7 settembre 2019

Pronti, partenza ... settembre!

In questi ultimi giorni, finite le vacanze, ripresi gli impegni scolastici e (quasi) ultimato il trasloco in una nuova casa, le mie letture hanno seguito un ritmo abbastanza irregolare: giorni e giorni senza toccare un libro e poi una manciata di ore per cominciare un romanzo e arrivare fino all’ultima pagina. Anche la selezione è stata poco ordinata: ho scelto soprattutto titoli di intrattenimento, che non ho trovato (purtroppo) particolarmente memorabili. 
Per proseguire il percorso, incominciato negli ultimi mesi, dedicato ad Antonio Scurati, ho letto Il sopravvissuto (Bompiani): un libro scritto con straordinaria competenza stilistica e lessicale, intelligente nella scelta del movente, ma infine, mi è sembrato, troppo appesantito da considerazioni al limite del banale. La storia inizia in un giorno di orali di maturità (prova orale dell’esame di stato, dovrei dire): uno dei candidati entra nella palestra dov’è riunita la commissione e con una pistola colpisce a morte tutti gli insegnanti, tranne uno, il suo professore di storia e filosofia. Nelle pagine seguenti a questo scioccante esordio, il professore ripensa ai suoi incontri passati con lo studente e medita sulle ragioni del Male e di una scelta così estrema. Le riflessioni proposte dall’autore sono certo interessanti e profonde, ma mi hanno un po’ delusa alcune ingenuità della trama e soprattutto certi luoghi comuni legati al mondo della scuola – cose che abbiamo sentito troppe volte, che non rispondono neanche più di tanto al vero e che sarebbe meglio non riproporre con tanta insistenza. 
Altro libro, altra atmosfera piuttosto cupa, altra trama un pochino sfilacciata: il recentissimo La vita segreta degli scrittori (La Nave di Teseo), con cui ho conosciuto il celebre autore di noir francese Guillaume Musso (del quale non escludo di leggere in futuro anche qualcos’altro). Qui un aspirante scrittore decide di mettersi alla ricerca di un suo idolo letterario, che si è misteriosamente ritirato dalle scene e si totalmente isolato dal mondo, e intraprende così un pericoloso percorso di indagine relativo a un omicidio irrisolto e alle sue tragiche conseguenze. 
Anche il libro che ho appena chiuso è impregnato della macchia scura del Male, di una morte che si è tentato di occultare, di una mente labile soffocata dal rancore. È Il party di Elizabeth Day (Neri Pozza), pubblicato poche settimane fa, un libro molto interessante e ben scritto, ma tremendamente oscuro, quasi impedito nella catarsi finale. La storia è raccontata a due voci, quella di Martin – critico d’arte con una giovinezza tormentata e un’ossessione maniacale per l’amico Ben – e quella di Lucy, sua moglie. Il libro si legge tutto d’un fiato, sentendosi persino un po’ a disagio per tanta esternazione di repressione psichica e di infelicità. 
Curioso e godibile, benché leggermente inquietante per il suo riproporre atmosfere orwelliane in chiave paurosamente contemporanea, è stato Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi (Feltrinelli), nel quale si immagina (ma senza grandi sforzi di fantasia, bisogna ammetterlo) un’Italia in cui tutti coloro che credono nello studio e nella formazione culturale sono tacciati di essere nemici della patria, vengono additati, perseguitati e addirittura fatti fuori. Il tono generale del libro è leggero, ma il tema è avvilente e minaccioso; non ci si sente solo spaventati dall’affermazione di un potere che intende annichilire il prezioso valore della cultura, ma anche dall’inermità degli intellettuali, il cui ruolo in questa storia è tutt’altro che eroico, tutt’altro che decoroso. Il censimento dei radical chic è una lettura che consiglio, sia per la gradevolezza della scrittura, sia per le riflessioni che ci esorta a fare sul ruolo della cultura, degli intellettuali, della comunicazione, del potere e del nostro stesso linguaggio, sia per uno stile delicatamente “alto”, con citazioni variegate che è davvero un piacere saper riconoscere, e per il pregio anche ironico delle note a piè di pagina, che riportano le correzioni di un fantomatico Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana – il quale, alla fine della storia, ci riserva un colpo di scena tutto suo. 
Ultima lettura di questi giorni, Attraverso la Francia senza dimenticare il Belgio (Bompiani) di Roberto Giardina, un libro di viaggio (definito nel sottotitolo “una guida sentimentale”) che ci racconta svariati aneddoti sulle diverse regioni di Francia – dalla Provenza all’Alsazia, da Bordeaux alla Normandia, dai castelli della Loira a Parigi – accompagnati da bellissime illustrazioni in acquerello di Alessandra Scandella. È un resoconto fluido e gradevole, con interessanti inserti di Paolo Mazzoni che ricordano una vera e propria guida, e in qualità di oggetto-libro è davvero bello, soprattutto grazie agli inserti grafici. Il tutto è, però, un po’ meno “sentimentale” di quanto mi sarei aspettata: per Parigi, ad esempio, il risultato migliore resta ancora, per me, Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, di cui ho scritto qui.

