25 ottobre 2020

Dall'estate all'autunno

Il passaggio dall’estate all’autunno, con l’inizio della scuola e tutte le ulteriori difficoltà (sempre più serie) connesse a quest’evento, mi ha travolta, e pur continuando a leggere molto, anche se con meno regolarità, sono riuscita a scrivere poco. In quest’ultimo mese e mezzo, però, posso dire di aver scoperto almeno tre libri importanti.

Il primo è stato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Adelphi) di Stefan Zweig. Pubblicato per la prima volta nel 1941, il libro è il memoriale di un esule, ebreo austriaco, che ha attraversato le fasi più gloriose e quelle più tragiche della Mitteleuropa: dai fasti della Vienna imperiale con i suoi ideali di progresso sconfinato, di pace e di comunione degli stati europei, attraverso le cadute della Grande Guerra, fino alla catastrofe del nazismo, della fuga, della perdita della patria e dell’identità. È un libro che dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, non solo perché è la testimonianza oculare di come l’umanità sia riuscita a rinnegarsi, prossima al suicidio, nel Novecento, ma anche perché rivela un senso insopprimibile di resistenza, nella forma della devozione alla libertà interiore. Nella prima parte di questa autobiografia colpisce, in particolare, lo straordinario livello di cultura delle giovani generazioni, che non solo conoscevano perfettamente i classici, ma riuscivano a interessarsi alle avanguardie e alle espressioni artistiche che giungevano dall’estero, e coltivavano contatti che oggi ci sembrano incredibili, partecipando in prima persona alle belles lettres del loro paese. Il rapporto tra studio e libertà, quindi, si manifesta in tutto il suo valore: ed è questa la ragione principale per cui Il mondo di ieri andrebbe consigliato ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la scuola superiore. 

Anche il romanzo La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (Garzanti) racconta di come i libri possano offrirci una forma di salvezza, persino nelle circostanze più disperanti. La protagonista, Odile, è una giovane borghese della Parigi “città aperta” occupata dai nazisti, che lavora come bibliotecaria alla American Library e impara a riconoscere nei libri, e nel sistema di catalogazione Dewey, una fonte di speranza per sopravvivere alla sciagura di un popolo, di una nazione e di tutto il mondo. Come ha affermato l’autrice nell’intervista contenuta nell’edizione italiana del romanzo, l’idea per la scrittura è stata ispirata dai “bibliotecari che, contro tutto e contro tutti, hanno deciso di tenere aperta l’American Library durante la guerra. Credevano nell’importanza dello spirito comunitario e nella capacità dei libri di unire e di creare ponti”. 

Il terzo libro di queste settimane, che ho finito proprio stamattina, è stato L’età incerta di Leslie Hartley (Neri Pozza), che vanta uno degli incipit più riusciti di tutta la letteratura: “Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso lì”. Come suggerisce questa apertura così memorabile, il libro è il racconto in prima persona di eventi avvenuti cinquant’anni prima, quando il protagonista e narratore era un ragazzino di dodici anni, nell’anno 1900.
Dopo brevi episodi risalenti al periodo della scuola, il nucleo della storia si rivela essere il resoconto di una vacanza trascorsa a casa di un amico, Brandham Hall, nel Norfolk, durante la quale Leo apprende l’esaltazione e insieme i dolori della crescita, perennemente confuso tra le sconcertanti emozioni di quel periodo della vita: l’innocenza e la brama di conoscenza, l’indifferenza e la gelosia, la paura e la voglia di indipendenza, l’amore sacro e l’amore profano. I pensieri di Leo sono riportati con tale vividezza che sembra di leggere, più che il resoconto di un ricordo, un flusso di coscienza, del quale percepiamo continuamente la natura perturbante. La stessa voce narrante pare inquieta, ritrosa, di fronte ai propri stessi ricordi i personaggi della sua storia, che hanno condiviso con lui il dramma di quell’estate rovente: “erano come figure di un quadro, chiuse dentro la doppia cornice dello spazio e del tempo e incapaci di uscirne: erano prigionieri di Brandham Hall e dell’estate del 1900. Volevo che rimanessero lì, fermi in quelle due dimensioni: non volevo liberarli”.

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