1 agosto 2011

The Postmistress

La settimana scorsa ho notato, nella sezione dei romanzi in lingua della libreria Feltrinelli, The Postmistress di Sarah Blake. Come spesso accade, sono stata dapprima attratta dalla copertina - a dimostrazione che gli accessori visivi di un testo scritto sono cronologicamente predominanti rispetto alla scrittura stessa, e che quindi anche la letteratura è oggi più che mai un'espressione di marketing - e poi dal piatto inferiore, che mi ha persuasa che non potevo fare a meno di leggere questa storia. 
Anche questo racconto, come tanti altri fra quelle che amo di più, sboccia dalla presenza - o dall'assenza, in questo caso - di una lettera. Una lettera perduta che sembra svolare leggera nell'aria acre delle bombe di Londra, che affronta i venti oceanici, che approda nei cieli limpidi di un'America ancora intatta dalla guerra... e che non raggiunge il suo destinatario. Le atmosfere risvegliate da questo romanzo, opera prima della statunitense Sarah Blake, sono quelle del rimpianto e dell'amore osteggiato dal destino, che sullo sfondo del secondo conflitto mondiale danno luogo ad un intensissimo paesaggio geografico ed emozionale. Anche il booktrailer, che si può vedere su http://www.youtube.com/watch?v=DJXMMqQdeuM, incoraggia sensazioni di struggimento e di segretezza, e induce noi, lettori che adorano le storie di messaggi fatali e di vite trascorse appassionatamente dietro le quinte della guerra, ad annoverare anche questo tra i romanzi che non possono mancare tra le serrate fila delle nostre biblioteche.


25 luglio 2011

Francis Scott Fitzgerald

L'operazione americana è continuata, dopo Colazione da Tiffany, con Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald. Non certo le letture più allegre per trascorrere le giornate estive; devo cercare qualcos'altro. 
A proposito di Fitzgerald, il suo libro che ho amato di più - quanti anni sono passati da quando l'ho letto? forse sette... - è stato di sicuro This Side of Paradise, che mi fu consigliato dall'allora mio docente di Teoria della Letteratura all'università. Il professore, un curioso esemplare di gentiluomo ormai fuori posto, con il panciotto, l'orologio a cipolla, e l'anello al mignolo, che con voce modulata si rivolgeva agli studenti con il "loro", sosteneva che questo romanzo racchiudeva il vero senso della poesia. In esso si ritrovano, diceva, le sfumature di quell'azzurro goethiano che significa la lontananza, la vaghezza, la nostalgia. Non credo si sbagliasse. 


18 luglio 2011

Breakfast at Tiffany's

Sto leggendo Colazione da Tiffany di Truman Capote. Quella struggente lievità di Holly parla di lontananza, di notti estive insonni  per il miagolare arruffato dei gatti, di una tempesta di foglie ingiallite. La musica che si perde dietro una finestra aperta... Scrive Capote:
"Pranzammo a una tavola calda nel parco. Più tardi [...] corremmo cantando lungo i sentieri verso il vecchio capanno di legno per le barche, che adesso non c'è più. Le foglie galleggiavano sul lago; sulla riva, un giardiniere ne sventagliava un falò, e il fumo che si levava [...] era la sola macchia nell'aria vibrante. [...] E' l'autunno la stagione del principio, la primavera: e io sentivo tutto questo mentre sedevo con Holly sulla balaustra del portico del capannone per le barche."




