14 agosto 2016

The Duchess of Bloomsbury Street

Poche settimane fa è stato pubblicato in formato digitale The Duchess of Bloomsbury Street di Helene Hanff. Per leggere e “comprendere” questo libro è obbligatorio conoscere 84, Charing Cross Road, che raccoglie la corrispondenza epistolare della scrittrice con Frank Doel, il libraio inglese che le spedì a New York ogni sorta di volume usato, formando con lei una lunga e affezionata amicizia: di questo libro, che è entrato nell’empireo dei miei “indimenticabili”, ho parlato qui
The Duchess of Bloomsbury Street è il diario di viaggio di Helene a Londra. Nel 1973 la scrittrice fu invitata in Inghilterra per un tour promozionale del fortunatissimo 84, Charing Cross Road e realizzò il sogno di vedere la città – un sogno coltivato per anni, ma mai realizzato per ragioni economiche – ma non di incontrare Frank, ormai deceduto. I momenti supremi di questo viaggio, compiuto sperando in pranzi e cene offerti da editori e fan, sono l’incontro con la moglie e la figlia di Frank, l’ingresso al Claridges («dove pranzano tutti i personaggi di Noël Coward»), la contemplazione di rose in piena fioritura in ogni giardino, la visita al pub frequentato da Shakespeare e al punto – allora vuoto – dove sorgeva il Globe. 
L’aspetto davvero incantevole di The Duchess of Bloomsbury Street, infatti, è il racconto dell’esperienza di una “prima visita” a Londra. La maggior parte delle persone che frequentano Ipsa Legit sanno bene di cosa si tratta: è quel senso imponderabile di essere “caduti dentro” le pagine di un libro, accompagnato dalla consapevolezza che la città è e sarà per noi per sempre unica, perché la sua bellezza reale è addirittura accentuata, come trasfigurata, dalla bellezza dei nostri sogni, e di desideri nutriti talmente a lungo da aver messo radici solide nel nostro cuore. Il mio ricordo più forte del mio primo viaggio a Londra è il Poets’ Corner di Westminster Abbey: ma, come dice la scrittrice, è l’atmosfera in cui ti immergi appena messi i piedi a terra che rende la tua presenza in città del tutto magica. 
Scrive Hanff (trad. mia): «Tirai le tende… e finché vivrò non ricorderò mai più quel momento. Avevo di fronte, dall’altra parte della strada, una linda fila di strette case di mattoni, con i gradini di pietra bianca. Sono normalissime case del Settecento e dell’Ottocento – ma quando le vidi mi resi conto di trovarmi a Londra. […] Tremavo. Non ero mai stata così felice. Da tutta la vita volevo vedere Londra. Andavo al cinema a vedere film inglesi solo per poter osservare case come quelle. […] Talvolta, a casa, la sera, leggendo una descrizione di Londra firmata da Hazlitt o da Leigh Hunt, mi era capitato di mettere giù il libro di colpo, sommersa da un’ondata di desiderio che era come nostalgia di casa
Questa dichiarazione d’amore, nella quale è tanto facile immedesimarsi, è commovente.


