8 maggio 2014

Riflessioni sulla traduzione letteraria

Siamo ormai alla vigilia del debutto di Gli innamorati di Sylvia al Salone del Libro del Torino. Questo volume, pubblicato dalla casa editrice Jo March, è la mia traduzione in italiano di Sylvia’s Lovers di Elizabeth Gaskell e segna il compimento della mia prima prova da traduttrice di un romanzo intero. Per quanto l’attività di traduzione faccia parte da anni della mia quotidianità (ho tradotto innumerevoli brani di latino e greco al liceo e poi, dopo la laurea in lingue e il dottorato in inglese, stralci di tesi, testi tecnici, pannelli per musei, saggi, introduzioni, lettere, articoli di giornali e riviste), Sylvia’s Lovers è stata la prima occasione in cui mi sono cimentata nella versione in italiano di un libro completo, dall’incipit all’ultima riga. È stata un’avventura lunga quasi dieci anni - perché tradurre “a tempo perso” implica, com’è ovvio, lunghe pause in cui è necessario dedicarsi a un lavoro “normale” (nel mio caso, l’insegnamento) - e che ha conosciuto una forte accelerazione solo negli ultimi mesi. Lasciare la scuola per trasferirmi a Berlino e lavorare da insegnante freelance mi ha concesso molta più libertà, e conoscere nello stesso periodo le due brillanti e coraggiose anime di Jo March ha dato alla mia traduzione del romanzo da una parte lunghi spazi di quiete e di ininterrotta concentrazione, e dall’altra la motivazione e il giusto entusiasmo per portare a termine l’impresa.
La traduzione letteraria, non c’è dubbio, è sempre un’impresa. Oltre alla conoscenza della lingua di arrivo (nel nostro caso l’italiano) e alla padronanza della lingua di partenza (l’inglese), esige una certa confidenza con il contesto storico della vicenda narrata nonché della biografia dell’autore, perciò accade che le difficoltà e i dubbi che insorgono di fronte a un periodo, a una battuta, a un idiom o a una metafora siano così tanti e così grandi da rischiare di scoraggiarci e indurci a lasciar perdere.
Per Gli innamorati di Sylvia gli ostacoli sono stati numerosi, nonostante conoscessi l’Autrice e il romanzo abbastanza bene (sono stati il soggetto della mia tesi di laurea). Innanzitutto si tratta di un romanzo vittoriano, e molto spesso la sintassi si è rivelata decisamente lontana da quella dell’inglese contemporaneo. In secondo luogo, affrontare la traduzione di un romanzo storico richiede necessariamente uno studio e una ricerca consistenti sull’epoca e sulle vicende realmente accadute che fanno da cornice alla narrazione, talvolta insinuandosi nei capitoli della fiction fino a far perdere la percezione della differenza tra verità e fantasia. Gli innamorati di Sylvia inizia nell’ultimo decennio del diciottesimo secolo e si chiude agli albori del diciannovesimo: è un’era complessa per l’Europa e per l’Inghilterra, poiché alle nuove istanze liberali di respiro internazionale e alle questioni sociali insorgenti dall'affermazione della middle class, la classe "borghese", si accompagna l’esperienza della guerra contro la Francia, con l’annesso terrore dell’invasione del territorio patrio e la conseguente repressione della libertà individuale. Il romanzo, tuttavia, è una storia “degli umili”, perché i suoi protagonisti non sono i grandi generali, ma la gente comune, che vive in una porzione di Inghilterra così particolare da renderla separata – come afferma l’Autrice stessa – dal resto del Regno.