12 agosto 2019

Trieste e il declino degli Asburgo

Le mie ultime letture hanno avuto un tema in comune, un argomento che mi affascina sin da quando studiavo letteratura in tedesco all’università: la Mitteleuropa e il tramonto dell’ideale asburgico. In questo blog ho scritto qualche tempo fa del magnifico romanzo di Ernst Lothar La melodia di Viennache racconta di un’era in cui Vienna era il centro di un mondo di lusso e di splendori, dell’età di Francesco Giuseppe e del sogno di un’Austria multietnica e transnazionale, e che si chiude sulla caduta dell’utopia. 
I tre libri che mi hanno accompagnata in quest’ultima settimana sono stati invece: Trieste. Un’identità di frontiera di Claudio Magris e Angelo Ara (Einaudi), Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza) e Hotel Sacher. L’ultima festa della vecchia Europa di Monika Czernin (EDT). I primi due si occupano di una città italiana che è stata avamposto dell’Impero asburgico fino a tempi relativamente recenti e che si è costruita, sviluppata, e che ha sofferto, sul pensiero della frontiera che mai abbandona chi ci è passato o vissuto e che spesso si è tramutato in scrittura. Come scrivono Magris e Ara, “la triestinità esiste nella letteratura, la sua unica vera patria, altrimenti non localizzabile in modo definito”. Il loro magnifico saggio racconta la città analizzando la rete sovranazionale di vicende storiche, letterarie, culturali e linguistiche, ed è un testo imperdibile per chi voglia tentare di afferrare una parte ancora troppo fluida della storia italiana; in particolare, l’amalgama triestino tra italiani e sloveni è un dato cruciale, che gli autori descrivono in tutta la sua complessità: “Alla fine del secolo è ormai ben chiaro il carattere, e insieme il destino e il dramma, della Trieste contemporanea, città reclamata da due popoli, lacerata tra contrastanti aspirazioni, inserita in uno stato con il quale ha solidi legami storici ed economici, ma dal quale è divisa da attriti nazionali e spirituali, dramma che sembra un concentrato delle nazioni europee”. Nel libro leggiamo di associazioni di lingua tedesca e slava, di irredentismo, di guerra, di Svevo, Saba, Slataper e Joyce, di guerre mondiali, di anime belle e di mercanti, di sole meridionale e di bora, di imperatori e di esuli, di trionfi e disperazione. 
Con un taglio e una forma diversa, ma occupandosi degli stessi temi, si esprime l’agile opera di Luigi Nacci, costruita in forma di apostrofe al lettore, al quale l’autore dà quasi affettuosamente del tu. Nacci, infatti, è una guida che accompagna i viandanti (il suo concetto di “viandanza” ricorre in molti dei suoi scritti) a scoprire il Carso – considerato, appunto, la Trieste selvatica. Il libro è davvero bello, perché è la voce di una lunga, e talvolta impervia, camminata attraverso i fatti storici, le diversità linguistiche, i confini politici, le frontiere spirituali e le realtà geografiche, botaniche e geologiche. Anche qui compaiono i grandi nomi di Trieste (Slataper, Svevo, Saba, Anita Pittoni), anche qui percorriamo la storia recente della città: l’intento però non è accademico/saggistico, bensì è quello di accompagnarci, in un’alternanza di dolcezza e ruvidezza, a prendere atto di una fase storica e geografica d’Italia quasi dimenticata. Tra i tanti passi che ho sottolineato riporto questo breve brano: “La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono. […] nessun meteorologo ti dirà, caro lettore, che la bora soffia dalle boccacce storpie delle streghe che vivono in fondo alle grotte carsiche, soprattutto nessuno ti dirà che la bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. […] possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento”. 
Hotel Sacher è un altro libro rilevante, perché unisce il tono della narrazione (a volte davvero intimo e toccante) a fatti realmente accaduti. Concentrandosi sulla figura di Anna Sacher, la moglie del titolare degli omonimi hotel e ristorante dove fu inventata la celebre torta al cioccolato e confettura di albicocche, questa storia riporta in vita tutto il mondo della scintillante élite della Vienna fin-de-siècle: dalla corte degli Asburgo al milieu della psicanalisi, dall’epidemia di suicidi altolocati al serpeggiante antisemitismo, dall’imprenditoria alla visione degli artisti della rivoluzione, come Klimt, Schiele, Mahler, Schnitzler, von Hoffmanstahl, Zweig e la fotografa dell’alta società Dora Kallmus. L’autrice, Monika Czernin, è la pronipote di un amico di Anna Sacher, mentre il suo avo Ottokar fu l’ultimo ministro degli esteri della monarchia asburgica: anche per questo, forse, le pagine di questo libro scorrono via intense e vitali: “Gli uomini, cilindro in testa, con i pomi dorati dei bastoni da passeggio che splendono al sole; le signore con ampi cappelli […] guanti raffinati, vestiti fruscianti che fasciano le loro figure ben tornite. Passeggiavano dalla Kärntnerstrasse al Ring, passando davanti all’Opera e godendosi gli ippocastani e i platani che gettavano ombra sulla Ringstrasse, finché, arrivati alla Schwarzenbergplatz, si salutavano e andavano a pranzo”. Un mondo splendido e fragile, rappresentato al culmine della sua parabola, prima del precipizio nella “madre di tutte le catastrofi”.

