25 dicembre 2014

Buon Natale!

Ci siamo tenuti compagnia per tutto l'avvento 
con un suggerimento libresco al giorno.
Oggi il nostro cammino si conclude... con tanti libri sotto l'albero!
(e per Ipsa Legit non c'è augurio migliore...)
Buon Natale di cuore a tutti voi!


3 dicembre 2014

Il Giveaway del Mare

Cari lettori, si avvicina il Natale e come noi ben sappiamo non esiste niente di meglio che regalare o regalarsi un buon libro.
Per questo, da oggi fino al 14 dicembre, potete partecipare al

Giveaway del Mare di Ipsa Legit

che regalerà al vincitore una copia del romanzo di mare di Elizabeth Gaskell, Gli innamorati di Sylvia, pubblicato per la prima volta in italiano proprio quest'anno dalla casa editrice Jo March.

Partecipate inviando all'indirizzo ipsalegit@gmail.com una vostra fotografia originale che abbia per protagonista: il mare, o un oggetto legato al mare, o un libro che parla di mare, o una citazione letteraria (con riferimento bibliografico) che riguarda il mare.... Insomma, producete un'opera artistica che abbia per tema il mare! L'immagine riconosciuta come la più bella sarà premiata con un romanzo davvero indimenticabile.

Regolamento. Entro le 23.00 del 14 dicembre 2014:
- cliccate "mi piace" sulla pagina Facebook di Ipsa Legit;
- condividete questo post sulla vostra pagina Facebook;
- inviate all'indirizzo ipsalegit@gmail.com una vostra fotografia originale (formato .jpg) che abbia per tema il mare (il titolo è facoltativo, ma benvenuto), aggiungendo il vostro nome e cognome e l'indirizzo (all'interno dell'Unione Europea) al quale desiderate che venga spedito il libro in caso di vincita. Ricordate di esprimere il vostro consenso alla pubblicazione della vostra foto sulla pagina Facebook di Ipsa Legit;
- il giorno 15 dicembre sarà proclamato il vincitore, al quale subito sarà spedito il libro. La sua foto (con nome dell'autore) sarà pubblicata lo stesso giorno sulla pagina Facebook di Ipsa Legit.

Per finire, ecco dove poter leggere alcuni commenti su Gli innamorati di Sylvia: http://ipsalegit.blogspot.de/2014/06/gli-innamorati-di-sylvia.html
http://lacollezionistadidettagli.blogspot.de/2014/12/gli-innamorati-di-sylvia-di-elizabeth.html
https://francomarucci.wordpress.com/2014/11/30/elizabeth-gaskell-quasi-tutta-tradotta/ 
http://www.mangialibri.com/node/15774 
http://www.sololibri.net/Gli-innamorati-di-Sylvia-Gaskell.html
http://illibroeterno.blogspot.it/2014/07/ultime-novita-gli-innamorati-di-sylvia.html

Foto di Mara Barbuni, 2014

Spargete la voce e buona fortuna a tutti!


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15 dicembre 2014
La foto vincitrice è "Celeste tramonto" di Sofia Carducci :)




21 novembre 2014

Elizabeth Gaskell memorabilia

Il post di oggi è dedicato a quei piccoli oggetti che misteriosamente assumono per noi un valore straordinario. Per me che amo la letteratura gli oggetti più cari sono quelli legati agli scrittori e alle scrittrici: i loro mobili, i loro accessori, la loro carta, le loro penne, i loro libri e tutto ciò che, pur non essendo appartenuto direttamente a loro, serve a mantenerne vivo il ricordo anche nella contemporaneità. 
Più che di parole, questo post sarà dunque fatto di immagini, e il fil rouge che lega è il nome di un'autrice alla quale in questi ultimi mesi mi sento particolarmente affezionata: Elizabeth Gaskell. 
La prima foto è quella della scrivania del signor Gaskell a Plymouth Grove, a Manchester. La Gaskell's House è stata riaperta lo scorso ottobre, e quando io l'ho visitata, a luglio, ho lasciato come traccia del mio passaggio l'edizione Jo March di Gli innamorati di Sylvia. John W., che mi ha accompagnata alla scoperta della casa, mi ha inviato l'immagine (molto suggestiva) che qui sotto riporto: 


