28 novembre 2018

The Clockmaker's Daughter, l'ultimo romanzo di Kate Morton

Negli ultimi giorni ho finalmente trovato la giusta tranquillità per godermi il più recente romanzo di Kate Morton, uscito a settembre. Di questa scrittrice ho letto tutti i libri, dal suo esordio The House at Riverton, passando per The Forgotten Garden, The Distant Hours (fino ad ora il mio preferito) e The Secret Keeper, fino a The Lake House. Ho aspettato per mesi che Kate Morton finisse di scrivere la sua ultima opera – ed è molto piacevole seguire le varie fasi della stesura e della pubblicazione sul suo diario Instagram – e ora che il libro è finito sono felice di poter dire che valeva davvero la pena attenderlo. 
The Clockmaker’s Daughter (in italiano il titolo è stato tradotto in La donna del ritratto) è un grande libro, di quelli che trascinano il lettore al centro del loro vortice, distraendolo da tutto ciò che resta fuori dalle pagine. Chiudendo l’ultimo capitolo mi sono chiesta come riesca questa autrice, un libro dopo l’altro, a migliorare così fortemente la propria scrittura e la propria abilità di gestione della struttura narrativa. Se infatti The Lake House era apparso un po’ più semplice e “accessibile” dei precedenti, con The Clockmaker’s Daughter Morton torna agli altissimi livelli di The Secret Keeper, e addirittura si spinge oltre, coraggiosamente, e lascia dietro di sé i limiti della sequenzialità temporale tradizionale per inoltrarsi in una narrazione sofisticata e travolgente. 
Questo libro, infatti, si costruisce e si genera dall’intreccio di piani temporali diversi, che continuano a intersecarsi e che rappresentano la rivoluzione scientifica in atto nel passaggio tra diciannovesimo e ventesimo secolo. La molteplicità dei piani storici consente all’autrice di portare sulla scena numerosi personaggi, di cui seguiamo con passione le lunghe storie individuali, consapevoli e fiduciosi che alla fine i pezzi del puzzle si riuniranno in una trionfale conclusione (e Morton non ci delude). La presentazione di tali personaggi è del tutto atipica: ci vengono introdotti lentamente, a tratti distinti, prima riempiendoci di dubbi e straniamento e poi esprimendosi in tutta la loro potenzialità quando già ci siamo affezionati a loro. 
Kate Morton a Francoforte
(Foto: IpsaLegit 2015)
Con la sua solita, splendida, ricercata, musicale ed evocativa lingua inglese, la scrittrice ci regala un sapiente ritratto completo di tutte le sfumature della cultura tardovittoriana, concentrandosi in particolare sull’affascinante ruolo della fotografia, che rappresenta con insistenza il valore dei ricordi – cifra principale della scrittura di Morton –; non è un caso infatti che la voce narrante continui a ripetere «I remember everything». 
La sensazione che ho avuto è che Morton pare recuperare, in questo libro, tutte le idee dei suoi romanzi precedenti (il ricordo, il valore psicologico degli oggetti, la forza ancestrale della fiaba, …), intrecciandole, migliorandole e riempiendole di ulteriore significato, in una sorta di implementazione e di riconoscimento di senso. Per un lettore, superfluo dirlo, questa è una sensazione bellissima. 
Non voglio raccontarvi cosa accade in questo libro, perché oltre alle caratteristiche stilistiche a cui ho accennato qui, la sua bellezza sta nella perfetta architettura della trama: il solo aspetto che voglio sottolineare, per me importantissimo in ogni espressione letteraria, è la forza della presenza della casa, di cui l’eroina eponima è la personificazione. È come se fosse la casa stessa a raccontare questa storia; e come questo possa accadere, lo scoprirete inoltrandovi in questo romanzo. Abbandonate i vostri punti di riferimento razionali e lasciate che queste pagine vi trasportino in un altro spazio, in altri tempi: sarà una bellissima esperienza di lettura.

