26 febbraio 2015

Festa mobile

Non leggevo Hemingway da tantissimi anni, ma rientrare nella sua scrittura con Festa mobile è stato come fare una passeggiata nel vento. Un’esperienza limpida, corroborante. Il libro è un’autobiografia giovanile in cui lo scrittore racconta il periodo vissuto con la prima moglie a Parigi. La “società” che Hemingway frequentava allora, tra una brasserie e un cafè della Riva Sinistra della Senna, era popolata di geni letterari (Pound, Ford, Joyce, Stein, Scott Fitzgerald, cui è dedicato un capitolo eccezionale), eppure le descrizioni delle sue solitudini sono ancora più vivide, perché legate a filo doppio con il valore quasi sacro della produzione letteraria. 
«Tutta Parigi mi appartiene e io appartengo a questo quaderno e a questa matita» esordisce l’io narrante, aprendoci una finestra (e me la immagino, non so perché, affacciata su un prato spazzato dal vento) sul processo della sua creatività. «Restavo a guardare fuori, sui tetti di Parigi, e a pensare: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto prima e scriverai adesso. Non devi far altro che scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” […] Lassù in quella stanza decisi che avrei scritto una storia su ogni cosa che conoscevo». Una sorta di mantra, che prodigiosamente riassume tutta la grandezza della scrittura di Hemingway: leggendo queste parole ci passano davanti agli occhi le scene di Fiesta, di Addio alle armi, di Per chi suona la campana, di Verdi colline d’Africa, dei racconti, che sprigionano proprio la potenza del conosciuto, dello sperimentato. 
In Festa mobile l’attaccamento quasi passionale a Parigi ci rivela la convinzione che un luogo è denso non solo di significati – storici o emozionali che siano – ma anche di una sua inequivocabile identità. Come scrive Corrado Augias in I segreti di Parigi, «Vedere non è capire, anzi vedere può essere quasi niente se l’atto fisico del guardare non si accompagna alla consapevolezza della possibile dimensione latente degli oggetti». Joseph Conrad diceva che con la letteratura egli voleva non solo comunicare dei fatti, ma proprio «farli vedere» ai suoi lettori («My task, which I am trying to achieve is, by the power of the written word, to make you hear, to make you feel – it is, before all, to make you see» scrive in Lord Jim): questo è anche il talento di Hemingway, che con la parola sa trasportarci materialmente nei luoghi e fra le persone. 
La Shakespeare & Co. (2010)
Ci sembra di stargli accanto quando beve il suo cafè creme, quando osserva i pescatori dopo aver finito di scrivere, quando visita la libreria di Sylvia Blythe, la Shakespeare & Co.: «A quei tempi non c’erano soldi per comprare i libri. I libri li prendevo in prestito alla biblioteca circolante della Shakespeare and Company, che era la biblioteca e libreria di Sylvia Beach al 12 di rue de l’Odéon. In una via fredda e spazzata dal vento era un posto simpatico, caldo e accogliente, con un grande camino in inverno, tavoli e scaffali di libri, libri nuovi in vetrina, e al muro fotografie di famosi scrittori sia morti che viventi». Oppure quando, insieme alla moglie, attraversa i Giardini del Luxembourg, e «gli alberi erano bellissimi senza le foglie, una volta che ti riconciliavi con loro e i venti d’inverno soffiavano sulla superficie degli stagni e le fontane zampillavano nella luce chiara.» 
E poi, come sempre, Hemingway è lo scrittore che più di tanti altri sa dare voce all’energia, alle speranze e alle difficoltà del mestiere di essere giovani: «Ma Parigi era una città molto vecchia e noi eravamo giovani, e lì non c’era niente di facile, neanche la miseria, né i soldi improvvisi, né la ragione, il torto, né il respiro di qualcuno sdraiato al tuo fianco al chiaro di luna.» E nonostante tutto, come egli scrisse in una lettera: «Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna, perché Parigi è una festa mobile».

