7 gennaio 2014

I gioielli della letteratura

Chi mi conosce sa quanto io ami gli oggetti che rievocano un tempo passato. Ricordo di aver cominciato ad affezionarmi alla cultura e alle atmosfere di età vittoriana quando, da bambina, lessi per la prima volta Piccole donne. C’era qualcosa in quel libro, forse la pace di quel salotto stipato di libri, o la purezza della neve del giardino dei Lawrence, o quel Grand Tour in Europa fatto di finissima porcellana e di delicati acquerelli, che già allora costituiva un’attrazione fortissima, una specie di avvincente sortilegio. Quando, lo scorso Natale, scartando un minuscolo pacchettino rosso ho scoperto un paio di orecchini di granati, l’incantesimo è tornato, e in quella pietra intensa e scura ho trovato racchiusa tutta l’eleganza del più magnifico Ottocento.
Sono corsa dunque a sfogliare il romanzo, alla ricerca del passo che, ne ero sicura, conteneva un riferimento proprio a questa pietra (che ho scoperto anche essere la gemma associata al mese di gennaio): ero certa che la protagonista dell'episodio fosse Amy, perché delle quattro sorelle ella è la più sensibile al fascino degli oggetti preziosi. Ed ecco, infatti, il brano (trad. di A.M. Speckel): "Amy si divertiva soprattutto con uno stipo indiano, pieno di strani cassetti, simili a nicchie di colombaie, di ripostigli segreti nei quali erano conservati ornamenti di ogni genere, alcuni preziosi, altri soltanto curiosi, tutti più o meno antichi. Osservare e mettere in ordine questi oggetti rappresentava per Amy una grande soddisfazione, specialmente il reparto dei gioielli, dove, su cuscinetti di velluto, stavano collocati gli oggetti che avevano ornato una bellezza di quarant'anni fa. Vi si trovavano la parure di granate che la zia March portava quando entrò in società; le perle che il padre le aveva regalato il giorno delle nozze, i brillanti offerti dal fidanzato, gli anelli e le spille di gaietto, i bizzarri medaglioni, [...] i braccialetti portati dalla sua unica figliola, l'orologio dello zio March." Ripensandoci, ho l'impressione che anche la mia passione per stipi, scrigni e cassetti sia nata su queste righe....
La presenza di oggetti che racchiudono un valore sentimentale, oltre che intrinseco, contraddistingue moltissimi romanzi: in tante storie (nate specialmente in quel lungo Ottocento, teatro di una cultura in cui il concetto di proprietà iniziava a imporsi prepotentemente su tutti gli altri ideali), siano esse realistiche o fantasy, di carattere storico o psicologico, ci accorgiamo che capi di abbigliamento o articoli di arredamento, oggetti d'arte, penne, fiori essiccati, naturalmente libri e pietre preziose acquisiscono una grande importanza per la caratterizzazione dei personaggi e per lo sviluppo delle loro vicende. Ho frugato nella memoria alla ricerca di opere in cui, tra tutti i possibili oggetti, fossero i gioielli a rivestire un ruolo di particolare rilevanza. L'elenco che segue costituisce naturalmente solo una parte infinitesimale dei libri appartenenti a questa categoria. Se vi va, aiutatemi a compilarla con i vostri ricordi!
Ho pensato, subito, perché il titolo è già un aiuto, a La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier: "'Lo sai,' mormorò, 'che il quadro ne ha bisogno, ha bisogno della luce riflessa della perla. Altrimenti non è completo.' Lo sapevo. Non l'avevo osservato a lungo [...] eppure avevo capito che era indispensabile l'orecchino di perla. Senza di esso c'erano solo i miei occhi, la mia bocca, lo scollo della camicia, la zona buia dietro il mio orecchio, ma come pezzi separati e indipendenti. L'orecchino li avrebbe legati, avrebbe fatto sì che il quadro fosse perfetto." (trad. di L. Pugliese.)
Un esempio di spilla
di giaietto
In Possessione di Antonia Byatt, durante l'escursione compiuta a Whitby sulle tracce dei due poeti amanti, Roland e Maud si imbattono nella vetrina di "Hobbs e Bell, monili in gaietto". Il gaietto (o giaietto), tipico della città di Whitby, è una varietà di lignite molto fragile e brillante, e in epoca vittoriana veniva usato specialmente in segno di lutto, per il suo colore scuro e il suo aspetto modesto - fu la pietra prediletta dalla Regina Vittoria nei lunghi anni della sua vedovanza. Si legge, in Possessione: "La parte centrale della vetrina era come un forziere sballottato dalle onde, un mucchio polveroso di spille, braccialetti, anelli su screpolati cartoncini di velluto, cucchiaini da tè, tagliacarte, calamai e un assortimento di opache conchiglie morte. [...] Roland studiava un cartoncino di spille e anelli apparentemente ricavati da fili di seta intrecciati e ricamati, alcuni orlati di giaietto, altri guarniti di perle. 'Questo è carino. Giaietto e perle e seta.' 'Oh, non è seta, signore. Sono capelli. E' un altro modo di ricordare i defunti, con i capelli [...] Guardi - un braccialetto con un bel fermaglio a forma di cuore, un lavoro delicatissimo, fatto di capelli bruni. [...] E' oro massiccio, diciotto carati, costoso per l'epoca, quando trovavi princisbecco e cose simili.'" (trad. di A. Nadotti e F. Galuzzi.) Per la cronaca, il princisbecco è un bronzo con elevato tenore di zinco, stagno e lega di rame, molto simile all'oro.
