17 marzo 2020

Immagini e ombre, l'autobiografia di Iris Origo

Se leggere un libro è come fare un viaggio, leggere un’autobiografia è viaggiare al fianco di una persona sconosciuta, che pian piano, tappa dopo tappa, con grande generosità ti invita a entrare nei suoi ricordi, regalandoti la parte migliore di lei. 
Sono appena tornata da un viaggio così, leggendo l’autobiografia di Iris Origo Images and Shadows. Part of a Life pubblicata da Pushkin Press (di questo libro so esistere anche una versione in italiano, Immagini e ombre, per i tipi di Longanesi). Ho comprato questo volume alla Libreria Senese, a Siena, appunto, attratta nel negozio dalla mia inguaribile incapacità di stare lontana da una libreria con le porte spalancate sulla strada. Ho aspettato diversi mesi per leggerlo, perché sentivo di aver bisogno di tempo e di quiete per godermi la storia della vita di questa scrittrice, un po’ americana, un po’ inglese, un po’ irlandese, un po’ italiana, che scelse la Toscana per trascorrere l’esistenza e divenne biografa di grandi nomi della letteratura – uno su tutti, Giacomo Leopardi. 
La scrittura è talmente bella, il tono diffuso così elegiaco da rendere questo libro toccante dall’inizio alla fine. Ne ho sottolineati innumerevoli brani, incapace di classificare la bellezza di un passaggio dedicato all’infanzia, o di una frase descrittiva del paesaggio, o di una riflessione sul fascino degli studi classici, o dell’ondulare nostalgico delle memorie. Concludendolo, si percepisce che l’intenso intimismo della narrazione non può tuttavia celare l’eccezionalità di questa vita: Iris Origo fu la figlia di William Bayard Cutting, grande amico del filosofo George Santayana e di Edith Wharton, e segretario personale dell’ambasciatore americano nel Regno Unito. Sua madre fu Lady Sybil Cuffe (figlia di un pari d’Irlanda), che fece trascorrere a Iris l’infanzia a Villa Medici, a Fiesole, e il cui secondo marito fu amante di Vita Sackville-West. Il marito di Iris fu il figlio illegittimo di un marchese italiano: con lui trascorse la vita coniugale nella tenuta di La Foce, sulle colline senesi, con lui affrontò il fascismo e la guerra, aprì un rifugio per bambini profughi, e offrì un nascondiglio a fuggiaschi e prigionieri di guerra alleati. 
Il libro è diviso in tre parti e procede, per ammissione stessa della scrittrice, concentrandosi sulle case in cui si dipanò il filo della sua vita. La prima parte è dedicata alle radici dell’albero genealogico di Iris, e si divide nella disamina della vita dei nonni (quello americano e quello irlandese), e sul racconto della vita dei genitori. Del nonno irlandese, Lord Desart, Iris scrive (qui e in seguito, trad. mie): “egli riversò su di me il gusto della vita così com’era nella dimora di campagna irlandese in cui trascorrevo le mie vacanze estive – un mondo di distanze azzurre e infiniti giochi e gioia, profumato della fragranza del pisello odoroso e del deciso sapore stringente dei ribes rossi, in cui le porte erano sempre aperte ai bambini, ai cani e ai vicini”. 
Iris Origo. Fonte: BBC
La seconda parte è forse la più evocativa, perché ci racconta la formazione di Iris, la sua crescita, i suoi studi, il suo avvicinamento alla letteratura. Dopo la dipartita prematura del padre, che morì sulle dune egiziane tentando di scampare alla tubercolosi, la madre portò Iris a Fiesole, a Villa Medici, che trasformò in stile inglese (“tende di chintz, acquerelli incorniciati, vasi d’argento colmi di rose, libri, profumi di scone e di tè appena fatto”) dove intrattenne ospiti celebri come Vernon Lee, mentre la bambina si rifugiava tra l’erba alta “nascosta con un libro nei giorni d’estate, a guardare in basso verso la lontana terrazza dove gli adulti, figure di nani, conversavano incessantemente”. La scrittrice riflette su