Nel corso della mia visita a Plymouth Grove, John ha manifestato una straordinaria gentilezza quando, vedendomi forse particolarmente emozionata per l'esperienza che stavo vivendo, mi ha regalato un frammento della carta da parati originale del salotto di Elizabeth Gaskell. Una volta tornata a casa, ho incorniciato questo stralcio di vita e l'ho appeso sopra il mio scrittoio: 


Per entrare nel merito della scrittura di Mrs. Gaskell, consiglio il sito della John Rylands Library di Manchester, che conserva memorabilia eccezionali. Cominciamo con la miniatura dell'autrice: 

Fonte: https://rylandscollections.wordpress.com/2014/10/05/photo-a-day-05/
The John Rylands Library Special Collections Blog

e continuiamo con una lettera di presentazione che Gaskell inviò al suo amico Charles Eliot Norton: 

Fonte: http://rylandscollections.wordpress.com/2014/08/05/elizabeth-gaskells-inbox/
The John Rylands Library Special Collections Blog

Possiamo fare riferimento alla Digital Library di Leeds (http://digital.library.leeds.ac.uk/5232/) per vedere un estratto della lettera in cui Gaskell racconta la propria visita a Haworth, a casa dell'amica Charlotte Brontë, e al sito della John Wilson Manuscript Ltd. per l'immagine di una lettera che Gaskell scrisse da Parigi, ospite dell'amica Madame Mohl in Rue du Bac: 

Fonte: https://www.manuscripts.co.uk/stock/4377.HTM

E per finire, uno scatto del francobollo con annullo commemorativo emesso dalle Poste inglesi nel 1980 per ricordare questa grande voce del Vittorianesimo:





5 novembre 2014

Quel che non sapeva Jane

Edgar Melville Ward,
"The Washing Day", 1874
(Fonte: artnet.com)
Una delle mie composizioni in versi preferite è la poesia di Anna Barbauld (1743-1825) “Washing Day”, che approfittando della cornice del giorno del bucato racconta la grande forza e determinazione delle donne e allo stesso tempo paragona la voce poetica alle bolle di sapone — evocando così non solo sensazioni di leggerezza ma anche la capacità della poesia di librarsi in aria e di raggiungere l’infinito. Le immagini richiamate dai primi versi sono fulminee, vera espressione dell’energia e della fatica del bucato all’inizio del diciannovesimo secolo: scorgiamo le braccia rosse e il volto corrucciato delle donne, il gatto che scappa via dalla cucina per paura dell’acqua spruzzata ovunque, la colazione abbandonata a metà perché il cielo si sta rannuvolando e bisogna iniziare immediatamente a lavare e a stendere, l’uomo di casa che si aggira sperduto in giardino, timoroso di intralciare il lavoro, e che viene aggredito dai panni appesi ai fili, che garriscono come bandiere di guerra. Il tono di “Washing Day” è fortemente ironico, e alcuni critici hanno rimproverato a Barbauld l’assenza di una visione seria e ragionata sulle fatiche reali compiute dai servitori e dalle domestiche, le cui condizioni di vita e di lavoro, persino nell’illuminata Inghilterra del primo Ottocento, violavano anche la minima parvenza dei diritti della persona. 
Longbourn House di Jo Baker (Einaudi 2014), il libro che ho letto la scorsa settimana, si fa invece carico di questa esigenza e comincia — secondo me non a caso — esattamente in un giorno di bucato. Ambientato nella casa della famiglia protagonista di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, questo racconto sfiora vagamente le risaputissime vicende di Elizabeth Bennet (Mr. Darcy si fa vedere sì e no un paio di volte) e si concentra invece sulle storie dei domestici di Longbourn, costruendo una narrazione intensa e forte, votata a un implacabile realismo. 
I motivi di questo libro, che mi è piaciuto davvero molto, sono molteplici e intrecciati con grande sapienza narrativa. La rappresentazione di “quel che non sapeva Jane” — o che magari sapeva ma non voleva raccontare, preferendo lasciare che “altre penne si soffermassero sulla colpa e la miseria” (Mansfield Park, cap. 48), è vividissima: pagina dopo pagina ci scontriamo con la sporcizia del vivere quotidiano, con le conseguenze talvolta disgustose della corporeità, con sofferenze fisiche concrete, con la barbara, crudissima violenza della guerra e con il terrore di una giustizia cieca e approssimativa — sì, persino nell’illuminata Inghilterra del primo Ottocento (come del resto ci racconta bene Elizabeth Gaskell in Gli innamorati di Sylvia).
Quello che in definitiva mi è sembrato di riconoscere come il tema principale del romanzo è la contrapposizione tra due universi distinti: da una parte vivono coloro che possiedono, dall’altra coloro che non hanno niente. I riferimenti al “possesso”, che a sua volta genera “sicurezza” (opposta alla rovina, alla degradazione e all’annichilimento di chi non ha un posto dove stare, fosse anche un posto di lavoro) sono frequentissimi: se Sarah, la protagonista, possiede solo una scatola di legno, le camere delle ragazze Bennet e della loro madre sono ingombre di cose — scarpe, gioielli, nastri, suppellettili, stoffe, cappellini, fiori, scialli —, dalla cucina non fanno che uscire cibi di tutti i tipi, e in quantità strabordante, gli uomini che fanno la loro comparsa sulla scena non sono citati altrimenti che per il denaro che possiedono, e persino Elizabeth si rivolge alla sua cameriera come se si trattasse di una proprietà di cui poter disporre senza eccessivi ripensamenti (a questo proposito devo osservare che il ritratto di Lizzy in Longbourn House è davvero interessantissimo). 
Molto significativo e visibile, dunque, è anche il richiamo di Jo Baker alla politica contemporanea (di cui, come sappiamo, Jane Austen si occupa solo marginalmente, lasciando che sia il lettore a dedurre le implicazioni sociali ed economiche di romanzi come Mansfield Park o Persuasione). Le guerre napoleoniche non sono qui una vaga minaccia, ma una presenza viva, che coinvolge in prima persona uno dei protagonisti; e la natura delle ricchezze di parte della società inglese, derivata da un atroce sfruttamento imperialista, non si nasconde, ma prende forma chiara nelle parole del valletto (mulatto) di Mr. Bingley. 
Nella bella trasposizione cinematografica del 2005 di Orgoglio e pregiudizio (regia di Joe Wright), che mette in atto un’interpretazione del romanzo da un punto di vista dichiaratamente ispirato al Romanticismo con la sua preponderanza del paesaggio, le sue musiche e la rappresentazione dell’armonia tra natura e sentimenti umani (emblematiche, a questo proposito, la prima proposta di matrimonio di Darcy, che avviene in un parco sotto la pioggia battente, anziché nel salotto dei signori Collins, e la scena che vede Lizzy su una delle vette del Peak District), sentiamo in più di un’occasione la serva di Longbourn che canta. Leggendo la storia di Sarah narrata da Jo Baker ci viene da pensare che lei non avrebbe mai avuto l’energia e la voglia di cantare. Longbourn House, infatti, non ha proprio niente di romantico, ma ha il pregio di mostrarci, senza filtri, la verità.