Una spilla in cui sono intrecciate le ciocche di capelli dei parenti amati è decisiva per le sorti della piccola Nell, protagonista di Il giardino dei segreti di Kate Morton: "All'interno vi era una spilla grande almeno come una moneta da un penny. Il bordo era decorato da una corona di gemme scintillanti, rosse, verdi e soprattutto bianche." (trad. di A.E. Giagheddu.)
Le croci di topazio donate
da Charles Austen alle sorelle
Jane Austen, che ricevette in dono dal fratello Charles una catenina d'oro con appesa una croce di topazio, rende omaggio a questo gioiello in Mansfield Park, dove la sera del ballo in suo onore Fanny indossa "il quasi unico ornamento in suo possesso, una croce di ambra molto graziosa che [il fratello] William le aveva portato dalla Sicilia." (trad. di G. Ierolli.)
In Nord e sud di Elizabeth Gaskell, Thornton è quasi ammaliato dai movimenti di un bracciale indossato da Margaret, che attira la sua attenzione sulla pelle di lei: "Se ne stava davanti al tavolo da tè vestita con un bellissimo abito rosato di mussola. [...] sembrava voler occuparsi soltanto delle tazze da tè, che porse via via con le sue mani d'avorio, nella più bella e silenziosa delicatezza. Indossava anche un bracciale, [...] e il signor Thornton [...] sembrava affascinato da come il bracciale seguiva i movimenti impazienti della sua proprietaria, e come poi si fermava tra la sua carne morbida, per poi ricadere nuovamente giù sul suo polso." (trad. di L. Pecoraro.)
Edith Wharton fece del suo L'età dell'innocenza un simbolo degli sfarzi di una società ancora legata a un'apparenza di ingenuità e (forse) inconsapevole della sua imminente caduta; il romanzo dunque abbonda di riferimenti a gioielli: le pagine brillano dei riflessi delle collane di diamanti, delle perle, degli smeraldi, dei massicci orologi, dell'anello di fidanzamento di May. Ma il gioiello più conturbante è il bracciale di Madame Olenska: "Arrivò piuttosto tardi, con una mano ancora senza il guanto, e intenta a chiudersi un bracciale intorno al polso." Questo accenno di negligenza, entrando in una stanza dove tutta l'élite di New York la sta aspettando, fa di Ellen la personificazione della trasgressione e, per Archer, della passione senza controllo.
Naturalmente, i gioielli rivestono un ruolo molto importante nelle storie che hanno per protagonisti i più celebri sleuth (segugi) della storia della letteratura: Poirot conosce un solo amore nella sua vita, la contessa Vera Rossakoff, ladra di gioielli, che l'investigatore belga incontra nel racconto The Double Clue (Doppio indizio), in The Big Four (Poirot e i quattro) e in The Labours of Hercules (Le fatiche di Hercule). Anche Sherlock Holmes si ritrova a indagare sul mistero di una pietra preziosa, il carbonchio azzurro, in The Adventure of the Blue Carbuncle. Holmes ne parla in questi termini: "'E' perfetta,' disse. 'Guardate come scintilla, Watson! E' naturale che susciti intenzioni delittuose. Accade sempre così quando ci sono di mezzo pietre di un simile valore. [...] Nei gioielli più antichi e famosi direi che ogni sfaccettatura rispecchia un episodio sanguinoso. Questo carbonchio [...] ha tutte le caratteristiche del carbonchio, salvo una, quella che lo rende tanto prezioso: è azzurro invece che rosso rubino.' [...] Holmes aprì la cassaforte e ne estrasse il carbonchio azzurro che scintillava come una stella, emanando una luce fredda, stupenda."
John Singer Sargent, Portrait
of Helen Vincent, Viscountess
D'Abernon (1904) 
Per concludere, cito un episodio cruciale di Le ali della colomba di Henry James; un passo in cui la "colomba" Milly (che per certi versi ricorda un po' la May di L'età dell'innocenza) appare in tutto il suo bianco splendore. Le perle sono il gioiello che maggiormente si adatta a lei in questa circostanza, sia per il loro fulgore candido - simbolo di una fredda purezza - sia perché, come vuole una certa tradizione, ricordano la forma delle lacrime: "Kate insistette: 'Tutto le sta a meraviglia, in specie le perle. Vanno così bene con i suoi merletti antichi.' [...] Per quanto consapevole di averle già viste, forse Densher non le aveva guardate mai, e quindi non aveva ancora reso giustizia appieno a quella poesia incarnata [...] che comunicava al gioiello tanta parte del suo stile [...]: la lunga collana d'inestimabile valore, girata due volte intorno al collo, pendeva pesante e pura sul petto di Milly." E' proprio dopo questa descrizione che avviene il dialogo fatale fra i due amanti, quello in cui l'autore disvela le oscurità del loro animo; e proprio in quel momento, nella sua rivelatoria luminosità, "Milly, all'altra estremità della sala, li notò per caso [...] e mandò loro in risposta tutto il candore del suo sorriso, lo splendore delle sue perle, il valore della sua vita, l'essenza della sua ricchezza." (trad. di B. Boffito Serra.)

