3 maggio 2016

Elizabeth Gaskell e un amore moderno

Oggi, con la primavera che brilla fuori dal balcone, riflettendosi sui campi che si estendono verso le colline lontane, quasi azzurre, voglio dedicare un post alla storia d’amore più bella – almeno per me – di tutta la scrittura gaskelliana: quella tra Molly Gibson e Roger Hamley. Il ritratto di questo legame può essere annoverato tra le tantissime ragioni per cui Mogli e figlie (1866) è il capolavoro della scrittrice. 
In molti grandi romanzi i personaggi assumono un’identità più precisa solo quando si accompagnano ad altri (per fare un esempio eclatante, pensiamo a Mr. Darcy, che senza Elizabeth non avrebbe praticamente alcun significato narrativo); Roger e Molly, invece, sono due round characters completi e vividi anche se considerati singolarmente – ed è proprio singolarmente che impariamo a conoscerli nel corso del romanzo. 
Di Molly assistiamo alla crescita completa: la vediamo infatti muoversi nel mondo dall’infanzia, quando si smarrisce nel parco di Cumnor Towers, fino alla giovinezza matura e consapevole, che è il risultato delle tante avventure emotive che supera con il procedere della sua vita (secondo lo schema narrativo di Propp, nel quale Mogli e figlie sembra rientrare anche in virtù del tono fiabesco dei suoi primi capitoli). Di lei ci colpiscono la forte statura morale, la testardaggine, il rapporto con il padre: Mr. Gibson è un altro personaggio incredibile di questo libro, un uomo profondamente integro, votato alla professione, intelligente, dai modi frugali, che per un solo (gigantesco) errore di valutazione – frutto di un pizzico di vanità personale e dell’ambizione a una vita tranquilla – si trova a dover affrontare proprio il genere di vita che maggiormente aborriva, fatto di artificiosità, sotterfugi e superficialità nelle relazioni umane. 
A differenza della concretezza del padre (che pure talvolta si allevia, come per esempio nella splendida scena autunnale), Molly ha la caratteristica di perdersi continuamente in fantasticherie, che spesso la conducono a riflessioni molto più grandi di lei; questi suoi pensieri si armonizzano ai temi di amplissimo orizzonte, come gli studi scientifici e le teorie evoluzionistiche, che rendono questo romanzo un classico fondamentale (ancora sottovalutato) della letteratura occidentale. Quando, nonostante gli sforzi di accettare il secondo matrimonio di Mr. Gibson, la ragazza si rende conto che il padre – il suo eroe – sembra spesso non essere all’altezza di affrontare il caos generato dalle sue scelte, la ritroviamo a meditare sulla stranezza dell’incrocio dei destini, che spesso disallineano le coordinate del mondo che conosciamo fino a farcene sentire estranei: «Per tutto quell’inverno si era sentita come se il suo sole fosse avvolto in una nebbia grigia, e non potesse più brillare vivido per lei. La mattina si svegliava con la sorda sensazione che qualcosa non andasse per il verso giusto – che il mondo fosse scardinato, e se toccava a lei metterlo a posto, non sapeva come fare.» Quella di Molly è una personalità molto complessa, contraddistinta da forti conflitti emotivi e soprattutto dalla difficoltà di conciliare la sua onestà e la sua voglia di essere una ragazza “buona” con ciò che di palesemente sbagliato si verifica nella vita di tutti i giorni: «Per qualche minuto la sua testa sembrò troppo confusa per comprendere alcunché, se non che si stava facendo trascinare nel cammino diurno della terra, insieme alle rocce, alle pietre, agli alberi, con una così esigua volontà personale da sembrare morta. Poi la stanza divenne soffocante, e per istinto lei si avvicinò alla finestra aperta e si affacciò, ansando per prendere fiato. Gradualmente, la vista del panorama dolce e pacifico si insinuò nella sua mente, e placò l’intontimento e la confusione. Là, bagnato dai raggi quasi piatti del sole d’autunno, c’era il paesaggio che conosceva e amava sin dall’infanzia; quieto, e denso di piccole vite mormoranti, com’era, a quell’ora, da generazioni. I fiori autunnali splendevano nel giardino sotto di lei, le vacche pigre erano sparse nei prati più lontani, ruminando il loro bolo nel verde fieno di secondo taglio; i fuochi della sera erano appena stati accesi nei cottage distanti, in attesa del ritorno dell’uomo di casa, e lasciavano salire nell’aria immobile morbidi riccioli di fumo azzurrino». Questo brano è importante anche perché è denso di un fortissimo senso del Tempo, perché evoca l’evoluzione geologica, il rafforzamento della sensibilità umana negli anni dell’adolescenza, il cambiare delle stagioni, la rigenerazione della natura. 
L’interesse per lo studio della natura che questo passo sembra sprigionare è strettamente legato al personaggio di Roger Hamley. Roger, il secondogenito dello Squire, è uno studioso di scienze naturali che dopo aver ottenuto il massimo dei voti al college (contrariamente alle aspettative dei genitori, che contavano sulla brillantezza del primogenito Osborne, il quale, invece, ha raccolto risultati molto scarsi), decide di partire per l’Africa per una lunga missione esplorativa che gli consente di pubblicare dei contributi su importanti riviste scientifiche internazionali. Questo suo “mestiere”, al quale Roger fa affidamento per costruirsi un futuro indipendente – la sua famiglia è in gravi difficoltà economiche e lui non esista a condividere il proprio denaro con il padre e con l’amato fratello – lo rende non solo un personaggio letterario molto originale ma anche una figura di grande modernità. Roger, un uomo schietto, franco, buono, aperto (non ha mai paura di esprimere i propri sentimenti), eppure non perfetto – come dimostra la sua precipitosa infatuazione per Cynthia – è il magnifico rappresentante dell’ideale maschile del Vittorianesimo, perché è forte fisicamente, affidabile moralmente e coinvolto in prima persona nel progresso scientifico del suo Paese. 
L’amore tra Molly e Roger è una stupenda storia da leggere, perché unisce due persone (quasi non sono neppure “personaggi”) dal cuore grande, che guardano in faccia il mondo senza aver paura di varcare i suoi orizzonti. Come Roger salpa da solo per un continente ancora del tutto sconosciuto, così Molly affronta a testa alta il rischio dello scandalo (il pericolo più grave per una donna non sposata, nella sua epoca), e lo fa perché sulla sua casa, resa ombrosa dai comportamenti e dalle scelte di Mrs. Gibson e di Cynthia, torni a splendere il sole dell’onestà, com’era prima che il padre si risposasse. È una bella storia d’amore perché le sue radici affondano in un’amicizia speciale, basata sulla confidenza e sul conforto reciproco, che è così forte da superare persino le debolezze individuali. Quali basi migliori per la certezza di un felice futuro a due? 
La morte improvvisa della scrittrice ci ha impedito di commuoverci (molto probabilmente!) sulla scena del ricongiungimento tra Molly e Roger. Di questo si rammarica anche l’Editore della Cornhill Magazine nella Nota in chiusura del libro, dove leggiamo: «Quanto sarebbe stata incantevole questa scena, se Mrs. Gaskell fosse vissuta per dipingerla, possiamo solo immaginarlo: del fatto che sarebbe stata incantevole – specialmente nei gesti, nell’espressione e nelle parole di Molly – siamo consapevoli». Questo vuoto narrativo forzato, però, ci offre una possibilità preziosa: nella nostra immaginazione, possiamo dare a quell’incontro i tratti che sentiamo più vicini alle nostre speranze.

