29 maggio 2017

Come una turista vittoriana

Grindelwald
Ieri, complice un caldo fuori dagli schemi, ho fatto la prima escursione letteraria della stagione e ho seguito la guida tutta speciale di Diccon Bewes (Slow Train to Switzerland, di cui ho scritto qui) per andare alla ricerca delle tracce degli inglesi dell’Ottocento sulle Alpi svizzere. Questo viaggio ha confermato una mia convinzione: l’avvento del movimento artistico-filosofico-letterario chiamato Romanticismo e la nascita del turismo in Europa (Grand Tour e non solo) non sono contemporanei per caso. 
La prima tappa della gita è stata Grindelwald, circondata da montagne straordinarie, come il Wetterhorn e l’Eiger. Scrisse John Ruskin che le vette intorno alla cittadina sembrano affacciarsi dall’orlo di un dirupo per guardare giù, mostrandosi così alla valle in tutta la loro altezza (intorno ai 4000 metri). La valle di Grindelwald, con la sua cornice rocciosa, i prati ondulati e gli innumerevoli chalet circondati dalle mandrie fu una destinazione amatissima e frequentatissima dagli inglesi vittoriani. Queste cime, insieme alla Jungfrau che domina su Interlaken, furono definite dal poeta americano Longfellow «sublimi apostoli della Natura». 
Staubbach Falls, Lauterbrunnen
Il viaggio è proseguito fino a Lauterbrunnen, incastonata in una valle glaciale che sembra il modello per un testo di geografia: strapiombi di roccia, prati verdi abbarbicati sulle cime, un vivace torrente e soprattutto la stupenda cascata che salta per 297 metri e nel precipizio si trasforma in una nuvola di vapore. È la cascata dello Staubbach, di cui Lord Byron scrisse: «Non ho mai visto niente del genere. Sembrava quasi che un arcobaleno fosse sceso a terra per incontrarci, ed era così vicino che ci si poteva entrare dentro […]. È come la coda di un cavallo bianco che fluttua nel vento». Anche Wordsworth rimase incantato dalla bellezza di questa cascata, che definì «nata dal cielo». 
Ultimo passo di questa escursione è stata Interlaken, che Hans Christian Andersen battezzò “la Parigi delle Alpi”. Il fascino della città è dato dal grande prato di Höhenmatte (nel 1863 si decise che non si sarebbe mai potuto costruire su quell’area, bensì la si sarebbe lasciata libera e verde) da cui si gode una vista incomparabile della vetta imbiancata della Jungfrau. Molto suggestivo anche il Grand Hotel Victoria-Jungfrau, che ieri era circondato da opulenti roseti in fiore, e che era solito accogliere i turisti vittoriani che accorrevano in massa per ammirare le montagne della Svizzera. La veranda ammantata di verde è ancora la stessa, e solo a guardarla ci si sente trascinare indietro nel tempo. 

Interlaken
Di altri viaggi letterari in Svizzera ho scritto in:

