25 aprile 2018

Elizabeth Gaskell a Roma

Se nell’ultimo post, dedicato a Daisy Miller, ho parlato di Roma attraverso gli occhi di Henry James, in questa giornata di festa voglio tornare nella città eterna per raccontare le esperienze personali e letterarie di un’altra viaggiatrice illustre, Elizabeth Gaskell. L’autrice di Mogli e figlie e Nord e Sud desiderò per tutta la vita vedere l’Italia e lavorò alacremente per potersi permettere il tanto ambito viaggio: finalmente, il 23 febbraio 1857, dopo un tragitto lungo e accidentato, giunse in città insieme alle figlie maggiori, Marianne e Meta, e con loro fu ospite di William Wetmore Story e la moglie per una lunghissima e corroborante vacanza. 
The Angel of Grief è la statua in marmo scolpita da
William Wetmore Story per la tomba della moglie
Emelyn, al Cimitero Acattolico di Roma (anche
William fu poi sepolto sotto le sue ali)
William Wetmore Story era un appassionato d’arte e dopo essersi innamorato di Roma in occasione dei suoi primi soggiorni, aveva deciso di trasferirvisi stabilmente, diventando «il protagonista di spicco di un circolo cosmopolita i cui rituali – tutt’altro che immobili ma anzi in continua trasformazione – egli stesso avrebbe contribuito a codificare perfettamente anche grazie ai felici rapporti con l’ambiente culturale e aristocratico romano» (B. Bini, L’esilio dorato di William Wetmore Story). Nel corso degli anni, William ed Emelyn furono il punto di riferimento a Roma per una miriade di espatriati e viaggiatori anglo-americani: tra loro Thackeray, Robert Browning, il generale Grant e i primi ministri inglesi, Charles Sumner, Leigh Hunt, Henry James (che ne avrebbe scritto la biografia) e la nostra Mrs. Gaskell, che soggiornò nella casa dei coniugi in via Sant’Isidoro.
Di questo luogo Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (482): «Via Sant’Isidoro, con la luce ambrata del sole che scendeva dai tetti romani grigio-dorati, i colli Sabini da una parte e il Vaticano dall’altra…». In Delitto di una notte buia leggiamo il solo episodio italiano di tutta la narrativa gaskelliana: un episodio autobiografico (riportato anche in una lettera della figlia Meta risalente al 1910), che ricorda proprio il martedì grasso di quel 1857, quando Elizabeth poté godere dello spettacolo della processione carnevalesca affacciata al balcone degli Story.
Scrive Gaskell: «Così venne marzo; la Quaresima cadeva tardi quell’anno. Grosssi mazzi di violette e di camelie venivano venduti all’angolo di via Condotti e i festaioli non avevano alcuna difficoltà a procurarsi fiori ancor più rari per le belle del Corso. […] Mrs. Forbes aveva preso in affitto un balcone privato, come si addiceva a una rispettabile e danarosa gentildonna inglese. Le ragazze avevano un grosso cesto pieno di mazzolini di fiori da gettare agli amici nella folla di sotto; numerosi moccoletti erano impilati sul tavolo alle loro spalle, perché era l’ultimo giorno di Carnevale e, non appena fosse sceso il crepuscolo, si sarebbero accese le candele, che tutti avrebbero tentato in ogni modo e altrettanto velocemente di spegnere» (Croce 2017, trad. it. di M. Barbuni, p. 213). 
Nel corso della sua vacanza romana, Elizabeth poté incontrare nuovamente e stringere una forte amicizia con Charles Eliot Norton, un giovane critico d’arte americano che soggiornava a Piazza di Spagna e che accompagnò lei e le sue figlie a visitare tutte le meraviglie della città: il Colosseo, Villa Borghese, San Pietro… Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (375) di qualche anno dopo: «Fu in quegli incantati giorni romani che la mia vita giunse al suo culmine». 
Il viaggio di Elizabeth a Roma e in Italia è oggetto del capitolo “Incanto italiano” del mio libro Sui passi di Elizabeth Gaskell (Jo March 2016) e a quanto pare sarà anche il tema, romanzato, di un’opera di narrativa che uscirà la prossima estate, a firma della scrittrice e studiosa inglese Nell Stevens: il libro si intitolerà Mrs. Gaskell and Me (negli Stati Uniti, invece, The Victorian and the Romantic) e presumibilmente si occuperà anche del forte e affettuoso legame tra Elizabeth e Charles Eliot Norton – che fu, tra le altre cose, traduttore della Divina Commedia. Un insieme di intrecci davvero suggestivo, che non possiamo fare a meno di attendere con trepidazione!

