26 aprile 2019

Un aprile, tre libri

Nell’ultimo mese, con la preziosa complicità di lunghi viaggi in pullman e pazienti attese in aeroporto, ho letto tre libri molto belli, tutti di firma maschile (cosa piuttosto fuori dall’ordinario, per me): un romanzo, un saggio e una biografia scritta con il ritmo e la passione della narrativa.
Quest’ultima è Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati (Bompiani), un libro che ho finito molto opportunamente ieri, nel giorno della Liberazione. Con scrittura magistrale racconta la vita fisica e intellettuale di Leone Ginzburg, colui che disse “no” al fascismo e che contribuì a fondare la casa editrice Einaudi. La narrazione è molto forte, intrecciando i riferimenti dottissimi al lavoro di Ginzburg (studioso indefesso, curatore precisissimo e traduttore innamorato) alle marce forzate della storia d’Italia che piomba verso la caduta. Altri filoni biografici (e autobiografici) si innestano in questo ramo centrale, che tuttavia rimane il più bello e il più interessante e si rivela infine un vero inno alla resistenza della letteratura: “Poter abitare la terra di mezzo tra la radura dei vivi e la selva dei morti, la sfera visibile e quella invisibile, ecco cosa ci rende umani. Lo diventiamo grazie a testimonianze come quella affidata da Leone Ginzburg alla sua ultima lettera. Esseri capaci di raccontarsi l’un l’altro la propria storia, e a vicenda la storia degli altri. Dall’al di là a chi è ancora qua. Chi è andato e chi rimarrà”. 
Il secondo libro è una recente pubblicazione Feltrinelli, che interpreta uno dei motivi di scrittura che mi appassionano di più, cioè il rapporto degli scrittori con le loro case: La finestra di Leopardi di Mauro Novelli. Novelli, professore alla Statale di Milano, ci incanta in questo libro con il suo viaggio dal Nord al Sud dell’Italia, alla ricerca dei focolai di storia, di nostalgia e di vita che si condensano nei paesaggi e nei luoghi degli autori, nei loro oggetti e nelle loro abitudini. 
Dalle langhe di Fenoglio e Pavese alla casa densa di Manzoni, dal Vittoriale degli Italiani alla dimora collinare di Petrarca, dalle carceri tormentose degli scrittori prigionieri ai nidi di Giovanni Pascoli, dagli esili dei grandi poeti (Dante, Foscolo) alle stanze tutte per sé delle penne femminili, dalle vastità della Sicilia agli odori della Sardegna, fino alla carezza del paesaggio di Recanati. Scrive Novelli che “inseguendo l’ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Sulle loro pagine ci siamo riconosciuti, nelle loro stanze li riconosciamo. Qui […] è maturata una parte di noi”: mi emoziona leggere queste parole, perché riflettono esattamente ciò che ho sentito scrivendo i miei due libri sui luoghi di Elizabeth Gaskell (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Sui passi di Elizabeth Gaskell) e Le case di Jane Austen.
Infine, il romanzo che ha accompagnato questo ultimo mese è I coraggiosi saranno perdonati di Chris Cleave (Neri Pozza, trad. it. di L. Prandino), che racconta la seconda guerra mondiale dal punto di vista, triplice e poi duplice, di chi rimase a Londra, patendo la tragedia della distruzione e della disperazione, e di chi scelse di combattere – e in particolare si ritrovò protagonista e vittima dell’assedio dell’isola di Malta. Il libro è scritto (e tradotto) in una lingua molto bella, trasuda passione da ogni pagina e ci trascina nella commozione per il destino di Mary, di Tom e di Alistair e dei bambini, prima evacuati e poi rispediti indietro, che a Londra rischiano la vita sotto le bombe a causa delle loro malformazioni o del colore della pelle. 
È intenso il rapporto che la giovane di buona famiglia Mary, desiderosa a ogni costo di prestare servizio alla nazione in guerra, instaura con questi piccoli rifiutati, e con l’idea stessa di istruzione: quando entra nella scuola abbandonata in cui spera di recuperare quei bimbi alla vita, “le sembrava di avere cinque anni, e cinquecento. Ecco i resti di diecimila corsi di studio, ossa inabissate sul fondo. I fossili della nazione. Le si strinse il cuore, perché la guerra aveva reciso il filo sottile che legava ogni bambino ai suoi avi, con legami fatti di punto croce e di calligrafia”. Il romanzo abbonda di dettagli sensoriali e di simboli visivi, che rendono la lettura scorrevole come un film: il “profumo dolce di iuta dei sacchi di posta” che vuol dire l’amore lontano, “il cielo color indaco, chiassoso di stelle” che significa la piccolezza umana e la solitudine, “l’odore di cera del corrimano”, segno di casa, e il barattolo di marmellata di more di Tom, che percorre insieme a noi tutta la storia, rappresentando l’amicizia, il ricordo e la speranza. Nonostante la portata stupefacente della tragedia, infatti, in questo romanzo resta il bagliore sempre vivo del senso della sopravvivenza: “La vita ci metteva più tempo a riassestarsi che a esplodere, ma questo non significava che non potesse essere bellissima, purché ci si ricordasse di andare a fare passeggiate in campagna e ascoltare musica alla radio”.

