27 aprile 2017

Ho tentato tre inizi - Conversazione con Sara Grosoli

L’Iguana Editrice è una bellissima realtà editoriale al femminile che ho conosciuto lo scorso anno. Questo incontro è avvenuto in occasione della pubblicazione della raccolta di racconti Soffia un vento contrario (risultato del concorso per narrativa breve organizzato dalla Libreria delle Donne di Padova), nella quale è contenuto anche il mio racconto “Ellen e Julia”, dedicato alla fotografa vittoriana Julia Margaret Cameron. 
Tra i libri pubblicati da L’Iguana (il catalogo si trova qui) c’è un interessantissimo volume intitolato Ho tentato tre inizi, un’antologia di cinquantasette lettere scritte da Charlotte Brontë tra il 1847 e il 1853. Il libro, dal prezzo veramente “accogliente”, con testo inglese a fronte e un’immagine di copertina (di Hanna Suni) che ho trovato brillante, contiene una cronologia della vita di Brontë e una postfazione di Paola Bono, ed è tradotto e curato da Sara Grosoli, che ha gentilmente accettato di rispondere a qualche mia domanda sul suo lavoro. 

Cara Sara, grazie di aver accolto il mio invito a una conversazione su Ho tentato tre inizi. In primo luogo, vorrei chiederti di illustrarci brevemente il tuo coinvolgimento con la letteratura inglese: qual è stato e qual è il tuo percorso attraverso questa straordinaria disciplina? Di cosa ti occupi in particolare? Quali sono i tuoi futuri progetti letterari/editoriali? 

Grazie a te, cara Mara, di avermi concesso spazio per questo colloquio. Il corpus narrativo brontiano è la matrice da cui è scaturito, ad un’età abbastanza precoce, il mio amore per la letteratura. Mi sono laureata in Letteratura Inglese all’Università di Bologna, specializzandomi nello studio della letteratura d’epoca vittoriana. Ho analizzato in particolar modo l’intreccio tra narrativa e ricostruzione storica nelle opere di George Eliot. Ora, insegnando nelle scuole, cerco di trasmettere l’amore per la poesia inglese sottolineandone la musicalità della lingua e la pregnanza delle immagini. Vorrei precisare che mi occupo anche di letteratura francese e russa: di recente è uscita, sempre per L’Iguana Editrice, la mia traduzione di Un inverno a Maiorca di George Sand. Tornando alle traduzioni, noto che in molti si lamentano perché alcuni tra i più importanti titoli della grande tradizione britannica sono ormai fuori catalogo e non tutti possiedono una conoscenza abbastanza profonda dell’inglese per leggere queste opere, spesso di formato assai voluminoso, in lingua originale. Avrei molti progetti di traduzione atti ad accrescere il patrimonio letterario a disposizione dei lettori  penso in particolare ad alcune opere di George Eliot non ancora tradotte in italiano  ma la situazione del mercato editoriale in Italia non sono è delle più rosee. Dovrò con perseveranza attendere una fase migliore! 

Veniamo ora alle lettere di Charlotte Brontë. Com’è nato e come si è sviluppato il progetto di Ho tentato tre inizi con L’Iguana Editrice? 

Leggendo l’epistolario di Charlotte Brontë mi rammaricavo del fatto che in lingua italiana fossero conosciute solo le lettere che parlano di temi personali, come il lutto per la morte prematura dei suoi fratelli o la disperazione del suo amore non ricambiato per il professor Héger. Le lettere legate alla sua professione di scrittrice, invece, si ampliano fino a diventare occasione di avvincente dibattito culturale. Volevo condividere con altri lettori la mia meraviglia per l’audacia intellettuale di una donna a cui la società del tempo sbarrava le porte dell’istruzione superiore e che veniva relegata al ruolo subalterno di governante, ma che da sola, studiando e riflettendo, aveva raggiunto un’eccellenza intellettuale tale da permetterle di discutere da pari a pari con i più eminenti uomini di lettere del suo tempo. L’incontro con la passione e l’entusiasmo di una giovane editrice come Chiara Turozzi (L’Iguana Editrice) interessata alla valorizzazione della scrittura femminile mi ha permesso di concretizzare questo progetto. 