10 agosto 2016

Una settimana, tre libri

Negli ultimi giorni, con la complicità di un fine settimana tranquillo trascorso in terrazza e le serate freddine, ho letto tre libri. Ho iniziato con Il tempo dell’attesa, il secondo atto della “Saga dei Cazalet” di Elizabeth Jane Howard (Fazi Editore). Benché la scrittura sia sempre eccellente, devo dire che questo secondo capitolo non mi è sembrato all’altezza del precedente, che mi aveva affascinato molto di più: forse, in questo caso, le dinamiche familiari già note e la minore rilevanza negli scambi fra i personaggi hanno pesato un po’ sull’evoluzione della scrittura. Narrativamente parlando, la figura di Louise impegnata a calcare le scene – episodi a quanto pare autobiografici – mi è parsa meno interessante, mentre si è confermato nella sua profondità e complessità il personaggio di Clary, la ragazzina in attesa del padre disperso durante la ritirata di Dunkirk. 
Sempre restando in tema di seconda guerra mondiale, vale davvero la pena di dedicare un’ora o due al racconto di Katherine Kressman Taylor Destinatario sconosciuto (Rizzoli). Questo breve scritto, che risale al 1938 ma è diventato famoso solo nel 1999 (in traduzione francese), riporta la corrispondenza epistolare tra due amici di lunga data comproprietari di una galleria d’arte di San Francisco: il primo, ebreo, vive in America; il secondo è rimasto a Monaco e si dimostra sempre più accecato dalle follie megalomani di Hitler. Lo sviluppo del rapporto tra i due è a un tempo travolgente e agghiacciante, fino al lapidario colpo di scena finale. 
Hotel du Lac (Neri Pozza) è il romanzo di Anita Brookner premiato con il Booker Prize nel 1984. È la storia della scrittrice Edith Hope, che a seguito di uno scandalo viene invitata dagli amici ad autoesiliarsi in un hotel sul Lago di Ginevra. Il racconto degli incontri di Edith ricorda l’ironia di Elizabeth von Arnim, mentre il processo di autoanalisi compiuto dalla protagonista potrebbe far pensare alla scrittura di Edith Wharton. Sottile e significativo è il ritratto che la donna dà di se stessa: «parecchi hanno rilevato la mia rassomiglianza fisica con Virginia Woolf; possiedo una casa, pago le tasse, sono una buona cuoca e consegno i miei dattiloscritti molto prima della scadenza; firmo tutto quello che mi viene sottoposto, non telefono mai al mio editore e non mi vanto affatto del mio particolare modo di scrivere, anche se mi rendo conto che vende piuttosto bene» (trad. it. di Marco Papi).

31 luglio 2016

Letteratura sul lago

Quando viene la bella stagione cerco sempre di approfittare di dove mi trovo (e negli ultimi tre anni i “miei” luoghi sono cambiati spesso!) per andare alla ricerca di destinazioni legate alle opere letterarie. Ieri sono rientrata da un brevissimo viaggio – in treno e in battello – sul lago di Ginevra (o Lac Léman), che, oltre a offrire bellissime aperture di acqua azzurra incorniciate dai fiori, garantisce tanti spunti di genere “libresco”. 
Castello di Chillon - ©IpsaLegit2016
La prima tappa è stata il Castello di Chillon, che quest’anno, in occasione del bicentenario della famosa estate del 1816 (“l’anno senza estate” di cui ho parlato qui) ha allestito una straordinaria esposizione dedicata a Lord Byron. Il 27 maggio di quell’anno Byron e il suo medico, John Polidori, incontrarono Percy Shelley e la sua compagna e futura moglie Mary: Byron aveva preso in affitto Villa Diodata a Cologny, vicino a Ginevra, mentre gli Shelley abitavano in una casa lì vicino. Il clima freddo e oscuro di quell’estate, e in particolare la tempesta della notte del 13 giugno, ispirarono la composizione di Frankenstein di Mary e il Canto III di Childe Harold di Byron. Il 22 giugno Byron visitò il Castello di Chillon; la vista delle prigioni e la storia della reclusione del monaco Bonivard tra il 1532 e il 1536 influirono sulla sua vena poetica, inducendolo a comporre The Prisoner of Chillon, un poemetto edito da John Murray che ebbe un successo di pubblico travolgente, consegnando all’immortalità la fama del castello – che da allora divenne una tappa obbligata del classico Grand Tour (è anche il protagonista di un dipinto di Turner). 