22 aprile 2018

Daisy Miller

Dopo un inverno lungo e freddo, in questi ultimi giorni anche qui fra i monti ci immergiamo nella primavera, e io ne sto approfittando per leggere en plein air, e soprattutto per ritornare a uno scrittore che è e resterà forse per sempre il mio più amato – lo scrittore che mi ha svelato la bellezza sconfinata del leggere in inglese, e che ha influenzato, in un modo o nell’altro, un’ampia porzione della mia vita (e di questo blog). 
Lo scrittore è Henry James. Il mio primo incontro con la sua penna risale ai primi anni dell’università, quando scoprii, come una specie di illuminazione, Ritratto di signora. Da allora in avanti non feci che cercarlo e inseguirlo, entrando nelle librerie anche solo per scorrere il suo scaffale, anche solo per desiderare di potermi portare a casa la sua opera completa. Alla fine degli studi magistrali, nel momento della scelta della tesi, era a lui che avrei voluto dedicare la mia ricerca: a lui e in particolare al rapporto tra le sue opere e i luoghi di ambientazione. Non potei perseguire questo progetto a causa di particolari dinamiche di dipartimento (un rimpianto che non mi lascerà mai), e il mio percorso di studi si spostò dunque su Elizabeth Gaskell prima e sulle scrittrici del Romanticismo inglese più avanti. Tante cose sono cambiate da quel tempo, le vicende della vita mi hanno portata lontano dall’accademia e in giro per l’Europa, ma il ricordo di Henry James è stato sempre presente, e dovunque mi sia spostata ho sempre ricercato quella sua bellezza, quei suoi luoghi, appunto, che fanno di lui per me una sorta di oracolo della letteratura e del viaggio. 
Il castello di Chillon (Foto: IpsaLegit2016),
sul lago di Ginevra, che Daisy visita insieme a
Winterbourne. A questo luogo "byroniano"
ho dedicato il post Letteratura sul lago
In questi giorni di sole e aria profumata, dicevo, sono ritornata a James. Ho ripreso in mano Il carteggio Aspern, con i suoi struggenti ritratti veneziani, e ieri pomeriggio ho finito di rileggere Daisy Miller nella mia edizione dei romanzi brevi dei “Meridiani” (Volume I; la trad. it. è di F. Mei). Daisy Miller è un racconto lungo del 1878. I protagonisti sono i classici personaggi jamesiani, due americani espatriati in Europa: Winterbourne e la deliziosa Daisy, di cui l’innocenza e l’inconsapevolezza dei costumi del Vecchio Mondo distruggeranno la reputazione, e non solo. La storia prende le mosse dalla Svizzera, a Vevey, e prosegue a Roma, e sono proprio l’austerità e la “vecchiaia” di questi luoghi a rendersi colpevoli della caduta di Daisy, che è una giovane donna troppo all’avanguardia per l’età in cui vive, che sceglie la propria strada a dispetto delle convenzioni e affidandosi unicamente al desiderio di libertà. Le giovani donne jamesiane soffrono quasi tutte di questa “malattia” intellettuale, così meravigliosa eppure così tragica: ed è molto spesso proprio in nome della loro libertà che vanno incontro alla tragedia. 
I Fori Romani, dove si consuma
la caduta di Daisy. (Foto: IpsaLegit2018)
Uno scritto didattico e di denuncia insieme, Daisy Miller è un testo, come di consueto per l’autore, stilisticamente perfetto, che nelle rappresentazioni dei luoghi – cruciali per le vicissitudini dei protagonisti – trova istanti di una bellezza purissima: «Pochi giorni dopo […] [Winterbourne] incontrò Daisy in quella bella dimora di fiorente desolazione chiamata il palazzo dei Cesari. La precoce primavera romana riempiva l’aria di profumi e di germogli, e la ruvida superficie del Palatino era ricoperta di verde tenero. Daisy passeggiava in cima ad uno di quei grandi mucchi di rovine, arginati da marmi muschiosi e lastricati di iscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non fosse mai stata così bella».