31 dicembre 2013

Buon anno!

Ai miei cari lettori che mi hanno accompagnata lungo tutto il 2013 tanti auguri per un prospero anno nuovo! Poiché tra i buoni propositi per una nuova era che inizia non possono mancare le letture, ecco un elenco di libri che ho amato tanto e che mi piacerebbe consigliarvi per il 2014. I vostri suggerimenti sono come al solito i benvenuti!
Spero di ritrovarvi affezionati e numerosi come sempre anche il prossimo anno! Un abbraccio a tutti...
Gennaio: mentre ancora infuria l'inverno, Con gli occhi dell'Occidente di Joseph Conrad  
Febbraio: per il mese dell'amore e della passione, Una lontana follia di Kate Morton
Marzo: la delicatezza della primavera che avanza mi suggerisce Le ali della colomba di Henry James
Aprile: è ora di leggere o rileggere Gita al faro di Virginia Woolf
Maggio: festeggiamo il bicentenario della pubblicazione di Mansfield Park di Jane Austen
Giugno: sono passati cent'anni dalla pubblicazione di Gente di Dublino di James Joyce
Luglio: iniziano le celebrazioni in ricordo dello scoppio della prima guerra mondiale. Partecipiamo con Il ritorno del soldato di Rebecca West
Agosto: ci rilassiamo un po' con Assassinio sul Nilo di Agatha Christie
Settembre: festeggiamo il mese della vendemmia leggendo Un'ottima annata di Peter Mayle
Ottobre: per il mese gotico per eccellenza, Il discepolo di Elizabeth Kostova
Novembre: a questo mese si adattano le atmosfere malinconiche de L'età dell'innocenza di Edith Wharton
Dicembre: speranza e magia ne La tempesta di William Shakespeare
Foto di Mara Barbuni