26 maggio 2017

Lady Ludlow - di Elizabeth Gaskell

È uscita di recente la prima traduzione italiana di My Lady Ludlow, romanzo breve di Elizabeth Gaskell apparso in origine a puntate sulla rivista dickensiana Household Words nel 1858 e poi, con qualche aggiunta, nel primo volume di Round the Sofa (1859). Quest’ultima è una raccolta di narrazioni inserite in una “cornice” in cui tutti i personaggi intrattengono gli altri con una storia. La prima di loro è l’anziana Mrs. Dawson, voce narrante di My Lady Ludlow: gli altri racconteranno (nel secondo volume della collezione) An Accursed Race, The Doom of the Griffiths, Half a Life-time Ago, The Poor Clare e The Half-Brothers
Con il titolo Lady Ludlow l’opera è stata tradotta in italiano da Manuela Centazzo per le edizioni Vita Activa, in un volume che contiene un’introduzione di Marisa Sestito. È un libro molto bello, che sprigiona il gusto del raccontare, anche sovrapponendo un intreccio all’altro, seguendo una struttura a scatole cinesi. Il tema principale sembra essere l’osservazione del delicatissimo equilibrio tra le tradizioni antiche e la spinta del progresso: l’aristocratica Lady Ludlow è una donna orgogliosa e fedele ai principi del passato, fino al punto di mostrarsi intransigente e ingiusta, ma grazie alla sua intelligenza pratica e a una certa innata bontà non esita ad accorrere in aiuto del prossimo e a occuparsi concretamente dell’amministrazione della propria tenuta. Se la sentiamo affermare: «“Ho sempre detto che un buon dispotismo è la migliore forma di governo”», e assistiamo ai suoi innumerevoli tentativi di opporsi alla democratizzazione dell’istruzione, è anche vero che Lady Ludlow «non era mai in ozio»; che «per lei, l’onore era una seconda natura»; e che entra quasi in empatia con il figlio del bracconiere Gregson. Insomma, Elizabeth Gaskell ci induce a volere un gran bene alla sua protagonista e ad emozionarci a cospetto del suo vano e quasi tragico sforzo di resistere al cambiamento. Cionondimeno, questa storia è impreziosita da una deliziosa ironia, che si concentra in particolare nel personaggio di Miss Galindo, una zitella piena di energie che si autodefinisce “Santippe” e che in passato ha nutrito ambizioni letterarie, pensando di poter diventare una scrittrice grazie agli insegnamenti offerti nientemeno che dal padre di Frances Burney. 
Francesca Annis in Cranford (BBC)
Tra i vari ingredienti che rendono la scrittura di questo romanzo affascinante, dolce come una fragranza appartenente a un’età passata, ci sono le descrizioni della quieta vita quotidiana condotta da Lady Ludlow e dalle ragazze che ospita a Hanbury Court. Il catalogo dei talenti di Mrs. Medlicott nel ricamo e nel cucito o la lista dei dolci che le ragazze preparano in occasione delle festività, o le precise e incrollabili opinioni di Lady Ludlow sulla qualità dei profumi (tra cui predilige la lavanda, condannando invece la rosa come volgare), ci riconducono indietro nel tempo, in un piccolo universo tutto femminile, le cui forme Elizabeth Gaskell ha ripetutamente e mirabilmente esplorato – prima di tutto in Cranford. Molto commovente è l’episodio che ha per protagonista il cassetto dello scrittoio di Lady Ludlow: qui sono contenuti stralci dei ricordi di una vita, come i pezzettini di marmo raccolti dalla giovane signora a Roma, durante il suo Grand Tour, brandelli di vecchie lettere, un frustino da equitazione rotto, medaglioni, braccialetti con miniature incastonate e ciocche di capelli «alle quali milady guardava con grande tristezza». Tutti questi oggetti ci parlano della solitudine e dei rimpianti della protagonista del racconto, che il lettore impara a conoscere in profondità nonostante «milady esprime[sse] raramente i propri sentimenti» (su Lady Ludlow e il valore della domesticità si veda anche il saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, flower-ed 2016).
Lady Ludlow è una lettura davvero gradevole per chi ama la letteratura gaskelliana, perché invita alla tranquillità e all’apprezzamento dei dettagli del vivere domestico, sullo sfondo di una società in fase di mutamento. Lo sceneggiato Cranford, trasmesso per la prima volta da BBC, in cinque parti, nel 2007, ospita anche bellissimi episodi tratti da quest’opera: Lady Ludlow è interpretata da Francesca Annis, la stessa attrice che nel 1999 vestì i panni di Mrs. Gibson nella miniserie (ancora BBC) Wives and Daughters.
Un fotogramma dalla miniserie Cranford con sullo sfondo,
Hanbury Court (West Wycombe Park, Buckinghamshire)


SCHEDA DEL LIBRO
Autore: Elizabeth Gaskell
Titolo: Lady Ludlow
Traduzione di Manuela Centazzo
Introduzione di Marisa Sestito
Casa Editrice: Vita Activa (Trieste)
Anno di pubblicazione: 2016