Questa raccolta di lettere affronta un aspetto che, a mio parere, è tra i più stimolanti della biografia di Charlotte Brontë, ovvero il suo rapporto con l’Arte e con l’editoria. È una relazione delicata e complessa, che assomiglia per certi versi all’esperienza di Elizabeth Gaskell (che da un certo momento in avanti condivise con l’amica Charlotte, su suo diretto consiglio, la felice esperienza di pubblicare con l’editore George Smith). Ritieni che nell’Ottocento – o anche in seguito – le scrittrici avessero maggiori difficoltà dei loro colleghi uomini nei rapporti con l’editoria e la stampa? 

Uno scrittore poteva essere attaccato per la qualità dei suoi scritti o per le sue posizioni politiche; una scrittrice era sempre fatta oggetto di pregiudizi feroci ed invalidanti a prescindere da cosa e come scrivesse. Allignava il sospetto che una donna capace di acquisire notorietà fosse di costumi corrotti. Nel XVII e XVIII secolo aristocratiche come Lady Anne Winchilsea, Lady Margaret Cavendish e Lady Georgiana Spencer approfittarono della loro appartenenza alle grandi famiglie che governavano il regno inglese per sfidare il giudizio del pubblico pubblicando raccolte di versi, ma vennero crudelmente schernite dai letterati dell’epoca. Donne della classe media, quali Fanny Burney e Jane Austen, preferirono pubblicare i loro primi romanzi in forma anonima e solo il vasto consenso di pubblico le indusse a palesarsi pubblicamente. Quando salì al trono, la regina Vittoria scelse di dare una connotazione marcatamente borghese alla monarchia britannica e ciò rafforzò la visione del ruolo della donna esclusivamente come angelo del focolare. Non a caso molte scrittrici d’epoca vittoriana scelsero di pubblicare le loro opere adottando pseudonimi maschili. La stessa Charlotte Brontë, come possiamo leggere nelle lettere, dovette affrontare maggiore ostilità da parte della critica letteraria quando il segreto della sua vera identità sessuale venne alla luce. 

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nel corso del lavoro di traduzione? Quali brani ti hanno appassionata/entusiasmata di più? 

Ritengo che il dovere di un traduttore sia quello di mantenere un atteggiamento di ascolto paziente e partecipe, di apertura alla sapienza della lingua altrui. Spero di esserci riuscita, anche se continuo ad interrogarmi sui miei limiti. I brani delle lettere che preferisco sono quelli in cui Charlotte con massima onestà intellettuale difende il valore delle poesie scritte dalla sorella Emily riconoscendole superiori alle proprie, e quelli in cui descrive il piacere con cui riceve i libri speditile dalla casa editrice quasi fossero dei nuovi amici capaci di alleviare la solitudine delle sue giornate.


Ringrazio Sara Grosoli per essermi venuta a trovare su Ipsa Legit e vi consiglio caldamente di leggere Ho tentato tre inizi, per conoscere davvero in profondità il percorso artistico e professionale di Charlotte Brontë, e contemporaneamente le sue difficoltà e i conflitti che decise di affrontare nella cruciale transizione tra la silenziosa privatezza della brughiera e l’ardimentosa esperienza della pubblicazione. 

