Se oggi, entrando in libreria ci capita di sentirci come se stessimo camminando tra gli scaffali di un negozio di alimentari o nella cucina di un ristorante, tante sono le proposte "gastronomiche" offerte dalle copertine delle più recenti pubblicazioni, è anche vero che molti di quei titoli fanno riferimento all'esperienza culinaria solo come esca per i lettori, e non perché la storia narrata abbia veramente a che fare con i tanto amati profumi, sapori, gusti, caffè, cannella, vaniglia, etc. Il libro che ho letto nelle ultime settimane, invece, si occupa del cibo in modo totalizzante, e in virtù di una dimensione sensoriale che sta a metà tra la realtà e la fiaba. L'inconfondibile tristezza della torta al limone, opera di Aimee Bender (ed. Minimum Fax) è il racconto in prima persona di una giovane donna che riporta sulla carta i propri tormentosi pensieri di bambina, e che narra della propria qualità (quasi magica) di saper individuare con chiarezza i sentimenti delle persone che hanno preparato i cibi che lei sta mangiando. Questo spunto "soprannaturale" è in realtà un finissimo accompagnamento verso la trattazione della crisi di una normale famiglia americana, in cui un padre apparentemente sereno e una madre sull'orlo della depressione si ritrovano nell'incapacità di prendersi cura di due figli del tutto eccezionali: da una parte Rose, la voce narrante, che in virtù della del suo strano talento tutto comprende (anche troppo, per la sua età) e nulla può dire; dall'altra Joseph, uno studente dall'intelligenza straordinaria e dal difficile adattamento, che alla resa dei conti non si dimostra abbastanza bravo da poter accedere al sogno di un'università prestigiosa. Il rapporto tra Rose e Joseph è raccontato con una delicatezza e una profondità narrativa molto rare da trovare nelle recenti uscite editoriali: la vastità del dolore che sottende l'incontro fra le loro solitudini è trattata con un pudore che tocca le corde del cuore. Tra sogno e verità, tra ciò che è comune e ciò che è "diverso", il racconto si dipana fluidamente, come una di quelle carezze impercettibili che, anche se non sai nemmeno il perché, ti gonfia gli occhi di commozione.
11 maggio 2013
28 aprile 2013
La sovrana lettrice
Ho letto un libro primaverile. Non perché parlasse di fiori,
di brezza o di vacanze, ma perché è un esempio di alta letteratura reso
elegante da una pacata ironia, luminosa come un pomeriggio d’aprile. E in
effetti, se potete, dopo esservi procurati La
sovrana lettrice di Alan Bennett, cercate anche un angolino adeguato al suo
godimento: preferibilmente una veranda ombrosa per il glicine, una sedia di
vimini con un buon cuscino morbido sulla schiena e una tazza di tè inglese
accanto. In queste condizioni lo finirete tutto ancora prima di accorgervene.
Il titolo originale di questo libriccino scritto dal
celeberrimo autore della commedia La
pazzia di re Giorgio e tradotto in italiano per Adelphi è The Uncommon Reader: un’espressione che
in inglese ha valore tanto letterario quanto sociale. Il common reader è la figura del “lettore comune”, ovvero colui/colei
che legge per piacere o per passione, ma senza intento critico; e il commoner è il cittadino privo di origini
nobiliari (la più famosa commoner d’Inghilterra è forse, in questo momento
storico, Kate Middleton).
La protagonista di questa favola moderna è dunque “non
comune” sotto entrambi i punti di vista: da un lato perché si tratta della
Regina Elisabetta II, dall’altro perché, quando per amore della trama
narrativa, il suo personaggio “si trasforma” in lettore, le riesce quasi
impossibile non affrontare i libri che incontra con spirito analitico e
disputativo. La storia inizia, come si dice, in medias res: i cagnolini della sovrana, sempre pestiferi,
conducono i suoi passi verso il banco di una biblioteca circolante. Lì ella
scopre un piccolo mondo, incontra uno dei suoi dipendenti della cui esistenza
non poteva nemmeno sospettare – Norman, addetto alle cucine che lei trasformerà
in paggio – e la sua vita cambia. Dal primo libro in poi, la lettura diventa
una passione totalizzante: la Regina trova noiosa qualsiasi altra occupazione, è
meno rigida nella cura del proprio aspetto, diviene quasi molesta per il Primo
Ministro e gli altri politici, il marito non la comprende più, i suoi
attendenti iniziano a trovarla fastidiosa e imbarazzante, e qualcuno ritiene
perfino che si stia ammalando di demenza senile.