17 dicembre 2013

Jane Austen: i luoghi e gli amici

Ci sono viaggi che si fanno prima con il cuore, poi con le gambe, poi con le parole, e infine con i ricordi... e ogni volta i compagni che ci affiancano nel nostro cammino sono diversi.
In questi anni di riscoperta critica della letteratura di Jane Austen (dopo una prima lettura delle sue opere al liceo) ho desiderato visitare i luoghi che sono teatro della sua vita e della sua scrittura, e per una piccola parte ho realizzato quel sogno: ho visto Chawton Cottage (dove lavorò alle bozze di Ragione e sentimento e di Orgoglio e pregiudizio e dove scrisse Emma, Mansfield Park e Persuasione), la cattedrale di Winchester, dove la scrittrice è sepolta, Bath (con il suo Jane Austen Centre e le sue scenografie per Northanger Abbey) e Lyme Regis (dove è ambientata una parte di Persuasione). Sono però ancora molte, e molto importanti le tappe degli andirivieni di Jane Austen su e giù per l'Inghilterra meridionale che non ho ancora potuto conoscere: innanzitutto il prato dove sorgeva il rettorato di Steventon (dove Jane venne alla luce) e poi Chawton House e Godmersham Park (nel Kent), le dimore signorili del fratello Edward dove l'autrice trascorse frequenti e lunghissime porzioni della sua vita.
Ma di recente ho potuto fare un viaggio con le parole che mi ha consentito di vedere con l'occhio del cuore tutti questi luoghi, e anche molti di più. L'"agenzia di viaggi" che mi ha dato questa opportunità è stata JASIT, la Jane Austen Society of Italy (che ho contribuito a fondare insieme a Giuseppe Ierolli, Silvia Ogier, Gabriella Parisi e Petra Zari), con la collaborazione della casa editrice Jo March (di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, che con la collana "Atlantide" stanno riscoprendo un intero mondo sommerso di gioielli letterari). Tutti noi, spinti dal comune intento di diffondere una conoscenza sempre più profonda di Jane Austen nel nostro Paese, abbiamo lavorato alla traduzione in italiano di uno splendido travelogue compilato nel 1901 dalle sorelle Constance ed Ellen Hill, l'una scrittrice e l'altra illustratrice.
In Jane Austen: i luoghi e gli amici, un resoconto originale ed emozionato che cita brani dai romanzi e dalle lettere, ma anche da testi biografici scritti dai parenti di Jane Austen e ancora pressoché sconosciuti in Italia, le sorelle attraversano quella che loro stesse per prime chiamano "Austenland", in un viaggio che parte da Steventon, prosegue per Bath, tocca Lyme, Southampton, Manydown, Godmersham, Stoneleigh Abbey, Londra e approda allo scrittoio presso la finestra del Chawton Cottage.
Bellissimo è il ricordo dell'avventura della traduzione stessa e poi della sua trasformazione in un vero e proprio libro (acquistabile dal 16 dicembre, giorno del compleanno di Jane Austen, su www.jomarch.eu e in seguito in moltissime librerie italiane). Noi di JASIT ci siamo divisi il lavoro, occupandoci di tradurre un gruppo di capitoli ciascuno e poi scambiandoci i risultati per operare un controllo incrociato degno dei migliori e più attenti revisori! Le discussioni, le proposte, i dubbi, il lavoro di annotazione svolto spulciando fonti e archivi di tutti i tipi hanno reso la traduzione di questo libro ancora più accurata e più preziosa. Anche la scelta della copertina ha richiesto il suo tempo e la sua elaborazione: la fotografia, e il colore finale, ci hanno tenuti incollati al computer per ore, per giorni.
Il giardino del Chawton Cottage.
Foto di Mara Barbuni (2007)
Per non dire della volata finale prima della stampa, con la revisione delle bozze e un'atmosfera di entusiasmo, di gioia, di amore per la conoscenza e la condivisione che ci ha accompagnati fino al giorno della pubblicazione (e resisterà, di certo, a lungo...). Ringrazio allora i miei compagni di viaggio per quanto mi hanno insegnato in questo percorso, e anche per avermi permesso di tradurre uno dei capitoli ai quali ero più legata: quello su Lyme Regis, che per me è un luogo magico e affettivamente molto importante, per quel suo essere un paradiso letterario e geologico insieme. Vi invito dunque a entrare attraverso questa soglia e a seguirci, sulla scia del viaggio di Constance ed Ellen Hill, sulle orme di Jane Austen.