La visita al castello richiede più di due ore di vagabondaggio, che sale e scende su diversi piani – dalle segrete fino alla cima della torre, da cui si ammira il blu intenso del lago. L’esposizione (che chiude il 21 agosto 2016) raccoglie tante informazioni sul celebre viaggio svizzero di Byron, oltre a suggestive edizioni delle sue opere, sue pagine manoscritte originali e il registro del 1816 per il permesso di soggiorno della città di Ginevra che porta il nome di Percy Shelley. Non mancano i molteplici riferimenti letterari al Castello stesso, che compare in tantissime opere di autori inglesi e americani del diciannovesimo secolo: oltre ai Romantici, Fenimore Cooper, Dickens, Beecher Stowe, Hawthorne, Ruskin, Twain, James e Fitzgerald. 
Sul lago di Ginevra - ©IpsaLegit2016
Uscita dal castello, ho proseguito a piedi fino alla cittadina di Montreux: da lì, sul battello, sono ritornata a Losanna, da dove ero partita. In mezzo al lago, girando lo sguardo intorno, non ho potuto non pensare al capitolo 41 di Piccole donne crescono, quando Laurie chiede a Amy di sposarlo: «Erano fuori in barca dal mattino; dalla nebbiosa Saint-Gingolph alla soleggiata Montreux, con le Alpi della Savoia da un lato e il San Bernardo e il Dent du Midi dall’altro. Nella valle, la vista della graziosa Vevay e Losanna sulle colline laggiù in fondo; un cielo di un azzurro terso sulle loro teste e il lago ancora più azzurro sotto di loro, punteggiato di barchette pittoresche che sembravano gabbiani dalle ali bianche. Avevano parlato di Bonnivard passando da Chillon, di Rousseau alzando lo sguardo a Clarens dove egli scrisse la sua Eloisa. [...] Poi smisero entrambi di remare e, senza volerlo, aggiunsero un delizioso quadretto di amore e di felicità alle immagini riflesse nell’acqua che si dissolvevano.» Il viaggio si è concluso con una passeggiata a Ginevra, a cui ho dedicato un post della scorsa primavera; si trova qui
Buona lettura e buone vacanze! 

