3 settembre 2014

Ai giovanissimi che amano la letteratura

Care ragazze e cari ragazzi, ci sono cose che, per quanto amare, è bene che vengano dette e ascoltate. Penso che se qualcuno avesse spiegato a me ciò che sto per dire a voi sarebbe stato meglio. Amate la letteratura, i libri, la storia dell'arte, la storia, la filosofia... e vi piacerebbe che la vostra passione e le vostre conoscenze vi aprissero un posto di lavoro (come accade per tanti altri tipi di conoscenze)? Mi sembra normale. Magari vi piacerebbe persino diventare insegnanti, cosicché quella passione e quelle conoscenze aiutassero un giorno ragazzi come voi a crescere più consapevoli, più aperti, più tolleranti, più giusti. Oppure vi piacerebbe diventare ricercatori, per aiutare a incrementare la sapienza globale. Bene, lasciate perdere. Insegnanti non lo diventerete mai. L'avete sentito, è notizia di oggi. Con la cancellazione delle graduatorie della scuola pubblica previsto per i prossimi anni... non ci sarà più posto per voi. Se proprio avete una passione smodata per l'insegnamento potreste sperare di ottenere un posto di lavoro in una scuola paritaria, ma sappiate che molte sono inaccessibili, e in alcune - tante - non si viene pagati. Per quanto riguarda la carriera accademica, vi dico solo questo: non laureatevi (almeno per la Specialistica) in Italia. Andate altrove: Regno Unito, Germania, Scandinavia. Studiate lì, così avrete la possibilità di fare poi un dottorato che valga qualcosa per la vostra carriera, e di conseguenza un post-dottorato che vi consenta di fare esperienza non solo di ricerca ma anche di insegnamento universitario (cosa che in Italia non avviene). Altrimenti sappiate che... beh, entrare nelle case editrici è quasi un'utopia (c'è un'altissima probabilità che non vi rispondano neppure, quando manderete loro il vostro CV); lavorare nelle biblioteche è una procedura molto complessa, interna al campo della Pubblica Amministrazione, e comunque è il caso di specializzarsi in materie specifiche, come la biblioteconomia (corso di laurea che io personalmente, se avessi la vostra età, frequenterei subito); per diventare traduttori letterari... è giusto che vi dica che avete la stessa possibilità di ricevere un incarico di qualcuno che i vostri titoli non li ha, e comunque è un mestiere che solo in rari casi garantisce uno stipendio regolare (come invece sono regolari le rate della macchina, l'affitto, le bollette, etc.). Per non dire che le vostre alte qualifiche vi renderanno sempre poco appetibili nel mercato del lavoro, perché, proprio in virtù delle vostre qualifiche, si temerà sempre di dovervi pagare troppo, e si sceglierà dunque qualcun altro. Ripeto, lasciate perdere. Trovatevi un lavoro qualsiasi appena finita la scuola, o se proprio volete continuare a studiare (sicuri?), scegliete una facoltà "tecnica" (economia, business, gestione d'impresa, marketing, informatica, quello che volete, basta che siano campi dove si "fanno i soldi"), e non importa se non vi piace e se non vi sentite portati per quella materia! Non importa. Nel frattempo potrete dedicare alla letteratura, storia, arte, filosofia, musica, il vostro tempo libero. Perché, almeno in Italia, la letteratura e le altre scienze umanistiche non sono scienze (appunto), ma è roba da tempo libero. Vi consiglio quindi di restare nell'ambito degli "amatori" della letteratura, e di cercare altrove la fonte economica della sopravvivenza. Altra cosa: se intendete prendere delle certificazioni linguistiche, controllate prima quali sono accettate in Italia. Potrebbe essere, per esempio, che frequentiate un corso e sosteniate un esame di tedesco a Berlino - faccio per dire; ma in Italia non vi sarà riconosciuto, perché al Ministero non conoscono la società (che si chiama Società per la Lingua Tedesca, tanto per dire!) che l'ha organizzato.
Capisco che è triste leggere certe cose, ma sto cercando di essere onesta (visto che la nostra classe dirigente non lo è, o non ha il coraggio di parlare chiaro), e di pensare alle scelte che avrei fatto se qualcuno avesse spiegato tutto questo a me, un po' di anni fa. Considerate che, essendovi preclusa la strada dell'insegnamento (le cose stanno così, e chi sostiene il contrario mente), è proprio inutile frequentare dei corsi universitari di tipo umanistico. Serviranno solo a farvi invecchiare e guardare male dalla gente, che penserà che non fate nulla dal mattino alla sera, che avete scelto quella strada per non lavorare, etc. E non è piacevole. Se davvero credete di poter dare qualcosa di concreto alle scienze umanistiche, andate via, finché siete ancora giovani. Perché all'estero non si è giovani fino a quarant'anni. A trent'anni, all'estero, mentre in Italia ci si arrabatta alla ricerca di assegni di ricerca inesistenti o di contratti di insegnamento da fame, si è già docenti universitari. Un ultimo suggerimento, prezioso: se volete o dovete, per vari motivi, restare in Italia, vi consiglio di farvi conoscere quanto prima in qualche tipo di associazione - parrocchiale, di partito, di volontariato, di qualcosa. Ma non restate nell'ombra della vostra biblioteca, per carità. Pensateci. 

