5 febbraio 2014

L'età del desiderio

Parafrasando il titolo del (forse) più celebre libro di Edith Wharton, L'età dell'innocenza, Jennie Fields racconta, romanzandola, una parte della biografia della scrittrice americana in L'età del desiderio, pubblicato in Italia da Neri Pozza con la traduzione di Laura Prandino.
Nel sito internet di Fields (http://jenniefields.com/), il libro, basato sulla corrispondenza privata tra Wharton e Anna Bahlmann, è descritto come "un romanzo sontuoso e coinvolgente ambientato nei primi anni del ventesimo secolo, [che racconta] la storia della relazione adulterina e del risveglio sessuale della scrittrice quarantacinquenne Edith Wharton con il giornalista Morton Fullerton. Questa relazione incide sulla vita di diverse persone, incluso il marito di lei, Teddy, un inetto dalle buone intenzioni, e la fedele segretaria e cara amica Anna Bahlmann. Ambientato soprattutto a Parigi, il libro cattura l'età dei saloni letterari, delle automobili condotte dall'autista, degli incontri celati in caffè segreti, della devastante alluvione di Parigi del 1910 e degli oscuri primordi della Grande Guerra."
Tutto vero, ma la bellezza del libro sta altrove. Gli aspetti elencati in questa descrizione costituiscono l'armatura della storia, ma non sono, a mio parere, i più riusciti. Lo spiantato libertino Fullerton non ha nulla del personaggio intrigante e indimenticabile che dovrebbe giustificare la smodata passione della scrittrice; lei stessa appare purtroppo come una figura bidimensionale, troppo spiccatamente egoista (quasi indifferente alla malattia del marito, riconosciuta in seguito come una sindrome maniaco-depressiva), una donna la cui inquietudine non riesce a scavare nel profondo e a restituirci un ritratto autentico. Sorge spontanea una domanda: valeva la pena rendere pubblica la corrispondenza privata della scrittrice se il risultato che ne deriva è un'immagine di lei così scialba e soprattutto "funzionale" a un racconto che ambisce più che altro a essere pruriginoso? Che ne è dello straordinario talento creativo e psicologico di colei che vinse, prima donna in assoluto, il Premio Pulitzer, e che fu giudicata fra i più brillanti scrittori della sua generazione (e non solo)? Era davvero necessario scoprire questa parte della sua vita, quasi per affermare che le altezze della sua arte ne fossero la diretta conseguenza?
A molti interessa la biografia dei grandi autori, perché spesso conoscerla significa comprendere la loro opera, interpretare i loro silenzi, scavare nelle difficoltà compositive per scoprire un messaggio di grande portata - estetica, morale o spirituale che sia. Trovo che in questo caso la rappresentazione romanzata della privacy di Wharton sia stata superflua.
Sono invece molto riuscite le rievocazioni degli ambienti: gli arredamenti delle case parigine, il fulgore delle passeggiate nel centro della città, la bellezza mozzafiato, perché travolgente e selvaggia, della dimora americana dei Wharton. Altrettanto intelligenti sono i cammei del bonario e caro amico della scrittrice, Henry James, e il racconto della storia personale della ex-governante e poi segretaria della scrittrice, Anna Bahlmann. Il suo personaggio è un buon ritratto femminile, più intenso e meno facile da dimenticare di quello della protagonista. La quale, invece, è stata un'autrice benedetta dal genio, e forse meritava molto più di questa tiepida immagine di repressione, di noia e di vacuità.
 
 


