4 ottobre 2018

The Victorian and the Romantic

Parecchio tempo fa, girovagando su Twitter, sono venuta a conoscenza di un libro in preparazione: un romanzo della giovane ricercatrice Nell Stevens dal titolo Mrs Gaskell and Me. L’ho aspettato per mesi, e finalmente un paio di settimane fa il libro è arrivato nella cassetta della posta: ho scelto, semplicemente per la bellezza della copertina e per la rilegatura, l’edizione americana, che porta il titolo The Victorian and the Romantic, e ho iniziato immediatamente la lettura, lasciando persino da parte un altro paio di libri che tenevo sul comodino. 
The Victorian and the Romantic è una storia che viaggia su due binari, destinati tuttavia a incrociarsi: il resoconto di un periodo piuttosto rilevante della vita dell’autrice e il racconto della vacanza romana di Elizabeth Gaskell, e della tempesta di sentimenti che quel viaggio (molto presumibilmente) suscitò dentro di lei. A Roma Gaskell incontrò Charles Eliot Norton, il giovane critico d’arte e traduttore americano con il quale scambiò in seguito lettere piene di affetto, di profonde riflessioni e di luminosi ricordi, e leggendo quegli stralci di epistolario non è poi così improbabile pensare che la scrittrice nutrisse per lui qualcosa di più intenso di una semplice amicizia. 
I capitoli “autobiografici”, che narrano la vicenda personale e la storia d’amore di Nell, sono freschi, lievi e piuttosto divertenti: il ritratto dell’esperienza del dottorato di ricerca è perfettamente corrispondente al vero!, come quando leggiamo di come si svolgono le riunioni tra dottorandi (durante le quali spuntano immancabilmente le considerazioni di quei colleghi che pensano che il proprio percorso di ricerca sia l’unico valido, le cui premesse dovrebbero essere applicate agli studi di tutti gli altri) o quando Nell sostiene (e questa sensazione l’abbiamo provata tutti): “I feel as though I know even less than when I started” (p. 46). 
Di tutt’altro tono e intensità i capitoli dedicati a Elizabeth Gaskell, con la quale Nell si rammarica (esattamente come me) di non poter avere uno scambio epistolare: «I felt – still feel – a pang, something like lovesickness, when I think that Mrs Gaskell and I can’t write to each other. We would write such good letters, I think. We would have so much to say» (p. 48). In queste pagine il linguaggio si fa più dolce, a tratti quasi antico, come ad evocare la scrittura gaskelliana: di grande effetto l’episodio della processione di Carnevale, che Gaskell riporta in Delitto di una notte buia e di cui abbiamo una testimonianza anche in una lettera della figlia Meta (cfr. il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell).
Il ritratto che Nell ci offre della sua “amica” Elizabeth è traboccante d’affetto; e io, che per alcune opere ho “prestato” ad Elizabeth la voce italiana e che sento con lei un legame fortissimo che trascende i confini del tempo, sono stata felice di percepire i miei stessi pensieri stampati sulla carta: «I had never encountered a writer who could fill a page so entirely with herself. Mrs Gaskell is […] brimming with love for the people around her. […] It oozes from those letters, that love: it reached me as soon as I began reading them» (p. 48). Sì, è proprio questa la sensazione che le lettere di Elizabeth Gaskell hanno suscitato in me: la percezione di una vitalità travolgente e di uno sconfinato amore per gli amici. Tra i tanti celebri incontri di Elizabeth Gaskell, gli espatriati anglo-americani di Roma godono di un’attenzione particolare in questo libro e uno dei capitoli finali è dedicato proprio a loro. La conclusione del romanzo è pregna di commozione: uno scrigno di delicatezza, di coscienza del tempo che passa, e infine della consolazione dell’immortalità dell’arte e dell’amicizia.

