28 giugno 2018

Omicidio a Road Hill House

Negli ultimi tre giorni mi sono dedicata alla lettura di Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi), che aspettavo di leggere da tantissimo tempo, e l’attesa non è stata affatto delusa. L’opera, come suggerisce il titolo (in originale, The Suspicions of Mr Whicher or The Murder at Road Hill House), è il resoconto di un omicidio avvenuto in una dimora di campagna, ma ciò che lo distingue dalla classica narrazione “gialla” di marca inglese è che l’omicidio in questione è avvenuto per davvero.
L’opera di Summerscale (laureata a Oxford con lode e vincitrice di numerosi premi letterari), infatti, non è un romanzo, ma una sorta di libro-inchiesta che ripercorre le annose vicissitudini relative alle indagini sulla morte di un bambino, figlio di una famiglia borghese dell’Inghilterra dell’ovest. Ciò che si rivela particolarmente interessante è che nella sua trattazione degli eventi, il saggio non si limita a descrivere i fatti accaduti, ma offre uno studio ragionato sulla cultura e sulla società dell’epoca in cui essi si sono svolti. 
L’omicidio del piccolo Saville Kent si verificò in una fredda notte d’estate del 1860 e tutto ciò che avvenne a seguito di tale delitto viene studiato nel libro come una manifestazione della stessa natura sociologica dell’età vittoriana. L’autrice esplora la nascita del corpo dei detective della polizia, rappresentato da figure che hanno fatto la storia dell’investigazione, come Charles Field (ammiratissimo da Dickens) e lo stesso Whicher, e ne esamina sia le procedure, sia la reputazione presso l’opinione pubblica (non a caso il sottotitolo scelto da Einaudi per questo saggio è Invenzione e rovina di un detective). A noi lettori viene poi illustrato, in chiave ottocentesca, un fenomeno attualissimo, che sempre ci lascia sconcertati a seguito del compiersi di una tragedia delittuosa: il fenomeno, cioè, del fanatismo, dell’ossessione del pubblico per la vicenda, che spesso sfocia nella morbosa bramosia di rimestare nei dettagli della vita privata altrui e addirittura nel “turismo da delitto”, che induce decine di persone a voler visitare il teatro del fatto. Sono espressioni di febbrile e collettiva avidità di dettagli le cui cause e conseguenze ci spaventano ancora oggi guardando il telegiornale, ma da cui non era esente nemmeno la società vittoriana, che iniziava allora a essere abituata all’eccesso di informazioni in virtù della moltiplicazione delle pubblicazioni giornalistiche. 
È di grande interesse, inoltre, la trattazione dell’ideale domestico dell’epoca, ossia la casa concepita come «santuario inviolabile», luogo impenetrabile della privacy, rifugio dalla velocità del progresso e dalla sempre più concreta minaccia di mescolanza delle classi, e che nonostante tutto non aveva mezzi per difendersi dal rischio della violenza interna, di dinamiche familiari corrotte, di psicologie labili (anche nelle figure più tradizionalmente innocue, come le giovani donne e i bambini) e in definitiva della follia dei suoi abitanti. 
Non mancano infine i riferimenti alla letteratura coeva, che proprio in quegli anni – e di nuovo grazie al boom dell’editoria (libri e riviste letterarie) – si lanciava nel sensazionalismo, per soddisfare la fame di “giallo” dei lettori: Summerscale evoca lo stesso Dickens (con il suo enigmatico, perché incompiuto, Il mistero di Edwin Drood), Henry James (Il giro di vite), Wilkie Collins (La pietra di luna), Mary Elizabeth Braddon (Il segreto di Lady Audley) e vi ricerca, con successo, somiglianze inquietanti con l’omicidio che è al centro della sua ricerca, dimostrando così come l’intera cultura del tempo ne sia stata profondamente influenzata. 

