14 marzo 2011

La patria nostra


La fine del Settecento è stata anche per il nostro Paese il principio di un nuovo, inedito senso della nazione. L'idea di Italia, che secoli di frammentazione politica e amministrativa avevano quasi annichilito, risorge in questi anni come una necessità ragionata ma anche appassionata, concepita sulle basi di una identità culturale ben chiara: sono Dante e Petrarca, gli innovatori se non i creatori della nostra lingua, i veri padri della patria. Un'opera fra le più belle a farsi portatrice dell'ideale di riunificazione e quindi della sofferenza dovuta alla sottomissione allo straniero sono le Ultime lettere di Jacopo Ortis. L'apertura è di una densità e di un dolore insopportabili, tali da rendere inimmaginabile l'idea che l'Italia debba versare in una situazione di separazione (dovuta in questo caso alla cessione della Serenissima agli austriaci con il trattato di Campoformio, 1797): "Il sacrificio della patria nostra è consumato. Tutto è perduto". La patria nostra è qui, naturalmente, Venezia, ma si tratta di una sineddoche efficace: Foscolo è da annoverarsi fra i primi e più accorati propugnatori del mito della nazione italiana. Nella stessa pagina Jacopo lamenta che "noi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl'italiani", rendendo ben evidente a chi l'autore si rivolga parlando della patria. Del resto, Foscolo è acceso cantore e difensore delle glorie nazionali (italiane) in quello che è per me il maggiore componimento in versi della letteratura italiana (insieme con la Ginestra leopardiana), Dei Sepolcri. Nel 1809, inoltre, il poeta di Zacinto esorta gli italiani all'amore per la patria in Dell'origine e dell'officio della letteratura con queste parole: "O Italiani [...] visitate l'Italia, o amabile terra!" e parlando di Dante, Galileo e Tasso invita i compatrioti: "Prostratevi su' loro sepolcri, interrogateli come furono grandi e infelici, e come l'amor della patria [...] accrebbe la costanza del loro cuore, la forza del loro ingegno e i loro beneficii verso di noi".


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