23 aprile 2016

Shakespeare 400

Oggi il mondo intero ricorda i 400 anni dalla morte di William Shakespeare. Festeggiamenti di ogni sorta si sono organizzati in ogni dove e non è facile pensare a un solo breve argomento per un post che partecipi degnamente alle celebrazioni.... Il monologo di Prospero nel IV Atto della Tempesta

Our revels now are ended. These our actors, 
As I foretold you, were all spirits, and 
Are melted into air, into thin air: 
And like the baseless fabric of this vision, 
The cloud-capp'd tow'rs, the gorgeous palaces, 
The solemn temples, the great globe itself, 
Yea, all which it inherit, shall dissolve, 
And, like this insubstantial pageant faded, 
Leave not a rack behind. We are such stuff 
As dreams are made on; and our little life 
Is rounded with a sleep. 

Immagine ©IpsaLegit2016

Dovrei parlare della magia di Puck? Della passione di Antonio? Dei tormenti di Bruto? Della libbra di carne del Mercante di Venezia? Degli enigmi del Racconto d’inverno? Del prologo dell’Enrico V? Della sonorità del pentametro giambico? Dei sonetti 17, 18, 29? Oppure del 55: 

Not marble, nor the gilded monuments  
Of princes, shall outlive this powerful rhyme; 
But you shall shine more bright in these contents 
Than unswept stone, besmear'd with sluttish time.  
When wasteful war shall statues overturn,  
And broils root out the work of masonry,  
Nor Mars his sword nor war's quick fire shall burn 
The living record of your memory.  
'Gainst death and all-oblivious enmity 
Shall you pace forth; your praise shall still find room 
Even in the eyes of all posterity  
That wear this world out to the ending doom. 
So, till the judgment that yourself arise,  
You live in this, and dwell in lovers' eyes. 

Shakespeare's birthplace
Stratford upon Avon (2007)
Impossibile prendere una decisione! D’altronde, Shakespeare è in qualche modo il movente di tutto ciò che sto facendo in questi anni, dato che è la ragione per cui ho scelto di studiare inglese all’università…. Nel corso del primo anno di studi, nonostante ci fossero diverse alternative per sostenere l’esame di Letteratura Inglese I (tra cui, mi ricordo, un corso su Jane Austen e uno sul romanzo gotico, entrambi semestrali), io scelsi quello annuale sui drammi romani di Shakespeare. Lo finimmo in quattro. Che fatica... ma ne valse la pena! Al terzo anno intrapresi il corso facoltativo di Letteratura Inglese del Rinascimento solo per la possibilità di studiare con cura i Sonetti. Bellissimi ricordi… ore e ore fermi su un solo verso, a rievocare insieme le infinite possibilità interpretative di una parola, di una figura o di un suono. Per Letteratura Inglese IV il corso monografico sui romances (The Tempest e A Winter’s Tale): per preparare l’esame finale, che comprendeva, tra le altre cose, anche Marlowe, il Paradiso perduto e tutta la Faerie Queene, impiegai otto mesi. Infine, per il dottorato, un seminario tenuto da uno dei più grandi anglisti e americanisti italiani su Il mercante di Venezia e Otello. 
Shakespeare's grave
Stratford upon Avon (2007)
Insomma, Shakespeare è sempre entrato, uscito e rientrato dalle porte e dalle finestre dei miei studi, eppure, contrariamente a quanto spesso accade, non me ne sono mai stancata. Anni fa, davanti alla sua tomba nella chiesa di Stratford upon Avon, ho sentito un brivido; e altri li ho sentiti nelle stanze della sua casa, di fronte al vetro della finestra inciso dagli illustri visitatori che hanno lasciato lì il loro nome (uno su tutti, Wordsworth), a testimonianza del loro pellegrinaggio. Oggi mi piacerebbe essere al Globe, ad assistere a uno dei miei drammi preferiti (Giulio Cesare, Molto rumore per nulla, Riccardo II…), ma Shakespeare è un po’ intorno a tutti noi, anche se non si è a teatro, anche quando non si ha un suo libro fra le mani, anche quando si sta conducendo la più ordinaria delle giornate nella più normale delle esistenze. 
Anche quando non lo sappiamo, Shakespeare è parte di quello che siamo.

