8 gennaio 2017

La realtà storica di Downton Abbey

Dopo diversi anni, questo è stato il primo inverno senza Downton Abbey. La sesta e ultima stagione è andata in onda su ITV l’anno scorso e, da irragionevole appassionata della serie quale sono, nel corso degli ultimi mesi ho dovuto attrezzarmi contro la nostalgia, che si sarebbe sicuramente manifestata durante queste vacanze di Natale, procurandomi qualche lettura “di conforto”. Grazie a riserve bibliotecarie online e alle preziose rimanenze di magazzino delle librerie tedesche ho potuto mettere le mani sulle sceneggiature originali delle prime tre stagioni (libri interessantissimi, soprattutto nelle note esplicative di Julian Fellowes, che offrono informazioni storiche, ritratti sociali e curiosi aneddoti sulla produzione della serie TV) e sui due splendidi volumi fotografici Behind the Scenes at Downton Abbey di Emma Rowley e Downton Abbey: A Celebration. The Official Companion to All Six Series di Jessica Fellowes. 
La lettura più recente è stata invece Lady Almina e la vera storia di Downton Abbey di Fiona Carnarvon, l’attuale contessa di Highclere Castle (nello Hampshire, è la residenza che ha “interpretato” in televisione la casa dei Grantham). Il timore che avevo aprendo la prima pagina, cioè che si trattasse di una storia “rosa”, più romanzata che accurata, si è dissipato in fretta. Il libro – che racconta la vita di Lady Almina, figlia illegittima del ricchissimo Alfred de Rothschild, e moglie di George Herbert, quinto conte di Carnarvon – è infatti scritto bene, in uno stile asciutto e concreto. Le vicende della protagonista assomigliano per molti versi a quelle della Lady Cora della serie televisiva, soprattutto nella descrizione della straordinaria opulenza dell’era edoardiana e ancor di più quando scoppia la prima guerra mondiale (e Highclere, come Downton, diventa un convalescenziario di lusso per ufficiali). La sezione dedicata alla Grande Guerra è particolarmente attenta e coerente: una sorta di reportage storico di grande interesse. 


Altrettanto avvincente è la seconda parte del libro, in cui si narrano le avventure del marito di Almina. Solo quando ho visitato Highclere due anni fa ho scoperto della passione del Conte per l’egittologia e del suo epico contributo alla storia dell’archeologia: grazie alle ricchezze della sua famiglia, Lord Carnarvon finanziò gli scavi dello studioso e amico Howard Carter a Tebe e poi nella Valle dei Re, dove i due si misero alla ricerca delle tombe mancanti di due faraoni di cui all’epoca si conosceva ben poco (Amenothep IV e Tutankhamon). Gli scavi durarono cinque anni e prosciugarono a tal punto le finanze del conte che, nell’agosto del 1922, si decise di rinunciarvi e di fare un solo ultimo tentativo. Miracolosamente, nel novembre successivo Carter trovò una tomba sconosciuta, la cui apertura rivelò un ricchissimo corredo funebre, ancora posizionato esattamente come millenni prima. Nei mesi che seguirono, la continuazione degli scavi dentro la tomba portò alla scoperta del sarcofago di Tutankhamon: Lord Carnavon, però, non vi poté assistere, perché morì al Cairo di erisipela (in seguito all’infezione di una puntura di una zanzara) nell’aprile del 1923.

