2 settembre 2016

Il turismo inglese nella Svizzera dell'Ottocento

Non c'è lettura più estiva di un giallo o di un libro di viaggio. Nel corso dell'agosto appena concluso mi sono rituffata (come da tradizione) in qualche romanzo di Agatha Christie, ma soprattutto in un libro affascinantissimo, scritto da un autore inglese residente a Berna, intitolato Slow Train to Switzerland
In quest'opera Diccon Bewes racconta il proprio viaggio in treno su e giù per la Svizzera, seguendo lo stesso percorso compiuto da un gruppo di turisti inglesi nel 1863. Il libro, dunque, non è solo una guida di viaggio, che ci porta a conoscere i luoghi più affascinanti di questo stranissimo paese, descrivendone gli angoli più belli e più incredibili e raccontandoci la sua storia e le sue bizzarre tradizioni, ma è anche un interessante saggio sul fenomeno del turismo in età vittoriana. 
L'autore organizza il proprio giro della Svizzera seguendo passo dopo passo il diario di viaggio di Miss Jemima Morrell, brava disegnatrice, che nel 1863, quale membro del Junior United Alpine Club, partì per una vacanza di gruppo pianificata da Thomas Cook, il più celebre "agente di viaggio" del diciannovesimo secolo - l'uomo che cambiò le forme (e le conseguenze) del turismo in Europa. Il viaggio di quei coraggiosissimi, instancabili turisti durò tre settimane e toccò le città più amate e le vette più impervie della Svizzera: Ginevra, il Monte Bianco, Sion, Interlaken, le cascate Staubbach, il ghiacciaio di Grindelwald, il Monte Rigi, Lucerna. Il tutto con uno zaino sulle spalle, e - nel caso delle signore - con metri e metri di stoffa di abiti addosso: si trattava pur sempre di ladies vittoriane. Il Junior United Alpine Club percorse infiniti chilometri, in treno, a piedi o a dorso di un asinello, senza mai lasciarsi spaventare dalle salite, dai sentieri rocciosi, dal freddo o dalla mancanza di sonno. 
La prima pagina del diario di Miss
Jemima, corredato da illustrazioni
di sua mano e da cartoline acquistate
nei luoghi del suo passaggio.
Il libro è avvincente soprattutto quando racconta la storia delle ferrovie svizzere, che qui sono giustamente una specie di mito della modernità, e delle loro tratte più avveniristiche, come quella che porta in cima alla Jungfrau (la stazione più alta d'Europa, a 3454 metri). Curiosissimi poi i resoconti dei "consigli di viaggio" della guida Murray (quella seguita da Miss Jemima), che raccomandava di tenere nello zaino «3 o 4 camicie, calze, pantofole, soprabito di alpaca, un gilè leggero, l'occorrente per cambiarsi, etc. - il tutto senza eccedere le 12 o 14 libbre». Il resto del bagaglio veniva spedito, sotto forma di bauli, verso gli alberghi che i viaggiatori avrebbero di volta in volta raggiunto dopo tre o quattro giorni di cammino. 
Gli anglo-americani fecero della Svizzera una sorta di "parco dei divertimenti" e vi accorsero in massa, dando una spinta impressionante all'economia del paese, nel quale iniziarono a sorgere a una velocità incredibile hotel, negozi, punti di ristoro, e, appunto, linee ferroviarie. La lista degli scrittori e degli artisti di lingua inglese che fecero tappa qui nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, infatti, sembra non finire mai: solo per fare qualche nome, Mary Wollstonecraft, gli Shelley, Byron, Turner, Dickens, Twain, Gaskell, James, Ruskin, G. Eliot, Christina Rossetti, Pater, Hardy, Browning, Conrad. 
Quando sono arrivata in Svizzera e ho cominciato a girare un po', mi è subito sembrato di respirare una sorta di "aria inglese"... grazie a questo libro ho capito perché.