12 luglio 2016

L'autobiografia di Agatha Christie

Le biografie dei grandi autori della letteratura mi incuriosiscono sempre. Non perché mi interessino le parentele o le vicende familiari (a meno che nell’albero genealogico non compaiano altri nomi illustri), ma perché – a dispetto delle teorie sulla “morte dell’autore” – credo che in un’opera biografica si possano in qualche modo percepire le motivazioni che hanno indotto un autore a scrivere una determinata cosa. O a non scriverla affatto. 
Un “sottogenere” particolarmente avvincente sono le autobiografie, che sono di solito dei volumi ponderosi, e che per tutto il loro procedere non mancano di destare in noi delle domande ben precise: l’autore sta dicendo la verità? queste memorie sono del tutto autentiche o sono filtrate dalla sua immaginazione? e se subiscono una flessione verso la fiction, lo fanno perché anche i ricordi dello scrittore sono stati involontariamente influenzati dalla sua natura creativa oppure perché l’io narrante ha deliberatamente scelto di raccontarci una verità parziale? 
Queste domande inseguono il lettore per tutto lo sviluppo di La mia vita, l’autobiografia di Agatha Christie (Mondadori, trad. it. di M.G. Castagnone). Nella Prefazione e nell’Epilogo la scrittrice ci fornisce i termini cronologici della composizione, iniziata nel 1950 nella casetta presso gli scavi di Nimrud, in Iraq – dove Agatha viveva con il secondo marito, l’archeologo Max Mallowan –, e terminata nel 1965 a Wallingford, nel Berkshire. È evidente da questo e da tanti altri elementi del testo che l’autrice ha intenzione di mantenere uno stretto controllo sulla narrazione, portando noi lettori esattamente dove lei desidera condurci – senza nessuna spiacevole deviazione. «Ho ricordato quel che volevo ricordare», afferma; e ancora: «ciò che desidero è immergere la mano nel sacchetto dei ricordi ed estrarla con una manciata» (evidentemente accantonandone molti altri). È opportuno, dunque, leggere questa autobiografia non come una “confessione” ma come l’ennesimo dei suoi coinvolgentissimi libri, ricco di avvenimenti, di colori, di ironia, di persone, con un lieve tocco di nostalgia per la limpida gioia dei primi anni e con la chiara volontà di sorvolare sulle sofferenze più acute della sua esistenza. 
I capitoli più belli sono quelli dedicati all’infanzia e alla prima adolescenza. I ricordi di Ashfield, la casa natale a Torquay (Cornovaglia), sono pieni di tenerezza, e Agatha ci fa camminare insieme alla “lei” bambina fra i suoi giocattoli, nell’aula delle lezioni con la sua affezionata bambinaia, nella cucina con l’instancabile cuoca che preparava focaccine e cioccolata calda, nel bellissimo giardino con «il leccio, il cedro e la Wellingtonia» dove era solita inventare storie, incessantemente borbottando a bassa voce nell’atto di crearle e di raccontarle a se stessa (identica procedura che avrebbe adottato in futuro con i suoi romanzi). Tra fuggevoli memorie dei grandi personaggi che passavano per casa (Henry James, Rudyard Kipling), fulmini di colori e di profumi (i ranuncoli, il tiglio), giostre, amicizie infantili, letture di Sherlock Holmes, la stagione del debutto, spettacoli teatrali, cibi di tutti i generi, nuvole di seta, crêpe de Chine e taffetà, si arriva al 1914, con la guerra e l’inizio della consapevolezza del voler scrivere romanzi. 
A questo punto comincia un’altra fase della vita di Agatha: l’età adulta, che se già per definizione comporta un mutamento radicale nel nostro modo di guardare e di intendere la vita, nel suo caso significò il risveglio da un sogno bellissimo. Per Agatha diventare grande volle dire lavorare nelle infermerie traboccanti di soldati feriti, un amore sempre complicato e un po’ inquietante con il marito Archie Christie, le difficoltà economiche. I brani più interessanti di questa parte sono quelli che riguardano il lavoro della scrittura – la gestazione degli intrecci, la creazione dei personaggi di Poirot, Hastings, Tommy e Tuppence e Miss Marple, la compilazione dei quaderni di appunti, le vicende editoriali, i libri scritti sotto pseudonimo, lo “scandalo” di Roger Ackroyd. Sono gli anni del giro intorno al mondo (raccontato nei dettagli in un altro libro di recente pubblicazione di cui ho parlato qui), dell’infanzia della figlia Rosalind e del penoso abisso in cui la scrittrice precipitò nel 1926, con la morte della madre, la separazione da Archie e l’episodio, mai pienamente spiegato, degli undici giorni della sua scomparsa – alla quale Agatha non fa riferimento alcuno.
L’ultima fase è quella segnata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dell’affermazione come scrittrice professionista, del secondo matrimonio, della vecchiaia. Qui la dominante sembra essere la malinconia, anche se la “donna” provata dai dolori dell’esistenza talvolta sparisce dietro l’incontenibile forza della fantasia della “scrittrice”: «Penso che la gratitudine che si prova nei confronti della vita non sia mai tanto forte e vitale come in questi anni. Ha la concretezza e l’intensità dei sogni, e a me sognare piace ancora molto». Il “senso della vita” di Agatha Christie è forse proprio questo, ed è una convinzione che sembra davvero sincera, e perciò confortante: «Mi piace vivere. È capitato anche a me di essere in balia di una profonda disperazione, di un’infelicità acuta, o di un terribile dolore, eppure so con certezza pressoché assoluta che essere vivi è una cosa straordinaria».


Consiglio la visione dello splendido documentario in inglese (ITV) «Perspectives. The Mystery of Agatha Christie», disponibile su YouTube cliccando qui. È il racconto della vita di Agatha attraverso i suoi luoghi, le sue lettere, i suoi diari e le fotografie, guidato da David Suchet, l'attore che ha interpretato l'investigatore belga nella lunga serie televisiva «Agatha Christie's Poirot». 