La sovrana lettrice
è un ritratto di tutti noi accaniti lettori, che nella società “comune” siamo
sempre ritenuti un po’ strani, un po’ avvilenti, un po’ difficili da
avvicinare, in definitiva un po’ matti. Ed è anche una bibliografia della
letteratura inglese moderna, nonché un ritratto sociale dai toni raffinati e
taglienti, con una conclusione che è un capolavoro.
Allora, avete deciso come trascorrere questa domenica
pomeriggio? : )
24 aprile 2013
La fattoria dei gelsomini
Ci sono libri che per mesi e mesi sogni di poter leggere. Li cerchi per ogni dove, consulti internet alla ricerca delle offerte, aspetti le promozioni, ma niente. Ogni volta (e sono numerose!) che entri in una libreria ti dirigi rapida verso "quello" scaffale, prendi il mano il volume tanto agognato e poi... lo riponi. Sarà per la prossima volta.
Poi, come per incanto, quel libro arriva. Un regalo. Non è una delle gioie più sopraffine?
Il mio "regalo" di qualche settimana fa è stato La fattoria dei gelsomini di Elizabeth von Arnim (ed. Bollati Boringhieri: la copertina impressionista è già da sola un tuffo nella bellezza). L'ho finito giusto la scorsa domenica, e con grande contentezza ho realizzato che le mie altissime aspettative sono state tutte pienamente soddisfatte - queste sensazioni, di questi tempi, dove le trovi se non nei libri? : )
La fattoria dei gelsomini è un capolavoro della scrittura di Arnim. Il fascino delle sue ambientazioni, che rievoca la maestria delle descrizioni già dimostrata in Un incantevole aprile (di cui ho scritto nel post omonimo), è qui replicato in una sapienza della trattazione psicologica degna delle grandi contemporanee di Arnim, sua cugina Katherine Mansfield e la suprema Virginia Woolf. Con il condimento di un'ironia imprescindibile e sempre luminosa (quasi austeniana), le menti delle donne di questo romanzo sono come case da esplorare, caratterizzate da spazi ampi e da anfratti oscuri, arricchite di gioielli ma anche ingombre di cianfrusaglie, e noi lettori le percorriamo di qui e di là, senza sapere bene se e cosa stiamo cercando, ma incantati dalla loro complessità.
La storia gira tutta intorno ad un "incidente", un pettegolezzo, che a partire da uno scomodo e torrido pomeriggio in una casa dell'alta società, si ingrandisce gradatamente, si espande per tutta Londra, innesca un torbido meccanismo di ricatto e da il via a un movimento dei personaggi principali (che si trasferiscono tra i profumi inebrianti di un campo di gelsomini in Provenza) sulla base di rapporti interpersonali del tutto artefatti e per questo surreali. In particolare, il contrasto tra le due matriarche della vicenda, Daisy e Mumsie, e l'analisi minuta dei loro flussi di coscienza ci restituisce una sostanziosa materia di riflessione, e il nostro esercizio di pensiero spazia dalle regole non scritte nella società borghese alle limitazioni convenzionali imposte da un mondo ormai finito, morto - il vittorianesimo; dallo studio delle forme della bellezza alla constatazione della sua decadenza; dall'osservazione del conflitto di censo a quella sull'inevitabile, sottile, infelicità dell'uomo.
La fattoria dei gelsomini è un romanzo meraviglioso, che davvero vale il nostro preziosissimo tempo. Tra una chiacchiera e l'altra, tra una tazza di tè e un cioccolatino, ci sembra di sparire noi stessi in quelle pagine, ad assaporare il profumo della Francia meridionale con il suo sole limpido, i suoi cipressi ondeggianti, i suoi pozzi di pietra sommersi dai grappoli del glicine.