3 agosto 2019

Durante le vacanze

Sono appena tornata da un’esplorazione della Normandia, scrigno di meraviglie, dove ho scoperto angoli di bellezza che non sospettavo. La regione è una galleria di distese di spighe (che il giorno dopo sono già pittoreschi covoni), di prati, di alberi, di colline, di abbazie e castelli, di villaggi senza tempo, di spiagge d’oro (Plage d’or, si chiamava Omaha Beach prima dello sbarco del D-Day) e della superficie scintillante delle acque della Manica, con l’incanto delle sue celebri maree e il formicolio di vele bianche nei giorni della festa. La Normandia sembra una porzione d’Inghilterra oltre il Canale: allo stesso modo bella, multiforme e ricca di vedute. Non stupisce che la storia inglese che conosciamo sia partita da qui, mille anni fa. 
Summer in Normandy. Foto: IpsaLegit2019
Il viaggio è iniziato – ed è stato un sogno – a Giverny, nel cuore dell’impressionismo, nel luogo d’elezione di Claude Monet. Ho potuto visitare le stanze straripanti di colore, lo studio dalle enormi finestre e le tele appese alle pareti, inondato di luce, e soprattutto camminare nei giardini intorno alla casa, che definire tavolozza è riduttivo. I sentieri si snodano tra cespugli opulenti di fiori, tra alberi pieni di respiro, sotto archi carichi di rose, lungo il ruscello attraversato dal ponte giapponese e oltre lo stagno delle ninfee, vicino al quale si ha la sensazione di essere entrati direttamente dentro le tele immortali conservate al Musée de l’Orangerie a Parigi. Nei giorni seguenti le meraviglie si sono susseguite senza interruzione, tra il senso di rêverie della passeggiata in avvicinamento a Mont Saint Michel, la corsa in auto lungo le coste della penisola di Cotentin, i paesini sulla spiaggia frequentati da Flaubert e da Proust: Cabourg, Deauville, Trouville sur Mer. 
In Normandia le sere d’estate sono lunghe (il tramonto non cala prima delle 22) e lungo è anche il tempo per la lettura. I libri che mi hanno fatto compagnia, accanto alla finestra del sottotetto di un’antica casa francese, affacciata sull’erba e sul profilo lontano della cittadina di Avranches, sono stati M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani) e L’amore è cieco (Neri Pozza), il più recente romanzo di William Boyd. 
Il romanzo di Scurati, Premio Strega 2019, è il primo volume di una prevista trilogia (monumentale) sulla vita di Mussolini: qui si tratta il periodo tra il 1919, anno di fondazione dei fasci di combattimento, al 1925, con le conseguenze del delitto Matteotti. La scrittura è affascinante: pur assecondando il gusto del racconto, le pagine riportano parole e testimonianze del tempo, senza ricorrere alla fantasia o all’opinione personale dell’autore. M. Il figlio del secolo illustra le origini del catastrofico fenomeno storico che ha massacrato l’Italia nel Novecento: un trauma che non è stato mai elaborato e che anzi oggi sembra riproporsi pauroso, nel nome di una violenza verbale, gestuale, sociale che ogni giorno spinge sulla soglia delle nostre case e delle nostre scuole, tentando di prendere il sopravvento. 
L’amore è cieco è invece un romanzo nel senso pieno del termine e, come in Ogni cuore umano, Boyd qui ci presenta l’epica maschile di un personaggio che combatte da solo contro il mondo e contro il destino, spostandosi nel raggio di uno spazio molto ampio. Il protagonista, lo scozzese Brodie Moncur, è un giovane accordatore di pianoforti che, inseguendo le sfide del suo lavoro, lascia Edimburgo alla volta di Parigi, e poi San Pietroburgo, Trieste, e le altre destinazioni più evocative dell’ultimo Ottocento. Il motore della sua vita è la musica, ma anche l’amore quasi ossessivo per una mediocre cantante russa che detterà il ritmo della sua sorte. Anche se non mi ha colpita tanto quanto Ogni cuore umano o Inquietudine, L’amore è cieco resta davvero un bel libro, capace di rapire l’attenzione per ore: ideale, quindi, per questa stagione.