24 marzo 2019

Le sorelle Mitford. Una biografia

Qualche giorno fa è stata la giornata mondiale della poesia e io ne ho approfittato per appendere alla bacheca della scuola qualche verso di Wordsworth. Naturalmente ho scelto la poesia dedicata ai narcisi, perché non c’è niente di più speranzoso e confortevole del giallo acceso delle loro teste aperte in canto, “fluttering and dancing in the breeze”. 
La lettura di queste ultime settimane, invece, è stata una lunga opera biografica: Le sorelle Mitford. Biografia di una famiglia straordinaria di Mary S. Lovell, pubblicata in italiano da Neri Pozza con la traduzione di M. Togliani. Delle celebri sorelle Mitford sentivo parlare, più o meno direttamente, da diverso tempo, e più precisamente da quando ho comprato, in una libreria di paese che ormai ha tristemente chiuso le sue porte, L’amore in un clima freddo (Adelphi) di Nancy Mitford, la primogenita. Quella lettura – che devo riprendere in mano, alla luce di quest’ultima biografia – mi indirizzò al mondo dei “Bright Young Things” e a Vile Bodies di Evelyn Waugh (grande amico di Nancy e autore di Ritorno a Brideshead) e di recente, grazie ai gialli di Jessica Fellowes, ne ho riscoperto il fascino, decidendo infine di gettarmi a capofitto nelle oltre seicento pagine dell’opera di Lovell. 
Questa biografia ha tanti pregi. Il primo è quello della scrittura: chiara, precisa, si snoda sciolta tra i capitoli senza inutili orpelli, elencando un fatto dopo l’altro, evitando di assumere posizioni e mantenendosi, pur nella sua attenzione alla realtà storica, al di là di qualsiasi giudizio. Un secondo pregio, superfluo dirlo, è il contenuto. Queste sei sorelle – Nancy, Pam, Diana, Unity, Decca, Debo – sono state un monstrum, un fenomeno inimmaginabile, che nel bene e nel male ci mostrano un volto dell’Inghilterra al quale è sgradevole prestare attenzione e che tuttavia è necessario prendere in considerazione senza remore, se si vogliono capire tante sfaccettature del coinvolgimento britannico nella seconda guerra mondiale. Altra qualità di questo libro è il ritmo, serrato, teso, libero da citazioni troppo lunghe, il ritmo di una lunga cavalcata nella storia che non annoia mai (come accade purtroppo a tante biografie) e ci travolge con la sua ondata di fatti. 
La famiglia Mitford nel 1928 (Wikipedia)
Le vicende delle sei sorelle si intrecciano fra le pagine: nessuna di loro resta nell’ombra. La straordinarietà di ciascuna è sorprendente, ci lascia increduli, perché ognuna delle loro vite ha lasciato un’impronta nell’identità del paese, attraverso colpi di scena degni di un romanzo, opere letterarie di grande pregio o ragnatele di contatti e di amicizie che hanno investito l’intero Novecento dei libri di storia. 
Nancy è stata una scrittrice di successo. Pam una castellana di grande spirito e sagacia. Diana, icona di bellezza per tutta la sua vita, sposò il leader del movimento fascista britannico, Oswald Mosley, e divenne amica di Hitler. Del dittatore austriaco, che adorava incondizionatamente, Unity fu quasi una protetta. La sorella minore, Decca, fu una militante comunista, fuggì in America con il suo grande amore e lottò per i diritti umani fino alla fine, inimicandosi gli altri membri della sua famiglia. Debo divenne per matrimonio Duchessa di Devonshire e signora di Chatsworth House – forse la più bella dimora storica della Gran Bretagna – e insieme al marito, ma anche dopo la morte di lui, la riportò letteralmente alla luce, restituendole il fascino indescrivibile e la forza di sopravvivenza economica che conserva ancora oggi. 
Le sorelle Mitford è un libro ammaliante, un appassionante tuffo nella storia che merita di essere conosciuto: dietro la patina luminosa dello humour, dei party scintillanti, dell’educazione impartita in casa e della serena spregiudicatezza dell’aristocrazia inglese degli anni Venti e Trenta vi si ritrovano oscuri abissi di pensiero e di conflitto, nei quali è sempre doveroso sprofondare per tentare di comprendere le potenzialità, benevole e insieme malvagie, dell’animo umano.

3 marzo 2019

Miscellanea d'inverno

Gennaio e febbraio, a scuola, sono sempre mesi intensi e anche se si riesce comunque a leggere (sull'autobus, nell'attesa di una riunione, dopo cena) è poco il tempo per ripensare alle parole che si sono assorbite dalle pagine e alle sensazioni che hanno suscitato. Prima di scrivere questo post ho dovuto stilare un elenco dei libri che si sono avvicendati nel mio e-reader nelle ultime settimane e lo riporto qui, a memoria di un periodo concitato durante il quale, purtroppo, non ho potuto soffermarmi con la giusta lentezza sulle mie esperienze di lettura. 
Ho letto, di Domenico Seminerio, Il manoscritto di Shakespeare, edito da Sellerio. Si tratta di un librino piacevole, infarcito di espressioni in siciliano, che narra di un anziano ossessionato dall'identità del Bardo, che sostiene di avere prove tangibili della sua provenienza sicula. La leggenda è nota - se ne è occupato anche un certo giornalismo - ma in questo libro è un pretesto simpatico per raccontare una storia mediamente avvincente e certamente ben caratterizzata. Subito dopo, per tornare a respirare l'aria buona della verità storica, mi sono immersa nella monumentale e bellissima biografia di William Shakespeare scritta da Peter Ackroyd (Shakespeare. Una biografia, Neri Pozza, trad. it. di C. Gabutti), che racconta di un drammaturgo concreto e passionale, umanissimo e pieno di talento; mi hanno affascinata in particolare i primi capitoli, che presentano il giovane William nel rapporto strettissimo e ricco di suggestioni con Stratford-upon-Avon, e le argomentazioni dell'autore in merito alla delicata relazione del poeta con suo padre. 
Oltre a cinque romanzi di Agatha Christie, che tengono piacevolmente compagnia quando si è troppo stanchi di pensare (e la scuola è una fucina di pensieri...), ho letto Il catalogo delle donne valorose di Serena Dandini: una raccolta di profili più o meno lunghi di donne che hanno attraversato la Storia lasciando la loro impronta per la posterità. 
Ho ri-cominciato in questi giorni il secondo capitolo della saga dei Delitti Mitford di Jessica Fellowes (del primo volume ho scritto qui), Morte di un giovane di belle speranze (Neri Pozza), ma prima mi sono dedicata a due letture dedicate proprio ai libri, un saggio e un diario. Il saggio è Vendere l'anima di Romano Montroni (Laterza), che scrive, anche piuttosto tecnicamente, del necessario e difficile mestiere di gestire una libreria; il diario è quello di Shaun Bythell, edito da Einaudi con il titolo Una vita da libraio - il racconto di un anno di vita della libreria The Bookshop di Wigtown, in Scozia, dove si avvicendano clienti bizzarri, letture strabilianti, inconvenienti tecnici, commessi fuori di testa e le gioie e le paure di un venditore di libri usati. 
I libri che ho appena nominato sono state benvenute parentesi di libertà tra le letture che sempre, obbligatoriamente, accompagnano la vita quotidiana di un'insegnante (per sorridere un po' sull'argomento mi sono letta anche Perle ai porci del fantomatico Gianmarco Perboni): in preparazione di una lezione particolare, però, mi sono goduta l'opportunità di riprendere qualche saggio di Virginia Woolf (ho usato l'edizione del Saggiatore Voltando pagina, a cura di Liliana Rampello): come sempre, una bellezza infinita. 

30 dicembre 2018

Libri di fine 2018

Cari lettori, questo è l’ultimo post del 2018, un anno durante il quale posso affermare di aver letto tanti libri davvero belli. Tra questi ci sono La melodia di Vienna di Ernst Lothar, una serie di letture woolfiane (tra tutte segnalo la biografia del nipote Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia), The Master di Colm Tóibín e The Clockmaker’s Daughter di Kate Morton. In questi giorni finali, complici le vacanze scolastiche, ho scoperto altre gradevolissime letture, che mi hanno accompagnata verso e durante il Natale, come One Day in December di Josie Silver (Penguin) e Un delitto inglese di Cyril Hare (Sellerio), che mi ha permesso di rispettare la mia personale tradizione del “leggere in giallo” durante le feste. 
Questo librino, che appartiene alla Golden Age della letteratura del mistero, fu pubblicato per la prima volta nel 1951 ed è ambientato proprio nell’immediato secondo dopoguerra. Oltre allo stile limpidissimo, degno di Agatha Christie, si distingue per l’intelligente associazione della vicenda narrata con l’evoluzione della società britannica del tempo, in un paesaggio splendidamente classico (la tipica dimora di campagna menzionata da T. S. Eliot quale caratteristica imprescindibile di una buona detective story) coperto dalla neve durante le feste di Natale. Per restare in tema giallo, ho appena iniziato Morte di un giovane di belle speranze di Jessica Fellowes (Neri Pozza, secondo capitolo della saga dei “Delitti Mitford”).
Finora, tuttavia, la lettura delle vacanze più interessante è stato un saggio, Questa nostra Italia di Corrado Augias (Einaudi). Il libro è un percorso nel tempo e nello spazio, che attraversa le maggiori città italiane per raccontarne le vicende più incisive e intrecciarle sia con la storia del Paese (in particolare il secondo Novecento) sia con la cronaca autobiografica. Contiene riflessioni sullo spirito nazionale, sulla nostra strana relazione con il passato e con le nostre tragedie, sulla scuola, sulla democrazia, sulla politica, sulla nostra lingua e letteratura, e naturalmente sulla nostra geografia, che sembra comprendere e contenere la nostra stessa identità, «nelle città e nei borghi, nelle campagne e nei castelli, nelle pieghe del tempo e nell’ombra di certi passaggi dimenticati. Se si scruta con attenzione, talvolta si riesce a vederla balenare. […] Ogni città italiana, comprese le minime, è uno spazio in cui si è trasfuso e condensato il tempo».
Spero che anche il prossimo anno riserverà a me, come a voi, tante indimenticabili sorprese letterarie, che possano farci compagnia tra una stagione e l’altra, regalandoci, come sempre, tanto da imparare e fortissimi moti del cuore. Auguri!

