20 giugno 2020

I Goldbaum

Nella mia città ai piedi delle montagne i pomeriggi sono spesso grigioperla e freschi di pioggia. Non c’è niente di meglio di un temporale estivo per immergersi completamente in un buon romanzo: negli ultimi tre giorni io ho scelto I Goldbaum (House of Gold) di Natasha Solomons, pubblicato in italiano nel 2019 da Neri Pozza, con traduzione di Laura Prandino. I Goldbaum è la storia di una famiglia unica nella sua specie, che ha disegnato la macrostoria dell’Europa nella transizione tra Otto e Novecento: per scriverla, l’autrice ha tratto dichiaratamente ispirazione dalle vicende dei Rothschild, dinastia di origine ebraica che affondò le proprie radici in Germania, Austria, Francia, Napoli, Svizzera e Inghilterra e con la fondazione di banche sparse per l’Europa e grande talento per la finanza, diede forma economica, nonché respiro culturale, all’intero continente. 
Il libro si legge fluidamente, perché è scritto (e tradotto) in una lingua che è puntuale e ricca di dettagli, ma allo stesso tempo liscia e molto godibile. Ciascuna delle sue sezioni, che abbracciano un arco temporale compreso tra il 1911 e il 1917, riserva diversi motivi di interesse: dal sacro legame tra i vari rami della famiglia all’enumerazione delle loro ricchezze, dalla descrizione delle loro tradizioni al loro coinvolgimento negli affari finanziari e politici dei governi europei, dalla trattazione delle loro debolezze alla disamina del loro rapporto con se stessi. I personaggi maschili, anche quelli che passano sulla scena solo parzialmente, sono rotondi e reali: il viennese Otto Goldbaum, con il suo incrollabile spirito di servizio, contrasta fortemente con il cugino Henri e il suo gusto tutto parigino per la modernità; e gli inglesi Albert e Clement Goldbaum rappresentano una coppia distintamente novecentesca, in cui il primogenito è, storicamente e letterariamente, un inetto che non sa far altro che lasciare ogni responsabilità al fratello minore. 
Un altro aspetto importante di questo romanzo è la presenza femminile, che si moltiplica in personaggi secondari ma non minori, come Lady Goldbaum o la giardiniera Withers, ma sicuramente si raddensa nella figura di Greta, l’austrica nata Goldbaum e sposata a un Goldbaum inglese, che incarna la transnazionalità del cognome che porta. Greta è stata una bambina vivace e una ragazzina ribelle e anche da moglie quasi aristocratica non permette al mondo di darla per scontata: di lei questa storia ci racconta la bellezza, le trasgressioni, le sofferenze, ma è nella sua relazione con lo spazio che la circonda che ci vengono offerte le sue immagini più vivide e indimenticabili. In particolare, nei primi anni del suo critico matrimonio d’interesse, Greta è insofferente alla vita chiusa e regolata dalle decine di orologi della casa di suo marito e decide quindi di spostare se stessa, la propria anima e tutta la propria potenzialità d’azione (di donna e di personaggio) fuori, sotto il cielo, in un giardino ideato e nutrito da lei con il contributo di altre donne che travalicano i confini degli schemi predefiniti. 
I giardini di questo libro sono dipinti di parole e ci restituiscono tutti i colori, le pieghe, le curve e gli odori della natura reale: “osservava quel luogo come se fosse la prima volta. Attraverso la vegetazione incolta alzò lo sguardo verso il vecchio edificio […], la facciata d’arenaria era quasi del tutto coperta da un enorme e antico glicine. Trecce di Clematis montana si arrampicavano a festoni fino al tetto. Molte delle finestre erano senza vetri e gli uccelli entravano e uscivano indisturbati; […]. Quella villa sembrava venuta fuori direttamente dal terreno, come se fosse esistita da sempre in quell’ansa fertile del fiume, con i convolvoli e le foreste di soffioni che spuntavano ovunque”. Il giardino come metafora della femminilità è un motivo antico e ricorrente, soprattutto nella scrittura delle donne. Nel libro di Natasha Solomons la sua presenza così rilevante, così prepotente da uscire quasi dalle pagine, è anche la rappresentazione di un ideale di vita a ogni costo, di resistenza, di dominio nel procedere indefesso dello spazio naturale anche oltre le vicissitudini (spesso foriere di morte) decise dagli uomini. La scena conclusiva del romanzo, non a caso, si scioglie in una serra dove, a dispetto della neve novembrina di fuori, i personaggi ritrovano il calore perduto sotto una volta di candidi fiori di ciliegio. 

