8 ottobre 2015

Elizabeth von Arnim, qualche lettura dopo

In questo blog compaiono diversi post dedicati alla scrittrice di lingua inglese Elizabeth von Arnim: li ho scritti nel corso di tre anni, in occasione delle letture dei suoi romanzi. Nel frattempo, l’interesse nei confronti di questa “femminista dimenticata” (come l’ha definita The Independent) si è diffuso un po’ ovunque, sia sui blog e sulla stampa sia in ambito accademico. Il mese scorso, a Cambridge, si è infatti tenuto un convegno interamente dedicato a lei, che ha esplorato la sua scrittura nel contesto storico tra i due conflitti mondiali e in quello culturale del fenomeno della New Woman e del Modernismo; le relazioni di von Arnim con i grandi nomi letterari della sua epoca; le influenze austeniane e bronteane nelle sue opere; le forme e i temi della sua scrittura. 
Qualche settimana fa sono potuta tornare a Stralsund (nei cui dintorni si svolge Il circolo delle ingrate) e all’isola di Rügen, dove è ambientato Elizabeth a Rügen (trad. it. di M. Pareschi, sempre edita da Bollati Borighieri). Quest’ultimo è, come recita il suo sottotitolo tedesco, un romanzo di viaggio: l’io narrante parte, in compagnia di una cameriera, per una avventurosa esplorazione dell’isola di Rügen, dove può godere di un paesaggio splendido e dove fa incontri piuttosto insidiosi, che la convincono della (talvolta tragica) comicità del genere umano. «What are men to rocks and mountains?» direbbe Jane Austen. E in effetti le rocce e i prati dell’isola sono di una bellezza così impressionante che persino il pittore Friedrich se ne innamorò, scegliendoli come soggetto di alcuni suoi dipinti. 
1) Cartolina della Berlino del primo Novecento; 2) Hotel Fürstenhof a Sassnitz, Isola di Rügen
3) Piazza del Rathaus di Stralsund; 4) Veduta di Rügen da Stralsund
©IpsaLegitPictures 2015

Dopo aver letto, dunque, tante delle storie generate dalla penna di von Arnim ritorno a parlare di lei, della “donna” che fu, e che traspare inequivocabilmente tra le sue pagine e dai contorni dei suoi personaggi. Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia visse per un periodo a Berlino, poi si trasferì in Pomerania, nella Germania settentrionale, ed ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster). Presto però il loro legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte (Elizabeth lo definisce nelle sue opere The Man of Wrath, “L’uomo della collera”), che poi si ritrovò persino in carcere per frode. 
Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, in forma diaristica, ampiamente autobiografico e satirico, è Elizabeth and Her German Garden (Il giardino di Elizabeth, 1898), che con le sue 21 edizioni fu un vero e proprio bestseller (ragion per cui ha fatto la sua comparsa in una delle prime puntate di Downton Abbey – cosa che, a quanto pare, ha risvegliato la riscoperta delle opere della scrittrice). Seguirono The Solitary Summer (Un’estate da sola, 1899), The Benefactress (Il circolo delle ingrate, 1902), The Adventures of Elizabeth in Rügen (Elizabeth a Rügen, 1904), Princess Priscilla’s Fortnight (Una principessa in fuga, 1905), Fräulein Schmidt and Mr Anstruther (Una donna indipendente, 1907). 


Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo, cambiando il proprio nome in Contessa Russell. Nemmeno questa esperienza coniugale fu fortunata, e la coppia si separò nel 1919. Agli anni fra le due guerre risalgono In the Mountains (Uno chalet tutto per me, 1920), ambientato sulle Alpi Svizzere, Vera (1921, considerato il suo capolavoro, e paragonato a Rebecca di Daphne du Maurier), The Enchanted April (Un incantevole aprile, 1922), con il suo lussureggiante setting ligure, Expiation (Colpa d’amore, 1929), The Jasmine Farm (La fattoria dei gelsomini, 1934). Allo scoppio della seconda guerra mondiale Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 libri.
Dietro il riflesso di una vetrina di
Stralsund, l'edizione tedesca di
The Benefactress
I sentieri principali che von Arnim percorre all’interno dei suoi romanzi sono la celebrazione del paesaggio naturale, nella maggior parte dei casi rappresentato da fiori, piante e giardini, e il conflitto tra un’identità femminile esuberante e le costrizioni della stantia società borghese. Il continuo ricorrere alla descrizione della vegetazione, talvolta così opulenta da tradire la dirompenza dell’immaginazione dell’autrice, è un evidente medium di espressione della personalità della New Woman del primo Novecento. I colori dei fiori (Il giardino di Elizabeth), le piante intrise di rugiada (Un incantevole aprile), le campagne piene di sole (Un’estate da sola), le porte e le finestre aperte di una casa (Colpa d’amore), il mare solitario (Elizabeth a Rügen) sono simboli della libertà a cui aspiravano queste “nuove donne”, stanche di tutte le forme del giogo patriarcale e finalmente consapevoli della loro possibilità di affermazione nel mondo, e della loro capacità di scegliere la solitudine.