Per un excursus sulla “letteratura del delitto” di ambientazione britannica, vi invito a leggere due post che sono il resoconto di una serata in libreria di qualche tempo fa, intitolata “Omicidi all’inglese”, durante la quale ho proposto una presentazione dell’argomento: 



22 giugno 2018

Letture di una "prof", prima delle vacanze

Cari lettori, in queste ultime settimane sono state tante le idee libresche che mi sono passate per la testa, ma la concentrazione e la tranquillità giuste per scriverle mi sono mancate, purtroppo. Maggio, per chi lavora a scuola, è un mese lungo e fitto di incombenze, e benché ormai le lezioni siano finite da due settimane, le ultime riunioni, gli scrutini e gli Esami di Stato ora in corso non mi hanno lasciato troppo tempo per occuparmi del mio sempre amato blog. Ma quali sono stati, in questi due mesi, i miei pensieri legati ai libri (lasciando perdere i libri di testo in adozione per il prossimo anno…)? Innanzitutto ho stilato delle liste di letture da assegnare alle mie classi per l’estate: a parte per un gruppetto ristretto di studenti, che hanno necessità di ripassare la grammatica inglese, ho voluto che i “compiti delle vacanze” fossero romanzi, saggi o racconti, possibilmente da amare e ricordare. Spero di aver proposto delle opzioni che piacciano e che avvicinino i ragazzi al «paradiso senza fine» (come direbbe Virginia Woolf) dei libri. 
Personalmente in questo periodo ho letto librini “piuma”, superleggeri, che mi facessero compagnia per una mezz’oretta prima di addormentarmi – qualche giallo di poca sostanza e persino una manciata di quei romanzetti che vendono migliaia di copie, generalmente ambientati in una botteguccia di Parigi o cose così. Niente di cui valga la pena scrivere qui, evidentemente! Tra le letture più serie, invece, rientrano The Aspern Papers e la collezione di lettere di Henry James, Letters from the Palazzo Barbaro (edizioni Pushkin, a cura di Rosella Mamoli Zorzi, con una prefazione del biografo dello scrittore, Leon Edel), scritte nel corso dei soggiorni veneziani. In una di queste lettere si fa riferimento all’aneddoto che ispirò a James proprio la composizione del Carteggio Aspern. Continua poi la mia lettura di Virginia Woolf, mia zia di Quentin Bell (La Tartaruga edizioni). Infine, la più recente lettura in corso, iniziata ieri sera, è Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi), che a giudicare dalle prime pagine promette davvero bene! Ah, dimenticavo: ho lavorato alle ultime bozze di una nuova traduzione di Elizabeth Gaskell, che dovrebbe uscire tra poco. Spero di potervi scrivere presto tutti gli aggiornamenti del caso… 
E poi, come spesso accade quando ho voglia di bella scrittura, ma non troppo difficile, sono ritornata a Kate Morton – che, come sa chi frequenta Ipsa Legit, è una delle mie scrittrici preferite: in attesa del suo prossimo romanzo, intitolato The Clockmaker’s Daughter, che uscirà a settembre, ho scelto di rientrare nelle suggestive atmosfere di The Distant Hours e nelle stanze “parlanti” di Milderhust Castle. 
Come recita lo stesso incipit del libro, «It all started with a letter», questa storia comincia a partire da una lettera consegnata con anni di ritardo, che innesca una ricerca a ritroso nel tempo da parte dell’io narrante, alla scoperta dei segreti che hanno coinvolto sua madre e un terzetto di sorelle colpite dalla tragedia della seconda guerra mondiale. Il grande talento descrittivo di Kate Morton, bravissima nell’esplorare i meccanismi della memoria e nel rappresentare ed evocare i luoghi (sarà forse questa la ragione per cui mi piace così tanto?), si esprime in passi come questi: «I can still see the glittering morning sky on my lids: the early summer sun simmering round beneath a clear blue film. It stands out in my memory, I suppose, because by the time I next saw Milderhust, the seasons had swung and the gardens, the woods, the fields, were cloaked in the metallic tones of autumn». «Have you ever wondered what the stretch of time smells like? […] Mould and ammonia, a pinch of lavender and a fair whack of dust, the mass disintegration of very old sheets of paper. And there’s something else, too, something underlying it all, […]. It’s the past. Thoughts and dreams, hopes and hurts, all brewed together, fermenting slowly in the fusty air, unable ever to dissipate completely». «The room settled around their absence; the stones began to whisper. The loose shutter fell off its hinge, but nobody saw its slip». Che modo magnifico di descrivere la vita reale dei luoghi, di come essi riescano a sopravvivere anche oltre coloro che li hanno abitati, e di come sappiano restituire al visitatore di un tempo seguente tutta la potenza delle passioni di chi lo ha preceduto… 
Per concludere questo post, suggerisco un altro paio di miei vecchi scritti su Kate Morton, uno riguardo al mio incontro con lei a Francoforte (https://ipsalegit.blogspot.com/2015/10/meeting-kate-morton-at-frankfurt.html) e l’altro su The Secret Keeper, il suo quarto libro (https://ipsalegit.blogspot.com/2012/11/una-splendida-lettura.html
Insomma, vi auguro una buona estate, lettori!