23 aprile 2013
Giornata mondiale del libro e del copyright
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| Foto di Mara Barbuni |
Oggi, 23 aprile, ritornano i festeggiamenti per la Giornata Mondiale del Libro e del Copyright, sotto l'egida di UNESCO. L'importanza dei libri nella nostra vita quotidiana si consolida di lettura in lettura, ogni volta che scopriamo una storia indimenticabile o un autore nuovo. Quando incontro uno scrittore che non avevo mai conosciuto e mi ritrovo ad amare i suoi racconti, mi coglie il desiderio di cercare altre sue opere, e di iniziare con lui o con lei un lungo cammino di amicizia e di condivisione. Mi è accaduto con Elizabeth von Arnim, Henry James, Doris Lessing, Elizabeth Gaskell e Jane Austen, autori che, a partire dal primissimo incontro (rispettivamente: Un incantevole aprile, Ritratto di signora, Racconti londinesi, Nord e sud, Ragione e sentimento), hanno riempito i miei pensieri e poi, gradatamente, anche la mia libreria. Succede anche a voi?
E a proposito di Jane Austen, centro di grandi celebrazioni culturali in tutto il mondo, in questo 2013 che segna il bicentenario dalla pubblicazione di Orgoglio e pregiudizio, in questa Giornata del Libro mi permetto di offrirvi un suggerimento di lettura forse un po' più affettuoso del solito.
La Jane Austen Society of Italy (JASIT), di cui ho l'onore di far parte e della quale potete visitare il sito internet (www.jasit.it), ha prodotto un libro che potrebbe costituire un bell'omaggio per festeggiare questo 23 aprile. E' la traduzione di Pride and Prejudice a cura di Giuseppe Ierolli e con l'edizione grafica di Petra Zari, che potete vedere ritratta nell'immagine di presentazione a questo post. Potete acquistarlo su www.ilmiolibro.it.
Dunque, buon World Book and Copyright Day a tutti voi!
29 marzo 2013
Lady Susan
Se durante questi giorni di festa così freddi e piovosi
riuscite a liberarvi un buon pomeriggio accoccolati su un divano ad aspettare
la sera, passatelo con Lady Susan. Il
libricino, che Newton&Compton ha messo a disposizione a 0,99€ in tutte le
librerie e anche nei supermercati, è una delle prime e (in Italia) meno conosciute
opere di Jane Austen. È un romanzo breve scritto nello stile epistolare tanto
di moda alla fine del Settecento (fu composto tra il 1793 e il 1794), e pur
nella perfezione e brillantezza stilistiche che contraddistinguono tutta l’opera
di Austen, dimostra dei tratti che lo differenziano sostanzialmente, per
esempio, dai sei romanzi canonici. L’eroina eponima è infatti una donna che
difficilmente si penserebbe protagonista di Pride
and Prejudice o Emma: Lady Susan
è una creatura frivola ma calcolatrice, che rimasta vedova da poche settimane e
priva di grandi sostanze armeggia per accaparrarsi un nuovo marito estremamente
ricco (e per trovarne uno altrettanto benestante per la giovanissima figlia).
La struttura epistolare – che nella forma e per certi contenuti ricorda tanto Le relazioni pericolose di Choderlos de
Laclos (1782) – innesca un meccanismo di relativismo della verità che Austen sa
gestire con estrema sapienza (all’epoca non aveva nemmeno vent’anni): leggendo
le lettere di Susan, della sua amica Alicia Johnson, e dei membri della
famiglia De Courcy (è sul rampollo Reginald che la rapace vedova ha messo gli
occhi), entriamo in una raffinatissima rete di interrelazioni che sulle prime
ci confondono. Il carattere di Lady Susan si rivela nella sua virulenza solo
dopo qualche pagina, poiché dapprincipio, grazie alle parole malinconiche che
ella riserva al ricordo del marito, alla figlia, agli amici, al proprio stato
di solitudine, ci sentiamo quasi di compatirla “ascoltando” i crudeli
pettegolezzi che girano sul suo conto. Il progresso della storia si intesse sulla
trama della menzogna che costantemente muta in verità e viceversa; ogni lettera
ci pone di fronte ad una versione diversa da quella precedente, e di volta in
volta Austen gioca con la nostra credulità per disvelarci piano piano, nel
climax del dramma sociale, la realtà delle cose (e infatti le ultime battute
del libro sono composte non in forma di epistola, ma di narrazione onnisciente,
quasi come se l’autrice volesse intervenire a rassicurare un lettore confuso…).