16 febbraio 2015

Una moglie a Parigi


Complici i voli verso l’Italia e di ritorno a Berlino, ho terminato un libro di grande forza narrativa, Una moglie a Parigi (The Paris Wife) di Paula McLain, pubblicato in Italia da Neri Pozza con la traduzione di S. Fefè. La voce narrante è quella di Hadley, la prima delle quattro mogli – detta anche “la moglie parigina” (come recita il titolo originale) – dello scrittore Ernest Hemingway. 

Sono gli anni Venti, e la storia d’amore tra Hadley ed Ernest è il filo rosso che ci consente di viaggiare tra l’America del jazz e le ville della Costa Azzurra, tra la polvere infuocata delle corride di Pamplona e le voci dei caffè lungo la Senna. Il libro non è dunque un romanzo d’amore, ma si bilancia tra storia di viaggio e biografia, aprendoci una finestra sulla formazione letteraria di Hemingway e sulle sorti dei giovani della “generazione perduta” (Génération perdue o Lost Generation) che, sullo sfondo di una Parigi ebbra di fascinazioni, si riunivano per sconfiggere il disagio di vivere, per bere forte e per produrre grande letteratura. Se Hemingway è il protagonista assoluto di questo romanzo, gli altri personaggi rispondono a nomi altrettanto memorabili: da Ezra Pound a Ford Madox Ford, da John Dos Passos a Gertrude Stein fino alle straordinarie apparizioni di Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda. Impossibile, leggendo questo romanzo, non ripensare al film-capolavoro di Woody Allen del 2011 Midnight in Paris…. 

Gli anni di Parigi dei coniugi Hemingway furono raccontati dallo stesso autore nel memoir intitolato A Moveable Feast (Festa mobile), che sarà la mia prossima lettura. Con Una moglie a Parigi apro infatti una “serie parigina” che nelle mie intenzioni dovrebbe accompagnarmi per le prossime cinque o sei settimane: nell’elenco che ho compilato (in cui figurano alcune riletture, come I segreti di Parigi di Augias e L’eleganza del riccio di Barbery ma che vi invito a rinforzare con i vostri suggerimenti), ho appena inserito anche Julie & Julia di Julie Powell. Tra circa un mese Parigi aspetta anche me: e non ci sono compagni di viaggio migliori dei buoni libri...!


4 febbraio 2015

Vanessa e Virginia


Nelle ultime due sere sono sprofondata nella lettura di Vanessa e Virginia (Minimum Fax 2013, trad. it. di Federica Aceto) di Susan Sellers, docente di inglese a St. Andrews e curatrice di una recente edizione delle opere di Woolf. Il libro è il racconto del legame sororale tra l’autrice Virginia Woolf e la pittrice Vanessa Bell: due ragazzine imprigionate in un legame familiare oppressivo e cresciute come donne diversissime, ma accomunate dalla sensibilità che consentì loro di produrre grande arte. Voltando pagina dopo pagina, si entra dapprima nell’oscuro labirinto psicologico della famiglia Stephen, e in seguito ci si fa strada fra le luci del circolo di Bloomsbury, mentre la Storia prende il sopravvento sulla quotidianità dei personaggi ed essi si dibattono, incessantemente, nei loro tormenti intellettuali ed emotivi. 
Vanessa Bell,
Donna che legge in un interno
La voce narrante è quella di Vanessa, che si rivolge con il “tu” alla sorella quasi come in una lettera, o in un dialogo in cui l’interlocutrice rimane distaccata, silenziosa. Di Virginia ci vengono presentati i successi, ma pare che il libro non voglia insistere sull’enorme profondità del pensiero che ha caratterizzato i suoi scritti; la sua grandezza appare a sprazzi, in flash esaltanti che ci colgono di sorpresa, ma ci restituiscono moltissimo di lei. Chi conosce la sua letteratura non mancherà di riconoscere, in questa biografia un po’ speciale, scene ispirate, o tratte del tutto vividamente, dai suoi libri (la madre che organizza la cena per ospiti importanti, l’impossibile gita al faro…). La personalità di Vanessa emerge invece in maniera omogenea: tutto il libro è immerso nel colore e nelle impressioni squisitamente figurative della vita, fino a condensarsi in pagine di vere e proprie ekphrasis. Avrei preferito che il racconto si sviluppasse al tempo passato, anziché al presente, perché il ritmo sarebbe stato più avvolgente e avrebbe consentito un maggiore indugio sulla poesia delle parole; ciononostante, il libro rimane davvero pregevole.

