22 settembre 2013

La parola alla città

In occasione del mio ennesimo (e speriamo l'ultimo, almeno per un po'...) trasloco nel nuovo appartamento del quartiere di Friedrichshain, torno a parlarvi di Berlino.
E lo faccio approfittando della mia lettura più recente, che fa del nome della città il proprio titolo, infilato come una freccia su una copertina dalle reminiscenze cubiste. Berlin è infatti il libro che Eraldo Affinati (pochi giorni fa ospite al Festival della Letteratura di Mantova) ha dedicato al mondo variegato e dalla storia pesante racchiuso fra i confini della capitale tedesca. Il Prologo è un incipit memorabile, e racchiude in poche righe le sensazioni che tutti i visitatori consapevoli provano quando arrivano in Germania: "Man mano che mi avvicinavo, le fattezze berlinesi parevano prendere consistenza: nella modernità lancinante di Hannover, sul portone delle tesi luterane di Wittenberg, in quella stupenda aria di nobiltà che mi comunicò Lipsia. A Düsseldorf, nei pressi del Reno, dove le autostrade entrano in città alla maniera di spade nel fodero; perfino nello scarto drammatico fra l'altura minacciosa di Buchenwald, dove Goethe veniva a meditare sotto l'albero e i deportati morirono a migliaia, e lo straordinario centro storico di Weimar, culla della civiltà occidentale. In tutti questi luoghi sentivo battere il cuore elettrico di Berlino: ne registravo la scansione che, insieme ai fantasmi del passato, mi spingeva a superare il Novecento, in avanti, verso il futuro, ma anche indietro, nei secoli trascorsi".
Così, con una sentita ode alle bellezze della Germania (a noi forse poco note, perché certe ferite nella memoria collettiva sono difficili da guarire...), Affinati entra nella città, e ansioso solamente di una lunga passeggiata, sembra abbandonare la penna dello scrittore e lasciare la parola a lei stessa, ai monumenti, agli alberi, alle voci dei ricordi, ai passanti che incontra sulla sua via. Noi lettori siamo chiamati a seguirlo e restiamo incantati dal suo modo delicato di raccontare e dal suo sguardo attento, vivido, che attira la nostra attenzione su grandi distese e piccoli dettagli, sulla normalità contemporanea e sulla maestosità del passato.
Il libro, diviso in sette capitoli intitolato ciascuno a un giorno della settimana (può essere usato anche come guida) e a un pronome personale, è un cicerone che ci invita a chiacchierare con Berlino, e ad ascoltarla: parliamo con la Siegessaeule, con Friedrichstrasse, con i resti del Muro, con la Porta di Brandeburgo, con le statue di Marx ed Engels, con la torre della televisione, con i negozi, con il currywurst, con Friedrich Schiller e Marlene Dietrich, con il Brachiosauro del Museo di Storia Naturale, con le piazze e con Checkpoint Charlie, con il Parlamento e Einstein, con il castello di Sanssouci e il caffè di Starbucks, con i quadri della pinacoteca, con le fermate della metropolitana e con Max Frisch, le ambasciate e gli zoo, i musei e i monumenti, la birra, l'Oberbaumbruecke.
  
Il ponte Oberbaum, simbolo di Friedrichshain
E così finiamo proprio a Friedrichshain, la mia nuova casa. A questo quartiere ("Bezirk") Affinati dedica un pensiero forte, ispirato dalla Frankfurter Allee che lo attraversa e che fu teatro dell'ultima vittoria dei russi contro le difese naziste: questo Bezirk è infatti il simbolo dell'identità di Berlino, delle sue cadute e le sue vittorie, del suo essere "il fucile e insieme il bersaglio del Novecento". I suoi enormi viali, con la torre di Alexanderplatz sullo sfondo del cielo nuvoloso, ci ricordano che le ferite della Storia sanguinano, si rimarginano e si riaprono ancora, in un costante ricorso di dolore e di evoluzione. E che le sue orme non devono mai essere cancellate.