28 agosto 2016

Le cascate di Sherlock Holmes

«Spetta a me raccontare per la prima volta ciò che davvero avvenne tra il Professor Moriarty e Mr. Sherlock Holmes» scrive il dottor Watson all’inizio di The Final Problem (L’ultima avventura), il racconto che avrebbe dovuto chiudere la serie delle storie del celebre investigatore. In questo scritto Watson ci narra l’«incantevole» viaggio compiuto insieme all’amico in Svizzera, tra il verde della primavera incipiente e il «bianco verginale» delle vette; i due si spostano da Ginevra a Interlaken fino ad arrivare alla cittadina di Meiringen, scendendo all’albergo Englischer Hof (che oggi si chiama ParkHotel Du Sauvage).
Due giorni fa sono stata proprio a Meiringen (che è anche la città natale della meringa…), ai piedi delle montagne da cui precipitano le Cascate Reichenbach. Scrive Conan Doyle/Watson: «Ci fu caldamente raccomandato di non oltrepassare le cascate di Reichenbach che sono circa a metà dell’ascesa senza fare un piccolo giro per vederle. È veramente un posto pauroso. Il torrente gonfio per il disgelo si tuffa in un abisso terribile da cui si alza la schiuma come il fumo da una casa in fiamme. Il passaggio in cui il fiume si getta è un immenso abisso costeggiato da rocce lucenti, nere come carbone, e finisce in un baratro spumeggiante di incalcolabile profondità che, gonfia, riversa la corrente in alto sopra di sé. La lunga scia di acqua verde che muggisce continuamente e la pesante mutevole cortina di schiuma che viene verso l’alto fanno venire il capogiro con il loro continuo rumore e frastuono. Stavamo vicino all’orlo del precipizio osservando il luccichio dell’acqua che si infrangeva giù sotto di noi contro le rocce nere e ascoltando l’urlo quasi umano che ci raggiungeva insieme alla schiuma dall’abisso. Il sentiero è stato tagliato intorno alla cascata in modo da permettere una vista completa, ma improvvisamente finisce e il viaggiatore deve ritornare indietro». 
Foto: ©IpsaLegit2016

Le cascate si raggiungono prima con una funicolare rossa fiammante, in stile old-fashioned con gli interni in legno, e poi su per una salita piuttosto impervia che raggiunge un ponticello appeso giusto sopra il salto; da lì si scende ancora una volta e si raggiunge il punto dove Sherlock e Moriarty cadono nel precipizio. Qui si trova una targa dedicata all’investigatore, e persino una ghirlanda di fiori con i messaggi di estremo saluto dei suoi amici (Watson, i Lestrade,…). Watson raggiunge questo punto dopo essere stato ingannevolmente richiamato a Meiringen dagli uomini di Moriarty: qui trova il portasigarette di Holmes e un messaggio vergato dalla sua mano. Scrive: «Dall’esame fatto dagli esperti risulta quasi con sicurezza che la lotta corpo a corpo tra i due uomini finì, come non poteva che finire in tale situazione, nel gettarli nell’abisso stretti l’uno all’altro. Qualsiasi tentativo di recuperare le salme fu impossibile e là, in quel terribile pozzo di acqua vorticosa e di schiuma ribollente, giaceranno per sempre il più pericoloso criminale e il più insigne campione della legge della loro generazione». 
In paese, nella cripta di quella che era la chiesa anglicana, in Conan Doyle Place, si trova il Museo di Sherlock Holmes, in cui si ammira la ricostruzione esatta del salotto del 221b Baker Street (i dettagli obbediscono pedissequamente alla descrizione letteraria e i mobili, tutti di antiquariato, risalgono al tempo dei fatti narrati). Il Museo è stato aperto nel 1991, sotto il patronato  della Sherlock Holmes Society of London e di Dame Jean Conan Doyle. Benché sia un personaggio inventato, Holmes è stato nominato cittadino onorario di Meiringen.
 