13 dicembre 2013

Sherlock Holmes nella Casa della Seta

Tutti gli appassionati di Sherlock Holmes lo sanno e aspettano con trepidazione: il 1 gennaio su BBC One comincia la terza stagione di Sherlock, la serie che finalmente ha dato al celeberrimo detective di Conan Doyle una vitalità ben definita, elegante, dignitosa, e ben aderente alla genialità del personaggio letterario. Se a pensare a Sherlock Holmes sullo schermo vi vengono in mente la serie della CBS Elementary (in cui un bravo Jonny Lee Miller dà il volto a uno Sherlock devastato dagli stupefacenti residente a New York e Watson è - terrificante - una donna) o, peggio ancora, i due film di Guy Ritchie con Robert Downey Jr. e Jude Law (che però è un dottor Watson fedele alla rappresentazione che ne danno i romanzi di Conan Doyle), in cui la straordinaria intelligenza del detective è oscurata dalle improbabili carambole di un film d'azione in costume, andatevi a cercare Sherlock, il cui valore narrativo, di regia e di interpretazione è davvero insuperabile.
Basti dire che ogni episodio è una modernizzazione di un racconto/romanzo di Holmes, che recupera le simbologie e gli elementi più forti dell'opera letteraria e rielaborandoli senza mai tradirli costruisce un impianto sorprendente e tutto nuovo (tanto per dire, Watson, che come il suo antenato è stato ferito in Afghanistan - corsi e ricorsi storici... - non scrive libri, ma tiene un blog). Il solo aspetto che si discosta nettamente da Conan Doyle è l'insistita presenza di Moriarty, che la scrittura ha portato sulla scena una volta sola, mentre nella serie è un personaggio incombente, ricorrente, anche solo per sottintesi (ma l'attore che lo interpreta è talmente talentuoso che perdoniamo agli autori questa libertà!).
Insomma, in "onore" della ripresa, attesissima da tutti, di questa serie, ho letto negli ultimi giorni The House of Silk (La casa della seta, trad. it. Mondadori, 2012) di Anthony Horowitz, il primo autore contemporaneo - già famoso giallista - cui la Conan Doyle Estate Ltd., che detiene i diritti d'autore sul personaggio, abbia consentito di scrivere un libro con Sherlock Holmes come protagonista. Premesso che raggiungere le altezze di Arthur Conan Doyle è praticamente impossibile, il libro si distingue per alcuni aspetti positivi: il detective è rappresentato abbastanza bene, e il soffermarsi sul lato umano del suo carattere non ne disturba la figura sempre algida e brillante; Watson, che come da tradizione scrive in prima persona, è un carattere appassionato, pieno di dubbi e di contraddizioni, di paure, di speranze e di rimpianti che ne fanno un perfetto uomo tardo-vittoriano; l'inglese è semplicemente bellissimo; Londra è dipinta meravigliosamente, soprattutto negli angoli ombrosi che l'hanno resa un simbolo del gotico fin-de-siècle:
"Un corvo nero e cencioso era appollaiato sul ramo di un albero, ma non c'era altro segno di vita. La luce stava scemando rapidamente, eppure le lampade non erano ancora state accese e io avvertivo un senso di ombre dentro le ombre, di un mondo quasi privo di qualunque colore"; "La prigione era di stile gotico; alla prima occhiata appariva come un castello dalla forma irregolare, minacciosa, come uscito da una fiaba scritta per un bambino malvagio. [...] consisteva di una serie di torrette e comignoli, pennoni e mura merlate, con una sola torre che si slanciava verso l'alto e sembrava quasi sparire dentro le nuvole". (Qui e altrove le traduzioni dall'inglese sono mie.)
Cionondimeno la struttura narrativa, bisogna ammetterlo, è un po' confusa: lo schema di fondo che mi è parso di scorgere, quello cioè di una costruzione a "scatole cinesi" (una trama che si incastra dentro un'altra), non è gestito troppo sapientemente, e si ha come la sensazione che l'autore abbia a un certo punto cambiato idea e abbia iniziato a raccontare un'altra storia - anche se poi alla fine i fili si riuniscono e al lettore sono offerte soluzioni a tutti gli enigmi. In conclusione, la caratteristica più meritevole di questo romanzo è un passo di metafiction in cui Watson dà voce a una interessante riflessione sulla propria attività letteraria, sulla forza dei propri principi morali e sull'eguaglianza degli esseri umani nel momento del disastro: "E' curioso pensare oggi, proprio alla fine della mia carriera di scrittore, che ognuna delle mie cronache è terminata con lo smascheramento o l'arresto dei criminali, e che dopo quel punto, quasi senza eccezione, io ho semplicemente presunto che il loro destino non sarebbe più interessato ai miei lettori e li ho abbandonati, come se solo la condotta illecita avesse giustificato la loro esistenza e come se, una volta risolto il caso, questi non fossero più esseri umani con un cuore sofferente e uno spirito distrutto. Non ho mai una sola volta preso in considerazione la paura e l'angoscia che essi devono aver provato attraversando le porte a vento [della prigione] e percorrendo i suoi cupi corridoi. Qualcuno di loro ha mai pianto lacrime di pentimento, ha mai pregato per ottenere la salvezza? Qualcuno di loro è mai fuggito? A me non interessava. Non faceva parte della mia narrazione." 
 
 

4 dicembre 2013

Ritratto di signora

Non è mai facile rispondere alla domanda "Qual è il tuo romanzo preferito?", anzi, sembra impossibile. "Preferito", poi è un aggettivo inadatto a classificare una lettura. Però, se proprio ci si deve pensare, e si passano in rassegna gli affollati archivi dei propri ricordi, qualcosa fa capolino, torna costantemente sotto l'occhio di bue della nostra attenzione, e alla fine si impone. Magari non sarà il romanzo "preferito", ma di certo sarà un libro che ha contribuito a forgiare la nostra visione delle cose e della scrittura. Nel mio caso si tratta di Ritratto di signora (The Portrait of a Lady) di Henry James. Perchè? Altra domanda ostica. Non so elencare i motivi di questa scelta, ma so per certo che è un romanzo traboccante di bellezza....
Nella piana di Gardencourt ondeggiano i fiori lievi, sospinti dal vento del crepuscolo; il Tamigi scintilla lontano, e nell’aria tersa si espande il silenzio. È la prima cornice del ritratto di Isabel Archer, una "rara apparizione" che racchiude nella sua intatta bellezza le profondità azzurre del fiume, e insieme la quiete del tardo pomeriggio. Tre uomini assistono all'epifania di questa bellezza, e usciti d’un tratto dall’ombra più o meno tragica delle loro sorti, prontamente respirano la freschezza di Isabel e si incantano di lei. La vita terrena del signor Touchett va disperdendosi nel silenzio dei giorni, e così il suo attaccamento alla nipote è solo mormorato, fievole, un ultimo soffio d’affetto prima dell’ultimo viaggio. Anche Ralph è gravemente malato, e poche sono le speranze che lo trattengono nella mondana esistenza. Isabel è per lui un colpo al cuore, una folgorazione inattesa: d’ora in poi egli vivrà per vederla, e null’altro, per contemplare tacitamente la sua espansione nel mondo invocando grandi promesse di libertà. E tuttavia il vero innamorato non è colui che solo osserva, ma colui che agisce, come lord Warburton: James non racconta il procedere del suo sentimento, bensì narra la raffinata potenza del suo esito nel momento supremo della dichiarazione alla donna. La conosce solo da poche ore ma il calore che lei irradia, luminosa come una stella nuova, l’ha già avvinto per l’eternità: "Per la vita, signorina Archer, per la vita". La dolcezza di Warburton, già nostalgica nell’istante stesso della sua espressione, eleva l’acutezza della sua sofferenza, che ogni innamorato respinto saprà interpretare come propria; la dignità del Pari inglese, scalfita dal rifiuto, è destinata a una perpetua ascesa. Ma l’istante contemplativo della loro convivenza è ormai estinto, nell’incompatibilità degli affetti, e d’ora innanzi la giovane e il lord non potranno più incontrarsi senza che l’aria dintorno si contamini di un sordo dolore, di un rimpianto irrisolvibile e della percezione stessa della rottura dell’incanto. Isabel, sospinta dalla sua ardente immaginazione, è tesa all’andare, all’indagine inesauribile dell’universo storico e artistico nonché della piccola mondanità sorretta dalle reti della alta conversazione. Isabel abbandona Gardencourt perché la sua mente  è troppo vasta, e tra quegli angusti confini, sebbene confortati da giuste amicizie, rischia di soffocare. È l’Italia l’eden da guadagnare, e la giovane vi si abbandona con l’impeto d’esplorazione di un’anima ancora in boccio e desiderosa di maturazione. Il fiore è ancora chiuso, turgido, fragrante nella sua ignoranza delle cose, misterioso nella sua altissima moralità. Da Firenze i movimenti di Isabel si aprono all’Oriente, lo percorrono, ne tornano via con frenetico affanno, come fossero un dovere, e la strenua fatica di allontanarsi dai suoi corteggiatori si fa insistente, ossessiva.
Isabel celebra la propria libertà finanziaria e immaginativa nell’esodo, dai bagliori dei tiepidi tramonti sull’Arno alle vette d’oro delle Piramidi che sprofondano nell’azzurro – mentre il bocciolo s’ingravida di conoscenze e sensazioni, lentamente s’incrina, esala fragranze dolcissime, e sfuggono piano alla sua stretta le cime dei petali screziati. Di colpo la giovane si scopre stanca di viaggiare, di quella fuga dall’amore: per giunta, c’è in Italia il seme di una nuova amicizia, il bandolo di un legame abbandonato e nondimeno sempre pulsante nel cuore. L’amore per Osmond è l’estate dei sensi per Isabel Archer: l’alcova dove elargire la sua bontà e dove rifugiare le aspettazioni, nutrendo a piene mani la fantasia. Isabel non cede alle ragioni oppostele dalla signora Touchett o da Ralph, e a dispetto di quella fresca presunzione con cui un tempo aveva respinto uomini chiari, seri, dal cuore ampio, la giovane sceglie Gilbert Osmond, creatura fragile come uno specchio ingannatore, la confederazione delle ombre, degli sguardi sottili, dal sorriso sfregiato dal sarcasmo. Lo sceglie perché in lui spera di trovare la forma perfetta della gratificazione e il piacere dell’intervento disinteressato che ambisce a bonificare un terreno incolto e nascostamente malsano. Caspar Goodwood e lord Warburton erano come vasti campi di sole dove perdersi nella spensieratezza di una corsa a perdifiato verso l’orizzonte; ma Isabel ne è stata distratta dalla trappola dell’immaginazione perversa dall’egotismo, che la scaglia contro una reale infelicità. In questa infelicità non respira nemmeno la speranza, poiché l’orgoglio innalza cancelli di scuro ferro intorno al suo palazzo romano, sempre infestato da visitatori ciarlanti e mai, mai rallegrato – com’era la lontana Gardencourt, lontana nelle miglia e nei ricordi – dalla pacata e spesso tacita amicizia di grandi uomini. La luce di Isabel, così calda e intensa, che era solita dilatarsi nella spaziosità di anime elette, è ora confinata tra le feritoie di una casa maritale sovraccarica di cose morte e facce stantie, come una necropoli dimenticata. Il suo ritratto è ora vestito di nero, ed è il vano squadrato di una porta antica a incorniciarlo.
La campagna del Somerset.
Foto di Mara Barbuni (2007)
I declivi verdi della campagna, i richiami delle rondini sul cielo striato della sera, la meraviglia delle pietre antiche e dei dipinti eccelsi defluiscono nelle lacrime rade della donna, il solo splendore che lei possa ancora emanare. La morte di Ralph, il caro Ralph, raccoglie nel suo freddo ventre le ultime gocce della passione di Isabel e la deposizione ultima degli alti voli della sua fantasia. Isabel ha perduto la sua capacità immaginifica, e nondimeno rimane una creatura poetica, nell’afflato di nostalgia degli sguardi lontani, nel racconto appena intonato del suo dolore, e nelle sue memorie, quando, di tanto in tanto, ricorda Gardencourt, "qualcosa di sacro, con quelle immense camere scure dove l’edera cupa frastaglia gli stipiti delle finestre luminose".

29 novembre 2013

Come cresce una storia

Questo post è dedicato a due bellissime esperienze: la lettura di un libro, che lo è sempre, e la mia prima partecipazione a un Reading Group non virtuale. Finora infatti i Gruppi di Lettura che ho frequentato sono stati unicamente spazi online in cui scambiare opinioni e impressioni; oggi, invece, nella stanzetta di una biblioteca di Berlino, questo stesso baratto di emozioni l'ho vissuto guardando i volti delle persone, e questo episodio mi ha convinto ancora di più del fatto che una storia ben scritta non finisce con la sua ultima pagina, ma si trasferisce nel cuore e nella testa di chi l'ha letta, e lì dentro si trasforma, si ingrandisce, si prepara a intraprendere nuovi percorsi e si intreccia con migliaia di altri racconti.
Il libro che abbiamo letto per l'incontro di oggi è Aprons and Silver Spoons, sottotitolo: "The Heartwarming Memoirs of a 1930s Scullery Maid" (Grembiuli e cucchiai d'argento. Le toccanti memorie di una sguattera degli anni Trenta). Non si tratta di un romanzo, ma della vera e propria rincorsa ai ricordi di Mollie Moran, una signora nata nel 1916 che a quattordici anni iniziò a lavorare come sguattera nella cucina di una casa (in realtà due: quella di campagna e quella di Londra) della nobiltà inglese. Il riferimento a Downton Abbey è naturalmente immediato, ed è l'autrice stessa a mettercelo davanti agli occhi, dichiarando che gli autori della serie sono stati precisi e attenti e hanno ricreato un mondo molto vicino alle sue memorie - ad eccezione del fatto che le gonne indossate dalle cameriere "vere" erano molto più corte di quelle fittizie....
Quella di Molly è una storia piuttosto felice e di successo. I tratti più tragici del suo racconto sono quelli in cui ci racconta del padre, gassato nelle trincee della prima guerra mondiale e da allora vittima di accessi di tosse insanguinata, e di tanti altri soldati tornati in patria ma da questa abbandonati, spesso prigionieri dello shock post-traumatico (shell shock) e per questo costretti a sopravvivere nelle miserie degli ospizi di mendicità (workhouses). Quando parla di sé, però, le parole di Molly ci regalano il ritratto di una vita contenta e fortunata: la sentiamo narrare delle gioie della sua infanzia (con il venerdì che era il momento felice per eccellenza: il mercato, il bagno, il profumo dei dolci fatti in casa), della tenerezza della madre, della splendida amicizia con Flo, degli amoretti sparsi per la strada, di un posto di lavoro massacrante, ma in cui si sentì sempre protetta (contrariamente alla norma...), delle luci estasianti di Londra, della carriera da cuoca, e infine del matrimonio con un ufficiale della RAF, che realizzò il sogno di Molly di vedere il mondo.
Mollie Moran
Il libro è pervaso da una visione positiva e ottimistica che ha l'effetto di una iniezione di fiducia. Mollie non vive in un mondo facile: lavora quindici ore al giorno, svolge quotidianamente quelle che noi chiamiamo "pulizie di primavera" (scrubble è una parola frequentissima nel libro, e ci pare quasi di sentirlo, quell'indefesso strofinare gli argenti, il legno del tavolo della cucina, il rame delle pentole, le pietre dei gradini d'ingresso), e vive nella certezza che anche un minimo errore potrebbe condurla alla rovina. Era così per le domestiche dell'epoca - deludere anche solo marginalmente lo standard morale imposto dal maggiordomo significava ritrovarsi per la strada, senza soldi, né amici, né referenze, né speranze. Eppure Mollie è una donna che gode di ogni momento della sua esistenza: l'entusiasmo e quel pizzico di trasgressione che le sono propri le fanno superare qualunque difficoltà con un largo sorriso e le garantiscono la soddisfazione dei suoi desideri. Potrebbe persino sembrare una storia stucchevole, se non fosse vera....
L'aspetto più sorprendente e arricchente di questo Gruppo di Lettura, come dicevo, sono state le strade parallele lungo le quali questo libro ci ha accompagnati. I partecipanti (inglesi, americani e tedeschi) avevano, credo, superato tutti la cinquantina e oltre, e i ricordi di Mollie Moran si sono intrecciati ai loro. Ho sentito storie di prima mano sui conflitti di classe, sulla solidarietà e la gentilezza della gente degli anni Cinquanta, sulla devozione della popolazione di allora per la Royal Family, sulle mucche che pascolavano in centro a Berlino, sull'invenzione del semaforo a Potsdamer Platz, sul fatto che in Inghilterra, quando le auto non avevano le frecce, si sporgeva il braccio dal finestrino per segnalare una svolta, sulle ricette del bread and butter pudding, sulla tradizione di portare, nelle giornate gelide, una tazza di tè al vigile urbano che dirigeva il traffico. 
La lettura ci apre delle porte che la natura ci ha sbarrato, e sbirciando oltre la soglia... si vedono meraviglie.