25 aprile 2018

Elizabeth Gaskell a Roma

Se nell’ultimo post, dedicato a Daisy Miller, ho parlato di Roma attraverso gli occhi di Henry James, in questa giornata di festa voglio tornare nella città eterna per raccontare le esperienze personali e letterarie di un’altra viaggiatrice illustre, Elizabeth Gaskell. L’autrice di Mogli e figlie e Nord e Sud desiderò per tutta la vita vedere l’Italia e lavorò alacremente per potersi permettere il tanto ambito viaggio: finalmente, il 23 febbraio 1857, dopo un tragitto lungo e accidentato, giunse in città insieme alle figlie maggiori, Marianne e Meta, e con loro fu ospite di William Wetmore Story e la moglie per una lunghissima e corroborante vacanza. 
The Angel of Grief è la statua in marmo scolpita da
William Wetmore Story per la tomba della moglie
Emelyn, al Cimitero Acattolico di Roma (anche
William fu poi sepolto sotto le sue ali)
William Wetmore Story era un appassionato d’arte e dopo essersi innamorato di Roma in occasione dei suoi primi soggiorni, aveva deciso di trasferirvisi stabilmente, diventando «il protagonista di spicco di un circolo cosmopolita i cui rituali – tutt’altro che immobili ma anzi in continua trasformazione – egli stesso avrebbe contribuito a codificare perfettamente anche grazie ai felici rapporti con l’ambiente culturale e aristocratico romano» (B. Bini, L’esilio dorato di William Wetmore Story). Nel corso degli anni, William ed Emelyn furono il punto di riferimento a Roma per una miriade di espatriati e viaggiatori anglo-americani: tra loro Thackeray, Robert Browning, il generale Grant e i primi ministri inglesi, Charles Sumner, Leigh Hunt, Henry James (che ne avrebbe scritto la biografia) e la nostra Mrs. Gaskell, che soggiornò nella casa dei coniugi in via Sant’Isidoro.
Di questo luogo Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (482): «Via Sant’Isidoro, con la luce ambrata del sole che scendeva dai tetti romani grigio-dorati, i colli Sabini da una parte e il Vaticano dall’altra…». In Delitto di una notte buia leggiamo il solo episodio italiano di tutta la narrativa gaskelliana: un episodio autobiografico (riportato anche in una lettera della figlia Meta risalente al 1910), che ricorda proprio il martedì grasso di quel 1857, quando Elizabeth poté godere dello spettacolo della processione carnevalesca affacciata al balcone degli Story.
Scrive Gaskell: «Così venne marzo; la Quaresima cadeva tardi quell’anno. Grosssi mazzi di violette e di camelie venivano venduti all’angolo di via Condotti e i festaioli non avevano alcuna difficoltà a procurarsi fiori ancor più rari per le belle del Corso. […] Mrs. Forbes aveva preso in affitto un balcone privato, come si addiceva a una rispettabile e danarosa gentildonna inglese. Le ragazze avevano un grosso cesto pieno di mazzolini di fiori da gettare agli amici nella folla di sotto; numerosi moccoletti erano impilati sul tavolo alle loro spalle, perché era l’ultimo giorno di Carnevale e, non appena fosse sceso il crepuscolo, si sarebbero accese le candele, che tutti avrebbero tentato in ogni modo e altrettanto velocemente di spegnere» (Croce 2017, trad. it. di M. Barbuni, p. 213). 
Nel corso della sua vacanza romana, Elizabeth poté incontrare nuovamente e stringere una forte amicizia con Charles Eliot Norton, un giovane critico d’arte americano che soggiornava a Piazza di Spagna e che accompagnò lei e le sue figlie a visitare tutte le meraviglie della città: il Colosseo, Villa Borghese, San Pietro… Elizabeth avrebbe scritto in una lettera (375) di qualche anno dopo: «Fu in quegli incantati giorni romani che la mia vita giunse al suo culmine». 
Il viaggio di Elizabeth a Roma e in Italia è oggetto del capitolo “Incanto italiano” del mio libro Sui passi di Elizabeth Gaskell (Jo March 2016) e a quanto pare sarà anche il tema, romanzato, di un’opera di narrativa che uscirà la prossima estate, a firma della scrittrice e studiosa inglese Nell Stevens: il libro si intitolerà Mrs. Gaskell and Me (negli Stati Uniti, invece, The Victorian and the Romantic) e presumibilmente si occuperà anche del forte e affettuoso legame tra Elizabeth e Charles Eliot Norton – che fu, tra le altre cose, traduttore della Divina Commedia. Un insieme di intrecci davvero suggestivo, che non possiamo fare a meno di attendere con trepidazione!