16 settembre 2015

Sette brevi lezioni di fisica

Non sono mai stata velocissima nell’apprendimento delle scienze, e al liceo la fisica in particolare era la materia che mi riusciva più difficile. Con gli anni, e soprattutto incontrando bravissime persone che si occupano di scienza tutti i giorni e che te la raccontano con un sorriso, ho iniziato a desiderare di capirne di più – spesso rimpiangendo di possedere solo scarsissime nozioni e di non aver mai approfondito i miei studi. 
Per questa ragione, appena ho sentito parlare di Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli nel corso di una trasmissione di Corrado Augias, sono corsa a leggerlo, sperando di mettere un po’ d’ordine nelle mie informazioni caotiche, e di gettare un po’ di luce su quelli che sono due misteri per me inspiegabili, eppure affascinantissimi: la sostanza dei buchi neri e l’esistenza di piani temporali paralleli. Per darmi delle risposte, naturalmente, non bastano “sette brevi lezioni”, ma forse “sette (volte sette) anni di studio”, ma a qualcosa questo librino è servito, grazie alla sua semplicità e chiarezza e anche a certi bei passi in cui il linguaggio diventa quasi poetico. È ammaliante leggere che una teoria della fisica «descrive un mondo colorato e stupefacente, dove esplodono universi, lo spazio sprofonda in buchi senza uscita, il tempo rallenta abbassandosi su un pianeta, e le sconfinate distese di spazio interstellare s’increspano e ondeggiano come la superficie del mare…», oppure: «Nel mare immenso di galassie e di stelle, siamo un infinitesimo angolo sperduto; fra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, noi non siamo che un ghirigoro fra tanti», oppure ancora: «Siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie». 
Stupita del mio stesso interesse per questo libro, mi sono chiesta dove sia il punto in cui il mio amore per la letteratura incontra la fisica. Mi sono risposta con i versi di La ginestra di Leopardi che sembrano descrivere il cosmo (175-183): 
quegli ancor più senz’alcun fin remoti 
nodi quasi di stelle, 
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo 
e non la terra sol, ma tutte in uno, 
del numero infinite e della mole, 
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle 
o sono ignote, o così paion come 
essi alla terra, un punto 
di luce nebulosa.
E mi sono risposta ricordando come il mistero del tempo e della sua percezione impregni la letteratura di Virginia Woolf; e ripensando a quanto siano straordinari due romanzi che ho letto di recente, Amori imprevisti di un rispettabile biografo di Penelope Lively e Il tempo di una canzone di Richard Powers, in cui entriamo in contatto con la sostanza molle, elastica, liquida, amorfa e inafferrabile del tempo, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente. Questi libri accennano a una realtà che Carlo Rovelli ci spiega così: «Nessuno si sognerebbe di dire che le cose “qui” esistono, mentre le cose che non sono “qui” non esistono. Ma allora perché diciamo che le cose che sono “adesso” esistono e le altre no? Il presente è qualcosa di oggettivo nel mondo, che “scorre” e fa “esistere” le cose l’una dopo l’altra, oppure è solo soggettivo, come “qui”?» 
Insomma, ciò che avvicina la grande letteratura allo studio della scienza è soprattutto la spinta a porsi delle domande, a cercare nella natura e nell’uomo la risposta agli enigmi che riguardano la verità, la realtà, la probabilità, la libertà. Leggendo un romanzo di Virginia Woolf, per esempio, ci sentiamo proprio come Carlo Rovelli quando scrive: «Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la ricchezza del mondo, e ci lasciano senza fiato.» 