12 giugno 2020

Verso l'estate

Le lezioni sono finite, anche quest'anno. Un anno scolastico un po' così, anche se gridare alla catastrofe è inutile e insensato. Nelle ultime settimane sono riuscita a finire tre libri, molto diversi l'uno dall'altro: il saggio 1913, l'autobiografia di Michelle Obama e un romanzo consigliato da Waterstones, che lo definisce un "campus mystery", The Truants
Il saggio 1913. L'anno prima della tempesta di Florian Illies (Marsilio) è un funambolico esperimento di viaggio nel tempo, per essere trasportati nella Storia ma anche nella quotidianità dei nomi esagerati che tutti insieme rivoluzionarono la (Mittel)Europa all'immediata vigilia della prima guerra. L'autore ci racconta Vienna, Parigi, Monaco e Berlino nei dodici capitoli segnati dai mesi di quell'anno fatale, rappresentando o semplicemente immaginando, talvolta con note romanzesche e sempre con molto divertimento, incontri epici: Freud e Jung, Picasso e Matisse, Thomas Mann e un tappeto difettoso, Kafka e Felice, Benn e i cadaveri sul suo tavolo, ma anche Francesco Giuseppe, Kandinskij, Tucholsky, Gertrude Stein, Proust e infiniti altri. Si tratta di un saggio davvero coinvolgente, che ci mostra il fascino di un anno e di un'epoca incredibili in un continuo andirivieni di osservazioni dall'alto e da lontano (com'è giusto che sia per un saggio storico) e di sguardo più intimo e ravvicinato, quasi sotto il microscopio, sulla vita "normale" di personaggi straordinari.
L'autobiografia di Michelle Obama, Becoming, mi è piaciuta molto nella sua prima parte, nel racconto dell'infanzia, della vita giovanile e degli anni universitari: è il racconto di una strada non sempre fluida, che però, grazie alla determinazione di due genitori radicalmente ottimisti (nonostante tutto) e a qualche deviazione anche fortuita da un cammino probabilmente già scritto, ha portato Michelle a "diventare" (appunto) quel che è diventata. Ho trovato appassionante il resoconto della campagna elettorale del 2008, che è stata e resterà un miracolo; sempre meno avvincente, invece, la narrazione degli anni da First Lady, che forse avrebbe potuto essere più concentrata sul valore altamente politico di quel ruolo e di quella posizione, e non esclusivamente sui numerosi impegni di mamma lavoratrice e moglie del presidente, sull'enumerazione dei nomi degli assistenti, sulle ripetizioni a volte eccessive, secondo me, del senso di soffocamento dovuto a una vita trascorsa fra le guardie del corpo. In questa seconda parte mi è mancato un po' il gusto della scrittura, e il libro, da raccolta di memorie, è diventato più un report di ricordi (differenza sottile, forse, ma incisiva per un lettore). 
Oggi ho terminato un'altra lettura "a mezza via", che per certi versi mi è piaciuta molto, soprattutto per la qualità della scrittura, per altri mi ha annoiata un po'. Il romanzo è The Truants, opera prima di Kate Weinberg: Jess Walker è una studentessa di letteratura a Cambridge, che attratta dalla fama di una docente si iscrive a un corso su Agatha Christie. Un principio intelligente, questo, che speravo di veder sviluppato molto di più, perché ero incuriosita dalla prospettiva di leggere questa autrice così celebre in ottica accademica. L'idea, invece, è svaporata abbastanza in fretta: la storia si spiralizza intorno alle vicende personali della narratrice (con qualche flashback non completamente utile) e il mistero che tiene in piedi il libro si sfilaccia un po', soprattutto in una sezione di ambientazione italiana eccessivamente stereotipata e non del tutto funzionale alla trama. Appena chiuderò questo post, dovrò scegliere cosa leggere adesso: la decisione spazia tra un saggio di Bill Bryson, un giallo di Carlo Lucarelli, un romanzo storico o il nuovissimo The Jane Austen Society di Natalie Jenner: particolarmente suggestivo in questi giorni, quando la casa museo di Chawton sembra a rischio di chiusura. Un'opportunità in più per ripensare a quanto il patrimonio collettivo sia importante anche per la dimensione privata di ognuno di noi.