Un post sulla serie televisiva: «I Crawley e gli altri: il conflitto etnico e sociale a Downton Abbey»
Qualche immagine della Highclere prima della serie tv si può vedere qui 


3 gennaio 2017

Letture di Natale (nel segno del giallo)

Cari lettori di Ipsa Legit, apro quest’anno nuovo con il racconto dei libri che mi hanno fatto compagnia durante le feste natalizie. Dopo tanti mesi in cui mi sono dedicata solo alla letteratura ottocentesca, rileggendo romanzi e facendo varie ricerche tra saggi e articoli di critica letteraria, per le vacanze ho scelto il genere “leggero” che mi piace di più: il giallo. Questa particolare e amatissima forma di narrativa è sempre l’ambiente in cui vado a rifugiarmi quando voglio leggere in spensieratezza, senza adottare tecniche analitiche del testo e senza pensare a come trasformarlo nel soggetto di uno studio critico: non a caso, è durante i giorni più caldi dell’estate o nel periodo di Natale che scelgo questi libri – momenti di riposo e di “svuotamento”, in cui con la scrittura del mistero la mente si rilassa, pur rimanendo ben sveglia e divertendosi un sacco. 
Ho parlato del mio interesse per il giallo in questi vecchi post, nei quali, naturalmente, le caratteristiche identitarie si rivelano sempre essere la lingua inglese (ho tentato altri lidi, ma alla fine non riesco a non tornare lì…) e la penna femminile: ho dedicato due “puntate” alla storia della detective fiction dell’età dell’oro, che ha raggiunto la gloria e il successo anche e soprattutto grazie ad Agatha Christie, Margery Allingham, Dorothy L. Sayers e Ngaio Marsh, in
e in altri due post ho tentato di spiegarmi come mai siano state proprio le donne a eccellere in questo genere di scrittura:
Due dei libri di queste ultime feste appartengono proprio a Dame Ngaio Marsh (1895-1982), neozelandese, celebre autrice di una serie di trentadue gialli in cui il protagonista è lo sfuggente ispettore Roderick Alleyn. Di Marsh la casa editrice Elliot ha recentemente pubblicato in italiano il secondo e il dodicesimo libro della serie: Delitto a teatro (Enter a Murderer, 1935), che ho trovato davvero bello – proprio quello che mi serviva per scollegare i pensieri dalla quotidianità! – e Morte in agguato (Death and the Dancing Footman, 1941) che inizierò a leggere la prossima settimana. Altre opere di quest’autrice sono state tradotte negli anni nella collana dei Gialli Mondadori (trovate l’elenco qui). Quelli di Ngaio Marsh sono gialli classici, che rispettano le regole auree della letteratura del genere: strutturati in modo illuminato, senza lasciare alcun dettaglio al caso, stimolano l’intelligenza del lettore e contemporaneamente lo rassicurano, perché promettono, immancabilmente, la risoluzione finale del caso. Altra storia un po’ thriller (ma non troppo) che ho letto in questi giorni è La classe dei misteri di Joanne Harris – la più recente pubblicazione dell’autrice di Chocolat. Ho scelto questo libro perché è il seguito di La scuola dei desideri, che avevo trovato davvero ben scritto e contraddistinto da un colpo di scena finale da lasciare senza fiato: sebbene questo sequel sia sufficientemente suspenseful, devo dire che purtroppo non ha raggiunto la qualità del suo precedessore. 
Per chiudere, proprio tra la vigilia e il giorno di Natale mi sono immersa nella lettura di una piccola antologia di racconti gialli firmati dalla grandissima P.D. James (1920-2014, di cui ho scritto qui): Un delitto per Natale e altri racconti (Mondadori). Di queste quattro short stories (in due delle quali il protagonista è un giovanissimo Adam Dalgliesh) la prima è deliziosamente perfetta nella sua brevità: James gioca con la rievocazione (e la precisa citazione) dei tratti del mondo di Agatha Christie, ma infine sovverte le convenzioni e lascia l’inconfondibile traccia di una scrittrice contemporanea, che fa rabbrividire più di qualunque omicidio risolto da Hercule Poirot. Il racconto è ambientato durante le feste di Natale del 1940, in una residenza signorile: «d’un tratto la luna spuntò dietro una nube e illuminò in pieno la casa, avvolgendola con una luce bianca e svelando tutta la sua bellezza sospesa tra simmetria e mistero»; «Ricordo i grossi ceppi che bruciavano nel camino, i ritratti di famiglia, l’aria vissuta e confortevole, e intorno ai quadri e alle porte le ghirlande di vischio e di agrifoglio». Un’atmosfera impeccabile, perché offre giusto la sensazione di pace e di conforto che può essere incrinata solo… da un delitto perfetto.

