19 giugno 2016

Raggi di luna

Stamattina ho chiuso l’ultima pagina di Raggi di luna di Edith Wharton (Bollati Boringhieri 2015, trad. it. di M. Biondi). The Glimpses of the Moon (titolo tratto da un verso dell’Amleto) uscì nell’agosto del 1922, un anno dopo che l’autrice si era guadagnata il Premio Pulitzer per il suo capolavoro, L’età dell’innocenza; è un libro ancora una volta basato sui temi dell’amore, del matrimonio e delle difficoltà di proteggere queste due fragili e preziose esperienze della vita umana da una società dominata dalla falsità, dalle convenienze e dalla necessità costante di accumulare e di spendere denaro («sapeva quanto è fragile il filo a cui sta appeso chi non ha un centesimo»). 
Nella sua autobiografia, A Backward Glance (pubblicata in italiano con il titolo Uno sguardo indietro), Wharton parla di Raggi di luna in riferimento al contesto del primo dopoguerra. Di questo periodo scrive: «La morte e il lutto erano come tenebre sulle case dei miei amici e io soffrivo con loro, e fondevo il mio cordoglio privato con il dolore di tutti», nel patire «il crescente senso di spreco e di perdita dovuto agli irreparabili anni della guerra». Per questo Raggi di luna offre, secondo lei, «una via di fuga dai recenti, spaventosi anni». 
In effetti, questo romanzo, pur ricordando per molti versi – e soprattutto nella sua protagonista, Susy – il tragico La casa della gioia, appare più “leggero” di altre opere di Edith Wharton, essendo molto concentrato sull’intreccio amoroso piuttosto che sulla disamina, tipica di altri suoi libri, della complessa e stritolante meccanica sociale. Al momento della sua pubblicazione ebbe un grande successo di pubblico, ma la critica iniziò a intravvedere una certa lontananza della scrittura dell’autrice da quelle che stavano diventando le istanze rivoluzionarie della letteratura contemporanea, rappresentate da lavori come Terra desolata di T.S. Eliot o Ulisse di Joyce; è innegabile, tuttavia, che nella rappresentazione precisa della vita mondana dei personaggi di Raggi di luna, sembrano comparire motivi che si ritrovano anche in Il grande Gatsby (1923).

La grande bellezza di questo romanzo, come spesso avviene in Wharton, sta nella sua rievocazione del “sense of place”. I due protagonisti, Susy e Nick, da tipici espatriati americani, si spostano su e giù per l’Europa andando incontro a “raggi di luna” destinati a spiovere sempre su splendidi paesaggi, la maggior parte italiani. La loro storia coniugale inizia in una villa sul Lago di Como, le cui piccole onde si fanno «più ampie, riducendosi infine a una serica levigatezza, mentre alta sopra le montagne, in un cielo spolverato di stelle sempre più evanescenti, la luna stava passando dall’oro al bianco». Lasciata Como, i due si spostano, sempre squattrinati e sempre ospiti dell’interessata generosità altrui, nella cornice stregata di Venezia, dove il sole «entrava a fiotti attraverso le tende di vecchio broccato, e la sua rifrazione dalle increspature del canale tracciava un reticolo di scaglie dorate sul soffitto a volta» e, nel crepuscolo, la prua delle gondole «scivolava sopra il riflesso capovolto dei palazzi e nel profumo di giardini nascosti». Non può mancare, infine, una fotografia di Parigi, la tanto amata Parigi di Edith Wharton, con «il reticolo della città vecchia, le grandi volte grigie di St. Eustache, le vie gremite del Marais».

5 giugno 2016

Un posto perfetto

Stamattina, complice la quiete del terrazzo e un cielo misto tra il pervinca e il grigio con occasionali spruzzate di pioggia fresca, ho terminato la mia quarta lettura di Penelope Lively, il romanzo Un posto perfetto (Family Album, 2009) edito da Guanda con traduzione di C. Piazzetta. 
È la storia di una famiglia inglese molto numerosa che vive ad Allersmead, una grande casa edoardiana pregna di ricordi. Mentre la madre Allison, archetipo quasi mitico della fecondità, si sforza di mantenere il marito, i figli e la "ragazza alla pari" - che non è più una ragazza ma non li ha mai lasciati - legati in un vincolo insolubile, gli altri personaggi si sforzano di sfuggire al suo abbraccio, talvolta soffocante, e di costruirsi una vita indipendente. 
Come sempre, la scrittura limpida e «dalla grande profondità emotiva» (The Times) di Penelope Lively dimostra un incredibile talento per la narrazione. Gli eventi sono dominati da una penna sicura, perfettamente consapevole di tutte le fasi dell'evoluzione della storia, momento per momento; i livelli del racconto, che si intersecano fluidamente tra una voce narrante e l'altra e da un piano cronologico all'altro, costruiscono con grazia ed eleganza una storia solida e convincente, che gira intorno a un perturbante segreto familiare eppure, contemporaneamente, sa intraprendere numerose altre vie periferiche di analisi della coscienza della specie umana. 
Come spesso accade nella scrittura inglese, lo spazio domestico ha una grande importanza, non solo come teatro degli avvenimenti, ma anche come ricettacolo di atmosfere, di retaggi del passato e di premesse del futuro: «è l'intelaiatura, ciò che permane quando tutta quell'evanescente materia umana è transitata e passata. È un tripudio di impassibili mattoni rossi, piastrelle nere e bianche, boiserie di quercia, vetrata con gigli e acanti. [...] La casa sente tutto. La casa sa.» 
Se Allison vede Allersmead come il luogo naturale dell'espressione dei suoi sogni (forse un po' ammaccati), per i figli quella casa è il luogo dal quale fuggire, pur sapendo che non se ne distaccheranno mai veramente. Alla fine della storia una di loro, Gina, riflette sulla natura più profonda, umana, della casa, risentendo il «profumo lungo un secolo di pane tostato e di arrosto. [...] Gina può ancora distinguere i loro odori... il pranzo della domenica, il coq au vin, lo spezzatino di agnello con patate, la pasta al forno, il crumble di mele. E gli odori la riportano a una Allersmead più intima, alla Allersmead della mente, a una moltitudine di attimi privati che risalgono la lunga e buia corrente degli anni, lo strano assortimento di immagini fugaci che è noto come memoria».