15 maggio 2017

Un nuovo libro di Elizabeth Gaskell: "Delitto di una notte buia"

Copertina della prima edizione
italiana (Edizioni Croce.
Prossima pubblicazione)
A Dark Night’s Work appartiene all’ultimo periodo della produzione gaskelliana (fu pubblicato nel 1863, due anni prima della sua morte) e alle fasi estreme della sua collaborazione con Charles Dickens. Questo romanzo breve fu pubblicato a puntate nel periodico All the Year Round e l’intervento del direttore – Dickens, appunto – si ravvisa immediatamente nel titolo stesso dell’opera: a lui si deve infatti l’aggiunta dell’aggettivo “dark” (buia), una scelta sicuramente efficace dal punto di vista dell’attrazione di pubblico, ma che Elizabeth Gaskell avversò e alla quale dovette cedere suo malgrado. L’edizione Croce del romanzo che vi presento oggi in anteprima (e che sarà disponibile presumibilmente il mese prossimo) ne è la prima edizione italiana in assoluto: la traduzione è mia, mentre Introduzione e note sono di Francesco Marroni, vicepresidente della Gaskell Society. Questo lavoro di “versione” mi ha dato tanti motivi di soddisfazione e ringrazio gli amici delle Edizioni Croce che mi hanno aiutata e sostenuta in questo percorso, non sempre facile. Nonostante le inevitabili difficoltà, tradurre in italiano la bellissima lingua di Elizabeth Gaskell è sempre un grande piacere e anche in questa occasione, come nelle mie esperienze gaskelliane precedenti, il lavoro ha riservato degli istanti davvero intensi. 
Delitto di una notte buia è una storia profonda e “viva”, caratterizzata da forti chiaroscuri e dalla sottile esplorazione della psicologia e della natura umana. Contrariamente ad altre opere di Gaskell, direi che i veri protagonisti di questo romanzo sono gli uomini; mentre Ellinor è una ragazza (e poi una donna) molto contemplativa  che tutto osserva e quasi si comporta come una coscienza collettiva – suo padre e gli altri uomini della sua vita sembrano balzare fuori dalle pagine per la loro energia e per la loro identità perfettamente delineata. Attraverso questi personaggi maschili Gaskell mette in scena una incredibile rappresentazione delle migliori qualità e insieme delle più penose mancanze dell’essere umano, offrendocene un ritratto universale: l’affetto, l’ambizione, la lealtà, l’orgoglio, la passione, la depressione, l’amore, la collera. 
Il padre di Ellinor, Edward Wilkins, la figura principale della prima parte del romanzo, è un uomo colto, affascinante, dagli orizzonti intellettuali amplissimi, che però a un certo momento della sua vita, a causa della strenua resistenza del sistema sociale di separazione in classi, precipita in un abisso di insoddisfazione e di disperazione. Suo contraltare diretto è il fidanzato di Ellinor, Ralph, che, mentre Wilkins inesorabilmente decade, compie la propria ascesa sociale e professionale, in nome di una personalità di grande forza, eppure stupendamente imperfetta, che fa di lui un personaggio indimenticabile. Chiude il cerchio il canonico Livingstone, leale e appassionato, protagonista di un passo del romanzo che, mentre lo traducevo, mi ha quasi commossa. 
Hawley C. White, Rome from the Dome of St. Peter's (1902)
Questo episodio è la sola scena di ambientazione italiana dell’intera produzione di Elizabeth Gaskell. I personaggi si trovano a Roma e assistono, da un balcone, alla sfilata del Martedì Grasso: l’incontro tra Mr. Livingstone e Ellinor ricalca un episodio della biografia della scrittrice che determinò l’inizio della sua lunga e fortissima amicizia con il critico d’arte americano Charles Eliot Norton. Una lettera della figlia di Elizabeth, Meta, ci riporta il ricordo di quel momento, e l’immagine che ci tramanda è così simile al brano di Delitto di una notte buia da riempire il lettore di emozione.
Le memorie del viaggio a Roma restarono per sempre nel cuore di Elizabeth Gaskell: nelle sue lettere scrisse che quei giorni furono il momento supremo della sua vita, e le fugaci immagini che ci regala, delle passeggiate per le strade della città, di Piazza di Spagna, delle visite alle gallerie d’arte o ai resti archeologici guidate da Norton, o di lei intenta a raccogliere fiori nel parco di Villa Doria, non può che confermare la bellezza incancellabile di quella esperienza. 