29 gennaio 2014

La cantina

Lo spunto per questo lungo monologo senza respiro viene al suo autore, Thomas Bernhard, da una notizia pubblicata sul giornale, la quale recita che le autorità di Salisburgo hanno deliberato la demolizione del malfamato quartiere di Scherzhauserfeld. Di qui viene rievocata una parentesi di vita tardo-adolescenziale che ha significato per l’autore una autentica svolta, dalla infelicità cronica alla speranza del compimento del proprio io. La risoluzione intrapresa è più volte descritta sotto forma di facili ed esplicite simbologie, come il dietrofront nella Reichenhalle Straße, e soprattutto acquista potenza linguistica nella reiterazione delle parole “nella direzione opposta”. Scherzhauserfeld, “Salzburger Volksblatt”, è infatti nella direzione opposta rispetto a qualunque aspetto della vita insoddisfatta del giovane: non è “lontano, ma proprio nella direzione opposta” rispetto alla casa del consigliere governativo (l’autorità) e rispetto al ginnasio (le istituzioni), cioè alla cultura intesa come sciorinamento di nozioni adatte solo a “macchine per imparare”. La cantina del signor Podlaha rappresenta il contrario di tutto ciò che è “bene”, in un mondo sbrindellato che è sopravvissuto alla guerra solo per soccombere ad una fine ancor meno dignitosa. Il popolo di Scherzhauserfeld, ridotto alla fame e all’emarginazione, è accomunato dal medesimo destino di alcool, di delitti, di fallimenti e di suicidi, e quegli edifici macilenti sono costruiti solo “al fine di distruggere e compromettere coloro che vi abitavano, e nella [loro] monotonia e laidezza ogni animo sensibile quale che fosse non poteva che guastarsi e spegnere e perire”. È il contatto impietoso con questa anticamera dell’inferno a risvegliare nel giovane il senso della propria utilità, che il ginnasio aveva soffocato. Nel ritmo concitato del lavoro alla cantina, sommerso perpetuamente dalla cose “da fare”, eppure sempre disposto ad ascoltare le stremate voci della guerra e i silenzi di chi invece non vuole ricordare – e se ne va dalla cantina, più mutilato nel cuore di tutti gli altri – egli può darsi un po’ di pace, dimenticare la sua orrida esistenza casalinga, dimenticare l’urlo dello smarrimento epocale che lascia franare tutto intorno a sé. Ma nessuna felicità alberga in queste righe. Neppure quando ricorda le sue lezioni di canto, sebbene esse fossero così importanti per lui. Il narratore corre – con un linguaggio spesso frenetico, talvolta esausto, ma incapace di riposo – verso la stesura dell’ultimo messaggio, tanto laconico quanto brutale: “Tutti qualche volta alziamo la testa credendo di dover dire la verità o quella che sembra la verità, e poi di nuovo la incassiamo nelle spalle. Questo è tutto”.

19 gennaio 2014

Lettere di Elizabeth Gaskell

Carissimi lettori, da oggi potete trovare su Facebook una nuova pagina, dedicata alla scrittura epistolare di Elizabeth Gaskell. Nelle sue centinaia di lettere, inviate alle figlie, agli amici, agli editori, e a tante vere personalità vittoriane, troviamo il ritratto di una donna dal multiforme ingegno, sempre molto occupata e soprattutto piena di entusiasmo per la gente, per i luoghi, per la vita. Su Lettere di Elizabeth Gaskell troverete brani in traduzione italiana tratti dal suo epistolario, finora mai pubblicato nella nostra lingua. Questa autrice, che di recente sta vivendo un giustissimo revival anche nel nostro Paese, merita davvero di essere conosciuta! Buona lettura!