quanto fossero avventurose quelle estati per lei bambina, che ancora doveva conoscere gli ostacoli e le pene del mondo e coltivava paure primitive, quasi piacevoli, e del tutto travolgenti: “è una delle punizioni dell’età adulta il fatto che le apprensioni e le intuizioni [dell’infanzia] vadano svanendo. Il muro tra noi e quel mondo si ispessisce: quella che era una consapevolezza fissa, anche se non formulata, è diventata solo un ricordo. Mentre passano gli anni, accade solo raramente che quella botola si apra nelle nostre memorie, e ne esca un effluvio di profumi quasi dimenticati, un bagliore di quel mistero”. In quella casa Iris intuì il passaggio della prima guerra mondiale, raccontatale soprattutto dal nonno irlandese nelle sue lettere, e fu sfiorata dalle morti da influenza spagnola. Da lettrice precoce quale sono stata, non ho potuto non innamorarmi delle pagine che Iris dedica alla sua attrazione per i libri; scrive: “l’immaginazione del bambino gli consente non solo di prendere da un libro esattamente ciò che gli serve – persone, genietti, tavoli o sedie – ma gli permette letteralmente di usare tutto questo per arredare il suo mondo. Non riesco a ricordare un periodo in cui io non l’abbia fatto. […] Divenni di volta in volta Maggie Tulliver, Jane Eyre, Catherine Morland, Natasha… Le loro ombre si allungano sullo sfondo della mia adolescenza con una vividezza negata a molte figure reali”. 
Iris poté godere di un’istruzione eccezionale, andando a lezione dal maestro Solone Monti, che le faceva studiare il latino e il greco facendola innamorare dei grandi classici, di Leopardi e di Pascoli; nel frattempo, metteva radici nel suo cuore un trasporto altrettanto caldo e sentito per l’Inghilterra – l’Inghilterra di Keats e di Jane Austen, un’Inghilterra che, come lei stessa scrive con una chiarezza che mi ha permesso di immedesimarmi subito in lei, soprattutto di questi tempi, non è quella del mondo reale, ma è la proiezione meravigliosa, la fantasmagoria, dei nostri desideri. È un’Inghilterra fatta di “biblioteche, guglie di cattedrali, malvarosa nei giardini dei cottage, ruscelli tra alti argini verdi, […] piccole chiese normanne in pietra grigia”. 
La terza parte dell’autobiografia è quella della maturità, del matrimonio, del racconto di La Foce. Iris non si sofferma sulla morte del figlioletto Gianni, ma scrive che quel dolore fu la spinta che la indirizzò sulla via della scrittura (e non ho potuto fare a meno di pensare a Elizabeth Gaskell, che visse la stessa esperienza). Il passo più toccante di questa sezione è l’impressione, rapida ma fortissima, come tutte quelle che permeano questo libro, che Iris conserva della seconda guerra mondiale: “la cacofonia”, trasmessa dalla radio, delle urla isteriche di Hitler, dei ruggiti degli applausi che lo salutavano, dell’apostrofe di Anthony Eden alla Società delle Nazioni, delle proterve dichiarazioni di Mussolini, delle canzoni fasciste dei soldati, e perfino dei bambini. 
Immagini e ombre, così bello che questo post è uno dei più lunghi di Ipsa Legit, è un cammino proustiano intriso di dolcezza. Scrive Iris che “se Proust ha ragione, sto portando dentro di me (a dispetto di tutti i mutamenti avvenuti) l’interezza della mia vita […] il tempo che supplicherei di avere è tempo nel passato, tempo per dare conforto, per completare, per riparare – tempo perduto molto prima che io sapessi quanto velocemente se ne sarebbe andato”. 
Sono tanti i passi che ho segnato in questo libro, e non potrei riportarli tutti. Uno di questi, però, devo citare a conclusione di questo lungo post, perché può esserci forse d’aiuto in un momento così delicato per il nostro paese. Quando la guerra finì, Iris scrisse sull’ultima pagina del suo diario: “Distruzione e morte ci hanno visitati. Ma ora, nell’aria, c’è speranza”.