7 marzo 2018

Letture sotto la neve

È difficile leggere speditamente tra le tante (pre)occupazioni legate al lavoro a scuola, ma nelle ultime settimane sono riuscita almeno a collezionare un buon numero di libri che promettono di essere straordinari, e nei quali non vedo l'ora di sprofondare, appena ne avrò la libertà. Dalla biblioteca ho scelto Intrigo italiano (Einaudi) di Carlo Lucarelli - stile inconfondibile: sembra di sentire l'autore raccontare la storia a voce alta -, un giallo che si svolge nella Bologna degli anni cinquanta con protagonista il commissario De Luca, già primo attore di una serie di crime stories ambientate nell'Italia fascista (da non perdere, in particolare, Indagine non autorizzata, edito da Mondadori). Prima di questo libro, mi hanno fatto compagnia le vicende dolci e strazianti del romanzo d'esordio di Joël Dicker (noto per essere l'autore del grandissimo successo editoriale La verità sul caso Harry Quebert), intitolato Gli ultimi giorni dei nostri padri (Bompiani). È questa una storia di guerra, che narra le sorti di un gruppo di giovani partigiani francesi arruolati in Inghilterra per essere preparati a organizzare e portare avanti la Resistenza in patria. Una bella lettura, piuttosto scorrevole, che ha il merito di riscoprire un aspetto del conflitto non molto noto: il fatto cioè che Churchill diede vita a una squadra di servizi segreti (SOE, Special Operations Executive) incaricata di azioni di sabotaggio e intelligence oltre le linee nemiche in territorio francese.
Per passare dall'ebook al cartaceo, le mie più recenti scelte sono state due. Ho comprato in libreria Hotel Sacher. L'ultima festa della vecchia Europa (EDT), un romanzo della scrittrice e giornalista austriaca Monika Czernin, che ci racconta la biografia di Anna Sacher, moglie del proprietario del leggendario albergo viennese, tra metà Ottocento e la prima guerra mondiale.
Il secondo romanzo (in inglese), arrivato oggi con il corriere, è invece l'ultima opera del grande scrittore contemporaneo irlandese John Banville, il cui soggetto è una sorta di realizzazione del sogno di un lettore: si tratta di un sequel di Ritratto di signora di Henry James, che porta il suggestivo titolo di Mrs. Osmond (Penguin Books). Quando ho scoperto la sua esistenza, qualche settimana fa in una libreria svizzera, non potevo quasi crederci... Adesso devo solo trovare un po' di tempo e quiete per godermi tutto lo splendore del ritorno di Isabel.

17 gennaio 2018

Virginia in viaggio

I diari di viaggio sono una tra le forme di scrittura che mi affascinano di più. Quando a questo genere letterario si accompagna il nome di Virginia Woolf, non c’è altro da fare se non lasciarsi incantare. 
La lettura di quest’ultima settimana è l’edizione Mattioli (come sono belle!) Diari di viaggio in Italia e in Europa, una raccolta di brani che, come scrivono le traduttrici F. Cosi e A. Repossi, Woolf non aveva pensato per la pubblicazione e di conseguenza conservano la loro frammentarietà, spontaneità e la freschezza della “brutta copia”. I viaggi oggetto di questa raccolta di pagine diaristiche toccano la Grecia e la Turchia, l’Italia, l’Olanda, la Germania e l’Austria, la Francia e la sezione per me più commovente, «Qui è rimasto qualcosa di noi», interamente dedicata alla Gran Bretagna. Commovente perché i luoghi di Virginia sono luoghi che ho visto, e i tratti del suo pennello fatto di verbo li rievocano con una forza sorprendente, in un ricordo che non è affatto sbiadito dal tempo, bensì forse ancora più luminoso, grazie al contributo delle parole e della nostra mente, pronta ad afferrarle e a rielaborarle. 
Non a caso, citando i luoghi più rappresentativi della Cornovaglia – St. Michael’s Mount e Lizard Point – la stessa scrittrice osserva: «dato che le caratteristiche del paesaggio non sono cambiate in dieci anni, né in mille, il mutamento dev’essere nel mio punto di vista e non nel profilo del territorio». Nella trattazione del Norfolk il linguaggio di Virginia si fa quanto mai visivo: «vedo un muro, colorato come un’albicocca al sole, con tocchi di rosso. Il profilo e gli angoli del tetto e dell’alto camino sono saturi di puro cielo azzurro […]. È il tipo di azzurro che, per una ragione che riesco a malapena a spiegare, mi fa capire perché si dice che “goccioli” dalle ali di un uccello in volo». Su Rye: «penso a tutti i vaghi profumi e alla frescura di una sera di campagna che si riversano sul nostro corpo» e poi «le nuvole […] diventano lenzuoli stracciati dai bordi logori appesi sul paesaggio, che riempiono tutta l’aria di luci e tenebre differenti». 
Di grande interesse, nell’arco dell’intero libro, è notare come la scrittura di Virginia muti e si evolva. Lei stessa afferma: «mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze» – questa “scoperta” si realizza, nella prima parte della raccolta, che risale al primo decennio del Novecento, attraverso descrizioni fluide e dettagliate, dolcissime; e nell’ultima parte, composta negli anni Trenta, in frasi lapidarie, di una manciata di parole, che tuttavia, susseguendosi l’una all’altra e a volte prive persino del verbo, formano una sequenza di immagini abbacinanti di significato e di pienezza. Di Heidelberg, per esempio, si legge: «Grande fioritura di rododendri. Ancora caldo e azzurro. E il fiume come una lamina di vetro che si muove». E ti ritornano davanti agli occhi, immediatamente, il profilo delle rovine del castello, le stradicciole della città, la poesia del Neckar.

13 gennaio 2018

La melodia di Vienna

Complici le giornate di riposo della settimana della feste, ho finito La melodia di Vienna, il romanzo più solenne dello scrittore austriaco Ernst Lothar (1890-1974). Il libro, che ho letto nell’edizione e/o (2017) con traduzione di Marina Bistolfi, è un magnifico esempio di racconto di una saga familiare, che si snoda attraverso i diversi piani della grande casa al Numero 10 di Seilerstätte, a Vienna. I due personaggi principali, Henriette e Hans, sono madre e figlio e rappresentano, ciascuno a proprio modo, lo scarto dai valori fondanti dell’etica austriaca, con l’incapacità quasi patologica di adeguarsi alle regole non dette, alla precisione, alle convenzioni della ricca e irreprensibile borghesia lavoratrice. 
L’arco temporale attraversato da questa storia prende il via in piena età imperiale, nel 1888, quando Vienna è ancora il centro di un mondo di lusso e di splendori, ancorché nascostamente fragile; è l’età di Francesco Giuseppe – il padre della patria – e del sogno di un’Austria multietnica e transnazionale, utopia perfetta degli stati uniti d’Europa. Mentre Henriette soffre, invecchia, partorisce e i suoi figli crescono, l’Austria intraprende l’inesorabile sentiero della sua caduta: la prima guerra mondiale ne è metafora eclatante, e la famiglia degli Alt ne affronta le conseguenze con ostinata incapacità di comprendere, mentre il giovane Hans si allontana sempre di più dal nucleo familiare – in primo luogo la fabbrica di pianoforti – per scoprirsi sempre più incapace di adeguarsi alla vita che lo circonda. 
Gli ultimi capitoli testimoniano l’avvento del nazismo e la scomparsa definitiva dell’ideale mitteleuropeo: l’esperienza di lettura di questo libro è particolarmente bella nel prendere atto di come, insieme al tempo storico, anche la scrittura si modifichi, trasformandosi da lieta e leggera a gradualmente più cupa e meditativa, con straordinari brani di introspezione e di riflessione politica. I suoi temi principali sono quelli della grande scrittura austriaca dell’epoca (penso, in particolare, a Musil e Schnitzler, qui più volte citato): l’inettitudine dell’individuo a cospetto della gigantesca macchina burocratica dell’impero; la costante sofferenza psicologica; l’inarrestabile cupio dissolvi che induce i personaggi (fittizi, nonché storici, come il principe Rodolfo) alla tentazione del suicidio. «Hans faceva parte di coloro che non si univano agli altri. […] lui, “uomo senza qualità”, conosceva la misura della sua inibizione, del suo essere radicato nell’Austria. Aveva scoperto che il suo ardente “patriottismo” non era affatto una questione di orgoglio ferito che non gli permetteva di vivere in un Paese umiliato e sconfitto fino all’annientamento, bensì una questione esistenziale. […] riteneva l’Austria qualcosa di più di un bel Paese: per lui era l’idea della convivenza tra individui di sentimenti diversi, quindi la salvezza del mondo».

6 gennaio 2018

Libri in forma di serie TV

Buon anno nuovo, cari lettori! Il post inaugurale del 2018 è dedicato a un aspetto particolare della narrazione letteraria, che negli ultimi anni, anche grazie all’affermazione e alla diffusione di nuove produzioni e di una nuova sensibilità per il genere, ha sempre più di frequente trovato una reintepretazione nella forma della serie televisiva. In ragione della mia formazione e della mia storia professionale, Ipsa Legit si occupa soprattutto della letteratura di lingua inglese, ed è di una manciata di serie tv in inglese (alcune di queste viste per la prima volta durante le vacanze di Natale) che vorrei scrivere in questo lungo post.
Voglio cominciare con Nord e sud, tratto dall’omonimo romanzo di Elizabeth Gaskell. Negli ultimi anni, uno degli eventi ad aver determinato una crescita esponenziale dell’interesse del pubblico per l’autrice è stata indubbiamente questa miniserie in quattro puntate, trasmessa in Gran Bretagna su BBC nel 2004. Questa produzione televisiva, con la regia di Brian Percival e la sceneggiatura di Sandy Welch, riscosse un successo enorme e fu decretata “Best Drama of the Year” con il 49,4% dei voti degli spettatori. Una reazione molto simile ha suscitato nel nostro paese, quando il canale televisivo LaEffe (allora in chiaro) ne ha trasmesso la versione in italiano. Questo adattamento merita di essere studiato con attenzione, sia nelle sue aderenze che nelle sue differenze rispetto al romanzo, perché rielabora molto bene l’aspetto trasgressivo e combattivo della scrittura gaskelliana. Nel novembre del 2004 un articolo di Hywel Williams uscito sul Guardian («The north’s gone south») sottolineò il fatto che con Gaskell si definì la divulgazione dell’idea della separazione tra il nord e il sud dell’Inghilterra; il trauma di questa differenza è visibilissimo nel volto di Daniela Denby-Ashe (Margaret Hale) quando entra per la prima volta in fabbrica. Le sue parole: «Credo di aver visto l’inferno – è bianco, bianco come la neve», che non sono tratte dal romanzo ma sono opera della sceneggiatrice, dimostrano il valore che un adattamento può rivelare anche quando non segue pedissequamente l’opera originale. Meno appropriata, a mio parere, la scena di poco seguente, quando Richard Armitage (John Thornton) picchia selvaggiamente l’operaio sorpreso a fumare in fabbrica: Gaskell non avrebbe assegnato un simile comportamento al proprio personaggio, che agli occhi dei suoi lettori deve apparire sempre e comunque – nonostante le difficoltà e le origini familiari – un gentiluomo. Un’altra interessante aggiunta della miniserie rispetto al romanzo è data dalla sequenza ambientata alla Great Exhibition (episodio 3), perché fornisce un’importantissima iconografia del Vittorianesimo; per la stessa ragione sono cruciali le scene che comprendono treni e stazioni, perché le innovazioni portate in Inghilterra dalla ferrovia sono un motivo narrativo fondamentale nella scrittura di Elizabeth Gaskell (si vedano per esempio Cranford o Cousin Phillis). Ma la sequenza più controversa in termini di differenze con il romanzo è senza dubbio quella finale: l’improbabilissimo bacio tra Thornton e Margaret alla stazione ha destato molte critiche da parte degli addetti ai lavori (è stata definita «un disastro» e «un finale perfetto per una soap opera»); di contro, ha raccolto il 52,2% dei voti dei telespettatori come “Favourite Moment” di tutta la stagione televisiva BBC di quell’anno. Innescando così la formazione di un mito. 
