11 maggio 2013

L'inconfondibile tristezza della torta al limone

Se oggi, entrando in libreria ci capita di sentirci come se stessimo camminando tra gli scaffali di un negozio di alimentari o nella cucina di un ristorante, tante sono le proposte "gastronomiche" offerte dalle copertine delle più recenti pubblicazioni, è anche vero che molti di quei titoli fanno riferimento all'esperienza culinaria solo come esca per i lettori, e non perché la storia narrata abbia veramente a che fare con i tanto amati profumi, sapori, gusti, caffè, cannella, vaniglia, etc. Il libro che ho letto nelle ultime settimane, invece, si occupa del cibo in modo totalizzante, e in virtù di una dimensione sensoriale che sta a metà tra la realtà e la fiaba. L'inconfondibile tristezza della torta al limone, opera di Aimee Bender (ed. Minimum Fax) è il racconto in prima persona di una giovane donna che riporta sulla carta i propri tormentosi pensieri di bambina, e che narra della propria qualità (quasi magica) di saper individuare con chiarezza i sentimenti delle persone che hanno preparato i cibi che lei sta mangiando. Questo spunto "soprannaturale" è in realtà un finissimo accompagnamento verso la trattazione della crisi di una normale famiglia americana, in cui un padre apparentemente sereno e una madre sull'orlo della depressione si ritrovano nell'incapacità di prendersi cura di due figli del tutto eccezionali: da una parte Rose, la voce narrante, che in virtù della del suo strano talento tutto comprende (anche troppo, per la sua età) e nulla può dire; dall'altra Joseph, uno studente dall'intelligenza straordinaria e dal difficile adattamento, che alla resa dei conti non si dimostra abbastanza bravo da poter accedere al sogno di un'università prestigiosa. Il rapporto tra Rose e Joseph è raccontato con una delicatezza e una profondità narrativa molto rare da trovare nelle recenti uscite editoriali: la vastità del dolore che sottende l'incontro fra le loro solitudini è trattata con un pudore che tocca le corde del cuore. Tra sogno e verità, tra ciò che è comune e ciò che è "diverso", il racconto si dipana fluidamente, come una di quelle carezze impercettibili che, anche se non sai nemmeno il perché, ti gonfia gli occhi di commozione.

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