Per finire, consiglio di leggere la voce “Vanessa Bell” nel sito dell'Enciclopedia delle Donne: 

1 febbraio 2015

Colpa d'amore

L'altra sera ho finito di leggere un altro dei tanti romanzi di Elizabeth von Arnim, autrice “scoperta” per il pubblico italiano da Bollati Boringhieri, e di cui ho spesso avuto modo di parlare. Benché il mio preferito resti sempre il “primo amore”, Un incantevole aprile, tutti i libri di von Arnim mi hanno affascinata, per un motivo o per un altro: da La fattoria dei gelsomini al Circolo delle ingrate, da Una donna indipendente a Un’estate da sola, fino a quest’ultimo Colpa d’amore (Expiation, 1929), tradotto da S. Garavelli. 
Come spesso avviene, la trama è piuttosto semplice, e si dipana senza grandi scossoni a partire da un singolo evento. In questo caso, tutto comincia con la morte di un uomo, Ernest Bott, a causa di un incidente stradale: la moglie, Milly, si ritrova praticamente diseredata e la ridda di sospetti, calunnie, e scandalizzati pettegolezzi che si scatena per questo motivo in seno alla famiglia del marito occupa l’intero romanzo. 
L’abilità della scrittrice sta in primo luogo nel dipingere con raffinata ironia proprio il vespaio suscitato dagli eventi: le cognate di Milly formano una specie di nidiata di serpi, mentre i cognati, i fratelli di Ernest, si rivelano tutti sottomessi, o per meglio dire terrorizzati, dalle donne della loro vita, e molto impegnati a reprimere i loro desideri. Von Arnim riesce a tratteggiare dei ritratti caratteriali pieni e narrativamente robusti: il lettore faticherà a dimenticare la sorella di Milly, divenuta un arcigno ramo secco a causa delle asperità della vita che si è scelta; o la cognata Nora – che compare raramente, ma brilla per la sua passionalità talvolta difficile da controllare; o ancor di più la vecchia Bott, madre del defunto, che nella sua svagatezza dimostra un saldo buon senso e una capacità di controllo che riesce a salvare tutta la famiglia. 
Il libro si divide in due parti: nella prima è Milly la protagonista, e sono i suoi pensieri, le sue aspettative, i suoi tormenti a occupare le pagine. Il trionfo della sua osservazione del mondo si raggiunge quando “Milly, ammutolita, si chiese se in fondo non fossero i buoni, coloro i quali bisognava sforzarsi di essere indulgenti e comprensivi.” È una frase che lascia molto su cui riflettere, e che invita a porsi delle domande sulla natura di quella moralità tutta esteriore che ammorbava la società di allora, esattamente come quella di oggi. Nella seconda parte, più vivida e anche divertente, assistiamo ai fuochi artificiali esplosi dalla presenza di Milly nelle diverse case dei cognati: i litigi su chi la debba ospitare, le gelosie delle mogli, i dubbi degli uomini, e sullo sfondo il serpeggiare di un sospetto che rischia di violare la sacralità del valore supremo dei Bott: la discrezione. 
Leon Wyczółkowskii,
Primavera a Goscieradz
Infine, come al solito, anche in questo libro non possono mancare quelle miniature ambientali fresche, vivaci, piene di colore e di profumi che caratterizzano la grande scrittura di von Arnim: come quando Milly cammina per Londra e attraversa “le piazze inondate di sole; […] notò i tetti delle case che tornavano a brillare contro il cielo azzurro, lo slancio di uno stormo di piccioni, le ali anch’esse lucenti, il riflesso sui capelli di una ragazza mentre strofinava la soglia di casa”; oppure “la casa sembrava deserta; vuota di tutto tranne che del sole e del vento di aprile. Porte e finestre erano spalancate per arieggiare la camera, il materasso rivoltato. Il pigiama di George […] era appeso a una sedia nel suo spogliatoio, le gambe che ondeggiavano penzoloni nella corrente. Dovunque l’odore del detersivo lottava con quello delle violacciocche che entrava dalla porta d’ingresso.” Come se quell’aria benefica ci restituisse la speranza che si possa purificare il mondo dall'ipocrisia e dalla maldicenza.

