21 marzo 2012

Giornata mondiale della poesia

Dolce e chiara è la notte e senza vento. Forse il verso più bello di tutta la poesia italiana? 
Oggi è la giornata mondiale della poesia decretata dall'Unesco, e non c'è davvero niente di più bello a cui pensare nel primo giorno di primavera. 
Nell'ultimo post ho nominato velocemente il Sonetto 55 di Shakespeare, che è un po' un elogio della poesia stessa, della sua forza, della non-fisicità che la rende più longeva dei monumenti di pietra, e più calda dell'amore stesso, perché è l'abbraccio imperituro che lo conserva nel tempo.
Not marble, nor the gilded monuments 
Of princes, shall outlive this powerful rhyme;
But you shall shine more bright in these contents 
Than unswept stone besmear'd with sluttish time.
[Non il marmo, né i monumenti d’oro vivranno più della potente rima;
ma tu brillerai ancor più in questo coro che pietre private dal tempo in stima.]
La celebrazione dell'arte (poetica) e della sua invincibilità rispetto all'effimeratezza della nostra vita e del nostro sentire è anche il tema di Ode on a Grecian Urn di John Keats:
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal – yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!
[Amante audace, non potrai mai baciare 
Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti 
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l'amerai per sempre, per sempre così bella.]
Leopardi, Shakespeare, Keats - i poeti che hanno riempito i miei anni di formazione mi tornano tutti in mente oggi, in questa giornata in cui gli alberi di pesco riempiono l'aria già tiepida e i prati e le aiuole sono cosparsi di piccole viole selvatiche. Ma mi tornano in mente anche le solenni odi e i preziosi sonetti di Foscolo, la sublime poesia di John Donne, i luminosi versi di Anna Letitia Barbauld, l'autrice sulla quale ho scritto la mia tesi di dottorato. 
Di quando in quando ritorno a leggere il carme Dei Sepolcri del poeta veneziano, e ci sono sezioni che ogni volta evocano atmosfere più intense, come:
Rapìan gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte
perché gli occhi dell'uom cercan morendo 
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce
o altre che in poche sillabe sanno riportare in vita tutto ciò che è stata la classicità:
Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
Amo tutta la poesia che fa riferimento alla luce, e alle forme della luce e ai suoi contrasti. Amo gli idilli lunari di Leopardi e torno spesso a rileggere quel passo dalla Ginestra che recita:
Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch'a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l'uomo non pur, ma questo
globo ove l'uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz'alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell'uomo?
Quattro anni fa ho citato questi versi in un talk che ho tenuto a Bologna, per un convegno dedicato all'idea del viaggio nel Romanticismo. Li ho citati per sottolineare una certa assonanza con un meraviglioso componimento di Anna Barbauld intitolato A Summer Evening's Meditation [Meditazione di una sera d'estate], un viaggio della mente che la poetessa intraprende per evadere da una quotidianità limitante e per tentare le potenzialità della propria poesia - un processo straordinario per una donna che scriveva all'inizio del diciannovesimo secolo. Eccone un estratto:
How deep the silence, yet how loud the praise!
But are they silent all? or is there not
A tongue in every star that talks with man,
And wooes him to be wise; nor wooes in vain:
This dead of midnight is the noon of thought,
And wisdom mounts her zenith with the stars.
At this still hour the self-collected soul
Turns inward, and beholds a stranger there
Of high descent, and more than mortal rank;
An embryo GOD; a spark of fire divine,
[…]
What hand unseen
Impels me onward thro' the glowing orbs
Of inhabitable nature; far remote,
To the dread confines of eternal night,
To solitudes of vast unpeopled space,
The desarts of creation, wide and wild;
Where embryo systems and unkindled suns
Sleep in the womb of chaos; fancy droops,
And thought astonish'd stops her bold career.
Ci sono tante cose che potrei dire su quest'opera in versi, e sulla sua autrice, che ha occupato tre anni della mia vita riempiendomi di interrogativi, di soddisfazioni, di innumerevoli e straordinarie scoperte! Nei prossimi giorni riprenderò questo brano fornendone una traduzione, sulla quale dovrò lavorare al meglio delle mie capacità. Riprenderò anche il discorso su Barbauld, che pochi conoscono ma che meriterebbe tanta considerazione anche qui in Italia. Nel frattempo, se l'argomento vi incuriosisce, visitate il sito che le ho dedicato: Reading Anna Barbauld, dove ho esposto i tratti principali della mia tesi.
Ma lasciatemi concludere questo post con il miglior augurio per una felice Giornata Mondiale della Poesia: vi basterà leggere o rileggere qualche verso per festeggiarla come si deve!


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