2 maggio 2020

Shakespeare e l'arte di rovesciare i dittatori

In queste settimane, con la mia classe terza, sto lavorando (a distanza, naturalmente) su William Shakespeare. I miei piani iniziali sono stati leggermente sovvertiti dalle circostanze, però sto tentando ugualmente di far sentire ai miei studenti la magnificenza della scrittura e l’umanità sconfinata di questa suprema voce della letteratura, che è anche la nostra voce. Per cercare di adottare un linguaggio quanto più divulgativo e visivo possibile sto consultando, a tratti, il manuale “pop” a cura di Stanley Wells (et al.), The Shakespeare Book, che fa parte della collana Penguin Random House “Big Ideas Simply Explained”. 
La prima tappa del mio percorso con i ragazzi – passaggio obbligato per avvicinarsi alla sensibilità adolescenziale – è stata Romeo and Juliet, che molti avevano già scelto come lettura delle vacanze di Natale: alla scena del balcone dal film di Franco Zeffirelli ho aggiunto la lettura in inglese della stessa scena e del Prologo. È ora tempo, però, di passare allo studio di un tema shakespeariano universale, che è quello del potere; in questi giorni, quindi, mi sono letta il breve ma puntuale saggio di Stephen Greenblatt (tra i più grandi studiosi del Bardo) Il tiranno. Shakespeare e l’arte di rovesciare i dittatori (Rizzoli, trad. it. di R. Zuppet). 
Il saggio si apre con una serie di domande alle quali l’autore intende cercare una risposta rileggendo i drammi shakespeariani: “Com’è possibile che un intero Paese cada nelle mani di un tiranno? Perché un gran numero di persone accetta consapevolmente di essere ingannato?” Sono domande spaventosamente vicine al nostro tempo, come tutte le esplorazioni dell’umano che troviamo inoltrandoci nelle selve, spesso oscure, del dettato di Shakespeare. “I suoi drammi” suggerisce Greenblatt, “sondano i meccanismi psicologici che conducono una nazione a dimenticare i propri ideali e persino il proprio interesse personale. Perché qualcuno, si chiede Shakespeare, dovrebbe appoggiare un leader paurosamente inadatto a governare, una persona pericolosa e impulsiva, malvagia e subdola, o indifferente alla verità?” 
Sono tanti i tiranni citati nel saggio, ma prima di nominarli mi soffermo momentaneamente sulla trattazione del Riccardo II, un dramma forse meno noto di altri, ma nel quale Shakespeare mette in atto una rivoluzione inaudita nel sistema dei valori elisabettiano. È una storia che racconta la caduta di un re – creatura prossima al divino, al vertice della gerarchia macrocosmica della cultura del tempo. Al lettore moderno i lunghi monologhi di Riccardo sembrano soprattutto atti di dolorosa introspezione, ma per lo spettatore del Cinquecento e Seicento suonavano come dichiarazioni clamorose, che incrinavano l’intera visione del mondo allora conosciuta. In questo dramma un re – il garante dell’ordine del cosmo – si lascia attrarre dal nulla, dall’avvilimento e dall’annullamento di sé stesso, intraprendendo il “dolce cammino” della disperazione. Alla vigilia della deposizione si chiede: “Che cosa deve fare il re ora? Sottomettersi? / Il re lo farà. Venire deposto? / Il re lo accetterà. Deve perdere / Il nome di re? […] Darò […] / il mio vasto regno per una piccola tomba, / una piccola, piccola tomba, una tomba oscura; / oppure verrò sepolto sulla strada maestra” e più tardi “ho reso vile la gloria / e la sovranità una schiava; / dell’orgogliosa maestà un suddito […] / Non ho nome né titolo / […] / ora non so con che nome chiamarmi” (trad. it. di A.L. Zazo, edizione Mondadori). 
Nel Riccardo II il tiranno sembra essere Henry Bolingbroke, che si appropria del suo trono; meno ambigua è la figura del dittatore per eccellenza, Riccardo III, di cui Greenblatt scrive in un eccellente capitolo sul rapporto del tiranno con coloro che lo circondano, e che si relazionano con lui secondo i vari gradi dell’asservimento inerte, della complicità malvagia, del terrore muto, della flebile resistenza. È un capitolo di grande attualità, che con lucidità avvicina evidentemente Shakespeare alle tragedie storiche del Novecento e di oggi. 
Nel corso del saggio si nominano re Lear, il sovrano impazzito che sovverte il principio per cui il monarca è deputato al controllo dell’universo, e il tiranno Macbeth, che commette l’atto empio per eccellenza dell’uccisione del re. Profondissimo suona il celebre monologo dello scozzese assassino, che una volta sul trono non può che fare i conti con i peccati che ha compiuto: “Domani, e domani e domani / striscia così, col suo misero passo, di giorno / in giorno, fino alla zeta del nostro tempo scritto; / e tutti i nostri ieri han rischiarato / ad altri pazzi / la strada della polverosa morte. / Spegniti, spegniti breve candela! / La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore / che avanza tronfio e smania la sua ora / sul palco, e poi non se ne sa più nulla” (trad. it. di N. D’Agostino, edizione Garzanti). 
Ma il dramma politico che mi ha sempre appassionato di più è Julius Caesar. Il raggio che Shakespeare conferisce all’interiorità di Bruto è amplissimo, e come nel resto della sua scrittura il drammaturgo non ci offre la comodità di un’opinione univoca, di un giudizio valido a priori. Bruto è un assassino o un salvatore della patria? È un “uomo d’onore”, come lo definisce Antonio nell’indimenticabile monologo sul cadavere di Cesare, o un volgare parricida? Nella sua decisione di stroncare il germe della tirannia, Bruto è un magnifico eroe moderno, condannato alla tragedia perché sceglie di non diventare tiranno lui stesso uccidendo anche Antonio. E la sopravvivenza di Antonio è il movente della sua fine e di conseguenza, con l’avvento di Ottaviano, la fine stessa della Repubblica. Neanche l’assassinio del tiranno è la soluzione al problema.
Come scrive Greenblatt in conclusione di questo saggio: “Ci sono periodi, talvolta anche prolungati, in cui le motivazioni più crudeli degli individui più ignobili sembrano trionfare. Shakespeare, tuttavia, credeva che i tiranni e i loro tirapiedi prima o poi avrebbero fallito. […] La migliore possibilità di recuperare l’onestà collettiva era, riteneva, l’azione politica dei comuni cittadini. Il drammaturgo non perse mai di vista le persone che si chiudevano in un silenzio tenace quando venivano esortate a urlare il loro sostegno per il tiranno”. Una riflessione sempre valida, che il cittadino, nel suo ruolo laicamente sacro di difensore della polis, non dovrebbe mai dimenticare.