18 aprile 2016

Dialogo fra traduttori

Cari lettori, oggi Ipsa Legit e la pagina Leggere Elizabeth Gaskell vi propongono un post del tutto speciale. Come molti di voi sanno, negli ultimi anni ho lavorato molto su Elizabeth Gaskell, traducendo per la prima edizione italiana i suoi due ultimi romanzi “lunghi”, Sylvia’s Lovers (Gli innamorati di Sylvia, Jo March 2014) e Wives and Daughters (Mogli e figlie, Jo March 2015), e preparando un saggio intitolato Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana pubblicato da flower-ed (marzo 2016). C’è anche qualcos’altro in ballo, proprio in questo periodo, ma ne parleremo quando il progetto sarà definito...! 
Oggi invece voglio presentarvi un “collega”, ovvero un altro traduttore che si è occupato e si sta tuttora occupando della scrittura di Elizabeth Gaskell, Salvatore Asaro. Ecco la nostra conversazione.

1) Benvenuto, Salvatore, e grazie di aver accettato questo invito. Di recente hai curato per le Edizioni Croce la ristampa della traduzione italiana (di Fedora Dei) di Mary Barton, il primo romanzo “lungo” di Elizabeth Gaskell. Mary Barton è un romanzo cruciale, che segna il debutto di Gaskell sulla scena letteraria e lo fa con una serie di tematiche piuttosto controverse, soprattutto – ma non solo – all’epoca della pubblicazione (1848). Quali sono gli aspetti del romanzo che ti hanno maggiormente coinvolto o affascinato?
Grazie mille a te, Mara, per avermi invitato! Sì, ho curato di recente la ripubblicazione di Mary Barton per i tipi delle Edizioni Croce ed è stato un lavoro assieme delicato e affascinante. Ho lavorato su una traduzione bellissima e molto puntuale, dove è possibile cogliere tutti i colori, tutti gli odori e tutti i sapori che Elizabeth Gaskell aveva attribuito alla sua Manchester, nell’originale inglese. La traduzione di Fedora Dei ha fatto un uso massiccio di costrutti regionali laddove la scrittrice inglese ricorreva al dialetto di Manchester e a una sintassi libera, quasi “sgrammaticata”, quando lasciava parlare il popolo con i loro vizi di forma e i loro ipercorrettismi. Diventa qualcosa di quasi voyeuristico andare ad analizzare da vicino il lavoro di un altro traduttore, scoprire le tecniche che ha adottato, cercare di capire le motivazioni che lo hanno spinto a fare una scelta piuttosto che un’altra. E di sicuro mi sono divertito tantissimo. Contestualmente alla revisione della traduzione, ho lavorato anche sulle note, un lavoro che – da filologo – mi affascina sempre tantissimo; amo l’intertestualità, leggere fra le righe, scoprire i rimandi biblici, e Elizabeth Gaskell, in questo, non mi delude mai. Mary Barton è conosciuta come l’opera di esordio della Gaskell, anche se non è stata la sua prima vera prova d’autore. La scrittrice inglese infatti si era confrontata con la scrittura già altre volte, dando alle stampe una serie di racconti brevi e brevissimi, come: “Life in Manchester”, “Christmas Storms and Sunshine” e il bellissimo “Sexton’s Hero”, tutti apparsi su Howitt’s Journal. Al di là della genesi del libro, più o meno nota a tutti i lettori, Mary Barton è la prima opera sul serio “immensa” con la quale la scrittrice deciderà di misurarsi. Rispondo alla tua domanda utilizzando le più autorevoli parole di Francesco Marroni che ha curato la prestigiosa introduzione al volume: «Scrivendo il suo primo romanzo, Mary Barton, Gaskell si confrontava direttamente con i mali sociali che ormai erano ben visibili anche agli occhi di quella parte della classe politica che sosteneva in modo acritico il primato dell’industria, senza interrogarsi sui conflitti che originavano dalla crescente distanza fra padroni e proletariato urbano. Tuttavia, non disgiunta dalla tematica sociale, Gaskell introduce anche il paradigma del male inteso in senso metastorico: il male come elemento costitutivo del percorso umano» (p. VIII). Mary Barton è un romanzo, come hai detto tu, cruciale e anche se risente ancora (inevitabilmente!) dei vecchi modelli ottocenteschi, si percepisce che è presente, in germe, l’intenzione di qualcosa di molto più grande, di molto più profondo e ambizioso: intenzione che maturerà in romanzi successivi come Nord e Sud e il monumentale Mogli e figlie. La figura dell’eroina unica ne è un esempio non di poco, è Mary che risolve tutto quanto, è Mary che decide della sua vita, è Mary che darà il via a una serie di personaggi femminili forti. Stiamo parlando, senza alcun dubbio, di un grande libro, di una lettura imprescindibile per chiunque voglia approcciarsi al mondo della letteratura in generale, di un romanzo forse “sperimentale”, sicuramente innovativo, ed è stato un vero peccato che ai lettori italiani, per anni, non è stato possibile poterne apprezzare il contenuto. E per questo sono molto grato alle Edizioni Croce, in primis per aver pubblicato un testo molto impegnativo (per via della mole, in termini pragmatici) e poi per aver affidato a me il delicato compito della revisione. 