Ecco dunque che la traduzione di una storia dello Yorkshire ha suscitato ulteriori interrogativi: il libro abbonda di citazioni di usi e costumi locali relativi all’abbigliamento, alle mille occupazioni di una fattoria (il padre della protagonista è un contadino), al cibo, ai giochi e alle leggende tradizionali. Per non parlare della dimensione dominante e più suggestiva evocata dal romanzo, quella del mare e della caccia alle balene, nella cui descrizione sono coinvolte decine di parole tecniche e di espressioni gergali. Il linguaggio usato dai personaggi ha certamente costituito lo scoglio più arduo. Tutti loro, ma con forza particolare gli anziani e i meno eruditi, parlano il dialetto dello Yorkshire, che molto spesso si distanzia dall’inglese standard in modi imprevedibili, talvolta incomprensibili. Osservare le parole scritte sulla pagina del testo originale ha frequentemente causato momenti di perplessità e di perdita delle speranze! Solo pronunciare ad alta voce quelle battute, magari tentando di rievocare sonorità, accenti, cadenze (in questo, devo dire, mi ha aiutato persino guardare Downton Abbey in lingua originale: l’inglese della maggior parte dei domestici è proprio quello dello Yorkshire), mi ha restituito il significato preciso di quanto stavo leggendo.
Un’ulteriore sfida alla traduzione è dipesa dal fatto che Gli innamorati di Sylvia è un libro denso di emozioni di vario genere, ma tutte profondissime, cosicché è stato necessario “entrare” nella mente e nel cuore dei personaggi per tradurre non solo i loro discorsi diretti, ma anche i loro flussi di coscienza, che, quasi come in un’avanguardia della narrativa novecentesca, filtrano e impregnano la maggior parte delle pagine dedicate ai tormenti interiori dei protagonisti (e specialmente di Philip Hepburn). Talvolta la storia richiede che si chiudano gli occhi e si immagini di provare i sentimenti dei personaggi fino al punto di appropriarsene, e spesso di commuoversi.
Foto di Mara Barbuni (2011)
Anche le descrizioni dei paesaggi, che non sono mai riferite oggettivamente, “in terza persona”, ma sono sempre influenzate e quasi forgiate dalle sensazioni della gente, hanno preteso, per così dire, un distaccarsi dal presente del mio tavolo, del mio computer, della città fuori dalla finestra, del ventunesimo secolo, a favore di una totale immersione in un mondo lontano. Ho riguardato decine di volte le fotografie del mio viaggio in Scozia (il cui paesaggio marino è simile a quello dello Yorkshire; anche le isole Shetland, inoltre, hanno subito il tragico passaggio delle squadre di coscrizione obbligatoria, raccontato in Gli innamorati di Sylvia), ho riprodotto alcuni miei video sulle scogliere per ascoltare il rumoreggiare del mare, e ho ripercorso le passeggiate inglesi che mi hanno impresso nella memoria il verde brillante e il bruno intenso di quei campi, il rosso fuoco di quei tramonti del Nord, il contrasto tra l'oro delle messi e un cielo nuvoloso, la solitudine di certi cottage immersi fra le spighe, l’azzurro cupo e spesso il grigio tempestoso delle distese marine.
Tradurre Sylvia’s Lovers è stato un vero viaggio: un viaggio nel tempo, nello spazio, nella Storia e nella letteratura. Ringrazio di cuore Lorenza e Valeria di Jo March: percorrere con loro questo cammino ha dato luogo a confronti interessantissimi di natura linguistica, teorica, storica, e persino emotiva. E ringrazio il professor Francesco Marroni, tra i maggiori esperti gaskelliani nel mondo e vicepresidente della Gaskell Society, che ci ha fatto l'onore di contribuire a questa pubblicazione con una Introduzione di altissimo livello critico.
Il volume sarà presentato al Salone del Libro di Torino, e nelle prossime settimane sarà disponibile per l’acquisto, sia in libreria che sul sito www.jomarch.eu.
Non vedo l’ora di ripartire per questo viaggio insieme a voi.