17 luglio 2019

Un'insalata di libri

Questo post è dedicato a libri che ho letto e che sono in attesa di essere letti, con il favore delle ferie appena cominciate e che ho intenzione di trascorrere in osservanza della ricetta: 1) lettura (ovviamente); 2) passeggiate in montagna; 3) incontri letterari; 4) un viaggio in Normandia; 5) pianificazione del programma per le mie future classi, nel nuovo liceo dove andrò a lavorare all’inizio di settembre. 
Comincio da Elizabeth Gaskell. Saggi su una scrittrice vittoriana controcorrente (2019), una raccolta edita da Croce, a cura di Francesco Marroni, nella quale si possono leggere importanti argomentazioni di grandi studiosi gaskelliani, italiani e non italiani, e un mio contributo concentrato sulla funzione anche psicologica degli oggetti nel romanzo dell’autrice inglese al quale sono più affezionata (e non solo per averlo tradotto): Mogli e figlie
Due libri della foto qui accanto sono stati acquistati nel corso dei miei viaggi primaverili: il celeberrimo Brideshead Revisited di Evelyn Waugh, comprato alla libreria Desperate Literature di Madrid lo scorso aprile; e Images and Shadows, trovato in gita scolastica in una libreria di Firenze. Per saperne di più sull’autrice di quest’ultimo libro, Iris Origo, vi consiglio https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/06/30/morta-iris-origo.html. La vita di Iris fu la concretizzazione dell’intenso legame che per decenni ha tenuto avvinte la cultura inglese e quella italiana, soprattutto toscana, e i suoi lavori autobiografici ci restituiscono un’immagine vividissima delle nostre campagne oppresse dalla guerra e dall’occupazione. Origo fu anche biografa di Giacomo Leopardi: quest’opera è stata ripubblicata in italiano di recente da Castelvecchi Editore. 
Il quarto libro che appare nella foto è Trieste selvatica di Luigi Nacci (Laterza), che è stato presentato proprio in questi giorni alla rassegna “Una montagna di libri” di Cortina d’Ampezzo. L’incontro con l’autore è stato interessantissimo, e così intrigante da farmi prendere a prestito in biblioteca Trieste, di Claudio Magris e Augusto Ara (Einaudi), per poter intraprendere una lettura comparativa alla ricerca degli infiniti significati di questa città tanto vicina geograficamente e tanto pregna di storia e di storie, di conflitti e di confini. 
A proposito di “Una montagna di libri”, che quest’anno festeggia il decennale con una serie di appuntamenti a ingresso libero davvero eccezionali, segnalo che il programma completo si può consultare qui: http://www.unamontagnadilibri.it/il-programma.html; finora ho potuto ascoltare Richard Powers nella presentazione del suo Il sussurro del mondo e Alessandro Piperno in una lezione su Philip Roth, mentre sabato prossimo sarà la volta del Premio Strega 2019 Antonio Scurati. 
Le mie due ultimissime letture, infine, sono state L’interprete di Annette Hess (Neri Pozza) e La banda dei brocchi di Jonathan Coe (Feltrinelli). Sono entrambi libri che meritano di passare per i nostri scaffali, perché ricchi di fatti narrativi che si intrecciano alla storia del Novecento. Nel primo caso, una giovane interprete tedesca che vive a Francoforte negli anni sessanta è incaricata di seguire il processo ai criminali nazisti ed è così costretta a fare i conti con il passato spaventoso del suo paese (e non solo). Nel libro di Coe, le vicende a metà tra l’ironia e il dramma di un gruppo di compagni di scuola di Birmingham ci mostra la faccia scura dell’Inghilterra degli anni settanta, tra gli scioperi degli operai, la rivoluzione musicale e gli attentati dell’IRA.