2) Tu sei il traduttore dell’edizione di Ruth pubblicata da Elliot nel 2015. Anche Ruth fu un romanzo outrageous, fustigato dalla stampa e dall’opinione pubblica, ma elogiato da grandi scrittrici come Elizabeth Barrett Browning e Charlotte Brontë. Vuoi raccontarci il tuo lavoro di traduzione? Quali sono stati i momenti più difficili (se ci sono stati)? 
Ho iniziato a tradurre Ruth anni fa, non ricordo nemmeno più io quando. All’inizio è nato come un gioco. Stavo seguendo un corso di letteratura inglese all’università e mi colpì il modo in cui la mia professoressa entrò nei dettagli della trama. C’era qualcosa di perverso nel suo modo di strappare tessuto narrativo dal testo e analizzarlo in aula, strappare lacerti di storia per mostrarli a noi – lì, nuda e indifesa. Ma la cosa che mi sorprese ancora di più fu la scoperta che avvenne immediatamente dopo: il libro, negli anni a cui faccio riferimento, non esisteva in italiano. Be’, mi procurai una copia della Penguin e iniziai a leggerlo. La curiosità di scoprire ogni dettaglio di quella vicenda tanto outrageous l’aveva avuta vinta su di me. Mi innamorai della prosa gaskelliana, stabilii che non avevo mai letto niente di più bello prima di allora – e non soltanto a livello contenutistico, ma anche e soprattutto a livello stilistico (certo, nel parlare del mio amore per Elizabeth, non posso non nominare i saggi di Francesco Marroni, i quali hanno avuto un ruolo cruciale durante la mia formazione universitaria). Decisi di portare con me il testo a Londra e tradussi la prima metà proprio mentre andai a vivere lì. L’altra metà la portai a termine in Italia. Inizialmente non pensavo alla pubblicazione, il file restò in una cartella documenti sul mio computer per un paio di anni. Poi mi chiesi: “Perché no?”. Sarebbe dovuto uscire con le Edizioni Croce, all’interno della loro elegantissima collana Participio Passato, ma poi con un accordo fra editrici, si decise che lo avrebbe pubblicato la Elliot. Tradurre Elizabeth Gaskell è sempre una grande sfida, non importa il titolo che si ha davanti. Di recente ho tradotto uno dei suo racconti brevissimi (appena 2 cartelle) e non sono riuscito a chiudere occhio per diverse notti! Il momento più difficile è quando ti trovi a dover lottare con i protagonisti. Inevitabilmente, grazie alla sua grande capacità narrativa, quando leggi – e soprattutto traduci – i titoli della nostra Elizabeth, entri a far parte della storia. E quando questa prende una piega inaspettata, una che non condividi… be’, ecco, se ripenso a quei momenti… A livello tecnico invece cerco di rispondere in modo più professionale. Elizabeth Gaskell è un’autrice dalle mille sfaccettature, le sue frasi sono valigie ipertrofiche di rimandi, di sottotesti, e spesso è difficile mantenere tutto in traduzione; e poi ha un ritmo impetuoso che va a braccetto con la storia. Siamo lontani chiaramente da un’autrice come Gertrude Stein, che fa della parola uno strumento musicale, a discapito spesso non solo del significato vero e proprio ma anche della comprensione finale; di lei ho tradotto Fernhurst, un testo relativamente breve che mi ha portato via diversi mesi soltanto perché ho cercato di mantenere quella musicalità, quel ritmo speciale che l’autrice andava ricercando all’interno del suo esperimento linguistico e letterario – un romanzo che deve essere assolutamente riscoperto, riproposto al grande pubblico colto, e che per questo, se mi è permesso, consiglio a tutti i lettori: si racconta una storia davvero moderna, intelligente, ambientata all’interno di un ateneo americano. E io, un po’ per formazione, un po’ per rispetto verso l’autore e verso il lettore, non riesco a trascurare nessuno di questi aspetti e quindi spesso per tradurre una frase – per quanto oggi la tecnologia giochi a nostro favore e ricorrere ai dizionari sia molto più veloce –, per tradurla come dico io, impiego anche un pomeriggio intero. Tradurre è sempre molto difficile, indipendentemente dall’esperienza maturata. Ogni testo è una scoperta e anche lo stesso autore riesce a risultare molto diverso tra un’opera e l’altra. Il consiglio che do: bisogna approcciarsi al testo originale piano piano, sfogliandolo, piluccando porzioni di brani qua e là e solo dopo aver instaurato una sorta di feeling iniziare a tradurre. 
3) Tu sei un grande estimatore di Elizabeth Gaskell. Hai un romanzo preferito”? Conosci la sua scrittura breve (racconti e novelle)? Cosa ne pensi? 