Foto: ©IpsaLegit2016


14 agosto 2016

The Duchess of Bloomsbury Street

Poche settimane fa è stato pubblicato in formato digitale The Duchess of Bloomsbury Street di Helene Hanff. Per leggere e “comprendere” questo libro è obbligatorio conoscere 84, Charing Cross Road, che raccoglie la corrispondenza epistolare della scrittrice con Frank Doel, il libraio inglese che le spedì a New York ogni sorta di volume usato, formando con lei una lunga e affezionata amicizia: di questo libro, che è entrato nell’empireo dei miei “indimenticabili”, ho parlato qui
The Duchess of Bloomsbury Street è il diario di viaggio di Helene a Londra. Nel 1973 la scrittrice fu invitata in Inghilterra per un tour promozionale del fortunatissimo 84, Charing Cross Road e realizzò il sogno di vedere la città – un sogno coltivato per anni, ma mai realizzato per ragioni economiche – ma non di incontrare Frank, ormai deceduto. I momenti supremi di questo viaggio, compiuto sperando in pranzi e cene offerti da editori e fan, sono l’incontro con la moglie e la figlia di Frank, l’ingresso al Claridges («dove pranzano tutti i personaggi di Noël Coward»), la contemplazione di rose in piena fioritura in ogni giardino, la visita al pub frequentato da Shakespeare e al punto – allora vuoto – dove sorgeva il Globe. 
L’aspetto davvero incantevole di The Duchess of Bloomsbury Street, infatti, è il racconto dell’esperienza di una “prima visita” a Londra. La maggior parte delle persone che frequentano Ipsa Legit sanno bene di cosa si tratta: è quel senso imponderabile di essere “caduti dentro” le pagine di un libro, accompagnato dalla consapevolezza che la città è e sarà per noi per sempre unica, perché la sua bellezza reale è addirittura accentuata, come trasfigurata, dalla bellezza dei nostri sogni, e di desideri nutriti talmente a lungo da aver messo radici solide nel nostro cuore. Il mio ricordo più forte del mio primo viaggio a Londra è il Poets’ Corner di Westminster Abbey: ma, come dice la scrittrice, è l’atmosfera in cui ti immergi appena messi i piedi a terra che rende la tua presenza in città del tutto magica. 
Scrive Hanff (trad. mia): «Tirai le tende… e finché vivrò non ricorderò mai più quel momento. Avevo di fronte, dall’altra parte della strada, una linda fila di strette case di mattoni, con i gradini di pietra bianca. Sono normalissime case del Settecento e dell’Ottocento – ma quando le vidi mi resi conto di trovarmi a Londra. […] Tremavo. Non ero mai stata così felice. Da tutta la vita volevo vedere Londra. Andavo al cinema a vedere film inglesi solo per poter osservare case come quelle. […] Talvolta, a casa, la sera, leggendo una descrizione di Londra firmata da Hazlitt o da Leigh Hunt, mi era capitato di mettere giù il libro di colpo, sommersa da un’ondata di desiderio che era come nostalgia di casa
Questa dichiarazione d’amore, nella quale è tanto facile immedesimarsi, è commovente.