16 settembre 2013

I colori del Romanticismo

Al terzo piano della Alte Nationalgalerie di Berlino si entra in una sala che toglie il fiato. È la raccolta di dipinti di Caspar David Friedrich, il pittore tedesco che, insieme a J.M.W. Turner, è il più intenso ritrattista della temperie romantica. Romanticismo è una parola difficile, usata spesso nel modo sbagliato (con il significato limitato più consono al concetto di "romance") e bistrattata dall'inconsapevolezza o dalla dimenticanza delle sue travolgenti ripercussioni sull'intera cultura occidentale. Guardando i quadri di Friedrich si riesce invece a sussumere, in un unico respiro, tutto il reale significato di questo movimento rivoluzionario, e a comprenderne le più diverse manifestazioni.
 
Non è solo il celeberrimo "Wanderer" (Viandante sul mare di nebbia, Kunsthalle Hamburg) a raccontare la natura spirituale e solipsistica di questo fondamentale stadio del pensiero europeo; i dipinti esposti alle Alte Nationalgalerie interpretano questa particolare forma dell'anima dell'uomo con una profondità e totalità che permettono di capire, in un istante di organica percezione, tutte le sue altre fondamentali estrinsecazioni, pur diverse per linguaggio e per origine geografica. Ammirando i personaggi scuri di Friedrich, intenti a loro volta a contemplare la luna, si comprende l'immensità di un Notturno di Chopin; le rovine dell'abbazia ghermite da neri rami spogli visualizzano il movimento gotico, la poesia ossianica e i Sepolcri di Foscolo; la montagna innevata ci ricorda le escursioni di Wordsworth sulle Alpi, e la celebrazione della giovinezza nei versi del suo Preludio. E in generale tutta la pittura di Friedrich rende così immediato capire cosa significasse il "sublime" teorizzato prima da Kant (Critica del giudizio) e poi da Burke (On the Sublime), e aiuta forse anche a entrare nell'infinito leopardiano, quello spazio che non è del mondo terreno, ma appartiene piuttosto all'interiorità. Di fronte a questi dipinti ci si immerge nell'idea della distanza, del titanismo, della solitudine, della forza dell'immaginazione e della potenza immortale della poesia.
 
 
 
 
 
 

1 settembre 2013

Stoner

Ho letto Stoner di John Edward Williams. Pubblicato per la prima volta nel 1965, questo breve romanzo è tornato alla ribalta con una edizione di qualche anno fa, che anche grazie al passaparola ha accresciuto improvvisamente la sua fama. Il libro racconta la storia di William Stoner, un ragazzo dalle campagne del Missouri che indirizzato alla facoltà di agraria dal padre contadino, sceglie invece l'indirizzo letterario, e con il passare degli anni, dopo la laurea e il dottorato, diventa professore di letteratura nello stesso ateneo.
Ciò che rende Stoner un capolavoro, facendogli raggiungere toni addirittura commoventi nella loro asciutta e limpida sobrietà, è soprattutto l'andatura della narrazione, che con passo silenzioso e regolare sa attraversare decenni di storia americana e di vita personale. Da questo punto di vista il libro sembra appartenere quasi a una tradizione orale, o di quel romanzo vittoriano destinato ad essere non solo letto individualmente, ma assaporato in famiglia, o davanti a un uditorio in attesa. Il ritmo del racconto è quieto come quello di una favola; ancora più doloroso diventa dunque il suo contenuto, ovvero la descrizione di una infelicità pressoché assoluta.
Dall'infanzia nei campi agli studi onerosi, dal matrimonio fallimentare ai conflitti all'interno dell'università (lo spaccato che ci viene offerto dei comuni intrighi all'interno di un dipartimento è di una lucidità tristissima), Stoner attraversa un'intera esistenza caratterizzata dalla fatica, dall'incomprensione, dal senso di inadeguatezza e dal rimpianto. Con la moglie Edith la quotidianità è una sorta di incubo silente, che lo rende vittima di un meccanismo perverso di sofferenza, di umiliazione e di frustrazione; sul lavoro, nella convinzione di agire per il bene dell'istituzione e per il rispetto di un precetto morale di equità, Stoner si accattiva l'odio di un collega che diverrà direttore di dipartimento, e che gli renderà la carriera un inferno. Persino con gli studenti egli non riesce a creare un rapporto di normale comunicazione e condivisione: e senza rendersene neppure conto egli diventa la pedina di un brutale gioco di potere dal quale solo lui uscirà sconfitto.
La sensazione che ci perseguita nel corso di tutta la storia è che Stoner sia un inetto travolto dagli eventi della vita, un essere umano per il quale proviamo infinita pena, e che pure ci ricorda quanto sia faticoso, e talvolta impossibile, essere il faber del proprio destino. Talvolta ci chiediamo perché Stoner non reagisca agli accadimenti, perché si abbandoni alla passività, perché non combatta per salvarsi dell'onda del Nulla che minaccia di inghiottirlo. Infine, però, anche noi soccombiamo alla percezione dell'ineluttabilità delle cose, e non possiamo che voler bene a questo personaggio troppo umano, mentre lo accompagniamo verso la sua ultima pagina.