29 agosto 2018

Incontro in Egitto

A ogni nuova lettura, Penelope Lively mi piace di più (ho consigliato due suoi libri anche ai miei studenti, per l’estate). In questo blog ho scritto, con grande entusiasmo, di L’estate in cui tutto cambiò, Amori imprevisti di un rispettabile biografo, È iniziata così e Un posto perfetto, e oggi tocca a Incontro in Egitto (sempre edizione Guanda, trad. it. di Gaspare Bona). 
Come spesso accade nei libri di Lively, Incontro in Egitto (vincitore del Booker Prize nel 1987) si dedica alla rappresentazione del valore del Tempo nella vita dell’essere umano. Il Tempo, entità fluida e inafferrabile, intonata dal caos, orchestrata dal destino, che ci invita a riflessioni profondissime e spesso sconcertanti sulla nostra esistenza e sulla differenza tra realtà e non-realtà, su un oggi che è, misteriosamente, un livello di percezione intercambiabile con il passato e con altri infiniti piani di verità. 
Il libro racconta, attraverso una molteplicità di io narranti che ci permette subito di cogliere la necessità di una realtà non assoluta, la storia di Claudia, un’anziana donna in punto di morte che torna indietro nel tempo e ci presenta la sua vita. Claudia, ex reporter di guerra, ha una personalità forte, voluminosa, a volte eccessiva, scevra di compromessi e di ipocrisie. È una donna che si è occupata di storiografia e che ha dovuto meditare a lungo sulla natura del Tempo, sul significato e sulla funzione della figura dello storico e sul suo rapporto con il Vero, sulla potenza del linguaggio e infine, e dunque, su se stessa: «Non c’è cronologia nella mia testa. Sono fatta di una miriade di Claudie che vorticano e si mescolano e si dividono come scintille di sole sull’acqua»; «Quando voi e io parliamo di storia, ci occupiamo forse di ciò che è realmente avvenuto? Del caos cosmico in ogni luogo e in ogni tempo? No, parliamo di come tutto ciò viene ordinato nei libri […]. La storia si dipana; le circostanze, per naturale inclinazione, preferiscono rimanere aggrovigliate»; «il tempo e l’universo sono sparpagliati nelle nostre menti. Siamo storie del mondo assopite». 
Penelope Lively (The Guardian)
Tra i tanti episodi della vita di Claudia, quello centrale è il suo “incontro in Egitto” durante la seconda guerra, che la costringe a mettersi a confronto con la barbarie della battaglia, la decadente ideologia del colonialismo, la bellezza sfiancante del deserto e la potenza trascinante dei sentimenti. Le parole che Lively, nativa di Il Cairo, usa per descrivere l’Egitto – ultimo balenio dell’impero britannico – sono seduttive, colme di struggimento: «Nel ricordo non c’è che la spalla bassa e lunga della collina fulva che domina la Valle dei Re, dietro alla quale s’inabissa il sole fra pennellate d’oro, di rosa e di turchese. La mite sera egiziana risuona del tintinnio del ghiaccio nei bicchieri, dello sciabattare dei camerieri sulla terrazza di pietra dell’albergo, del brusio di voci, delle risate: suoni di cento altre serate». Questo libro è davvero bellissimo: uno di quei romanzi traboccanti di umanità, che ti rendono felice e orgogliosa di essere una lettrice.