11 maggio 2017

Jane Austen at Home

Quando ho saputo che Lucy Worsley avrebbe scritto una biografia su Jane Austen ho deciso che l’avrei letta subito, appena pubblicata. Worsley è una studiosa di storia, curatrice di beni storici, accademica ma soprattutto divulgatrice, ed è per quest’ultimo talento che è molto conosciuta. I suoi documentari storici-letterari per la BBC sono informativi e precisi, ma allo stesso modo divertenti: il mio preferito è stato A Very British Murder, una serie in cui vengono studiati (e “interpretati” da lei, in costume d’epoca!) i più celebri omicidi della storia britannica. Cose che in Italia probabilmente non si produrrebbero, e tanto meno se lo storico che racconta i fatti fosse una donna.
Il sostanzioso volume Jane Austen at Home è comparso nella mia cassetta della posta la scorsa settimana e oggi sono arrivata alle ultime pagine. Non è la mia prima biografia di Austen: in precedenza ci sono state quella originale del nipote James Edward Austen-Leigh (il Memoir), quella di Constance Hill del 1901 che ho contribuito a tradurre in italiano (Jane Austen: i luoghi e gli amici), quella di Claire Tomalin – che però ho letto così tanto tempo fa da non averne conservato alcun ricordo –, quella in forma di raccolta epistolare di Giuseppe Ierolli (Jane Austen si racconta) e, più di recente, quella di Paula Byrne, The Real Jane Austen: a Life in Small Things del 2014, sicuramente ben curata e che rivela un grandissimo lavoro di ricerca. Vedo sui giornali che in questi giorni qualcuno ha già iniziato a parlare di molte, troppe somiglianze, tra il lavoro di Byrne e il nuovo libro di Worsley, ma penso che la cosa non debba stupire, visto che il soggetto è identico e che certe conclusioni sono naturali in opere contemporanee, che traggono spunto dalle stesse fonti più recenti.
Lucy Worsley. Fonte: bbc.co.uk
Di sicuro il mio personale ritmo di lettura è molto diverso: il libro di Lucy Worsley procede con uno stile così irresistibile da sembrare quasi un romanzo, mantenendo però una salda aderenza alla verità storica e una grande lucidità, condita di scintille di ironia che fanno onore alla stessa scrittura austeniana. (Almeno, questa è la mia impressione: ma quando si parla di Jane Austen bisogna stare più che accorti alle opinioni che si esprimono!) Se si conosce l’autrice, e il suo lavoro in televisione, leggendo il suo libro sembra di vedere il suo sorriso lievemente beffardo e di sentire la sua voce accattivante, impegnata nel racconto della eccezionale vita di Jane Austen; inoltre – ed è un aspetto che mi dà sempre soddisfazione – il libro è strutturato molto bene, ordinato, pulito, con i capitoli che replicano un modello preciso (un’apertura quasi sempre dedicata all’aspetto puramente storico, all’età georgiana in generale; l’immersione nel mondo e nella vita di Jane Austen; la chiusura con un pizzico di suspense, o con il cliffhanger che ti rimanda subito al capitolo successivo).
Citazione da p. 249. Cliccare per ingrandire.
La caratteristica che ho amato di più in questa biografia è l’equilibrio tra una confessata parzialità per l’autrice e la auto-ironica leggera debolezza per il piacere di immaginare cose che non sono accadute e, d’altra parte, la forte necessità di restare fedeli al vero, senza tentare voli di fantasia o melense immedesimazioni con la scrittrice (che, ricordiamo, è vissuta duecento anni fa, in un universo totalmente diverso dal nostro). Insomma, davvero un bel libro, che per me ha reso il dovere di conoscere la biografia di questa scrittrice niente affatto oneroso. Si parla di guerra e di pace, di tè, zucchero e porcellane Wedgwood, di ricette e di lavori di cucito, di mobili, di cappelli, di case, di viaggi, di libri e di lettere, di risate e rimpianti, di vita e di morte. Mi auguro che Lucy Worsley ne tragga uno dei suoi splendidi documentari a puntate: sarebbe l’ultimo tocco necessario per riportare davvero in vita il mondo di Jane Austen.