28 giugno 2016

I fratellastri

I fratellastri di Elizabeth Gaskell fu pubblicato nel 1859 nella raccolta in due volumi Round the Sofa, che conteneva anche My Lady Ludlow e altre storie. Questo racconto è l’ennesima dimostrazione del fatto che il talento dell’autrice per la narrazione breve è davvero fuori dal comune. Sia nelle storie «gotiche» (tra cui spiccano Storia della vecchia nutrice, Il destino dei Griffith oppure La donna grigia) sia in quelle di contenuto più «terreno», in poche pagine Gaskell riesce a evocare un mondo intero, fatto di scenografie perfettamente delineate e di personaggi che, benché tratteggiati con poche pennellate, sono pieni di carattere e dotati di un’identità inequivocabile. 
Nei suoi racconti la scrittrice sa dominare il trascorrere del tempo con grande maestria: nello spazio di una manciata di righe possono passare pochi minuti oppure un’intera vita, ma la lettura non è mai straniante, e noi ci sentiamo sempre accompagnati con garbo nella comprensione degli eventi narrati. Quando leggiamo queste storie ci sembra di essere uno dei fortunatissimi «ascoltatori» dei racconti di Gaskell: uno di quei suoi tanti affezionati amici che spesso avevano l’opportunità di sedere con lei intorno al caminetto (o «intorno al divano», come suggerisce il titolo della raccolta del 1859) e di sentire le narrazioni prendere vita dalla sua stessa voce. Come le scrisse in una lettera, sempre del 1859, William Wetmore Story (che la ospitò a Roma): «Permetteteci di rivedere il vostro viso e di risentire la vostra voce... Non volete raccontarci un’altra delle vostre affascinanti storie – e regalarci ancora il vivido ritratto di un personaggio?» 
Le Edizioni Croce sembrano aver voluto accontentare questa richiesta, che è anche quella dei lettori italiani, con la pubblicazione di I fratellastri in un volumetto esile ma denso di significati. Alla bella e attenta traduzione di Salvatore Asaro (con il quale ho dialogato qui) si accompagna una mia Postfazione, dedicata al ruolo della natura in questa e in altre opere di Elizabeth Gaskell e alle reminiscenze che le collocano in una temperie chiaramente romantica (parlo di Romanticismo nel senso della corrente filosofica, letteraria, artistica e musicale). 
Accuratissima e davvero interessante è poi l’Introduzione di Michela Marroni, che partendo da una presentazione dei rapporti tra Gaskell e Dickens si inoltra nello studio della narrativa breve della scrittrice esaminando le sfumature delle sue figure «eroiche», la funzione del «caso» e del «destino», gli echi della tradizione popolare e le complesse reti semantiche di natura religiosa che non mancano mai nella scrittura di Gaskell, ma che spesso a noi lettori rischiano di sfuggire. Queste Introduzioni sono fondamentali, perché offrono uno spettro di comprensione del testo letterario così tanto più ampio da aumentare fortemente il nostro piacere di leggere. A dispetto (o forse proprio in virtù) della loro brevità, infatti, i racconti sono densi e infinitamente stratificati: ogni riga è come l’ingresso a un percorso di interpretazione che va sempre più in profondità, regalandoci esperienze di lettura che sono anche molto istruttive. I saggi introduttivi servono a farci da guida in questi percorsi: sono come lanterne che, quando camminiamo dentro una grotta, illuminano per noi le bellezze che si nascondono nelle cavità della terra. 
In I fratellastri possiamo ritrovare molti motivi tipici della scrittura gaskelliana. C’è una figura materna silenziosa, che nutre la propria sofferenza con l’amore riservato ai suoi figli e poi sparisce dalla storia (come avviene per la mamma di Molly, la madre di Sylvia, la signora Hamley, la signora Hale, ...). C’è il racconto complicato di un rapporto tra figli di genitori diversi (come in Mogli e figlie). C’è il tema dell’emarginazione, della solitudine e del vagabondaggio (come nell’ultima parte di Gli innamorati di Sylvia), spesso accompagnato all’idea del sacrificio e dell’espiazione. Ci sono i caratteristici indicatori della «fiaba» identificati nelle teorie narratologiche di Propp (come in Mogli e figlie e in tanti altri racconti). E poi c’è, come in ogni sua opera, un paesaggio che è una «creatura» vivente, e che grazie alla splendida scrittura di Gaskell prende quasi una forma tridimensionale sotto i nostri occhi: mentre leggiamo, il landscape si allarga verso le periferie, si allunga verso l’orizzonte, sale verso l’alto e ci mostra le colline, i dirupi, le cascate, e un immenso cielo dal quale piovono acqua o neve, che può acquietarsi in un tramonto, sul quale spuntano le stelle. Nella mia Postfazione ho voluto proprio esplorare il paesaggio della scrittura gaskelliana, esaminando le sue relazioni con l’emotività dei personaggi e cercando di «visualizzarlo», con l’aiuto di riferimenti alla pittura romantica di Constable, di Friedrich, ma soprattutto di J.M.W. Turner.