23 aprile 2014

Quattrocentocinquant'anni di William Shakespeare

IpsaLegitPicture 2014

Cari lettori, oggi è una grande giornata. Quattrocentocinquant'anni fa, nel villaggio di Stratford sul fiume Avon, veniva alla luce un genio che avrebbe cambiato la natura, la portata, l'identità del pensiero occidentale. Con le sue tragedie intense e voraci, le sue commedie portatrici di libertà, i suoi drammi "ambigui", che racchiudono tutto il senso dell'essere uomini e dell'essere donne, William Shakespeare ha ritratto sentimenti foschi e desideri incontrollabili, ha messo in versi disperazione e risate, ha schiacciato le monarchie sotto un segno di penna, ha celebrato l'intelligenza femminile, ha intuito i conflitti etnici, ha inventato poesia per celebrare l'immortalità della poesia stessa. Shakespeare è l'uomo dei sublimi interrogativi e dell'infinita ricerca delle molteplici risposte. Shakespeare è l'uomo dell'interpretazione: il pozzo senza fondo della nostra umanità.
#HappyBirthdayShakespeare
 

15 aprile 2014

Tre mesi di lettere di Elizabeth Gaskell

Dopo tre mesi di vita, la pagina Facebook (https://www.facebook.com/letteredielizabethgaskell) che ho aperto per mettere a disposizione dei lettori italiani l’epistolario di Elizabeth Gaskell, dimostra di aver riscosso tanti apprezzamenti, e soprattutto ha costruito un ritratto dell’autrice di Nord e sud che difficilmente ci si poteva aspettare.
Per chi ancora non ci fosse capitato, la pagina offre, generalmente a intervalli di due o tre giorni, la traduzione in italiano di brani delle lettere di Gaskell che mi sembrano particolarmente importanti sotto tre principali punti di vista: quello strettamente personale, relativo alle riflessioni private e ai rapporti con i familiari e gli (innumerevoli) amici; quello editoriale, che presenta le comunicazioni della scrittrice con i suoi editori e con i lettori (amici e critici) delle sue opere; quello “vittoriano”, che dimostra come Gaskell fosse una formidabile donna del suo tempo – grande cultura, viaggi frequenti, amicizie con le personalità più rappresentative della sua epoca (Darwin, Nightingale, Norton, Dickens, solo per citarne alcuni). Le fonti che utilizzo per la traduzione dei testi epistolari sono due volumi che negli anni hanno raccolto, a prezzo - com’è solo immaginabile - di straordinari sforzi e della tessitura di una fittissima rete di relazioni universitarie, sociali e culturali, le lettere di Gaskell conosciute fino ad oggi. Per dichiarazione stessa degli editori, infatti, non è affatto certo che uno dei fogli vergati dalla sua grafia ampia e generosa non si trovi ancora da qualche parte – magari, fantastico io, nel sottofondo del cassetto di uno scrittoio abbandonato, o tra le pieghe di un merletto in un baule chiuso a chiave, o tra le pagine di un libro nascosto tra infiniti altri in una buia biblioteca. Questi voumi sono: Letters of Mrs. Gaskell a cura di J. Chapple e A. Pollard, Mandolin (1966) 1997, e Further Letters of Mrs. Gaskell a cura di J. Chapple e A. Shelston, Manchester University Press (2000) 2003, che ho acquistato in una libreria inglese dell’usato.
Tra tutti i brani su cui ho lavorato per offrire una traduzione quanto più aderente all’originale, quelli che più mi hanno incantata e impressionata, o mi hanno fatto sorridere sono stati questi:
Il brano La cosa più divertente accaduta negli ultimi giorni è stata l’arrivo di una lettera indirizzata a “Madame Gaskell, l’illustre auteur, Angleterre” che aveva viaggiato in lungo e in largo per l’Inghilterra per due mesi, alla ricerca della mia illustrezza. E l’ironia era data dalla busta, coperta di scritte che dicevano “Sconosciuta”; uno spettacolo a vedersi” è un capolavoro di autoironia.
Sono cresciuta in provincia, e ora il mio destino è vivere ai margini di una grande città industriale, ma quando arrivano i primi giorni di primavera e le gemme e i dolci profumi della terra mi dicono che si avvicina l’estate, mi sento piena di energia e mi viene voglia di uscire, nelle profonde solitudini erbose della campagna, proprio come un uccello che al mutare della stagione si dirige verso terre ben note, ma fino a quel momento dimenticate è una sorta di autoritratto.
Qui e là, nell’oscurità delle vallette lontane, [Charlotte Brontë] indicava una dimora grigio scuro – spesso vi crescevano accanto degli abeti scozzesi – e mi raccontava storie così tumultuose di famiglie sfrenate che vivevano o erano vissute laggiù, che al confronto “Cime tempestose” sembrava docile. Gente così temeraria – soprattutto uomini – e donne talvolta insensibili e crudeli, talvolta traboccanti di amore appassionato è esemplificativo dell’intero rapporto che Gaskell ebbe con Charlotte Brontë, e che diede vita alla sua biografia dell’amica scrittrice, The Life of Charlotte Brontë.
A causa di questo tipo di pubblicazione [a puntate], ho dovuto scrivere furiosamente. Senza dubbio ho infranto tutti i confini e i limiti di lunghezza che mi erano stati imposti e solo alla fine vera e propria ho fatto ricorso a una compressione disperata. Ma non sono del tutto certa che la conclusione, così com’è, mi dispiaccia. Ora sarà ripubblicato interamente, in due volumi, e la questione è: devo cambiare e ampliare ciò che ho già scritto? – non posso inserire pezzettini qui e là – mi sento come se mi dovessi porre a una certa distanza dalla storia e riscriverla da lì dimostra le frequenti crisi di scrittura affrontate da Gaskell nel corso della sua carriera – per cui si ritrovò spesso a confrontarsi duramente con uno dei suoi editori, Charles Dickens.
Infine, Devi immaginarti una unione di ogni bellezza – splendidi scenari, boschi di pini scuri, la pittoresca città e il castello, che secondo la leggenda è infestato. Le acque del Neckar, verdi come il mare, scorrono e spumano sopra le arenarie rosse, che danno vita al colore più bello che tu possa immaginare. Ti racconto queste cose per liberarmi la mente dal ricordo opprimente di tanta bellezza – proprio quella sorta di paesaggio così squisito che a guardarlo di fa sospirare è forse il più fine tra i suoi tanti resoconti di viaggio.