18 novembre 2013

Doris Lessing

Foto di Mara Barbuni
Per me il 2007 è stato l'anno di Doris Lessing. Ho letto diverse cose, ho rincorso libri che non venivano pubblicati da tempo (e che da domani, naturalmente, affolleranno le librerie), e ho conosciuto una scrittura limpida, diretta come una lama. Quello stesso anno lei vinse il Nobel per la letteratura, ed entrò a far parte del ristretto gruppo di donne che possano fregiarsi di questo titolo. Doris Lessing è morta ieri a 94 anni, lasciandoci l'eco di una voce flebile ma piena di voglia di raccontare. Come lei stessa disse: "Sono nata per scrivere, geneticamente. Voglio raccontar storie", ed è proprio la sua grande passione per la narrazione ad avermi attirato verso i suoi romanzi. Nel mondo contemporaneo non è facile incappare in uno scrittore che si senta spinto verso la narrazione. La maggior parte costruisce vignette, figurine, istantanee, la cui caratteristica principale è un andamento sincopato, fatto di frasi smozzicate e di accostamenti semantici che dovrebbero, in teoria, lasciare il lettore senza fiato. 
No, Lessing ha riempito i suoi libri di frasi armoniche ed evocative, e ha dato vita a paesaggi aperti, quasi senza orizzonte, come quelli africani, o a scene domestiche di una veridicità sconvolgente. Le sue atmosfere sono ricche, dense, pregne di movimento, di sensazioni, di dialoghi che rivelano quanto l'anima umana sia capace di precipitare in profondità sconosciute a lei stessa.
Le donne delle sue storie sono creature reali e palpabili, perchè c'è in loro un senso di irresolutezza che le conduce alla ricerca di qualcosa, quasi sempre della libertà. In Il sogno più dolce leggiamo dell'esistenza di una madre che ogni giorno lotta contro la furia autodistruttiva della sua famiglia:
"Frances rimase lì seduta, sola. In tutto il paese le donne si affaccendavano ai fornelli, irrorando di sugo milioni e milioni di tacchini, mentre il Christmas pudding fumava. Nell'aria si spandevano gli aromi sulfurei dei cavolini di Bruxelles. I tacchini erano adagiati sopra enormi distese di patate. Il malumore regnava sovrano, ma lei, Frances, era seduta lì come una regina, sola. Solo chi ha subito la pressione di adolescenti vulcanici, o di persone emotivamente dipendenti che succhiano e si nutrono e chiedono, può comprendere il puro piacere di ritrovarsi liberi, anche soltanto per un'ora." Anche la Alice di La brava terrorista è una donna in lotta, in lotta contro il caos fisico e morale della vita, e nel tentativo di rendere abitabile una casa occupata applica al mondo esterno l'ordine che tutti gli esseri umani inseguono all'interno delle pareti del loro corpo.  
Come spesso accade, sono i racconti a restituire con maggiore immediatezza la grande forza narrativa di Lessing. Sono pagine che sembrano richiamare le sue parenti lontane, Virginia Woolf e Katherine Mansfield, nel puro nitore dell'espressione e nella capacità di accendere sulle scene della finzione la luce della verità. Racconti londinesi (come negli altri casi faccio riferimento alle edizioni Feltrinelli) è una galleria fotografica di donne che a dispetto delle vaste tristezze dell'esistenza sono ancora capaci di ricordare la gioia, di vedere e di creare la bellezza, e di sorridere:
"La primavera cantava tra i platani che riempivano due finestre lungo un'unica parete, mentre sulla parete accanto i vetri mostravano un cielo intensamente azzurro. Gli alberi, carichi di foglie giovani, venivano riflessi nei due specchi rotondi disposti in corrispondenza delle finestre, come oblò sul muro bianco. Di fronte alla parete con il suo quadrato di cielo azzurro aveva appeso un grande paesaggio marino, comprato a un mercato per poche sterline; lì mare blu, cielo blu, spruzzi bianchi, bianche nuvole precipitavano eternamente gli uni sugli altri. [...] In piedi, con la mano capace appoggiata tra i riflessi dei fiori sul tavolino lucido, lei sorrideva, senza preoccuparsi di guardarsi allo specchio poiché sapeva che proprio come lei al momento di incontrare [suo marito] - con ansia ma con sicurezza - avrebbe frugato tra le aride rovine in cerca di ciò che ricordava da una quarto di secolo prima, così lui avrebbe cercato in lei ciò che era stata. E' così che si rincontrano, invecchiati, gli amanti di un tempo, come soffusi da quel sorriso segreto e irreprimibile." (da: Il pozzo)