16 aprile 2020

Il buon soldato

Un capolavoro che ho letto in uno di questi strani e silenziosi pomeriggi è The Good Soldier. A Tale of Passion di Ford Madox Ford, disponibile in italiano per i tipi di Bompiani.
Il romanzo, che uscì nel 1915 dopo innumerevoli revisioni e che il suo autore considerava il compimento di un'intera carriera letteraria, è definito "impressionista", grazie alle intense e fugaci immagini che lo cospargono e che arrivano al punto di sostituirsi alla potenza del linguaggio. Ford fu amico e collaboratore di Joseph Conrad, con il quale (e con molti altri, tra cui Henry James) inaugurò una nuova stagione del romanzo, trasportandolo dalla vocalità univoca dell'Ottocento alla nuova forma frammentata del Modernismo. Anche The Good Soldier sembra obbedire al principio espresso da Conrad in The Nigger of the Narcissus: "My task which I am trying to achieve is, by the power of the written word, to make you hear, to make you feel — it is, before all, to make you see." ("Il mio compito, a cui sto cercando di adempiere, è, con il potere della parola scritta, farvi sentire, farvi provare sensazioni — è, prima di tutto, farvi vedere"). 
Il romanzo di Ford è la storia di due coppie accomunate dal fatto che uno dei due coniugi soffre apparentemente di una patologia cardiaca; questo costringe i quattro personaggi a trascorrere lunghi mesi in località di cura, ed è in una di queste circostanze che avviene il loro primo incontro, preludio di una pluriennale amicizia. La società intorno a loro è il luminoso, ancorché fragile, piccolo mondo edoardiano, che ancora si crogiola nella sua finta ingenuità prebellica. Il narratore Dowell, che è uno dei quattro protagonisti, ci mostra il rapporto tra le due coppie attraverso una eloquente quanto ingannevole immagine: "La nostra intimità era come un minuetto, semplicemente perché in ogni possibile occasione e in ogni possibile circostanza sapevamo dove andare, dove sederci, quale tavolo avremmo scelto [...]. No, perdio, è falso! Non era un minuetto, quello che misuravamo; era una prigione — una prigione piena di gente isterica che urlava, tenuta legata affinché le loro urla non si udissero al di sopra del rotolio delle ruote della nostra carrozza finché andavamo lungo i viali ombrosi" (trad. it. di M. Materassi). La delicatezza e la perfezione del minuetto si infrangono quasi subito e la storia che sembrava cominciata all'insegna dell'eleganza e della sobrietà morale si trasforma in un attimo in un inferno. 
Il flusso del racconto si ingarbuglia. Dowell ci confida, confida a noi lettori, di immaginare di narrarci la sua storia seduti davanti al camino, in una notte quieta. Ci chiede di perdonarlo se non sarà in grado di obbedire a un progresso naturale degli eventi: tutte le regole della logica, in effetti, vengono violate e la cronologia non si rivela come una linea diritta, bensì come un filo che si avvolge costantemente su sé stesso, allungandosi, srotolandosi, tornando indietro e impigliandosi, una pagina dopo l'altra, a un punto di vista differente. Ford, lo scrittore modernista, sfugge ai principi della narrazione ottocentesca; per lui e per la sua voce narrante una storia non può essere presentata al suo lettore già confezionata, ma si evolve e di alimenta mentre procede, indipendentemente da qualsiasi struttura pregressa. 
L'uditore seduto davanti al camino e noi lettori restiamo sbalorditi: mentre il narratore dimentica nomi, fatti e riferimenti, per richiamarli alla memoria in momenti imprevisti, noi cominciamo a non fidarci più di lui, a dubitare della sua lucidità e persino della sua verità. 
Ma che cos'è, dunque, la Verità, se non quella di chi racconta? La Verità è la nostra: è la verità di quell'uditore seduto accanto al fuoco ed è la verità di noi che leggiamo. Non una, non due: le verità sono plurime. La letteratura modernista non ci lascia riposare nel rifugio avvolgente di un migliaio di pagine vittoriane: ci chiama in causa, ci tormenta, ci fa dubitare; ci chiede di partecipare, con la nostra interpretazione, a ciò che viene narrato, e senza il nostro sforzo di comprensione il libro che stiamo leggendo perde addirittura di senso. Così Il buon soldato, che è la storia tremenda di un uomo che racconta di essere stato tradito (ma sarà poi vero?), ci trascina a ogni pagina, a ogni capoverso, a ogni virata di senso, verso il suo abisso.