7 gennaio 2014

I gioielli della letteratura

Chi mi conosce sa quanto io ami gli oggetti che rievocano un tempo passato. Ricordo di aver cominciato ad affezionarmi alla cultura e alle atmosfere di età vittoriana quando, da bambina, lessi per la prima volta Piccole donne. C’era qualcosa in quel libro, forse la pace di quel salotto stipato di libri, o la purezza della neve del giardino dei Lawrence, o quel Grand Tour in Europa fatto di finissima porcellana e di delicati acquerelli, che già allora costituiva un’attrazione fortissima, una specie di avvincente sortilegio. Quando, lo scorso Natale, scartando un minuscolo pacchettino rosso ho scoperto un paio di orecchini di granati, l’incantesimo è tornato, e in quella pietra intensa e scura ho trovato racchiusa tutta l’eleganza del più magnifico Ottocento.
Sono corsa dunque a sfogliare il romanzo, alla ricerca del passo che, ne ero sicura, conteneva un riferimento proprio a questa pietra (che ho scoperto anche essere la gemma associata al mese di gennaio): ero certa che la protagonista dell'episodio fosse Amy, perché delle quattro sorelle ella è la più sensibile al fascino degli oggetti preziosi. Ed ecco, infatti, il brano (trad. di A.M. Speckel): "Amy si divertiva soprattutto con uno stipo indiano, pieno di strani cassetti, simili a nicchie di colombaie, di ripostigli segreti nei quali erano conservati ornamenti di ogni genere, alcuni preziosi, altri soltanto curiosi, tutti più o meno antichi. Osservare e mettere in ordine questi oggetti rappresentava per Amy una grande soddisfazione, specialmente il reparto dei gioielli, dove, su cuscinetti di velluto, stavano collocati gli oggetti che avevano ornato una bellezza di quarant'anni fa. Vi si trovavano la parure di granate che la zia March portava quando entrò in società; le perle che il padre le aveva regalato il giorno delle nozze, i brillanti offerti dal fidanzato, gli anelli e le spille di gaietto, i bizzarri medaglioni, [...] i braccialetti portati dalla sua unica figliola, l'orologio dello zio March." Ripensandoci, ho l'impressione che anche la mia passione per stipi, scrigni e cassetti sia nata su queste righe....
La presenza di oggetti che racchiudono un valore sentimentale, oltre che intrinseco, contraddistingue moltissimi romanzi: in tante storie (nate specialmente in quel lungo Ottocento, teatro di una cultura in cui il concetto di proprietà iniziava a imporsi prepotentemente su tutti gli altri ideali), siano esse realistiche o fantasy, di carattere storico o psicologico, ci accorgiamo che capi di abbigliamento o articoli di arredamento, oggetti d'arte, penne, fiori essiccati, naturalmente libri e pietre preziose acquisiscono una grande importanza per la caratterizzazione dei personaggi e per lo sviluppo delle loro vicende. Ho frugato nella memoria alla ricerca di opere in cui, tra tutti i possibili oggetti, fossero i gioielli a rivestire un ruolo di particolare rilevanza. L'elenco che segue costituisce naturalmente solo una parte infinitesimale dei libri appartenenti a questa categoria. Se vi va, aiutatemi a compilarla con i vostri ricordi!
Ho pensato, subito, perché il titolo è già un aiuto, a La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier: "'Lo sai,' mormorò, 'che il quadro ne ha bisogno, ha bisogno della luce riflessa della perla. Altrimenti non è completo.' Lo sapevo. Non l'avevo osservato a lungo [...] eppure avevo capito che era indispensabile l'orecchino di perla. Senza di esso c'erano solo i miei occhi, la mia bocca, lo scollo della camicia, la zona buia dietro il mio orecchio, ma come pezzi separati e indipendenti. L'orecchino li avrebbe legati, avrebbe fatto sì che il quadro fosse perfetto." (trad. di L. Pugliese.)
Un esempio di spilla
di giaietto
In Possessione di Antonia Byatt, durante l'escursione compiuta a Whitby sulle tracce dei due poeti amanti, Roland e Maud si imbattono nella vetrina di "Hobbs e Bell, monili in gaietto". Il gaietto (o giaietto), tipico della città di Whitby, è una varietà di lignite molto fragile e brillante, e in epoca vittoriana veniva usato specialmente in segno di lutto, per il suo colore scuro e il suo aspetto modesto - fu la pietra prediletta dalla Regina Vittoria nei lunghi anni della sua vedovanza. Si legge, in Possessione: "La parte centrale della vetrina era come un forziere sballottato dalle onde, un mucchio polveroso di spille, braccialetti, anelli su screpolati cartoncini di velluto, cucchiaini da tè, tagliacarte, calamai e un assortimento di opache conchiglie morte. [...] Roland studiava un cartoncino di spille e anelli apparentemente ricavati da fili di seta intrecciati e ricamati, alcuni orlati di giaietto, altri guarniti di perle. 'Questo è carino. Giaietto e perle e seta.' 'Oh, non è seta, signore. Sono capelli. E' un altro modo di ricordare i defunti, con i capelli [...] Guardi - un braccialetto con un bel fermaglio a forma di cuore, un lavoro delicatissimo, fatto di capelli bruni. [...] E' oro massiccio, diciotto carati, costoso per l'epoca, quando trovavi princisbecco e cose simili.'" (trad. di A. Nadotti e F. Galuzzi.) Per la cronaca, il princisbecco è un bronzo con elevato tenore di zinco, stagno e lega di rame, molto simile all'oro.