3 settembre 2015

La società letteraria di Guernsey

Quest’anno è benedetto da letture bellissime. Scorrendo i post di questi primi due terzi del 2015 mi accorgo di aver potuto godere di romanzi indimenticabili, molti dei quali sono andati ad aggiungersi alla lista dei miei preferiti in assoluto (qui). Sono stata molto fortunata: non c’è niente di meglio che sentirsi bene grazie ad un buon libro. 
L’ultimo gioiello, in ordine di tempo, è La società letteraria di Guernsey, unica opera di Mary Ann Shaffer (Sonzogno, trad. it. di Giovanna Scocchera). Lo inseguivo da diversi anni, da quando l’avevo scoperto, attratta dalla sua copertina, sugli scaffali del Salone del Libro di Torino nel 2012; quel giorno lo lasciai lì, per le mani e gli occhi di altri lettori, ma il desiderio di leggerlo era sempre rimasto vivo. E adesso so che c’era un’ottima ragione. È una storia epistolare, che proprio per questo, e per la sua dichiarazione d'amore alla lettura, all’inizio mi ha ricordato un altro librino al quale sono particolarmente affezionata, ovvero 84 Charing Cross Road di Helene Hanff (di cui ho scritto qui): i libri che raccontano la loro stessa genesi sono sempre affascinanti. 
La voce principale di La società letteraria di Guernsey è quella di Juliet Ashton, scrittrice e giornalista, che nel gennaio del 1946, per puro caso, inizia a intrattenere una felice corrispondenza con gli abitanti dell’isola di Guernsey (territorio britannico al largo della Normandia), venendo a conoscenza del loro stile di vita, del loro gruppo di lettura – intitolato alla “Torta di Patate” – e soprattutto dell’occupazione tedesca appena conclusa. Non se ne sente parlare di frequente, sui libri di storia o nei documentari, ma una piccola parte delle isole britanniche fu effettivamente invasa dall’esercito nazista: gli abitanti di Guernsey dovettero spedire via i loro bambini per proteggerli dall’invasione; dovettero sopportare per cinque anni la presenza dei soldati, le vessazioni e la privazione della libertà personale imposta dai tedeschi, e assistere alle stesse violenze e ai medesimi soprusi che travolsero l’Europa continentale negli orrendi anni del conflitto. 
Il tono del libro è pervaso da una delicatezza che, se possibile, è ancora più straziante di una voce cronachistica. I racconti dell’invasione sono riportati attraverso le lettere degli abitanti dell’isola – caratterizzati così bene che ci pare di averli seduti in salotto con noi: una signora erudita, un contadino silenzioso, una bizzarra signorina, un nonno amorevole, un maggiordomo tornato dai campi di concentramento, e una donna coraggiosa, scomparsa nel nulla, di cui tutti parlano con affetto. I resoconti tragici sono momenti di emozione profonda intrecciati ad aneddoti divertenti e lievi, a volte persino un po’ romantici. Torte di lamponi, arrosti di maiale, libri di poesie, letture di Jane Austen, biografie di Charles Lamb, coprifuoco, povertà, fame, sorrisi, pleniluni sul promontorio, profumi di mare e di fiori, francobolli, giocattoli di legno, ricordi: tutto è tenuto insieme, come l’amido di un impasto fragrante, dalla celebrazione della bontà umana, e delle semplici gioie dell’amicizia. Sul tram, ieri, ho dovuto chiudere il libro, perché si stava facendo davvero troppo commovente per continuare a leggerlo in pubblico….  «[Durante l’occupazione] ci aggrappammo ai libri e ai nostri amici: ci ricordavano che esisteva anche qualcos’altro. Elizabeth recitava spesso una poesia. Non me la ricordo tutta, ma cominciava così: “È davvero cosa di poco conto aver goduto del sole, aver vissuto la luce in primavera, aver amato, curato, apprezzato, conosciuto veri amici?” No che non lo è. Spero che se lo ricordi ovunque sia.»