6 aprile 2014

Narcisi

Narcisi al Vogelpark di Marlow, Germania. Foto di Mara Barbuni (2014)
I wandered lonely as a cloud
That floats on high o'er vales and hills,
When all at once I saw a crowd,
A host, of golden daffodils;
Beside the lake, beneath the trees,
Fluttering and dancing in the breeze.

Continuous as the stars that shine
And twinkle on the milky way,
They stretched in never-ending line
Along the margin of a bay:
Ten thousand saw I at a glance,
Tossing their heads in sprightly dance.

The waves beside them danced; but they
Out-did the sparkling waves in glee:
A poet could not but be gay,
In such a jocund company:
I gazed--and gazed--but little thought
What wealth the show to me had brought:

For oft, when on my couch I lie
In vacant or in pensive mood,
They flash upon that inward eye
Which is the bliss of solitude;
And then my heart with pleasure fills,
And dances with the daffodils.       
William Wordsworth

21 marzo 2014

Giornata mondiale della poesia (al femminile)

Foto di Mara Barbuni

Cari lettori, come ogni anno anche questo 21 marzo celebriamo la Giornata Mondiale della Poesia. Sebbene io sia soprattutto un'appassionata di narrativa, ci sono autori e versi che, una volta conosciuti, sono rimasti indimenticati. In questa fotografia ho raccolto i miei poeti più amati: John Donne, Shakespeare, Keats sul versante inglese; Petrarca, Leopardi e Foscolo su quello italiano. E poi c'è un nome femminile - quanto sono rare le firme delle donne nel comune bagaglio poetico di ognuno di noi? Purtroppo la maggior parte di loro è ancora celata dietro il velo, pesante, dell'oblio o del disinteresse. Se c'è un movimento culturale che giustamente e gloriosamente si associa alla poesia è il Romanticismo e il Romanticismo, lo sappiamo, nel nostro immaginario collettivo evoca solamente opere di uomini. Eppure, in Inghilterra per esempio, il Romanticismo è stato anche un movimento femminile, e tanti sono i nomi di donne che hanno dato vita in versi a piccoli mondi, a rimembranze, a denunce civili, a notturni che tolgono il respiro. Anna Letitia Barbauld è stata una di loro. Le ho dedicato un sito internet (in inglese): https://sites.google.com/site/aikinbarbauld/home e voglio riportare qui in traduzione un breve componimento, pubblicato nel 1825, che nelle sue immagini è quasi postmoderno, e nel periodo che stiamo vivendo è particolarmente evocativo.
  
Scritta su una biglia
Il mondo è un po’ più grande
Ma ha la mia stessa forma
Ed è chiazzato di monti e di mari;
I vostri eroi son scolari cresciuti
Che si azzuffano per giochi ed imperi,
 E scalciano la povera palla come gli pare.
Ora Cesare, ora Pompeo dettano legge;
E la piana di Farsalo,
Benché straripante di morte,
Non fu altro che un gioco di biglie.

17 marzo 2014

La Germania in dieci tweet


Foto di Mara Barbuni