10 agosto 2016

Una settimana, tre libri

Negli ultimi giorni, con la complicità di un fine settimana tranquillo trascorso in terrazza e le serate freddine, ho letto tre libri. Ho iniziato con Il tempo dell’attesa, il secondo atto della “Saga dei Cazalet” di Elizabeth Jane Howard (Fazi Editore). Benché la scrittura sia sempre eccellente, devo dire che questo secondo capitolo non mi è sembrato all’altezza del precedente, che mi aveva affascinato molto di più: forse, in questo caso, le dinamiche familiari già note e la minore rilevanza negli scambi fra i personaggi hanno pesato un po’ sull’evoluzione della scrittura. Narrativamente parlando, la figura di Louise impegnata a calcare le scene – episodi a quanto pare autobiografici – mi è parsa meno interessante, mentre si è confermato nella sua profondità e complessità il personaggio di Clary, la ragazzina in attesa del padre disperso durante la ritirata di Dunkirk. 
Sempre restando in tema di seconda guerra mondiale, vale davvero la pena di dedicare un’ora o due al racconto di Katherine Kressman Taylor Destinatario sconosciuto (Rizzoli). Questo breve scritto, che risale al 1938 ma è diventato famoso solo nel 1999 (in traduzione francese), riporta la corrispondenza epistolare tra due amici di lunga data comproprietari di una galleria d’arte di San Francisco: il primo, ebreo, vive in America; il secondo è rimasto a Monaco e si dimostra sempre più accecato dalle follie megalomani di Hitler. Lo sviluppo del rapporto tra i due è a un tempo travolgente e agghiacciante, fino al lapidario colpo di scena finale. 
Hotel du Lac (Neri Pozza) è il romanzo di Anita Brookner premiato con il Booker Prize nel 1984. È la storia della scrittrice Edith Hope, che a seguito di uno scandalo viene invitata dagli amici ad autoesiliarsi in un hotel sul Lago di Ginevra. Il racconto degli incontri di Edith ricorda l’ironia di Elizabeth von Arnim, mentre il processo di autoanalisi compiuto dalla protagonista potrebbe far pensare alla scrittura di Edith Wharton. Sottile e significativo è il ritratto che la donna dà di se stessa: «parecchi hanno rilevato la mia rassomiglianza fisica con Virginia Woolf; possiedo una casa, pago le tasse, sono una buona cuoca e consegno i miei dattiloscritti molto prima della scadenza; firmo tutto quello che mi viene sottoposto, non telefono mai al mio editore e non mi vanto affatto del mio particolare modo di scrivere, anche se mi rendo conto che vende piuttosto bene» (trad. it. di Marco Papi).

31 luglio 2016

Letteratura sul lago

Quando viene la bella stagione cerco sempre di approfittare di dove mi trovo (e negli ultimi tre anni i “miei” luoghi sono cambiati spesso!) per andare alla ricerca di destinazioni legate alle opere letterarie. Ieri sono rientrata da un brevissimo viaggio – in treno e in battello – sul lago di Ginevra (o Lac Léman), che, oltre a offrire bellissime aperture di acqua azzurra incorniciate dai fiori, garantisce tanti spunti di genere “libresco”. 
Castello di Chillon - ©IpsaLegit2016
La prima tappa è stata il Castello di Chillon, che quest’anno, in occasione del bicentenario della famosa estate del 1816 (“l’anno senza estate” di cui ho parlato qui) ha allestito una straordinaria esposizione dedicata a Lord Byron. Il 27 maggio di quell’anno Byron e il suo medico, John Polidori, incontrarono Percy Shelley e la sua compagna e futura moglie Mary: Byron aveva preso in affitto Villa Diodata a Cologny, vicino a Ginevra, mentre gli Shelley abitavano in una casa lì vicino. Il clima freddo e oscuro di quell’estate, e in particolare la tempesta della notte del 13 giugno, ispirarono la composizione di Frankenstein di Mary e il Canto III di Childe Harold di Byron. Il 22 giugno Byron visitò il Castello di Chillon; la vista delle prigioni e la storia della reclusione del monaco Bonivard tra il 1532 e il 1536 influirono sulla sua vena poetica, inducendolo a comporre The Prisoner of Chillon, un poemetto edito da John Murray che ebbe un successo di pubblico travolgente, consegnando all’immortalità la fama del castello – che da allora divenne una tappa obbligata del classico Grand Tour (è anche il protagonista di un dipinto di Turner). 