Una spilla in cui sono intrecciate le ciocche di capelli dei parenti amati è decisiva per le sorti della piccola Nell, protagonista di Il giardino dei segreti di Kate Morton: "All'interno vi era una spilla grande almeno come una moneta da un penny. Il bordo era decorato da una corona di gemme scintillanti, rosse, verdi e soprattutto bianche." (trad. di A.E. Giagheddu.)
Le croci di topazio donate
da Charles Austen alle sorelle
Jane Austen, che ricevette in dono dal fratello Charles una catenina d'oro con appesa una croce di topazio, rende omaggio a questo gioiello in Mansfield Park, dove la sera del ballo in suo onore Fanny indossa "il quasi unico ornamento in suo possesso, una croce di ambra molto graziosa che [il fratello] William le aveva portato dalla Sicilia." (trad. di G. Ierolli.)
In Nord e sud di Elizabeth Gaskell, Thornton è quasi ammaliato dai movimenti di un bracciale indossato da Margaret, che attira la sua attenzione sulla pelle di lei: "Se ne stava davanti al tavolo da tè vestita con un bellissimo abito rosato di mussola. [...] sembrava voler occuparsi soltanto delle tazze da tè, che porse via via con le sue mani d'avorio, nella più bella e silenziosa delicatezza. Indossava anche un bracciale, [...] e il signor Thornton [...] sembrava affascinato da come il bracciale seguiva i movimenti impazienti della sua proprietaria, e come poi si fermava tra la sua carne morbida, per poi ricadere nuovamente giù sul suo polso." (trad. di L. Pecoraro.)
Edith Wharton fece del suo L'età dell'innocenza un simbolo degli sfarzi di una società ancora legata a un'apparenza di ingenuità e (forse) inconsapevole della sua imminente caduta; il romanzo dunque abbonda di riferimenti a gioielli: le pagine brillano dei riflessi delle collane di diamanti, delle perle, degli smeraldi, dei massicci orologi, dell'anello di fidanzamento di May. Ma il gioiello più conturbante è il bracciale di Madame Olenska: "Arrivò piuttosto tardi, con una mano ancora senza il guanto, e intenta a chiudersi un bracciale intorno al polso." Questo accenno di negligenza, entrando in una stanza dove tutta l'élite di New York la sta aspettando, fa di Ellen la personificazione della trasgressione e, per Archer, della passione senza controllo.
Naturalmente, i gioielli rivestono un ruolo molto importante nelle storie che hanno per protagonisti i più celebri sleuth (segugi) della storia della letteratura: Poirot conosce un solo amore nella sua vita, la contessa Vera Rossakoff, ladra di gioielli, che l'investigatore belga incontra nel racconto The Double Clue (Doppio indizio), in The Big Four (Poirot e i quattro) e in The Labours of Hercules (Le fatiche di Hercule). Anche Sherlock Holmes si ritrova a indagare sul mistero di una pietra preziosa, il carbonchio azzurro, in The Adventure of the Blue Carbuncle. Holmes ne parla in questi termini: "'E' perfetta,' disse. 'Guardate come scintilla, Watson! E' naturale che susciti intenzioni delittuose. Accade sempre così quando ci sono di mezzo pietre di un simile valore. [...] Nei gioielli più antichi e famosi direi che ogni sfaccettatura rispecchia un episodio sanguinoso. Questo carbonchio [...] ha tutte le caratteristiche del carbonchio, salvo una, quella che lo rende tanto prezioso: è azzurro invece che rosso rubino.' [...] Holmes aprì la cassaforte e ne estrasse il carbonchio azzurro che scintillava come una stella, emanando una luce fredda, stupenda."
John Singer Sargent, Portrait
of Helen Vincent, Viscountess
D'Abernon (1904) 
Per concludere, cito un episodio cruciale di Le ali della colomba di Henry James; un passo in cui la "colomba" Milly (che per certi versi ricorda un po' la May di L'età dell'innocenza) appare in tutto il suo bianco splendore. Le perle sono il gioiello che maggiormente si adatta a lei in questa circostanza, sia per il loro fulgore candido - simbolo di una fredda purezza - sia perché, come vuole una certa tradizione, ricordano la forma delle lacrime: "Kate insistette: 'Tutto le sta a meraviglia, in specie le perle. Vanno così bene con i suoi merletti antichi.' [...] Per quanto consapevole di averle già viste, forse Densher non le aveva guardate mai, e quindi non aveva ancora reso giustizia appieno a quella poesia incarnata [...] che comunicava al gioiello tanta parte del suo stile [...]: la lunga collana d'inestimabile valore, girata due volte intorno al collo, pendeva pesante e pura sul petto di Milly." E' proprio dopo questa descrizione che avviene il dialogo fatale fra i due amanti, quello in cui l'autore disvela le oscurità del loro animo; e proprio in quel momento, nella sua rivelatoria luminosità, "Milly, all'altra estremità della sala, li notò per caso [...] e mandò loro in risposta tutto il candore del suo sorriso, lo splendore delle sue perle, il valore della sua vita, l'essenza della sua ricchezza." (trad. di B. Boffito Serra.)