Per leggere altri post su Elizabeth von Arnim: 



22 gennaio 2015

Ricordo della Regina Vittoria

Oggi, 22 gennaio, è l’anniversario della morte della Regina Vittoria, la cui straordinaria longevità sul trono (63 anni) potrebbe essere superata, proprio quest’anno, dalla sua augusta erede, Elisabetta II. Ripensare oggi alla donna che diede il nome all’epoca forse più sensazionale dell’identità culturale britannica, il Vittorianesimo, significa sfogliare un massiccio libro di storia e leggervi le vicende di poco meno di un secolo, degli eventi politici, dell’arte, della scienza, della letteratura, delle innovazioni economiche e sociali che ne hanno fatto un’età affascinante ma anche difficile da interpretare. 
Ritratto ufficiale della Regina Vittoria (1843)
Sua Maestà nacque il 24 maggio dell’anno 1819, e il successivo 24 giugno l’Arcivescovo di Canterbury la battezzò Alexandrina (in onore dell’imperatore Alessandro di Russia) Victoria. Dell’infanzia della futura regina non si sa molto – lei stessa ne parlò poco nei propri diari – ma le testimonianze di chi la incontrò da bambina concordano nel definirla allegra, giocosa, sempre pronta a impegnarsi nello studio quanto a dedicarsi all’esercizio fisico. Le fu presto insegnato a non sprecare mai il proprio tempo, e gli anni della fanciullezza furono spesi nella perfetta regolarità delle ore dei pasti, del sonno, dei periodi trascorsi all’aria aperta. Era una ragazzina graziosa, sempre di buon umore, la cui incantevole voce allietava le stanze della casa materna. 
L’esistenza di Victoria, così pacifica e lieta, era però destinata a finire presto. Quando lei aveva appena compiuto diciotto anni, il Re morì. Era il 20 giugno 1837. Victoria fu svegliata dal sonno nella sua camera a Kensington Palace, e tali furono la fretta e la concitazione del momento che la ragazza si presentò agli onorabili Pari, venuti a portarle la notizia, ancora in camicia da notte. I presenti raccontano che, pur giovanissima, ella ricevette la comunicazione con compostezza e regale accettazione. È stato scritto che, qualche ora dopo, mentre le campane di San Paolo salutavano la dipartita del re, quando i Principi si presentarono a renderle onore e a baciarle la mano, ella arrossì profondamente, e questo fu il solo segno di emozione che il suo volto non riuscì a trattenere. 
Il giorno dell’incoronazione, il 28 giugno 1838, fu un giorno di giubilo. Il tempo era splendido, e il rombo del cannone della vecchia Torre riecheggiava contro un cielo perfettamente azzurro. Ovunque, Londra traboccava di gente. Il corteo partì da Buckingham Palace alle 10 del mattino, e la carrozza della Regina, tirata da otto cavalli color crema, sfilò tra la gente, sotto i balconi e le finestre aperte da cui i bambini lanciavano fiori. L’inno nazionale era spesso interrotto da alte grida di gaudio. Sua Maestà arrivò all’Abbazia di Westminster, tutta adornata di cremisi e d’oro e delle alte uniformi degli ufficiali, affollata di Principi e ambasciatori stranieri: cantori vestiti di bianco e i trombettieri con le giubbe di porpora accompagnavano il marciare dell’organo. Vicino all’altare, la sedia che ha ospitato l’incoronazione di tutti i sovrani britannici da Edoardo il Confessore in avanti aspettava la sua nuova Regina, che, vestita di velluto rosso, d’ermellino e di pizzo dorato, si avvicinò all’altare e giurò sulla Bibbia; tra gli inni, i canti, la sacra unzione, le benedizioni, ricevette poi sul capo la corona, simbolo della maestà. 
Altrettanto sfarzo, sontuosità ed esultanza accompagnarono un secondo corteo, quando la processione che seguì la Regina verso la cappella di St. James, nel giorno delle nozze con il principe Albert Saxe-Coburg-Gotha, poté ammirare il suo abito di pizzo bianco adornato di fiori d’arancio. Quel giorno, il 10 febbraio 1840, segnò l’inizio di un cammino coniugale fortunatissimo: i due sposi, cugini di primo grado, si amarono molto, e Victoria poté trovare nel marito un alleato forte, sicuro, colto, dal carattere integro, rare doti intellettuali, grazia nel portamento, magnanimità, gaiezza, lealtà e bellezza. Nei suoi confronti ella si sentì sempre in debito di riconoscenza, e molto spesso nel corso della loro vita insieme Sua Maestà si adoperò affinché il Principe ricevesse anche dal Parlamento e dal popolo la considerazione che meritava. Sul proprio diario, nel giorno del fidanzamento, ella