25 giugno 2019

Letture nel vagone di un treno

In questi giorni mi sto spostando molto in treno, per raggiungere la scuola a cui sono stata assegnata come commissaria esterna per gli Esami di Stato. Come al solito, ne approfitto per leggere e il risultato delle ultime scorribande ferroviarie sono stati (per ora) tre romanzi di pubblicazione piuttosto recente: davvero dei piacevoli compagni di viaggio. 
Il primo di questi libri è I segreti del college (2019) di Catherine Lowell, nella traduzione Garzanti dell’originale e più eloquente titolo The Madwoman Upstairs (chiarissimo il riferimento a Jane Eyre e al grande saggio che ha segnato gli esordi della critica letteraria femminista: The Madwoman in the Attic di S. Gilbert e S. Gubar). Se devo essere onesta, non so dire con certezza se mi sia piaciuto del tutto. Alcuni tratti sono macchinosi, altri passaggi peccano di eccessiva ombrosità e con i personaggi non è stato facile entrare in empatia. D’altro canto, emerge la gratificante sensazione che l’autrice abbia alle spalle un intenso percorso di studi letterari – cosa che fa sempre piacere riscontrare in un libro che racconta le “affinità elettive” tra una ragazza del college e le grandi scrittrici del passato. La protagonista è infatti discendente delle sorelle Brontë e nel corso del libro si impegna nella ricerca di una misteriosa eredità lasciatale dal padre, morto in un incendio, e legata all’esperienza biografica e artistica di Anne Brontë. Gli aspetti poco realistici della storia – tutti gli incidenti che capitano a Samantha, le coincidenze, la figura troppo sopra le righe del genitore – sono ampiamente compensati dalla ricchezza di riferimenti alla teoria e alla critica letteraria, che infarciscono sia le sezioni puramente narrative che i dialoghi di questo libro. Se si è appassionati bronteani, poi, questo romanzo è davvero imperdibile.
La mia seconda lettura da treno è stata Aspettando buone notizie (2015) di Kate Atkinson, già autrice di uno dei romanzi che ho più amato negli ultimi anni: Un dio in rovina (di cui ho scritto qui). In questo libro, pubblicato da Marsilio, incontriamo il racconto di una bella amicizia tra due figure femminili a cui la vita non ha risparmiato una consistente dose di dolore. La trama si avvolge intorno all’episodio della scomparsa di una delle due – alto-borghese, apparentemente serena, ma tormentata dal ricordo dell’assassinio della sua famiglia quand’era una bambina – e dalla ricerca spasmodica di lei messa in atto dalla sua giovane collaboratrice domestica – orfana, sorella di un delinquente, ma colta e intraprendente. 
Ho trovato ancora più bello, sempre di Kate Atkinson, Una ragazza riservata (2019, Editrice Nord); qui seguiamo la storia di Juliet, arruolata dall’MI5 nel corso della guerra, che nel 1950 si ritrova a dover affrontare gli orrori e le raggelanti incertezze della vita quotidiana di allora. È questo un libro avvincente (il classico unputdownable, come si dice in inglese) e Juliet è una donna alla quale ci sentiamo immediatamente legati: l’atmosfera da spy-story si allaccia molto bene con la rappresentazione della crisi della verità con cui dovettero fare i conti le migliaia di cittadini inglesi invitati a lavorare per il governo nella fase più buia della storia del loro paese. Di particolare fascino, poi, sono gli episodi ambientati nel luogo di lavoro di Juliet: la sede centrale della BBC, che offrì una felice copertura a tante spie “dalla vita normale” durante gli anni della Guerra Fredda.