31 dicembre 2013

Buon anno!

Ai miei cari lettori che mi hanno accompagnata lungo tutto il 2013 tanti auguri per un prospero anno nuovo! Poiché tra i buoni propositi per una nuova era che inizia non possono mancare le letture, ecco un elenco di libri che ho amato tanto e che mi piacerebbe consigliarvi per il 2014. I vostri suggerimenti sono come al solito i benvenuti!
Spero di ritrovarvi affezionati e numerosi come sempre anche il prossimo anno! Un abbraccio a tutti...
Gennaio: mentre ancora infuria l'inverno, Con gli occhi dell'Occidente di Joseph Conrad  
Febbraio: per il mese dell'amore e della passione, Una lontana follia di Kate Morton
Marzo: la delicatezza della primavera che avanza mi suggerisce Le ali della colomba di Henry James
Aprile: è ora di leggere o rileggere Gita al faro di Virginia Woolf
Maggio: festeggiamo il bicentenario della pubblicazione di Mansfield Park di Jane Austen
Giugno: sono passati cent'anni dalla pubblicazione di Gente di Dublino di James Joyce
Luglio: iniziano le celebrazioni in ricordo dello scoppio della prima guerra mondiale. Partecipiamo con Il ritorno del soldato di Rebecca West
Agosto: ci rilassiamo un po' con Assassinio sul Nilo di Agatha Christie
Settembre: festeggiamo il mese della vendemmia leggendo Un'ottima annata di Peter Mayle
Ottobre: per il mese gotico per eccellenza, Il discepolo di Elizabeth Kostova
Novembre: a questo mese si adattano le atmosfere malinconiche de L'età dell'innocenza di Edith Wharton
Dicembre: speranza e magia ne La tempesta di William Shakespeare
Foto di Mara Barbuni