14 agosto 2018

Storie d'Irlanda - Lissadell House

Sono tornata da poco da un magnifico viaggio in Irlanda, dove ho visitato le contee che non avevo attraversato nel corso del mio primo tour, tredici anni fa: il Nord, Donegal, Sligo e Mayo. L’Irlanda, si sa, è un paese che ovunque trasuda letteratura, leggende e poesia, e ogni villaggio, ogni brughiera, ogni staccionata e ogni curva della strada evocano narrazioni dalle quali è difficile non lasciarsi incantare. Un racconto, in particolare, mi ha affascinato nel corso di questo viaggio. È il racconto di una dimora e di due sorelle indomite, la cui vita è stata densa di fatti come un romanzo, e anzi, molto di più, perché si è innestata dentro la Storia. 
Foto: IpsaLegit 2018
La casa si chiama Lissadell House, nella contea di Sligo. L’ho visitata sulla scia dell’istinto – non era citata nella mia Lonely Planet – durante una mattina di pioggia che poi si è aperta in un mezzogiorno assolato. La visita è stata guidata da una bravissima accompagnatrice in abiti e acconciatura del primo Novecento, che ci ha condotti in un lungo giro da una sala all’altra (perfettamente conservate e riccamente adornate grazie alla famiglia che ha acquistato la casa e l’ha salvata dalla rovina), lasciandoci ammirare gli arredi, le fotografie e i dipinti appesi alle pareti. E mentre contemplavamo le stanze, la giovane guida ci raccontava, in prima persona (“My name is Eva Gore-Booth”), le vicende delle sorelle Gore-Booth, Eva e Constance, scrittrici, artiste, portavoce del movimento per la rivendicazione dei diritti delle donne e amiche di W.B. Yeats, che a Lissadell trascorse numerosi e amatissimi soggiorni. 
Eva è la meno nota delle due sorelle Gore-Booth. Nata a Lissadell nel 1870, era una ragazza gentile, pacifica, dotata di una forte spiritualità che esprimeva nel disegno e nella poesia. Fu una suffragista, ma decise di opporsi alla violenza come mezzo di lotta politica. Durante un soggiorno in Italia, a Bordighera, incontrò Esther Roper, con la quale trascorse il resto della sua vita. A Lissadell ho trovato un libricino che contiene i disegni e le poesie di Eva, tra le quali alcune sono dedicate proprio a Esther e molte all’abbraccio della natura che circonda la casa. Ho trovato bella e suggestiva The Hidden Beauty e in particolare la sua prima strofa: 

I have sought the Hidden Beauty in all things, 
In love, and courage, and a high heart, and a hero’s grave, 
In the hope of a dreaming soul, and a seagull’s wings, 
In twilight over the sea, and a broken Atlantic wave, 
I have sought the Hidden Beauty in all things.
(Eva Gore-Booth. Her Poetry & Sketches, Lissadell Press 2017, p. 58). 

Eva e Constance
Della sorella di Eva, Constance, le vicende sono più conosciute, perché con il titolo e il cognome presi dal marito, Contessa Markievicz, la donna fu una delle protagoniste dell’evento che diede il via alla rivoluzione per l’indipendenza irlandese: la sollevazione di Pasqua del 1916. Constance fu una giovane brillante, energica, appassionata e studentessa di belle arti alla Slade School di Londra. Il suo primo coinvolgimento attivo nella politica coincise con l’affermazione del movimento delle Suffragette, ma il suo nome è rimasto scritto nella Storia soprattutto per il suo indefesso lavoro e la sua generosità nei confronti dei poveri di Dublino e per la parte attiva svolta durante l’insurrezione di Pasqua. In quei giorni d’aprile del 1916 Constance era uno degli ufficiali del Irish Citizen Army: si barricò nel parco di St. Stephen’s Green insieme ai ribelli che lottavano contro l’esercito inglese, fu catturata e condannata a morte come gli altri capi della rivolta, ma in quanto donna la sua sentenza fu commutata in ergastolo. Le sue testimonianze (anche in versi) della carcerazione sono documenti importanti e illuminanti, ma di particolare bellezza restano le lettere che dalla prigione Constance scambiò con la sorella Eva. Un anno dopo la condanna, Constance fu rilasciata, ma il suo impegno politico non si concluse: fu la prima donna a essere eletta nel Parlamento britannico (ma rifiutò il seggio per protesta) e la prima a servire come deputata nel neonato Parlamento irlandese. Quando morì, nel 1927, al corteo per il suo funerale, che si snodò tra le strade di Dublino, parteciparono trecentomila persone. Nell’ottobre di quell’anno, W.B. Yeats scrisse In Memory of Eva Gore-Booth and Con Markievicz, in ricordo delle due sorelle scomparse (Eva era morta l’anno precedente), che celebra così: 
Foto: IpsaLegit 2018

The light of evening, Lissadell 
Great windows open to the south, 
Two girls in silk kimonos, both 
Beautiful, one a gazelle. 
[...]
Dear shadows, now you know it all, 
All the folly of a fight 
With a common wrong or right. 
The innocent and the beautiful 
Have no enemy but time.