17 marzo 2020

Immagini e ombre, l'autobiografia di Iris Origo

Se leggere un libro è come fare un viaggio, leggere un’autobiografia è viaggiare al fianco di una persona sconosciuta, che pian piano, tappa dopo tappa, con grande generosità ti invita a entrare nei suoi ricordi, regalandoti la parte migliore di lei. 
Sono appena tornata da un viaggio così, leggendo l’autobiografia di Iris Origo Images and Shadows. Part of a Life pubblicata da Pushkin Press (di questo libro so esistere anche una versione in italiano, Immagini e ombre, per i tipi di Longanesi). Ho comprato questo volume alla Libreria Senese, a Siena, appunto, attratta nel negozio dalla mia inguaribile incapacità di stare lontana da una libreria con le porte spalancate sulla strada. Ho aspettato diversi mesi per leggerlo, perché sentivo di aver bisogno di tempo e di quiete per godermi la storia della vita di questa scrittrice, un po’ americana, un po’ inglese, un po’ irlandese, un po’ italiana, che scelse la Toscana per trascorrere l’esistenza e divenne biografa di grandi nomi della letteratura – uno su tutti, Giacomo Leopardi. 
La scrittura è talmente bella, il tono diffuso così elegiaco da rendere questo libro toccante dall’inizio alla fine. Ne ho sottolineati innumerevoli brani, incapace di classificare la bellezza di un passaggio dedicato all’infanzia, o di una frase descrittiva del paesaggio, o di una riflessione sul fascino degli studi classici, o dell’ondulare nostalgico delle memorie. Concludendolo, si percepisce che l’intenso intimismo della narrazione non può tuttavia celare l’eccezionalità di questa vita: Iris Origo fu la figlia di William Bayard Cutting, grande amico del filosofo George Santayana e di Edith Wharton, e segretario personale dell’ambasciatore americano nel Regno Unito. Sua madre fu Lady Sybil Cuffe (figlia di un pari d’Irlanda), che fece trascorrere a Iris l’infanzia a Villa Medici, a Fiesole, e il cui secondo marito fu amante di Vita Sackville-West. Il marito di Iris fu il figlio illegittimo di un marchese italiano: con lui trascorse la vita coniugale nella tenuta di La Foce, sulle colline senesi, con lui affrontò il fascismo e la guerra, aprì un rifugio per bambini profughi, e offrì un nascondiglio a fuggiaschi e prigionieri di guerra alleati. 
Il libro è diviso in tre parti e procede, per ammissione stessa della scrittrice, concentrandosi sulle case in cui si dipanò il filo della sua vita. La prima parte è dedicata alle radici dell’albero genealogico di Iris, e si divide nella disamina della vita dei nonni (quello americano e quello irlandese), e sul racconto della vita dei genitori. Del nonno irlandese, Lord Desart, Iris scrive (qui e in seguito, trad. mie): “egli riversò su di me il gusto della vita così com’era nella dimora di campagna irlandese in cui trascorrevo le mie vacanze estive – un mondo di distanze azzurre e infiniti giochi e gioia, profumato della fragranza del pisello odoroso e del deciso sapore stringente dei ribes rossi, in cui le porte erano sempre aperte ai bambini, ai cani e ai vicini”. 
Iris Origo. Fonte: BBC
La seconda parte è forse la più evocativa, perché ci racconta la formazione di Iris, la sua crescita, i suoi studi, il suo avvicinamento alla letteratura. Dopo la dipartita prematura del padre, che morì sulle dune egiziane tentando di scampare alla tubercolosi, la madre portò Iris a Fiesole, a Villa Medici, che trasformò in stile inglese (“tende di chintz, acquerelli incorniciati, vasi d’argento colmi di rose, libri, profumi di scone e di tè appena fatto”) dove intrattenne ospiti celebri come Vernon Lee, mentre la bambina si rifugiava tra l’erba alta “nascosta con un libro nei giorni d’estate, a guardare in basso verso la lontana terrazza dove gli adulti, figure di nani, conversavano incessantemente”. La scrittrice riflette su