25 agosto 2013

L'estate in cui tutto cambiò

Come fare un sogno. Leggere L'estate in cui tutto cambiò di Penelope Lively (Guanda) è stato proprio come chiudere gli occhi in un sonnolento pomeriggio d'estate ed entrare in un piccolo mondo immaginario eppure tanto simile al vero, un onirico dolce e senza spaventi, duraturo nel tempo e nella memoria. Finalmente, dopo tanto tempo, una lettura a cinque stelle....
Negli anni Sessanta i londinesi Foster, mamma e papà silenziosi e maniaci dell'ordine e Maria, la loro quieta figlia di undici anni, arrivano nel Dorset per trascorrere le vacanze d'agosto. La loro residenza è una enorme casa vittoriana, ricca di angoli nascosti, di rifugi polverosi e di cassetti straripanti di tesori, e la cornice geografica, la costa antichissima di Lyme Regis, aggiunge fascino e preziosità a questo percorso nel tempo e nello spazio.
Il libro racconta, con una delicatezza e una profondità che solo i grandi narratori per l'infanzia sono in grado di raggiungere, il difficile cammino emotivo di una bambina intelligente che prende coscienza della propria crescita; e lo fa interrogandosi sulla misteriosa natura del Tempo e sull'idea, ardua da affrontare anche per un adulto, che il Tempo, e con esso i luoghi che ne sono influenzati, con dolorosa indifferenza sopravvivono all'uomo, al suo passaggio e alla sua dissipazione.
Aiutano Maria nelle sue riflessioni un accogliente leccio nel giardino, sul quale lei si arrampica quando ha particolare bisogno di star sola a pensare (perché, come tutte le bambine intelligenti, quando pensa Maria assume un'espressione fredda che non piace alle mamme, e ne viene rimproverata); un gatto che ha il potere di dire ciò che Maria sente nel cuore, ma che la fa arrabbiare; Martin, l'amico della famiglia accanto; un imparaticcio ricamato appeso nel salotto della signora Shand, la padrona di casa (il titolo originale del libro è infatti A Stitch in Time, ovvero un "punto" - di ricamo - nel tempo). Il ricamo, eseguito dalla zia della signora Shand, Harriet, quando aveva l'età di Maria nel 1865, ha sulla bambina l'effetto di un veicolo per un viaggio straordinario di immedesimazione nella mente di una ragazzina vittoriana piena di vita e un po' indisciplinata, che permette a Maria di soffermarsi con il pensiero sull'enigma dei cambiamenti nel tempo della specie umana e di ogni singolo individuo.