La visita al castello richiede più di due ore di vagabondaggio, che sale e scende su diversi piani – dalle segrete fino alla cima della torre, da cui si ammira il blu intenso del lago. L’esposizione (che chiude il 21 agosto 2016) raccoglie tante informazioni sul celebre viaggio svizzero di Byron, oltre a suggestive edizioni delle sue opere, sue pagine manoscritte originali e il registro del 1816 per il permesso di soggiorno della città di Ginevra che porta il nome di Percy Shelley. Non mancano i molteplici riferimenti letterari al Castello stesso, che compare in tantissime opere di autori inglesi e americani del diciannovesimo secolo: oltre ai Romantici, Fenimore Cooper, Dickens, Beecher Stowe, Hawthorne, Ruskin, Twain, James e Fitzgerald. 
Sul lago di Ginevra - ©IpsaLegit2016
Uscita dal castello, ho proseguito a piedi fino alla cittadina di Montreux: da lì, sul battello, sono ritornata a Losanna, da dove ero partita. In mezzo al lago, girando lo sguardo intorno, non ho potuto non pensare al capitolo 41 di Piccole donne crescono, quando Laurie chiede a Amy di sposarlo: «Erano fuori in barca dal mattino; dalla nebbiosa Saint-Gingolph alla soleggiata Montreux, con le Alpi della Savoia da un lato e il San Bernardo e il Dent du Midi dall’altro. Nella valle, la vista della graziosa Vevay e Losanna sulle colline laggiù in fondo; un cielo di un azzurro terso sulle loro teste e il lago ancora più azzurro sotto di loro, punteggiato di barchette pittoresche che sembravano gabbiani dalle ali bianche. Avevano parlato di Bonnivard passando da Chillon, di Rousseau alzando lo sguardo a Clarens dove egli scrisse la sua Eloisa. [...] Poi smisero entrambi di remare e, senza volerlo, aggiunsero un delizioso quadretto di amore e di felicità alle immagini riflesse nell’acqua che si dissolvevano.» Il viaggio si è concluso con una passeggiata a Ginevra, a cui ho dedicato un post della scorsa primavera; si trova qui
Buona lettura e buone vacanze! 

12 luglio 2016

L'autobiografia di Agatha Christie

Le biografie dei grandi autori della letteratura mi incuriosiscono sempre. Non perché mi interessino le parentele o le vicende familiari (a meno che nell’albero genealogico non compaiano altri nomi illustri), ma perché – a dispetto delle teorie sulla “morte dell’autore” – credo che in un’opera biografica si possano in qualche modo percepire le motivazioni che hanno indotto un autore a scrivere una determinata cosa. O a non scriverla affatto. 
Un “sottogenere” particolarmente avvincente sono le autobiografie, che sono di solito dei volumi ponderosi, e che per tutto il loro procedere non mancano di destare in noi delle domande ben precise: l’autore sta dicendo la verità? queste memorie sono del tutto autentiche o sono filtrate dalla sua immaginazione? e se subiscono una flessione verso la fiction, lo fanno perché anche i ricordi dello scrittore sono stati involontariamente influenzati dalla sua natura creativa oppure perché l’io narrante ha deliberatamente scelto di raccontarci una verità parziale? 
Queste domande inseguono il lettore per tutto lo sviluppo di La mia vita, l’autobiografia di Agatha Christie (Mondadori, trad. it. di M.G. Castagnone). Nella Prefazione e nell’Epilogo la scrittrice ci fornisce i termini cronologici della composizione, iniziata nel 1950 nella casetta presso gli scavi di Nimrud, in Iraq – dove Agatha viveva con il secondo marito, l’archeologo Max Mallowan –, e terminata nel 1965 a Wallingford, nel Berkshire. È evidente da questo e da tanti altri elementi del testo che l’autrice ha intenzione di mantenere uno stretto controllo sulla narrazione, portando noi lettori esattamente dove lei desidera condurci – senza