21 luglio 2018

L'assassinio di Florence Nightingale Shore

Come da mia personale tradizione estiva (e anche natalizia) ho appena finito di leggere un giallo all’inglese, una pubblicazione recente che fa parte di un progetto editoriale piuttosto ambizioso. È L’assassinio di Florence Nightingale Shore di Jessica Fellowes (nipote di Julian Fellowes, l’autore di Downton Abbey), nell’edizione italiana Neri Pozza. Il libro, con una copertina eccezionale, è uscito lo scorso anno ed è il primo capitolo della saga The Mitford Murders, intitolata alle celebri sorelle Mitford, che con i loro vari talenti e le loro personalità (in seguito molto controverse), contribuirono allo scintillare della società londinese degli anni Venti. 
La vera protagonista di questo libro, però, non è Nancy Mitford (la più presente, tra tutte le sorelle, nella storia), ma un’altra giovane piena di intraprendenza, Louise, che dai bassifondi di Londra combatte per un futuro migliore e più virtuoso, affidandosi solo alle proprie forze, al proprio ingegno e alla propria morale: un bel personaggio, che comparirà anche nel prossimo romanzo della saga. L’uscita del secondo “omicidio Mitford” è prevista per il prossimo autunno: il titolo sarà Bright Young Dead, per parafrasare la diffusa definizione “bright young things”, appellativo  dei giovani della Londra di quegli anni – giovani bohémiens, festaioli, vestiti in modo eccentrico e spesso dediti all’alcol e alle droghe – che furono descritti nei romanzi della stessa Nancy Mitford (nota soprattutto per L’amore in un clima freddo), di Evelyn Waugh e di Anthony Powell. 
L’assassinio dell’infermiera Florence Nightingale Shore fu un evento reale, e un delitto irrisolto. Jessica Fellowes lo prende come spunto per iniziare la propria storia e ci costruisce intorno un mondo colorato e divertente, fatto di aristocratici annoiati e giovani donne in cerca di una strada da seguire, poliziotti coraggiosi e anime perdute a causa delle tragedie della Grande Guerra. Il libro è insomma una lettura leggera e piacevole, difficile da abbandonare in questi pomeriggi di vacanza, e che sicuramente invita ad accaparrarsi anche il prossimo capitolo, non appena sarà pubblicato.