6 novembre 2018

Mrs Osmond (Isabel) di John Banville

Qualche settimana fa è uscito in Italia Isabel di John Banville (Guanda) e una manciata di giorni dopo io ho concluso la lettura dell’originale in inglese, Mrs Osmond, nella preziosa edizione Viking (Penguin Books). Con questo libro, il celebre e acclamato scrittore irlandese ha tentato una “missione impossibile”: raccogliere il filo lasciato cadere da Henry James alla fine di Ritratto di signora e immaginare il seguito delle vicende della sua protagonista – Isabel Osmond, appunto. 
Mrs Osmond si apre con un’epigrafe bellissima, tratta dal romanzo jamesiano, «Deep in her soul – deeper than any appetite for renunciation – was the sense that life would be her business for a long time to come», una folgorazione che ci lascia già presumere quello che sarà il tema centrale del libro: Isabel e la sua relazione, al di là di tutto e di tutti, con la Vita. 
Misurarsi con la scrittura di Henry James è una sfida pericolosa e onestamente difficile da vincere: ci si aspetta sempre la “sua” pienezza, la “sua” perfezione, la “sua” capacità di superare i confini della psiche e di inoltrarsi, come una barca in mezzo all’oceano, nell’esplorazione del Sé. Non credo che Banville, o chiunque altro, potesse riuscirci: ma se non si conosce bene Ritratto di signora – sacro caposaldo della letteratura – e dunque non si è tentati dal tracciare un paragone, anche Mrs Osmond risulta davvero un bel libro. 
È la storia di un viaggio molteplice, che Isabel intraprende dapprima da Roma (dove sorge la sua residenza coniugale, Palazzo Roccanera) in Inghilterra per il funerale del cugino, Ralph Touchett, poi di ritorno sul continente, a Parigi, a Firenze (a Bellosguardo, con il suo panorama di «picturesque quilt of olive groves and vineyards, […] a heady fragrance of roses and cypress trees») e di nuovo a Roma. Non è un caso che il romanzo inizi su un treno, con la suggestiva frase: «She felt, did Mrs Osmond, the awful surge and rhtythm of the train’s wheels, beating on and on within her», come se la protagonista e il viaggio fossero una cosa sola. 
Questa è anche la storia di un viaggio interiore e della battaglia che Isabel compie contro sé stessa e i suoi pregiudizi, contro le scelte, le illusioni e i valori del passato: una lotta attraverso la quale lei si libera, finalmente, e che Banville sembra mettere in scena quasi per un atto d’amore verso di lei; per risolvere la tragedia dell’incompiuto rappresentata dal lucidissimo James e dare a questa giovane donna un nuovo orizzonte, una nuova strada da percorrere, nella consapevolezza del proprio valore personale e della necessità di svincolarsi da un marito che l’ha sempre ingannata: «the realisation of his narrowness of vision, of thought, above all of emotion, was the thing that most sorely disappointed and pained her». Alla fine, Banville permette a Isabel di riconquistare la propria vita, perché – ed è questo uno dei più bei passi del libro – «each life is given once, […] and the individual actor on whom the vivifying gift is bestowed must play his hour upon the stage with the unflagging conviction and in the full realization that there will be only one opening night».

3 novembre 2018

Centinaia di inverni. La nuova biografia targata Jo March

Un anno fa, nel corso di un lungo viaggio in treno, ho letto un manoscritto. Cullata dal clangore regolare delle ruote sui binari e da una luce grigio-perla che occupava l'intera cornice del finestrino in corsa, ho scoperto una storia intensa e ricca, ben preparata ad affrontare con ardore e grande dignità il bicentenario della nascita di Emily Brontë, che si sarebbe celebrato qualche mese più tardi, nel 2018. 
Quel manoscritto oggi è realtà: è diventato un libro. Ed è il secondo volume di una collana per me preziosa, la "Christopher Columbus" della casa editrice Jo March, inaugurata da quello che fra i libri che ho scritto mi emoziona ancora come nel primo giorno di pubblicazione, Sui passi di Elizabeth Gaskell. La collana "Christopher Columbus", che oggi sono onorata e felicissima di dirigere, offre ai lettori italiani una direzione particolare per inoltrarsi nelle biografie dei grandi scrittori del passato: una direzione che è anche e non solo un "viaggio sentimentale", ma principalmente è il frutto di attente ricerche e di infinite, incontenibili letture.
Ebbene, il secondo volume di questa collana è Centinaia di inverni. La vita e le morti di Emily Brontë, opera prima di Sara Mazzini, un esempio di biografia romanzata di altissima qualità. Le pagine ci invitano a entrare nella vita dell'autrice di Cime tempestose senza risparmiarci gli angoli bui della sua sorte e la tentazione di passioni troppo umane: di Emily impariamo a conoscere i terrori e le gioie, la coscienza quasi fisica di se stessa, delle sorelle e del fratello, e la relazione osmotica con il luogo che le appartiene, e a cui lei appartiene - la brughiera dello Yorkshire, strenuamente inondata dal silenzio stringente della neve.
La scrittura di questa biografia è ben controllata e la lingua mai banale, benché limpida; il fraseggio è diretto ed espressivo in misura a tratti travolgente, ed è efficace l’evocazione dei suoni e dello sfondo visivo dell’ambiente-personaggio che è la brughiera intorno al Rettorato di Haworth. Si tratta di una storia che si legge con facilità, sempre in attesa del paragrafo seguente, sebbene le vicende narrate siano note, appartenendo alla storia e alla storia della letteratura. L’andamento, in alcuni capitoli, è addirittura commovente e di grande forza emotiva si rivela  il finale, con la presa di coscienza definitiva del Sé del personaggio. L'abbagliante nuova identità di Emily, che è protagonista e voce narrante, ora tragicamente consapevole della propria fine, genera nel lettore il senso enigmatico e conturbante del germe della morte nella vita, e d’altra parte della vita che resiste alla morte.
Come per Catherine, come per Heathcliff.