quanto fossero avventurose quelle estati per lei bambina, che ancora doveva conoscere gli ostacoli e le pene del mondo e coltivava paure primitive, quasi piacevoli, e del tutto travolgenti: “è una delle punizioni dell’età adulta il fatto che le apprensioni e le intuizioni [dell’infanzia] vadano svanendo. Il muro tra noi e quel mondo si ispessisce: quella che era una consapevolezza fissa, anche se non formulata, è diventata solo un ricordo. Mentre passano gli anni, accade solo raramente che quella botola si apra nelle nostre memorie, e ne esca un effluvio di profumi quasi dimenticati, un bagliore di quel mistero”. In quella casa Iris intuì il passaggio della prima guerra mondiale, raccontatale soprattutto dal nonno irlandese nelle sue lettere, e fu sfiorata dalle morti da influenza spagnola. Da lettrice precoce quale sono stata, non ho potuto non innamorarmi delle pagine che Iris dedica alla sua attrazione per i libri; scrive: “l’immaginazione del bambino gli consente non solo di prendere da un libro esattamente ciò che gli serve – persone, genietti, tavoli o sedie – ma gli permette letteralmente di usare tutto questo per arredare il suo mondo. Non riesco a ricordare un periodo in cui io non l’abbia fatto. […] Divenni di volta in volta Maggie Tulliver, Jane Eyre, Catherine Morland, Natasha… Le loro ombre si allungano sullo sfondo della mia adolescenza con una vividezza negata a molte figure reali”. 
Iris poté godere di un’istruzione eccezionale, andando a lezione dal maestro Solone Monti, che le faceva studiare il latino e il greco facendola innamorare dei grandi classici, di Leopardi e di Pascoli; nel frattempo, metteva radici nel suo cuore un trasporto altrettanto caldo e sentito per l’Inghilterra – l’Inghilterra di Keats e di Jane Austen, un’Inghilterra che, come lei stessa scrive con una chiarezza che mi ha permesso di immedesimarmi subito in lei, soprattutto di questi tempi, non è quella del mondo reale, ma è la proiezione meravigliosa, la fantasmagoria, dei nostri desideri. È un’Inghilterra fatta di “biblioteche, guglie di cattedrali, malvarosa nei giardini dei cottage, ruscelli tra alti argini verdi, […] piccole chiese normanne in pietra grigia”. 
La terza parte dell’autobiografia è quella della maturità, del matrimonio, del racconto di La Foce. Iris non si sofferma sulla morte del figlioletto Gianni, ma scrive che quel dolore fu la spinta che la indirizzò sulla via della scrittura (e non ho potuto fare a meno di pensare a Elizabeth Gaskell, che visse la stessa esperienza). Il passo più toccante di questa sezione è l’impressione, rapida ma fortissima, come tutte quelle che permeano questo libro, che Iris conserva della seconda guerra mondiale: “la cacofonia”, trasmessa dalla radio, delle urla isteriche di Hitler, dei ruggiti degli applausi che lo salutavano, dell’apostrofe di Anthony Eden alla Società delle Nazioni, delle proterve dichiarazioni di Mussolini, delle canzoni fasciste dei soldati, e perfino dei bambini. 
Immagini e ombre, così bello che questo post è uno dei più lunghi di Ipsa Legit, è un cammino proustiano intriso di dolcezza. Scrive Iris che “se Proust ha ragione, sto portando dentro di me (a dispetto di tutti i mutamenti avvenuti) l’interezza della mia vita […] il tempo che supplicherei di avere è tempo nel passato, tempo per dare conforto, per completare, per riparare – tempo perduto molto prima che io sapessi quanto velocemente se ne sarebbe andato”. 
Sono tanti i passi che ho segnato in questo libro, e non potrei riportarli tutti. Uno di questi, però, devo citare a conclusione di questo lungo post, perché può esserci forse d’aiuto in un momento così delicato per il nostro paese. Quando la guerra finì, Iris scrisse sull’ultima pagina del suo diario: “Distruzione e morte ci hanno visitati. Ma ora, nell’aria, c’è speranza”.