18 luglio 2018

Virginia Woolf, mia zia

Leggere le biografie mi richiede sempre molto tempo. Un po’ perché sono corpose, d’altro canto perché procedo volutamente con lentezza, con la matita in mano, per non perdere i dettagli, non confondere i nomi dei personaggi che entrano, escono e ricompaiono in scena, per immaginarmi una mappa geografica dei luoghi, delle case, dei viaggi. Una biografia è il racconto di una vita, non la si può percorrere con distrazione. 
Ho dovuto aspettare l’inizio delle vacanze per portare a termine Virginia Woolf, mia zia di Quentin Bell (La Tartaruga edizioni, trad. it. di Marco Papi), iniziato alla fine dell’inverno e finora mai concluso per mancanza di concentrazione. È stata una lettura appassionante e vigorosa, compiuta con la consapevolezza sempre accesa del fatto che l’autore è un parente stretto del soggetto narrato, che con lei ha vissuto, parlato, riso, e che si pone nei suoi confronti con l’affetto del nipote, il rispetto del lettore, ma anche con l’obiettività del biografo. 
Il volume si divide in due parti e lo spartiacque è segnato dal 1912, anno del fidanzamento tra Virginia e Leonard Woolf. È l’evento che separa l’infanzia dall’età adulta, ma anche la fase di “preparazione” alla scrittura da quella della pubblicazione (The Voyage Out uscì nel 1915). In entrambe le sezioni Quentin Bell (il figlio della sorella di Virginia, Vanessa), traccia ritratti profondissimi della zia, esaminandone senza indugi la personalità complessa e la grande fame di conoscenza, descrivendone i tormenti, le sofferenze, la malattia, ma anche i momenti di allegria e di quiete. 
I capitoli familiari sono intensi e struggenti, per l’evocazione della figura della madre della scrittrice, Julia (sorella della fotografa Julia Margaret Cameron), per il racconto dell’istruzione impartita in casa, delle rivalità tra fratelli, delle visite dei grandi nomi a Leslie Stephens (tra cui Henry James), dei viaggi in Cornovaglia – per sempre il paradiso di Virginia. Talland House, a St. Ives, la casa di villeggiatura della famiglia, è così descritta: «Accanto al cancello c’era una specie di siepe di escallonia e al di là del giardino, tutto un saliscendi sul pendio ondulato, con un’infinità di praticelli, di cespugli, di nascondigli privati; […] e oltre il campo di cricket, il mare. […] La regata annuale, la sabbia, le pozze d’acqua tra le rocce con gli anemoni di mare che fiorivano sotto i pesci guizzanti, la grande baia con le vele e le navi a vapore […]. E poi c’erano la panna della Cornovaglia, il venditore di focacce calde […] – e tutta la pienezza, la felicità di quella vita». 
Con la morte della madre (che è la signora Ramsay di To the Lighthouse), è come se una luce si spegnesse nella vita di Virginia. Il padre è un uomo difficile, la pace della casa è violata dalle molestie del fratellastro, Vanessa sviluppa un senso di autonomia che la allontana dal nucleo familiare, e la maturità si presenta presto a reclamare il suo tributo. La seconda parte del libro, con il racconto delle vicende editoriali, talora strazianti, talora gloriose, dei grandi incontri personali e artistici (Katherine Mansfield, T.S. Eliot, Edward Morgan Forster, Roger Fry, Aldous Huxley, Vita Sackville West e infiniti altri) e dei faticosi incontri con la politica, è infarcita di lettere e di brani di diario, che testimoniano gli eventi epocali di quegli anni, come la prima guerra mondiale, e quelli più intimi, come gli amori di Virginia o l’acquisto di Monk’s House a Rodmell. Il biografo descrive la scrittrice, negli anni Venti, come «lineare, elegante, composta. […] era nel movimento che Virginia rivelava realmente se stessa. […] La sua conversazione era punteggiata di esclamazioni di sorpresa, di domande imprevedibili, di fantasie e di risate, l’allegra risata del bambino che trova il mondo più strano, più assurdo e più bello di quanto chiunque altro possa immaginare. Pareva che il riso in quegli anni fosse il suo elemento naturale». 
Il salotto di Monk's House.
Fonte: Wikimedia Commons
Non è certo questo il ritratto più diffuso di Virginia Woolf. Ancora oggi è più frequente rappresentarla come una donna malata e una scrittrice difficile, e della sua vita si ricorda soprattutto la fine, e la scelta del suicidio (che segna l’ultima pagina di questa biografia), probabilmente determinata dal ripresentarsi della malattia e dall’ora più buia della seconda guerra mondiale, con gli aerei tedeschi sopra la testa e il terrore dell’invasione. Tuttavia, anche e soprattutto dopo questa lunga lettura, a me piace ricordare la Virginia della luce – la luce del faro, della rivendicazione dei diritti delle donne (A Room of One’s Own), dei fiori della signora Dalloway, del funambolismo di Orlando, degli episodi di Night and Day e The Years, delle passeggiate londinesi e dei colori vividi e trascinanti della cucina, dei diari di viaggio, del giardino e degli arredamenti di Monk’s House.