28 ottobre 2018

The Master

Quassù fra i monti abbiamo goduto di un ottobre splendente, con i profili delle vette nitidissimi contro il cielo di cobalto e gli alberi di giorno in giorno più saturi d’oro, come un quadro di Klimt. Da ieri, con il mese agli sgoccioli e persino la fine dell’ora legale, siamo immersi nella pioggia, che durerà a lungo, intensa e persistente: domani le scuole resteranno chiuse. Ne ho approfittato per finire un libro che entra senza indugio nella mia lista dei preferiti, perché l’ho amato tantissimo; è riuscito (e non è talento di tutti i libri) a distaccarmi completamente dalla quotidianità e a trascinarmi nella realtà parallela – talvolta la più autentica – della pura letteratura. 
Questo libro è The Master, pubblicato nel 2004 dallo scrittore irlandese Colm Tóibín e tradotto in italiano da M. Bartocci per Bompiani. Il “maestro” è, parafrasando il titolo di uno dei suoi stessi racconti (The Lesson of the Master), Henry James, che per una volta è la creatura, il personaggio, il destinatario e non l’inspiratore dell’alito di vita della scrittura. Tóibín ci racconta un James straordinario, umanissimo, che svela (ma solo a sé stesso) la fatica della socialità e il gusto della solitudine: un uomo con la gola chiusa dai ricordi e dai desideri mai compiuti, dagli amori impossibili e dal rapporto osmotico con la narrazione e con le parole. In undici capitoli accompagniamo James dal gennaio 1895, l’anno del suo fallimento teatrale, all’ottobre 1899, fra le pareti confortanti della casa tanto adorata di Rye, nel Sussex («Amava i rituali del mattino, i libri familiari, le ore trascorse in solitudine e messe bene a frutto, il pomeriggio che scivolava via in bellezza»). 
La linea del tempo, tuttavia, s’intreccia e si srotola, con lunghe incursioni nella giovinezza di Henry e nella storia della sua famiglia, per poi tornare al presente della narrazione, sottolineando così la sua nostalgia e il senso pregnante che la sua scrittura è stata il risultato inesorabile delle sue esperienze e dei suoi incontri. Procedendo lungo le pagine, incontriamo una alla volta le figure che hanno lasciato le impronte più profonde sulla strada del romanziere: i fratelli e la sorella Alice, la cugina Minnie Temple (il modello per Milly in Le ali della colomba), gli artisti della colonia di espatriati americani a Roma (con lo scultore Henrik Andersen che pare la personificazione in vita di Roderick Hudson), i protagonisti dell’aneddoto che ispirò Il Carteggio Aspern, e le tante donne che, sfumatura dopo sfumatura, si sono addensate in Isabel Archer. Tra tutti loro, due nomi, due immagini, due vite più piene delle altre: Lily Norton e Constance Fenimore Woolson. 
Lamb House, l'ultima casa di Henry James.
Foto: IpsaLegit2007
Lily è una figura fugace, ma vivida e ricchissima, che mi ha emozionata perché fu la figlia di Charles Eliot Norton, grande amico di James e soprattutto di Elizabeth Gaskell, della quale la giovane portava il nome. Constance, invece, è il ricettacolo del non-detto e dell’incompiuto: affermata scrittrice a sua volta, strinse con James un’amicizia fuori dal comune, che all’epoca del loro soggiorno condiviso a Bellosguardo, nei pressi di Firenze, destò i commenti a mezza voce dei loro conoscenti. Donna indipendente, appassionata, Constance mise fine alla propria vita a Venezia – la tanto celebrata Venezia di James – gettandosi dal balcone della sua casa vicino al ponte dell’Accademia. Per qualcuno il suicidio fu la conseguenza dell’abbandono dell’amico, che non volle raggiungere Constance nel buio inverno della città sull’acqua. 
Per gli innamorati di Henry James come me, The Master è un libro importante, che in un certo senso annulla la distanza “reverenziale” che possiamo sentire nei confronti di questo scrittore perfetto: ce lo consegna in tutta la sua comune fragilità, come un amico di cui prenderci cura e da osservare in silenzio dalla stanza accanto, mentre lui se ne sta vicino alla finestra, «come per trovare nel giardino la parola o la frase che stava cercando, fra i cespugli e i rampicanti o la rigogliosa vegetazione di fine estate».

