19 marzo 2012

L'enigmatica identità di Shakespeare

Il libro segreto di Shakespeare di John Underwood (che, come ho sospettato fin dall'inizio, è uno pseudonimo!) è stata una lettura molto piacevole, di quelle che ti tengono incollata al Kindle fino a tarda ora e poi, quando spegni la luce, ti pare che il buio intorno a te nasconda chissà quali segreti... Io non ho visto Anonymous, il film che a questo libro si è ispirato, perché da brava innamorata dei classici inglesi mi sentivo a disagio all'idea di sottoporre la mia pazienza per due lunghe ore, nella sala di un cinema, alle teorie cospiratorie che negano a Shakespeare la paternità delle sue opere. Ma i libri hanno su di me un fascino maggiore della pellicola, e trovare questo volume durante una delle mie esplorazioni in libreria ha stuzzicato la mia curiosità. 
Il romanzo è un mystery ben fatto, con un buon personaggio principale, Jake Fleming (i coprotagonisti, a parte il libraio di Charing Cross, mi sono piaciuti un po' meno, e ho trovato un po' scontata la figura del villain ) e delle ambientazioni davvero bellissime. Londra si stende davanti agli occhi del lettore in tutto il suo enigmatico magnetismo, evocando in ogni scena, ad ogni angolo, la forza del suo passato e la potenza della sua autocelebrazione. 
In questa immagine Marlowe
si toglie la maschera del Bardo
Ciò che più attira noi lettori, tuttavia, è il germe di questa narrazione. La storia inventata da Underwood gira intorno a una teoria piuttosto datata, di cui avevo sentito parlare solo per caso, e senza alcun approfondimento: l'idea, cioè, che le opere di Shakespeare non siano state scritte da Shakespeare. Nel romanzo i personaggi intraprendono una ricerca piuttosto pericolosa per sostenere questa ipotesi, costretti a scontrarsi con l'opinione comune, con gli studiosi delle università e con l'immortale "ideale" del Bardo che da solo costituisce gran parte dell'identità britannica. Nelle loro conversazioni si citano, come in un saggio critico, numerose opere effettivamente esistenti che corroborano l'attribuzione delle opere del Canone ad altri scrittori - De Vere, Francis Bacon, Marlowe. 
Il punto di partenza di questa tesi è dato dalla mancanza di sufficienti dati certi sulla biografia di Shakespeare, dalla sicura assenza di un patrimonio librario nel suo testamento, dalla inconfutabile verità che nella sua vita egli non frequentò altro che le scuole elementari di Stratford e visse un'esistenza del tutto legata agli affari e all'accumulo di ricchezze. Senza un'istruzione universitaria e senza possedere libri, sostengono i detrattori del suo nome, come avrebbe potuto costui scrivere opere così dense di sfumature politiche, filosofiche, poetiche e letterarie? E se non fu William Shakespeare di Stratford-upon-Avon a scriverle, chi ne fu l'autore?
Alcuni sostengono che si trattò di Christopher Marlowe, eccellente drammaturgo nato nei pressi di Canterbury nel 1564, studente a Cambridge e in seguito arruolato nei servizi segreti della Corona. La sua sorte subì diversi capovolgimenti, tanto che da genio letterario ammirato e rispettato finì per essere considerato un pericolo per la nazione, un libertino, un omosessuale. Morì (?, il punto interrogativo è d'obbligo per i supporter della teoria del complotto) nel corso di una misteriosa rissa appena fuori Londra, e tutti concordarono che se fosse sopravvissuto ai ventinove anni avrebbe potuto scrivere opere straordinarie, forse tramutandosi nel vero vate della drammaturgia britannica. Una sola citazione può bastare a dare conto del suo talento poetico: Sei più bella dell'aria della sera cinta dalla bellezza di mille stelle
Se vi interessa leggere qualcosa in più a proposito delle  teorie degli anti-stratfordiani, visitate http://it.wikipedia.org/wiki/Attribuzione_delle_opere_di_Shakespeare; se invece la sola cosa che vi riempie il cuore è la pienezza della poesia andatevi a cercare in biblioteca l'indimenticabile Dottor Faustus di Marlowe (versi che suonano fra i più alti della letteratura inglese; da esso è tratta la citazione sopra) e non dimenticatevi dei Sonetti di Shakespeare (o di Marlowe, decidete voi..!), che ogni giorno sanno infondere nuova vita alla nostra sete di bellezza. 
Il mio preferito è il Sonetto 55. E il vostro?


P.S. 21 marzo. Ho appena scoperto, con una certa sorpresa e un po' di turbamento, che il libro di Underwood non è mai stato pubblicato nel mondo anglofono. Nessuno ha voluto stamparlo in Gran Bretagna, né negli Stati Uniti, tanto che sul sito personale dello scrittore compare l'immagine della copertina italiana di Newton&Compton. Sembra quasi che la storia che vi è raccontata abbia disegnato il suo stesso destino: forse contiene segreti che qualcuno non è disposto a pubblicizzare? ; )


3 commenti:

  1. A me piace molto anche l'enigmatico sonetto 94. Un'altra buona lettura sulla controversa figura del Bardo e sul mistero della creazione delle sue opere è The Shakespeare Secret di J.L. Carrell.

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    1. Sì, il 94 è eccezionale, si potrebbero spendere ore a parlarne... Grazie per la segnalazione a proposito di Carrell!

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  2. Ricordo bene quando, all'università, la docente ci raccontò di queste teorie alternative a ciò che canonicamente si dà per assodato a proposito del Bardo (che pure, al di là delle sue opere, è molto poco!). Il fatto che non fosse lui, o fosse Marlowe, o fosse addirittura un insieme di scrittori diversi, sembrarono subito spunti di riflessione e ricerca assai affascinanti ma, come te, fatico ad accettare di privare il buon Will della paternità delle sue straordinarie opere!
    Ah, che versi incredibili, quasi disumani, eppure umanissimi, quelli creati da Marlowe, e da Shakespeare (...o uno solo di loro, o entrambi, o nessuno...)!

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