La costruzione della storia, che nella sua proposta di svariate prospettive di
verità sembra quasi precorrere la grande letteratura del Novecento, è
sicuramente l’aspetto più fenomenale di Lady
Susan. Ma anche il ritratto di questa donna, così “diversa” dalle altre
eroine austeniane, rimane indimenticabile nella mente dei lettori. In Becoming Jane Austen, la biografia
romanzata della scrittrice pubblicata da Jon Spence nel 2003 (da cui fu poi
tratto l’omonimo film con Anne Hathaway e James McAvoy), la composizione di Lady Susan è ritenuta ispirata dai
rapporti che all’epoca il fratello di Jane, Henry Austen, coltivava con la
cugina Eliza de Feuillide (vedova di un conte francese ghigliottinato a
Parigi). Benché le condizioni economiche di Susan non coincidano con quelle di
Eliza – che era ricchissima e poteva permettersi di “comprare” lo spiantato e
affascinante sposo tanto ambito –, Spence sostiene che Jane fosse quasi
impaurita dalla personalità vivace e scaltra della cugina, e che riversasse nel
suo personaggio tanta parte della sua diffidenza nei confronti dell’ospite. Potremmo
forse leggere nelle parole di Catherine De Courcy (la sorella di Reginald) la
preoccupazione che la scrittrice nutriva nei confronti delle sorti di Henry: “Sono
davvero in apprensione per Reginald […] perché constato con quanta rapidità l’influenza
di Lady Susan si accresca. […] Lady Susan è riuscita, con la sottile arte della
seduzione, a plagiarlo completamente. […] In tutta sincerità vorrei che ella
non avesse mai messo piede in questa casa!”
Alla fine, la protagonista non riesce a sposare Reginald,
sebbene ottenga comunque la sua ricompensa; Eliza invece divenne la moglie di
Henry, perché come dice la stessa Lady Susan: “Non ho mai ancora visto che il
consiglio di una sorella dissuadesse un giovane dall’innamorarsi, se lui lo
vuole”.
19 marzo 2013
Il ballo
Ieri, in un unico viaggio verso Venezia, ho letto l'edizione 0,99€ (Newton&Compton) di Il ballo di Irène Némirovski.
Questa autrice mi è stata consigliata da
diverse persone, e poiché il tempo libero a mia disposizione adesso è
scarso, ho scelto di "incontrarla" attraverso un racconto breve,
qualcosa che mi coinvolgesse immediatamente e che non richiedesse riprese a
distanza di tempo.
Il ballo è un racconto perfetto, del quale la
brevità non fa che aumentare il valore. L'episodio centrale è l'organizzazione
di un ballo da parte di una famiglia di Parigi. Sin dalle prime pagine si
intuiscono i fattori di conflitto interni al nucleo familiare: il padre e la
madre si sono sposati su basi del tutto diverse dall’affettuosità e dalla
condivisione, e solo recentemente, quando il marito si è arricchito
improvvisamente, la moglie ha iniziato a dare significato alla loro unione. La coppia
tuttavia conserva ancora un forte senso di inferiorità nei confronti della “nuova”
società alla quale è approdata, e il ballo è per loro un evento di importanza
cruciale per il riconoscimento personale tra l’alta borghesia e la nobiltà
parigine.
A questo punto entra in gioco il
personaggio di Antoinette, l’unica figlia dei Kampf. Antoinette è una ragazza
di quattordici anni, che vive tormentata nel conflitto tra l’idea che la sua
famiglia ha di lei (quella di una bambina sciocca, priva di diritti e
impossibilitata ad esprimersi) e il modo in cui ella vede se stessa: quasi una
donna, ricca di sentimenti, di pulsioni e di splendidi valori. Antoinette
disprezza i suoi genitori, e specialmente la madre, per la loro grettezza e la
loro meschinità. Quando infatti le viene dato l’incarico di spedire gli inviti
al ballo, ella decide di gettarli tutti nella Senna. L’enormità del suo atto è
grandemente simbolico, perché rappresenta il rigetto delle convenzioni, dell’ipocrisia
e dell’artefatta moralità della società dell’inizio del ventesimo secolo.
