30 novembre 2016

Un dio in rovina

La scorsa settimana ho terminato di leggere un romanzo che entrerà immediatamente nella mia lista dei “da consigliare”. È Un dio in rovina di Kate Atkinson, un libro di quelli dai toni un po’ epici, che racconta la lunga storia di Teddy dalla prima giovinezza fino alla vecchiaia. I piani temporali della storia si intrecciano continuamente, ma la scrittura è così controllata che non ci si confonde mai. Teddy è un animo poeticissimo – il romanzo è cosparso di citazioni di versi, da Hopkins, Blake, Wordsworth, Shakespeare, ... – il cui unico desiderio è una vita semplice e agreste: «un uomo poteva misurare la propria vita in mietiture». Gli piace osservare i modi placidi della natura, gli insetti, le allodole, la forma delle foglie e dei fiori; ama le serate tranquille trascorse a leggere, in compagnia della moglie, davanti al caminetto; adora i cani della sua vita, suoi fedeli e commoventi amici. Lo spaccato storico presentato da questo libro sono gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, a cui Teddy partecipa in prima persona, come aviatore della RAF. Il racconto della sua esperienza bellica è continuamente accennato, ma mai pienamente esplorato, se non alla fine del libro – e la spiegazione e lì, evidente, straniante e bellissima.
Il romanzo è pervaso dall’amore per i libri, il solo tratto che Viola, la figlia di Teddy, abbia ereditato dal padre: «la sua adolescenza era stata un soggiorno del XIX secolo, nelle brughiere delle sorelle Brontë o infastidita dai rigori dei salotti di Jane Austen. Il suo amore romantico era Dickens, lamica intransigente era George Eliot. Al momento, Viola stava rileggendo una vecchia edizione di Cranford». Altro tema fondante della storia, che però non si impone di prepotenza all’attenzione del lettore, è il ruolo del tempo, dentro e fuori la vita degli uomini. Il tempo è un’essenza che in questo libro cambia continuamente identità, passando dall’essere il semplice orologio dell’esistenza alla natura stessa dei ricordi; da dimensione storica e filosofica («Nel 1947 il tempo era ancora una quarta dimensione sulla quale si era certi di costruire la vita quotidiana») a enigma della narrazione, della nascita, dell’essere e della morte: entità astratta eppure concreta, che ci obbliga, nonostante tutto, a una sospensione del giudizio.
È sul tempo che si gioca il colpo di scena finale di questo romanzo. In Un dio in rovina, insomma, si trova un talento del narrare che non ho trovato comune negli autori contemporanei; la scrittura è bellissima (e la traduzione di A. Storti per questa edizione Nord le rende di certo onore), Teddy è un personaggio che entra nel cuore, e alcuni istanti, che passano come subitanei flash colmi di senso e di sensi, sono indimenticabili. «La distesa di grano era punteggiata di papaveri, macchioline di sangue sulloro»; «C’era soltanto un bellissimo silenzio ultraterreno. Pensò al bosco, alle campanule, al gufo e alla volpe, a un trenino Hornby che rullava sul pavimento della sua cameretta, al profumo di una torta in forno. L’allodola in ascensione sul filo del suo canto».