Io ritengo che assieme a George Eliot e a Charlotte Brontë, Elizabeth Gaskell sia fra le autrici più interessanti dell’Ottocento inglese. Quindi, per rispondere alla tua domanda, sì, credo di essere un suo estimatore. È difficile avere un romanzo preferito, ma non voglio nemmeno essere banale e dire che li amo tutti allo stesso modo. Sicuramente le sue opere più interessanti, almeno secondo il mio punto di vista sono due: in primis Mary Barton e poi Nord e Sud. Quanto all’altra domanda, credo di aver, in un certo qual modo, dato una risposta. Conosco molto bene la scrittura breve di Elizabeth Gaskell e ci sto lavorando intensamente, coordinando, come ho già detto più su, la traduzione dei racconti da raccoglierle in volume per i tipi della editrice Croce. Da mesi, in team, stiamo traducendo gli scritti brevi gaskelliani, random, per così dire, senza un ordine preciso. Per ora abbiamo messo un po’ da parte i titoli “gotici”, ma un domani chissà… Penso che in alcuni racconti Elizabeth Gaskell abbia dato il meglio di sé, mi riferisco nella fattispecie a “L’eroe del sagrestano” e a “Casa Clopton” (entrambi tradotti da me), ma anche nel romanzo breve La casa nella brughiera, a mio avviso una delle storie più strazianti mai raccontate – anche quest’ultimo vedrà la luce per i tipi della editrice Croce, con la traduzione di Flavia Barbera e l’introduzione di Francesco Marroni. 
4) Parliamo del tuo lavoro di traduttore. Qual è il percorso personale e/o formativo che ti ha permesso di approdare a questo mestiere, così complesso eppure così affascinante? 
Dopo gli studi superiori condotti a La Sapienza di Roma, ho perfezionato la mia conoscenza sia letteraria sia linguistica a Londra, seguendo dei corsi che riguardavano prevalentemente gli aspetti interculturali e di genere in letteratura. È a quegli anni che risalgono i miei primi tentativi di traduzione gaskelliana, spero ben riusciti. Al mio ritorno in Italia ho conseguito un master in Didattica interculturale e contestualmente ho iniziato a collaborare con diverse case editrici, sia come traduttore/revisore sia come editor. Oggi porto avanti un progetto con l’università e continuo a lavorare come editor. Non credo che per diventare traduttore editoriale sia indispensabile una laurea in Lingue o un master in Traduzione. Sicuramente è fondamentale avere una formazione universitaria in ambito umanistico, anche perché la traduzione è un mestiere che richiede concentrazione, lentezza e una grande passione per i libri. Io ad esempio ho una laurea in Filologia e il mio percorso post lauream non ha mai previsto studi specifici di traduttologia. Requisito essenziale è l’ottima conoscenza della lingua di partenza e la perfetta padronanza della lingua di arrivo. 
5) Quali sono i tuoi progetti attuali? C’è qualche altro lavoro “in progress”, magari nell’ambito della letteratura vittoriana o nello specifico gaskelliana, del quale possiamo anche solo accennare? 
La domanda è ardita. Diciamo che sto portando avanti mille lavori editoriali, anche nell’ambito della letteratura vittoriana. Come è facile immaginare – purtroppo –, non posso sbottonarmi più di tanto, anche se mi piacerebbe. Sul serio. Sicuramente posso anticipare il mio importantissimo lavoro all’interno di un inedito di Goliarda Sapienza che dovrebbe andare in stampa tra un mesetto. Grazie all’aiuto dell’inossidabile Angelo Pellegrino – marito e curatore dell’opera omnia di Goliarda Sapienza – ho stilato la prima cronologia bio-bibliografia della scrittrice etnea. Un lavoro di cui vado molto fiero. Poi ho finito di tradurre, a mio avviso, una fra le opere più belle di Elizabeth Gaskell, e spero che i lettori mi diano ragione: I fratellastri, che uscirà i primi di maggio di quest’anno. Sto rivedendo la traduzione grazie anche ai consigli preziosi di Michela Marroni, la quale firma l’introduzione e la curatela. In appendice a I fratellastri compariranno i due frammenti gotici incompiuti che la prof.ssa Marroni tenterà di ricostruire in chiave filologica, una vera chicca per gli amanti della Gaskell. 
Elizabeth Gaskell, by George Richmond
Londra, National Portrait Gallery
La storia de I fratellastri è molto densa ed è molto difficile riassumerne la trama; c’è talmente tanto all’interno di questo titolo che perfino oggi, mentre rispondo alle domande di questa intervista, dopo averlo non solo tradotto, ma anche rivisto e corretto decine di volte, non riesco a capire come abbia fatto la Gaskell a condensare in così poco spazio tutto quel materiale! Non è un caso che la critica non lo faccia rientrare tra i racconti, ma fra le storie brevi. Al momento sono alle prese con la traduzione di un altro romanzo molto interessante, di un autore col quale ho già lavorato in passato, ma nel cuore porto ancora la storia dei due Half-Brothers. E poi, come ho già detto, sto rivedendo la traduzione de La casa nella brughiera, (pubblicazione prevista: estate 2016). In questi giorni mi è stato proposto un incarico molto interessante, ma non posso anticipare ancora nulla. Insomma, non posso proprio dire di annoiarmi! 