scrisse: «Albert si è completamente preso il mio cuore, e tutto è stato deciso tra noi questa mattina. Sono convinta che mi renderà felice. Vorrei poter essere sicura di renderlo altrettanto felice, ma quel che è certo è che farò del mio meglio». Il Principe Albert fu per lei un compagno affettuoso, un amico, un mentore, e il padre dei suoi nove figli; la sostenne nei difficili momenti degli attentati alla sua vita (Victoria rischiò di essere assassinata pochi mesi dopo le nozze e per tre volte solo nel 1842), fu il suo più fidato consigliere politico e la accompagnò nell’esplorazione degli angoli più belli del Regno. Insieme i due sposi comprarono una casa all’Isola di Wight e acquistarono il castello di Balmoral, in Scozia: di questo luogo Victoria si innamorò subito, e desiderò sempre tornare a camminare fra le montagne, rincorrere le acque dei torrenti, e sedere sulle sommità delle colline più dolci, fra le onde dell’erica. 
Esposizione Universale al Crystal Palace
Sarebbe tuttavia un errore guardare alla persona del Principe solamente come a quella di un silenzioso, ancorché operoso, assistente della sovrana. Al suo nome sarà sempre legata l’Esposizione Universale del 1851: di quel prodigioso spettacolo, orchestrato in un tempio di cristallo, la Regina stessa scrisse: «Sono tornata sopraffatta dalla miriade di bellezze e di meraviglie che abbagliano lo sguardo. Dio benedica il mio caro Albert, e la mia cara patria, che si è mostrata così magnifica in questo giorno! Sembra che il buon Dio pervada e benedica tutto questo». L’Esposizione, inaugurata il 1 maggio, mise in scena una sequela di concerti e parate militari, ma soprattutto di opere dell’ingegno umano: i suoi sei milioni di visitatori ammirarono telai e spigolatrici meccaniche, dagherrotipi, revolver, barometri, diamanti, manufatti di origine celtica e altre centinaia di portenti. Per tutta la sua vita (finita forse troppo presto, nel 1861), il Principe Albert si appassionò alla scienza, alla meccanica e alle migliorie tecniche che avrebbero guidato l’evoluzione dell’economia britannica. 
Il progresso scientifico è stato solo uno dei tratti distintivi del Vittorianesimo. La scienza è stata la naturale compagna di un’era in cui l’essere umano iniziò a sentirsi incalzato dal dubbio intellettuale e dai tormenti dello spirito; in cui la letteratura, principale specchio dell’anima, disegnò figure ambigue, dalla doppia identità, riflessi bipolari del Bene e del Male. Fu un’era in cui l’ossessione per una politica insulare si proiettò e moltiplicò in decine e decine di possedimenti sparsi sulla superficie del globo, e nei quali gli ideali dell’umanitarismo, della filantropia, della solidarietà si trasformarono in cieco sfruttamento e in avidità lordata di sangue. 
Fotografia della Regina Vittoria
nell'anno del Giubileo di Diamante
In patria, lo sfrenato sviluppo economico si fece cieco e sordo ai bisogni dei bambini, alla disperazione di tante donne, e alle dolorose esigenze di uguaglianza. La moralità per cui la società dell’Inghilterra di Victoria si è resa famosa non ha saputo distendere lo sguardo oltre le pareti dei salotti e spingersi fin dentro gli angoli delle strade più buie delle città industriali; il fulgore della Regina, così risplendente nella vastità dei parchi cittadini, nelle stanze regali, nelle sale dei musei che insieme a suo marito ella ha lasciato all’umanità (il Victoria and Albert Museum e il Museo di Storia Naturale), è sembrato andar scemando, come una candela, a cospetto dell’orrore dei sobborghi urbani, degli abusi perpetrati in Irlanda e delle efferatezze in atto nelle colonie ai danni degli indigeni. 
I lunghi anni di vedovanza della Regina, sempre con gli abiti a lutto e l’espressione severa, hanno fatto di lei la personificazione del suo Regno, e una sorta di monumento culturale, nel bene e nel male. Il patrimonio che ha lasciato ai posteri è di valore incalcolabile, e forse siamo soprattutto noi lettori a beneficiarne maggiormente: il romanzo vittoriano inglese, con le sue grandezze stilistiche, le sue analisi sociali e la sua rappresentazione dell’Io, è una forma letteraria dal carattere immortale, forgiata dalle penne di Dickens, Thackeray, Trollope, Gaskell, le sorelle Brontë, George Eliot. Traguardi eguagliati solo, non molti anni dopo, dall’erede ribelle della narrativa vittoriana: il romanzo modernista. 