28 novembre 2016

Cronache dal Faro

Cari lettori, lo scorso fine settimana ho avuto l’opportunità di navigare un po’ nel grande mare della letteratura, che per mia fortuna era contenuto “in una stanza”, e illuminato da uno splendido “faro”. Ho partecipato infatti al primo festival italiano dedicato a Virginia Woolf, Il faro in una stanza, appunto, che oltre ad aver richiamato una quantità di convenuti davvero inaspettata, ha scritto, credo, un pezzettino della storia della reception contemporanea di Virginia Woolf in Italia. Il festival, che ha avuto luogo a Monza dal 25 al 27 novembre, è stato organizzato da (in ordine alfabetico): Elisa Bolchi, giovane, competente e appassionata studiosa woolfiana; Raffaella Musicò, la libraia che tutti vorremmo e dovremmo incontrare, che lo scorso aprile ha aperto la libreria Virginia e Co. a Monza (la e del nome non è commerciale: quel Co. contiene infinite voci letterarie...); Liliana Rampello, alla quale dobbiamo le molteplici e bellissime chiavi che ci hanno aperto veri e propri giardini di interpretazione dell’opera di Virginia. Consiglio di leggere il suo Il canto del mondo reale e l'antologia di saggi da lei curata Voltando pagina.
La prima sera del festival abbiamo assistito alla rappresentazione dell’unica commedia di Virginia, Freshwater, che sono stata invitata a introdurre: il luogo dell’azione è la Freshwater sull’isola di Wight, centro di una comunità di artisti e letterati che sembra un po’ una anticipazione del Circolo di Bloomsbury. A Freshwater la padrona di casa era Julia Margaret Cameron, di cui ho scritto già altrove in questo blog, e che è, insieme a Ellen Terry, la protagonista del mio racconto Ellen e Julia (pubblicato nella raccolta, edita da Iguana, Soffia un vento contrario). Se vi interessa godervi questo esperimento teatrale, potete leggere Freshwater nella bella edizione Nottetempo a cura di Chiara Valerio, disponibile sia in formato cartaceo che in ebook.
La giornata di sabato è stata densissima: la sessione si è aperta con un intervento di Raffaella Musicò sul ruolo democratico delle biblioteche e delle librerie, ed è proseguita con una conversazione tra Raffaella e Sandra Petrignani, l’autrice, tra le altre cose, di La scrittrice abita qui (Neri Pozza): uno splendido viaggio nelle case di grandi scrittrici della storia della letteratura, tra le quali compare anche Monk’s House, la suggestiva dimora di Virginia poco fuori Londra. Nel pomeriggio, Elisa Bolchi ha intrattenuto con Sara Sullam (traduttrice e studiosa milanese di Woolf, Joyce, e tanto altro) una conversazione sui romanzi di Virginia Woolf: con grande entusiasmo e sapienza, Elisa e Sara ci hanno parlato di La signora Dalloway e Al faro, ma anche di La crociera (con i suoi ribaltamenti di certi contenuti austeniani), di Notte e giorno (che personalmente amo tantissimo) e dei saggi come Una stanza tutta per sé. Sara ha ricordato le importantissime metafore musicali della prosa woolfiana, che legano le pagine tra loro come in una rapsodia, e ha attirato la nostra attenzione sulle figure dei poeti (che compaiono con grande frequenza nei romanzi di Virginia), e sulle situazioni collettive, in cui i gruppi di personaggi sono tenuti insieme dal filo serpentino del sempre mutevole punto di vista della narrazione (come per esempio nell'episodio della cena in Al faro). 
La sessione si è conclusa con la presentazione di una nuovissima edizione dei racconti di Virginia, pubblicata dalla Racconti Edizioni e intitolata Oggetti solidi. L'opera è curata da Liliana Rampello, che ci ha parlato delle infinite possibilità di interesse, di pura bellezza e di riflessione che questo volume può offrire ai lettori. Io l'ho iniziato in treno, e lo consiglio spassionatamente. 
Domenica mattina Liliana Rampello ha conversato con Bianca Tarozzi, la traduttrice dei Diari di Virginia Woolf. Siamo così entrati in un mondo pieno di fascino, imparando che Virginia scriveva il suo diario la sera, tra il tè e la cena, e che lo trattava come un quaderno di esercizi, utile, diceva, per “sciogliere le giunture”; Bianca Tarozzi ha evocato i manoscritti, che sono conservati a New York (Berg Collection), e che appaiono ordinatissimi e privi di cancellature (quando invece i romanzi testimoniano tutta la “fatica” della scrittura). Il festival si è concluso con un ultimo intervento di Elisa Bolchi, che, rispondendo alle domande della sempre avvincente Raffaella Musicò, ci ha raccontato storie davvero magnetiche sul rapporto tra le opere di Virginia e gli editori italiani, sulle traduzioni “pericolose” e sempre a rischio di censura negli anni del fascismo, e sulle meraviglie degli archivi letterari del nostro Paese. 
Come ho detto a Raffaella (nel corso di una cena per me indimenticabile), per tutto ciò che ho imparato durante il festival mi sembra di aver concentrato in due giorni un percorso universitario triennale: la felice disponibilità del pubblico ad ascoltare e ad apprendere, e l'enorme generosità delle studiose che hanno condiviso le loro conoscenze sono state le caratteristiche principali di questo evento, che speriamo sia solo la prima tappa di un lunghissimo percorso di amicizia e di amore condiviso per la grande letteratura.