28 novembre 2018

The Clockmaker's Daughter, l'ultimo romanzo di Kate Morton

Negli ultimi giorni ho finalmente trovato la giusta tranquillità per godermi il più recente romanzo di Kate Morton, uscito a settembre. Di questa scrittrice ho letto tutti i libri, dal suo esordio The House at Riverton, passando per The Forgotten Garden, The Distant Hours (fino ad ora il mio preferito) e The Secret Keeper, fino a The Lake House. Ho aspettato per mesi che Kate Morton finisse di scrivere la sua ultima opera – ed è molto piacevole seguire le varie fasi della stesura e della pubblicazione sul suo diario Instagram – e ora che il libro è finito sono felice di poter dire che valeva davvero la pena attenderlo. 
The Clockmaker’s Daughter (in italiano il titolo è stato tradotto in La donna del ritratto) è un grande libro, di quelli che trascinano il lettore al centro del loro vortice, distraendolo da tutto ciò che resta fuori dalle pagine. Chiudendo l’ultimo capitolo mi sono chiesta come riesca questa autrice, un libro dopo l’altro, a migliorare così fortemente la propria scrittura e la propria abilità di gestione della struttura narrativa. Se infatti The Lake House era apparso un po’ più semplice e “accessibile” dei precedenti, con The Clockmaker’s Daughter Morton torna agli altissimi livelli di The Secret Keeper, e addirittura si spinge oltre, coraggiosamente, e lascia dietro di sé i limiti della sequenzialità temporale tradizionale per inoltrarsi in una narrazione sofisticata e travolgente. 
Questo libro, infatti, si costruisce e si genera dall’intreccio di piani temporali diversi, che continuano a intersecarsi e che rappresentano la rivoluzione scientifica in atto nel passaggio tra diciannovesimo e ventesimo secolo. La molteplicità dei piani storici consente all’autrice di portare sulla scena numerosi personaggi, di cui seguiamo con passione le lunghe storie individuali, consapevoli e fiduciosi che alla fine i pezzi del puzzle si riuniranno in una trionfale conclusione (e Morton non ci delude). La presentazione di tali personaggi è del tutto atipica: ci vengono introdotti lentamente, a tratti distinti, prima riempiendoci di dubbi e straniamento e poi esprimendosi in tutta la loro potenzialità quando già ci siamo affezionati a loro. 
Kate Morton a Francoforte
(Foto: IpsaLegit 2015)
Con la sua solita, splendida, ricercata, musicale ed evocativa lingua inglese, la scrittrice ci regala un sapiente ritratto completo di tutte le sfumature della cultura tardovittoriana, concentrandosi in particolare sull’affascinante ruolo della fotografia, che rappresenta con insistenza il valore dei ricordi – cifra principale della scrittura di Morton –; non è un caso infatti che la voce narrante continui a ripetere «I remember everything». 
La sensazione che ho avuto è che Morton pare recuperare, in questo libro, tutte le idee dei suoi romanzi precedenti (il ricordo, il valore psicologico degli oggetti, la forza ancestrale della fiaba, …), intrecciandole, migliorandole e riempiendole di ulteriore significato, in una sorta di implementazione e di riconoscimento di senso. Per un lettore, superfluo dirlo, questa è una sensazione bellissima. 
Non voglio raccontarvi cosa accade in questo libro, perché oltre alle caratteristiche stilistiche a cui ho accennato qui, la sua bellezza sta nella perfetta architettura della trama: il solo aspetto che voglio sottolineare, per me importantissimo in ogni espressione letteraria, è la forza della presenza della casa, di cui l’eroina eponima è la personificazione. È come se fosse la casa stessa a raccontare questa storia; e come questo possa accadere, lo scoprirete inoltrandovi in questo romanzo. Abbandonate i vostri punti di riferimento razionali e lasciate che queste pagine vi trasportino in un altro spazio, in altri tempi: sarà una bellissima esperienza di lettura.

6 novembre 2018

Mrs Osmond (Isabel) di John Banville

Qualche settimana fa è uscito in Italia Isabel di John Banville (Guanda) e una manciata di giorni dopo io ho concluso la lettura dell’originale in inglese, Mrs Osmond, nella preziosa edizione Viking (Penguin Books). Con questo libro, il celebre e acclamato scrittore irlandese ha tentato una “missione impossibile”: raccogliere il filo lasciato cadere da Henry James alla fine di Ritratto di signora e immaginare il seguito delle vicende della sua protagonista – Isabel Osmond, appunto. 
Mrs Osmond si apre con un’epigrafe bellissima, tratta dal romanzo jamesiano, «Deep in her soul – deeper than any appetite for renunciation – was the sense that life would be her business for a long time to come», una folgorazione che ci lascia già presumere quello che sarà il tema centrale del libro: Isabel e la sua relazione, al di là di tutto e di tutti, con la Vita. 
Misurarsi con la scrittura di Henry James è una sfida pericolosa e onestamente difficile da vincere: ci si aspetta sempre la “sua” pienezza, la “sua” perfezione, la “sua” capacità di superare i confini della psiche e di inoltrarsi, come una barca in mezzo all’oceano, nell’esplorazione del Sé. Non credo che Banville, o chiunque altro, potesse riuscirci: ma se non si conosce bene Ritratto di signora – sacro caposaldo della letteratura – e dunque non si è tentati dal tracciare un paragone, anche Mrs Osmond risulta davvero un bel libro. 
È la storia di un viaggio molteplice, che Isabel intraprende dapprima da Roma (dove sorge la sua residenza coniugale, Palazzo Roccanera) in Inghilterra per il funerale del cugino, Ralph Touchett, poi di ritorno sul continente, a Parigi, a Firenze (a Bellosguardo, con il suo panorama di «picturesque quilt of olive groves and vineyards, […] a heady fragrance of roses and cypress trees») e di nuovo a Roma. Non è un caso che il romanzo inizi su un treno, con la suggestiva frase: «She felt, did Mrs Osmond, the awful surge and rhtythm of the train’s wheels, beating on and on within her», come se la protagonista e il viaggio fossero una cosa sola. 
Questa è anche la storia di un viaggio interiore e della battaglia che Isabel compie contro sé stessa e i suoi pregiudizi, contro le scelte, le illusioni e i valori del passato: una lotta attraverso la quale lei si libera, finalmente, e che Banville sembra mettere in scena quasi per un atto d’amore verso di lei; per risolvere la tragedia dell’incompiuto rappresentata dal lucidissimo James e dare a questa giovane donna un nuovo orizzonte, una nuova strada da percorrere, nella consapevolezza del proprio valore personale e della necessità di svincolarsi da un marito che l’ha sempre ingannata: «the realisation of his narrowness of vision, of thought, above all of emotion, was the thing that most sorely disappointed and pained her». Alla fine, Banville permette a Isabel di riconquistare la propria vita, perché – ed è questo uno dei più bei passi del libro – «each life is given once, […] and the individual actor on whom the vivifying gift is bestowed must play his hour upon the stage with the unflagging conviction and in the full realization that there will be only one opening night».