13 gennaio 2015

Emma di Jane Austen

Tra i libri che hanno accompagnato il transito dall’anno vecchio a quello nuovo c’è Emma di Jane Austen. Ancora con questa Jane Austen, penserà qualcuno. È vero, l’argomento è ricorrente, e ammetto che a volte, scartabellando le pagine di internet, una certa stanchezza la provo persino io. L’impressione generale, purtroppo, è che Austen sia presa in considerazione e amata per cose che non hanno niente a che vedere con il suo essere una scrittrice. Abbondano, come fiumi di melassa, fenomeni di adorazione che fanno di lei una sorta di soggetto religioso; si trattano i suoi personaggi come obiettivi di gigantesco affetto o di velenosi strali (neanche fossero colleghi di lavoro o dirimpettai); l’epoca descritta nelle sue storie suscita una paradossale nostalgia; ma solo in pochi si fermano a considerare la pura bellezza dei romanzi in questione. In Ipsa Legit ci sforziamo invece di tener conto del valore puramente letterario di questi libri immensi – siano essi a lieto fine o ammantati di tristezza, popolati di eroi o di inetti, luminosi o privi di speranza. 
Torniamo dunque ad Emma, un romanzo sulla cui grandezza come opera d’arte vale sempre la pena di ricominciare a parlare. Se è vero che dal punto di vista della trama la storia può sembrare poco consistente, questo romanzo ha la «qualità perenne» di un classico e la sua forza, secondo me, è data dalla sua stratificazione.
Come una superficie rocciosa che vediamo piana e composta e che poi, in taluni punti, corrugandosi ed emergendo, ci mostra i suoi strati più profondi, così Emma ci appare a una prima occhiata un romanzo comico, ma con un po’ di attenzione può rivelare tante pieghe nascoste. Sulla bonaria comicità di Miss Bates non serve spendere parole; su quella del personaggio di Harriet Smith ho scritto qualcosina sul sito di JASIT (http://www.jasit.it/comicita-il-tuo-nome-e-harriet/); ma quali sono gli altri piani di lettura che meritano di essere presi in esame? 
In primo luogo il piano linguistico: Emma è un capolavoro di stile in cui il linguaggio assume molteplici connotazioni psicologiche e narrative (mi sto occupando da un po’ di tempo di questo aspetto, e ne scriverò più compiutamente in futuro). In secondo luogo il piano del delicato gioco tra verità e dubbio, che a mio modo di vedere rimuove questo romanzo dall’epoca illuminista per proiettarlo verso una temperie pienamente ottocentesca (su questo soggetto ho scritto un articolo che sarà pubblicato il prossimo febbraio nel primo numero di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy). Il rapporto tra realtà e immaginazione, e in senso lato, tra il mondo e l’Io, è determinato da una supremazia dell’individuo e del suo pensiero sui fenomeni esterni – una posizione kantiana, potremmo dire, e in progressione verso il Romanticismo, rappresentata emblematicamente da questo passo: 
Illustrazione di C.E. Brock