5 novembre 2016

Tra lettura e scrittura. Lavori in corso

Cari lettori, da quasi un mese non pubblico una delle "esperienze di lettura" per cui è nato questo blog... e la semplice ragione è che non sto leggendo niente di nuovo!
La cartella del mio e-reader che ho denominato Comodino (in cui si trovano i libri che hanno priorità rispetto alla cartella Scaffale...) sta per scoppiare, ma non posso mettervi mano fino a che non sarò arrivata alla conclusione di due progetti che per me hanno un'importanza enorme. 
Sul mio Comodino virtuale sono impilati, in questo momento: La strada bianca di Edmund De Waal, che ho cominciato e ho dovuto lasciare da parte - con grande dispiacere perché è una meraviglia; Il caso di Joseph Conrad, I biscotti di Baudelaire di Alice Toklas (la compagna di Gertrude Stein), che forse terrò lì "in caldo" per Natale; la monumentale biografia di Lord Tennyson in inglese; un romanzo di Edith Wharton, due di Penelope Lively e infine Concerto di una sera d'estate senza poeta di Klaus Modick.
Quali sono i due motivi per cui questi libri se ne rimangono lì chiusi?
Il primo è che alla fine di questo mese parteciperò a un bellissimo progetto letterario e di divulgazione, Il faro in una stanza, un festival interamente dedicato a Virginia Woolf che avrà luogo a Monza tra il 25 e il 27 novembre. Il mio compito sarà quello di presentare/introdurre Freshwater, la commedia (che sarà rappresentata la sera del 25) che Virginia Woolf scrisse per celebrare la vivida e allegra comunità artistica raccolta intorno alla zia-fotografa, Julia Margaret Cameron.
Del secondo progetto non posso rivelare i dettagli, perché è ancora una sorpresa: anticipo solo che si tratta della stesura di un saggio, che traccia un percorso di lettura e di analisi letteraria. È un progetto che ha richiesto coraggio e un pizzico di avventatezza, ma, dopo la grande preoccupazione iniziale, in questi giorni sto scrivendo con passione ed entusiasmo, recuperando anche la bellezza e il gusto dell'opera letteraria "pura", libera dalle tante, molteplici, infinite identità che i libri assumono quando diventano, giustamente, patrimonio di tutti.
Da quando ho cominciato a occuparmi di divulgazione letteraria ho avuto l'opportunità di osservare direttamente i fenomeni della reception, ovvero delle modalità con cui il pubblico riceve, fruisce e si appropria di un'opera di letteratura. È questo un insieme di dinamiche molto affascinanti, che rivela infiniti aspetti della psicologia, della storia umana, della sociologia, del rapporto del presente con il passato, delle potenzialità della comunicazione e di come il testo letterario si sappia trasformare e adattare al suo ricevente, a chi lo legge e lo interpreta. Posso "guardare" la ricezione letteraria da punti di vista privilegiati, come l'associazione dedicata a Jane Austen e la mia pagina su Elizabeth Gaskell, e mi incuriosisco sempre a studiare le forme dell'interesse dei lettori per i grandi classici. Di quando in quando, però, sento il bisogno di ritornare io stessa una semplice lettrice e di dedicare l'attenzione alla mia personale interpretazione del testo. Il saggio che sto scrivendo marcia in questa direzione, e spero che quando sarà pubblicato potrà essere un punto di vista utile e stimolante anche per altri appassionati di letteratura.

7 ottobre 2016

La casa nella brughiera

È di questi giorni l'annuncio del debutto sulla scena letteraria italiana di La casa nella brughiera (The Moorland Cottage), pubblicato da Edizioni Croce a cura di Raffaella Antinucci.
La casa nella brughiera è una delle novelle di Elizabeth Gaskell (insieme a Cousin Phillis, A Dark Night’s Work e My Lady Ludlow) ed uno dei suoi scritti più commoventi, dallo stile più bello e poetico. Pubblicato nel 1850 per l’editore Chapman (con il quale Gaskell ebbe un rapporto sempre difficile), è un racconto di campagna dall’andamento misurato, dominato dalla struggente bellezza della brughiera dell’Inghilterra centrale. La trama si svolge intorno alla storia d’amore tra la figlia di una vedova povera – una donna del tutto incapace di fare la madre – e il rampollo di un ricco gentiluomo del posto; il loro rapporto però è reso accidentato dalle intemperanze del fratello di lei, ambizioso e viziato sin dall’infanzia, il cui carattere presto scivola nella freddezza e nell’immoralità. 
In questo racconto lungo, Elizabeth Gaskell, pur agli esordi della sua carriera di scrittrice, dimostra un finissimo talento per la strutturazione dei dialoghi, che rivelano la sua profonda conoscenza della psicologia dei bambini e degli adolescenti. Maggie, la protagonista, è una ragazzina piena di sogni complessi e d’amore incompreso, una sorta di “bozza” di quello che sarà l’ultimo personaggio della penna di Gaskell, la Molly Gibson di Mogli e figlie (tutto il racconto è, in realtà, una prova del grande romanzo finale): assistiamo alla sua crescita in un ambiente domestico ostile, con una madre gelida, negligente e vanesia, alleviato dalla presenza di un’amica dell’alta società – una figura materna piena d’affetto per lei – che è il chiaro prototipo di Mrs. Hamley.
Quest’opera anticipa anche altri temi della narrativa matura di Elizabeth Gaskell, come per esempio le atmosfere fiabesche evocate dentro la testa dei bambini, l’esplorazione della stagionalità come archetipo dell’esistenza umana (come in Cousin Phillis) la rappresentazione dei pericoli dell’orgoglio e dell’ambizione sfrenata (come in A Dark Night’s Work) e la ricerca della solitudine da parte di una giovane donna sconcertata dal dolore (come in Gli innamorati di Sylvia).
Una scena, in particolare, mi è rimasta nel cuore, perché per me è proprio l’emblema della scrittura di Elizabeth Gaskell. Inizia infatti con uno dei suoi ineguagliabili ritratti autunnali: «L’aria sulle alture era così immobile che niente sembrava muoversi. Di quando in quando una foglia gialla fluttuava al suolo, staccatasi dall’albero non per un atto violento ma solo perché la sua vita aveva raggiunto il limite ed era finita. I boschi distanti e riparati splendevano d’arancio e cremisi, ma la loro gloria non era che il segno dell’anno che declinava verso la morte. Anche senza provare un dolore intimo, la sublime solennità della stagione lasciava traccia nella mente dell’uomo, la quietava, e la incoraggiava a placide riflessioni» e prosegue con l’incontro dei due protagonisti accanto al fuoco, in cerca di reciproco conforto. Proprio del significato del fuoco come accentratore delle emozioni umane tratta l’ultimo capitolo del mio saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana.

29 settembre 2016

Sui passi di Elizabeth Gaskell

La targa appesa sul muro esterno
della casa di Chelsea in cui
Elizabeth Gaskell venne alla luce
il 29 settembre 1810
Duecentosei anni fa, in una casa di Chelsea, a Londra, veniva alla luce una bambina che avrebbe un giorno occupato un posto di tutto rilievo nella scena letteraria: Elizabeth Gaskell. Oggi possiamo festeggiare questa ricorrenza con l’esordio di un libro che è la biografia in italiano della scrittrice, Sui passi di Elizabeth Gaskell, pubblicato proprio in questi giorni dalla casa editrice Jo March (già “responsabile” di aver fatto conoscere l’autrice al grande pubblico, grazie alle prime edizioni italiane dei romanzi Nord e Sud, Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie).
Sui passi di Elizabeth Gaskell è un intreccio di scritture: vi si narrano la vita personale e la carriera della scrittrice, ma è insieme anche il resoconto di una serie di viaggi in Europa, compiuti nell’arco di oltre due anni (2014-2016), alla ricerca dei luoghi più significativi dell’esistenza di Gaskell – significativi perché sono stati le sue case, oppure i paesaggi in cui ha trascorso le sue vacanze, incontrando spesso altri protagonisti del suo tempo (Charlotte Brontë, su tutti), e in generale i luoghi da cui ha preso ispirazione per i suoi libri.
In questa biografia, che è anche un po’ un diario di viaggio, compaiono numerose traduzioni inedite in italiano di brani dalle lettere di Elizabeth Gaskell; queste ci permettono di “sbirciare” un po’ nei suoi pensieri, nelle sue emozioni e nel costante e indefesso lavorio della sua mente, che le ha consentito di dare vita ai personaggi che abbiamo imparato ad amare.
C’è infine un altro genere di “racconto” presente in questo libro: il racconto visuale, offerto dalle fotografie originali dei luoghi gaskelliani che sono state raccolte nel corso del viaggio. Tra salotti e brughiere, tra onde del mare e tavoli da scrittura, tra panorami urbani e le scene fugaci di un grand tour, possiamo guardare dentro la vita di questa straordinaria narratrice, riuscendo forse a comprendere un po’ più in profondità la sua necessità di diventare un’artista, e di non smettere mai di creare nuove storie.

Sui passi di Elizabeth Gaskell
di Mara Barbuni
Città di Castello, Jo March 2016
Collana: Christopher Columbus
ISBN: 9788894142822
€ 15,00

2 settembre 2016

Il turismo inglese nella Svizzera dell'Ottocento

Non c'è lettura più estiva di un giallo o di un libro di viaggio. Nel corso dell'agosto appena concluso mi sono rituffata (come da tradizione) in qualche romanzo di Agatha Christie, ma soprattutto in un libro affascinantissimo, scritto da un autore inglese residente a Berna, intitolato Slow Train to Switzerland
In quest'opera Diccon Bewes racconta il proprio viaggio in treno su e giù per la Svizzera, seguendo lo stesso percorso compiuto da un gruppo di turisti inglesi nel 1863. Il libro, dunque, non è solo una guida di viaggio, che ci porta a conoscere i luoghi più affascinanti di questo stranissimo paese, descrivendone gli angoli più belli e più incredibili e raccontandoci la sua storia e le sue bizzarre tradizioni, ma è anche un interessante saggio sul fenomeno del turismo in età vittoriana. 
L'autore organizza il proprio giro della Svizzera seguendo passo dopo passo il diario di viaggio di Miss Jemima Morrell, brava disegnatrice, che nel 1863, quale membro del Junior United Alpine Club, partì per una vacanza di gruppo pianificata da Thomas Cook, il più celebre "agente di viaggio" del diciannovesimo secolo - l'uomo che cambiò le forme (e le conseguenze) del turismo in Europa. Il viaggio di quei coraggiosissimi, instancabili turisti durò tre settimane e toccò le città più amate e le vette più impervie della Svizzera: Ginevra, il Monte Bianco, Sion, Interlaken, le cascate Staubbach, il ghiacciaio di Grindelwald, il Monte Rigi, Lucerna. Il tutto con uno zaino sulle spalle, e - nel caso delle signore - con metri e metri di stoffa di abiti addosso: si trattava pur sempre di ladies vittoriane. Il Junior United Alpine Club percorse infiniti chilometri, in treno, a piedi o a dorso di un asinello, senza mai lasciarsi spaventare dalle salite, dai sentieri rocciosi, dal freddo o dalla mancanza di sonno. 
La prima pagina del diario di Miss
Jemima, corredato da illustrazioni
di sua mano e da cartoline acquistate
nei luoghi del suo passaggio.
Il libro è avvincente soprattutto quando racconta la storia delle ferrovie svizzere, che qui sono giustamente una specie di mito della modernità, e delle loro tratte più avveniristiche, come quella che porta in cima alla Jungfrau (la stazione più alta d'Europa, a 3454 metri). Curiosissimi poi i resoconti dei "consigli di viaggio" della guida Murray (quella seguita da Miss Jemima), che raccomandava di tenere nello zaino «3 o 4 camicie, calze, pantofole, soprabito di alpaca, un gilè leggero, l'occorrente per cambiarsi, etc. - il tutto senza eccedere le 12 o 14 libbre». Il resto del bagaglio veniva spedito, sotto forma di bauli, verso gli alberghi che i viaggiatori avrebbero di volta in volta raggiunto dopo tre o quattro giorni di cammino. 
Gli anglo-americani fecero della Svizzera una sorta di "parco dei divertimenti" e vi accorsero in massa, dando una spinta impressionante all'economia del paese, nel quale iniziarono a sorgere a una velocità incredibile hotel, negozi, punti di ristoro, e, appunto, linee ferroviarie. La lista degli scrittori e degli artisti di lingua inglese che fecero tappa qui nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, infatti, sembra non finire mai: solo per fare qualche nome, Mary Wollstonecraft, gli Shelley, Byron, Turner, Dickens, Twain, Gaskell, James, Ruskin, G. Eliot, Christina Rossetti, Pater, Hardy, Browning, Conrad. 
Quando sono arrivata in Svizzera e ho cominciato a girare un po', mi è subito sembrato di respirare una sorta di "aria inglese"... grazie a questo libro ho capito perché.

28 agosto 2016

Le cascate di Sherlock Holmes

«Spetta a me raccontare per la prima volta ciò che davvero avvenne tra il Professor Moriarty e Mr. Sherlock Holmes» scrive il dottor Watson all’inizio di The Final Problem (L’ultima avventura), il racconto che avrebbe dovuto chiudere la serie delle storie del celebre investigatore. In questo scritto Watson ci narra l’«incantevole» viaggio compiuto insieme all’amico in Svizzera, tra il verde della primavera incipiente e il «bianco verginale» delle vette; i due si spostano da Ginevra a Interlaken fino ad arrivare alla cittadina di Meiringen, scendendo all’albergo Englischer Hof (che oggi si chiama ParkHotel Du Sauvage).
Due giorni fa sono stata proprio a Meiringen (che è anche la città natale della meringa…), ai piedi delle montagne da cui precipitano le Cascate Reichenbach. Scrive Conan Doyle/Watson: «Ci fu caldamente raccomandato di non oltrepassare le cascate di Reichenbach che sono circa a metà dell’ascesa senza fare un piccolo giro per vederle. È veramente un posto pauroso. Il torrente gonfio per il disgelo si tuffa in un abisso terribile da cui si alza la schiuma come il fumo da una casa in fiamme. Il passaggio in cui il fiume si getta è un immenso abisso costeggiato da rocce lucenti, nere come carbone, e finisce in un baratro spumeggiante di incalcolabile profondità che, gonfia, riversa la corrente in alto sopra di sé. La lunga scia di acqua verde che muggisce continuamente e la pesante mutevole cortina di schiuma che viene verso l’alto fanno venire il capogiro con il loro continuo rumore e frastuono. Stavamo vicino all’orlo del precipizio osservando il luccichio dell’acqua che si infrangeva giù sotto di noi contro le rocce nere e ascoltando l’urlo quasi umano che ci raggiungeva insieme alla schiuma dall’abisso. Il sentiero è stato tagliato intorno alla cascata in modo da permettere una vista completa, ma improvvisamente finisce e il viaggiatore deve ritornare indietro». 
Foto: ©IpsaLegit2016

Le cascate si raggiungono prima con una funicolare rossa fiammante, in stile old-fashioned con gli interni in legno, e poi su per una salita piuttosto impervia che raggiunge un ponticello appeso giusto sopra il salto; da lì si scende ancora una volta e si raggiunge il punto dove Sherlock e Moriarty cadono nel precipizio. Qui si trova una targa dedicata all’investigatore, e persino una ghirlanda di fiori con i messaggi di estremo saluto dei suoi amici (Watson, i Lestrade,…). Watson raggiunge questo punto dopo essere stato ingannevolmente richiamato a Meiringen dagli uomini di Moriarty: qui trova il portasigarette di Holmes e un messaggio vergato dalla sua mano. Scrive: «Dall’esame fatto dagli esperti risulta quasi con sicurezza che la lotta corpo a corpo tra i due uomini finì, come non poteva che finire in tale situazione, nel gettarli nell’abisso stretti l’uno all’altro. Qualsiasi tentativo di recuperare le salme fu impossibile e là, in quel terribile pozzo di acqua vorticosa e di schiuma ribollente, giaceranno per sempre il più pericoloso criminale e il più insigne campione della legge della loro generazione». 
In paese, nella cripta di quella che era la chiesa anglicana, in Conan Doyle Place, si trova il Museo di Sherlock Holmes, in cui si ammira la ricostruzione esatta del salotto del 221b Baker Street (i dettagli obbediscono pedissequamente alla descrizione letteraria e i mobili, tutti di antiquariato, risalgono al tempo dei fatti narrati). Il Museo è stato aperto nel 1991, sotto il patronato  della Sherlock Holmes Society of London e di Dame Jean Conan Doyle. Benché sia un personaggio inventato, Holmes è stato nominato cittadino onorario di Meiringen.
 
Foto: ©IpsaLegit2016