nessuna spiacevole deviazione. «Ho ricordato quel che volevo ricordare», afferma; e ancora: «ciò che desidero è immergere la mano nel sacchetto dei ricordi ed estrarla con una manciata» (evidentemente accantonandone molti altri). È opportuno, dunque, leggere questa autobiografia non come una “confessione” ma come l’ennesimo dei suoi coinvolgentissimi libri, ricco di avvenimenti, di colori, di ironia, di persone, con un lieve tocco di nostalgia per la limpida gioia dei primi anni e con la chiara volontà di sorvolare sulle sofferenze più acute della sua esistenza. 
I capitoli più belli sono quelli dedicati all’infanzia e alla prima adolescenza. I ricordi di Ashfield, la casa natale a Torquay (Cornovaglia), sono pieni di tenerezza, e Agatha ci fa camminare insieme alla “lei” bambina fra i suoi giocattoli, nell’aula delle lezioni con la sua affezionata bambinaia, nella cucina con l’instancabile cuoca che preparava focaccine e cioccolata calda, nel bellissimo giardino con «il leccio, il cedro e la Wellingtonia» dove era solita inventare storie, incessantemente borbottando a bassa voce nell’atto di crearle e di raccontarle a se stessa (identica procedura che avrebbe adottato in futuro con i suoi romanzi). Tra fuggevoli memorie dei grandi personaggi che passavano per casa (Henry James, Rudyard Kipling), fulmini di colori e di profumi (i ranuncoli, il tiglio), giostre, amicizie infantili, letture di Sherlock Holmes, la stagione del debutto, spettacoli teatrali, cibi di tutti i generi, nuvole di seta, crêpe de Chine e taffetà, si arriva al 1914, con la guerra e l’inizio della consapevolezza del voler scrivere romanzi. 
A questo punto comincia un’altra fase della vita di Agatha: l’età adulta, che se già per definizione comporta un mutamento radicale nel nostro modo di guardare e di intendere la vita, nel suo caso significò il risveglio da un sogno bellissimo. Per Agatha diventare grande volle dire lavorare nelle infermerie traboccanti di soldati feriti, un amore sempre complicato e un po’ inquietante con il marito Archie Christie, le difficoltà economiche. I brani più interessanti di questa parte sono quelli che riguardano il lavoro della scrittura – la gestazione degli intrecci, la creazione dei personaggi di Poirot, Hastings, Tommy e Tuppence e Miss Marple, la compilazione dei quaderni di appunti, le vicende editoriali, i libri scritti sotto pseudonimo, lo “scandalo” di Roger Ackroyd. Sono gli anni del giro intorno al mondo (raccontato nei dettagli in un altro libro di recente pubblicazione di cui ho parlato qui), dell’infanzia della figlia Rosalind e del penoso abisso in cui la scrittrice precipitò nel 1926, con la morte della madre, la separazione da Archie e l’episodio, mai pienamente spiegato, degli undici giorni della sua scomparsa – alla quale Agatha non fa riferimento alcuno.
L’ultima fase è quella segnata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dell’affermazione come scrittrice professionista, del secondo matrimonio, della vecchiaia. Qui la dominante sembra essere la malinconia, anche se la “donna” provata dai dolori dell’esistenza talvolta sparisce dietro l’incontenibile forza della fantasia della “scrittrice”: «Penso che la gratitudine che si prova nei confronti della vita non sia mai tanto forte e vitale come in questi anni. Ha la concretezza e l’intensità dei sogni, e a me sognare piace ancora molto». Il “senso della vita” di Agatha Christie è forse proprio questo, ed è una convinzione che sembra davvero sincera, e perciò confortante: «Mi piace vivere. È capitato anche a me di essere in balia di una profonda disperazione, di un’infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria».