Ancora un grazie di cuore a Salvatore Asaro per il tempo e la cura che ci ha dedicato. Personalmente devo dire che nelle sue risposte ho trovato grandi affinità di esperienze, di sensazioni, di relazione con il linguaggio, e non ultimo di amore per la letteratura gaskelliana. Spero abbiate gradito questo incontro: auguriamo a Salvatore il meglio per il suo futuro.

31 marzo 2016

Romanzi fra le due guerre

In queste settimane le mie letture sono comprese nell’Inghilterra fra le due guerre. Un’epoca fragile e di grandi cambiamenti, in cui le ferite del primo conflitto mondiale sono ancora visibili, ma si tenta di non parlarne, e in cui la minaccia dell’inumana tragedia che diromperà da lì a poco è ancora labile, ma già spaventosa. Corpi vili di Evelyn Waugh e L’amore in un clima freddo di Nancy Mitford sono due storie scintillanti, che raccontano la “meglio gioventù” (almeno dal punto di vista del rango) dell’Inghilterra del primo dopoguerra tra feste, pettegolezzi, drink, abiti smaglianti e trasgressioni di vario genere. 
Corpi vili è quasi privo di trama, e si svolge nel nonsense di una sequela infinita di ricevimenti, di scommesse, di gite, di bicchieri vino, di whisky e di gin. La banda di festaioli che occupa le sue pagine, alla costante e quasi faustiana ricerca di emozioni forti, all’inseguimento della nuova moda e dell’ennesima festa, si ritrova alla fine sconcertata in uno smarrimento di vita e d’amore, mentre su Londra incombe la lunga ombra della guerra che sta per cominciare. Si è paragonato Corpi vili a Il Grande Gatsby come rappresentazione estrema degli “anni ruggenti”: benché il romanzo di Waugh abbia un tono fortemente satirico che non era per niente l’intenzione di Fitzgerald, vi si ritrovano la stessa noia e la stessa aria decadente che non possono che suggerire la tragedia. 
In L’amore in un clima freddo di Nancy Mitford (Adelphi, trad. it. di Silvia Pareschi) invece, la voce narrante, Fanny, ci racconta la vita della bella e ricca amica Leopoldina “Polly” Montdore. Anche in questo caso non è tanto la trama ad attrarre l’attenzione, quanto il ritratto di un’epoca, indecisa tra il rigorismo del passato e la libertà promessa da una società in forsennato mutamento. Sulle straordinarie vicende della famiglia Mitford – una vita da romanzo – suggerisco di leggere l’articolo di Natalia Aspesi su Repubblica (16 giugno 2012).  
Completo il trittico con il libro che ho terminato giusto l’altroieri, Gli anni della leggerezza di Elizabeth Jane Howard, il primo atto della “Saga dei Cazalet” (Fazi Editore, trad. it. di M. Francescon: il secondo capitolo, Il tempo dell’attesa, è in uscita a metà aprile. Le copertine sono qualcosa di favoloso...). I Cazalet sono una numerosa famiglia composta dagli anziani genitori, vari fratelli con rispettive mogli e figli, una sorella zitella con la sua innamorata, bambini, tate, istitutrici, cognate, nipoti e cugini. Nell’estate del 1939 si ritrovano tutti a Home Place, la casa al mare, e ciascuno si porta dietro le proprie preoccupazioni. Nonostante infatti quelli siano – ancora per poco – “gli anni della leggerezza”, ogni membro della cerchia è costretto ad affrontare problemi di vario genere, del quale difficilmente parla ai familiari; sono bellissimi, in particolare, gli episodi che coinvolgono i bambini e i ragazzi, le cui ambasce sono tanto apparentemente frivole quanto serie e cruciali per la formazione della loro identità. 
Il tutto è immerso nella infinita bellezza della campagna inglese: «Andarono in macchina a Rye […]. Superarono campi di grano punteggiati di papaveri e distese di luppolo quasi maturo, attraversarono boschi di querce e castagni, percorsero stradine sui cui bordi alti crescevano grovigli di fragole di bosco, stellarie e felci, passarono accanto a staccionate ornate di rose canine tardive slavate dal sole e dentro paesi fatti di casine imbiancate a calce, coi loro giardini risplendenti di malvarose e gerani». La domesticità, poi, ha un ruolo importantissimo in questo romanzo, perché la casa costituisce contemporaneamente lo spazio del rifugio (dal caos di Londra e dalle notizie allarmanti che provengono dalla politica) e il luogo della sofferenza (a causa di crisi di famiglia, matrimoni fallimentari, gravidanze indesiderate, difficoltà economiche). Come per un retaggio dell’età vittoriana, l’autrice indugia sull’elencazione degli oggetti presenti nella casa, che hanno la funzione di rappresentare la personalità degli individui: nella stanza della giovane Louise abbondano programmi di teatro, premi di equitazione, fotografie, statuette di porcellana, lavori a maglia, rossetti, creme e libri; mentre il patriarca, Mr. Cazalet, è circondato da stampe con scene di caccia, caraffe di whisky, schedari, una collezione d’insetti e stampe e statuette indiane – perché l’India, magica e misteriosa terra che fu cifra dell’opulenza dell’Inghilterra imperiale, è stata, con la seconda guerra mondiale, anche il simbolo della sua caduta.