Il mare a Lyme Regis. Foto di Mara Barbuni (2007)
E ad alimentare il lavorio della mente di Maria ci sono poi i fossili, sparsi ovunque a Lyme, la blue lias (la roccia del Dorset), e la percezione incredibile dei movimenti della terra che da milioni di anni si muove sotto i nostri piedi. Tutto il mistero della geologia è restituito solennemente nelle parole di Lively, filtrate attraverso gli occhi e i pensieri della sua giovane protagonista:
"Il problema [delle case] era che l'abitato sorgeva sul pendio di una collina, anzi su diversi pendii, e sembrava che rischiasse di scivolare giù nel mare, perciò ogni casa doveva puntare i piedi, per così dire, ancorandosi al terreno con muri, terrazzi e giardini".
"Fu la scogliera ad attirare subito la sua attenzione. [...] Era il colore, soprattutto, il grigio-bluastro di ardesia così simile al cielo nuvoloso, al punto che il mare, passato da un verde latteo a un turchese pallido, correva come un nastro di colore tra la scogliera grigia, i ciottoli lucidi della spiaggia e il cielo pure grigio".
"[La roccia] all'improvviso prese vita sotto i suoi occhi. Perché era abitata. C'erano, come delicati scarabocchi sull'argilla, i vortici e le spirali di creature simili a conchiglie. [...] L'intera roccia era permeata di vita fantasma pietrificata".
"Harriet è come le ammoniti nella roccia, pensò, non è più qui eppure lo è, evanescente, attraverso le cose che ha lasciato. L'imparaticcio e i disegni sul libro. E le venne in mente, voltandosi per entrare in casa, che i luoghi sono come gli orologi. Hanno dentro di sé tutto il tempo esistito, tutte le cose mai successe. Vanno avanti, sempre, con le cose accadute nascoste dentro, e le puoi trovare, come si trovano i fossili spaccando la roccia".
L'estate in cui tutto cambiò è un libro che vale davvero la pena leggere, a qualsiasi età. Le ragazzine che stanno appena ora occhieggiando sul mondo dalle porte dell'infanzia vi troveranno un'amica meravigliosa, con la testa piena di sogni come la loro. Le loro mamme impareranno forse a comprenderle un po' di più. E le donne adulte rivivranno le gioie del loro essere bambine, quand'eravamo incantate dalla meraviglia, e guardavamo dentro le cose e dentro i paesaggi per essere certe di non perdere nemmeno una briciola della loro bellezza. E il mistero della loro vita ci pulsava dentro, e ci spingeva indefesso, ogni giorno, verso nuove avventure.
Il mare a Lyme Regis. Foto di Mara Barbuni (2007)
Altri post di IpsaLegit dedicati al paradiso naturale di Lyme Regis sono:

13 agosto 2013

Acqua Alta


In queste sere senza televisione mi sto dedicando a una lettura molto leggera, Acqua Alta di Donna Leon, consigliato da un mio professore come esempio di rappresentazione stereotipata dell'Italia. Perché neanche i best-seller sono esenti da scivoloni tutt'altro che dignitosi.... Ebbene sì, i gialli di Donna Leon sono conosciutissimi nel mondo, ne sono ricche anche le librerie di Berlino, e la serie con protagonista il veneziano Commissario Brunetti è arrivata con l'ultima recente uscita al ventunesimo episodio. Ma cosa ci sarà di tanto attraente in queste storie, mi sono chiesta aprendo la prima pagina. E ora che ho superato la metà, confesso, continuo a domandarmelo.
La storia si apre con una aggressione ad una storica dell'arte, compiuta fra le mura della sua stessa casa. Fra calci e pugni, i due delinquenti le intimano di non presentarsi all'appuntamento con il direttore del museo di Palazzo Ducale, il quale viene trovato morto pochi capitoli di seguito. Il titolare dell'indagine, Guido Brunetti, è costretto a svolgere le sue inchieste in una città minacciata dalle ondate di alta marea, porta con sè gli stivali di gomma, e si ritrova ad avere a che fare con personaggi che più che "round characters" sono maschere, allegorie - e l'Italia, bisogna dire, ne esce un po' malconcia.
C'è il funzionario della Questura con il fermacravatta a gioiello, i capelli impomatati e una tendenza a dare la propria attenzione solo ai potenti e ai benestanti (atteggiamento che si riscontra un po' in tutti i veneziani, baristi, infermieri, poliziotti, ecc.); ci sono ruoli di prestigio della conservazione del patrimonio artistico della città occupati da furfanti e contrabbandieri; c'è persino una segretaria stupefacente, che desta la sorpresa del Commissario per essere stata capace di fare una telefonata in inglese. Per non parlare della rappresentazione degli italiani del Sud, dipinti quasi indistintamente come delinquenti, subdoli ed eccessivamente curati nell'aspetto.
Insomma, il libro è piacevole perché conferma le attese, ma non posso meravigliarmi del fatto che l'autrice, che vive a Venezia da trent'anni (e sembra quasi vantarsene, nella cura che si percepisce nella descrizione degli itinerari di Brunetti su e giù per la città), non ne abbia permesso la traduzione in italiano.
Forse un altro aspetto della sua viziata visione degli italiani è proprio il non aspettarsi che siamo perfettamente in grado di leggere i suoi romanzi in lingua originale : )

8 agosto 2013

Ich bin ein(e) Berliner(in)