22 aprile 2018

Daisy Miller

Dopo un inverno lungo e freddo, in questi ultimi giorni anche qui fra i monti ci immergiamo nella primavera, e io ne sto approfittando per leggere en plein air, e soprattutto per ritornare a uno scrittore che è e resterà forse per sempre il mio più amato – lo scrittore che mi ha svelato la bellezza sconfinata del leggere in inglese, e che ha influenzato, in un modo o nell’altro, un’ampia porzione della mia vita (e di questo blog). 
Lo scrittore è Henry James. Il mio primo incontro con la sua penna risale ai primi anni dell’università, quando scoprii, come una specie di illuminazione, Ritratto di signora. Da allora in avanti non feci che cercarlo e inseguirlo, entrando nelle librerie anche solo per scorrere il suo scaffale, anche solo per desiderare di potermi portare a casa la sua opera completa. Alla fine degli studi magistrali, nel momento della scelta della tesi, era a lui che avrei voluto dedicare la mia ricerca: a lui e in particolare al rapporto tra le sue opere e i luoghi di ambientazione. Non potei perseguire questo progetto a causa di particolari dinamiche di dipartimento (un rimpianto che non mi lascerà mai), e il mio percorso di studi si spostò dunque su Elizabeth Gaskell prima e sulle scrittrici del Romanticismo inglese più avanti. Tante cose sono cambiate da quel tempo, le vicende della vita mi hanno portata lontano dall’accademia e in giro per l’Europa, ma il ricordo di Henry James è stato sempre presente, e dovunque mi sia spostata ho sempre ricercato quella sua bellezza, quei suoi luoghi, appunto, che fanno di lui per me una sorta di oracolo della letteratura e del viaggio. 
Il castello di Chillon (Foto: IpsaLegit2016),
sul lago di Ginevra, che Daisy visita insieme a
Winterbourne. A questo luogo "byroniano"
ho dedicato il post Letteratura sul lago
In questi giorni di sole e aria profumata, dicevo, sono ritornata a James. Ho ripreso in mano Il carteggio Aspern, con i suoi struggenti ritratti veneziani, e ieri pomeriggio ho finito di rileggere Daisy Miller nella mia edizione dei romanzi brevi dei “Meridiani” (Volume I; la trad. it. è di F. Mei). Daisy Miller è un racconto lungo del 1878. I protagonisti sono i classici personaggi jamesiani, due americani espatriati in Europa: Winterbourne e la deliziosa Daisy, di cui l’innocenza e l’inconsapevolezza dei costumi del Vecchio Mondo distruggeranno la reputazione, e non solo. La storia prende le mosse dalla Svizzera, a Vevey, e prosegue a Roma, e sono proprio l’austerità e la “vecchiaia” di questi luoghi a rendersi colpevoli della caduta di Daisy, che è una giovane donna troppo all’avanguardia per l’età in cui vive, che sceglie la propria strada a dispetto delle convenzioni e affidandosi unicamente al desiderio di libertà. Le giovani donne jamesiane soffrono quasi tutte di questa “malattia” intellettuale, così meravigliosa eppure così tragica: ed è molto spesso proprio in nome della loro libertà che vanno incontro alla tragedia. 
I Fori Romani, dove si consuma
la caduta di Daisy. (Foto: IpsaLegit2018)
Uno scritto didattico e di denuncia insieme, Daisy Miller è un testo, come di consueto per l’autore, stilisticamente perfetto, che nelle rappresentazioni dei luoghi – cruciali per le vicissitudini dei protagonisti – trova istanti di una bellezza purissima: «Pochi giorni dopo […] [Winterbourne] incontrò Daisy in quella bella dimora di fiorente desolazione chiamata il palazzo dei Cesari. La precoce primavera romana riempiva l’aria di profumi e di germogli, e la ruvida superficie del Palatino era ricoperta di verde tenero. Daisy passeggiava in cima ad uno di quei grandi mucchi di rovine, arginati da marmi muschiosi e lastricati di iscrizioni monumentali. Gli parve che Roma non fosse mai stata così bella».