20 marzo 2016

La libreria stregata

©IpsaLegit2016
Se ben scritti, mi piacciono molto i libri che parlano di libri (i “metalibri”, li chiamo io) e di librerie, come per esempio La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, 84, Charing Cross Road di Helene Hanff o La libreria di Penelope Fitzgerald. Qualche giorno fa ho finito The Haunted Bookshop di Christopher Morley (La libreria stregata, trad. it. di E. Piceni e R. Pelà, Sellerio 1992), una storia del 1919 ambientata a Brooklyn che, pur raccontando vicende di spie, di appostamenti, di segreti e di un pianificato attentato al Presidente Wilson, è una celebrazione del valore educativo e benefico/guaritore dei libri.
La prima parte del romanzo è la più affascinante proprio perché ci mostra un ambiente costruito, arredato e riempito come quell’angolo di pensieri e desideri che si trova in ciascuno di noi innamorati della lettura. «I due piani del vecchio edificio erano stati uniti in uno: dabbasso lo spazio era diviso in piccole nicchie, mentre di sopra, lungo la galleria, i libri salivano fino al soffitto. L’aria era pregna della squisita fragranza della carta vecchia e del cuoio. […] La libreria stregata era un luogo delizioso, specialmente la sera, quando le sue alcove quiete erano illuminate dalle lampade che si riflettevano sulle file di volumi». Le storie sono dappertutto, e il loro spirito aleggia nel negozio come gli strascichi del tabacco esalato dagli avventori – e come i pensieri di Mr. Mifflin, il libraio, che su un tavolino poco visibile accumula fogli e fogli di idee e di memorie per un libro che non riesce mai a scrivere.
La sua missione – più che un lavoro – è, come spiega al nuovo amico Mr. Gilbert, “prescrivere” libri alle persone, nella convinzione di saper trovare il volume adatto a chiunque si presenti nel suo negozio: «Abbiamo ciò di cui avete bisogno, anche se non sapete di averne bisogno. La cattiva nutrizione della facoltà della lettura è una faccenda grave» c’è scritto in ingresso. Per Mr. Mifflin le persone che non leggono o leggono male sono “ammalate” e hanno bisogno di una medicina che possono trovare proprio nella libreria stregata (stregata perché pervasa dai fantasmi dei grandi scrittori); il buon ometto spiega a Gilbert: «“Le persone non si rivolgono a un libraio finché, a causa di un serio incidente nella loro mente, non capiscono di essere in pericolo. Allora vengono qui. […] Sapete perché la gente legge molto di più adesso rispetto a un tempo? Perché la terrificante catastrofe della guerra li ha resi consapevoli di essere malati. […] Oggi noi leggiamo avidamente, freneticamente, nel tentativo di scoprire – ora che il caos è passato – cosa c’era che non andava dentro la nostra testa”». Del resto, aggiunge, «“Il paradiso nel mondo che verrà è qualcosa di incerto, ma c’è un paradiso anche sulla terra: un paradiso che abitiamo mentre stiamo leggendo un buon libro”». 


Le citazioni sono mie traduzioni dalla versione originale, che è ormai libera da diritti e si può scaricare qui: http://www.gutenberg.org/ebooks/172. Su gutenberg.org  si trova anche il “prequel” di questo libro, ovvero Parnassus On Wheels, il cui protagonista è ancora il libraio Mr. Mifflin. 

13 marzo 2016

Ginevra, città del pensiero

 Foto ©IpsaLegit2016

Ho trascorso il pomeriggio di ieri a Ginevra, passeggiando su e giù (letteralmente) per la strada della città vecchia, scoprendola simile ad alcuni fra i più begli angoli di Parigi. Oltre alla cattedrale dove riecheggiava la voce di Calvino, i palazzi del diciannovesimo secolo, le vetrine d'antiquario, la casa-museo del 1300, lo scintillio del lago e i profili delle Alpi all'orizzonte, il suo fascino sta nell'essere stata la sede del pensiero occidentale nei due secoli del trionfo culturale europeo. Non a caso, è ricca di splendide librerie. Camminando per le vie e le scalinate che dal lago conducono alla cattedrale, e attraversando la magnifica Grand Rue si incontrano per ogni dove le targhe che testimoniano il passaggio dei grandi autori della nostra letteratura: da Rousseau, che nacque al Numero 40 della Grand Rue, a Borges, che è sepolto qui e di Ginevra scrisse: «Tra tutte le città del mondo, Ginevra mi sembra la più favorevole alla felicità».