28 giugno 2018

Omicidio a Road Hill House

Negli ultimi tre giorni mi sono dedicata alla lettura di Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi), che aspettavo di leggere da tantissimo tempo, e l’attesa non è stata affatto delusa. L’opera, come suggerisce il titolo (in originale, The Suspicions of Mr Whicher or The Murder at Road Hill House), è il resoconto di un omicidio avvenuto in una dimora di campagna, ma ciò che lo distingue dalla classica narrazione “gialla” di marca inglese è che l’omicidio in questione è avvenuto per davvero.
L’opera di Summerscale (laureata a Oxford con lode e vincitrice di numerosi premi letterari), infatti, non è un romanzo, ma una sorta di libro-inchiesta che ripercorre le annose vicissitudini relative alle indagini sulla morte di un bambino, figlio di una famiglia borghese dell’Inghilterra dell’ovest. Ciò che si rivela particolarmente interessante è che nella sua trattazione degli eventi, il saggio non si limita a descrivere i fatti accaduti, ma offre uno studio ragionato sulla cultura e sulla società dell’epoca in cui essi si sono svolti. 
L’omicidio del piccolo Saville Kent si verificò in una fredda notte d’estate del 1860 e tutto ciò che avvenne a seguito di tale delitto viene studiato nel libro come una manifestazione della stessa natura sociologica dell’età vittoriana. L’autrice esplora la nascita del corpo dei detective della polizia, rappresentato da figure che hanno fatto la storia dell’investigazione, come Charles Field (ammiratissimo da Dickens) e lo stesso Whicher, e ne esamina sia le procedure, sia la reputazione presso l’opinione pubblica (non a caso il sottotitolo scelto da Einaudi per questo saggio è Invenzione e rovina di un detective). A noi lettori viene poi illustrato, in chiave ottocentesca, un fenomeno attualissimo, che sempre ci lascia sconcertati a seguito del compiersi di una tragedia delittuosa: il fenomeno, cioè, del fanatismo, dell’ossessione del pubblico per la vicenda, che spesso sfocia nella morbosa bramosia di rimestare nei dettagli della vita privata altrui e addirittura nel “turismo da delitto”, che induce decine di persone a voler visitare il teatro del fatto. Sono espressioni di febbrile e collettiva avidità di dettagli le cui cause e conseguenze ci spaventano ancora oggi guardando il telegiornale, ma da cui non era esente nemmeno la società vittoriana, che iniziava allora a essere abituata all’eccesso di informazioni in virtù della moltiplicazione delle pubblicazioni giornalistiche. 
È di grande interesse, inoltre, la trattazione dell’ideale domestico dell’epoca, ossia la casa concepita come «santuario inviolabile», luogo impenetrabile della privacy, rifugio dalla velocità del progresso e dalla sempre più concreta minaccia di mescolanza delle classi, e che nonostante tutto non aveva mezzi per difendersi dal rischio della violenza interna, di dinamiche familiari corrotte, di psicologie labili (anche nelle figure più tradizionalmente innocue, come le giovani donne e i bambini) e in definitiva della follia dei suoi abitanti. 
Non mancano infine i riferimenti alla letteratura coeva, che proprio in quegli anni – e di nuovo grazie al boom dell’editoria (libri e riviste letterarie) – si lanciava nel sensazionalismo, per soddisfare la fame di “giallo” dei lettori: Summerscale evoca lo stesso Dickens (con il suo enigmatico, perché incompiuto, Il mistero di Edwin Drood), Henry James (Il giro di vite), Wilkie Collins (La pietra di luna), Mary Elizabeth Braddon (Il segreto di Lady Audley) e vi ricerca, con successo, somiglianze inquietanti con l’omicidio che è al centro della sua ricerca, dimostrando così come l’intera cultura del tempo ne sia stata profondamente influenzata. 

Per un excursus sulla “letteratura del delitto” di ambientazione britannica, vi invito a leggere due post che sono il resoconto di una serata in libreria di qualche tempo fa, intitolata “Omicidi all’inglese”, durante la quale ho proposto una presentazione dell’argomento: 