Aggiunta del 3 giugno 2017: un documentario di un'ora dedicato alle case di Jane Austen con protagonista Lucy Worsley è andato in onda su BBC2. Si trova su Youtube a questo link

Il mio libro, Le case di Jane Austen, che non è una biografia, ma un'analisi del valore della domesticità nei romanzi canonici austeniani, si può acquistare sia in formato ebook che cartaceo da qui 

27 aprile 2017

Ho tentato tre inizi - Conversazione con Sara Grosoli

L’Iguana Editrice è una bellissima realtà editoriale al femminile che ho conosciuto lo scorso anno. Questo incontro è avvenuto in occasione della pubblicazione della raccolta di racconti Soffia un vento contrario (risultato del concorso per narrativa breve organizzato dalla Libreria delle Donne di Padova), nella quale è contenuto anche il mio racconto “Ellen e Julia”, dedicato alla fotografa vittoriana Julia Margaret Cameron. 
Tra i libri pubblicati da L’Iguana (il catalogo si trova qui) c’è un interessantissimo volume intitolato Ho tentato tre inizi, un’antologia di cinquantasette lettere scritte da Charlotte Brontë tra il 1847 e il 1853. Il libro, dal prezzo veramente “accogliente”, con testo inglese a fronte e un’immagine di copertina (di Hanna Suni) che ho trovato brillante, contiene una cronologia della vita di Brontë e una postfazione di Paola Bono, ed è tradotto e curato da Sara Grosoli, che ha gentilmente accettato di rispondere a qualche mia domanda sul suo lavoro. 

Cara Sara, grazie di aver accolto il mio invito a una conversazione su Ho tentato tre inizi. In primo luogo, vorrei chiederti di illustrarci brevemente il tuo coinvolgimento con la letteratura inglese: qual è stato e qual è il tuo percorso attraverso questa straordinaria disciplina? Di cosa ti occupi in particolare? Quali sono i tuoi futuri progetti letterari/editoriali? 

Grazie a te, cara Mara, di avermi concesso spazio per questo colloquio. Il corpus narrativo brontiano è la matrice da cui è scaturito, ad un’età abbastanza precoce, il mio amore per la letteratura. Mi sono laureata in Letteratura Inglese all’Università di Bologna, specializzandomi nello studio della letteratura d’epoca vittoriana. Ho analizzato in particolar modo l’intreccio tra narrativa e ricostruzione storica nelle opere di George Eliot. Ora, insegnando nelle scuole, cerco di trasmettere l’amore per la poesia inglese sottolineandone la musicalità della lingua e la pregnanza delle immagini. Vorrei precisare che mi occupo anche di letteratura francese e russa: di recente è uscita, sempre per L’Iguana Editrice, la mia traduzione di Un inverno a Maiorca di George Sand. Tornando alle traduzioni, noto che in molti si lamentano perché alcuni tra i più importanti titoli della grande tradizione britannica sono ormai fuori catalogo e non tutti possiedono una conoscenza abbastanza profonda dell’inglese per leggere queste opere, spesso di formato assai voluminoso, in lingua originale. Avrei molti progetti di traduzione atti ad accrescere il patrimonio letterario a disposizione dei lettori  penso in particolare ad alcune opere di George Eliot non ancora tradotte in italiano  ma la situazione del mercato editoriale in Italia non sono è delle più rosee. Dovrò con perseveranza attendere una fase migliore! 