31 maggio 2019

Nuove scoperte

Sembra finito anche il nostro secondo inverno (quello iniziato a marzo, che è piovuto gelido su queste montagne fino all’altro ieri…) e si avvicina la chiusura dell’anno scolastico. Un anno mediamente duro, infarcito di episodi a cui avrei preferito non assistere, ma anche di tante belle lezioni, generate insieme agli sguardi irrequieti di vita di ragazze e di ragazzi straordinari, pronti ad affrontare l’esame di maturità e a salpare per il loro domani. Il pensiero di separarmene è commovente e malinconico, per il senso già pungente della mancanza che sentirò di loro l’anno prossimo, ma anche speranzoso, per l’augurio di un meraviglioso futuro che già sto lasciando loro nel corso dei nostri ultimi incontri.
Proprio ieri, tornando da scuola, ho iniziato a leggere M - Il figlio del secolo di Antonio Scurati, una biografia, dal sapore di romanzo, di Mussolini, alla quale mi sono avvicinata perché attratta dalla ricca scrittura che ho conosciuto con Il tempo migliore della nostra vita e perché interessata a tentare di capire, per quanto possibile, il fenomeno di culto individuale che ci mandò in rovina nel secolo scorso (e che non ha mai smesso, forse, di minacciare questo paese). 
Nelle ultime settimane, invece, ho fatto una delle mie piacevoli scoperte “light”: è la serie di romanzi gialli dello scozzese Martin Walker, che ha creato un piccolo e intensissimo mondo narrativo in Dordogna (sud-ovest della Francia) tutto concentrato sulla figura del commissario Benoît Courrèges. Il mio incontro con questa saga è partito dalla traduzione italiana del decimo libro (Grand Prix. Delitto Doc per il Commissario Courrèges, edito da Feltrinelli) e la lettura è stata così intrigante e distensiva che mi sono lasciata prendere dalla curiosità e ho cercato di ricostruire la serie di queste storie partendo dal principio. Ho quindi letto in inglese i primi tre episodi (non c’è traduzione italiana): Death in the Dordogne, Dark Vineyard e Black Diamond e mi sono davvero divertita nell’incanto della splendida campagna francese, con i suoi villaggi popolati di personaggi ben caratterizzati e le sacre tradizioni legate ai piaceri del gusto: i vini, le ricette a base di uova, il tartufo (interessante in proposito questo articolo del New York Times sullo scrittore e il suo protagonista). Sono state letture giustamente pacifiche e riposanti, ma non per questo di scarsa qualità stilistica o di scarso valore; anzi, alcuni filoni narrativi affondano le radici nella storia recente della Francia (ricordi di Resistenza, di guerra in Algeria e in Vietnam) di cui non è frequente sentir parlare. Per il momento ho messo in pausa le mie gustose frequentazioni della Dordogna, ma intendo tornarci al più presto con il quarto capitolo della serie – e chissà, forse un giorno mi capiterà di andare di persona a cercare i luoghi del Commissario Courrèges. Dopotutto, l’estate è alle porte… 😊