SCHEDA DEL LIBRO 

Autore: Charlotte Brontë 
Titolo: Ho tentato tre inizi. Lettere 1847-1853 
 Testo inglese a fronte 
Traduzione e cura di Sara Grosoli 
 Postfazione di Paola Bono 
Editore: L’Iguana Editrice, 2015 
Pagine: 371 
Prezzo: 17€

11 aprile 2017

È iniziata così

La scorsa settimana ho letto È iniziata così di Penelope Lively (Guanda 2011, trad. it. di Corrado Piazzetta), un’autrice che mi piace sempre tantissimo. Qui su Ipsa Legit ho già scritto di Un posto perfetto, Amori imprevisti di un rispettabile biografo e L’estate in cui tutto cambiò, mentre il romanzo che vi presento oggi, il cui titolo originale è How It All Began, è al momento l’ultima opera di narrativa della scrittrice britannica. 
Come già in altri suoi libri, il filo rosso che sostiene questa storia è la consapevolezza dei piani intersecanti del Tempo: livelli fluttuanti, che si incrociano con la realtà, assecondando il dominio del Caos. Un incidente banalissimo – l’anziana Charlotte viene derubata da un ragazzino per la strada –, che sarebbe potuto capitare in qualunque luogo e in qualunque momento, determina un cambiamento decisivo nella vita di sette persone, legata l’una all’altra da relazioni più o meno strette, più o meno serie. A partire dal superamento della soglia delle sliding doors aperte da questo episodio, apparentemente insignificante, accade che Rose, la figlia di Charlotte, sia costretta ad assentarsi dal lavoro per qualche giorno; il suo datore di lavoro, Lord Henry, deve quindi chiedere aiuto alla nipote Marion, che così si ritrova a osservare la realtà del rapporto con il suo amante, Jeremy, il cui matrimonio entra allora in crisi… – una sorta di incontrollabile reazione a catena, narrando la quale Penelope Lively dà prova, come al solito, del suo grande talento per la bella scrittura. 
Quando racconta di Marion e di Jeremy, l’autrice comunica (come già in Un posto perfetto) la sua attrazione per il gusto del vivere la casa e per la ricerca degli oggetti per arredarla, che non sono solo “cose”, bensì veri e propri gusci di storie da raccontare, involucri di tempo immortale. In Charlotte, insegnante di inglese, e Henry, storico dell’illuminismo, Lively studia le dinamiche della vecchiaia fisiologica, colpevole di alto tradimento a danno di menti ancora lucide, ancora sognanti, ancora piene di parole da dire e di ricordi da celebrare: «Charlotte sa di navigare in un enorme mare di parole, di linguaggio, di storie e di situazioni e informazioni, di conoscenza. In parte la può recuperare, in buona parte è quasi perduta ma rimane in qualche angolo, e ha avuto un’influenza su di lei e sul suo modo di pensare. Charlotte è il prodotto tanto di ciò che ha letto quanto del modo in cui ha vissuto; è come milioni di altre persone forgiate dai libri, per cui i libri sono un alimento essenziale, persone che potrebbero morire di fame se non li avessero».
Questo romanzo è densissimo del valore delle parole. Parla di lingua nativa, di libri di storia, di dizionari: racconta di un immigrato “economico”, Anton, che vuole imparare a leggere in inglese per tentare di trovare una vita migliore, per sentirsi integrato nel Paese che ha dovuto eleggere a sua nuova casa. La sua momentanea condizione di analfabeta è descritta con verità straziante: «La lingua gli lanciava i suoi dardi, tutto il giorno. Lo sfidava dalle fiancate degli autobus, in metropolitana, dai giornali. […] Quando ti trovi in un paese straniero, pensava, sei dietro uno steccato, o in una cella: attorno a te il mondo scorre, ma tu non ne fai davvero parte. Apri la bocca e sembri un bambino; sai di essere altro, ma non riesci a spiegarlo». 
Certa sensibilità, nel mondo così arrabbiato in cui stiamo, si trova veramente solo nei libri. E allora, leggiamo.