31 agosto 2015

Librerie a Berlino

Tra i mille motivi più che validi per decidere di visitare Berlino ci sono anche le sue librerie. Passeggiando per il Mitte, Kreuzberg o Charlottenburg ci si imbatte continuamente in piccole o grandi vetrine ricolme di infiniti oggetti del desiderio: tra nuove edizioni e volumi antichi, insomma, c’è davvero da perdersi. Qualche giorno fa io e Valentina, writer del blog libresco Peek-a-booK! ci siamo date appuntamento per un’esplorazione di alcune delle librerie della città e ora, cari lettori, ecco a voi il risultato della nostra spedizione.... 
La nostra passeggiata è iniziata dal quartiere di Charlottenburg, e più precisamente in Fasanenstrasse, dove si trova la celebre Literaturhaus della città. La libreria annessa, la Koolhaas & Company, è una piccola caverna dei tesori, ai quali si accede, una stanzetta dopo l’altra, facendosi strada tra scaffali e ripiani sparsi per ogni dove. Lì, un certo simpatico destino ha voluto che mi saltasse agli occhi un’edizione tedesca di Mogli e figlie... (che coincidenza) 


Lasciata la Literaturhaus, Valentina e io abbiamo preso la direzione di un altro quartiere molto ben fornito, il celebre Prenzlauer Berg. La prima libreria che abbiamo visitato è stata la Shakespeare & Sons, uno splendido angolo di quiete letteralmente stipato di volumi. È stato difficile non svuotare il portafogli in questo angolo di paradiso, ma ci siamo riuscite.... 


Abbiamo poi proseguito verso la Georg Büchner Buchladung, uno spazio più luminoso e regolato, ed estremamente ben fornito, uno dei cui scaffali era zeppo di edizioni tedesche di opere italiane: Dacia Maraini, Umberto Eco, Elsa Morante, e numerosi altri. 


Infine, per concludere il nostro percorso, non poteva mancare una tappa in una delle mie librerie berlinesi preferite, la St. George’s English Bookshop, un ambiente dall’aspetto bohémien, con poltrone e divani che recano traccia del passaggio dei lettori, e soprattutto libri sparsi ovunque, nuovissimi o segnati dal tempo, a prezzi davvero convenienti. Approfittando della straordinaria occasione, io e Valentina abbiamo acquistato entrambe un’edizione di lusso della Folio Society: per me Shakespeare’s Life and World e per lei Excellent Women di Barbara Pym. 


Per festeggiare la buona riuscita della nostra escursione, infine, un brindisi da Anna Blume, famosa a Berlino per il suo spazio book-crossing scavato nei tronchi degli alberi. 

Per approfondire il resoconto di questa indimenticabile passeggiata letteraria berlinese, leggete il post di Peek-a-booK! 
http://www.peekabook.it/2015/08/piccolo-giro-fra-le-librerie-di-berlino.html









Aggiornamento del 7 gennaio 2016: la libreria Shakespeare & Sons di Prenzlauer Berg ha chiuso. Hanno messo in vendita i loro mobili e io mi sono accaparrata un bel tavolino e una piccola libreria con anta a vetro ricavata da un antico orologio a pendolo....
Shakespeare & Sons ha però un'altra sede, più grande e comunque bella: si trova in Warschauerstrasse 74, nel quartiere di Friedrichshain :) 

28 agosto 2015

Il vulcano che oscurò il mondo e colorò le arti

Il rinvenimento delle tracce della scienza nelle opere della letteratura è sempre stato per me un tema molto suggestivo. 
Per questo motivo ho trovato interessantissimo questo articolo, a firma di William J. Broad, comparso sul “New York Times” lo scorso 24 agosto. Il pezzo è la recensione di un libro (Tambora: The Eruption that Changed the World di Gillen D’Arcy Wood) che ricerca le conseguenze dell’eruzione vulcanica indonesiana del 1816 nelle più celebri forme artistiche del Romanticismo. 
Quella che segue è una traduzione parziale dell’articolo, che si può leggere in originale qui.