Veniamo ora alle lettere di Charlotte Brontë. Com’è nato e come si è sviluppato il progetto di Ho tentato tre inizi con L’Iguana Editrice? 

Leggendo l’epistolario di Charlotte Brontë mi rammaricavo del fatto che in lingua italiana fossero conosciute solo le lettere che parlano di temi personali, come il lutto per la morte prematura dei suoi fratelli o la disperazione del suo amore non ricambiato per il professor Héger. Le lettere legate alla sua professione di scrittrice, invece, si ampliano fino a diventare occasione di avvincente dibattito culturale. Volevo condividere con altri lettori la mia meraviglia per l’audacia intellettuale di una donna a cui la società del tempo sbarrava le porte dell’istruzione superiore e che veniva relegata al ruolo subalterno di governante, ma che da sola, studiando e riflettendo, aveva raggiunto un’eccellenza intellettuale tale da permetterle di discutere da pari a pari con i più eminenti uomini di lettere del suo tempo. L’incontro con la passione e l’entusiasmo di una giovane editrice come Chiara Turozzi (L’Iguana Editrice) interessata alla valorizzazione della scrittura femminile mi ha permesso di concretizzare questo progetto. 


Questa raccolta di lettere affronta un aspetto che, a mio parere, è tra i più stimolanti della biografia di Charlotte Brontë, ovvero il suo rapporto con l’Arte e con l’editoria. È una relazione delicata e complessa, che assomiglia per certi versi all’esperienza di Elizabeth Gaskell (che da un certo momento in avanti condivise con l’amica Charlotte, su suo diretto consiglio, la felice esperienza di pubblicare con l’editore George Smith). Ritieni che nell’Ottocento – o anche in seguito – le scrittrici avessero maggiori difficoltà dei loro colleghi uomini nei rapporti con l’editoria e la stampa? 

Uno scrittore poteva essere attaccato per la qualità dei suoi scritti o per le sue posizioni politiche; una scrittrice era sempre fatta oggetto di pregiudizi feroci ed invalidanti a prescindere da cosa e come scrivesse. Allignava il sospetto che una donna capace di acquisire notorietà fosse di costumi corrotti. Nel XVII e XVIII secolo aristocratiche come Lady Anne Winchilsea, Lady Margaret Cavendish e Lady Georgiana Spencer approfittarono della loro appartenenza alle grandi famiglie che governavano il regno inglese per sfidare il giudizio del pubblico pubblicando raccolte di versi, ma vennero crudelmente schernite dai letterati dell’epoca. Donne della classe media, quali Fanny Burney e Jane Austen, preferirono pubblicare i loro primi romanzi in forma anonima e solo il vasto consenso di pubblico le indusse a palesarsi pubblicamente. Quando salì al trono, la regina Vittoria scelse di dare una connotazione marcatamente borghese alla monarchia britannica e ciò rafforzò la visione del ruolo della donna esclusivamente come angelo del focolare. Non a caso molte scrittrici d’epoca vittoriana scelsero di pubblicare le loro opere adottando pseudonimi maschili. La stessa Charlotte Brontë, come possiamo leggere nelle lettere, dovette affrontare maggiore ostilità da parte della critica letteraria quando il segreto della sua vera identità sessuale venne alla luce. 

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nel corso del lavoro di traduzione? Quali brani ti hanno appassionata/entusiasmata di più? 

Ritengo che il dovere di un traduttore sia quello di mantenere un atteggiamento di ascolto paziente e partecipe, di apertura alla sapienza della lingua altrui. Spero di esserci riuscita, anche se continuo ad interrogarmi sui miei limiti. I brani delle lettere che preferisco sono quelli in cui Charlotte con massima onestà intellettuale difende il valore delle poesie scritte dalla sorella Emily riconoscendole superiori alle proprie, e quelli in cui descrive il piacere con cui riceve i libri speditile dalla casa editrice quasi fossero dei nuovi amici capaci di alleviare la solitudine delle sue giornate.