Altri post su Penelope Lively:
http://ipsalegit.blogspot.ch/2013/08/l-in-cui-tutto-cambio.html
http://ipsalegit.blogspot.ch/2015/08/amori-imprevisti-di-un-rispettabile.html

1 giugno 2016

Tempo immemorabile

Rachel Field
Il mese di maggio appena finito è stato brutto e difficile. Sono stata un po’ aiutata a superarlo da un romanzo molto bello e intonato al momento, fatto della storia di un grande amore ma soprattutto del racconto della formazione (o forse, meglio, della metamorfosi) di un’identità. Il libro è Time Out of Mind (1935) di Rachel Field, che si trova anche in edizione italiana con il titolo Tempo immemorabile (Elliot 2014, trad. it. di D. Vallesi). L’americana Rachel Field, autrice di fiction e di poesia, divenne celebre per la sua letteratura per l’infanzia, ma dai suoi libri “da grandi” furono tratti anche dei film: Time Out of Mind, in particolare, fu trasposto su pellicola nel 1947. 
La storia si dipana lungo il corso di un paio di decenni, alla fine del diciannovesimo secolo. La protagonista e io narrante, Kate, è la figlia di una domestica che vive nella residenza dei Fortune, facoltosa famiglia del Maine le cui ricchezze provengono dalla costruzione di imbarcazioni e di velieri. Benché di bassa estrazione sociale, Kate cresce a stretto contatto con i figli del maggiore Fortune, Nathaniel e Clarissa, e il legame che instaura con loro perseguiterà la sua esistenza fino al giorno in cui, da anziana, deciderà di mettere su carta i suoi ricordi. È un legame di amicizia, di amore, di interdipendenza, che dalle gioie della prima fanciullezza passa a ingenerare sentimenti di passione sfrenata (a tratti sembra di rileggere Cime tempestose) e di doloroso straniamento; a causa del vincolo che la tiene legata ai Fortune, Kate finisce per non appartenere più a niente e a nessuno: né al mondo in cui è nata e alla gente che lo abita (la popolazione più umile del villaggio), né, naturalmente, all’alta società di cui fanno parte Nathaniel e Clarissa. 
La scrittura è molto bella, ricca di musicalità disparate e di una forte capacità di evocazione visiva. Nella prima parte il protagonista è il mare: la sua potenza appare sempre all’orizzonte e la scena del varo del veliero sventurato, il Rainbow, è indimenticabile per i suoi richiami sonori, che ci riecheggiano nelle orecchie per tutto il resto del libro, e per la densità dei suoi significati, intimamente connessi al senso del destino. Seguono intensissime scene naturali, in cui risplendono fioriture quasi incantate, immagini di gelate e di tempeste, e richiami al valore dell’arte (la musica e la pittura in particolare) nella vita dell’essere umano.
Acute e commoventi sono le riflessioni della narratrice sul valore del Tempo nella nostra vita. Simboleggiato dalla presenza ricorrente di un orologio a pendolo francese, «marmoreo e dorato», appartenuto prima ai Fortune e poi alla stessa Kate, il Tempo diventa in questo libro un’entità quasi concreta, che si manifesta come un meccanismo ineluttabile, assumendo di volta in volta le forme delle stagioni in mutamento e dei loro frutti (fragole e mele hanno un significato importantissimo); degli spartiti musicali su cui Nathaniel perde la ragione; della scomparsa del paesaggio per l’avvento del progresso; e infine dei cambiamenti che intervengono sul corpo degli uomini a causa dell’età e del dolore. Voltando una pagina dopo l’altra, assistiamo alla trasformazione quasi mitica, quasi mistica, di Kate, da essere umano membro di una comunità a elemento della natura, condannato alla solitudine e all’isolamento, ma destinato a quella impalpabile serenità che deriva dall’aver trovato il proprio posto nell’ondivaga dimensione del mondo dentro lo spazio. «Le persone possono abbandonarti. Muoiono, partono, si staccano da te con parole violente: ma la terra, gli alberi, le mura protettrici e ospitali non ti tradiscono mai in quel modo. […] Andai nel frutteto un tardo pomeriggio di maggio, e vi rimasi fino a quando i miei capelli e le mie spalle furono tutti bianchi di una pioggia di petali. Il ronzio di migliaia di api sospese sui tremuli calici rosei dei fiori pareva il fruscio di una corrente che fluisse a perdersi nel mare, tra gli scogli lontani. C’era qualcosa di spasmodico, di fuori dal tempo, in quella pulsazione occulta di vita che mi stordiva e mi dava le vertigini. […] Avevo sempre saputo che, per ogni mela destinata a crescere e a maturare, centinaia di fiori cadevano e si sperdevano ai venti. Ma quel giorno lo constatai con una specie di panico, perché sapevo che anche agli esseri umani può toccare la stessa sorte che ai meli di maggio».