9 luglio 2011

Gli occhi nelle parole

Ultimamente, ogni volta che esco di casa per andare al lavoro, a fare la spesa, o solo per una passeggiata, mi sorprendo ad osservare, talvolta anche a lungo, i particolari del contesto in cui mi trovo. E' come se la città, o la campagna fuori dal finestrino del treno o della macchina, si destrutturassero in una sequenza di immagini parcellizzate, ciascuna ricca di valore visivo e di potenziale narrativo. Ciascuna di quelle immagini è capace di ispirarmi un ulteriore insieme di figure che lentamente, magicamente, vagano nella mia mente fino a posizionarsi in una sorta di puzzle ben definito, il quale, alla fine, si trasforma nel setting di una nuova storia. Tutto ciò che osservo per strada stimola l'idea per un nuovo paragrafo di scrittura; e già mentre cammino avverto l'urgenza di prendere in mano il mio quadernino, o il mio smartphone, per prendere appunti sulle sensazioni narrative che quanto ho visto ha suscitato in me. 
Considerate le mie attitudini, non sono scene aperte o situazioni conflittuali ma sono i dettagli a risvegliare la mia attenzione. Quest'inverno è stato un vaso di lavanda secca appoggiato ad una porta blu, in Provenza; qualche settimana fa, sotto un cielo gonfio di nubi nere e pronto al temporale, è stato il fischiettare di un uomo, che nel silenzio della città domenicale quasi deserta di un mattino presto intonava La vie en rose; in un tramonto di tarda primavera, è stato l'ondeggiare di un nugolo di gerani rossi appesi ad un balcone; un giorno, in classe, è stato il profumo di bucato fresco che esalava dal maglione di uno dei miei allievi; sabato scorso, lungo una strada che attraversava un tripudio di campi di granturco e di vigne degradanti dalle colline, è stato un roseto selvatico abbarbicato al principiare dei filari; l'altra sera è stato il luccicare improvviso di un gioiello al braccio di una passante; stamattina la vista di un'elaborata bordura di pizzo bianchissimo sul copritavolo di una vetrina d'antiquario. 
Mi accorgo che questa inclinazione ad osservare e ad indugiare sulle immagini non è una qualità innata, ma è il dono che ci regala la lettura. L'abitudine a soffermarsi sulle parole scritte ha l'effetto di rallentare le nostre percezioni al punto tale da permetterci di guardare dentro il mondo che viene rappresentato; e poi questa propensione si sposta alla vita quotidiana, cosicché impariamo a contemplare anche gli oggetti e i paesaggi consueti, cogliendone la profonda bellezza e inquadrandoli in fotografie dotate di una forza quasi letteraria. 
Questo è il maggiore insegnamento della lettura - e rischia di farci diventare degli artisti.


8 luglio 2011

Shakespeare, Sonnet LV

In giornate un po' difficili, è magnifico pensare che esiste la poesia, la più grande consolazione dell'uomo.


Not marble, nor the gilded monuments
Of princes, shall outlive this powerful rhyme;
But you shall shine more bright in these contents
Than unswept stone besmear'd with sluttish time.
When wasteful war shall statues overturn,
And broils root out the work of masonry,
Nor Mars his sword, nor war's quick fire shall burn
The living record of your memory.
'Gainst death and all-oblivious enmity
Shall you pace forth; your praise shall still find room
Even in the eyes of all posterity
That wear this world out to the ending doom.
So, till the judgment that yourself arise,
You live in this, and dwell in lovers' eyes.