17 dicembre 2013

Jane Austen: i luoghi e gli amici

Ci sono viaggi che si fanno prima con il cuore, poi con le gambe, poi con le parole, e infine con i ricordi... e ogni volta i compagni che ci affiancano nel nostro cammino sono diversi.
In questi anni di riscoperta critica della letteratura di Jane Austen (dopo una prima lettura delle sue opere al liceo) ho desiderato visitare i luoghi che sono teatro della sua vita e della sua scrittura, e per una piccola parte ho realizzato quel sogno: ho visto Chawton Cottage (dove lavorò alle bozze di Ragione e sentimento e di Orgoglio e pregiudizio e dove scrisse Emma, Mansfield Park e Persuasione), la cattedrale di Winchester, dove la scrittrice è sepolta, Bath (con il suo Jane Austen Centre e le sue scenografie per Northanger Abbey) e Lyme Regis (dove è ambientata una parte di Persuasione). Sono però ancora molte, e molto importanti le tappe degli andirivieni di Jane Austen su e giù per l'Inghilterra meridionale che non ho ancora potuto conoscere: innanzitutto il prato dove sorgeva il rettorato di Steventon (dove Jane venne alla luce) e poi Chawton House e Godmersham Park (nel Kent), le dimore signorili del fratello Edward dove l'autrice trascorse frequenti e lunghissime porzioni della sua vita.
Ma di recente ho potuto fare un viaggio con le parole che mi ha consentito di vedere con l'occhio del cuore tutti questi luoghi, e anche molti di più. L'"agenzia di viaggi" che mi ha dato questa opportunità è stata JASIT, la Jane Austen Society of Italy (che ho contribuito a fondare insieme a Giuseppe Ierolli, Silvia Ogier, Gabriella Parisi e Petra Zari), con la collaborazione della casa editrice Jo March (di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, che con la collana "Atlantide" stanno riscoprendo un intero mondo sommerso di gioielli letterari). Tutti noi, spinti dal comune intento di diffondere una conoscenza sempre più profonda di Jane Austen nel nostro Paese, abbiamo lavorato alla traduzione in italiano di uno splendido travelogue compilato nel 1901 dalle sorelle Constance ed Ellen Hill, l'una scrittrice e l'altra illustratrice.
In Jane Austen: i luoghi e gli amici, un resoconto originale ed emozionato che cita brani dai romanzi e dalle lettere, ma anche da testi biografici scritti dai parenti di Jane Austen e ancora pressoché sconosciuti in Italia, le sorelle attraversano quella che loro stesse per prime chiamano "Austenland", in un viaggio che parte da Steventon, prosegue per Bath, tocca Lyme, Southampton, Manydown, Godmersham, Stoneleigh Abbey, Londra e approda allo scrittoio presso la finestra del Chawton Cottage.
Bellissimo è il ricordo dell'avventura della traduzione stessa e poi della sua trasformazione in un vero e proprio libro (acquistabile dal 16 dicembre, giorno del compleanno di Jane Austen, su www.jomarch.eu e in seguito in moltissime librerie italiane). Noi di JASIT ci siamo divisi il lavoro, occupandoci di tradurre un gruppo di capitoli ciascuno e poi scambiandoci i risultati per operare un controllo incrociato degno dei migliori e più attenti revisori! Le discussioni, le proposte, i dubbi, il lavoro di annotazione svolto spulciando fonti e archivi di tutti i tipi hanno reso la traduzione di questo libro ancora più accurata e più preziosa. Anche la scelta della copertina ha richiesto il suo tempo e la sua elaborazione: la fotografia, e il colore finale, ci hanno tenuti incollati al computer per ore, per giorni.
Il giardino del Chawton Cottage.
Foto di Mara Barbuni (2007)
Per non dire della volata finale prima della stampa, con la revisione delle bozze e un'atmosfera di entusiasmo, di gioia, di amore per la conoscenza e la condivisione che ci ha accompagnati fino al giorno della pubblicazione (e resisterà, di certo, a lungo...). Ringrazio allora i miei compagni di viaggio per quanto mi hanno insegnato in questo percorso, e anche per avermi permesso di tradurre uno dei capitoli ai quali ero più legata: quello su Lyme Regis, che per me è un luogo magico e affettivamente molto importante, per quel suo essere un paradiso letterario e geologico insieme. Vi invito dunque a entrare attraverso questa soglia e a seguirci, sulla scia del viaggio di Constance ed Ellen Hill, sulle orme di Jane Austen.