23 maggio 2016

I diari di Dorothy Wordsworth

Di solito non faccio caso al supporto di cui mi servo per godermi un’opera di scrittura o di letteratura: leggo volentieri sia i volumi di carta che gli ebook, senza pormi troppi problemi. La scorsa settimana, però, è arrivato un libro la cui forma contribuisce al valore della sostanza. 


Si tratta della recentissima edizione The Folio Society dei Diari di Grasmere di Dorothy Wordsworth – un’opera poco conosciuta rispetto alle poesie del più illustre fratello William, ma nella quale si possono trovare le stesse intuizioni, gli stessi colori e profumi, e la stessa capacità di evocare nel ricordo gli anni “profondi” (per gioie, sofferenze ed esperienza artistica) trascorsi nel Lake District. In questi diari Dorothy ci restituisce un ritratto intensamente umano del mondo che ha condiviso con William, sua moglie Mary e Coleridge, in una danza di parole, di sensazioni, di immagini e di memorie cui l’edizione della Folio Society rende omaggio con una copertina dai caratteri dorati, una sovraccoperta in carta velina opaca, le pagine in color avorio, l’introduzione di Lucy Newlyn e le bellissime illustrazioni (in acquerello a colori e in bianco e nero). 
Dorothy, separata sin da piccola dalla famiglia, crebbe innamorandosi dei libri (Cowper, Goldsmith, Burns, Shakespeare, Chaucer, Gray) e divenendo esperta dell’arte del cucito (nel Dove Cottage, a Grasmere, dove i Wordsworth vissero dal 1799 al 1808, è possibile ammirare il suo astuccio del cucito, riprodotto nella cartolina della fotografia in alto). 
Iniziò a scrivere quelli che sarebbero stati pubblicati, dopo la sua morte, come Diari di Grasmere, nel 1800: in queste pagine Dorothy raccolse impressioni della natura circostante – compreso l’episodio dell’incontro con i narcisi che William avrebbe celebrato nella sua “I Wandered Lonely as a Cloud” –, i resoconti del lavoro di scrittura del fratello, la storia del suo giardino, la depressione di Coleridge che non riusciva a concludere Christabel, il variare delle stagioni, le abitudini domestiche. Il tutto è raccontato con un linguaggio da grande scrittrice, che assume forme mutevoli a seconda del momento che è oggetto del racconto stesso: a una dizione prosaica piana e fluida si contrappongono sorprendenti flash visuali, come “impressioni” in forma di parole. Tra frasi sciolte e melodiose come «the melancholy Pleasure of walking in a Grove or Wood while the yellow leaves are showering around me, is grateful to my mind beyond even the exhilarating charms of the budding trees, while Music echoes through the Grove» appaiono espressioni quasi moderniste, eliotiane, quali «The moonshine like herrings in the water». Grande è il valore del silenzio nelle sue rappresentazioni: «The sun shone bright and clear. A deep stillness in the thickest part of the wood, undisturbed except by the occasional dropping of the snow from the holly boughs» e suggestiva la sua capacità di muoversi tra una dimensione materiale e l’altra, senza soluzione di continuità: «the Crows […] looked like shapes of water passing over the green fields». 
Dove Cottage, Grasmere.
Foto di Mara Barbuni (2014)
Come scrisse Virginia Woolf, «È curioso come la vita emerga con grande intensità da questi brevi e semplici appunti […] sui cambiamenti in giardino, gli umori del fratello e il succedersi delle stagioni. […] In queste note brevissime cogliamo la carica suggestiva che è dote del poeta e non del naturalista, la capacità di scegliere gli elementi più semplici e riordinarli in modo che l’intera scena ci si delinei davanti, intensificata e composta: il lago nella sua quiete, le colline nel loro splendore. […] A volte, l’emozione è talmente intensa che la penna balbetta […]. Ma riusciva a controllarsi. Emotiva e impulsiva di natura, lo sguardo “febbrile e inquieto”, tormentata da passioni che quasi la dominavano, doveva comunque frenarsi, comunque reprimersi, altrimenti avrebbe fallito nel suo compito – avrebbe cessato di vedere».
(“Dorothy Wordsworth”, in The Common Reader: Second Series, 1932, riportato in Voltando pagina, a cura di Liliana Rampello, ed. Il Saggiatore).

3 maggio 2016

Elizabeth Gaskell e un amore moderno

Oggi, con la primavera che brilla fuori dal balcone, riflettendosi sui campi che si estendono verso le colline lontane, quasi azzurre, voglio dedicare un post alla storia d’amore più bella – almeno per me – di tutta la scrittura gaskelliana: quella tra Molly Gibson e Roger Hamley. Il ritratto di questo legame può essere annoverato tra le tantissime ragioni per cui Mogli e figlie (1866) è il capolavoro della scrittrice. 
In molti grandi romanzi i personaggi assumono un’identità più precisa solo quando si accompagnano ad altri (per fare un esempio eclatante, pensiamo a Mr. Darcy, che senza Elizabeth non avrebbe praticamente alcun significato narrativo); Roger e Molly, invece, sono due round characters completi e vividi anche se considerati singolarmente – ed è proprio singolarmente che impariamo a conoscerli nel corso del romanzo. 
Di Molly assistiamo alla crescita completa: la vediamo infatti muoversi nel mondo dall’infanzia, quando si smarrisce nel parco di Cumnor Towers, fino alla giovinezza matura e consapevole, che è il risultato delle tante avventure emotive che supera con il procedere della sua vita (secondo lo schema narrativo di Propp, nel quale Mogli e figlie sembra rientrare anche in virtù del tono fiabesco dei suoi primi capitoli). Di lei ci colpiscono la forte statura morale, la testardaggine, il rapporto con il padre: Mr. Gibson è un altro personaggio incredibile di questo libro, un uomo profondamente integro, votato alla professione, intelligente, dai modi frugali, che per un solo (gigantesco) errore di valutazione – frutto di un pizzico di vanità personale e dell’ambizione a una vita tranquilla – si trova a dover affrontare proprio il genere di vita che maggiormente aborriva, fatto di artificiosità, sotterfugi e superficialità nelle relazioni umane. 
A differenza della concretezza del padre (che pure talvolta si allevia, come per esempio nella splendida scena autunnale), Molly ha la caratteristica di perdersi continuamente in fantasticherie, che spesso la conducono a riflessioni molto più grandi di lei; questi suoi pensieri si armonizzano ai temi di amplissimo orizzonte, come gli studi scientifici e le teorie evoluzionistiche, che rendono questo romanzo un classico fondamentale (ancora sottovalutato) della letteratura occidentale. Quando, nonostante gli sforzi di accettare il secondo matrimonio di Mr. Gibson, la ragazza si rende conto che il padre – il suo eroe – sembra spesso non essere all’altezza di affrontare il caos generato dalle sue scelte, la ritroviamo a meditare sulla stranezza dell’incrocio dei destini, che spesso disallineano le coordinate del mondo che conosciamo fino a farcene sentire estranei: «Per tutto quell’inverno si era sentita come se il suo sole fosse avvolto in una nebbia grigia, e non potesse più brillare vivido per lei. La mattina si svegliava con la sorda sensazione che qualcosa non andasse per il verso giusto – che il mondo fosse scardinato, e se toccava a lei metterlo a posto, non sapeva come fare.» Quella di Molly è una personalità molto complessa, contraddistinta da forti conflitti emotivi e soprattutto dalla difficoltà di conciliare la sua onestà e la sua voglia di essere una ragazza “buona” con ciò che di palesemente sbagliato si verifica nella vita di tutti i giorni: «Per qualche minuto la sua testa sembrò troppo confusa per comprendere alcunché, se non che si stava facendo trascinare nel cammino diurno della terra, insieme alle rocce, alle pietre, agli alberi, con una così esigua volontà personale da sembrare morta. Poi la stanza divenne soffocante, e per istinto lei si avvicinò alla finestra aperta e si affacciò, ansando per prendere fiato. Gradualmente, la vista del panorama dolce e pacifico si insinuò nella sua mente, e placò l’intontimento e la confusione. Là, bagnato dai raggi quasi piatti del sole d’autunno, c’era il paesaggio che conosceva e amava sin dall’infanzia; quieto, e denso di piccole vite mormoranti, com’era, a quell’ora, da generazioni. I fiori autunnali splendevano nel giardino sotto di lei, le vacche pigre erano sparse nei prati più lontani, ruminando il loro bolo nel verde fieno di secondo taglio; i fuochi della sera erano appena stati accesi nei cottage distanti, in attesa del ritorno dell’uomo di casa, e lasciavano salire nell’aria immobile morbidi riccioli di fumo azzurrino». Questo brano è importante anche perché è denso di un fortissimo senso del Tempo, perché evoca l’evoluzione geologica, il rafforzamento della sensibilità umana negli anni dell’adolescenza, il cambiare delle stagioni, la rigenerazione della natura. 
L’interesse per lo studio della natura che questo passo sembra sprigionare è strettamente legato al personaggio di Roger Hamley. Roger, il secondogenito dello Squire, è uno studioso di scienze naturali che dopo aver ottenuto il massimo dei voti al college (contrariamente alle aspettative dei genitori, che contavano sulla brillantezza del primogenito Osborne, il quale, invece, ha raccolto risultati molto scarsi), decide di partire per l’Africa per una lunga missione esplorativa che gli consente di pubblicare dei contributi su importanti riviste scientifiche internazionali. Questo suo “mestiere”, al quale Roger fa affidamento per costruirsi un futuro indipendente – la sua famiglia è in gravi difficoltà economiche e lui non esista a condividere il proprio denaro con il padre e con l’amato fratello – lo rende non solo un personaggio letterario molto originale ma anche una figura di grande modernità. Roger, un uomo schietto, franco, buono, aperto (non ha mai paura di esprimere i propri sentimenti), eppure non perfetto – come dimostra la sua precipitosa infatuazione per Cynthia – è il magnifico rappresentante dell’ideale maschile del Vittorianesimo, perché è forte fisicamente, affidabile moralmente e coinvolto in prima persona nel progresso scientifico del suo Paese. 
L’amore tra Molly e Roger è una stupenda storia da leggere, perché unisce due persone (quasi non sono neppure “personaggi”) dal cuore grande, che guardano in faccia il mondo senza aver paura di varcare i suoi orizzonti. Come Roger salpa da solo per un continente ancora del tutto sconosciuto, così Molly affronta a testa alta il rischio dello scandalo (il pericolo più grave per una donna non sposata, nella sua epoca), e lo fa perché sulla sua casa, resa ombrosa dai comportamenti e dalle scelte di Mrs. Gibson e di Cynthia, torni a splendere il sole dell’onestà, com’era prima che il padre si risposasse. È una bella storia d’amore perché le sue radici affondano in un’amicizia speciale, basata sulla confidenza e sul conforto reciproco, che è così forte da superare persino le debolezze individuali. Quali basi migliori per la certezza di un felice futuro a due? 
La morte improvvisa della scrittrice ci ha impedito di commuoverci (molto probabilmente!) sulla scena del ricongiungimento tra Molly e Roger. Di questo si rammarica anche l’Editore della Cornhill Magazine nella Nota in chiusura del libro, dove leggiamo: «Quanto sarebbe stata incantevole questa scena, se Mrs. Gaskell fosse vissuta per dipingerla, possiamo solo immaginarlo: del fatto che sarebbe stata incantevole – specialmente nei gesti, nell’espressione e nelle parole di Molly – siamo consapevoli». Questo vuoto narrativo forzato, però, ci offre una possibilità preziosa: nella nostra immaginazione, possiamo dare a quell’incontro i tratti che sentiamo più vicini alle nostre speranze.

23 aprile 2016

Shakespeare 400

Oggi il mondo intero ricorda i 400 anni dalla morte di William Shakespeare. Festeggiamenti di ogni sorta si sono organizzati in ogni dove e non è facile pensare a un solo breve argomento per un post che partecipi degnamente alle celebrazioni.... Il monologo di Prospero nel IV Atto della Tempesta

Our revels now are ended. These our actors, 
As I foretold you, were all spirits, and 
Are melted into air, into thin air: 
And like the baseless fabric of this vision, 
The cloud-capp'd tow'rs, the gorgeous palaces, 
The solemn temples, the great globe itself, 
Yea, all which it inherit, shall dissolve, 
And, like this insubstantial pageant faded, 
Leave not a rack behind. We are such stuff 
As dreams are made on; and our little life 
Is rounded with a sleep. 

Immagine ©IpsaLegit2016

Dovrei parlare della magia di Puck? Della passione di Antonio? Dei tormenti di Bruto? Della libbra di carne del Mercante di Venezia? Degli enigmi del Racconto d’inverno? Del prologo dell’Enrico V? Della sonorità del pentametro giambico? Dei sonetti 17, 18, 29? Oppure del 55: 

Not marble, nor the gilded monuments  
Of princes, shall outlive this powerful rhyme; 
But you shall shine more bright in these contents 
Than unswept stone, besmear'd with sluttish time.  
When wasteful war shall statues overturn,  
And broils root out the work of masonry,  
Nor Mars his sword nor war's quick fire shall burn 
The living record of your memory.  
'Gainst death and all-oblivious enmity 
Shall you pace forth; your praise shall still find room 
Even in the eyes of all posterity  
That wear this world out to the ending doom. 
So, till the judgment that yourself arise,  
You live in this, and dwell in lovers' eyes. 

Shakespeare's birthplace
Stratford upon Avon (2007)
Impossibile prendere una decisione! D’altronde, Shakespeare è in qualche modo il movente di tutto ciò che sto facendo in questi anni, dato che è la ragione per cui ho scelto di studiare inglese all’università…. Nel corso del primo anno di studi, nonostante ci fossero diverse alternative per sostenere l’esame di Letteratura Inglese I (tra cui, mi ricordo, un corso su Jane Austen e uno sul romanzo gotico, entrambi semestrali), io scelsi quello annuale sui drammi romani di Shakespeare. Lo finimmo in quattro. Che fatica... ma ne valse la pena! Al terzo anno intrapresi il corso facoltativo di Letteratura Inglese del Rinascimento solo per la possibilità di studiare con cura i Sonetti. Bellissimi ricordi… ore e ore fermi su un solo verso, a rievocare insieme le infinite possibilità interpretative di una parola, di una figura o di un suono. Per Letteratura Inglese IV il corso monografico sui romances (The Tempest e A Winter’s Tale): per preparare l’esame finale, che comprendeva, tra le altre cose, anche Marlowe, il Paradiso perduto e tutta la Faerie Queene, impiegai otto mesi. Infine, per il dottorato, un seminario tenuto da uno dei più grandi anglisti e americanisti italiani su Il mercante di Venezia e Otello. 
Shakespeare's grave
Stratford upon Avon (2007)
Insomma, Shakespeare è sempre entrato, uscito e rientrato dalle porte e dalle finestre dei miei studi, eppure, contrariamente a quanto spesso accade, non me ne sono mai stancata. Anni fa, davanti alla sua tomba nella chiesa di Stratford upon Avon, ho sentito un brivido; e altri li ho sentiti nelle stanze della sua casa, di fronte al vetro della finestra inciso dagli illustri visitatori che hanno lasciato lì il loro nome (uno su tutti, Wordsworth), a testimonianza del loro pellegrinaggio. Oggi mi piacerebbe essere al Globe, ad assistere a uno dei miei drammi preferiti (Giulio Cesare, Molto rumore per nulla, Riccardo II…), ma Shakespeare è un po’ intorno a tutti noi, anche se non si è a teatro, anche quando non si ha un suo libro fra le mani, anche quando si sta conducendo la più ordinaria delle giornate nella più normale delle esistenze. 
Anche quando non lo sappiamo, Shakespeare è parte di quello che siamo.