3 novembre 2018

Centinaia di inverni. La nuova biografia targata Jo March

Un anno fa, nel corso di un lungo viaggio in treno, ho letto un manoscritto. Cullata dal clangore regolare delle ruote sui binari e da una luce grigio-perla che occupava l'intera cornice del finestrino in corsa, ho scoperto una storia intensa e ricca, ben preparata ad affrontare con ardore e grande dignità il bicentenario della nascita di Emily Brontë, che si sarebbe celebrato qualche mese più tardi, nel 2018. 
Quel manoscritto oggi è realtà: è diventato un libro. Ed è il secondo volume di una collana per me preziosa, la "Christopher Columbus" della casa editrice Jo March, inaugurata da quello che fra i libri che ho scritto mi emoziona ancora come nel primo giorno di pubblicazione, Sui passi di Elizabeth Gaskell. La collana "Christopher Columbus", che oggi sono onorata e felicissima di dirigere, offre ai lettori italiani una direzione particolare per inoltrarsi nelle biografie dei grandi scrittori del passato: una direzione che è anche e non solo un "viaggio sentimentale", ma principalmente è il frutto di attente ricerche e di infinite, incontenibili letture.
Ebbene, il secondo volume di questa collana è Centinaia di inverni. La vita e le morti di Emily Brontë, opera prima di Sara Mazzini, un esempio di biografia romanzata di altissima qualità. Le pagine ci invitano a entrare nella vita dell'autrice di Cime tempestose senza risparmiarci gli angoli bui della sua sorte e la tentazione di passioni troppo umane: di Emily impariamo a conoscere i terrori e le gioie, la coscienza quasi fisica di se stessa, delle sorelle e del fratello, e la relazione osmotica con il luogo che le appartiene, e a cui lei appartiene - la brughiera dello Yorkshire, strenuamente inondata dal silenzio stringente della neve.
La scrittura di questa biografia è ben controllata e la lingua mai banale, benché limpida; il fraseggio è diretto ed espressivo in misura a tratti travolgente, ed è efficace l’evocazione dei suoni e dello sfondo visivo dell’ambiente-personaggio che è la brughiera intorno al Rettorato di Haworth. Si tratta di una storia che si legge con facilità, sempre in attesa del paragrafo seguente, sebbene le vicende narrate siano note, appartenendo alla storia e alla storia della letteratura. L’andamento, in alcuni capitoli, è addirittura commovente e di grande forza emotiva si rivela  il finale, con la presa di coscienza definitiva del Sé del personaggio. L'abbagliante nuova identità di Emily, che è protagonista e voce narrante, ora tragicamente consapevole della propria fine, genera nel lettore il senso enigmatico e conturbante del germe della morte nella vita, e d’altra parte della vita che resiste alla morte.
Come per Catherine, come per Heathcliff.