26 aprile 2019

Un aprile, tre libri

Nell’ultimo mese, con la preziosa complicità di lunghi viaggi in pullman e pazienti attese in aeroporto, ho letto tre libri molto belli, tutti di firma maschile (cosa piuttosto fuori dall’ordinario, per me): un romanzo, un saggio e una biografia scritta con il ritmo e la passione della narrativa.
Quest’ultima è Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati (Bompiani), un libro che ho finito molto opportunamente ieri, nel giorno della Liberazione. Con scrittura magistrale racconta la vita fisica e intellettuale di Leone Ginzburg, colui che disse “no” al fascismo e che contribuì a fondare la casa editrice Einaudi. La narrazione è molto forte, intrecciando i riferimenti dottissimi al lavoro di Ginzburg (studioso indefesso, curatore precisissimo e traduttore innamorato) alle marce forzate della storia d’Italia che piomba verso la caduta. Altri filoni biografici (e autobiografici) si innestano in questo ramo centrale, che tuttavia rimane il più bello e il più interessante e si rivela infine un vero inno alla resistenza della letteratura: “Poter abitare la terra di mezzo tra la radura dei vivi e la selva dei morti, la sfera visibile e quella invisibile, ecco cosa ci rende umani. Lo diventiamo grazie a testimonianze come quella affidata da Leone Ginzburg alla sua ultima lettera. Esseri capaci di raccontarsi l’un l’altro la propria storia, e a vicenda la storia degli altri. Dall’al di là a chi è ancora qua. Chi è andato e chi rimarrà”. 
Il secondo libro è una recente pubblicazione Feltrinelli, che interpreta uno dei motivi di scrittura che mi appassionano di più, cioè il rapporto degli scrittori con le loro case: La finestra di Leopardi di Mauro Novelli. Novelli, professore alla Statale di Milano, ci incanta in questo libro con il suo viaggio dal Nord al Sud dell’Italia, alla ricerca dei focolai di storia, di nostalgia e di vita che si condensano nei paesaggi e nei luoghi degli autori, nei loro oggetti e nelle loro abitudini. 
Dalle langhe di Fenoglio e Pavese alla casa densa di Manzoni, dal Vittoriale degli Italiani alla dimora collinare di Petrarca, dalle carceri tormentose degli scrittori prigionieri ai nidi di Giovanni Pascoli, dagli esili dei grandi poeti (Dante, Foscolo) alle stanze tutte per sé delle penne femminili, dalle vastità della Sicilia agli odori della Sardegna, fino alla carezza del paesaggio di Recanati. Scrive Novelli che “inseguendo l’ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Sulle loro pagine ci siamo riconosciuti, nelle loro stanze li riconosciamo. Qui […] è maturata una parte di noi”: mi emoziona leggere queste parole, perché riflettono esattamente ciò che ho sentito scrivendo i miei due libri sui luoghi di Elizabeth Gaskell (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Sui passi di Elizabeth Gaskell) e Le case di Jane Austen.
Infine, il romanzo che ha accompagnato questo ultimo mese è I coraggiosi saranno perdonati di Chris Cleave (Neri Pozza, trad. it. di L. Prandino), che racconta la seconda guerra mondiale dal punto di vista, triplice e poi duplice, di chi rimase a Londra, patendo la tragedia della distruzione e della disperazione, e di chi scelse di combattere – e in particolare si ritrovò protagonista e vittima dell’assedio dell’isola di Malta. Il libro è scritto (e tradotto) in una lingua molto bella, trasuda passione da ogni pagina e ci trascina nella commozione per il destino di Mary, di Tom e di Alistair e dei bambini, prima evacuati e poi rispediti indietro, che a Londra rischiano la vita sotto le bombe a causa delle loro malformazioni o del colore della pelle. 
È intenso il rapporto che la giovane di buona famiglia Mary, desiderosa a ogni costo di prestare servizio alla nazione in guerra, instaura con questi piccoli rifiutati, e con l’idea stessa di istruzione: quando entra nella scuola abbandonata in cui spera di recuperare quei bimbi alla vita, “le sembrava di avere cinque anni, e cinquecento. Ecco i resti di diecimila corsi di studio, ossa inabissate sul fondo. I fossili della nazione. Le si strinse il cuore, perché la guerra aveva reciso il filo sottile che legava ogni bambino ai suoi avi, con legami fatti di punto croce e di calligrafia”. Il romanzo abbonda di dettagli sensoriali e di simboli visivi, che rendono la lettura scorrevole come un film: il “profumo dolce di iuta dei sacchi di posta” che vuol dire l’amore lontano, “il cielo color indaco, chiassoso di stelle” che significa la piccolezza umana e la solitudine, “l’odore di cera del corrimano”, segno di casa, e il barattolo di marmellata di more di Tom, che percorre insieme a noi tutta la storia, rappresentando l’amicizia, il ricordo e la speranza. Nonostante la portata stupefacente della tragedia, infatti, in questo romanzo resta il bagliore sempre vivo del senso della sopravvivenza: “La vita ci metteva più tempo a riassestarsi che a esplodere, ma questo non significava che non potesse essere bellissima, purché ci si ricordasse di andare a fare passeggiate in campagna e ascoltare musica alla radio”.