Brandenburger Tor. Foto di Mara Barbuni (2013)
Cari lettori, la mia prima settimana nella capitale tedesca è ormai trascorsa, e tra l'intreccio delle linee della metropolitana, le lunghissime camminate, le istruzione della lavatrice da decifrare, la perlustrazione dei supermercati e (soprattutto) le mie infinite lezioni di tedesco, sono riuscita oggi a ritagliarmi una piccola pausa per dedicarmi a IpsaLegit.
Pochi giorni fa ho terminato un romanzo di Scott Southard, A Jane Austen Daydream, che ho recensito insieme ad una delle amministratrici del sito Old Friends and New Fancies (cliccate qui se avete voglia di leggerla: http://oldfriendsnewfancies.blogspot.de/2013/08/recensione-jane-austen-daydream-di.html),  che ringrazio ancora di cuore per l'opportunità. Dopodiché ho intrapreso la lettura di Acqua Alta di Donna Leon, un giallo della serie "Commissario Brunetti Mysteries" che l'autrice statunitense ha ambientato a Venezia. Leon vive nella città lagunare sin dal 1981, ma non ha mai voluto che i 21 libri della serie venissero tradotti in italiano, forse perché molti dei suoi detrattori hanno ravvisato una "caduta" nello stereotipo nella sua rappresentazione della cultura italica.
Ma no, il tema di cui voglio scrivere oggi, in onore del mio recente espatrio, non è Venezia, bensì Berlino. Come tutte le grandi città che la Storia ha coinvolto nel proprio gioco dei dadi, anche Berlino è stata frequentemente oggetto e cornice delle attenzioni degli scrittori.
In un articolo uscito due anni fa sul Guardian (http://www.theguardian.com/travel/2011/aug/17/top-10-books-set-in-berlin), Malcolm Burgess ha stilato una lista dei (suoi) dieci migliori romanzi berlinesi, strutturata come segue:
1) Christopher Isherwood, Addio a Berlino (1939), che con i toni dell'autobiografia romanzata racconta la Berlino del primo dopoguerra e l'ascesa al potere di Hitler;
2) Alfred Doeblin, Berlin Alexanderplatz (1929), uno dei più grandi romanzi della letteratura tedesca del Novecento, ritratto della Berlino della Repubblica di Weimar;
3) Cees Nooteboom, Il giorno dei morti (2001), in cui, in una Berlino invernale, il protagonista cerca di rimettere insieme la sua vita, interrogandosi sul senso delle cose e sul valore della memoria;
4) Thomas Brussig, Eroi come noi (1995), il romanzo il cui protagonista è un giovane uomo che ha contribuito ad abbattere il Muro;
5) Chloe Aridijs, The Book of Clouds (2009; non ho trovato una traduzione italiana), evocativo romanzo contemporaneo in cui una giovane messicana fuggita dalla propria famiglia trova una città a sua volta imprigionata nel proprio passato;
6) Philip Kerr, Violette di marzo (1989), storia di un detective nella Berlino degli anni Trenta;
7) Ian McEwan, Lettera a Berlino (1990), ambientato nel 1955 in una Berlino surreale e pericolosa;
8) Hans Fallada, Ognuno muore solo (1947), storia della resistenza nel cuore della capitale hitleriana del 1940;
9) Anna Funder, Stasiland (2003), ritratto della polizia segreta della Germania Est e delle sue reazioni alla caduta del Muro;
10) Len Deighton, Funerale a Berlino (1964), classica spy-story nella città stretta nella morsa della "cortina di ferro".

C'è però un libro particolarmente importante ed evocativo che Burgess non ha nominato, e che invece è rimasto nella mia memoria per molti anni dopo averlo letto. Si tratta di Il cielo diviso di Christa Wolf, pubblicato nel 1963. E' la storia, narrata in flashback dopo un incidente sul lavoro, dell'amore fra Rita e Manfred, osteggiato, contrastato e infine prosciugato dalla tragedia della ferita inferta alla città con la costruzione del Muro. Laddove infatti Manfred sceglie di fuggire nel mondo occidentale alla ricerca di una carriera più soddisfacente, la giovane Rita, pur innamorata, fatica a prendere una decisione, mentre sullo sfondo dei suoi ripensamenti e delle sue dichiarazioni di adesione all'ideale socialista, il Muro diviene velocemente una realtà: il filo spinato, i posti di guardia sempre più inflessibili, i mattoni, uno dopo l'altro, tanto in alto da sembrare di poter dividere anche il cielo.