4 ottobre 2018

The Victorian and the Romantic

Parecchio tempo fa, girovagando su Twitter, sono venuta a conoscenza di un libro in preparazione: un romanzo della giovane ricercatrice Nell Stevens dal titolo Mrs Gaskell and Me. L’ho aspettato per mesi, e finalmente un paio di settimane fa il libro è arrivato nella cassetta della posta: ho scelto, semplicemente per la bellezza della copertina e per la rilegatura, l’edizione americana, che porta il titolo The Victorian and the Romantic, e ho iniziato immediatamente la lettura, lasciando persino da parte un altro paio di libri che tenevo sul comodino. 
The Victorian and the Romantic è una storia che viaggia su due binari, destinati tuttavia a incrociarsi: il resoconto di un periodo piuttosto rilevante della vita dell’autrice e il racconto della vacanza romana di Elizabeth Gaskell, e della tempesta di sentimenti che quel viaggio (molto presumibilmente) suscitò dentro di lei. A Roma Gaskell incontrò Charles Eliot Norton, il giovane critico d’arte e traduttore americano con il quale scambiò in seguito lettere piene di affetto, di profonde riflessioni e di luminosi ricordi, e leggendo quegli stralci di epistolario non è poi così improbabile pensare che la scrittrice nutrisse per lui qualcosa di più intenso di una semplice amicizia. 
I capitoli “autobiografici”, che narrano la vicenda personale e la storia d’amore di Nell, sono freschi, lievi e piuttosto divertenti: il ritratto dell’esperienza del dottorato di ricerca è perfettamente corrispondente al vero!, come quando leggiamo di come si svolgono le riunioni tra dottorandi (durante le quali spuntano immancabilmente le considerazioni di quei colleghi che pensano che il proprio percorso di ricerca sia l’unico valido, le cui premesse dovrebbero essere applicate agli studi di tutti gli altri) o quando Nell sostiene (e questa sensazione l’abbiamo provata tutti): “I feel as though I know even less than when I started” (p. 46). 
Di tutt’altro tono e intensità i capitoli dedicati a Elizabeth Gaskell, con la quale Nell si rammarica (esattamente come me) di non poter avere uno scambio epistolare: «I felt – still feel – a pang, something like lovesickness, when I think that Mrs Gaskell and I can’t write to each other. We would write such good letters, I think. We would have so much to say» (p. 48). In queste pagine il linguaggio si fa più dolce, a tratti quasi antico, come ad evocare la scrittura gaskelliana: di grande effetto l’episodio della processione di Carnevale, che Gaskell riporta in Delitto di una notte buia e di cui abbiamo una testimonianza anche in una lettera della figlia Meta (cfr. il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell).
Il ritratto che Nell ci offre della sua “amica” Elizabeth è traboccante d’affetto; e io, che per alcune opere ho “prestato” ad Elizabeth la voce italiana e che sento con lei un legame fortissimo che trascende i confini del tempo, sono stata felice di percepire i miei stessi pensieri stampati sulla carta: «I had never encountered a writer who could fill a page so entirely with herself. Mrs Gaskell is […] brimming with love for the people around her. […] It oozes from those letters, that love: it reached me as soon as I began reading them» (p. 48). Sì, è proprio questa la sensazione che le lettere di Elizabeth Gaskell hanno suscitato in me: la percezione di una vitalità travolgente e di uno sconfinato amore per gli amici. Tra i tanti celebri incontri di Elizabeth Gaskell, gli espatriati anglo-americani di Roma godono di un’attenzione particolare in questo libro e uno dei capitoli finali è dedicato proprio a loro. La conclusione del romanzo è pregna di commozione: uno scrigno di delicatezza, di coscienza del tempo che passa, e infine della consolazione dell’immortalità dell’arte e dell’amicizia.