29 ottobre 2014

Storici, discepoli e vampiri


Le ricorrenze sono piacevoli anche perché ci permettono di ripensare a libri letti in passato, ma così memorabili che meritano di essere tolti dallo scaffale e risfogliati una volta di più. Per l’imminente Halloween ho scelto di rileggere The Historian di Elizabeth Kostova (Il discepolo, tradotto da M.B. Piccioli, BUR 2006). Premesso che, a parte il capolavoro del Dracula di Bram Stoker, io mi tengo prudentemente alla larga da tutte le storie che mettono in scena vampiri, zombie e compagnia urlante, questo libro, che racconta una pericolosa quest sulle tracce del reale iniziatore della leggenda di Dracula (Vlad III, l’“impalatore”), è stata una vera e indimenticabile esperienza di lettura. 
In settecento pagine l’autrice narra in prima persona di viaggi nelle lande sperdute della Transilvania, di indagini in oscuri e polverosi anfratti di antiche biblioteche, di lettere vietate da un amore paterno senza confini e di strazianti legami familiari, mentre i ricordi, la fantasia e le paure evocano ad ogni pagina lo spettro di quel mostro che, vissuto nella Storia, non trova pace nella nostra cultura. L’aspetto più avvincente e insieme più inquietante del romanzo è la competenza dell’autrice in merito all’argomento trattato. Le servirono dieci anni per scrivere questo libro, che al di là della fiction è un saggio accademico, e ogni suo singolo paragrafo ce ne spiega la ragione. Da eccellente storica, Kostova ci trascina nella sua narrazione citando evidenze e fatti realmente accaduti, descrivendo luoghi che potremmo visitare anche domani mattina, attirando la nostra attenzione su conoscenze e tradizioni popolari che fanno parte dell’immaginario di tutti noi. I suoi passi si muovono dal passato remoto dell’esistenza di Vlad a quello più recente della vita di suo padre, fino al tempo presente, quando l’io narrante eredita proprio dal genitore la necessità della ricerca e a sua volta, tramite il suo racconto, la affida a chi legge. Ed è per tutte queste caratteristiche che il libro riesce veramente a “far paura”: mentre lo scenario cambia dalle deserte foreste medievali alle strade affollate di automobili del giorno d’oggi, capitolo dopo capitolo ci sentiamo sempre più coinvolti, sempre più, a nostra volta, “discepoli” di uno “storico” (per citare sia il titolo italiano che quello originale) che ha intrapreso un percorso di ricerca orrifico. 
Il senso di inquietudine che pervade l’intero romanzo inizia a serpeggiare sin dalla Nota al lettore che precede il racconto, e che contribuisce, perché stilata esattamente come quelle che introducono i saggi accademici (citazione di fonti e ringraziamenti), a farci sentire subito dentro una “storia vera”. Ne traduco due brani dalla versione inglese, sottolineando quante volte compaia proprio la parola storia, fondamentale per comprendere il valore di questo libro (che vendette più di novecentomila copie in due mesi): 