13 dicembre 2013

Sherlock Holmes nella Casa della Seta

Tutti gli appassionati di Sherlock Holmes lo sanno e aspettano con trepidazione: il 1 gennaio su BBC One comincia la terza stagione di Sherlock, la serie che finalmente ha dato al celeberrimo detective di Conan Doyle una vitalità ben definita, elegante, dignitosa, e ben aderente alla genialità del personaggio letterario. Se a pensare a Sherlock Holmes sullo schermo vi vengono in mente la serie della CBS Elementary (in cui un bravo Jonny Lee Miller dà il volto a uno Sherlock devastato dagli stupefacenti residente a New York e Watson è - terrificante - una donna) o, peggio ancora, i due film di Guy Ritchie con Robert Downey Jr. e Jude Law (che però è un dottor Watson fedele alla rappresentazione che ne danno i romanzi di Conan Doyle), in cui la straordinaria intelligenza del detective è oscurata dalle improbabili carambole di un film d'azione in costume, andatevi a cercare Sherlock, il cui valore narrativo, di regia e di interpretazione è davvero insuperabile.
Basti dire che ogni episodio è una modernizzazione di un racconto/romanzo di Holmes, che recupera le simbologie e gli elementi più forti dell'opera letteraria e rielaborandoli senza mai tradirli costruisce un impianto sorprendente e tutto nuovo (tanto per dire, Watson, che come il suo antenato è stato ferito in Afghanistan - corsi e ricorsi storici... - non scrive libri, ma tiene un blog). Il solo aspetto che si discosta nettamente da Conan Doyle è l'insistita presenza di Moriarty, che la scrittura ha portato sulla scena una volta sola, mentre nella serie è un personaggio incombente, ricorrente, anche solo per sottintesi (ma l'attore che lo interpreta è talmente talentuoso che perdoniamo agli autori questa libertà!).
Insomma, in "onore" della ripresa, attesissima da tutti, di questa serie, ho letto negli ultimi giorni The House of Silk (La casa della seta, trad. it. Mondadori, 2012) di Anthony Horowitz, il primo autore contemporaneo - già famoso giallista - cui la Conan Doyle Estate Ltd., che detiene i diritti d'autore sul personaggio, abbia consentito di scrivere un libro con Sherlock Holmes come protagonista. Premesso che raggiungere le altezze di Arthur Conan Doyle è praticamente impossibile, il libro si distingue per alcuni aspetti positivi: il detective è rappresentato abbastanza bene, e il soffermarsi sul lato umano del suo carattere non ne disturba la figura sempre algida e brillante; Watson, che come da tradizione scrive in prima persona, è un carattere appassionato, pieno di dubbi e di contraddizioni, di paure, di speranze e di rimpianti che ne fanno un perfetto uomo tardo-vittoriano; l'inglese è semplicemente bellissimo; Londra è dipinta meravigliosamente, soprattutto negli angoli ombrosi che l'hanno resa un simbolo del gotico fin-de-siècle:
"Un corvo nero e cencioso era appollaiato sul ramo di un albero, ma non c'era altro segno di vita. La luce stava scemando rapidamente, eppure le lampade non erano ancora state accese e io avvertivo un senso di ombre dentro le ombre, di un mondo quasi privo di qualunque colore"; "La prigione era di stile gotico; alla prima occhiata appariva come un castello dalla forma irregolare, minacciosa, come uscito da una fiaba scritta per un bambino malvagio. [...] consisteva di una serie di torrette e comignoli, pennoni e mura merlate, con una sola torre che si slanciava verso l'alto e sembrava quasi sparire dentro le nuvole". (Qui e altrove le traduzioni dall'inglese sono mie.)
Cionondimeno la struttura narrativa, bisogna ammetterlo, è un po' confusa: lo schema di fondo che mi è parso di scorgere, quello cioè di una costruzione a "scatole cinesi" (una trama che si incastra dentro un'altra), non è gestito troppo sapientemente, e si ha come la sensazione che l'autore abbia a un certo punto cambiato idea e abbia iniziato a raccontare un'altra storia - anche se poi alla fine i fili si riuniscono e al lettore sono offerte soluzioni a tutti gli enigmi. In conclusione, la caratteristica più meritevole di questo romanzo è un passo di metafiction in cui Watson dà voce a una interessante riflessione sulla propria attività letteraria, sulla forza dei propri principi morali e sull'eguaglianza degli esseri umani nel momento del disastro: "E' curioso pensare oggi, proprio alla fine della mia carriera di scrittore, che ognuna delle mie cronache è terminata con lo smascheramento o l'arresto dei criminali, e che dopo quel punto, quasi senza eccezione, io ho semplicemente presunto che il loro destino non sarebbe più interessato ai miei lettori e li ho abbandonati, come se solo la condotta illecita avesse giustificato la loro esistenza e come se, una volta risolto il caso, questi non fossero più esseri umani con un cuore sofferente e uno spirito distrutto. Non ho mai una sola volta preso in considerazione la paura e l'angoscia che essi devono aver provato attraversando le porte a vento [della prigione] e percorrendo i suoi cupi corridoi. Qualcuno di loro ha mai pianto lacrime di pentimento, ha mai pregato per ottenere la salvezza? Qualcuno di loro è mai fuggito? A me non interessava. Non faceva parte della mia narrazione."