Consiglio la visione dello splendido documentario in inglese (ITV) «Perspectives. The Mystery of Agatha Christie», disponibile su YouTube cliccando qui. È il racconto della vita di Agatha attraverso i suoi luoghi, le sue lettere, i suoi diari e le fotografie, guidato da David Suchet, l'attore che ha interpretato l'investigatore belga nella lunga serie televisiva «Agatha Christie's Poirot». 

28 giugno 2016

I fratellastri

I fratellastri di Elizabeth Gaskell fu pubblicato nel 1859 nella raccolta in due volumi Round the Sofa, che conteneva anche My Lady Ludlow e altre storie. Questo racconto è l’ennesima dimostrazione del fatto che il talento dell’autrice per la narrazione breve è davvero fuori dal comune. Sia nelle storie «gotiche» (tra cui spiccano Storia della vecchia nutrice, Il destino dei Griffith oppure La donna grigia) sia in quelle di contenuto più «terreno», in poche pagine Gaskell riesce a evocare un mondo intero, fatto di scenografie perfettamente delineate e di personaggi che, benché tratteggiati con poche pennellate, sono pieni di carattere e dotati di un’identità inequivocabile. 
Nei suoi racconti la scrittrice sa dominare il trascorrere del tempo con grande maestria: nello spazio di una manciata di righe possono passare pochi minuti oppure un’intera vita, ma la lettura non è mai straniante, e noi ci sentiamo sempre accompagnati con garbo nella comprensione degli eventi narrati. Quando leggiamo queste storie ci sembra di essere uno dei fortunatissimi «ascoltatori» dei racconti di Gaskell: uno di quei suoi tanti affezionati amici che spesso avevano l’opportunità di sedere con lei intorno al caminetto (o «intorno al divano», come suggerisce il titolo della raccolta del 1859) e di sentire le narrazioni prendere vita dalla sua stessa voce. Come le scrisse in una lettera, sempre del 1859, William Wetmore Story (che la ospitò a Roma): «Permetteteci di rivedere il vostro viso e di risentire la vostra voce... Non volete raccontarci un’altra delle vostre affascinanti storie – e regalarci ancora il vivido ritratto di un personaggio?» 
Le Edizioni Croce sembrano aver voluto accontentare questa richiesta, che è anche quella dei lettori italiani, con la pubblicazione di I fratellastri in un volumetto esile ma denso di significati. Alla bella e attenta traduzione di Salvatore Asaro (con il quale ho dialogato qui) si accompagna una mia Postfazione, dedicata al ruolo della natura in questa e in altre opere di Elizabeth Gaskell e alle reminiscenze che le collocano in una temperie chiaramente romantica (parlo di Romanticismo nel senso della corrente filosofica, letteraria, artistica e musicale). 
Accuratissima e davvero interessante è poi l’Introduzione di Michela Marroni, che partendo da una presentazione dei rapporti tra Gaskell e Dickens si inoltra nello studio della narrativa breve della scrittrice esaminando le sfumature delle sue figure «eroiche», la funzione del «caso» e del «destino», gli echi della tradizione popolare e le complesse reti semantiche di natura religiosa che non mancano mai nella scrittura di Gaskell, ma che spesso a noi lettori rischiano di sfuggire. Queste Introduzioni sono fondamentali, perché offrono uno spettro di comprensione del testo letterario così tanto più ampio da aumentare fortemente il nostro piacere di leggere. A dispetto (o forse proprio in virtù) della loro brevità, infatti, i racconti sono densi e infinitamente stratificati: ogni riga è come l’ingresso a un percorso di interpretazione che va sempre più in profondità, regalandoci esperienze di lettura che sono anche molto istruttive. I saggi introduttivi servono a farci da guida in questi percorsi: sono come lanterne che, quando camminiamo dentro una grotta, illuminano per noi le bellezze che si nascondono nelle cavità della terra. 
In I fratellastri possiamo ritrovare molti motivi tipici della scrittura gaskelliana. C’è una figura materna silenziosa, che nutre la propria sofferenza con l’amore riservato ai suoi figli e poi sparisce dalla storia (come avviene per la mamma di Molly, la madre di Sylvia, la signora Hamley, la signora Hale, ...). C’è il racconto complicato di un rapporto tra figli di genitori diversi (come in Mogli e figlie). C’è il tema dell’emarginazione, della solitudine e del vagabondaggio (come nell’ultima parte di Gli innamorati di Sylvia), spesso accompagnato all’idea del sacrificio e dell’espiazione. Ci sono i caratteristici indicatori della «fiaba» identificati nelle teorie narratologiche di Propp (come in Mogli e figlie e in tanti altri racconti). E poi c’è, come in ogni sua opera, un paesaggio che è una «creatura» vivente, e che grazie alla splendida scrittura di Gaskell prende quasi una forma tridimensionale sotto i nostri occhi: mentre leggiamo, il landscape si allarga verso le periferie, si allunga verso l’orizzonte, sale verso l’alto e ci mostra le colline, i dirupi, le cascate, e un immenso cielo dal quale piovono acqua o neve, che può acquietarsi in un tramonto, sul quale spuntano le stelle. Nella mia Postfazione ho voluto proprio esplorare il paesaggio della scrittura gaskelliana, esaminando le sue relazioni con l’emotività dei personaggi e cercando di «visualizzarlo», con l’aiuto di riferimenti alla pittura romantica di Constable, di Friedrich, ma soprattutto di J.M.W. Turner.