4 aprile 2017

Racconti di Elizabeth Gaskell

Immagine della miniatura di Elizabeth Gaskell
(1832?) tratta dal sito della Rylands Collection
A breve la casa editrice Croce porterà in libreria Racconti, una raccolta di dieci esempi della narrativa breve di Elizabeth Gaskell (a cura e con Introduzione di Anna Enrichetta Soccio). I titoli sono: Casa Clopton (Clopton Hall), L’eroe del sagrestano (The Sexton's Hero), Casa Morton (Morton Hall), Lo zio Peter (Uncle Peter), Tempeste e raggi di sole natalizi (Christmas Storms and Sunshine), Le vicissitudini domestiche di Bessy (Bessy's Troubles at Home), Il cuore di John Middleton (The Heart of John Middleton), Storia di un proprietario terriero (The Squire's Story), Le tre ere di Libby Marsh (Libby Marsh's Three Eras), Visita a Eton (A Visit to Eton).
Questi racconti rivelano lo straordinario talento di Elizabeth Gaskell per lo storytelling, la sua capacità di entrare fra le pieghe della psiche e dentro gli strati dei rapporti interpersonali, talvolta arrivando al punto di assottigliare, quasi a farlo scomparire, il confine tra la realtà e la fiction. Clopton Hall, ad esempio, è più un articolo che un racconto (fu pubblicato in Visits to Remarkable Places a cura di William Howitt, 1840), basato su un ricordo di giovinezza e sugli echi di leggende incastonate nel passato remoto. L'eroe del sagrestano Le tre ere di Libby Marsh, che furono pubblicati su Howitt Journal nel 1847 (il periodo è ancora antecedente alla pubblicazione del primo romanzo di Gaskell), già dimostrano una caratteristica verso cui la scrittrice dimostrerà interesse in tutta la sua carriera: l'esplorazione del rapporto tra i personaggi e l'ambiente in cui vivono. Le vicissitudini domestiche di Bessy si dedica ancora una volta all'osservazione delle condizioni di vita della classe lavoratrice, laddove il tema delle passioni violente, della vendetta, del peccato e del bisogno di redenzione è centrale in Il cuore di John Middleton. Ancora a proposito di fusione tra realtà e finzione si parla in Storia di un proprietario terriero, che come Clopton Hall sprigiona forti atmosfere di mistero e di terrore, mentre Morton Hall mescola il racconto con il commento sociale, e la storia con la leggenda (il tutto reso interessantissimo dalla tecnica della narrazione a molteplici voci). 
Dedico una nota a parte a Lo zio Peter, che sono stata tanto contenta di poter tradurre. Questo è sempre stato uno dei miei racconti gaskelliani preferiti, non solo per il conforto del lieto fine, ma anche per la finezza nella trattazione dei diversi piani del Tempo e lo studio dei sentimenti, spesso difficili e contraddittori, che investono la sfera familiare. L'amore coniugale tra il Capitano e sua moglie è raccontato con toni commoventi, mentre l'eroe eponimo, lo zio Peter, è uno dei tanti formidabili personaggi maschili di Elizabeth Gaskell, tutto preso com'è dai suoi conflitti, dai suoi pregiudizi, dalla paura della solitudine. Lo zio Peter, pubblicato nel 1853, è davvero un racconto bellissimo: così ricco da poter essere definito una specie di romanzo in miniatura, sotto certi aspetti anticipa l'intensità, e insieme la delicata ironia, dello studio delle dinamiche familiari che raggiungerà la perfezione in Mogli e figlie.