22 giugno 2018

Letture di una "prof", prima delle vacanze

Cari lettori, in queste ultime settimane sono state tante le idee libresche che mi sono passate per la testa, ma la concentrazione e la tranquillità giuste per scriverle mi sono mancate, purtroppo. Maggio, per chi lavora a scuola, è un mese lungo e fitto di incombenze, e benché ormai le lezioni siano finite da due settimane, le ultime riunioni, gli scrutini e gli Esami di Stato ora in corso non mi hanno lasciato troppo tempo per occuparmi del mio sempre amato blog. Ma quali sono stati, in questi due mesi, i miei pensieri legati ai libri (lasciando perdere i libri di testo in adozione per il prossimo anno…)? Innanzitutto ho stilato delle liste di letture da assegnare alle mie classi per l’estate: a parte per un gruppetto ristretto di studenti, che hanno necessità di ripassare la grammatica inglese, ho voluto che i “compiti delle vacanze” fossero romanzi, saggi o racconti, possibilmente da amare e ricordare. Spero di aver proposto delle opzioni che piacciano e che avvicinino i ragazzi al «paradiso senza fine» (come direbbe Virginia Woolf) dei libri. 
Personalmente in questo periodo ho letto librini “piuma”, superleggeri, che mi facessero compagnia per una mezz’oretta prima di addormentarmi – qualche giallo di poca sostanza e persino una manciata di quei romanzetti che vendono migliaia di copie, generalmente ambientati in una botteguccia di Parigi o cose così. Niente di cui valga la pena scrivere qui, evidentemente! Tra le letture più serie, invece, rientrano The Aspern Papers e la collezione di lettere di Henry James, Letters from the Palazzo Barbaro (edizioni Pushkin, a cura di Rosella Mamoli Zorzi, con una prefazione del biografo dello scrittore, Leon Edel), scritte nel corso dei soggiorni veneziani. In una di queste lettere si fa riferimento all’aneddoto che ispirò a James proprio la composizione del Carteggio Aspern. Continua poi la mia lettura di Virginia Woolf, mia zia di Quentin Bell (La Tartaruga edizioni). Infine, la più recente lettura in corso, iniziata ieri sera, è Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi), che a giudicare dalle prime pagine promette davvero bene! Ah, dimenticavo: ho lavorato alle ultime bozze di una nuova traduzione di Elizabeth Gaskell, che dovrebbe uscire tra poco. Spero di potervi scrivere presto tutti gli aggiornamenti del caso… 
E poi, come spesso accade quando ho voglia di bella scrittura, ma non troppo difficile, sono ritornata a Kate Morton – che, come sa chi frequenta Ipsa Legit, è una delle mie scrittrici preferite: in attesa del suo prossimo romanzo, intitolato The Clockmaker’s Daughter, che uscirà a settembre, ho scelto di rientrare nelle suggestive atmosfere di The Distant Hours e nelle stanze “parlanti” di Milderhust Castle. 
Come recita lo stesso incipit del libro, «It all started with a letter», questa storia comincia a partire da una lettera consegnata con anni di ritardo, che innesca una ricerca a ritroso nel tempo da parte dell’io narrante, alla scoperta dei segreti che hanno coinvolto sua madre e un terzetto di sorelle colpite dalla tragedia della seconda guerra mondiale. Il grande talento descrittivo di Kate Morton, bravissima nell’esplorare i meccanismi della memoria e nel rappresentare ed evocare i luoghi (sarà forse questa la ragione per cui mi piace così tanto?), si esprime in passi come questi: «I can still see the glittering morning sky on my lids: the early summer sun simmering round beneath a clear blue film. It stands out in my memory, I suppose, because by the time I next saw Milderhust, the seasons had swung and the gardens, the woods, the fields, were cloaked in the metallic tones of autumn». «Have you ever wondered what the stretch of time smells like? […] Mould and ammonia, a pinch of lavender and a fair whack of dust, the mass disintegration of very old sheets of paper. And there’s something else, too, something underlying it all, […]. It’s the past. Thoughts and dreams, hopes and hurts, all brewed together, fermenting slowly in the fusty air, unable ever to dissipate completely». «The room settled around their absence; the stones began to whisper. The loose shutter fell off its hinge, but nobody saw its slip». Che modo magnifico di descrivere la vita reale dei luoghi, di come essi riescano a sopravvivere anche oltre coloro che li hanno abitati, e di come sappiano restituire al visitatore di un tempo seguente tutta la potenza delle passioni di chi lo ha preceduto… 
Per concludere questo post, suggerisco un altro paio di miei vecchi scritti su Kate Morton, uno riguardo al mio incontro con lei a Francoforte (https://ipsalegit.blogspot.com/2015/10/meeting-kate-morton-at-frankfurt.html) e l’altro su The Secret Keeper, il suo quarto libro (https://ipsalegit.blogspot.com/2012/11/una-splendida-lettura.html
Insomma, vi auguro una buona estate, lettori!