25 giugno 2016

Love & Friendship al cinema

Questa settimana ho potuto vedere al cinema Love & Friendship, un film diretto da Whit Stillman e tratto dal romanzo epistolare giovanile di Jane Austen Lady Susan (di cui ho scritto qui). Nella minuscola sala della mia piccola città ho trascorso l'ora e mezza del film in piacevole compagnia di altri due spettatori (una splendida coppia sulla settantina abbondante) che come me sembrano aver apprezzato l'esperienza di vedere un film in inglese con i doppi sottotitoli, in francese e tedesco (dopotutto siamo in Svizzera!) 
Il film, oltretutto, è davvero molto ben fatto. In primo luogo rispetta lo spirito epistolare della storia scritta da Austen, perché i minuti sono divorati dai dialoghi e dai lunghissimi monologhi che riproducono, talvolta testualmente, le lettere del libro. Il regista manifesta le proprie scelte stilistiche sin dall’inizio, quando i luoghi e i personaggi sono presentati allo spettatore con scene statiche, a tutto schermo, un po’ scurite sui margini (con effetto «vignettato»), che ricordano subito delle miniature settecentesche. 
Il film è decisamente «miniaturale» e decisamente settecentesco. Oltre che dalla tendenza alla fissità delle immagini e da musiche che conservano certe risonanze shakespeariane è infatti contraddistinto dall’ironia. Anzi, direi che l’ironia lo pervade, riuscendo a restituirci la natura dissacrante e sarcastica della scrittura di Jane Austen. Tom Bennett, in particolare, regala al personaggio di Sir James Martin una comicità che ha strappato qualche sonora risata sia a me che ai miei due compagni di «visione» e i siparietti tra Lady e Lord De Courcy (interpretato da James Fleet, già John Dashwood in Sense and Sensibility del 1995) sono spassosissimi. Confermano l’identità settecentesca della storia le scelte dei costumi (gli abiti delle signore sono precedenti a quello stile Impero al quale siamo stati abituati a vederli finora), tra cui spiccano due notevoli esemplari in tessuto a righe, e il ritratto di un Sensibility man («uomo della Sensibilità»), rappresentato dagli occhi lucidi di lacrime di Reginald de Courcy. 
Le scenografie sono suggestive, molto attente a mostrare soggiorni, ingressi, stanze da letto, salottini privati che abbondano di oggetti come libri, candele, ritratti. Un aspetto specifico dell’uso della cinepresa ad avermi affascinata è, in particolare, la presenza ricorrente di «soglie»: porte, finestre e cancelli ritornano continuamente. Un paio di scene esterne, che sono volutamente limitate dalle «soglie» o «confini» del parco di Churchill, sono evidenti citazioni da Sense and Sensibility del 1995; le scene interne, invece, sono spesso rappresentate, in modo molto intelligente e originale, in secondo piano rispetto alla cornice offerta da una porta socchiusa. Questa scelta stilistica mi ha da una parte ricordato che le «cornici» (di natura sociale, economica, culturale e persino biografica) di un testo non devono mai essere trascurate, e dall’altra costruisce un efficacissimo senso di eavesdropping (la parola inglese per «origliare»), che sottolinea la portata trasgressiva della storia rappresentata, fedele all'originale. 
Come scrive Diego Saglia (Leggere Austen, Carocci 2016, pp. 97-99), infatti, «[Lady Susan] è la controparte femminile del personaggio di Lovelace [...] [sulla quale] Austen ci impedisce di formulare un giudizio netto. […] l’autrice ci porta a preferire la voce franca, diretta e spregiudicata della protagonista e la sua visione egoista e corrotta del mondo. […] [Lady Susan] non si pente delle sue macchinazioni, né si ravvede e si vota alla virtù. Ma non viene neppure punita dalla giustizia narrativa dell’autrice». 
Una nota di merito conclusiva va a Kate Beckinsale, che da giovanissima e candida Emma (miniserie ITV, 1996) si è saputa tramutare in una Lady Susan enigmatica e credibilissima – con un accento British davvero irresistibile. Potete «assaggiare» il fascino suo e dell'intero film già nel trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=8MaSK3POHI0