29 agosto 2018

Incontro in Egitto

A ogni nuova lettura, Penelope Lively mi piace di più (ho consigliato due suoi libri anche ai miei studenti, per l’estate). In questo blog ho scritto, con grande entusiasmo, di L’estate in cui tutto cambiò, Amori imprevisti di un rispettabile biografo, È iniziata così e Un posto perfetto, e oggi tocca a Incontro in Egitto (sempre edizione Guanda, trad. it. di Gaspare Bona). 
Come spesso accade nei libri di Lively, Incontro in Egitto (vincitore del Booker Prize nel 1987) si dedica alla rappresentazione del valore del Tempo nella vita dell’essere umano. Il Tempo, entità fluida e inafferrabile, intonata dal caos, orchestrata dal destino, che ci invita a riflessioni profondissime e spesso sconcertanti sulla nostra esistenza e sulla differenza tra realtà e non-realtà, su un oggi che è, misteriosamente, un livello di percezione intercambiabile con il passato e con altri infiniti piani di verità. 
Il libro racconta, attraverso una molteplicità di io narranti che ci permette subito di cogliere la necessità di una realtà non assoluta, la storia di Claudia, un’anziana donna in punto di morte che torna indietro nel tempo e ci presenta la sua vita. Claudia, ex reporter di guerra, ha una personalità forte, voluminosa, a volte eccessiva, scevra di compromessi e di ipocrisie. È una donna che si è occupata di storiografia e che ha dovuto meditare a lungo sulla natura del Tempo, sul significato e sulla funzione della figura dello storico e sul suo rapporto con il Vero, sulla potenza del linguaggio e infine, e dunque, su se stessa: «Non c’è cronologia nella mia testa. Sono fatta di una miriade di Claudie che vorticano e si mescolano e si dividono come scintille di sole sull’acqua»; «Quando voi e io parliamo di storia, ci occupiamo forse di ciò che è realmente avvenuto? Del caos cosmico in ogni luogo e in ogni tempo? No, parliamo di come tutto ciò viene ordinato nei libri […]. La storia si dipana; le circostanze, per naturale inclinazione, preferiscono rimanere aggrovigliate»; «il tempo e l’universo sono sparpagliati nelle nostre menti. Siamo storie del mondo assopite». 
Penelope Lively (The Guardian)
Tra i tanti episodi della vita di Claudia, quello centrale è il suo “incontro in Egitto” durante la seconda guerra, che la costringe a mettersi a confronto con la barbarie della battaglia, la decadente ideologia del colonialismo, la bellezza sfiancante del deserto e la potenza trascinante dei sentimenti. Le parole che Lively, nativa di Il Cairo, usa per descrivere l’Egitto – ultimo balenio dell’impero britannico – sono seduttive, colme di struggimento: «Nel ricordo non c’è che la spalla bassa e lunga della collina fulva che domina la Valle dei Re, dietro alla quale s’inabissa il sole fra pennellate d’oro, di rosa e di turchese. La mite sera egiziana risuona del tintinnio del ghiaccio nei bicchieri, dello sciabattare dei camerieri sulla terrazza di pietra dell’albergo, del brusio di voci, delle risate: suoni di cento altre serate». Questo libro è davvero bellissimo: uno di quei romanzi traboccanti di umanità, che ti rendono felice e orgogliosa di essere una lettrice.