26 marzo 2017

L'autobiografia di Lucy Maud Montgomery

La più recente uscita della casa editrice flower-ed – qualche giorno fa – è stata l’autobiografia di Lucy Maud Montgomery, Il sentiero alpino. La storia della mia carriera. Questo volumetto risale al 1917, quando fu pubblicato, in una sequenza di saggi separati, sulla rivista di Toronto Everywoman’s World. È un piacevole cammino, ancorché parziale, nella vita dell’autrice della celeberrima serie di Anna dai capelli rossi, dal quale possiamo dedurre almeno due elementi fondamentali per comprendere la sua scrittura. 
Chi abbia letto, probabilmente nel corso della sua infanzia, le vicende di Anne Shirley o altre opere di Montgomery (come la serie di Emily della Luna Nuova) sa con quanta profondità il paesaggio influisca sulle sue storie. Le descrizioni geografiche della Prince Edward Island, dove la scrittrice crebbe e dove ambientò la maggioranza dei suoi racconti, sono parte integrante delle vicende narrate, e questa autobiografia lo conferma: «Un ambiente differente avrebbe potuto dare al mio dono una differente inclinazione. Non fosse stato per gli anni trascorsi a Cavendish, Anne of Green Gables non sarebbe mai stata scritta». 
Prince Edward Island. Immagine tratta da
wediscovercanada.ca
Il secondo elemento importante che si evince da questo libro è la predisposizione addirittura innata di Montgomery per la scrittura. «Scrivere è sempre stato il mio scopo centrale, attorno al quale si sono concentrati tutti gli sforzi, la speranza e l’ambizione della mia vita» dichiara la scrittrice, che nell’avanzare dei capitoli ci racconta tutti i fallimenti e i rifiuti che fu costretta a incassare da parte degli editori prima di raggiungere il successo. Ci confida delle sue tecniche di costruzione narrativa, della sua esperienza al giornale, dei ritmi sfibranti di un’esistenza divisa tra l’insegnamento e la scrittura. Come per tante autobiografie delle donne del secolo scorso, anche Il sentiero alpino, più che una confessione, è un suggerimento. È un libro che ci fa intuire cosa possa aver significato lottare per affermarsi come autrice ai primi del Novecento, approfondendo con cura la parte dedicata all’infanzia (e come poteva essere altrimenti?) e soprattutto insistendo – cifra tipica della letteratura femminile del passato che guarda a se stessa – sulla presunta e socialmente necessaria modestia di non riconoscersi come una vera scrittrice. 
Edizione Simon&Schuster
L’italiano di questa edizione è bello. Ho posto un paio di domande al traduttore, Riccardo Mainetti (che ha già curato per flower-ed la traduzione di Una ghirlanda per ragazze di Louisa May Alcott): la prima riguarda le difficoltà incontrate nel corso del suo lavoro di versione; Riccardo ha risposto che le sue incertezze maggiori sono state legate a brani interni all’autobiografia che si sono rivelati essere allusioni a titoli di romanzi, come Cabbages and Kings, oppure a espressioni idiomatiche. La seconda riguarda le letture di Lucy Maud Montgomery: Riccardo mi ha confidato di aver letto Anna non da bambino e di aver molto apprezzato, di recente, il romanzo Magic for Marigold
E il mio libro preferito di Lucy M. Montgomery? La serie di Emily; ma le mie letture stanno procedendo, e proprio in questi giorni.