John Constable, Weymouth Bay
Londra, National Gallery
Nell’aprile del 1815, la più devastante esplosione vulcanica citata negli annali scosse il pianeta causando una catastrofe dalle dimensioni così estese che oggi, duecento anni più tardi, gli studiosi stanno ancora tentando di comprenderne le conseguenze. La loro opinione è che questa eruzione abbia contribuito al clima glaciale, alla crisi agricola e a pandemie globali – e persino alla nascita di celebri “mostri” letterari. Nelle lussureggianti isole delle Indie Orientali Olandesi – oggi Indonesia – l’eruzione del Monte Tambora uccise decine di migliaia di persone, che finirono bruciate vive o schiacciate da rocce scagliate in aria dall’esplosione, oppure morirono di fame dopo che le ceneri arsero i raccolti nei campi. Gli studiosi, poi, hanno scoperto che la gigante nube delle minuscole polveri dell’eruzione si propagò sul pianeta fino a fermare i raggi del sole e a causare tre anni di raffreddamento del clima globale. Nel giugno del 1816, una terribile tempesta di neve aggredì l’area settentrionale dello stato di New York; in luglio e in agosto delle crudeli gelate devastarono i raccolti nel New England e Londra fu battuta dalla grandine per tutta l’estate. Molte nazioni subirono ondate di carestia e di malattie, con la conseguenza di un pesante declino economico e di inquietudine sociale: in generale, i raccolti agricoli soffrirono in tutto il pianeta. 
“L’anno senza estate”, come fu definito il 1816 (chiamato anche dagli inglesi eighteen hundred and froze to death, cioè “milleottocento e freddo da morire”, e dai tedeschi “l’anno del mendicante”), diede luogo ai ritratti di tramonti dai colori violenti e di cieli in tempesta che ben conosciamo, e anche a due sottogeneri della narrativa gotica: la sua spaventosa progenie fu rappresentata da Frankestein da una parte e dai vampiri dall’altra – creature che da quel momento in avanti non hanno mai abbandonato la scena artistica e letteraria. 
La velatura globale causata dall’esplosione ebbe l’effetto di riflettere con forza la luce del sole: è da questo fenomeno che derivano le nuvole nere dei dipinti di Constable; ed è grazie alle particelle di pulviscolo sospese nell’atmosfera che J.M.W. Turner poté assistere agli spettacolari tramonti che lo hanno reso immortale. 
J.M.W. Turner, Chichester Canal
Londra, Tate Gallery
Durante l’estate di quel 1816, la Svizzera stava soffrendo acutamente a causa del maltempo e della distruzione dei raccolti, tanto che, come racconta la testimonianza di un prete dell’epoca: “È terribile vedere questi scheletri che camminano divorare con tanta avidità il cibo più repellente”. Fu proprio nel giugno di quell’anno che alcuni illustri turisti inglesi, decisi a fuggire dal clima tempestoso della patria, si rifugiarono in una villa ai margini del lago di Ginevra, flagellato a sua volta dai temporali: e radunandosi intorno al fuoco iniziarono a raccontarsi vicendevolmente delle storie del terrore. Della comitiva facevano parte Mary Shelley, allora diciottenne, Percy Shelley, il suo futuro marito, e Lord Byron. Il Frankenstein della giovane Mary, la storia del vampiro di John William Polidori (The Vampyre) e il poemetto apocalittico di Byron, Darkness, furono concepiti e scritti proprio in quelle orribili notti di tempesta, nel corso di un’estate in cui la natura cambiò la storia dell’umanità.