7 marzo 2018

Letture sotto la neve

È difficile leggere speditamente tra le tante (pre)occupazioni legate al lavoro a scuola, ma nelle ultime settimane sono riuscita almeno a collezionare un buon numero di libri che promettono di essere straordinari, e nei quali non vedo l'ora di sprofondare, appena ne avrò la libertà. Dalla biblioteca ho scelto Intrigo italiano (Einaudi) di Carlo Lucarelli - stile inconfondibile: sembra di sentire l'autore raccontare la storia a voce alta -, un giallo che si svolge nella Bologna degli anni cinquanta con protagonista il commissario De Luca, già primo attore di una serie di crime stories ambientate nell'Italia fascista (da non perdere, in particolare, Indagine non autorizzata, edito da Mondadori). Prima di questo libro, mi hanno fatto compagnia le vicende dolci e strazianti del romanzo d'esordio di Joël Dicker (noto per essere l'autore del grandissimo successo editoriale La verità sul caso Harry Quebert), intitolato Gli ultimi giorni dei nostri padri (Bompiani). È questa una storia di guerra, che narra le sorti di un gruppo di giovani partigiani francesi arruolati in Inghilterra per essere preparati a organizzare e portare avanti la Resistenza in patria. Una bella lettura, piuttosto scorrevole, che ha il merito di riscoprire un aspetto del conflitto non molto noto: il fatto cioè che Churchill diede vita a una squadra di servizi segreti (SOE, Special Operations Executive) incaricata di azioni di sabotaggio e intelligence oltre le linee nemiche in territorio francese.
Per passare dall'ebook al cartaceo, le mie più recenti scelte sono state due. Ho comprato in libreria Hotel Sacher. L'ultima festa della vecchia Europa (EDT), un romanzo della scrittrice e giornalista austriaca Monika Czernin, che ci racconta la biografia di Anna Sacher, moglie del proprietario del leggendario albergo viennese, tra metà Ottocento e la prima guerra mondiale.
Il secondo romanzo (in inglese), arrivato oggi con il corriere, è invece l'ultima opera del grande scrittore contemporaneo irlandese John Banville, il cui soggetto è una sorta di realizzazione del sogno di un lettore: si tratta di un sequel di Ritratto di signora di Henry James, che porta il suggestivo titolo di Mrs. Osmond (Penguin Books). Quando ho scoperto la sua esistenza, qualche settimana fa in una libreria svizzera, non potevo quasi crederci... Adesso devo solo trovare un po' di tempo e quiete per godermi tutto lo splendore del ritorno di Isabel.

17 gennaio 2018

Virginia in viaggio

I diari di viaggio sono una tra le forme di scrittura che mi affascinano di più. Quando a questo genere letterario si accompagna il nome di Virginia Woolf, non c’è altro da fare se non lasciarsi incantare. 
La lettura di quest’ultima settimana è l’edizione Mattioli (come sono belle!) Diari di viaggio in Italia e in Europa, una raccolta di brani che, come scrivono le traduttrici F. Cosi e A. Repossi, Woolf non aveva pensato per la pubblicazione e di conseguenza conservano la loro frammentarietà, spontaneità e la freschezza della “brutta copia”. I viaggi oggetto di questa raccolta di pagine diaristiche toccano la Grecia e la Turchia, l’Italia, l’Olanda, la Germania e l’Austria, la Francia e la sezione per me più commovente, «Qui è rimasto qualcosa di noi», interamente dedicata alla Gran Bretagna. Commovente perché i luoghi di Virginia sono luoghi che ho visto, e i tratti del suo pennello fatto di verbo li rievocano con una forza sorprendente, in un ricordo che non è affatto sbiadito dal tempo, bensì forse ancora più luminoso, grazie al contributo delle parole e della nostra mente, pronta ad afferrarle e a rielaborarle. 
Non a caso, citando i luoghi più rappresentativi della Cornovaglia – St. Michael’s Mount e Lizard Point – la stessa scrittrice osserva: «dato che le caratteristiche del paesaggio non sono cambiate in dieci anni, né in mille, il mutamento dev’essere nel mio punto di vista e non nel profilo del territorio». Nella trattazione del Norfolk il linguaggio di Virginia si fa quanto mai visivo: «vedo un muro, colorato come un’albicocca al sole, con tocchi di rosso. Il profilo e gli angoli del tetto e dell’alto camino sono saturi di puro cielo azzurro […]. È il tipo di azzurro che, per una ragione che riesco a malapena a spiegare, mi fa capire perché si dice che “goccioli” dalle ali di un uccello in volo». Su Rye: «penso a tutti i vaghi profumi e alla frescura di una sera di campagna che si riversano sul nostro corpo» e poi «le nuvole […] diventano lenzuoli stracciati dai bordi logori appesi sul paesaggio, che riempiono tutta l’aria di luci e tenebre differenti». 
Di grande interesse, nell’arco dell’intero libro, è notare come la scrittura di Virginia muti e si evolva. Lei stessa afferma: «mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze» – questa “scoperta” si realizza, nella prima parte della raccolta, che risale al primo decennio del Novecento, attraverso descrizioni fluide e dettagliate, dolcissime; e nell’ultima parte, composta negli anni Trenta, in frasi lapidarie, di una manciata di parole, che tuttavia, susseguendosi l’una all’altra e a volte prive persino del verbo, formano una sequenza di immagini abbacinanti di significato e di pienezza. Di Heidelberg, per esempio, si legge: «Grande fioritura di rododendri. Ancora caldo e azzurro. E il fiume come una lamina di vetro che si muove». E ti ritornano davanti agli occhi, immediatamente, il profilo delle rovine del castello, le stradicciole della città, la poesia del Neckar.