13 marzo 2017

Venezia. Guida letteraria per viaggiatori

Oltre alla narrativa, le guide letterarie per viaggiatori sono il genere di libro che mi appassiona di più (e i lettori abituali di Ipsa Legit lo sanno bene…). Poco più di un mese fa ho ricevuto in dono – dono preziosissimo! – un bellissimo esemplare di questa categoria, che ho letto nelle ultime settimane con grande lentezza, per centellinarne la benedetta abbondanza di informazioni e il fascino delle citazioni letterarie. Il volume, in lingua inglese, è Venice. A Literary Guide for Travellers di Marie-José Gransard (Londra, I.B. Tauris 2016), un viaggio nella “mia” città attraverso lo sguardo di chi tanto ha scritto e sognato di lei. Marie-Josè Gransard è una guida letteraria in carne e ossa, che accompagna i turisti in giro per Venezia alla ricerca dei suoi luoghi più rappresentativi nel campo della storia dell’arte, della letteratura, della musica, della politica; e il suo libro è uno strumento inestimabile per chi abbia il desiderio di conoscere davvero la città, oltre la superficie del turismo frettoloso. I capitoli sono dedicati ai grandi temi della natura umana – fede, arte, politica, ispirazione, illusione e disillusione, amore, morte, mistero, esplorazione – e disvelano, con dovizia di dettagli, aneddoti, dati cronologici, intrecci, connessioni ed estratti dalle opere dei più illustri conoscitori di Venezia, la bellezza più profonda di questo luogo magico, fragile, denso di pensiero e di passioni. 
La comunità che popola questo libro è ricchissima, variegata nel tempo e nei talenti. L’autrice ci racconta di Giorgio Vasari, Aldo Manuzio, Pietro Sarpi, Dante, Petrarca, Rousseau, Rawdon Brown, Verlaine, Wagner, Byron, Shelley, Ruskin, Henry James (una sezione del libro straordinaria), Pasternak, D’Annunzio, Brodsky, Stravinsky, Napoleone, Edward Lear, Dickens, J.M.W. Turner, Goethe, Casanova, Goldoni, Lady Montagu, Foscolo, George Sand, Symonds, La Duse, Rilke, Kafka, Hemingway, Thomas Mann e tantissimi altri: le pagine sembrano procedere lungo l’onda sottile dei canti dei gondolieri, che sotto la luna si danno voce da una riva all’altra, intonando i versi di Torquato Tasso. Tra le infinite ed evocative citazioni contenute in questo libro, scelgo di riportare in traduzione qualche riga di Turgenev, che alloggiò all’hotel Danieli nel 1857: «Chi non ha visto Venezia in aprile non può fingere di conoscere tutto l’inesprimibile fascino di questa città incantata. La dolcezza e la mitezza della primavera sono in armonia con Venezia. La bellezza di Venezia, come la primavera, tocca l’anima e la commuove al desiderio; tortura il cuore inesperto come la promessa di una benedizione che verrà, misteriosa ma non inafferrabile». 
Venice. A Literary Guide for Travellers è una sorta di guida letteraria “definitiva” della città unica al mondo, un libro di cui ho sempre sentito l’esigenza: un compagno di viaggio eccellente, persino per chi Venezia la conosce bene – persino per chi ci deve “solo” ritornare.


27 febbraio 2017

L'estate prima della guerra

L’estate prima della guerra di Helen Simonson (edizione italiana Neri Pozza, con traduzione di Chiara Brovelli) è un libro che fa molta buona compagnia. È una di quelle belle storie ricche, piene di personaggi interessanti e di tante vicende che si annodano l’una all’altra con armonia; soprattutto, nonostante tanto movimento e tanti intrecci, non sente il bisogno di un sensazionalismo scontato e vuoto che purtroppo caratterizza tanta parte delle pubblicazioni contemporanee. L’ambientazione è (per me) tra le più suggestive possibili: l’Inghilterra meridionale inondata dal sole dell’estate del 1914 – gli ultimi rintocchi dell’epoca bella, prima del baratro. Entrano in scena numerosi personaggi giovani e vitali: Beatrice Nash, l’aspirante scrittrice lasciata sola al mondo dalla morte del padre, che lotta per la sua indipendenza e arriva a Rye, nel Sussex, per occupare un posto di insegnante di latino; Hugh Grange, medico chirurgo; suo cugino Daniel Bookman, poeta troppo sensibile e pieno d’amore per la vita; l’angelica Celeste, profuga belga; e il ragazzo del popolo, Snout, che non fa che rileggere l’Eneide. Poi ci sono i più anziani, come la passionale zia Agatha, l’altera Lady Emily, la rancorosa moglie del sindaco e lo scrittore di successo che è evidentemente, ma non completamente, ispirato a Henry James: tutti impegnati in una girandola di festicciole, riunioni e comitati la cui funzione è far sembrare che la guerra imminente non sarà altro che un’occasione per veder trionfare la gloriosa Britannia. Una bella storia, fatta di sentimenti forti che non si corrompono nel sentimentalismo e, in particolare alla fine, di una manciata di momenti eroici di alta qualità narrativa, per la loro intensità e insieme per la loro compostezza. Da leggere, per ricordarsi di godere sempre appieno del sole, del gusto delle cose, dell’amicizia – della pace.