26 dicembre 2016

Di libri, di Natale e di Ottocento

Cari lettori di Ipsa Legit, spero stiate trascorrendo belle giornate di festa e che, come avviene per tradizione in Islanda, possiate approfittarne per dedicarvi in tutta calma alle vostre letture! 
La coincidenza tra il periodo delle strenne e l'idea del libro mi fa sempre pensare a quanto, lungo l'intera storia dell'editoria "di massa" fino a oggi, persino la lettura abbia corso e corra il rischio di diventare oggetto di una fruizione rapidissima e distratta. I libri si pubblicano, si comprano, si ammassano e si leggono voracemente, come se si fosse impegnati in una competizione a chi accumula più titoli: ma è davvero questo lo scopo del leggere? Negli ultimi tempi io ho deciso di limitare la quantità e di privilegiare esclusivamente la qualità dei libri che mi fanno compagnia: mi lascio guidare dal mio gusto personale e da quello di un gruppetto ristretto di persone fidate; chiudo le newsletter pubblicitarie delle case editrici e i vari gruppi di lettura virtuali; mi affido ai cataloghi bibliotecari; seleziono un volume solo dopo aver considerato attentamente la trama, la storia dell'autore e le intenzioni dell'editore e dopo aver letto qualche pagina iniziale, e metto a tacere le mille voci e le mille luci che baluginano come specchietti per le allodole dalle vetrine delle librerie (reali o virtuali). Seguendo questo "metodo" sono riuscita a scoprire e a leggere, negli ultimi due anni, dei libri indimenticabili, dei veri grandi libri, di cui voglio riportare un breve bilancio: 
- Kate Atkinson, Un dio in rovina
- Rachel Field, Tempo immemorabile
- Mary Ann Shaeffer, La società letteraria di Guernsey
- Penelope Lively, Amori imprevisti di un rispettabile biografo
- Simon Mawer, La casa di vetro
- Edith Wharton, La casa della gioia
- Angela du Maurier, Treveryan
- Edmund de Waal, Un'eredità di avorio e ambra
- Ernest Hemingway, Festa mobile
Anche nell'ambito dei classici ottocenteschi (sapete della mia intensa passione per la letteratura vittoriana...) ho deciso di resistere alla furiosa moltiplicazione delle pubblicazioni e di tracciare confini piuttosto netti, con il solo scopo di poter concentrare il mio tempo e la mia attenzione su una manciata di opere di valore superiore, che hanno tanto da insegnare e da dare, e che meritano una lettura profonda, silenziosa, ragionata ed esplorata. Noto che l'Ottocento letterario inglese è spesso vittima di semplificazioni, di riduzione a un'antologia di icone bidimensionali, di punti di vista stereotipati che annullano la sua identità complessa, multiforme, quasi inafferrabile: quando si legge un'opera di letteratura, invece, è necessario svestirsi delle sovrastrutture imposte dalla massificazione del libro ed entrare a capofitto nel testo, sviscerando ogni singola frase, interrogandosi sulle parole e sulla struttura del racconto, alla ricerca degli strati dei significati che rendono l'oggetto che teniamo in mano una vera estrinsecazione dell'umanità, e una parte di noi stessi.
L'augurio che ci rivolgo per queste feste e per il prossimo anno è dunque proprio quello di scoprire l'immensità dell'alta narrativa e della poesia, immergendoci nel silenzio delle nostre poltrone e nella luce della nostra mente di lettori, e disposti a lasciarci cambiare - in meglio - dalle pagine che giriamo, l'una dopo l'altra, in una ricerca personale e culturale piena di fascino. 
La speranza, naturalmente, è che Ipsa Legit possa essere anche per voi un angolo quieto nel quale rifugiarvi per dedicarvi alle vostre ricerche e alle vostre avventure letterarie :) A presto! 