Ringrazio Sara Grosoli per essermi venuta a trovare su Ipsa Legit e vi consiglio caldamente di leggere Ho tentato tre inizi, per conoscere davvero in profondità il percorso artistico e professionale di Charlotte Brontë, e contemporaneamente le sue difficoltà e i conflitti che decise di affrontare nella cruciale transizione tra la silenziosa privatezza della brughiera e l’ardimentosa esperienza della pubblicazione. 

SCHEDA DEL LIBRO 

Autore: Charlotte Brontë 
Titolo: Ho tentato tre inizi. Lettere 1847-1853 
 Testo inglese a fronte 
Traduzione e cura di Sara Grosoli 
 Postfazione di Paola Bono 
Editore: L’Iguana Editrice, 2015 
Pagine: 371 
Prezzo: 17€

11 aprile 2017

È iniziata così

La scorsa settimana ho letto È iniziata così di Penelope Lively (Guanda 2011, trad. it. di Corrado Piazzetta), un’autrice che mi piace sempre tantissimo. Qui su Ipsa Legit ho già scritto di Un posto perfetto, Amori imprevisti di un rispettabile biografo e L’estate in cui tutto cambiò, mentre il romanzo che vi presento oggi, il cui titolo originale è How It All Began, è al momento l’ultima opera di narrativa della scrittrice britannica. 
Come già in altri suoi libri, il filo rosso che sostiene questa storia è la consapevolezza dei piani intersecanti del Tempo: livelli fluttuanti, che si incrociano con la realtà, assecondando il dominio del Caos. Un incidente banalissimo – l’anziana Charlotte viene derubata da un ragazzino per la strada –, che sarebbe potuto capitare in qualunque luogo e in qualunque momento, determina un cambiamento decisivo nella vita di sette persone, legata l’una all’altra da relazioni più o meno strette, più o meno serie. A partire dal superamento della soglia delle sliding doors aperte da questo episodio, apparentemente insignificante, accade che Rose, la figlia di Charlotte, sia costretta ad assentarsi dal lavoro per qualche giorno; il suo datore di lavoro, Lord Henry, deve quindi chiedere aiuto alla nipote Marion, che così si ritrova a osservare la realtà del rapporto con il suo amante, Jeremy, il cui matrimonio entra allora in crisi… – una sorta di incontrollabile reazione a catena, narrando la quale Penelope Lively dà prova, come al solito, del suo grande talento per la bella scrittura. 
Quando racconta di Marion e di Jeremy, l’autrice comunica (come già in Un posto perfetto) la sua attrazione per il gusto del vivere la casa e per la ricerca degli oggetti per arredarla, che non sono solo “cose”, bensì veri e propri gusci di storie da raccontare, involucri di tempo immortale. In Charlotte, insegnante di inglese, e Henry, storico dell’illuminismo, Lively studia le dinamiche della vecchiaia fisiologica, colpevole di alto tradimento a danno di menti ancora lucide, ancora sognanti, ancora piene di parole da dire e di ricordi da celebrare: «Charlotte sa di navigare in un enorme mare di parole, di linguaggio, di storie e di situazioni e informazioni, di conoscenza. In parte la può recuperare, in buona parte è quasi perduta ma rimane in qualche angolo, e ha avuto un’influenza su di lei e sul suo modo di pensare. Charlotte è il prodotto tanto di ciò che ha letto quanto del modo in cui ha vissuto; è come milioni di altre persone forgiate dai libri, per cui i libri sono un alimento essenziale, persone che potrebbero morire di fame se non li avessero».
Questo romanzo è densissimo del valore delle parole. Parla di lingua nativa, di libri di storia, di dizionari: racconta di un immigrato “economico”, Anton, che vuole imparare a leggere in inglese per tentare di trovare una vita migliore, per sentirsi integrato nel Paese che ha dovuto eleggere a sua nuova casa. La sua momentanea condizione di analfabeta è descritta con verità straziante: «La lingua gli lanciava i suoi dardi, tutto il giorno. Lo sfidava dalle fiancate degli autobus, in metropolitana, dai giornali. […] Quando ti trovi in un paese straniero, pensava, sei dietro uno steccato, o in una cella: attorno a te il mondo scorre, ma tu non ne fai davvero parte. Apri la bocca e sembri un bambino; sai di essere altro, ma non riesci a spiegarlo». 
Certa sensibilità, nel mondo così arrabbiato in cui stiamo, si trova veramente solo nei libri. E allora, leggiamo.