“Ciò che segue è una storia che non avrei mai voluto mettere su carta. Di recente, tuttavia, un evento traumatico mi ha indotta a guardarmi indietro e a ricordare gli episodi più inquietanti della mia vita e della vita di coloro che ho più amato. Questa è la storia di come, all’età di sedici anni, partii alla ricerca di mio padre e del suo passato, e di come egli andò alla ricerca del proprio amato mentore e della storia del suo mentore, e di come noi tutti ci ritrovammo lungo uno dei sentieri più oscuri della Storia. È la storia di chi è sopravvissuto alla ricerca e di chi non ce l’ha fatta, e perché. Essendo una storica, ho imparato infatti che non tutti coloro che s’inoltrano a ritroso nella Storia riescono a sopravvivere. È non è solo il procedere all’indietro che ci mette in pericolo; a volte è la Storia stessa che ci insegue, e ci raggiunge inesorabile con gli artigli delle sue ombre. […] La mia grande speranza nel rendere pubblica questa vicenda è di poter trovare almeno un lettore che la comprenda per ciò che realmente è: un grido dal cuore. A te, acuto lettore, lascio in eredità la mia storia”. 
E da parte mia, buona notte di Halloween….


22 ottobre 2014

Ho sposato il mondo

Tanto tempo fa, guardando un documentario dedicato a Maria Callas, ho sentito nominare per la prima volta Elsa Maxwell. Si parlava di questa giornalista come di una terribile pettegola, da parte della quale ci si aspettava un’aspra recensione a seguito di una performance discutibile della divina. Le immagini in bianco e nero mostravano anche un suo fugace passaggio nel foyer del teatro: una donna non più giovane, tozza, avvolta in una opulenta pelliccia. Dalla visione di quel documentario sono sempre stata incuriosita dal personaggio di Elsa Maxwell e quando ho scoperto che la casa editrice Elliot aveva pubblicato la sua autobiografia non ho potuto che desiderare di leggerla. 
Il libro si chiama Ho sposato il mondo, e racconta l’incredibile vicenda di un’americana piuttosto bruttina e non particolarmente benestante che, benedetta da una fortuna indescrivibile, si impone sulla scena sociale della prima metà del Novecento fino a diventare un simbolo del lusso sfrenato di cui godevano la nobiltà, la plutocrazia e il mondo dello spettacolo. Il racconto, in prima persona, ci fa entrare in un universo rutilante nel quale, come per magia, Elsa ha l’occasione di incontrare (e non solo, ma anche di discutere, e spesso di stringere forti amicizie con) la maggior parte degli uomini e delle donne più interessanti del suo tempo: solo per citarne alcuni, Winston Churchill, l’Aga Khan, Greta Garbo, Rita Hayworth, la Duchessa di Windsor (al secolo Wally Simpson, amante e poi moglie del Re che abdicò), Marlene Dietrich, Charlie Chaplin, Albert Einstein, Noel Coward, Christian Dior, Aristotele Onassis, e decine e decine di altre personalità che hanno scritto la storia del secolo lungo. Le scenografie sulle quali si stagliano i drammi borghesi recitati da tutti loro sono quelle — da sogno — delle grandi navi che attraversavano l’Atlantico per scaricare centinaia di americani annoiati sulle eleganti coste inglesi, i palazzi di Montecarlo, le spiagge fascinose del Lido di Venezia. 