18 aprile 2016

Dialogo fra traduttori

Cari lettori, oggi Ipsa Legit e la pagina Leggere Elizabeth Gaskell vi propongono un post del tutto speciale. Come molti di voi sanno, negli ultimi anni ho lavorato molto su Elizabeth Gaskell, traducendo per la prima edizione italiana i suoi due ultimi romanzi “lunghi”, Sylvia’s Lovers (Gli innamorati di Sylvia, Jo March 2014) e Wives and Daughters (Mogli e figlie, Jo March 2015), e preparando un saggio intitolato Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana pubblicato da flower-ed (marzo 2016). C’è anche qualcos’altro in ballo, proprio in questo periodo, ma ne parleremo quando il progetto sarà definito...! 
Oggi invece voglio presentarvi un “collega”, ovvero un altro traduttore che si è occupato e si sta tuttora occupando della scrittura di Elizabeth Gaskell, Salvatore Asaro. Ecco la nostra conversazione.

1) Benvenuto, Salvatore, e grazie di aver accettato questo invito. Di recente hai curato per le Edizioni Croce la ristampa della traduzione italiana (di Fedora Dei) di Mary Barton, il primo romanzo “lungo” di Elizabeth Gaskell. Mary Barton è un romanzo cruciale, che segna il debutto di Gaskell sulla scena letteraria e lo fa con una serie di tematiche piuttosto controverse, soprattutto – ma non solo – all’epoca della pubblicazione (1848). Quali sono gli aspetti del romanzo che ti hanno maggiormente coinvolto o affascinato?
Grazie mille a te, Mara, per avermi invitato! Sì, ho curato di recente la ripubblicazione di Mary Barton per i tipi delle Edizioni Croce ed è stato un lavoro assieme delicato e affascinante. Ho lavorato su una traduzione bellissima e molto puntuale, dove è possibile cogliere tutti i colori, tutti gli odori e tutti i sapori che Elizabeth Gaskell aveva attribuito alla sua Manchester, nell’originale inglese. La traduzione di Fedora Dei ha fatto un uso massiccio di costrutti regionali laddove la scrittrice inglese ricorreva al dialetto di Manchester e a una sintassi libera, quasi “sgrammaticata”, quando lasciava parlare il popolo con i loro vizi di forma e i loro ipercorrettismi. Diventa qualcosa di quasi voyeuristico andare ad analizzare da vicino il lavoro di un altro traduttore, scoprire le tecniche che ha adottato, cercare di capire le motivazioni che lo hanno spinto a fare una scelta piuttosto che un’altra. E di sicuro mi sono divertito tantissimo. Contestualmente alla revisione della traduzione, ho lavorato anche sulle note, un lavoro che – da filologo – mi affascina sempre tantissimo; amo l’intertestualità, leggere fra le righe, scoprire i rimandi biblici, e Elizabeth Gaskell, in questo, non mi delude mai. Mary Barton è conosciuta come l’opera di esordio della Gaskell, anche se non è stata la sua prima vera prova d’autore. La scrittrice inglese infatti si era confrontata con la scrittura già altre volte, dando alle stampe una serie di racconti brevi e brevissimi, come: “Life in Manchester”, “Christmas Storms and Sunshine” e il bellissimo “Sexton’s Hero”, tutti apparsi su Howitt’s Journal. Al di là della genesi del libro, più o meno nota a tutti i lettori, Mary Barton è la prima opera sul serio “immensa” con la quale la scrittrice deciderà di misurarsi. Rispondo alla tua domanda utilizzando le più autorevoli parole di Francesco Marroni che ha curato la prestigiosa introduzione al volume: «Scrivendo il suo primo romanzo, Mary Barton, Gaskell si confrontava direttamente con i mali sociali che ormai erano ben visibili anche agli occhi di quella parte della classe politica che sosteneva in modo acritico il primato dell’industria, senza interrogarsi sui conflitti che originavano dalla crescente distanza fra padroni e proletariato urbano. Tuttavia, non disgiunta dalla tematica sociale, Gaskell introduce anche il paradigma del male inteso in senso metastorico: il male come elemento costitutivo del percorso umano» (p. VIII). Mary Barton è un romanzo, come hai detto tu, cruciale e anche se risente ancora (inevitabilmente!) dei vecchi modelli ottocenteschi, si percepisce che è presente, in germe, l’intenzione di qualcosa di molto più grande, di molto più profondo e ambizioso: intenzione che maturerà in romanzi successivi come Nord e Sud e il monumentale Mogli e figlie. La figura dell’eroina unica ne è un esempio non di poco, è Mary che risolve tutto quanto, è Mary che decide della sua vita, è Mary che darà il via a una serie di personaggi femminili forti. Stiamo parlando, senza alcun dubbio, di un grande libro, di una lettura imprescindibile per chiunque voglia approcciarsi al mondo della letteratura in generale, di un romanzo forse “sperimentale”, sicuramente innovativo, ed è stato un vero peccato che ai lettori italiani, per anni, non è stato possibile poterne apprezzare il contenuto. E per questo sono molto grato alle Edizioni Croce, in primis per aver pubblicato un testo molto impegnativo (per via della mole, in termini pragmatici) e poi per aver affidato a me il delicato compito della revisione. 