25 agosto 2015

Il giro del mondo di Agatha Christie

Il giorno di San Giorgio del 1924, a Wembley, Re Giorgio V inaugurò ufficialmente la British Empire Exhibition, una mastodontica esposizione dedicata alla celebrazione delle glorie dell’impero britannico. Vi parteciparono 56 delle 58 colonie allora appartenenti all’impero, ciascuna impegnata a presentare la propria identità culturale e commerciale, e incoraggiata a stringere legami con le altre. L’organizzazione di un evento così epocale richiese un viaggio preparatorio intorno al mondo – al fine di visitare i territori e di invitare i coloni alla partecipazione – che cominciò il 20 gennaio 1922 e durò in tutto 10 mesi. Alle dipendenze del collerico Maggiore Ernest Belcher, primo responsabile del tour, c’era anche Archie Christie, che portò con sé la moglie Agatha. La scrittrice raccontò questa esperienza ai limiti del leggendario nelle lettere spedite alla madre tanto amata, nel diario di viaggio e con decine di fotografie, che costituiscono un vero e proprio tesoro storico e letterario. Nel 2012 Mathew Prichard, nipote di Agatha (figlio della sua unica figlia, Rosalind) e proprietario dei diritti d’autore delle sue opere, ha riscoperto il materiale ordinatamente raccolto in una serie di scatole a Greenway – la residenza della scrittrice nel Devonshire – e lo ha pubblicato in The Grand Tour, che Mondadori ha tradotto con il titolo di Il giro del mondo. Album di lettere e fotografie (trad. it. di Giulia Failla). 
Il libro è davvero appassionante, e per varie ragioni. Prima di tutto si scopre uno stile di scrittura piuttosto differente da quello che caratterizza i grandi gialli di Christie: qui abbondano punti esclamativi, ironia, colori, e la testimonianza non filtrata dell’incanto risvegliato in lei dalle bellezze della natura (delle destinazioni del viaggio – Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Hawaii – nel cuore di Agatha rimasero soprattutto i paesaggi della Nuova Zelanda e la potenza sublime delle Cascate Vittoria). In secondo luogo si conosce la giovane Agatha, una donna frizzante, energica, ansiosa di abbracciare il mondo, che a Honolulu volle imparare a surfare, che giocava a tennis e golf, che sapeva intrattenere una conversazione con chiunque (principi, diplomatici, industriali, allevatori, proprietari terrieri, signore dell’aristocrazia e mogli dei coloni), e che intraprese una crociera attorno al mondo nonostante soffrisse di un mal di mare quasi invalidante. È la Agatha dei primi romanzi (nel 1922 Poirot era “appena nato”), ma è soprattutto la Agatha fiduciosa degli anni precedenti al doloroso divorzio da Archie. 
Agatha Christie con la tavola da surf
Ultimo ma non ultimo aspetto avvincente di questa raccolta è il ritratto del mondo coloniale degli anni Venti, naturalmente visto attraverso gli occhi degli inglesi. È curioso entrare nelle fattorie e nelle fabbriche dei coloni britannici sparsi per il mondo, anche perché la loro esistenza sembra immersa in un’atmosfera distaccata dalla realtà e dalla storia – e per questo tragicamente fragile. La veloce testimonianza delle sommosse a Città del Capo, dove la comitiva di Agatha si ritrova impossibilitata a muoversi a causa dei lavoratori in sciopero a favore dell’apartheid, ci dimostra che il cuore di tenebra dell’imperialismo è lì, presente, anche se nessuno ha l’intenzione e il coraggio di affrontarlo per ciò che è. E quell’Inghilterra fastosa e imbattibile sembra già iniziare ad avere sentore della propria fine.