13 gennaio 2018

La melodia di Vienna

Complici le giornate di riposo della settimana della feste, ho finito La melodia di Vienna, il romanzo più solenne dello scrittore austriaco Ernst Lothar (1890-1974). Il libro, che ho letto nell’edizione e/o (2017) con traduzione di Marina Bistolfi, è un magnifico esempio di racconto di una saga familiare, che si snoda attraverso i diversi piani della grande casa al Numero 10 di Seilerstätte, a Vienna. I due personaggi principali, Henriette e Hans, sono madre e figlio e rappresentano, ciascuno a proprio modo, lo scarto dai valori fondanti dell’etica austriaca, con l’incapacità quasi patologica di adeguarsi alle regole non dette, alla precisione, alle convenzioni della ricca e irreprensibile borghesia lavoratrice. 
L’arco temporale attraversato da questa storia prende il via in piena età imperiale, nel 1888, quando Vienna è ancora il centro di un mondo di lusso e di splendori, ancorché nascostamente fragile; è l’età di Francesco Giuseppe – il padre della patria – e del sogno di un’Austria multietnica e transnazionale, utopia perfetta degli stati uniti d’Europa. Mentre Henriette soffre, invecchia, partorisce e i suoi figli crescono, l’Austria intraprende l’inesorabile sentiero della sua caduta: la prima guerra mondiale ne è metafora eclatante, e la famiglia degli Alt ne affronta le conseguenze con ostinata incapacità di comprendere, mentre il giovane Hans si allontana sempre di più dal nucleo familiare – in primo luogo la fabbrica di pianoforti – per scoprirsi sempre più incapace di adeguarsi alla vita che lo circonda. 
Gli ultimi capitoli testimoniano l’avvento del nazismo e la scomparsa definitiva dell’ideale mitteleuropeo: l’esperienza di lettura di questo libro è particolarmente bella nel prendere atto di come, insieme al tempo storico, anche la scrittura si modifichi, trasformandosi da lieta e leggera a gradualmente più cupa e meditativa, con straordinari brani di introspezione e di riflessione politica. I suoi temi principali sono quelli della grande scrittura austriaca dell’epoca (penso, in particolare, a Musil e Schnitzler, qui più volte citato): l’inettitudine dell’individuo a cospetto della gigantesca macchina burocratica dell’impero; la costante sofferenza psicologica; l’inarrestabile cupio dissolvi che induce i personaggi (fittizi, nonché storici, come il principe Rodolfo) alla tentazione del suicidio. «Hans faceva parte di coloro che non si univano agli altri. […] lui, “uomo senza qualità”, conosceva la misura della sua inibizione, del suo essere radicato nell’Austria. Aveva scoperto che il suo ardente “patriottismo” non era affatto una questione di orgoglio ferito che non gli permetteva di vivere in un Paese umiliato e sconfitto fino all’annientamento, bensì una questione esistenziale. […] riteneva l’Austria qualcosa di più di un bel Paese: per lui era l’idea della convivenza tra individui di sentimenti diversi, quindi la salvezza del mondo».