30 novembre 2016

Un dio in rovina

La scorsa settimana ho terminato di leggere un romanzo che entrerà immediatamente nella mia lista dei “da consigliare”. È Un dio in rovina di Kate Atkinson, un libro di quelli dai toni un po’ epici, che racconta la lunga storia di Teddy dalla prima giovinezza fino alla vecchiaia. I piani temporali della storia si intrecciano continuamente, ma la scrittura è così controllata che non ci si confonde mai. Teddy è un animo poeticissimo – il romanzo è cosparso di citazioni di versi, da Hopkins, Blake, Wordsworth, Shakespeare, ... – il cui unico desiderio è una vita semplice e agreste: «un uomo poteva misurare la propria vita in mietiture». Gli piace osservare i modi placidi della natura, gli insetti, le allodole, la forma delle foglie e dei fiori; ama le serate tranquille trascorse a leggere, in compagnia della moglie, davanti al caminetto; adora i cani della sua vita, suoi fedeli e commoventi amici. Lo spaccato storico presentato da questo libro sono gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, a cui Teddy partecipa in prima persona, come aviatore della RAF. Il racconto della sua esperienza bellica è continuamente accennato, ma mai pienamente esplorato, se non alla fine del libro – e la spiegazione e lì, evidente, straniante e bellissima.
Il romanzo è pervaso dall’amore per i libri, il solo tratto che Viola, la figlia di Teddy, abbia ereditato dal padre: «la sua adolescenza era stata un soggiorno del XIX secolo, nelle brughiere delle sorelle Brontë o infastidita dai rigori dei salotti di Jane Austen. Il suo amore romantico era Dickens, lamica intransigente era George Eliot. Al momento, Viola stava rileggendo una vecchia edizione di Cranford». Altro tema fondante della storia, che però non si impone di prepotenza all’attenzione del lettore, è il ruolo del tempo, dentro e fuori la vita degli uomini. Il tempo è un’essenza che in questo libro cambia continuamente identità, passando dall’essere il semplice orologio dell’esistenza alla natura stessa dei ricordi; da dimensione storica e filosofica («Nel 1947 il tempo era ancora una quarta dimensione sulla quale si era certi di costruire la vita quotidiana») a enigma della narrazione, della nascita, dell’essere e della morte: entità astratta eppure concreta, che ci obbliga, nonostante tutto, a una sospensione del giudizio.
È sul tempo che si gioca il colpo di scena finale di questo romanzo. In Un dio in rovina, insomma, si trova un talento del narrare che non ho trovato comune negli autori contemporanei; la scrittura è bellissima (e la traduzione di A. Storti per questa edizione Nord le rende di certo onore), Teddy è un personaggio che entra nel cuore, e alcuni istanti, che passano come subitanei flash colmi di senso e di sensi, sono indimenticabili. «La distesa di grano era punteggiata di papaveri, macchioline di sangue sulloro»; «C’era soltanto un bellissimo silenzio ultraterreno. Pensò al bosco, alle campanule, al gufo e alla volpe, a un trenino Hornby che rullava sul pavimento della sua cameretta, al profumo di una torta in forno. L’allodola in ascensione sul filo del suo canto».