«Emma andò alla porta, per svagarsi. Non si poteva sperare granché neppure dal traffico del quartiere più affaccendato di Highbury: il signor Perry che passava di fretta, il signor William Cox che entrava in ufficio, i cavalli del signor Cole che rientravano dalla passeggiata il ragazzo delle lettere che girovagava in groppa a un mulo ostinato erano i soggetti più animati che ella poteva aspettarsi di vedere, e quando i suoi occhi caddero sul macellaio col suo vassoio, su una linda vecchietta che tornava dalla spesa col suo cesto pieno, su due cani che si contendevano un sudicio osso, e su una frotta di bambini ciondolanti intorno alla vetrinetta del fornaio, occhieggiando il panpepato, seppe di non aver ragione di lamentarsi, e si divertì; si divertì quanto bastava per fermarsi su quella porta. Una mente agile e serena si accontenta del non vedere niente, e non vede niente che non la appaghi» (Emma, cap. 27). 
Benché il mondo fenomenico di Highbury non offra alcuno svago “reale”, la mente di Emma è così «agile» da compensare alla sua piattezza con la propria facoltà poietica, creativa. 
Un altro piano di lettura davvero attraente di questo romanzo è quello della spazialità: il dentro e il fuori sono infatti categorie fondamentali per la comprensione di Emma. Come si è detto spesso, in quest’opera Austen ha rappresentato con grande efficacia la Englishness, ovvero il senso di appartenenza ad un preciso contesto culturale e geografico squisitamente “inglese”. Il concetto English/England vi ricorre più che in qualsiasi altro romanzo e nell’episodio della raccolta delle fragole («il frutto migliore che ci sia in Inghilterra», cap. 42) Donwell Abbey ne diventa la rappresentazione concreta: «Era una vista molto attraente, attraente sia per l’occhio sia per lo spirito. Vegetazione inglese, coltivazione inglese, agiatezza inglese, vedute sotto un sole che sfavillava senza essere opprimente» (cap. 42, trad. it. di Mario Praz). 
Illustrazione di C.E. Brock
Il centro del villaggio di Highbury, Hartfield e Donwell Abbey – sia nella sua conformazione geografica sia nell’animo del suo proprietario, Mr. Knightley – costituiscono la categoria del dentro, della regolarità e della sicurezza; ma sono numerose le ingerenze che da fuori minacciano di turbare la loro serenità. L’episodio dell’assalto degli zingari è il più rappresentativo, ma non dimentichiamo che Emma frequenta quotidianamente degli outsider: i suoi più gravi errori di valutazione, nonché i suoi più clamorosi scivoloni comportamentali, derivano proprio dal suo accompagnarsi ad Harriet, che, come sappiamo, è “figlia di nessuno”, e a Frank Churchill, un giovanotto che non sta mai fermo, irrequieto, che si sposta costantemente, da Weymouth allo Yorkshire, da Richmond a Highbury e non vede l’ora di viaggiare e di andarsene all’estero («“Sono stufo marcio dell’Inghilterra”», cap. 42). Non è un caso che Mr. Knightley, il rappresentante di ciò che significa dentro, se la prenda tanto quando gli viene riferito che Frank si è recato fuori, a Londra, solo per farsi tagliare i capelli…. 
Risfogliando la mia edizione (quella della foto) mi accorgo di aver sottolineato innumerevoli passi, dialoghi, descrizioni. Ma questo post è già così sostanzioso che per altre riflessioni su Emma ci ritroveremo in una prossima puntata ☺