2) Tu sei il traduttore dell’edizione di Ruth pubblicata da Elliot nel 2015. Anche Ruth fu un romanzo outrageous, fustigato dalla stampa e dall’opinione pubblica, ma elogiato da grandi scrittrici come Elizabeth Barrett Browning e Charlotte Brontë. Vuoi raccontarci il tuo lavoro di traduzione? Quali sono stati i momenti più difficili (se ci sono stati)? 
Ho iniziato a tradurre Ruth anni fa, non ricordo nemmeno più io quando. All’inizio è nato come un gioco. Stavo seguendo un corso di letteratura inglese all’università e mi colpì il modo in cui la mia professoressa entrò nei dettagli della trama. C’era qualcosa di perverso nel suo modo di strappare tessuto narrativo dal testo e analizzarlo in aula, strappare lacerti di storia per mostrarli a noi – lì, nuda e indifesa. Ma la cosa che mi sorprese ancora di più fu la scoperta che avvenne immediatamente dopo: il libro, negli anni a cui faccio riferimento, non esisteva in italiano. Be’, mi procurai una copia della Penguin e iniziai a leggerlo. La curiosità di scoprire ogni dettaglio di quella vicenda tanto outrageous l’aveva avuta vinta su di me. Mi innamorai della prosa gaskelliana, stabilii che non avevo mai letto niente di più bello prima di allora – e non soltanto a livello contenutistico, ma anche e soprattutto a livello stilistico (certo, nel parlare del mio amore per Elizabeth, non posso non nominare i saggi di Francesco Marroni, i quali hanno avuto un ruolo cruciale durante la mia formazione universitaria). Decisi di portare con me il testo a Londra e tradussi la prima metà proprio mentre andai a vivere lì. L’altra metà la portai a termine in Italia. Inizialmente non pensavo alla pubblicazione, il file restò in una cartella documenti sul mio computer per un paio di anni. Poi mi chiesi: “Perché no?”. Sarebbe dovuto uscire con le Edizioni Croce, all’interno della loro elegantissima collana Participio Passato, ma poi con un accordo fra editrici, si decise che lo avrebbe pubblicato la Elliot. Tradurre Elizabeth Gaskell è sempre una grande sfida, non importa il titolo che si ha davanti. Di recente ho tradotto uno dei suo racconti brevissimi (appena 2 cartelle) e non sono riuscito a chiudere occhio per diverse notti! Il momento più difficile è quando ti trovi a dover lottare con i protagonisti. Inevitabilmente, grazie alla sua grande capacità narrativa, quando leggi – e soprattutto traduci – i titoli della nostra Elizabeth, entri a far parte della storia. E quando questa prende una piega inaspettata, una che non condividi… be’, ecco, se ripenso a quei momenti… A livello tecnico invece cerco di rispondere in modo più professionale. Elizabeth Gaskell è un’autrice dalle mille sfaccettature, le sue frasi sono valigie ipertrofiche di rimandi, di sottotesti, e spesso è difficile mantenere tutto in traduzione; e poi ha un ritmo impetuoso che va a braccetto con la storia. Siamo lontani chiaramente da un’autrice come Gertrude Stein, che fa della parola uno strumento musicale, a discapito spesso non solo del significato vero e proprio ma anche della comprensione finale; di lei ho tradotto Fernhurst, un testo relativamente breve che mi ha portato via diversi mesi soltanto perché ho cercato di mantenere quella musicalità, quel ritmo speciale che l’autrice andava ricercando all’interno del suo esperimento linguistico e letterario – un romanzo che deve essere assolutamente riscoperto, riproposto al grande pubblico colto, e che per questo, se mi è permesso, consiglio a tutti i lettori: si racconta una storia davvero moderna, intelligente, ambientata all’interno di un ateneo americano. E io, un po’ per formazione, un po’ per rispetto verso l’autore e verso il lettore, non riesco a trascurare nessuno di questi aspetti e quindi spesso per tradurre una frase – per quanto oggi la tecnologia giochi a nostro favore e ricorrere ai dizionari sia molto più veloce –, per tradurla come dico io, impiego anche un pomeriggio intero. Tradurre è sempre molto difficile, indipendentemente dall’esperienza maturata. Ogni testo è una scoperta e anche lo stesso autore riesce a risultare molto diverso tra un’opera e l’altra. Il consiglio che do: bisogna approcciarsi al testo originale piano piano, sfogliandolo, piluccando porzioni di brani qua e là e solo dopo aver instaurato una sorta di feeling iniziare a tradurre. 
3) Tu sei un grande estimatore di Elizabeth Gaskell. Hai un romanzo preferito”? Conosci la sua scrittura breve (racconti e novelle)? Cosa ne pensi? 