Per uno dei post della mia pagina Lettere di Elizabeth Gaskell, che raccoglie brani in traduzione italiana del considerevole epistolario della scrittrice vittoriana, mi sono imbattuta in una lunga lettera che ella spedì a un’amica da Knutsford e nella quale raccontò il viaggio in compagnia del marito nella valle del Reno e nella Germania sudoccidentale. Era il 1841, e quella sarebbe stata solo la prima delle visite di Gaskell nel Paese. Di certo rimase incantata dalla bellezza di ciò che vide in quella occasione: "Heidelberg non si trova sul Reno, ma in una valle molto più bella, la valle del Neckar. Inutile tentare di darne una descrizione. Devi immaginarti una unione di ogni bellezza – splendidi scenari, boschi di pini scuri, la pittoresca città e il castello, che secondo la leggenda è infestato. Le acque del Neckar, verdi come il mare, scorrono e spumano sopra le arenarie rosse, che danno vita al colore più bello che tu possa immaginare. Ti racconto queste cose per liberarmi la mente dal ricordo opprimente di tanta bellezza – proprio quella sorta di paesaggio così squisito che a guardarlo di fa sospirare."
Questa lettera mi ha fatto pensare che per noi italiani, così abituati a credere che il nostro Paese sia il più bello del mondo, la Germania non è considerata una meta turistica, una destinazione verso la quale intraprendere un viaggio di piacere. A parte Berlino e forse Monaco, al di là di una veloce escursione ai castelli bavaresi e di un giro lungo la Romantische Strasse, difficilmente un italiano si immagina di trascorrere le proprie vacanze in questo cuore dell’Europa. Se ci mettiamo poi gli irrisolti (per noi) retaggi storici, la progressiva sparizione della lingua e della cultura tedesca dalle nostre scuole e l’astio che i media italiani fomentano nella popolazione contro uno stato che è più ricco solo perché è più ordinato ed efficiente, perché dà valore al merito e perché ha saputo fare i conti con la sua dolorosissima Storia, il fatto che noi non conosciamo le bellezze della Germania è piuttosto ovvio.
Vivere qui invece apre le porte a meraviglie inattese. Come una brevissima guida turistica, questo post vuole elencare, in dieci tweet (testi contenuti entro i 140 caratteri), le ragioni per cui un viaggio nel Paese di Bach, Goethe e dei fratelli Grimm può dare le soddisfazioni di uno straordinario romanzo, traboccante di storie, di musica e silenzio e di innumerevoli colori.
1) Berlino è un libro di storia. Dal Medioevo ai fasti prussiani, dalle cadute novecentesche all’architettura del ventunesimo secolo.
2) Berlino respira a pieni polmoni: parchi, placide acque, passeggiate fra i pini, isole dei pavoni.
3) La campagna dalle Alpi bavaresi fino alle coste baltiche. Innumerevoli chilometri di lisce strisce di seta, immerse in un’aria pastello.
4) Il ghiaccio che imprigiona il mare in una enorme perla opalescente.
5) Il viaggio della musica nel cuore di Lipsia sulle tracce di Bach, Mendelssohn e delle voci bianche.
6) Il miracolo della ricostruzione: presente, passato e futuro nelle sale della pinacoteca di Dresda.
7) Il fascino misterioso delle città dal passato anseatico. Le guglie dei Rathaus di Lubecca, Amburgo, Rostock, Stralsund, Halle, Brema.
8) Weimar. I pensieri di Schiller, i sospiri di Goethe, la dolcezza di un mondo sospeso.
9) I parchi naturali protetti sparsi per tutto il Paese e punteggiati di biciclette che scivolano verso un cielo color fenicottero.
10) Il Neckar, Heidelberg, Tubinga. I pleniluni di Hölderin. Il Romanticismo tedesco.