4 aprile 2017

Racconti di Elizabeth Gaskell

Immagine della miniatura di Elizabeth Gaskell
(1832?) tratta dal sito della Rylands Collection
A breve la casa editrice Croce porterà in libreria Racconti, una raccolta di dieci esempi della narrativa breve di Elizabeth Gaskell (a cura e con Introduzione di Anna Enrichetta Soccio). I titoli sono: Casa Clopton (Clopton Hall), L’eroe del sagrestano (The Sexton's Hero), Casa Morton (Morton Hall), Lo zio Peter (Uncle Peter), Tempeste e raggi di sole natalizi (Christmas Storms and Sunshine), Le vicissitudini domestiche di Bessy (Bessy's Troubles at Home), Il cuore di John Middleton (The Heart of John Middleton), Storia di un proprietario terriero (The Squire's Story), Le tre ere di Libby Marsh (Libby Marsh's Three Eras), Visita a Eton (A Visit to Eton).
Questi racconti rivelano lo straordinario talento di Elizabeth Gaskell per lo storytelling, la sua capacità di entrare fra le pieghe della psiche e dentro gli strati dei rapporti interpersonali, talvolta arrivando al punto di assottigliare, quasi a farlo scomparire, il confine tra la realtà e la fiction. Clopton Hall, ad esempio, è più un articolo che un racconto (fu pubblicato in Visits to Remarkable Places a cura di William Howitt, 1840), basato su un ricordo di giovinezza e sugli echi di leggende incastonate nel passato remoto. L'eroe del sagrestano Le tre ere di Libby Marsh, che furono pubblicati su Howitt Journal nel 1847 (il periodo è ancora antecedente alla pubblicazione del primo romanzo di Gaskell), già dimostrano una caratteristica verso cui la scrittrice dimostrerà interesse in tutta la sua carriera: l'esplorazione del rapporto tra i personaggi e l'ambiente in cui vivono. Le vicissitudini domestiche di Bessy si dedica ancora una volta all'osservazione delle condizioni di vita della classe lavoratrice, laddove il tema delle passioni violente, della vendetta, del peccato e del bisogno di redenzione è centrale in Il cuore di John Middleton. Ancora a proposito di fusione tra realtà e finzione si parla in Storia di un proprietario terriero, che come Clopton Hall sprigiona forti atmosfere di mistero e di terrore, mentre Morton Hall mescola il racconto con il commento sociale, e la storia con la leggenda (il tutto reso interessantissimo dalla tecnica della narrazione a molteplici voci). 
Dedico una nota a parte a Lo zio Peter, che sono stata tanto contenta di poter tradurre. Questo è sempre stato uno dei miei racconti gaskelliani preferiti, non solo per il conforto del lieto fine, ma anche per la finezza nella trattazione dei diversi piani del Tempo e lo studio dei sentimenti, spesso difficili e contraddittori, che investono la sfera familiare. L'amore coniugale tra il Capitano e sua moglie è raccontato con toni commoventi, mentre l'eroe eponimo, lo zio Peter, è uno dei tanti formidabili personaggi maschili di Elizabeth Gaskell, tutto preso com'è dai suoi conflitti, dai suoi pregiudizi, dalla paura della solitudine. Lo zio Peter, pubblicato nel 1853, è davvero un racconto bellissimo: così ricco da poter essere definito una specie di romanzo in miniatura, sotto certi aspetti anticipa l'intensità, e insieme la delicata ironia, dello studio delle dinamiche familiari che raggiungerà la perfezione in Mogli e figlie.