14 agosto 2018

Storie d'Irlanda - Lissadell House

Sono tornata da poco da un magnifico viaggio in Irlanda, dove ho visitato le contee che non avevo attraversato nel corso del mio primo tour, tredici anni fa: il Nord, Donegal, Sligo e Mayo. L’Irlanda, si sa, è un paese che ovunque trasuda letteratura, leggende e poesia, e ogni villaggio, ogni brughiera, ogni staccionata e ogni curva della strada evocano narrazioni dalle quali è difficile non lasciarsi incantare. Un racconto, in particolare, mi ha affascinato nel corso di questo viaggio. È il racconto di una dimora e di due sorelle indomite, la cui vita è stata densa di fatti come un romanzo, e anzi, molto di più, perché si è innestata dentro la Storia. 
Foto: IpsaLegit 2018
La casa si chiama Lissadell House, nella contea di Sligo. L’ho visitata sulla scia dell’istinto – non era citata nella mia Lonely Planet – durante una mattina di pioggia che poi si è aperta in un mezzogiorno assolato. La visita è stata guidata da una bravissima accompagnatrice in abiti e acconciatura del primo Novecento, che ci ha condotti in un lungo giro da una sala all’altra (perfettamente conservate e riccamente adornate grazie alla famiglia che ha acquistato la casa e l’ha salvata dalla rovina), lasciandoci ammirare gli arredi, le fotografie e i dipinti appesi alle pareti. E mentre contemplavamo le stanze, la giovane guida ci raccontava, in prima persona (“My name is Eva Gore-Booth”), le vicende delle sorelle Gore-Booth, Eva e Constance, scrittrici, artiste, portavoce del movimento per la rivendicazione dei diritti delle donne e amiche di W.B. Yeats, che a Lissadell trascorse numerosi e amatissimi soggiorni. 
Eva è la meno nota delle due sorelle Gore-Booth. Nata a Lissadell nel 1870, era una ragazza gentile, pacifica, dotata di una forte spiritualità che esprimeva nel disegno e nella poesia. Fu una suffragista, ma decise di opporsi alla violenza come mezzo di lotta politica. Durante un soggiorno in Italia, a Bordighera, incontrò Esther Roper, con la quale trascorse il resto della sua vita. A Lissadell ho trovato un libricino che contiene i disegni e le poesie di Eva, tra le quali alcune sono dedicate proprio a Esther e molte all’abbraccio della natura che circonda la casa. Ho trovato bella e suggestiva The Hidden Beauty e in particolare la sua prima strofa: 

I have sought the Hidden Beauty in all things, 
In love, and courage, and a high heart, and a hero’s grave, 
In the hope of a dreaming soul, and a seagull’s wings, 
In twilight over the sea, and a broken Atlantic wave, 
I have sought the Hidden Beauty in all things.
(Eva Gore-Booth. Her Poetry & Sketches, Lissadell Press 2017, p. 58). 

Eva e Constance
Della sorella di Eva, Constance, le vicende sono più conosciute, perché con il titolo e il cognome presi dal marito, Contessa Markievicz, la donna fu una delle protagoniste dell’evento che diede il via alla rivoluzione per l’indipendenza irlandese: la sollevazione di Pasqua del 1916. Constance fu una giovane brillante, energica, appassionata e studentessa di belle arti alla Slade School di Londra. Il suo primo coinvolgimento attivo nella politica coincise con l’affermazione del movimento delle Suffragette, ma il suo nome è rimasto scritto nella Storia soprattutto per il suo indefesso lavoro e la sua generosità nei confronti dei poveri di Dublino e per la parte attiva svolta durante l’insurrezione di Pasqua. In quei giorni d’aprile del 1916 Constance era uno degli ufficiali del Irish Citizen Army: si barricò nel parco di St. Stephen’s Green insieme ai ribelli che lottavano contro l’esercito inglese, fu catturata e condannata a morte come gli altri capi della rivolta, ma in quanto donna la sua sentenza fu commutata in ergastolo. Le sue testimonianze (anche in versi) della carcerazione sono documenti importanti e illuminanti, ma di particolare bellezza restano le lettere che dalla prigione Constance scambiò con la sorella Eva. Un anno dopo la condanna, Constance fu rilasciata, ma il suo impegno politico non si concluse: fu la prima donna a essere eletta nel Parlamento britannico (ma rifiutò il seggio per protesta) e la prima a servire come deputata nel neonato Parlamento irlandese. Quando morì, nel 1927, al corteo per il suo funerale, che si snodò tra le strade di Dublino, parteciparono trecentomila persone. Nell’ottobre di quell’anno, W.B. Yeats scrisse In Memory of Eva Gore-Booth and Con Markievicz, in ricordo delle due sorelle scomparse (Eva era morta l’anno precedente), che celebra così: 
Foto: IpsaLegit 2018

The light of evening, Lissadell 
Great windows open to the south, 
Two girls in silk kimonos, both 
Beautiful, one a gazelle. 
[...]
Dear shadows, now you know it all, 
All the folly of a fight 
With a common wrong or right. 
The innocent and the beautiful 
Have no enemy but time.