Io ritengo che assieme a George Eliot e a Charlotte Brontë, Elizabeth Gaskell sia fra le autrici più interessanti dell’Ottocento inglese. Quindi, per rispondere alla tua domanda, sì, credo di essere un suo estimatore. È difficile avere un romanzo preferito, ma non voglio nemmeno essere banale e dire che li amo tutti allo stesso modo. Sicuramente le sue opere più interessanti, almeno secondo il mio punto di vista sono due: in primis Mary Barton e poi Nord e Sud. Quanto all’altra domanda, credo di aver, in un certo qual modo, dato una risposta. Conosco molto bene la scrittura breve di Elizabeth Gaskell e ci sto lavorando intensamente, coordinando, come ho già detto più su, la traduzione dei racconti da raccoglierle in volume per i tipi della editrice Croce. Da mesi, in team, stiamo traducendo gli scritti brevi gaskelliani, random, per così dire, senza un ordine preciso. Per ora abbiamo messo un po’ da parte i titoli “gotici”, ma un domani chissà… Penso che in alcuni racconti Elizabeth Gaskell abbia dato il meglio di sé, mi riferisco nella fattispecie a “L’eroe del sagrestano” e a “Casa Clopton” (entrambi tradotti da me), ma anche nel romanzo breve La casa nella brughiera, a mio avviso una delle storie più strazianti mai raccontate – anche quest’ultimo vedrà la luce per i tipi della editrice Croce, con la traduzione di Flavia Barbera e l’introduzione di Francesco Marroni. 
4) Parliamo del tuo lavoro di traduttore. Qual è il percorso personale e/o formativo che ti ha permesso di approdare a questo mestiere, così complesso eppure così affascinante? 
Dopo gli studi superiori condotti a La Sapienza di Roma, ho perfezionato la mia conoscenza sia letteraria sia linguistica a Londra, seguendo dei corsi che riguardavano prevalentemente gli aspetti interculturali e di genere in letteratura. È a quegli anni che risalgono i miei primi tentativi di traduzione gaskelliana, spero ben riusciti. Al mio ritorno in Italia ho conseguito un master in Didattica interculturale e contestualmente ho iniziato a collaborare con diverse case editrici, sia come traduttore/revisore sia come editor. Oggi porto avanti un progetto con l’università e continuo a lavorare come editor. Non credo che per diventare traduttore editoriale sia indispensabile una laurea in Lingue o un master in Traduzione. Sicuramente è fondamentale avere una formazione universitaria in ambito umanistico, anche perché la traduzione è un mestiere che richiede concentrazione, lentezza e una grande passione per i libri. Io ad esempio ho una laurea in Filologia e il mio percorso post lauream non ha mai previsto studi specifici di traduttologia. Requisito essenziale è l’ottima conoscenza della lingua di partenza e la perfetta padronanza della lingua di arrivo. 
5) Quali sono i tuoi progetti attuali? C’è qualche altro lavoro “in progress”, magari nell’ambito della letteratura vittoriana o nello specifico gaskelliana, del quale possiamo anche solo accennare? 
La domanda è ardita. Diciamo che sto portando avanti mille lavori editoriali, anche nell’ambito della letteratura vittoriana. Come è facile immaginare – purtroppo –, non posso sbottonarmi più di tanto, anche se mi piacerebbe. Sul serio. Sicuramente posso anticipare il mio importantissimo lavoro all’interno di un inedito di Goliarda Sapienza che dovrebbe andare in stampa tra un mesetto. Grazie all’aiuto dell’inossidabile Angelo Pellegrino – marito e curatore dell’opera omnia di Goliarda Sapienza – ho stilato la prima cronologia bio-bibliografia della scrittrice etnea. Un lavoro di cui vado molto fiero. Poi ho finito di tradurre, a mio avviso, una fra le opere più belle di Elizabeth Gaskell, e spero che i lettori mi diano ragione: I fratellastri, che uscirà i primi di maggio di quest’anno. Sto rivedendo la traduzione grazie anche ai consigli preziosi di Michela Marroni, la quale firma l’introduzione e la curatela. In appendice a I fratellastri compariranno i due frammenti gotici incompiuti che la prof.ssa Marroni tenterà di ricostruire in chiave filologica, una vera chicca per gli amanti della Gaskell. 
Elizabeth Gaskell, by George Richmond
Londra, National Portrait Gallery
La storia de I fratellastri è molto densa ed è molto difficile riassumerne la trama; c’è talmente tanto all’interno di questo titolo che perfino oggi, mentre rispondo alle domande di questa intervista, dopo averlo non solo tradotto, ma anche rivisto e corretto decine di volte, non riesco a capire come abbia fatto la Gaskell a condensare in così poco spazio tutto quel materiale! Non è un caso che la critica non lo faccia rientrare tra i racconti, ma fra le storie brevi. Al momento sono alle prese con la traduzione di un altro romanzo molto interessante, di un autore col quale ho già lavorato in passato, ma nel cuore porto ancora la storia dei due Half-Brothers. E poi, come ho già detto, sto rivedendo la traduzione de La casa nella brughiera, (pubblicazione prevista: estate 2016). In questi giorni mi è stato proposto un incarico molto interessante, ma non posso anticipare ancora nulla. Insomma, non posso proprio dire di annoiarmi! 

Ancora un grazie di cuore a Salvatore Asaro per il tempo e la cura che ci ha dedicato. Personalmente devo dire che nelle sue risposte ho trovato grandi affinità di esperienze, di sensazioni, di relazione con il linguaggio, e non ultimo di amore per la letteratura gaskelliana. Spero abbiate gradito questo incontro: auguriamo a Salvatore il meglio per il suo futuro.