Il resoconto delle avventure di Elsa è così denso di eventi e di grandi nomi che in certi momenti si inizia persino a dubitare della sua veridicità. Di certo la personalità dell’autrice era complessa e fitta di chiaroscuri, sebbene le sue memorie si sforzino di rappresentare solo la faccia luminosa della medaglia della sua vita. Se si cerca (e non è facile) di non restare abbagliati dai paraphernalia con cui l’io narrante cerca costantemente di confonderci — come le descrizioni delle sue memorabili feste, delle sue epiche cacce al tesoro, dei regali iperbolici che riceveva da stilisti e politicanti — si riesce a individuare una donna investita dalla solitudine. L’esistenza di Elsa Maxwell attraversò fasi di tremenda povertà, fu testimone di due guerre mondiali, e soprattutto non conobbe mai l’amore. Nella sua autobiografia ella scherza sulla propria bruttezza (è tuttora conosciuta con l’appellativo di “rospo”) e se ne rallegra, perché questa “qualità” le ha consentito di entrare nell’alta società senza compromettere i suoi rapporti con gli uomini e senza suscitare le gelosie delle loro mogli. Ma la mancanza perpetua di un compagno o di una compagna (è opinione molto diffusa che a un certo punto Elsa si innamorò perdutamente di Maria Callas, e che le sue insistenti avance furono respinte con aspra freddezza) non riesce a passare in secondo piano, e forse plasma anche il tono stesso di queste memorie, che tradiscono uno sforzo sovrumano di esposizione compulsiva di se stessa e dei propri successi. Se Maria Callas aveva la voce, Greta Garbo il fascino imperituro, Albert Einstein il genio e Winston Churchill il talento politico, Elsa Maxwell aveva i suoi “contatti”. E cercò di farne una ragione di vita.

14 ottobre 2014

Il giorno che morì Stalin

La casa editrice pisana ETS ha di recente inaugurato una nuova collana, tutta dedicata alla narrativa di lingua inglese: si chiama “Papyngo”, è diretta da Franco Marucci e promette la (ri)scoperta di piccole gemme di letteratura. 
L’esordio della collana è affidato a un racconto del premio Nobel Doris Lessing, Il giorno che morì Stalin, che a mio parere è uno fra i più interessanti della sua produzione “breve”. Al di là della indiscutibile pregevolezza della narrazione e della bellezza dell’oggetto-libro, che è decisamente molto curato – carattere chiaro, impaginazione pulita e carta particolarmente piacevole al tatto –, ciò che sicuramente incanterà il lettore sono l’alta qualità della traduzione (di Bianca Tarozzi) e la forza della sezione critica che precede il racconto, firmata da Cristina Gamberi. 
Non è facile, di questi tempi (in cui le pubblicazioni sono quasi compulsive, e l’editoria non ha abbastanza tempo a disposizione per dedicarsi alla cura del valore dei paratesti), trovare introduzioni così “dense” e interessanti. Queste pagine esplorano il mondo e l’opera di Doris Lessing, seppur brevemente, con grande attenzione, e sono indispensabili (altra cosa piuttosto rara) per il godimento del racconto che segue. I temi su cui si soffermano sono l’irrequietezza della generazione di Lessing (ereditata dal nostro tempo?), la disillusione insorta con la caduta delle grandi ideologie e il disvelamento dei loro crimini, il senso di solitudine, di incompiutezza e di non-appartenenza di una scrittrice che per anni ha cercato una “casa” (fisica ma anche ideale) diversa da quella che le era toccata in sorte. 
Il giorno che morì Stalin, brevissimo racconto in prima persona che manifesta queste e altre tematiche, dà voce soprattutto al sentimento di incertezza e di irrisolta incapacità di trovare un senso nelle cose che ha marcato fortemente il mondo postbellico, mettendo radici così profonde che ancora oggi sembriamo non essere in grado di liberarcene. 
Non voglio aggiungere altro, perché il libricino merita di essere letto in prima persona: come sempre accade, è attraverso i nostri ricordi e le nostre personali sensazioni ed esperienze che possiamo riconoscere pienamente la potenza della grande letteratura.