28 novembre 2016

Cronache dal Faro

Cari lettori, lo scorso fine settimana ho avuto l’opportunità di navigare un po’ nel grande mare della letteratura, che per mia fortuna era contenuto “in una stanza”, e illuminato da uno splendido “faro”. Ho partecipato infatti al primo festival italiano dedicato a Virginia Woolf, Il faro in una stanza, appunto, che oltre ad aver richiamato una quantità di convenuti davvero inaspettata, ha scritto, credo, un pezzettino della storia della reception contemporanea di Virginia Woolf in Italia. Il festival, che ha avuto luogo a Monza dal 25 al 27 novembre, è stato organizzato da (in ordine alfabetico): Elisa Bolchi, giovane, competente e appassionata studiosa woolfiana; Raffaella Musicò, la libraia che tutti vorremmo e dovremmo incontrare, che lo scorso aprile ha aperto la libreria Virginia e Co. a Monza (la e del nome non è commerciale: quel Co. contiene infinite voci letterarie...); Liliana Rampello, alla quale dobbiamo le molteplici e bellissime chiavi che ci hanno aperto veri e propri giardini di interpretazione dell’opera di Virginia. Consiglio di leggere il suo Il canto del mondo reale e l'antologia di saggi da lei curata Voltando pagina.
La prima sera del festival abbiamo assistito alla rappresentazione dell’unica commedia di Virginia, Freshwater, che sono stata invitata a introdurre: il luogo dell’azione è la Freshwater sull’isola di Wight, centro di una comunità di artisti e letterati che sembra un po’ una anticipazione del Circolo di Bloomsbury. A Freshwater la padrona di casa era Julia Margaret Cameron, di cui ho scritto già altrove in questo blog, e che è, insieme a Ellen Terry, la protagonista del mio racconto Ellen e Julia (pubblicato nella raccolta, edita da Iguana, Soffia un vento contrario). Se vi interessa godervi questo esperimento teatrale, potete leggere Freshwater nella bella edizione Nottetempo a cura di Chiara Valerio, disponibile sia in formato cartaceo che in ebook.
La giornata di sabato è stata densissima: la sessione si è aperta con un intervento di Raffaella Musicò sul ruolo democratico delle biblioteche e delle librerie, ed è proseguita con una conversazione tra Raffaella e Sandra Petrignani, l’autrice, tra le altre cose, di La scrittrice abita qui (Neri Pozza): uno splendido viaggio nelle case di grandi scrittrici della storia della letteratura, tra le quali compare anche Monk’s House, la suggestiva dimora di Virginia poco fuori Londra. Nel pomeriggio, Elisa Bolchi ha intrattenuto con Sara Sullam (traduttrice e studiosa milanese di Woolf, Joyce, e tanto altro) una conversazione sui romanzi di Virginia Woolf: con grande entusiasmo e sapienza, Elisa e Sara ci hanno parlato di La signora Dalloway e Al faro, ma anche di La crociera (con i suoi ribaltamenti di certi contenuti austeniani), di Notte e giorno (che personalmente amo tantissimo) e dei saggi come Una stanza tutta per sé. Sara ha ricordato le importantissime metafore musicali della prosa woolfiana, che legano le pagine tra loro come in una rapsodia, e ha attirato la nostra attenzione sulle figure dei poeti (che compaiono con grande frequenza nei romanzi di Virginia), e sulle situazioni collettive, in cui i gruppi di personaggi sono tenuti insieme dal filo serpentino del sempre mutevole punto di vista della narrazione (come per esempio nell'episodio della cena in Al faro). 
La sessione si è conclusa con la presentazione di una nuovissima edizione dei racconti di Virginia, pubblicata dalla Racconti Edizioni e intitolata Oggetti solidi. L'opera è curata da Liliana Rampello, che ci ha parlato delle infinite possibilità di interesse, di pura bellezza e di riflessione che questo volume può offrire ai lettori. Io l'ho iniziato in treno, e lo consiglio spassionatamente. 
Domenica mattina Liliana Rampello ha conversato con Bianca Tarozzi, la traduttrice dei Diari di Virginia Woolf. Siamo così entrati in un mondo pieno di fascino, imparando che Virginia scriveva il suo diario la sera, tra il tè e la cena, e che lo trattava come un quaderno di esercizi, utile, diceva, per “sciogliere le giunture”; Bianca Tarozzi ha evocato i manoscritti, che sono conservati a New York (Berg Collection), e che appaiono ordinatissimi e privi di cancellature (quando invece i romanzi testimoniano tutta la “fatica” della scrittura). Il festival si è concluso con un ultimo intervento di Elisa Bolchi, che, rispondendo alle domande della sempre avvincente Raffaella Musicò, ci ha raccontato storie davvero magnetiche sul rapporto tra le opere di Virginia e gli editori italiani, sulle traduzioni “pericolose” e sempre a rischio di censura negli anni del fascismo, e sulle meraviglie degli archivi letterari del nostro Paese. 
Come ho detto a Raffaella (nel corso di una cena per me indimenticabile), per tutto ciò che ho imparato durante il festival mi sembra di aver concentrato in due giorni un percorso universitario triennale: la felice disponibilità del pubblico ad ascoltare e ad apprendere, e l'enorme generosità delle studiose che hanno condiviso le loro conoscenze sono state le caratteristiche principali di questo evento, che speriamo sia solo la prima tappa di un lunghissimo percorso di amicizia e di amore condiviso per la grande letteratura.