Questo post è stato pubblicato, con qualche variazione, anche su www.jasit.it

19 giugno 2016

Raggi di luna

Stamattina ho chiuso l’ultima pagina di Raggi di luna di Edith Wharton (Bollati Boringhieri 2015, trad. it. di M. Biondi). The Glimpses of the Moon (titolo tratto da un verso dell’Amleto) uscì nell’agosto del 1922, un anno dopo che l’autrice si era guadagnata il Premio Pulitzer per il suo capolavoro, L’età dell’innocenza; è un libro ancora una volta basato sui temi dell’amore, del matrimonio e delle difficoltà di proteggere queste due fragili e preziose esperienze della vita umana da una società dominata dalla falsità, dalle convenienze e dalla necessità costante di accumulare e di spendere denaro («sapeva quanto è fragile il filo a cui sta appeso chi non ha un centesimo»). 
Nella sua autobiografia, A Backward Glance (pubblicata in italiano con il titolo Uno sguardo indietro), Wharton parla di Raggi di luna in riferimento al contesto del primo dopoguerra. Di questo periodo scrive: «La morte e il lutto erano come tenebre sulle case dei miei amici e io soffrivo con loro, e fondevo il mio cordoglio privato con il dolore di tutti», nel patire «il crescente senso di spreco e di perdita dovuto agli irreparabili anni della guerra». Per questo Raggi di luna offre, secondo lei, «una via di fuga dai recenti, spaventosi anni». 
In effetti, questo romanzo, pur ricordando per molti versi – e soprattutto nella sua protagonista, Susy – il tragico La casa della gioia, appare più “leggero” di altre opere di Edith Wharton, essendo molto concentrato sull’intreccio amoroso piuttosto che sulla disamina, tipica di altri suoi libri, della complessa e stritolante meccanica sociale. Al momento della sua pubblicazione ebbe un grande successo di pubblico, ma la critica iniziò a intravvedere una certa lontananza della scrittura dell’autrice da quelle che stavano diventando le istanze rivoluzionarie della letteratura contemporanea, rappresentate da lavori come Terra desolata di T.S. Eliot o Ulisse di Joyce; è innegabile, tuttavia, che nella rappresentazione precisa della vita mondana dei personaggi di Raggi di luna, sembrano comparire motivi che si ritrovano anche in Il grande Gatsby (1923).

La grande bellezza di questo romanzo, come spesso avviene in Wharton, sta nella sua rievocazione del “sense of place”. I due protagonisti, Susy e Nick, da tipici espatriati americani, si spostano su e giù per l’Europa andando incontro a “raggi di luna” destinati a spiovere sempre su splendidi paesaggi, la maggior parte italiani. La loro storia coniugale inizia in una villa sul Lago di Como, le cui piccole onde si fanno «più ampie, riducendosi infine a una serica levigatezza, mentre alta sopra le montagne, in un cielo spolverato di stelle sempre più evanescenti, la luna stava passando dall’oro al bianco». Lasciata Como, i due si spostano, sempre squattrinati e sempre ospiti dell’interessata generosità altrui, nella cornice stregata di Venezia, dove il sole «entrava a fiotti attraverso le tende di vecchio broccato, e la sua rifrazione dalle increspature del canale tracciava un reticolo di scaglie dorate sul soffitto a volta» e, nel crepuscolo, la prua delle gondole «scivolava sopra il riflesso capovolto dei palazzi e nel profumo di giardini nascosti». Non può mancare, infine, una fotografia di Parigi, la tanto amata Parigi di Edith Wharton, con «il reticolo della città vecchia, le grandi volte grigie di St. Eustache, le vie gremite del Marais».