25 agosto 2014

Berlino segreta

La scorsa settimana ho letto il breve romanzo di Franz Hessel Berlino segreta. Hessel (nato a Stettino nel 1880 e morto in Francia, in un campo di internamento, nel 1941; celebre per aver tradotto, insieme a Walter Benjamin, À la recherche du temps perdu di Marcel Proust) è considerato uno dei primi esponenti tedeschi della flânerie, ovvero dello stile di vita del gentiluomo che si dedica al vagabondaggio per le vie della sua città, incurante dell’urgenza frenetica della vita moderna. I risultati di questa Weltanschauung nella scrittura di Hessel sono il saggio Spazieren in Berlin (1929) e, appunto, Heimliches Berlin (1927, Berlino segreta, edito da Elliot Edizioni, che nel giugno del 2014 ha pubblicato anche un'antologia di brani di Hessel intitolata L'arte di andare a passeggio). Il saggio introduttivo, a cura di Eva Banchelli, di Berlino segreta è un ottimo punto di partenza per la “passeggiata” che il lettore intraprenderà insieme a Hessel per le vie di Berlino. In particolare, la curatrice sottolinea lo “sguardo del tutto particolare sulla città, capace di cogliere – al ritmo lento e pensoso dei passi – i segni che il tempo incide nella superficie della quotidianità.” 
Il libro è ambientato nel corso di una giornata primaverile del 1924 e ci accompagna a conoscere i destini di una manciata di berlinesi che affrontano la vita con un certo affanno, sempre intenti ad ambire (nostalgicamente) a qualcosa che, in un modo o nell’altro, sia diverso da ciò che li circonda. “Ho bisogno di andarmene” dice Karola, “andarmene ancora una volta in quello che chiamiamo vasto mondo, libertà e pericolo, prima di arrendermi definitivamente a incarnare i sogni dei miei cari, in attesa, speriamo non troppo lunga, di diventare vecchia.” Ma è vero anche che quei desideri sembrano già intrisi di delusione, e la loro realizzazione pare già contenere il germe di un’altra sofferenza e di un rinnovato bisogno di partire. Parlando del tempo presente governato dai soldi e dal consumismo, ma anche, in senso lato, del convulso anelito di ottenere qualcosa che non si possiede, il filosofo Clemens spiega al giovane Wendelin: “Non hai bisogno di stringere qualcosa in mano, ti si ridurrebbe a grigia cenere del passato tra le dita. Non prendere nulla, altrimenti un giorno finirai per gettarlo via.” 
La precarietà – per non dire la disperazione – economica generata dall’epoca storica in cui si sono trovati a vivere ha fatto di questi personaggi delle creature incerte: incerte nel lavoro, nelle emozioni, nell’identità personale e amorosa. Il loro muoversi su e giù per Berlino parla di un’inquietudine irrisolta che si traduce in costante bisogno di fuga, ed è così che le cavalcate nel Tiergarten, il Castello in Unter den Linden, Friedrichstrasse, i locali affacciati su Kurfürstendamm e le strade che potremmo tranquillamente riconoscere come appartenenti ai quartieri di Charlotteburg o Schöneberg si trasformano in luoghi di espressione dell’insoddisfazione, del senso di disequilibrio e di transitorietà, della fatica di vivere di chi si dedica all'arte, al pensiero e alla cultura – sentimenti che caratterizzano innegabilmente anche questi primi anni del ventunesimo secolo. 
La facciata della Literaturhaus. Foto di Mara Barbuni
Passeggiare a Charlottenburg oggi significa scivolare di nuovo nell’atmosfera elegante e già decadente della Berlino fra le due guerre. Lungo le strade ci si incanta a osservare edifici sontuosi e decine di cinema e di teatri, ristoranti e cabaret che hanno fatto la storia della parte occidentale della città. La via più suggestiva e più ammantata di belle époque è Fasanenstrasse, che ci mostra Villa Grisebach (oggi casa d’aste), con le sue inferriate color verde acqua e le torrette neogotiche, e la splendida Literaturhaus (la “casa della letteratura”), una villa tardo ottocentesca sede di conferenze e reading, con un caffè circondato da eleganti vetrate (perfetto per la pausa di un flâneur), una bellissima libreria e un magnifico giardino immerso nel silenzio, che sa davvero condurci fuori dal tempo.

