7 settembre 2020

The Bookshop, di Penelope Fitzgerald

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un film che mi è piaciuto molto, La casa dei libri (in originale La librerìa) diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet. Guardandolo ho riconosciuto i tratti di un libro comprato un paio d’anni fa e però rimasto sullo scaffale, come spesso accade quando gli impegni della vita quotidiana impediscono di mettere ordine fra le cose più importanti – cioè, le letture. Cercando qualche rapida informazione online ho avuto conferma che in effetti il film è tratto da The Bookshop di Penelope Fitzgerald (1978; pubblicato in italiano da Sellerio nel 1999), così, approfittando della coincidenza, ho deciso finalmente di leggerlo.

L’esperienza è stata molto bella. Il libro racconta la storia di Florence Green, una vedova che alla fine degli anni Cinquanta decide di aprire una libreria in una vecchia casa abbandonata di un villaggio sul mare nel Suffolk, suscitando la diffidenza, se non l’aperta ostilità, dei concittadini. Ci si affeziona subito al personaggio di Florence, in parte per la sua ingenuità nell’affrontare i rapporti sociali, e soprattutto per la sua determinazione nel gestire il negozio, che rappresenta non solo una fonte di sostentamento economico, ma la sua stessa identità di essere umano: “Recentemente si era ritrovata a domandarsi se non fosse suo dovere rendere chiaro a sé stessa, e possibilmente anche agli altri, che aveva tutto il diritto di esistere come persona”. È un principio arduo da affermare per una donna, e specialmente a metà del secolo scorso, e in particolare se si è deciso di mettere la gente di fronte alla sua stessa necessità – naturale, eppure da molti negata – di scegliere i libri come compagni della propria esistenza. I personaggi che l’autrice affianca a Florence sono dotati di una spiccata umanità, che si traduce anche e soprattutto nelle loro debolezze: la malignità delle pettegole di Hardborough, la subdola pigrizia di Milo North, l’opportunismo della signora Gippings, la meschina fame di potere di Mrs Gamart e l’arrendevolezza di suo marito. Di tutt’altra levatura, invece, il vecchio Edmund Brundish, un uomo che vive isolato nella sua grande casa e il cui tempo gira tutto intorno ai libri, che stringe con Florence un’intensa, benché troppo breve, amicizia letteraria. Nel film, l’interpretazione di Bill Nighy è straordinaria perché ci mostra chiaramente la descrizione che la scrittrice ci dà del suo personaggio: “Le sue emozioni, per mancanza di allenamento, erano quasi completamente scomparse”. 

Come scrive la sua biografa Hermione Lee nella Prefazione alla mia edizione del romanzo: “La visione del mondo [di Penelope Fitzgerald] era divisa tra ‘sterminatori’ e ‘sterminati’. Era solita dire: ‘Mi sento attratta dalle persone che sembrano essere nate sconfitte o profondamente perdute’. Era un’autrice ironica, con un tragico senso della vita”. Eppure, e nonostante tutto ciò che accade e che porta alla conclusione della storia, The Bookshop sembra offrire uno spiraglio di redenzione e di gioia, che è offerto proprio dai libri e che l’autrice rappresenta nel suggestivo episodio in cui Florence dispone in negozio la propria merce: “Anche se le era stato insegnato che non si guardano mai i libri mentre si sta lavorando, ne aprì un paio – vecchie edizioni Everyman, con le copertine sbiadite color oliva e i caratteri dorati”. Ed è Florence stessa a dichiarare, in una lettera al suo reticente avvocato, quale sia il significato della letteratura nella nostra vita: scrive che un buon libro è linfa vitale, di cui fare tesoro per spingere la vita oltre sé stessa, e che per questo si deve considerare “un prodotto di prima necessità”. Una definizione da non dimenticare, in questi nostri tempi difficili in cui il bisogno di bellezza e di istruzione è così dolorosamente sottovalutato.

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