26 febbraio 2020

Libri al tempo del virus

Chissà cosa penserò, in futuro, rileggendo questo post. Oggi è l’ultimo giorno delle vacanze di Carnevale, ma domani, e fino alla fine della settimana (per ora), non rientreremo a scuola a causa dell’emergenza dovuta al diffondersi del Covid-19. Quali sono, quindi, le mie letture al tempo del coronavirus? 
Dopo aver finito la bellissima biografia di Jane Austen firmata da Claire Tomalin, che la Nuova Editrice Berti ha recentemente pubblicato nella sua prima edizione italiana (a cura di Cecilia Mutti), mi sono letta a tutta velocità due bei romanzi di intrattenimento: Testimone inconsapevole, il mio primissimo esperimento – riuscito, direi – con la scrittura di Gianrico Carofiglio, e Scandalo in casa Mitford di Jessica Fellowes. Quest’ultimo è stato davvero un buon libro, che in generale mi è parso meglio strutturato dei due capitoli precedenti della saga: la sorella Mitford protagonista di questo romanzo è Diana, e bisogna ammettere che Fellowes ha evocato piuttosto bene la società sfavillante, ma già ghermita dalle prime ombre del disastro incombente, che circondava questa controversa figura storica. 
Tuttavia, l’esperienza di lettura più corroborante delle attuali giornate infestate dagli allarmismi è stato l’accomodarmi nel mio angolo libresco (la poltrona accanto alla finestra del mio studio) e da lì partire per un affascinante viaggio del pensiero, accompagnata da Évelyne Bloch-Dano e dal suo Le case dei miei scrittori (Add Editore, 2019, trad. di Sara Prencipe e Michela Volante). Il libro è una raccolta di brevi resoconti dedicati alle impressioni dell’autrice in visita a diverse dimore letterarie (case autentiche o musei). L’introduzione, giustamente intitolata “Apriamo la porta”, è un brano bellissimo, intensamente evocativo, che sprigiona tutta la passione di una lettrice vorace e di una curiosissima viaggiatrice: “il mio sguardo […] rincorre le parole, i libri, l’intero universo simbolico proprio dello scrittore, che prende corpo in un’atmosfera, in un contesto, talvolta negli oggetti”. “Questi momenti, in cui passato e presente si confondono, sono i più belli. Illusione di realtà? Forse, ma anche comunione, e talvolta comprensione profonda o diversa, sensuale, quasi carnale, dell’opera e del suo autore”. “Credo che la casa sia uno ‘stato d’animo’, e che spetti a noi farne risuonare l’eco, talvolta lontana. È il riflesso della nostra vita intima”. Gli scrittori, e le loro case, citati in questo libro sono in maggioranza francesi; non mancano però i tedeschi (Nietzsche, Brecht), gli americani (gli scrittori del Ritz, Edith Wharton), gli inglesi. È particolarmente bello il capitolo dedicato a Karen Blixen e alla sua fattoria in Africa; il paesaggio intorno ai luoghi di Chateaubriand ci travolge con la sua struggente bellezza; la rappresentazione del salotto di Louisa May Alcott a Concord è piena di vivacità; ci lascia strabiliati la descrizione della dimora di Victor Hugo, in esilio a Guernsey (“Astenersi menti banali”, commenta divertita l’autrice). Come sono riposanti i passi dedicati alla Lamb House di Henry James, nel Sussex, così è affettuoso lo sguardo sull’immensa biblioteca della Keats and Shelley House a Piazza di Spagna. Infine, è pieno d’amore il racconto dei luoghi di Proust in Normandia: “Seguire Marcel Proust a Cabourg equivale a camminare su terre reali e immaginarie, portare una località di villeggiatura della Belle Epoque nel contesto incantato del Tempo”. 
Come scrisse Emily Dickinson, “There is no Frigate like a Book / To take us Lands away” (“Non c’è vascello che come un libro / possa portarci in terre lontane”): e poiché in certi momenti non c’è niente di meglio che una terra lontana, la lettura ci è sempre di grande conforto.