29 luglio 2013

Tea Shop Mysteries

Un magnifico servizio (tè speziato con scones alla marmellata
e panna) alla Tearoom "Caffè Orientale" di Venezia.
Foto di Mara Barbuni
Di recente, in un gruppo Facebook dedicato alla lettura, si è parlato delle "serie", ovvero di quei romanzi in cui il medesimo protagonista si trova di volta in volta ad affrontare diverse vicissitudini, in contesti più o meno simili e nella ricorrenza di particolari caratteristiche caratteriali o ambientali. Il pregio delle serie, a mio parere, è l'opportunità che offrono ai lettori di affezionarsi ad un personaggio e di seguire con curiosità, apprensione o senso critico il suo percorso nei vari stadi della narrazione; un possibile rischio è che l'autore abbia dato mostra di tutto il proprio talento nel primo libro e che non sia in grado di ripetersi in quelli successivi.
Per quanto mi riguarda, le serie mi interessano moltissimo; io sono una di quei lettori che quando ama un libro ricerca freneticamente le altre opere del suo autore, e i percorsi tematici e visuali degli episodi in volume hanno per la mia curiosità un potere quasi magnetico. Mi vengono in mente numerosi esempi di serie iniziate, procurate, inseguite quasi ossessivamente alla scoperta delle nuove avventure dei protagonisti della "saga": i Jane Austen Mysteries di Stephanie Barron, il ciclo delle Piccole Donne, la lunga narrazione di Anne of the Green Gables ("Anna dai capelli rossi"), la trilogia Millennium di Ken Follett (ancora in progress), la sequenza di storie di Maureen Jennings sul Detective Murdoch... e in effetti il "giallo" è uno dei generi che meglio viene interpretato dalla natura della serie, perchè basta concepire un investigatore ben fatto per poi inventarsi decine e decine di omicidi che gli/le girino intorno, portando alla ribalta tanti altri caratteri, tante altre ambientazioni, tante altre osservazioni sulla psiche umana. Ai classici Poirot e Miss Marple si affiancano il Dalgliesh di P.D. James, l'ispettore Lynley di Elizabeth George, il commissario Montalbano di Camilleri, il Philip Marlowe di Chandler, la professoressa Kate Fansler di Amanda Cross (di cui è imperdibile Un delitto per James Joyce).
Il romanzo che ho finito ieri (con le lunghe, penose, interruzioni causate dal trasloco), Death by Darjeeling di Laura Childs, è il primo episodio dei Tea Shop Mysteries ("I misteri del negozio di tè"), ed è un giallo orchestrato bene, sebbene semplice, che ha il pregio di unire alla storia di un omicidio un setting davvero delizioso. La protagonista, Theodosia Browning, è infatti la proprietaria di quel piccolo paradiso che è un negozio di tè, ha dei simpatici collaboratori, tra cui il sommelier del tè Drayton, un cane molto affettuoso di nome Earl Grey (!), tantissimi clienti e la felicissima occupazione di creare tea blends con relative confezioni e organizzare tea events cui sarebbe davvero meraviglioso poter partecipare. Solo per avere un'idea dell'incantevole contesto in cui si svolge questa storia d'apertura, vi traduco uno dei passi introduttivi:
"Stretta tra i Librai Robillard e il negozio di carte geografiche d'antiquariato nel centro storico di Charleston, nel South Carolina, l'Indigo Tea Shop era solo un punto nel romantico arazzo color pastello di case, cortili e botteghe pittoresche di stile georgiano, confederato e vittoriano. All'interno [...] teiere di rame fischiavano e gorgogliavano, [e] pasticcini appena sfornati si raffreddavano su vassoi di legno. [...] Lungo tutta l'altezza della parete una sorta di confortevole arnia conteneva barattoli colmi di polveri nere, foglie raggrinzite color noce e ocra, e lucide foglie intere che scintillavano come porcellana cinese. E quale invitante spettro di aromi! Tè verde Gunpowder piccante dal sud della Cina, tè di Ceylon lievemente fermentato, delicato tè Nilgiri, fruttato, proveniente dalle Montagne Blu dell'India".
Una lettura, e una bevanda, davvero perfette per una serata come questa, mentre un forte temporale scaccia via il caldo torrido degli ultimi giorni....