, protagonista di Il giardino dei segreti di Kate Morton: "All'interno vi era una spilla grande almeno come una moneta da un penny. Il bordo era decorato da una corona di gemme scintillanti, rosse, verdi e soprattutto bianche." (trad. di A.E. Giagheddu.)
Le croci di topazio donate
da Charles Austen alle sorelle
Jane Austen, che ricevette in dono dal fratello Charles una catenina d'oro con appesa una croce di topazio, rende omaggio a questo gioiello in Mansfield Park, dove la sera del ballo in suo onore Fanny indossa "il quasi unico ornamento in suo possesso, una croce di ambra molto graziosa che [il fratello] William le aveva portato dalla Sicilia." (trad. di G. Ierolli.)
In Nord e sud di Elizabeth Gaskell, Thornton è quasi ammaliato dai movimenti di un bracciale indossato da Margaret, che attira la sua attenzione sulla pelle di lei: "Se ne stava davanti al tavolo da tè vestita con un bellissimo abito rosato di mussola. [...] sembrava voler occuparsi soltanto delle tazze da tè, che porse via via con le sue mani d'avorio, nella più bella e silenziosa delicatezza. Indossava anche un bracciale, [...] e il signor Thornton [...] sembrava affascinato da come il bracciale seguiva i movimenti impazienti della sua proprietaria, e come poi si fermava tra la sua carne morbida, per poi ricadere nuovamente giù sul suo polso." (trad. di L. Pecoraro.)
Edith Wharton fece del suo L'età dell'innocenza un simbolo degli sfarzi di una società ancora legata a un'apparenza di ingenuità e (forse) inconsapevole della sua imminente caduta; il romanzo dunque abbonda di riferimenti a gioielli: le pagine brillano dei riflessi delle collane di diamanti, delle perle, degli smeraldi, dei massicci orologi, dell'anello di fidanzamento di May. Ma il gioiello più conturbante è il bracciale di Madame Olenska: "Arrivò piuttosto tardi, con una mano ancora senza il guanto, e intenta a chiudersi un bracciale intorno al polso." Questo accenno di negligenza, entrando in una stanza dove tutta l'élite di New York la sta aspettando, fa di Ellen la personificazione della trasgressione e, per Archer, della passione senza controllo.
Naturalmente, i gioielli rivestono un ruolo molto importante nelle storie che hanno per protagonisti i più celebri sleuth (segugi) della storia della letteratura: Poirot conosce un solo amore nella sua vita, la contessa Vera Rossakoff, ladra di gioielli, che l'investigatore belga incontra nel racconto The Double Clue (Doppio indizio), in The Big Four (Poirot e i quattro) e in The Labours of Hercules (Le fatiche di Hercule). Anche Sherlock Holmes si ritrova a indagare sul mistero di una pietra preziosa, il carbonchio azzurro, in The Adventure of the Blue Carbuncle. Holmes ne parla in questi termini: "'E' perfetta,' disse. 'Guardate come scintilla, Watson! E' naturale che susciti intenzioni delittuose. Accade sempre così quando ci sono di mezzo pietre di un simile valore. [...] Nei gioielli più antichi e famosi direi che ogni sfaccettatura rispecchia un episodio sanguinoso. Questo carbonchio [...] ha tutte le caratteristiche del carbonchio, salvo una, quella che lo rende tanto prezioso: è azzurro invece che rosso rubino.' [...] Holmes aprì la cassaforte e ne estrasse il carbonchio azzurro che scintillava come una stella, emanando una luce fredda, stupenda."
John Singer Sargent, Portrait
of Helen Vincent, Viscountess
D'Abernon (1904) 
Per concludere, cito un episodio cruciale di Le ali della colomba di Henry James; un passo in cui la "colomba" Milly (che per certi versi ricorda un po' la May di L'età dell'innocenza) appare in tutto il suo bianco splendore. Le perle sono il gioiello che maggiormente si adatta a lei in questa circostanza, sia per il loro fulgore candido - simbolo di una fredda purezza - sia perché, come vuole una certa tradizione, ricordano la forma delle lacrime: "Kate insistette: 'Tutto le sta a meraviglia, in specie le perle. Vanno così bene con i suoi merletti antichi.' [...] Per quanto consapevole di averle già viste, forse Densher non le aveva guardate mai, e quindi non aveva ancora reso giustizia appieno a quella poesia incarnata [...] che comunicava al gioiello tanta parte del suo stile [...]: la lunga collana d'inestimabile valore, girata due volte intorno al collo, pendeva pesante e pura sul petto di Milly." E' proprio dopo questa descrizione che avviene il dialogo fatale fra i due amanti, quello in cui l'autore disvela le oscurità del loro animo; e proprio in quel momento, nella sua rivelatoria luminosità, "Milly, all'altra estremità della sala, li notò per caso [...] e mandò loro in risposta tutto il candore del suo sorriso, lo splendore delle sue perle, il valore della sua vita, l'essenza della sua ricchezza." (trad. di B. Boffito Serra.)