 Foto ©IpsaLegit2016

Tanti autori della letteratura inglese sono passati per Ginevra: Wordsworth, Byron e gli Shelley, Dickens, Tennyson, Thackeray, George Eliot (che soggiornò, come mostra la targa a lei dedicata, in Rue Jean Calvin) e Joseph Conrad, che vi ambientò la seconda parte di uno dei suoi romanzi secondo me migliori, Sotto gli occhi dell'Occidente. L'Île Rousseau, in particolare, è uno dei punti della città in cui il protagonista, il giovane russo Razumov, esule per ragioni politiche, si rifugia per sfuggire alla comunità di compatrioti e per stare solo con i suoi pensieri: «"Forse la vita è questa", rifletteva Razumov andando avanti e indietro sotto gli alberi dell'isoletta, tutto solo con la statua in bronzo di Rousseau. "Sogno e paura". Le ombre del crepuscolo si addensavano. Le pagine scritte e strappate dal taccuino erano il primo frutto della sua "missione". Non era un sogno questo».

9 marzo 2016

Di poesia e di porcellane: una storia Regency

Particolare di The Nine Living
Muses of Great Britain 
raffigurante Anna Barbauld
(Richard Samuel, 1778.
National Portrait Gallery)
La data di oggi, 9 marzo, mi ricorda il giorno della fine della lunghissima vita di Anna Barbauld, la poetessa, saggista, educatrice, fervida abolizionista e critica letteraria vissuta tra il 1743 e il 1825. Una donna colta, capace di parlare diverse lingue moderne e di leggere quelle classiche; studiosa di scienze naturali e attenta alla politica; capace di fare pedagogia usando metodologie mai usate prima, coinvolgendo i bambini in un processo di formazione interiore che richiedeva il loro stare dentro la natura, a contatto con il mondo e con gli altri esseri viventi. Dissenziente in ambito religioso ma anche politico, dopo essersi conquistata l’amore e la stima dei suoi contemporanei (Coleridge era un suo fervente ammiratore), fu rimossa dalla scena – e poi dalla memoria – letteraria dopo una livorosa stroncatura del suo poemetto politico sulla Quarterly Review, nella quale la si invitava a lasciar perdere il governo e la guerra e a riprendere in mano i ferri da calza. 
La sua poesia, però, non può essere dimenticata, e negli ultimi anni abbiamo iniziato a recuperarla e a ridare ad Anna Barbauld il posto che si merita nella storia. Ne ho tradotte io tre tra quelle che trovo le più significative per una sua prima conoscenza, e chi volesse darci un’occhiata può scaricare Anna Barbauld. Tre poesie (con testo a fronte). Con qualche notizia su Anna Barbauld ho contribuito al blog del Wordsworth Trust, con il post (in inglese) “A forgotten female Romantic poet?”; le ho dedicato un certo spazio nell’articolo “Conversazione e calze blu. L’erudizione femminile prima di Jane Austen” (Due pollici d’avorio, Numero 2, giugno 2015); ho aperto un sito web dal nome Reading Anna Barbauld; infine, il mio studio sulla sua poesia è stato pubblicato da Scholars’ Press.
Un esempio di jasperware Wedgwood
(ca. 1790) conservato al
Victoria&Albert Museum
La ricorrenza della morte di Anna Barbauld mi offre anche il pretesto per accennare a un’altra straordinaria storia Regency, che a dire la verità continua anche ai giorni nostri: quella di Josiah Wedgwood, uno dei protagonisti della prima rivoluzione industriale, che nel 1759 fondò la celeberrima impresa manifatturiera di ceramiche e porcellane di pregio. Il successo riscosso dalle ceramiche Wedgwood fu immediato e travolgente (ricevette commissioni dalla zarina Caterina la Grande e il patronage ufficiale della Regina Carlotta); sua caratteristica era, secondo la voga dell’epoca, la scelta di una porcellana dura non smaltata – basalto nero o jasperware, usata soprattutto per i gioielli e i cammei – con motivi decorativi ispirati alla classicità greca e romana. Il cammeo raffigurante Anna Barbauld la ritrae proprio con sembianze classiche. 
Le ceramiche e porcellane Wedgwood si possono trovare in quasi tutte le dimore e le case nobiliari risalenti al diciottesimo e diciannovesimo secolo, e sono inconfondibili, oltre che per i soggetti classici, anche per le loro colorazioni (la più celebre è forse l’azzurro). Il nome dei Wedgwood risveglia altre curiosità di tipo letterario, perché il loro numeroso “clan” si intrecciò con i rami di famiglie famose: le figlie di Elizabeth Gaskell furono amiche intime delle figlie dei Wedgwood, e, tornando indietro di un paio di generazioni, scopriamo che i nonni materni di Gaskell, gli Hollands, erano legati ai Wedgwood per amicizia e per vincoli familiari, tanto che nel salotto della casa di campagna di Samuel Holland – dove Elizabeth trascorreva le estati da bambina – troneggiavano due vasi Wedgwood in basalto nero, regalo di nozze di Josiah. Inoltre, Sir Henry Holland, altro membro del clan, era parte del circolo letterario che riuniva negli stessi salotti gli Edgeworth, i Darwin, i Wedgwood e, per chiudere il cerchio, la stessa Anna Barbauld. 
L’Inghilterra tra il Sette e l’Ottocento come l’Atene del V secolo.


P.S. numerose poesie di Anna Barbauld e di altre scrittrici dell'età romantica si possono leggere in traduzione italiana con testo originale a fronte in Antologia delle poetesse romantiche inglesi, in due volumi, a cura di Lilla Maria Crisafulli (Carocci, 2003).