La seconda serie che vorrei descrivere (almeno nelle mie reazioni) è Anne, tratta dal romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery e disponibile su Netflix. La prima stagione – l’unica finora, ma una seconda è in preparazione – è composta da sette episodi e comincia nel momento in cui Anne arriva a Green Gables, casa dei Cuthbert, per chiudersi in un momento piuttosto critico della loro vita in comune. L’ultimo episodio termina infatti con un cliffhanger che ci ha lasciati ancora più curiosi di vedere il seguito. Le mie impressioni sui personaggi sono molto positive per quanto riguarda Matthew e Marilla, che ho trovato davvero vicini ai loro originali letterari; diversa da come me lo aspettavo, ma interpretata benissimo anche la figura di Gilbert Blythe. Il giudizio sulla protagonista, a cui ha dato il volto la giovanissima attrice irlandese Amybeth McNulty (nata nel 2001), è stato oscillante dal principio alla fine: ossuta e plain al punto giusto e con un colore di capelli perfetto per la parte, Amybeth ha saputo dare vita molto bene ai facili entusiasmi sognanti di Anne, ma sono state forse un po’ troppo accentuate le sue crisi emotive, che talvolta mi sono sembrate ripetitive. D’altro canto, l’enfasi che la serie ha voluto imprimere al tremendo passato di Anne (sconosciuto al lettore nei suoi dettagli) giustifica senza possibilità di replica anche la personalità così turbata e le reazioni iperboliche della protagonista, costantemente minacciata dal terrore dell’abbandono. Una nota di merito speciale va alla sigla iniziale e all’ambientazione: la serie è stata girata in gran parte sull’Isola del Principe Edoardo (dove Montgomery visse e in cui si svolge la saga di Anne), che riemerge sullo schermo in tutto il commovente fascino delle sue campagne distese al sole, lo scintillio del mare, la dolcezza dei fiori di melo, la fragranza delle spighe scricchiolanti mosse dal vento. 
Altrettanta bellezza mi aspettavo nella miniserie trasmessa in Gran Bretagna il 26, 27 e 28 dicembre scorso, Little Women, tratta dal romanzo di Louisa May Alcott. Al contrario, benché l’ambientazione fosse molto bella, con l’attenzione per la luce che ormai abbiamo imparato a riconoscere come tipica delle recenti produzioni BBC, la reazione che ne ho avuto è stata purtroppo di una grande delusione. Forse è dipesa da un cast che ho trovato poco adeguato (a eccezione dei magnifici Angela Lansbury e Michael Gambon), forse da una colonna sonora insufficiente, o forse dal fatto che la narrazione si è trascinata avanti pedissequa, priva di guizzi di luce e di sobbalzi emotivi originali. È pur vero che una reinterpretazione per lo schermo dovrebbe innanzitutto rimanere fedele al testo; ma se non presenta nemmeno una scintilla di innovazione, o l’esito di un ragionamento compiuto sul testo stesso in chiave contemporanea o comunque individuale, secondo me non ha ragione di esistere. Il libro sarà sempre il modo migliore di fruire di una storia: se il film o la serie tv che ne vengono tratti non offrono un contributo rafforzativo al racconto (attraverso un’immagine, l’espressione di un viso, i suoni o altro), è meglio continuare ad affidarci unicamente alle pagine della letteratura. 
Sempre nel corso di queste vacanze ho potuto invece, finalmente, godere di un vero capolavoro del genere, Howards End, tratto dall’omonimo romanzo di E. M. Forster. Del libro ho parlato diffusamente in questo post e devo dire che la serie, in quattro episodi (andati in onda su BBC a novembre 2017), ha saputo scavare dentro questa importantissima opera letteraria e riportarne alla luce ogni singolo aspetto, fino ai non detti del suo sottotesto, sin dalle prime scene – addirittura a partire dalla sigla di testa. I due attori protagonisti, Hayley Atwell e Matthew Macfayden, hanno entrambi un “passato austeniano”: lei, nel ruolo di Mary Crawford, è stata la sola nota felice del malriuscito sceneggiato Mansfield Park; lui, l’ottimo Mr. Darcy di Pride & Prejudice di Joe Wright. In Howards End offrono entrambi un’interpretazione straordinaria, che in ogni singolo gesto e ogni singola parola (la voce di Macfayden è ormai leggendaria…) riprende i significati del libro, restituendo tuttavia un’anima innovativa rispetto allo stesso e al bellissimo film di James Ivory del 1992. Una trasposizione di cui non si poteva fare a meno e che merita di essere rivista, anche per poter godere di nuovo della pura bellezza delle case e degli arredamenti, dei prati della campagna, dei treni a vapore e delle panchine affacciate sui profili di Westminster, dall’altra parte del fiume.