3 agosto 2015

Amori imprevisti di un rispettabile biografo

Due anni fa ho scoperto una scrittrice che solo adesso, grazie a ulteriori letture, imparo a conoscere meglio. E conoscendola meglio posso inserirla senza alcuna remora nell’empireo dei miei preferiti, dei miei “grandi”. È Penelope Lively, al cui romanzo per l’infanzia L’estate in cui tutto cambiò ho già dedicato, con una certa commozione, devo dire, un post dell’agosto del 2013 (http://ipsalegit.blogspot.de/2013/08/l-in-cui-tutto-cambio.html). La scrittrice è nata in Egitto nel 1933 e si è trasferita in Inghilterra a dodici anni; lì ha trascorso il resto della sua vita, e i suoi romanzi e racconti, acclamati dalla critica, si sono guadagnati i premi più prestigiosi della letteratura britannica contemporanea. 
Oggi sono reduce da Amori imprevisti di un rispettabile biografo (According to Mark, trad. it. di Corrado Piazzetta per Guanda), storia bellissima e benedetta da una scrittura di livello eccellente. La trama è semplice: Mark, professione biografo, svolge delle ricerche sullo scrittore degli anni Trenta Gilbert Strong, sulla vita del quale desidera pubblicare un libro. Nel corso dei suoi studi e della permanenza nei luoghi di Strong, Mark incontra Carrie, nipote di quest’ultimo, e per lei perde la testa, nel culmine di una quanto mai malinconica “crisi di mezz’età”. 
Così come in L’estate in cui tutto cambiò, anche in questo libro un plot quasi elementare genera una narrazione di altissimo spessore: di nuovo i fatti si intrecciano saldamente ai pensieri dei personaggi, in una estesa riflessione sul significato del Tempo nella nostra mente e nella nostra vita – tanto che in certi passi sembra addirittura di leggere Henry James o gli altri modernisti. Il tempo come sostanza liquida, amorfa, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente, è infatti il fondamento del mestiere di Mark. Nel suo lavoro l’elasticità e la fondibilità dei piani cronologici sono importantissime: “A volte a Mark sembrava impossibile che il passato storico si fosse estinto, svanito; di sicuro doveva essere semplicemente da qualche altra parte, deviato su un altro piano esistenziale, ancora […] disponibile, se solo lo si potesse raggiungere.” Per questa ragione egli è “colmo di emozione” quando si trova a cospetto del punto di sutura degli strati del tempo: lo studio di Gilbert Strong, la sua scrivania, il suo calamaio. Per questa ragione, poi, il protagonista sembra perdere il senso della realtà nel corso del romanzo, precipitando in stati emotivi a lui sconosciuti e ponendosi enormi interrogativi sul ruolo della memoria, dell’esperienza, della letteratura. 
Sua moglie, Diana, è il personaggio perfetto per accostarsi a lui. Come una sorta di Mrs. Dalloway degli anni Ottanta, Diana abita due livelli di vita: quello concreto, della quotidianità, e quello della sua cognizione, che la trasporta avanti e indietro nello spazio, nel tempo e nelle proprietà della materia. Scrive Lively: “Turbinose sono le acque della mente di Diana, un torrente impressionistico che include riferimenti all’Ungheria (sta preparando un gulasch e cerca di ricordare da dove provenga questo piatto), a sua madre (che deve chiamare), a un vestito azzurro con colletto bianco (che ha visto in vetrina questa settimana e sta pensando di comprare), all’ardesia del Galles (un muratore le ha comunicato il preventivo per la riparazione del tetto) e a Mark.” Inoltre, per Diana, “la speculazione era relegata alle congetture sui possibili risultati diversi suggeriti da linee di condotta alternative” – come se lei si trovasse in Sliding Doors, come se anche nella sua mente il Tempo sfuggisse alla sua normale collocazione, proiettandosi costantemente verso un futuro migliorabile. 
La residenza di Thomas Hardy nel Dorset.
Fonte: thetimes.co.uk
Lively sofferma il suo sguardo attento sul ruolo stesso del biografo, di colui che racconta le vite degli altri, sempre in bilico tra indiscrezione e reverenza, tra fiducia e sospetto: “Mentre eri in culla, o non eri ancora nato, Strong sapeva fin troppo bene che qualcuno avrebbe scritto la sua biografia. Aveva accatastato lettere e diari e manoscritti con la piena consapevolezza a un certo punto un uomo o una donna senza volto li avrebbe studiati […]. Fino a che punto si deve al caso, per esempio, che certi volumi dei diari siano sopravvissuti e altri no? Che interi blocchi di corrispondenza siano scomparsi?” Sono interrogativi che tormentano tutti i bravi biografi, che non possono evitare di domandarsi se la storia che stanno raccontando non sia in verità solo uno dei tanti, infiniti punti di vista possibili di una realtà che appartiene a un tempo diverso dal loro. Ma insomma che cos’è la realtà? È un piano di esistenza indipendente dalla nostra percezione cognitiva o è il risultato del nostro esercizio razionale? Mark si domanda: “È mai possibile guardare una qualsiasi cosa, […] senza che le proprie nozioni interferiscano con quel che si osserva?” 
Oltre a stimolare la riflessione filosofica, According to Mark (il titolo originale è più adatto di quello italiano all’interpretazione che ho voluto dare qui di questo romanzo) è un libro pregno di atmosfere fortemente evocative, com’è tipico della scrittura di Penelope Lively. Ad esempio, l’episodio della visita allo studio di Thomas Hardy nel Dorset, descritto tre volte secondo i tre diversi punti di vista di Mark, di Diana e di Carrie, è così perfetto e conchiuso da poter essere un racconto a sé stante. L’esperienza che Carrie fa della lettura di Emma di Jane Austen è un superbo subplot, che obbedisce a regole narratologiche precise. Infine, le ultime pagine si caratterizzano per una certa evanescenza (“un accenno a passioni essicate come petali di rosa, un bisbiglio di ragazza, la luna…”), sospesa sullo spartito della splendida canzone degli anni Trenta Blue Moon, che consiglierei di riascoltare qui per lasciarsi un po’ trascinare via....