29 giugno 2011

S'alza il vento

Le Isole Shetland a tardissima sera.
Foto di Mara Barbuni (2009)
In giornate dal calore insopportabile come questa ho sempre il desiderio che si alzi il vento. Un vento da nord, freddo e secco, che scacci le opprimenti bolle di calura e restituisca alle cose i loro naturali contorni. Nelle giornate ventose, in qualunque momento dell'anno, l'immagine che cogliamo del mondo è meglio definita, i colori sono più brillanti, le acque dei canali sembrano rinvigorirsi, e il fogliame degli alberi, scosso dall'aria in moto, ci restituisce un senso di vita, di progresso, di proiezione verso il miglioramento. Il vento mi riempie di entusiasmo, di allegria e di prospettive; e come mi piace espormi alla sua forza, così è bello sentire raccontare il suo impeto nelle storie che leggo. The French Lieutenant's Woman di Fowles, Sylvia's Lovers di Gaskell, Remarkable Creatures di Tracy Chevalier, Moby Dick di Melville e tanti altri racconti di terra e di mare hanno legato indissolubilmente l'infuriare del vento ad un bruciante e sublime romanticismo (teorico, naturalmente, non sentimentale) e dunque con l'idea dell'ancestrale tenacia e del titanismo dell'essere umano, che gode della potenza degli elementi poiché in essa ritrova la propria grandezza, il proprio afflato alla sopravvivenza. Ed è proprio nella tragedia che la sua resistenza trionfa, eticamente ed esteticamente: perché come Heathcliff nelle Cime tempestose di Emily Brontë, anche nel cuore della sciagura l'uomo viene nobilitato dall'empito delle sue passioni. 

27 giugno 2011

Donne e suspense

Su http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_female_detective/mystery_writers si trova un ben articolato elenco di nomi di donne che hanno dedicato la loro scrittura, o parte di essa, al racconto del mistero. Gialli o detective stories, sensational novels o letteratura di sensazione, horror o storie gotiche, arcani, enigmi, delitti hanno impegnato la penna delle donne sin dal momento in cui - più o meno intorno alla fine del Settecento - le signore hanno iniziato a rivendicare il loro legittimo posto nel consorzio degli scrittori di fama: un momento che è coinciso, in effetti, con la vera e propria nascita del romanzo (una teoria, questa, ormai assodata, ma introdotta dagli interventi dei gender studies in opposizione al pilastro critico di Ian Watt, The Rise of the Novel, secondo cui la fiction inglese fu avviata dal triumvirato Defoe, Richardson, Fielding). Ann Radcliff, la popolare autrice di The Mysteries of Udolpho (1794), aprì il diciannovesimo secolo a un vero esercito di donne impegnate nel racconto della paura, da Mary Shelley a Elizabeth Braddon; ma è il Novecento ad assistere ad una vera proliferazione di female mystery writers. 
La mia sensazione è che questo fenomeno così clamoroso, e ben definito nella cronologia e nello stile, sia da ascrivere alla particolare e di certo inedita struttura storica e sociale del secolo. Le due guerre mondiali hanno trasformato l'Occidente sotto ogni aspetto, alterando anche i ruoli tradizionalmente attribuiti all'uomo e alla donna. In assenza dei padri, fratelli, mariti, per la maggior parte lontani per i combattimenti o, se reduci, invalidi o psichicamente disadattati, le donne occuparono in questo periodo tutte le posizioni vacanti della società, non eccettuata quella della produzione letteraria di intrattenimento. Erano anni di generale privazione e di latente paura della morte; e le donne, percependo anche restando a casa la precarietà dell'esistenza, fecero entrare la violenza, le uccisioni e il terrore fra le quattro mura delle loro casette di città o delle loro imponenti dimore di campagna. Gli omicidi al fronte, perpetrati con le baionette, i fucili, i cannoni e le granate, assumono agli occhi delle donne la forma del delitto borghese, compiuto all'arma bianca o, ancora più frequentemente, per mezzo del veleno. In definitiva, tra gli anni Venti fino agli anni Cinquanta (con la conseguente propaggine delle storie spionistiche in piena Guerra Fredda), le storie criminose femminili sembrano avere l'effetto di raccontare, senza alcuna reticenza, l'ingombrante e feroce presenza della morte nella vita quotidiana di chi rimane a casa, ad aspettare gli esiti di una guerra combattuta altrove. La brutalità è qui nascosta dietro i volti imbellettati delle padrone di casa, gli abiti fruscianti, la rarefatta eleganza - ma è dominante, e causa vischiosi spargimenti di sangue, membra gonfie e bluastre, occhi sbarrati nell'orrore, e i numerosi altri segni della morte. Del tutto uguali a quelli della trincea.