4 gennaio 2015

I misteri della vita privata

Le vacanze di Natale sono servite da propulsione per una lettura molto sostanziosa che mi accompagnava da più di qualche settimana. Proprio in chiusura del 2014 ho infatti terminato Breve storia della vita privata di Bill Bryson (Guanda 2011, trad. it. di S. Bortolussi), una niente affatto breve escursione storica, culturale e di costume nei più svariati angoli dell’evoluzione umana. 
In questo libro interessantissimo l’autore si avventura alla scoperta di una vecchia casa di sua proprietà – una canonica risalente all’età vittoriana – e descrivendo una stanza dopo l’altra si lancia nel racconto/resoconto delle innovazioni domestiche, private e sociali, che hanno cambiato per sempre l’esistenza della nostra specie. Bryson stesso afferma, all’inizio del suo viaggio, di voler scrivere “una storia del mondo senza uscire di casa”, in nome della convinzione che “guerre, carestie, la Rivoluzione industriale, l’Illuminismo: sono tutti lì, nei tuoi divani e nelle tue credenze, fra le pieghe delle tende, nella morbidezza dei guanciali di piume, nella tinteggiatura delle pareti e nell’acqua che scorre nelle tubature”. E direi che il suo obiettivo è stato raggiunto.
Il trattato di Bryson spazia, com’è naturale, su molteplici argomenti. La rutilante ricchezza di Londra in età vittoriana occupa spesso il primo piano del suo documentario verbale (specialmente quand’è il momento di raccontare i fasti dell’Esposizione Universale del 1851), ma c’è anche spazio per affascinanti indagini storico-linguistiche sull’origine delle parole che rientrano nel campo semantico della casa: ad esempio husband, room, cupboard, drawing room, sitting room, middle class, weekend, e tra le pagine possiamo anche ritrovare attente e a volte sorprendenti rappresentazioni dei costumi alimentari dell’Ottocento, con tutte le differenze (gravide di conseguenze) che separavano l’Inghilterra dall’Irlanda e dagli Stati Uniti. 
Il drawing room vittoriano di Cliffe Castle
(West Yorkshire)
Innumerevoli sono le notizie che ci fanno riflettere, sorridere, inorridire, leggendo questo libro: si parla dell’incredibile numero di stanze che costituivano la magnificenza delle dimore inglesi del Settecento, della tassa sulle finestre, della nascita del turismo, dell’illuminazione a candele e a olio, delle esigenze soddisfatte dalla caccia alle balene, dei fiori che decoravano i salotti, dell’avvento del giornalismo, della conquista della comodità (“si potrebbe dire che la storia della vita privata è la storia dell’agio conquistato con lentezza”, scrive Bryson), dell’arredamento delle nuove case della classe media, di spezie, degli orari dei pasti e delle visite agli amici, di legni, marmi, mattoni e pietre dure, di giardini e architettura, di libri, di veleni, di paure, ansie, chirurgia e malattie, di abbigliamento, di moda e di educazione. 
Bill Bryson è anche autore di Breve storia di (quasi) tutto, che è entrato nella lista dei miei “to be read”. Benché i titoli possano suonare altisonanti o supponenti, questi libri sono così brillanti, leggeri e ricchi di ironia da saper soddisfare molto bene l’antico precetto del docere et delectare, “insegnare divertendo”. Ottimi compagni di viaggio per iniziare il nuovo anno con freschezza e un pizzico di allegria.