5 novembre 2016

Tra lettura e scrittura. Lavori in corso

Cari lettori, da quasi un mese non pubblico una delle "esperienze di lettura" per cui è nato questo blog... e la semplice ragione è che non sto leggendo niente di nuovo!
La cartella del mio e-reader che ho denominato Comodino (in cui si trovano i libri che hanno priorità rispetto alla cartella Scaffale...) sta per scoppiare, ma non posso mettervi mano fino a che non sarò arrivata alla conclusione di due progetti che per me hanno un'importanza enorme. 
Sul mio Comodino virtuale sono impilati, in questo momento: La strada bianca di Edmund De Waal, che ho cominciato e ho dovuto lasciare da parte - con grande dispiacere perché è una meraviglia; Il caso di Joseph Conrad, I biscotti di Baudelaire di Alice Toklas (la compagna di Gertrude Stein), che forse terrò lì "in caldo" per Natale; la monumentale biografia di Lord Tennyson in inglese; un romanzo di Edith Wharton, due di Penelope Lively e infine Concerto di una sera d'estate senza poeta di Klaus Modick.
Quali sono i due motivi per cui questi libri se ne rimangono lì chiusi?
Il primo è che alla fine di questo mese parteciperò a un bellissimo progetto letterario e di divulgazione, Il faro in una stanza, un festival interamente dedicato a Virginia Woolf che avrà luogo a Monza tra il 25 e il 27 novembre. Il mio compito sarà quello di presentare/introdurre Freshwater, la commedia (che sarà rappresentata la sera del 25) che Virginia Woolf scrisse per celebrare la vivida e allegra comunità artistica raccolta intorno alla zia-fotografa, Julia Margaret Cameron.
Del secondo progetto non posso rivelare i dettagli, perché è ancora una sorpresa: anticipo solo che si tratta della stesura di un saggio, che traccia un percorso di lettura e di analisi letteraria. È un progetto che ha richiesto coraggio e un pizzico di avventatezza, ma, dopo la grande preoccupazione iniziale, in questi giorni sto scrivendo con passione ed entusiasmo, recuperando anche la bellezza e il gusto dell'opera letteraria "pura", libera dalle tante, molteplici, infinite identità che i libri assumono quando diventano, giustamente, patrimonio di tutti.
Da quando ho cominciato a occuparmi di divulgazione letteraria ho avuto l'opportunità di osservare direttamente i fenomeni della reception, ovvero delle modalità con cui il pubblico riceve, fruisce e si appropria di un'opera di letteratura. È questo un insieme di dinamiche molto affascinanti, che rivela infiniti aspetti della psicologia, della storia umana, della sociologia, del rapporto del presente con il passato, delle potenzialità della comunicazione e di come il testo letterario si sappia trasformare e adattare al suo ricevente, a chi lo legge e lo interpreta. Posso "guardare" la ricezione letteraria da punti di vista privilegiati, come l'associazione dedicata a Jane Austen e la mia pagina su Elizabeth Gaskell, e mi incuriosisco sempre a studiare le forme dell'interesse dei lettori per i grandi classici. Di quando in quando, però, sento il bisogno di ritornare io stessa una semplice lettrice e di dedicare l'attenzione alla mia personale interpretazione del testo. Il saggio che sto scrivendo marcia in questa direzione, e spero che quando sarà pubblicato potrà essere un punto di vista utile e stimolante anche per altri appassionati di letteratura.