8 dicembre 2017

Un gentiluomo a Mosca

Un gentiluomo a Mosca di Amor Towles (Neri Pozza 2017, trad. it. di S. Prina) non è tecnicamente un romanzo russo, ma del grande romanzo russo dimostra tutte le caratteristiche: il ritmo quasi incantato, il gusto per i piaceri della vita, la malinconia, il senso dell’amicizia e dei legami familiari imperituri, la solitudine dell’eroe che con paziente saggezza osserva lo srotolarsi del destino e della Storia. Difficile descriverlo questo libro, talmente è bello e ricco e magnetico; difficile credere che il suo protagonista, il Conte Rostov, agli arresti domiciliari dentro un hotel di Mosca da cui si scorge l’ingresso del Bol’šoj, non sia una persona vera, che potrebbe spuntare da un momento all’altro, con la sua giacca bianca e i suoi ricordi, nella cornice di una finestra illuminata dall’altra parte della strada.
Questo romanzo mi ha accompagnata per diversi giorni e oggi, che nella quiete di un pomeriggio di neve, l’ho terminato ascoltando, in sottofondo, il rasserenante jazz di Al Bowlly, mi è dispiaciuto davvero separarmene. Come archiviare le luci dell’Hotel Metropol, che segnano negli anni i suoi trionfi, la sua decadenza e la sua rinascita? Come dimenticare la storia di Nina e della sua piccola Sof’ja, che in chiusura del libro parte per una nuova avventura, ricordandoci quasi una Miranda, o una Viola shakespeariana? Come pensare di spegnere la musicalità di una scrittura meravigliosa, che scorre senza sforzo, evocando quasi per magia le antiche dimore dell’aristocrazia zarista, e poi le infinite nevi della Russia, e la dolcezza dei fiori di ciliegio in primavera, lo scandire inesorabile del regime e l’avanzata di un progresso che non lascia tempo alle spiegazioni? Ed è soprattutto con nostalgia che si chiude questo infinito catalogo di citazioni, dirette e indirette, dalle più svariate forme della cultura europea: il teatro, la musica, la poesia, la filosofia, il cinema… 
Un gentiluomo a Mosca è davvero un’esperienza di lettura – di quelle che non si dimenticano più.

«Davanti a lui si stendeva la città, gloriosa e grandiosa. Legioni di luci luccicavano e turbinavano fino a mescolarsi con i movimenti delle stelle. Vorticavano fino a formare una sfera confusa, dove l'opera dell'uomo si confondeva con quella del Cielo».