Le emozioni controverse e inarrestabili di
una adolescente sono state spesso, in letteratura, il filtro attraverso cui gli
autori hanno manifestato il disagio e la necessità di rinnovamento. La stessa
epoca (tardo-vittoriana, potremmo definirla, per dare immediatamente l’idea di
un superamento dell’ostentata moralità pervasiva nella società di fine
Ottocento e inizio Novecento) ha prodotto la creazione di un capolavoro fantasy che però contiene un’acutissima –
perché espressa con le parole del surreale – tensione critica, Alice’s Adventures in Wonderland (Alice nel paese delle meraviglie). I
nodi sentimentali e psicologici di una ragazzina vittima della crisi coniugale
dei suoi genitori sono i protagonisti, e per la prima volta nella storia della
letteratura, di What Maisie Knew (Ciò che sapeva Daisy) di Henry James.
Ma
il romanzo a cui il mio pensiero è andato immediatamente leggendo Il ballo di Némirovski è stato il
sublime La signorina Else di Arthur
Schnitzler, in cui la protagonista si offre ai lettori nelle sue “minime
oscillazioni psichiche” (cito qui la quarta di copertina dell’edizione
Adelphi), nei suoi tormentosi istinti, nella crisi d’identità che riflette il
decadimento di un’epoca. Else è un’adolescente bellissima, vivida, piena di passione,
che a causa del fallimento economico della sua (buona) famiglia è subdolamente
invitata dalla madre a vendersi ad un uomo ricchissimo, che potrebbe aiutarli a
risollevarsi. Il romanzo breve di Schnitzler si svolge nell’arco di una
giornata, e tratteggia la “caduta” di Else e del mondo in cui ella vive con l’immediatezza
e la brutalità del capolavoro letterario.
2 marzo 2013
The Dashwood Sisters Tell All
Ho chiuso l'ultima pagina di The Dashwood Sisters Tell All, un derivato austeniano di una scrittrice, Beth Pattillo, che di questo sottogenere del romanzo sembra piuttosto esperta. Questo libricino era proprio quel che ci voleva per questo periodo così straimpegnato, così concitato, e soprattutto così dedicato a Jane Austen. Si è trattato infatti di una lettura leggera, costruita su una trama semplice e decorosa, con simbologie e riferimenti fin troppo evidenti ma non per questo banali. Già il titolo richiama immediatamente Ragione e sentimento, e in effetti la storia è totalmente concentrata sui rapporti fra diverse coppie di sorelle. Ci sono le due protagoniste, Ellen e Mimi (i nomi richiamano subito Elinor e Marianne del romanzo di Austen), che dopo la morte della mamma - appassionata della scrittrice inglese - partono per l'Inghilterra alla ricerca di un luogo dove far riposare le sue ceneri. Nel corso di un walking tour (escursione a piedi) nei luoghi di Jane nella "sua" contea, lo Hampshire, Ellen e Mimi hanno l'occasione di scoprire la storia di due sorelle molto più celebri, Jane e Cassandra Austen, e addirittura di imbattersi nell'esistenza di una coppia di preziosissimi oggetti a loro appartenuti.... La trama, ripeto, è semplice e lineare: alla relazione tra le due sorelle si affianca il facilissimo racconto dell'immediato innamoramento (in perfetto stile Marianne) di Mimi per un affascinante indigeno, dell'antica, mai sopita eppure silenziosa passione di Ellen per un uomo (dal cognome che è tutto un programma: Edwards...) che in passato non ha potuto amare, del rapporto dapprima incredibile e poi tenerissimo tra Mimi e il leader del tour, Tom Braddock (una specie di colonnello Brandon).
| Il cottage di Chawton, sede del Jane Austen House Museum. Foto di Mara Barbuni (2007) |
I personaggi sono piuttosto caricaturali, e l'intreccio poco fitto e sostanzioso, ma la narrazione dell'escursione è suggestiva, e sembra quasi mostrare ai nostri occhi di lettori i luoghi che attraversa. Si va dal villaggio di Steventon, dove Jane Austen nacque, al cottage di Chawton, dove scrisse o riscrisse le proprie opere, a Chawton House, la grande e sontuosa dimora di suo fratello, fino alla cattedrale di Winchester, dove la scrittrice è sepolta. Nonostante si fatichi un po' a credere che nello Hampshire faccia tutto quel caldo di cui si parla nel libro (io ci sono stata in pieno agosto, e sempre con un bel maglione addosso...), ci sembra di prender parte anche noi a quella deliziosa passeggiata. Anzi, questa lettura mette proprio una grande voglia di ritornare laggiù....
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