7 agosto 2014

Viaggio letterario nello Yorskhire. Ultimo capitolo.

Ci sono tre cose che chi visita lo Yorkshire non può assolutamente mancare: Fountains Abbey, un’abbazia cisterciense con annesso giardino d’acqua georgiano e parco dei cervi; una passeggiata tra i campi di lavanda che si estendono fino all’orizzonte segnato dalle colline; un tè da Betty’s – nella tea room di York o di Harrogate – dove io ho potuto assaggiare uno scone con marmellata di fragole e clotted cream e un Ceylon Tea “Blue Sapphire” decorato con fiordalisi. L’incontro con questa straordinaria regione dell’Inghilterra si è concluso con una escursione nella brughiera di Ravenscar, e con due passi a picco sul mare sulle scogliere bianche di Flamborough Head. 
Foto di Mara Barbuni, 2014.
Da lì il nostro programma di viaggio ci ha condotto lungo la strada che uscendo dallo Yorkshire s’imbatte nel suggestivo Castello di Conisborough, per poi entrare nel favoloso Peak District, meta della vacanza di Lizzy Bennet in Orgoglio e pregiudizio. Sfiorando (a malincuore!) il Derbyshire, siamo infine entrati nel trambusto di Manchester. Ciò che non mi aspettavo di trovare in città è stato il fascino incredibile di un complesso museale gratuito che merita davvero una visita. 
Conisborough Castle e Snake Pass, Peak District.
Foto di Mara Barbuni, 2014.
Per chi ha amato Nord e sud, camminare tra i filatoi, passare tra le balle di lana e cotone e ascoltare il fragore delle macchine è una straordinaria esperienza di immedesimazione. Per non parlare del breve tratto sul treno a vapore che percorre la prima linea ferroviaria del mondo, la Manchester-Liverpool! Un vero viaggio nel tempo…. 
84, Plymouth Grove. Foto di Mara Barbuni, 2014.
Ma il motivo principale per cui sono finita in questa città è stata la visita alla casa di Elizabeth Gaskell, al numero 84 di Plymouth Grove, la dimora dove l’Autrice visse con la famiglia dal 1850 fino alla sua morte, abitata dalle sue figlie fino agli inizi del Novecento e poi quasi abbandonata all’incuria fino ad oggi. Il prossimo 5 ottobre, infatti, la casa, restituita al suo splendore grazie al lavoro indefesso di volontari, curatori ed esperti (tra cui il gentilissimo John, che mi ha accompagnata in una visita dell’edificio in anteprima durata più di un’ora), riaprirà al pubblico e consentirà a tutti di conoscere non solo Elizabeth Gaskell ma anche le eminenti personalità che le hanno fatto visita in uno dei periodi più magnifici della storia inglese. 
Manchester fu il centro geografico intorno a cui conversero le vicende personali nonché l’ispirazione letteraria di Gaskell: una brevissima corsa in auto ci ha condotti da Plymouth Grove al villaggio di Knutsford, un vero gioiello, dove l’Autrice trascorse l’infanzia (nella casa della zia Lamb, Heathwaith House, lungo la strada sul margine della brughiera che oggi si chiama Gaskell Avenue) e che prese ad esempio per creare nei suoi libri le cittadine di Cranford e Hollingford (Wives and Daughters). A Knutsford tutto ci ricorda di lei, e sono particolarmente suggestive le incisioni dei titoli dei suoi maggiori romanzi sul lato della torre civica, che ospita anche il busto della scrittrice. Il cimitero della cappella di Brook Street Chapel, infine, ospita il viaggiatore che voglia porgere a Elizabeth Gaskell il suo ultimo saluto.

Sulle tracce di Elizabeth Gaskell a Knutsford. Foto di Mara Barbuni, 2014.