12 febbraio 2020

Un comodino Neri Pozza

Ragionando sulle mie più recenti letture, mi sono accorta che sono tutte accomunate dall'inconfondibile marchio della casa editrice Neri Pozza. Nelle scorse settimane dalle sue tipografie sono uscite tante nuove pubblicazioni interessanti, che sono andate ad aggiungersi ad alcuni libri pubblicati dallo stesso editore qualche tempo fa e che non aspettavano altro che farsi leggere con grande gusto. 
Sul mio comodino c'è Un anno con Shakespeare di Allie Esiri, che sfoglio ogni sera appena prima di cena o prima di dormire, per leggere la citazione dedicata al giorno appena trascorso. Oggi il brano è tratto da Pene d'amor perdute (Atto IV, Scena 3), da cui estrapolo questa manciata di versi: "Dagli occhi delle donne traggo questa dottrina:/ del fuoco di Prometeo essi scintillan sempre;/ son essi i libri, le arti, le accademie/ che mostrano, contengono, nutrono il mondo intero" (trad. it. di Chiara Ujka).
La scorsa settimana ho letto il nuovissimo La ricamatrice di Winchester di Tracy Chevalier, storia di una donna inglese degli anni Trenta che percorre il suo cammino di vita sospinta da un insopprimibile desiderio di passione e di affermazione della sua identità. Se la storia narrata mi è sembrata piuttosto semplice, ho trovato la preziosità di questo libro nella ispirata raffigurazione di due sottotesti affascinanti della magnifica enciclopedia della cultura inglese: il ricamo dei cuscini per la cattedrale di Winchester e la sapienza dei suonatori di campane. Insomma, anche se non mi sono affezionata molto ai personaggi, ho amato la rievocazione dello Hampshire di allora, con i suoi segreti inconfessati, le complicate dinamiche di una piccola comunità, il dolore soffocato di una generazione di donne che ha perduto e rimpiange i suoi figli, fratelli e fidanzati, morti in trincea. E mi è proprio sembrato di vedere i colori, e di sentire la morbidezza impalpabile di quei fili di seta sotto le mani, la voce sussurrata dell'ago che vola sulla tela, e in sottofondo il rintoccare del batacchi sul piombo, levati in un alto canto di celebrazione. 
Una scrittrice che da qualche tempo sto tentando di scoprire è un'altra inglese, Daphne du Maurier, grandissima scrittrice della suspense che finora avevo conosciuto solo marginalmente, ma di cui sono davvero curiosa di sapere di più. Ho cominciato questo percorso, naturalmente, con la lettura del magnifico Rebecca nell'edizione il Saggiatore, e proprio in questi giorni sto concludendo Mia cugina Rachele (Neri Pozza), che nonostante i suoi settant'anni d'età conserva tutta la forza, la freschezza e l'asprezza di un romanzo che è molto difficile riporre. Il narratore è Philip Ashley, che racconta il suo rapporto, misterioso e ambiguo, con la cugina Rachele, moglie del defunto cugino Ambrose. La storia è potente e ombrosa fin dalle sue prime battute, con sezioni che tolgono il fiato: bellissimi scorci italiani, in equilibrio tra lo splendore dei palazzi dei ricchi fiorentini e la miseria inquietante della gente del popolo; incantevoli, vividissimi panorami della Cornovaglia, patria della scrittrice; e la rappresentazione perfetta di una passione distruttiva che lotta contro la certezza di un'impossibile armonia; una passione consapevole della propria sorte, eppure incapace di trovare tregua: "In quell'istante capii cosa Ambrose aveva visto in lei, che cosa aveva desiderato senza mai ottenerlo. Capii il tormento, il dolore, l'abisso che si apriva tra loro. Gli occhi di Rachele, così scuri, così diversi dai nostri, ci fissavano senza comprenderci. [...] Nella penombra anche il suo viso era straniero. Un viso sottile, un profilo su una moneta" (trad. it. di Marina Morpurgo).
Quando avrò terminato Rachele, dovrò scegliere se cominciare Daphne di Tatiana De Rosnay (la biografia della scrittrice che Neri Pozza ha pubblicato nel 2016: titolo originale, Manderley For Ever) o deviare dal cammino e intraprendere il magnifico viaggio dentro la nuovissima edizione di Via col vento di Margaret Mitchell (Neri Pozza 2020) oppure ancora entrare nello scintillante mondo de I Goldbaum di Natasha Solomons (Neri Pozza 2019), o forse distrarmi un po' con il nuovo capitolo dei Mitford Murders di Jessica Fellowes (Neri Pozza 2020)...
Direi che per le prossime settimane sarò in ottima compagnia!