Una casetta di Rye, forse simile al cottage di Beatrice Nash
nel romanzo. Foto: ©IpsaLegit2011
«La gente sventolava fazzoletti, ventagli e cappelli, restando a bocca aperta e chinandosi mentre i biplani di abbassavano ronzando sopra le loro teste. La banda attaccò una marcia allegra, quando salirono sopra la guglia della chiesa, per poi girare e scendere ancora, piombando sul fiume come uno stormo d’oche. E poi salirono e passarono ancora sulla folla. Dopo diversi giri nel cielo, la banda attaccò per la quindicesima volta Land of Hope and Glory mentre gli aerei volavano sulla palude. L’ultimo pilota si staccò dalla fila che stava sparendo per esibirsi nel finale, un passaggio lungo e basso parallelo al fiume e alla festa: l’aereo era a un’altezza e a una distanza tali che videro il pilota spingere indietro casco e occhialoni per salutare eccitato la folla. Era il giovane Craigmore, con i suoi capelli d’oro mossi dall’aria, e con un enorme sorriso stampato sul volto».

8 febbraio 2017

Storia di una dattilografa

Questo fine settimana, approfittando di due voli e delle conseguenti attese in aeroporto, ho letto un romanzo molto bello, The Typewriter’s Tale di Michiel Heyns (non mi risulta esista una edizione italiana). Il libro è stato pubblicato nel 2005 ma è ambientato nei primi anni del Novecento e sfrutta uno stratagemma narrativo che a me è molto caro (a patto che la scrittura sia di alto livello): l’adozione di personaggi e di circostanze storiche accertate per la creazione di una storia di finzione. 
La protagonista della storia è Frieda Wroth, una giovane dattilografa assunta da Henry James. La ragazza vive a Rye (Sussex), a poca distanza da Lamb House, residenza dello scrittore, dove si reca tutti i giorni per battere a macchina, sotto dettatura, le pagine della prosa narrativa e saggistica di James e, occasionalmente, le sue lettere. La figura di Frieda è ispirata a Theodora Bosanquet, la vera segretaria del romanziere, che gli rimase accanto negli ultimi anni della sua vita e che fu in seguito suffragista, nonché autrice di Henry James at Work; ma le esperienze del personaggio di Heyns sono pura, e bella, opera di narrativa. 
A casa di Henry James, nel romanzo come nella realtà, si alternano ospiti come il fratello, la nipote e artisti vari, tra i quali i carissimi amici Edith Wharton e Morton Fullerton, che di Wharton fu l’amante.
Lamb House, Rye (Foto di Mara Barbuni)
La qualità di questo libro – oltre all’intrigante spunto narrativo della ricerca di un fascio di lettere nascoste, che richiama subito alla mente Il carteggio Aspern – sta nell’uso del linguaggio, che ricalca le preziose involuzioni della lingua di Henry James; nella rievocazione dell’ambiente della casa dello scrittore; nella rappresentazione amorevole delle funzioni quasi “magiche” della macchina da scrivere Remington; e infine in un elegante velo di ironia steso sull’intero racconto, in cui tuttavia brillano la profondità dei personaggi, la delicatezza della trattazione delle loro mancanze, che non trascende mai nel ridicolo, e il loro rapporto con la Vita e con l’Arte. Il messaggio finale del libro sta nelle parole che Henry James consegnò ai posteri sulle pagine di Gli ambasciatori: «Live all you can; it’s a mistake not to» («Vivi tutto ciò che puoi; non farlo è un errore»).