4 agosto 2014

Viaggio letterario nello Yorkshire. Capitolo secondo.

Il margine della brughiera, i campi, Whitby, l'Abbazia e il mare.
Foto di Mara Barbuni, 2014
Il mio viaggio nello Yorkshire è stato anche ispirato dalla ricerca dei luoghi in cui si sono svolte le vicende del romanzo di Elizabeth Gaskell Gli innamorati di Sylvia. L’arrivo a Whitby è stato per questo un momento molto emozionante, perché già dalla strada che attraversava la brughiera è stato possibile cogliere lo sfavillio del mare lontano, e il profilo solenne dell’Abbazia. “Il territorio intorno era per miglia e miglia costituito da brughiera; oltre la superficie del mare torreggiavano le balze purpuree, incoronate alla loro sommità da prati che con lingue verdi scendevano giù verso le pendici della scogliera.” “[Un tempo] su quelle scogliere si ergeva un poderoso monastero, che dominava dall’alto il vasto oceano sfumato nel cielo lontano.”
Quando Elizabeth Gaskell soggiornò
al No. 1 di Abbey Terrace, la padrona
di casa si chiamava Mrs. Rose (lo
stesso cognome di Hester).
La passeggiata è iniziata proprio da Abbey Terrace, dove una blue plaque al civico numero 1 ricorda il soggiorno di Elizabeth Gaskell nel periodo che l’autrice trascorse a Whitby per svolgere le sue ricerche sulla storia della città (e in particolare sui conflitti tra la popolazione e le bande di arruolamento) e sulla caccia alle balene.
Scendendo dalla collina ci si ritrova sul ponte che collega la “città nuova” con la “città vecchia” (come nel romanzo): la parte antica di Whitby è una meraviglia di stradine srotolate tra la stretta di botteghe pittoresche – tra cui quelle del celebre giaietto di Whitby, pietra nera tanto diffusa in età vittoriana – che convergono nella Market Place. È facile immaginare qui le donne di Monkshaven intente a vendere il burro e le uova, come avviene all’inizio del racconto di Gaskell, e la quotidianità della vita coniugale di Sylvia, così obbediente alle convenzioni della neonata classe borghese.
Tra i luoghi più suggestivi della città c’è però senza dubbio la scalinata dei 199 gradini, che conduce non solo all’Abbazia, ma anche alla chiesa e al cimitero di St. Mary; nel capitolo VI, dedicato al funerale del marinaio Darley, Gaskell racconta: “Molti […] anziani uscirono per tempo […] per inerpicarsi sulla lunga fuga di gradini di pietra – consumata dai passi di tante generazioni – che portava alla chiesa parrocchiale, collocata su un’altura sopra la città in un ampio spazio verde in cima alla scogliera, che era l’angolo dove il fiume incontrava il mare, e in questo modo si affacciava sia sulla città affollata […] da una parte, sia sul mare vasto, sconfinato e tranquillo dall’altra – simboli della vita e dell’eternità.” Ed è in questa occasione, e in questo cimitero, che Sylvia e Charley Kinraid si incontrano per la prima volta.
Questa lapide solitaria dietro la chiesa di St. Mary mi ha
ricordato quella del marinaio Darley.
I due giorni successivi sono continuati con una passeggiata a Scarborough (dov’è sepolta Anne Brontë, che venne qui per cercare rimedio alla sua malattia, ma che vi morì pochi giorni dopo l’arrivo), l’erta camminata giù e su per il pittoresco villaggio di Robin’s Hood Bay (“Philip proseguì: ‘Io e Sylvia abbiamo programmato di andare per la nostra passeggiata matrimoniale a Robin Hood’s Bay’”), e un’incredibile rincorsa al treno a vapore della North Yorkshire Moor Railway, che abbiamo poi visto passare con possenti sbuffi e aspri cigolii per Goathland (la stazione di Hogmeads nei film di Harry Potter) e Pickering, stupenda stazioncina in stile Anni Trenta.
È seguita la visita “a casa” delle sorelle Brontë, nel Parsonage Museum che domina il villaggio di Haworth.

Haworth, Bronte Parsonage Museum. Foto di Mara Barbuni, 2014

Il rettorato di Mr. Brontë è un edificio a due piani: si possono visitare lo studio, il salotto dove le figlie scrivevano, e le camere da letto: purtroppo la vista della brughiera, di cui gli abitanti potevano godere dalle finestre al piano di sopra, è oggi impedita, perché ostacolata dall'edificio che ospita gli uffici amministrativi del Parsonage Museum. In generale, sebbene la casa sia molto bella e l'esposizione della raccolta di oggetti appartenenti alla scrittrici molto interessante, direi che il luogo non è conservato come mi aspettavo e come si dovrebbe. A mio parere sarebbe necessario far entrare i visitatori a piccoli gruppi contati, e non tutti insieme, e richiedere di mantenere un po' di silenzio. È stato molto bizzarro sentire tanta confusione nelle stanze di donne che trascorsero la loro esistenza nella morsa di una quiete talvolta spettrale; e di certo si può affermare che, se non fosse stato per quel terribile silenzio, interrotto solo dallo stormire degli alberi o dalle raffiche di vento, un capolavoro come Cime tempestose non sarebbe mai venuto alla luce.



Per leggere la prima parte del mio viaggio letterario: http://ipsalegit.blogspot.it/2014/07/viaggio-letterario-nello-yorkshire.html. Per leggere la terza e ultima tappa: http://ipsalegit.blogspot.de/2014/08/viaggio-letterario-nello-yorskhire.html E per ullteriori immagini, visitate il sito: https://ipsalegit.exposure.co/yorkshire-travelogue.

31 luglio 2014

Viaggio letterario nello Yorkshire. Capitolo primo.

Trovo che “vacanza” e “viaggio” siano due termini dal significato molto diverso. La “vacanza”, come dice la parola stessa, implica uno svuotamento, una fase di liberazione e di sgombero; il “viaggio”, invece, ha il compito di riempire, di arricchire, di colmare le lacune, di nutrire la conoscenza e stimolare le sensazioni. Per questa ragione posso dire di non essere appena tornata dalle vacanze, ma di aver compiuto un viaggio. Ed è stato un viaggio di grande bellezza, perché infarcito (a proposito del “riempire”) di riferimenti letterari: le case dei grandi autori, i panorami contemplati dai loro personaggi, le rappresentazioni di modi di vivere antichi che mi hanno fatta sentire veramente “dentro i libri”. 
Hadrian's Wall. Foto di Mara Barbuni, 2014.
Anche se inteso come un tour dello Yorkshire (Nordest dell’Inghilterra), il viaggio è iniziato a Newcastle (aeroporto di arrivo) per spostarsi subito a visitare il vallo di Adriano, luogo che farebbe tremare le vene dei polsi agli amanti della saga Game of Thrones ma anche a chi, come me, ha letto tanti anni fa la serie Excalibur di Bernard Cromwell – storia dei conflitti tra Britanni, Sassoni e Romani all’epoca di Merlino e Re Artù. I prati intorno al vallo (io ho visto in particolare il tratto corrispondente al Forte di Housesteads) effondono tutta la bellezza dell’Inghilterra: i suoi colori pastello, la dolcezza dei contorni, la regolarità un po’ blanda dei confini di pietra tra un appezzamento e l’altro, mentre la voce della Storia si intona con quella delle querce e dei castagni scossi dal vento. 
Dove Cottage. Foto di Mara Barbuni, 2014.
Il giorno successivo, l’unico piovoso, è stato dedicato a un angolino di Lake District, in Cumbria – forse il più suggestivo: il Dove Cottage dove vissero William e Dorothy Wordsworth. Il biglietto d’ingresso ha compreso la visita al cottage (con guida gratuita) e l’accesso al Wordsworth Museum, dove si possono ammirare vari memorabilia, libri, lettere, dipinti, ma soprattutto si possono ascoltare le letture dei brani più rappresentativi della poesia di William e dei diari di Dorothy. 
Il tour dello Yorkshire è iniziato dal capoluogo della contea, la bellissima York, stretta tra le maglie fitte di stradine anguste ed edifici in pietra. Prima tappa: lo Shambles, una via antichissima ricca di negozi e botteghe, ma soprattutto di insegne molto pittoresche. La visita allo York Castle Museum è interessantissima, un vero tuffo nella storia, grazie alla ricostruzione fedele di una strada vittoriana (con i suoi rumori, i suoi odori, le sue ombre, i saluti dei figuranti che si toccano il cilindro chiamandoti “madam”) e alla mostra temporanea 1914 dedicata all’inizio della prima guerra mondiale e alla vita nel corso del conflitto. 
York Minster e National Railway Museum.
Foto di Mara Barbuni, 2014.
Per chiudere la visita alla città, ingresso nella sontuosa cattedrale, che in quel momento accoglieva decine di reduci dallo sbarco in Normandia (solo guardarli metteva i brividi, con quelle giacche letteralmente strattonate dalle medaglie) e infine due passi  nel mondo delle ferrovie al National Railway Museum. Quest’ultima è stata veramente un’esperienza magica, compiuta tra le locomotive a vapore più celebri della storia d’Inghilterra: da quelle che trasportavano i Reali alle velocissime Mallard (di colore azzurro) e Dutchess of Hamilton (rossa bordeaux). 

8 luglio 2014

Mr. Penumbra's 24-hour Bookstore

Foto di Mara Barbuni (2014)
Dopo tanto tempo ho comprato un libro di carta. Ed è stato curioso scoprire che la storia narrata trattava proprio del rapporto tra volumi del passato e prodotti stampati del presente, e del delicato passaggio da "odore di libri" a scanner digitale ed ebook. 
Ma partiamo dall'inizio. Il romanzo di Robin Sloan Mr. Penumbra's 24-hour Bookstore, tradotto in italiano per Corbaccio con il titolo Il segreto della libreria sempre aperta (perché se non ci si mette un segreto, in questi titoli...!) è la storia di un designer di belle promesse, ormai disoccupato, che trova un impiego notturno in una libreria aperta ventiquattr'ore su ventiquattro. L'idea iniziale è certo accattivante, e tutta la prima metà della narrazione esaudisce bene le attese del lettore bibliofilo che non vede l'ora di affondare in storie che parlano di libri. Il "bookstore" è misterioso e attraente; il buio delle ore di turno del protagonista aggiunge suggestione al contesto; i personaggi che si alternano davanti al bancone del negozio sono sufficientemente strambi da solleticare la nostra curiosità, e il divieto imposto al libraio di consultare i volumi aggiunge enfasi al ritmo del racconto. Anche il continuo spostamento - spaziale e filosofico - tra la libreria e il mondo incantato di Google (proprio la sede della compagnia, dove alla mensa dei dipendenti si consumano addirittura cibi ipervitaminizzati - e non credo questa sia finzione...) è interessante, e ha un po' l'effetto di rappresentare la dimensione binaria e ormai ineludibile nella quale stiamo vivendo: tra tradizione e avanguardia, classicità e futurismo, carta e digitale, conoscenza mnemonica e consultazione web. Fin qui tutto bene.
E poi, a un certo punto, il meccanismo si è inceppato, e poco dopo la metà del libro ho cominciato ad annoiarmi. Sarà stato l'abbandono della libreria di San Francisco a favore di un oscuro sotterraneo di New York, sarà stata la scelta di affiancare all'io narrante, nel corso della sua quest, altri personaggi, o il riferimento a tonache nere che hanno evocato un mondo harrypottiano (harrypottesco?), sarà stata l'invenzione di un enigma ben presentato, che poi si è risolto quasi con una morale, invece che un colpo di teatro? 
Insomma, l'entusiasmo è scemato e, lo ammetto, ho iniziato a leggere una frase per pagina. Peccato che tra un salto e l'altro la storia non dava l'impressione di procedere granché. Il finale, che ho voluto leggere interamente, mi è apparso scialbo e il dénouement poco convincente.
Che peccato! Qualcuno di voi ha letto il libro e ha voglia di lasciarmi la sua opinione? 

24 giugno 2014

Gli innamorati di Sylvia

Gli innamorati di Sylvia, Jo March, 2014
Traduzione italiana di Mara Barbuni
Gli innamorati di Sylvia (titolo originale: Sylvia’s Lovers) fu pubblicato in tre volumi nel 1863, dopo innumerevoli ripensamenti e ininterrotte revisioni. Il romanzo è ambientato alla fine del diciottesimo secolo a Monkshaven, una città fittizia (corrispondente a Whitby) sulle coste dello Yorkshire, separata dal resto dell’Inghilterra dalle brughiere e dal mare. Il suo isolamento e il suo carattere “anfibio” (dipende per la sua ricchezza dalla caccia alle balene, ma vive dei prodotti della terra, ed è per questo che Gaskell la definisce “un microcosmo inglese”) sono caratteristiche che pervadono l’intero romanzo. Il senso di lontananza nello spazio e nel tempo gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della storia, che appare necessariamente legata a quelle coste settentrionali battute dal vento e alle vicissitudini della guerra contro la Francia rivoluzionaria.
Gaskell menziona con molta frequenza le particolarità delle popolazioni del Nord, che a suo modo di vedere sono caratterizzate da una straordinaria forza d’animo, talvolta estremizzata in un’aggressività quasi bestiale. Questo suo approccio, che potremmo definire “storicista”, investe Gli innamorati di Sylvia, perché il libro si occupa non solo delle contingenze storiche – l’arruolamento forzoso e le sue conseguenze sulla popolazione – ma anche e soprattutto del problema antropologico della forza disordinata della passioni umane. La particolare irruenza del carattere e la sbrigliatezza di emozioni distruttive sono determinate, secondo l’autrice, proprio dall’ambientazione geografica della storia: le scogliere dello Yorkshire, così scabre, a picco su un mare spesso tempestoso, sono brulle, crude, battute dalla “rude violenza del vento che spazzava quei luoghi deserti e selvaggi sia d’estate che d’inverno”. La personalità della gente non può che essere influenzata da un simile paesaggio.
La coscrizione obbligatoria e l’arruolamento forzoso, contro cui, narra Gaskell, le genti del Nord pensavano solo a “resistere”, a differenza delle popolazioni meridionali che tentarono una più docile convivenza, furono istituiti in Gran Bretagna per rimpolpare le truppe impegnate a combattere contro gli eserciti francesi. Anche se il suolo britannico non fu mai toccato dal nemico, tuttavia quel conflitto influenzò aspramente la vita quotidiana della popolazione, perché prelevava dalle case della gente mariti, figli e padri di famiglia. Gli innamorati di Sylvia non racconta la Storia fatta dai re o dai generali, ma la storia della gente comune; e l’autrice, che per tutta la vita si prodigò nella difesa dei più sfortunati, si dedica in particolare a descrivere gli abusi di potere perpetrati dalle bande di coscrizione a danno dei marinai e dei contadini, e di come tali abusi risvegliassero l’odio delle classi sociali più umili. A un certo punto della vicenda il rapimento dei marinai da baleniera operato dalla banda di arruolamento fa scoccare la scintilla di una rivolta popolare: e la tragedia degli umili si rivela causa ed effetto del feroce scontro tra l’individuo e l’autorità, diventando dunque il motore delle disgrazie della protagonista.
La centralità del personaggio di Sylvia non è dovuta solo alle sue tragedie, ma dipende anche dal suo essere una rappresentazione dell’intero spirito di Monkshaven. Come la sua città, Sylvia è una creatura anfibia, cresciuta in una fattoria sulle colline eppure capace di percepire la vastità del mare come il proprio elemento. Il suo destino si intreccia a quello dei cacciatori di balene e a quello dei commercianti, ovvero ai due diversi gruppi protagonisti della vita economica di Monkshaven; e come molte sue concittadine ella deve sopportare il dolore dell'abbandono causato dalla guerra. La sua trasformazione da ragazzina limpida e vivace a donna infelice fa di lei la rappresentante di un femminismo particolare, anche questo in qualche modo "storico", perché reclama il diritto delle donne dello Yorkshire, fustigato dalla coscrizione obbligatoria, ad amare e odiare appassionatamente, a desiderare la vendetta, a promettere l’impossibilità del perdono.
Proprio l’incapacità di perdonare è il peccato di cui si macchia questa eroina gaskelliana. Gli innamorati di Sylvia non è solo un romanzo storico, ma anche un ritratto antropologico e una storia imbevuta di spiritualità. La religiosità è intesa qui come un percorso che inizia dal peccato e, attraverso il pentimento e l’espiazione, finalmente raggiunge la salvezza. Di questo particolare aspetto dell'esistenza umana si fa rappresentante Philip Hepburn, un personaggio fortemente moderno, che si rivela protagonista dell’intera vicenda in virtù di un tormento interiore dolorosissimo, di dubbi continui, di paure, di cadute nella disperazione, di laceranti compromessi con la sua coscienza. I suoi pensieri sono riportati in molti e lunghi passi del romanzo come uno stream of consciousness novecentesco che fanno di lui un vero anti-eroe, una figura vicina forse più delle altre alla sensibilità contemporanea. Anche per questo la sua redenzione finale ha una cruciale valenza catartica: al contrario, alla fine del libro, Sylvia, la donna piena di passione che ha accompagnato il lettore lungo tutta la storia è resa muta dal dolore e si trasforma nella protagonista di una leggenda destinata a essere rimandata ai posteri. 
Foto di Mara Barbuni (2014)
I protagonisti di questo libro non sono solo Sylvia e i suoi due innamorati. Il mare ne è infatti un personaggio predominante, una creatura quasi viva che accompagna con la sua presenza incombente tutto lo sviluppo della storia. Elizabeth Gaskell fa riferimento al mare in molte delle sue opere. In Mary Barton il marinaio Wilson racconta i suoi viaggi avventurosi nel Pacifico; Ruth incontra il suo antico amante sulla spiaggia; in Cranford il fratello di Miss Matty è richiamato da un esilio volontario in India; in Nord e sud il fratello di Margaret, Frederick Hale, è accusato di ammutinamento; e in Mogli e figlie Roger Hamley parte per una spedizione scientifica in Africa. Ma in nessuna di queste opere il mare si sente ruggire come in Gli innamorati di Sylvia. La sua esistenza è reale e tangibile in quasi ogni pagina. La popolazione avverte la sua vicinanza anche quando è nascosto dalla nebbia, e fin dall’inizio del romanzo il lettore è reso consapevole della sua dirompenza.
Il senso di ambiguità che pervade l’intero romanzo è riflesso nel ruolo duplice del mare. Il mare è sia luogo proteiforme, di creazione e di ricchezza, sia veicolo di tragedia e di distruzione; è il luogo dell’amore e della morte, della lotta perpetua tra bene e male, e dunque è elemento di eternità, sempre avvolto nel mistero. L’infinità varietà del mare è rappresentata nel libro attraverso tre diversi ambienti. Il primo è quello iniziale, il centro geografico della storia, ovvero la foce del fiume Esk che si getta nell’“Oceano tedesco” (il Mare del Nord), il secondo è quello ghiacciato, pericoloso e leggendario della Groenlandia, e il terzo è l’esotico Mar Mediterraneo.
Notiamo che ciascuno di questi tre ambienti corrisponde a uno dei personaggi principali. Le acque che lambiscono Monkshaven significano casa, patria e focolare, ossia il luogo dove Sylvia trascorre tutta la vita. I mari artici sono il teatro delle imprese di Kinraid, e il Mediterraneo è la distesa che Philip attraversa in cerca di redenzione. Il mare di Monkshaven è spesso caratterizzato da luce e vivacità, da flotte di navi ammassate nel porto e di gente sul molo, dal lavoro incessante dei marinai e dall’operosità delle loro donne. Le acque della Groenlandia sono invece deserte, piatte come un pavimento di zaffiro, interrotte solo da giganteschi iceberg che riflettono il sole e assumono sembianze bestiali anche prima che il vero mostro, la balena, faccia la sua comparsa in superficie. L’idea che evocano, di forza, energia, impavidità, contrasta con la calma quasi sonnolenta del Mediterraneo, dove i colori, i profumi e l’opulenza della vegetazione orientale obnubilano la mente del lettore e lo fanno scivolare in uno stato onirico simile a quello del regno di Kubla Khan di Coleridge.
Se è vero che gli innamorati di Sylvia sono due, Charley e Philip, è vero anche che con il mare la protagonista stringe un rapporto molto intimo e quasi enigmatico. La sua femminilità inizia a svegliarsi proprio in concomitanza con la sua esperienza del mare, poiché quando la storia comincia, la ragazza sta andando al mercato vicino al porto a comprare della stoffa per farsi un mantello nuovo, e la stoffa che vuole comprare è, simbolicamente, rosso scarlatto – una scelta che contrasta sia con la volontà della madre, sia con quella del cugino Philip, che vede Sylvia ancora come una “tenera, graziosa colomba”. È l’arrivo di Charley Kinraid a completare la formazione sensuale della ragazza, mentre Philip tenta di esercitare su di lei un’istanza protettiva di retaggio patriarcale che intende privarla del suo status di donna adulta. Spesso Sylvia sente il bisogno di fuggire dal suo salotto per cercare di nuovo la vista del mare: lì il sole e le onde le ricordano la sua identità; sola, libera, con i capelli sciolti, ella ritorna ad essere la creatura “silvana” della sua giovinezza. Quando è di fronte all’acqua, Sylvia ritrova la sua pace, perché, specialmente quando il mare è in tempesta, può intuire se stessa in armonia con quel frastuono, con quella vitalità irrefrenabile, e con quei lunghi ululati che rievocano rimpianto e lontananza.