7 ottobre 2016

La casa nella brughiera

È di questi giorni l'annuncio del debutto sulla scena letteraria italiana di La casa nella brughiera (The Moorland Cottage), pubblicato da Edizioni Croce a cura di Raffaella Antinucci.
La casa nella brughiera è una delle novelle di Elizabeth Gaskell (insieme a Cousin Phillis, A Dark Night’s Work e My Lady Ludlow) ed uno dei suoi scritti più commoventi, dallo stile più bello e poetico. Pubblicato nel 1850 per l’editore Chapman (con il quale Gaskell ebbe un rapporto sempre difficile), è un racconto di campagna dall’andamento misurato, dominato dalla struggente bellezza della brughiera dell’Inghilterra centrale. La trama si svolge intorno alla storia d’amore tra la figlia di una vedova povera – una donna del tutto incapace di fare la madre – e il rampollo di un ricco gentiluomo del posto; il loro rapporto però è reso accidentato dalle intemperanze del fratello di lei, ambizioso e viziato sin dall’infanzia, il cui carattere presto scivola nella freddezza e nell’immoralità. 
In questo racconto lungo, Elizabeth Gaskell, pur agli esordi della sua carriera di scrittrice, dimostra un finissimo talento per la strutturazione dei dialoghi, che rivelano la sua profonda conoscenza della psicologia dei bambini e degli adolescenti. Maggie, la protagonista, è una ragazzina piena di sogni complessi e d’amore incompreso, una sorta di “bozza” di quello che sarà l’ultimo personaggio della penna di Gaskell, la Molly Gibson di Mogli e figlie (tutto il racconto è, in realtà, una prova del grande romanzo finale): assistiamo alla sua crescita in un ambiente domestico ostile, con una madre gelida, negligente e vanesia, alleviato dalla presenza di un’amica dell’alta società – una figura materna piena d’affetto per lei – che è il chiaro prototipo di Mrs. Hamley.
Quest’opera anticipa anche altri temi della narrativa matura di Elizabeth Gaskell, come per esempio le atmosfere fiabesche evocate dentro la testa dei bambini, l’esplorazione della stagionalità come archetipo dell’esistenza umana (come in Cousin Phillis) la rappresentazione dei pericoli dell’orgoglio e dell’ambizione sfrenata (come in A Dark Night’s Work) e la ricerca della solitudine da parte di una giovane donna sconcertata dal dolore (come in Gli innamorati di Sylvia).
Una scena, in particolare, mi è rimasta nel cuore, perché per me è proprio l’emblema della scrittura di Elizabeth Gaskell. Inizia infatti con uno dei suoi ineguagliabili ritratti autunnali: «L’aria sulle alture era così immobile che niente sembrava muoversi. Di quando in quando una foglia gialla fluttuava al suolo, staccatasi dall’albero non per un atto violento ma solo perché la sua vita aveva raggiunto il limite ed era finita. I boschi distanti e riparati splendevano d’arancio e cremisi, ma la loro gloria non era che il segno dell’anno che declinava verso la morte. Anche senza provare un dolore intimo, la sublime solennità della stagione lasciava traccia nella mente dell’uomo, la quietava, e la incoraggiava a placide riflessioni» e prosegue con l’incontro dei due protagonisti accanto al fuoco, in cerca di reciproco conforto. Proprio del significato del fuoco come accentratore delle emozioni umane tratta l’ultimo capitolo del mio saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana.