3 marzo 2019

Miscellanea d'inverno

Gennaio e febbraio, a scuola, sono sempre mesi intensi e anche se si riesce comunque a leggere (sull'autobus, nell'attesa di una riunione, dopo cena) è poco il tempo per ripensare alle parole che si sono assorbite dalle pagine e alle sensazioni che hanno suscitato. Prima di scrivere questo post ho dovuto stilare un elenco dei libri che si sono avvicendati nel mio e-reader nelle ultime settimane e lo riporto qui, a memoria di un periodo concitato durante il quale, purtroppo, non ho potuto soffermarmi con la giusta lentezza sulle mie esperienze di lettura. 
Ho letto, di Domenico Seminerio, Il manoscritto di Shakespeare, edito da Sellerio. Si tratta di un librino piacevole, infarcito di espressioni in siciliano, che narra di un anziano ossessionato dall'identità del Bardo, che sostiene di avere prove tangibili della sua provenienza sicula. La leggenda è nota - se ne è occupato anche un certo giornalismo - ma in questo libro è un pretesto simpatico per raccontare una storia mediamente avvincente e certamente ben caratterizzata. Subito dopo, per tornare a respirare l'aria buona della verità storica, mi sono immersa nella monumentale e bellissima biografia di William Shakespeare scritta da Peter Ackroyd (Shakespeare. Una biografia, Neri Pozza, trad. it. di C. Gabutti), che racconta di un drammaturgo concreto e passionale, umanissimo e pieno di talento; mi hanno affascinata in particolare i primi capitoli, che presentano il giovane William nel rapporto strettissimo e ricco di suggestioni con Stratford-upon-Avon, e le argomentazioni dell'autore in merito alla delicata relazione del poeta con suo padre. 
Oltre a cinque romanzi di Agatha Christie, che tengono piacevolmente compagnia quando si è troppo stanchi di pensare (e la scuola è una fucina di pensieri...), ho letto Il catalogo delle donne valorose di Serena Dandini: una raccolta di profili più o meno lunghi di donne che hanno attraversato la Storia lasciando la loro impronta per la posterità. 
Ho ri-cominciato in questi giorni il secondo capitolo della saga dei Delitti Mitford di Jessica Fellowes (del primo volume ho scritto qui), Morte di un giovane di belle speranze (Neri Pozza), ma prima mi sono dedicata a due letture dedicate proprio ai libri, un saggio e un diario. Il saggio è Vendere l'anima di Romano Montroni (Laterza), che scrive, anche piuttosto tecnicamente, del necessario e difficile mestiere di gestire una libreria; il diario è quello di Shaun Bythell, edito da Einaudi con il titolo Una vita da libraio - il racconto di un anno di vita della libreria The Bookshop di Wigtown, in Scozia, dove si avvicendano clienti bizzarri, letture strabilianti, inconvenienti tecnici, commessi fuori di testa e le gioie e le paure di un venditore di libri usati. 
I libri che ho appena nominato sono state benvenute parentesi di libertà tra le letture che sempre, obbligatoriamente, accompagnano la vita quotidiana di un'insegnante (per sorridere un po' sull'argomento mi sono letta anche Perle ai porci del fantomatico Gianmarco Perboni): in preparazione di una lezione particolare, però, mi sono goduta l'opportunità di riprendere qualche saggio di Virginia Woolf (ho usato l'edizione del Saggiatore Voltando pagina, a cura di Liliana Rampello): come sempre, una bellezza infinita. 

30 dicembre 2018

Libri di fine 2018

Cari lettori, questo è l’ultimo post del 2018, un anno durante il quale posso affermare di aver letto tanti libri davvero belli. Tra questi ci sono La melodia di Vienna di Ernst Lothar, una serie di letture woolfiane (tra tutte segnalo la biografia del nipote Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia), The Master di Colm Tóibín e The Clockmaker’s Daughter di Kate Morton. In questi giorni finali, complici le vacanze scolastiche, ho scoperto altre gradevolissime letture, che mi hanno accompagnata verso e durante il Natale, come One Day in December di Josie Silver (Penguin) e Un delitto inglese di Cyril Hare (Sellerio), che mi ha permesso di rispettare la mia personale tradizione del “leggere in giallo” durante le feste. 
Questo librino, che appartiene alla Golden Age della letteratura del mistero, fu pubblicato per la prima volta nel 1951 ed è ambientato proprio nell’immediato secondo dopoguerra. Oltre allo stile limpidissimo, degno di Agatha Christie, si distingue per l’intelligente associazione della vicenda narrata con l’evoluzione della società britannica del tempo, in un paesaggio splendidamente classico (la tipica dimora di campagna menzionata da T. S. Eliot quale caratteristica imprescindibile di una buona detective story) coperto dalla neve durante le feste di Natale. Per restare in tema giallo, ho appena iniziato Morte di un giovane di belle speranze di Jessica Fellowes (Neri Pozza, secondo capitolo della saga dei “Delitti Mitford”).
Finora, tuttavia, la lettura delle vacanze più interessante è stato un saggio, Questa nostra Italia di Corrado Augias (Einaudi). Il libro è un percorso nel tempo e nello spazio, che attraversa le maggiori città italiane per raccontarne le vicende più incisive e intrecciarle sia con la storia del Paese (in particolare il secondo Novecento) sia con la cronaca autobiografica. Contiene riflessioni sullo spirito nazionale, sulla nostra strana relazione con il passato e con le nostre tragedie, sulla scuola, sulla democrazia, sulla politica, sulla nostra lingua e letteratura, e naturalmente sulla nostra geografia, che sembra comprendere e contenere la nostra stessa identità, «nelle città e nei borghi, nelle campagne e nei castelli, nelle pieghe del tempo e nell’ombra di certi passaggi dimenticati. Se si scruta con attenzione, talvolta si riesce a vederla balenare. […] Ogni città italiana, comprese le minime, è uno spazio in cui si è trasfuso e condensato il tempo».
Spero che anche il prossimo anno riserverà a me, come a voi, tante indimenticabili sorprese letterarie, che possano farci compagnia tra una stagione e l’altra, regalandoci, come sempre, tanto da imparare e fortissimi moti del cuore. Auguri!

28 novembre 2018

The Clockmaker's Daughter, l'ultimo romanzo di Kate Morton

Negli ultimi giorni ho finalmente trovato la giusta tranquillità per godermi il più recente romanzo di Kate Morton, uscito a settembre. Di questa scrittrice ho letto tutti i libri, dal suo esordio The House at Riverton, passando per The Forgotten Garden, The Distant Hours (fino ad ora il mio preferito) e The Secret Keeper, fino a The Lake House. Ho aspettato per mesi che Kate Morton finisse di scrivere la sua ultima opera – ed è molto piacevole seguire le varie fasi della stesura e della pubblicazione sul suo diario Instagram – e ora che il libro è finito sono felice di poter dire che valeva davvero la pena attenderlo. 
The Clockmaker’s Daughter (in italiano il titolo è stato tradotto in La donna del ritratto) è un grande libro, di quelli che trascinano il lettore al centro del loro vortice, distraendolo da tutto ciò che resta fuori dalle pagine. Chiudendo l’ultimo capitolo mi sono chiesta come riesca questa autrice, un libro dopo l’altro, a migliorare così fortemente la propria scrittura e la propria abilità di gestione della struttura narrativa. Se infatti The Lake House era apparso un po’ più semplice e “accessibile” dei precedenti, con The Clockmaker’s Daughter Morton torna agli altissimi livelli di The Secret Keeper, e addirittura si spinge oltre, coraggiosamente, e lascia dietro di sé i limiti della sequenzialità temporale tradizionale per inoltrarsi in una narrazione sofisticata e travolgente. 
Questo libro, infatti, si costruisce e si genera dall’intreccio di piani temporali diversi, che continuano a intersecarsi e che rappresentano la rivoluzione scientifica in atto nel passaggio tra diciannovesimo e ventesimo secolo. La molteplicità dei piani storici consente all’autrice di portare sulla scena numerosi personaggi, di cui seguiamo con passione le lunghe storie individuali, consapevoli e fiduciosi che alla fine i pezzi del puzzle si riuniranno in una trionfale conclusione (e Morton non ci delude). La presentazione di tali personaggi è del tutto atipica: ci vengono introdotti lentamente, a tratti distinti, prima riempiendoci di dubbi e straniamento e poi esprimendosi in tutta la loro potenzialità quando già ci siamo affezionati a loro. 
Kate Morton a Francoforte
(Foto: IpsaLegit 2015)
Con la sua solita, splendida, ricercata, musicale ed evocativa lingua inglese, la scrittrice ci regala un sapiente ritratto completo di tutte le sfumature della cultura tardovittoriana, concentrandosi in particolare sull’affascinante ruolo della fotografia, che rappresenta con insistenza il valore dei ricordi – cifra principale della scrittura di Morton –; non è un caso infatti che la voce narrante continui a ripetere «I remember everything». 
La sensazione che ho avuto è che Morton pare recuperare, in questo libro, tutte le idee dei suoi romanzi precedenti (il ricordo, il valore psicologico degli oggetti, la forza ancestrale della fiaba, …), intrecciandole, migliorandole e riempiendole di ulteriore significato, in una sorta di implementazione e di riconoscimento di senso. Per un lettore, superfluo dirlo, questa è una sensazione bellissima. 
Non voglio raccontarvi cosa accade in questo libro, perché oltre alle caratteristiche stilistiche a cui ho accennato qui, la sua bellezza sta nella perfetta architettura della trama: il solo aspetto che voglio sottolineare, per me importantissimo in ogni espressione letteraria, è la forza della presenza della casa, di cui l’eroina eponima è la personificazione. È come se fosse la casa stessa a raccontare questa storia; e come questo possa accadere, lo scoprirete inoltrandovi in questo romanzo. Abbandonate i vostri punti di riferimento razionali e lasciate che queste pagine vi trasportino in un altro spazio, in altri tempi: sarà una bellissima esperienza di lettura.

6 novembre 2018

Mrs Osmond (Isabel) di John Banville

Qualche settimana fa è uscito in Italia Isabel di John Banville (Guanda) e una manciata di giorni dopo io ho concluso la lettura dell’originale in inglese, Mrs Osmond, nella preziosa edizione Viking (Penguin Books). Con questo libro, il celebre e acclamato scrittore irlandese ha tentato una “missione impossibile”: raccogliere il filo lasciato cadere da Henry James alla fine di Ritratto di signora e immaginare il seguito delle vicende della sua protagonista – Isabel Osmond, appunto. 
Mrs Osmond si apre con un’epigrafe bellissima, tratta dal romanzo jamesiano, «Deep in her soul – deeper than any appetite for renunciation – was the sense that life would be her business for a long time to come», una folgorazione che ci lascia già presumere quello che sarà il tema centrale del libro: Isabel e la sua relazione, al di là di tutto e di tutti, con la Vita. 
Misurarsi con la scrittura di Henry James è una sfida pericolosa e onestamente difficile da vincere: ci si aspetta sempre la “sua” pienezza, la “sua” perfezione, la “sua” capacità di superare i confini della psiche e di inoltrarsi, come una barca in mezzo all’oceano, nell’esplorazione del Sé. Non credo che Banville, o chiunque altro, potesse riuscirci: ma se non si conosce bene Ritratto di signora – sacro caposaldo della letteratura – e dunque non si è tentati dal tracciare un paragone, anche Mrs Osmond risulta davvero un bel libro. 
È la storia di un viaggio molteplice, che Isabel intraprende dapprima da Roma (dove sorge la sua residenza coniugale, Palazzo Roccanera) in Inghilterra per il funerale del cugino, Ralph Touchett, poi di ritorno sul continente, a Parigi, a Firenze (a Bellosguardo, con il suo panorama di «picturesque quilt of olive groves and vineyards, […] a heady fragrance of roses and cypress trees») e di nuovo a Roma. Non è un caso che il romanzo inizi su un treno, con la suggestiva frase: «She felt, did Mrs Osmond, the awful surge and rhtythm of the train’s wheels, beating on and on within her», come se la protagonista e il viaggio fossero una cosa sola. 
Questa è anche la storia di un viaggio interiore e della battaglia che Isabel compie contro sé stessa e i suoi pregiudizi, contro le scelte, le illusioni e i valori del passato: una lotta attraverso la quale lei si libera, finalmente, e che Banville sembra mettere in scena quasi per un atto d’amore verso di lei; per risolvere la tragedia dell’incompiuto rappresentata dal lucidissimo James e dare a questa giovane donna un nuovo orizzonte, una nuova strada da percorrere, nella consapevolezza del proprio valore personale e della necessità di svincolarsi da un marito che l’ha sempre ingannata: «the realisation of his narrowness of vision, of thought, above all of emotion, was the thing that most sorely disappointed and pained her». Alla fine, Banville permette a Isabel di riconquistare la propria vita, perché – ed è questo uno dei più bei passi del libro – «each life is given once, […] and the individual actor on whom the vivifying gift is bestowed must play his hour upon the stage with the unflagging conviction and in the full realization that there will be only one opening night».

3 novembre 2018

Centinaia di inverni. La nuova biografia targata Jo March

Un anno fa, nel corso di un lungo viaggio in treno, ho letto un manoscritto. Cullata dal clangore regolare delle ruote sui binari e da una luce grigio-perla che occupava l'intera cornice del finestrino in corsa, ho scoperto una storia intensa e ricca, ben preparata ad affrontare con ardore e grande dignità il bicentenario della nascita di Emily Brontë, che si sarebbe celebrato qualche mese più tardi, nel 2018. 
Quel manoscritto oggi è realtà: è diventato un libro. Ed è il secondo volume di una collana per me preziosa, la "Christopher Columbus" della casa editrice Jo March, inaugurata da quello che fra i libri che ho scritto mi emoziona ancora come nel primo giorno di pubblicazione, Sui passi di Elizabeth Gaskell. La collana "Christopher Columbus", che oggi sono onorata e felicissima di dirigere, offre ai lettori italiani una direzione particolare per inoltrarsi nelle biografie dei grandi scrittori del passato: una direzione che è anche e non solo un "viaggio sentimentale", ma principalmente è il frutto di attente ricerche e di infinite, incontenibili letture.
Ebbene, il secondo volume di questa collana è Centinaia di inverni. La vita e le morti di Emily Brontë, opera prima di Sara Mazzini, un esempio di biografia romanzata di altissima qualità. Le pagine ci invitano a entrare nella vita dell'autrice di Cime tempestose senza risparmiarci gli angoli bui della sua sorte e la tentazione di passioni troppo umane: di Emily impariamo a conoscere i terrori e le gioie, la coscienza quasi fisica di se stessa, delle sorelle e del fratello, e la relazione osmotica con il luogo che le appartiene, e a cui lei appartiene - la brughiera dello Yorkshire, strenuamente inondata dal silenzio stringente della neve.
La scrittura di questa biografia è ben controllata e la lingua mai banale, benché limpida; il fraseggio è diretto ed espressivo in misura a tratti travolgente, ed è efficace l’evocazione dei suoni e dello sfondo visivo dell’ambiente-personaggio che è la brughiera intorno al Rettorato di Haworth. Si tratta di una storia che si legge con facilità, sempre in attesa del paragrafo seguente, sebbene le vicende narrate siano note, appartenendo alla storia e alla storia della letteratura. L’andamento, in alcuni capitoli, è addirittura commovente e di grande forza emotiva si rivela  il finale, con la presa di coscienza definitiva del Sé del personaggio. L'abbagliante nuova identità di Emily, che è protagonista e voce narrante, ora tragicamente consapevole della propria fine, genera nel lettore il senso enigmatico e conturbante del germe della morte nella vita, e d’altra parte della vita che resiste alla morte.
Come per Catherine, come per Heathcliff.

28 ottobre 2018

The Master

Quassù fra i monti abbiamo goduto di un ottobre splendente, con i profili delle vette nitidissimi contro il cielo di cobalto e gli alberi di giorno in giorno più saturi d’oro, come un quadro di Klimt. Da ieri, con il mese agli sgoccioli e persino la fine dell’ora legale, siamo immersi nella pioggia, che durerà a lungo, intensa e persistente: domani le scuole resteranno chiuse. Ne ho approfittato per finire un libro che entra senza indugio nella mia lista dei preferiti, perché l’ho amato tantissimo; è riuscito (e non è talento di tutti i libri) a distaccarmi completamente dalla quotidianità e a trascinarmi nella realtà parallela – talvolta la più autentica – della pura letteratura. 
Questo libro è The Master, pubblicato nel 2004 dallo scrittore irlandese Colm Tóibín e tradotto in italiano da M. Bartocci per Bompiani. Il “maestro” è, parafrasando il titolo di uno dei suoi stessi racconti (The Lesson of the Master), Henry James, che per una volta è la creatura, il personaggio, il destinatario e non l’inspiratore dell’alito di vita della scrittura. Tóibín ci racconta un James straordinario, umanissimo, che svela (ma solo a sé stesso) la fatica della socialità e il gusto della solitudine: un uomo con la gola chiusa dai ricordi e dai desideri mai compiuti, dagli amori impossibili e dal rapporto osmotico con la narrazione e con le parole. In undici capitoli accompagniamo James dal gennaio 1895, l’anno del suo fallimento teatrale, all’ottobre 1899, fra le pareti confortanti della casa tanto adorata di Rye, nel Sussex («Amava i rituali del mattino, i libri familiari, le ore trascorse in solitudine e messe bene a frutto, il pomeriggio che scivolava via in bellezza»). 
La linea del tempo, tuttavia, s’intreccia e si srotola, con lunghe incursioni nella giovinezza di Henry e nella storia della sua famiglia, per poi tornare al presente della narrazione, sottolineando così la sua nostalgia e il senso pregnante che la sua scrittura è stata il risultato inesorabile delle sue esperienze e dei suoi incontri. Procedendo lungo le pagine, incontriamo una alla volta le figure che hanno lasciato le impronte più profonde sulla strada del romanziere: i fratelli e la sorella Alice, la cugina Minnie Temple (il modello per Milly in Le ali della colomba), gli artisti della colonia di espatriati americani a Roma (con lo scultore Henrik Andersen che pare la personificazione in vita di Roderick Hudson), i protagonisti dell’aneddoto che ispirò Il Carteggio Aspern, e le tante donne che, sfumatura dopo sfumatura, si sono addensate in Isabel Archer. Tra tutti loro, due nomi, due immagini, due vite più piene delle altre: Lily Norton e Constance Fenimore Woolson. 
Lamb House, l'ultima casa di Henry James.
Foto: IpsaLegit2007
Lily è una figura fugace, ma vivida e ricchissima, che mi ha emozionata perché fu la figlia di Charles Eliot Norton, grande amico di James e soprattutto di Elizabeth Gaskell, della quale la giovane portava il nome. Constance, invece, è il ricettacolo del non-detto e dell’incompiuto: affermata scrittrice a sua volta, strinse con James un’amicizia fuori dal comune, che all’epoca del loro soggiorno condiviso a Bellosguardo, nei pressi di Firenze, destò i commenti a mezza voce dei loro conoscenti. Donna indipendente, appassionata, Constance mise fine alla propria vita a Venezia – la tanto celebrata Venezia di James – gettandosi dal balcone della sua casa vicino al ponte dell’Accademia. Per qualcuno il suicidio fu la conseguenza dell’abbandono dell’amico, che non volle raggiungere Constance nel buio inverno della città sull’acqua. 
Per gli innamorati di Henry James come me, The Master è un libro importante, che in un certo senso annulla la distanza “reverenziale” che possiamo sentire nei confronti di questo scrittore perfetto: ce lo consegna in tutta la sua comune fragilità, come un amico di cui prenderci cura e da osservare in silenzio dalla stanza accanto, mentre lui se ne sta vicino alla finestra, «come per trovare nel giardino la parola o la frase che stava cercando, fra i cespugli e i rampicanti o la rigogliosa vegetazione di fine estate».

4 ottobre 2018

The Victorian and the Romantic

Parecchio tempo fa, girovagando su Twitter, sono venuta a conoscenza di un libro in preparazione: un romanzo della giovane ricercatrice Nell Stevens dal titolo Mrs Gaskell and Me. L’ho aspettato per mesi, e finalmente un paio di settimane fa il libro è arrivato nella cassetta della posta: ho scelto, semplicemente per la bellezza della copertina e per la rilegatura, l’edizione americana, che porta il titolo The Victorian and the Romantic, e ho iniziato immediatamente la lettura, lasciando persino da parte un altro paio di libri che tenevo sul comodino. 
The Victorian and the Romantic è una storia che viaggia su due binari, destinati tuttavia a incrociarsi: il resoconto di un periodo piuttosto rilevante della vita dell’autrice e il racconto della vacanza romana di Elizabeth Gaskell, e della tempesta di sentimenti che quel viaggio (molto presumibilmente) suscitò dentro di lei. A Roma Gaskell incontrò Charles Eliot Norton, il giovane critico d’arte e traduttore americano con il quale scambiò in seguito lettere piene di affetto, di profonde riflessioni e di luminosi ricordi, e leggendo quegli stralci di epistolario non è poi così improbabile pensare che la scrittrice nutrisse per lui qualcosa di più intenso di una semplice amicizia. 
I capitoli “autobiografici”, che narrano la vicenda personale e la storia d’amore di Nell, sono freschi, lievi e piuttosto divertenti: il ritratto dell’esperienza del dottorato di ricerca è perfettamente corrispondente al vero!, come quando leggiamo di come si svolgono le riunioni tra dottorandi (durante le quali spuntano immancabilmente le considerazioni di quei colleghi che pensano che il proprio percorso di ricerca sia l’unico valido, le cui premesse dovrebbero essere applicate agli studi di tutti gli altri) o quando Nell sostiene (e questa sensazione l’abbiamo provata tutti): “I feel as though I know even less than when I started” (p. 46). 
Di tutt’altro tono e intensità i capitoli dedicati a Elizabeth Gaskell, con la quale Nell si rammarica (esattamente come me) di non poter avere uno scambio epistolare: «I felt – still feel – a pang, something like lovesickness, when I think that Mrs Gaskell and I can’t write to each other. We would write such good letters, I think. We would have so much to say» (p. 48). In queste pagine il linguaggio si fa più dolce, a tratti quasi antico, come ad evocare la scrittura gaskelliana: di grande effetto l’episodio della processione di Carnevale, che Gaskell riporta in Delitto di una notte buia e di cui abbiamo una testimonianza anche in una lettera della figlia Meta (cfr. il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell).
Il ritratto che Nell ci offre della sua “amica” Elizabeth è traboccante d’affetto; e io, che per alcune opere ho “prestato” ad Elizabeth la voce italiana e che sento con lei un legame fortissimo che trascende i confini del tempo, sono stata felice di percepire i miei stessi pensieri stampati sulla carta: «I had never encountered a writer who could fill a page so entirely with herself. Mrs Gaskell is […] brimming with love for the people around her. […] It oozes from those letters, that love: it reached me as soon as I began reading them» (p. 48). Sì, è proprio questa la sensazione che le lettere di Elizabeth Gaskell hanno suscitato in me: la percezione di una vitalità travolgente e di uno sconfinato amore per gli amici. Tra i tanti celebri incontri di Elizabeth Gaskell, gli espatriati anglo-americani di Roma godono di un’attenzione particolare in questo libro e uno dei capitoli finali è dedicato proprio a loro. La conclusione del romanzo è pregna di commozione: uno scrigno di delicatezza, di coscienza del tempo che passa, e infine della consolazione dell’immortalità dell’arte e dell’amicizia.