26 febbraio 2020

Libri al tempo del virus

Chissà cosa penserò, in futuro, rileggendo questo post. Oggi è l’ultimo giorno delle vacanze di Carnevale, ma domani, e fino alla fine della settimana (per ora), non rientreremo a scuola a causa dell’emergenza dovuta al diffondersi del Covid-19. Quali sono, quindi, le mie letture al tempo del coronavirus? 
Dopo aver finito la bellissima biografia di Jane Austen firmata da Claire Tomalin, che la Nuova Editrice Berti ha recentemente pubblicato nella sua prima edizione italiana (a cura di Cecilia Mutti), mi sono letta a tutta velocità due bei romanzi di intrattenimento: Testimone inconsapevole, il mio primissimo esperimento – riuscito, direi – con la scrittura di Gianrico Carofiglio, e Scandalo in casa Mitford di Jessica Fellowes. Quest’ultimo è stato davvero un buon libro, che in generale mi è parso meglio strutturato dei due capitoli precedenti della saga: la sorella Mitford protagonista di questo romanzo è Diana, e bisogna ammettere che Fellowes ha evocato piuttosto bene la società sfavillante, ma già ghermita dalle prime ombre del disastro incombente, che circondava questa controversa figura storica. 
Tuttavia, l’esperienza di lettura più corroborante delle attuali giornate infestate dagli allarmismi è stato l’accomodarmi nel mio angolo libresco (la poltrona accanto alla finestra del mio studio) e da lì partire per un affascinante viaggio del pensiero, accompagnata da Évelyne Bloch-Dano e dal suo Le case dei miei scrittori (Add Editore, 2019, trad. di Sara Prencipe e Michela Volante). Il libro è una raccolta di brevi resoconti dedicati alle impressioni dell’autrice in visita a diverse dimore letterarie (case autentiche o musei). L’introduzione, giustamente intitolata “Apriamo la porta”, è un brano bellissimo, intensamente evocativo, che sprigiona tutta la passione di una lettrice vorace e di una curiosissima viaggiatrice: “il mio sguardo […] rincorre le parole, i libri, l’intero universo simbolico proprio dello scrittore, che prende corpo in un’atmosfera, in un contesto, talvolta negli oggetti”. “Questi momenti, in cui passato e presente si confondono, sono i più belli. Illusione di realtà? Forse, ma anche comunione, e talvolta comprensione profonda o diversa, sensuale, quasi carnale, dell’opera e del suo autore”. “Credo che la casa sia uno ‘stato d’animo’, e che spetti a noi farne risuonare l’eco, talvolta lontana. È il riflesso della nostra vita intima”. Gli scrittori, e le loro case, citati in questo libro sono in maggioranza francesi; non mancano però i tedeschi (Nietzsche, Brecht), gli americani (gli scrittori del Ritz, Edith Wharton), gli inglesi. È particolarmente bello il capitolo dedicato a Karen Blixen e alla sua fattoria in Africa; il paesaggio intorno ai luoghi di Chateaubriand ci travolge con la sua struggente bellezza; la rappresentazione del salotto di Louisa May Alcott a Concord è piena di vivacità; ci lascia strabiliati la descrizione della dimora di Victor Hugo, in esilio a Guernsey (“Astenersi menti banali”, commenta divertita l’autrice). Come sono riposanti i passi dedicati alla Lamb House di Henry James, nel Sussex, così è affettuoso lo sguardo sull’immensa biblioteca della Keats and Shelley House a Piazza di Spagna. Infine, è pieno d’amore il racconto dei luoghi di Proust in Normandia: “Seguire Marcel Proust a Cabourg equivale a camminare su terre reali e immaginarie, portare una località di villeggiatura della Belle Epoque nel contesto incantato del Tempo”. 
Come scrisse Emily Dickinson, “There is no Frigate like a Book / To take us Lands away” (“Non c’è vascello che come un libro / possa portarci in terre lontane”): e poiché in certi momenti non c’è niente di meglio che una terra lontana, la lettura ci è sempre di grande conforto.

12 febbraio 2020

Un comodino Neri Pozza

Ragionando sulle mie più recenti letture, mi sono accorta che sono tutte accomunate dall'inconfondibile marchio della casa editrice Neri Pozza. Nelle scorse settimane dalle sue tipografie sono uscite tante nuove pubblicazioni interessanti, che sono andate ad aggiungersi ad alcuni libri pubblicati dallo stesso editore qualche tempo fa e che non aspettavano altro che farsi leggere con grande gusto. 
Sul mio comodino c'è Un anno con Shakespeare di Allie Esiri, che sfoglio ogni sera appena prima di cena o prima di dormire, per leggere la citazione dedicata al giorno appena trascorso. Oggi il brano è tratto da Pene d'amor perdute (Atto IV, Scena 3), da cui estrapolo questa manciata di versi: "Dagli occhi delle donne traggo questa dottrina:/ del fuoco di Prometeo essi scintillan sempre;/ son essi i libri, le arti, le accademie/ che mostrano, contengono, nutrono il mondo intero" (trad. it. di Chiara Ujka).
La scorsa settimana ho letto il nuovissimo La ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier, storia di una donna inglese degli anni Trenta che percorre il suo cammino di vita sospinta da un insopprimibile desiderio di passione e di affermazione della sua identità. Se la storia narrata mi è sembrata piuttosto semplice, ho trovato la preziosità di questo libro nella ispirata raffigurazione di due sottotesti affascinanti della magnifica enciclopedia della cultura inglese: il ricamo dei cuscini per la cattedrale di Winchester e la sapienza dei suonatori di campane. Insomma, anche se non mi sono affezionata molto ai personaggi, ho amato la rievocazione dello Hampshire di allora, con i suoi segreti inconfessati, le complicate dinamiche di una piccola comunità, il dolore soffocato di una generazione di donne che ha perduto e rimpiange i suoi figli, fratelli e fidanzati, morti in trincea. E mi è proprio sembrato di vedere i colori, e di sentire la morbidezza impalpabile di quei fili di seta sotto le mani, la voce sussurrata dell'ago che vola sulla tela, e in sottofondo il rintoccare del batacchi sul piombo, levati in un alto canto di celebrazione. 
Una scrittrice che da qualche tempo sto tentando di scoprire è un'altra inglese, Daphne du Maurier, grandissima scrittrice della suspense che finora avevo conosciuto solo marginalmente, ma di cui sono davvero curiosa di sapere di più. Ho cominciato questo percorso, naturalmente, con la lettura del magnifico Rebecca nell'edizione il Saggiatore, e proprio in questi giorni sto concludendo Mia cugina Rachele (Neri Pozza), che nonostante i suoi settant'anni d'età conserva tutta la forza, la freschezza e l'asprezza di un romanzo che è molto difficile riporre. Il narratore è Philip Ashley, che racconta il suo rapporto, misterioso e ambiguo, con la cugina Rachele, moglie del defunto cugino Ambrose. La storia è potente e ombrosa fin dalle sue prime battute, con sezioni che tolgono il fiato: bellissimi scorci italiani, in equilibrio tra lo splendore dei palazzi dei ricchi fiorentini e la miseria inquietante della gente del popolo; incantevoli, vividissimi panorami della Cornovaglia, patria della scrittrice; e la rappresentazione perfetta di una passione distruttiva che lotta contro la certezza di un'impossibile armonia; una passione consapevole della propria sorte, eppure incapace di trovare tregua: "In quell'istante capii cosa Ambrose aveva visto in lei, che cosa aveva desiderato senza mai ottenerlo. Capii il tormento, il dolore, l'abisso che si apriva tra loro. Gli occhi di Rachele, così scuri, così diversi dai nostri, ci fissavano senza comprenderci. [...] Nella penombra anche il suo viso era straniero. Un viso sottile, un profilo su una moneta" (trad. it. di Marina Morpurgo).
Quando avrò terminato Rachele, dovrò scegliere se cominciare Daphne di Tatiana De Rosnay (la biografia della scrittrice che Neri Pozza ha pubblicato nel 2016: titolo originale, Manderley For Ever) o deviare dal cammino e intraprendere il magnifico viaggio dentro la nuovissima edizione di Via col vento di Margaret Mitchell (Neri Pozza 2020) oppure ancora entrare nello scintillante mondo de I Goldbaum di Natasha Solomons (Neri Pozza 2019), o forse distrarmi un po' con il nuovo capitolo dei Mitford Murders di Jessica Fellowes (Neri Pozza 2020)...
Direi che per le prossime settimane sarò in ottima compagnia! 

14 gennaio 2020

Piccole donne, il film

Ieri sera sono stata al cinema a vedere Piccole donne, il capolavoro di Greta Gerwig. È difficile trovare il modo giusto per descriverne la qualità e l’immensa bellezza: forse l’unica strategia per riportare questa esperienza (ed è davvero stata un’esperienza) è ricorrere a una sequenza colpevolmente disordinata di momenti emotivi, di immagini, di attimi senza fiato. 
Il film è un intreccio costante tra i due grandi capitoli del romanzo: quello della fanciullezza (per noi Piccole donne) e quello della maturità (Piccole donne crescono). Tutta l’intensità della storia si gioca lì, su quel limite sottilissimo e strapieno di vita, quella linea impercettibile eppure severa, che segna il passaggio da un’epoca all’altra, da un’età all’altra. C’è grande sapienza, da parte della regista, nel tenere sempre in perfetto equilibrio i due piani narrativi; anzi, direi che c’è perfezione. C’è una scena – non è neanche una scena, è quasi un frammento, in verità – in cui l’abbandono dell’infanzia si mostra in tutta la sua potenza, quasi sacra: è un ricordo fugace di Jo, che da adulta ricorda un istante con Laurie. Un istante apparentemente insignificante, in cui lei gli ruba il cappello in un gesto d’affetto: ma è un momento di essere così travolgente da farci commuovere. 
Le quattro ragazze March sono quanto di meglio si sia mai visto. Meg è deliziosa. Beth non è (finalmente) costantemente sull’orlo del baratro, ma ci regala una dose di inedita vitalità che ci fa rimpiangere ancora di più la sua sorte. Amy è esattamente quello che io ho sempre visto in lei, a dispetto della lunga tradizione di condanne e opinioni denigratorie di milioni di lettori – Greta Gerwig dà finalmente a questo personaggio un volto che forse neanche Alcott era riuscita a conferire chiaramente, e che toccava al lettore intuire: in questo film Amy è limpida, radiosa, schietta, piena di passione, moderna, vivida, presente nel mondo e nella sua vita. 
E poi c’è Jo. Leggendo il libro si è portati naturalmente ad amare Jo. È come se non si potesse farne a meno, si viene trascinati verso questo affetto letterario, ma talvolta è come se non lo si sentisse per davvero. Il film, invece, ci mostra prepotente il motivo di tanto trasporto. Saoirse Ronan (l’attrice candidata all’Oscar per questo ruolo) entra del tutto in Jo, e ce la restituisce nuova, intelligente, padrona di sé, irrefrenabile. E l’effetto è a dir poco meraviglioso. 
La grandezza di questo film sta proprio nel dare una seconda vita alla storia. Il vittorianesimo americano dell’età di Alcott (ma anche di Thoreau, di Emerson, e dei pittori paesaggisti della Hudson River School) si libera di tutti i suoi oscuri stereotipi e al contrario splende di energia: ragazze che ridono, corrono, gridano, giocano sulla spiaggia, giovani uomini con i gli abiti e i capelli raffazzonati, feste da ballo in cui si alza un po’ il gomito, tentazioni a cui è difficile resistere, la paura esistenziale del fallimento che si trasforma in una posa di freddezza e in una finta, sofferente, negligenza. L’attore che interpreta Laurie (Timothée Chalamet, perfetto per attirare a questa storia le spettatrici più giovani) dimostra giusto il talento necessario per impersonare questo carattere, in bilico tra Ottocento ed età moderna. 
La rappresentazione che Gerwig fa della storia, e soprattutto il suo bellissimo finale (che non posso certo rivelare), ricamato sulla scena magistrale della rilegatura del romanzo di Jo, appartiene tutto al ventunesimo secolo, eppure, e proprio in virtù della sua perfetta aderenza alla contemporaneità, conserva la funzione vittoriana della trasmissione di un messaggio forte, di un insegnamento. In questo caso, il messaggio è la libertà delle donne: quella di Amy, quella di Jo, quella di Gerwig – e la nostra. 
I ragazzi e le ragazze di oggi dovrebbero proprio vederlo, questo film, perché è inequivocabilmente fatto per loro. Noi “grandi”, tuttavia, non ne siamo esclusi: il nostro destino è di commuoverci a cospetto della tenerezza della rivisitazione degli episodi centrali del libro, di stupirci di fronte alla sopraffina tecnica cinematografica, di incantarci per una fotografia di livello inestimabile, di apprezzare le minuzie della sceneggiatura e la qualità eccelsa della scenografia – la perfezione degli interni, la bellezza travolgente degli esterni. 
Le mie aspettative su quest’opera erano altissime. Non c’è stato un solo minuto, nelle due ore e un quarto del film, in cui siano state tradite.

5 gennaio 2020

Louisa e le piccole donne

Buon anno, cari lettori! Il 2020 di Ipsa Legit si apre con una riflessione su un libro squisitamente stagionale: Piccole donne, che in queste settimane è ritornato ad apparire nelle prime file delle librerie grazie all’uscita del nuovo omonimo film che ne è stato tratto, diretto da Greta Gerwig (il trailer si può vedere qui). 
Piccole donne e Piccole donne crescono, i due libri italiani in cui si è diviso l’unico volume originale di Little Women, ci hanno accompagnato per tutta la vita: io li lessi per la prima volta da bambina, poi li ripresi da adolescente e adesso, da adulta, ritorno talvolta a rileggerne qualche breve brano, per ritrovare nel testo la conferma a certi ricordi improvvisi o la gratificazione di quel gusto per la narrativa che non mi abbandona mai. Oggi, sui miei scaffali, Little Women è uno dei libri di cui vado più orgogliosa, perché è un’edizione del 1913 con una bellissima copertina in decori Art Deco che ho scovato in una libreria di seconda mano sull’isola di Wight. Come una storia nella storia. 
La mia attuale rilettura del libro, in attesa di vedere il film, è accompagnata da un’importante opera appena pubblicata, che ci offre un punto di vista attentissimo e decisamente affascinante sulla mente che ha ideato questo romanzo immortale. Si tratta di Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton (a cura di Daniela Daniele), che solo pochi mesi fa è uscita nella sua prima edizione italiana grazie a Jo March – una casa editrice che ci ha abituato alle belle sorprese ma che ciononostante continua a stupirci per l’accuratezza e la passionalità delle sue scelte letterarie. Il libro appartiene alla collana “Christopher Columbus” e riporta la stessa straordinaria bellezza grafica dei volumi precedenti. 
Nella biografia di Martha Sexton troviamo rappresentazioni della vita di Louisa piene di suggestioni, soprattutto quando si concentrano sull’atto della scrittura: “A maggio, Luisa fece ritorno a casa per cominciare a scrivere Piccole donne. Lavorò alla sua piccola scrivania, grande appena da poter infilarci le ginocchia, sotto la finestra della sua camera. Scrisse per giornate intere, senza mai correggere o ripensare una sola parola”; “Lavorava assiduamente al suo scrittoio, completando ogni giorno un capitolo nuovo, vergato con una scrittura nitida e inclinata verso sinistra, che imprimeva con decisione sulla pagina, impugnando con forza il pennino d’acciaio”. Anche la casa di Concord attira lo sguardo del lettore, assorbendo e lasciandosi assorbire, come sempre accade, dalla personalità della scrittrice che le abita: “La stanza d’angolo di Louisa era quadrata, ariosa, e piena di luce con finestre sui lati. […] La piccola scrivania di Louisa era posta sotto le finestre anteriori, dalle quali entrava una morbida luce primaverile, filtrata attraverso gli alberi”. 
Foto dello scrittoio di Louisa May Alcott, di Annie Leibovitz,
tratta dal suo libro Pilgrimage
Penso che questa luminosità filtrata, accompagnata dai profumi delle foglie e del vento, ma sempre in bilico sulla penombra, sia l’atmosfera predominante di Little Women. L’aspetto più interessante della biografia pubblicata da Jo March è proprio la rivelazione di questo confine sfuocato nei pensieri di Louisa, di questo conflitto nascosto e sempre sull’orlo della deflagrazione, dell’impossibilità di sfuggire al lato oscuro delle storie. 
Piccole donne è un romanzo per ragazzi perché alla prima lettura si mostra per ciò che ne incoraggiò la scrittura: la volontà di tracciare una netta barriera tra il bene e il male e di rappresentare lo sforzo epico delle giovani donne March, e di Jo in particolare, per passare dalla parte giusta del muro. Le sorelle ricevono per Natale una copia di The Progress of the Pilgrims di John Bunyan (Il viaggio del pellegrino) affinché questo indichi loro la strada verso il Bene; lavorano sodo per realizzarsi; due si sposano abbastanza presto, dopo aver affrontato i naturali ostacoli della vita amorosa, che le portano a migliorarsi interiormente. Solo Jo, alter ego letterario dell’autrice, fatica a rientrare negli schemi imposti da suo padre (e dal padre di Louisa) e dalla sua filosofia. Le sofferenze di Jo sono reali, tormentose: il senso di colpa, da cui a tratti lei sembra lasciarsi voluttuosamente travolgere, ispira tante – troppe – delle sue decisioni, e le delusioni che la sua autrice dissemina lungo il suo cammino sono amare, astiose, per niente educative e difficili da rimarginare. Tanta inquietudine, questo spesso velo di insoddisfazione, non sono più il tema di un romanzo per ragazzi, ma il soggetto di un’analisi di grande forza emotiva che la biografia di Sexton ci aiuta ad approfondire e a comprendere. 
La seconda parte di Little Women (quella che in italiano è stata chiamata Piccole donne crescono) è quella che maggiormente ci lascia intuire tale contrasto. Le ragazze sono più grandi: Meg è sposata, Amy supera i confini della casa paterna, con tutte le sue voci e le loro istruzioni di vita, e se ne va in Europa a costruirsi un futuro; solo Jo sembra sempre sul punto di realizzarsi, ma non ci riesce mai. La sua scrittura non è quella che dovrebbe essere, il raggio del suo allontanamento da casa arriva solo fino a New York e la sua parabola si chiude nella celebrazione della morale predicata dai suoi genitori, in una vecchia casa piena di memorie, con un marito che replica la figura patriarcale, un ruolo materno moltiplicato all’infinito, e la definitiva rinuncia all’arte. Ho trovato davvero rimarchevole la disamina delle ombre di Alcott nella nuova pubblicazione Jo March: i grandi racconti, in fondo, si evolvono dall’evoluzione di un conflitto, e tutta la straordinaria luce delle sorelle March non poteva che avere come controparte la storia di una scrittrice dai grandi dolori, come fu Louisa.

27 dicembre 2019

Grandi classici e un viaggio letterario

Il mio 2019 si chiude con tre splendidi libri, tutte nuove uscite che sono di grande conforto, nel periodo dell'anno in cui le classifiche letterarie lasciano spiccare volumetti privi di peso, l'ultima fatica del solito giornalista, gli esperimenti di scrittura dei social influencer e i manuali di cucina. 
Il primo di questi grandi libri è l'edizione Neri Pozza di Shakespeare for Every Day of the Year di Allie Esiri (titolo italiano: Un anno con Shakespeare, traduzione di Chiara Ujka), un bel volume corposo (17 x 24 cm) che ogni giorno dell'anno ci offre un brano del Bardo. Non si tratta, però, di una semplice collezione di quotes, perché ognuna di queste reca un cappello introduttivo ed esplicativo. Da non trascurare le illustrazioni che accompagnano la copertina di inizio mese, davvero suggestive. Le traduzioni italiane sono tratte dalle Opere complete di Garzanti. 
Il secondo libro è un regalo di Natale, che occhieggiavo già da diverso tempo attraverso la vetrina della mia libreria preferita in città. Si chiama Le case dei miei scrittori e incontra perfettamente la mia passione per l'argomento. Il volume, scritto da Eveline Bloch-Dano e pubblicato da AddEditore (traduzioni dal francese di Sara Prencipe e Michela Volante) è il resoconto di un viaggio in tanti capitoli che ci porta a conoscere le case, sparse per luoghi pieni di significato, di decine di scrittori straordinari. Per fare qualche esempio, seguendo l'ordine alfabetico dell'indice: Balzac, Beauvoir, Beckett, Benjamin, Blixen, Colette, Dickens, Dumas, Hemingway, James, Keats, Nietzsche, Proust, Sand, de Stael, Verne, Wharton, Yourcenar. Insomma, un eccellente diario di sogni, che, come l'almanacco shakespeariano, ci potrà accompagnare per tutto l'anno nuovo. 
Ultimo libro, un altro regalo apprezzatissimo: Jane Austen. La vita di Claire Tomalin, della Nuova Editrice Berti con traduzione di Cecilia Mutti e Cristina Colla. Il volume è bellissimo, con una copertina elegante, il carattere prezioso e il colore della carta riposante. La mia ultima biografia austeniana è stata quella di Lucy Worsley, di cui ho parlato qui; sono davvero molto curiosa di intraprendere ancora una volta questo cammino, per ritornare alla vita vera di Jane e riassaporarne le delicatezze e le armoniose minuzie, così splendidamente in accordo con la grandezza immortale della sua scrittura.

7 settembre 2019

Pronti, partenza ... settembre!

In questi ultimi giorni, finite le vacanze, ripresi gli impegni scolastici e (quasi) ultimato il trasloco in una nuova casa, le mie letture hanno seguito un ritmo abbastanza irregolare: giorni e giorni senza toccare un libro e poi una manciata di ore per cominciare un romanzo e arrivare fino all’ultima pagina. Anche la selezione è stata poco ordinata: ho scelto soprattutto titoli di intrattenimento, che non ho trovato (purtroppo) particolarmente memorabili. 
Per proseguire il percorso, incominciato negli ultimi mesi, dedicato ad Antonio Scurati, ho letto Il sopravvissuto (Bompiani): un libro scritto con straordinaria competenza stilistica e lessicale, intelligente nella scelta del movente, ma infine, mi è sembrato, troppo appesantito da considerazioni al limite del banale. La storia inizia in un giorno di orali di maturità (prova orale dell’esame di stato, dovrei dire): uno dei candidati entra nella palestra dov’è riunita la commissione e con una pistola colpisce a morte tutti gli insegnanti, tranne uno, il suo professore di storia e filosofia. Nelle pagine seguenti a questo scioccante esordio, il professore ripensa ai suoi incontri passati con lo studente e medita sulle ragioni del Male e di una scelta così estrema. Le riflessioni proposte dall’autore sono certo interessanti e profonde, ma mi hanno un po’ delusa alcune ingenuità della trama e soprattutto certi luoghi comuni legati al mondo della scuola – cose che abbiamo sentito troppe volte, che non rispondono neanche più di tanto al vero e che sarebbe meglio non riproporre con tanta insistenza. 
Altro libro, altra atmosfera piuttosto cupa, altra trama un pochino sfilacciata: il recentissimo La vita segreta degli scrittori (La Nave di Teseo), con cui ho conosciuto il celebre autore di noir francese Guillaume Musso (del quale non escludo di leggere in futuro anche qualcos’altro). Qui un aspirante scrittore decide di mettersi alla ricerca di un suo idolo letterario, che si è misteriosamente ritirato dalle scene e si totalmente isolato dal mondo, e intraprende così un pericoloso percorso di indagine relativo a un omicidio irrisolto e alle sue tragiche conseguenze. 
Anche il libro che ho appena chiuso è impregnato della macchia scura del Male, di una morte che si è tentato di occultare, di una mente labile soffocata dal rancore. È Il party di Elizabeth Day (Neri Pozza), pubblicato poche settimane fa, un libro molto interessante e ben scritto, ma tremendamente oscuro, quasi impedito nella catarsi finale. La storia è raccontata a due voci, quella di Martin – critico d’arte con una giovinezza tormentata e un’ossessione maniacale per l’amico Ben – e quella di Lucy, sua moglie. Il libro si legge tutto d’un fiato, sentendosi persino un po’ a disagio per tanta esternazione di repressione psichica e di infelicità. 
Curioso e godibile, benché leggermente inquietante per il suo riproporre atmosfere orwelliane in chiave paurosamente contemporanea, è stato Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi (Feltrinelli), nel quale si immagina (ma senza grandi sforzi di fantasia, bisogna ammetterlo) un’Italia in cui tutti coloro che credono nello studio e nella formazione culturale sono tacciati di essere nemici della patria, vengono additati, perseguitati e addirittura fatti fuori. Il tono generale del libro è leggero, ma il tema è avvilente e minaccioso; non ci si sente solo spaventati dall’affermazione di un potere che intende annichilire il prezioso valore della cultura, ma anche dall’inermità degli intellettuali, il cui ruolo in questa storia è tutt’altro che eroico, tutt’altro che decoroso. Il censimento dei radical chic è una lettura che consiglio, sia per la gradevolezza della scrittura, sia per le riflessioni che ci esorta a fare sul ruolo della cultura, degli intellettuali, della comunicazione, del potere e del nostro stesso linguaggio, sia per uno stile delicatamente “alto”, con citazioni variegate che è davvero un piacere saper riconoscere, e per il pregio anche ironico delle note a piè di pagina, che riportano le correzioni di un fantomatico Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana – il quale, alla fine della storia, ci riserva un colpo di scena tutto suo. 
Ultima lettura di questi giorni, Attraverso la Francia senza dimenticare il Belgio (Bompiani) di Roberto Giardina, un libro di viaggio (definito nel sottotitolo “una guida sentimentale”) che ci racconta svariati aneddoti sulle diverse regioni di Francia – dalla Provenza all’Alsazia, da Bordeaux alla Normandia, dai castelli della Loira a Parigi – accompagnati da bellissime illustrazioni in acquerello di Alessandra Scandella. È un resoconto fluido e gradevole, con interessanti inserti di Paolo Mazzoni che ricordano una vera e propria guida, e in qualità di oggetto-libro è davvero bello, soprattutto grazie agli inserti grafici. Il tutto è, però, un po’ meno “sentimentale” di quanto mi sarei aspettata: per Parigi, ad esempio, il risultato migliore resta ancora, per me, Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, di cui ho scritto qui.