18 febbraio 2014

L'età dell'innocenza

Un po’ delusa dal libro di cui ho parlato nel mio ultimo post, che non rende a Edith Wharton i suoi meriti letterari, ho riletto L’età dell’innocenza, il capolavoro della scrittrice americana. Incantandomi per ogni singola parola, ho trovato un romanzo che raggiunge la magnificenza dello stile, della trama, dell'introspezione psicologica, dell'intreccio di temi molteplici e diversissimi che pure confluiscono in un ritratto sociale unico, omogeneo e di respiro ineguagliabile. Ho rivisto anche il film omonimo che Martin Scorsese ne ha tratto nel 1993, e l'ho ammirato per il suo essere una trasposizione quasi perfetta. Se si esclude la discutibile (ai fini della rappresentazione di uno dei temi che descrivo in seguito) scelta di affidare il ruolo di Madame Olenska a un'attrice bionda (Michelle Pfeiffer) e quello di May Welland Archer a una bruna (Wynona Ryder), ribaltando così la coppia cromatica decisa da Wharton, il film è una devota "resa per immagini" delle pagine del romanzo. La voce narrante (in italiano è quella fatalmente suggestiva di Maria Pia Di Meo) è esterna e le sue parole sono proprio quelle del libro; i movimenti dei personaggi in scena, anche i più lievi e apparentemente insignificanti, sono esattamente quelli descritti sulla carta, perché in questo romanzo non c'è un solo dettaglio che sia superfluo o indipendente dallo sviluppo della storia.
Uno dei motivi fondamentali del libro, cui il film obbedisce con estrema cura, quasi con voluttà, è l'esposizione  delle "cose" (oggetti d'arte, gioielli, articoli di abbigliamento o di arredamento e mille altri accessori) che sono il simbolo più immediatamente riconoscibile della ricchezza del ceto sociale cui il protagonista, Newland Archer, appartiene. A partire dai titoli di testa, che sfilano sullo sfondo di una profusione di fioriture artificiali di stoffa e di pizzo, ci sentiamo immergere nell'opulenza e nel lusso: quadri, divani damascati, sculture in marmo, bracciali, zaffiri che pesano sulle dita delle donne, incredibili, serpentini e quasi mostruosi strascichi di seta pesante, guanti ornati di file di bottoni, fermagli per capelli, spille di diamanti, tagliasigari, panciotti preziosi, orologi d'oro, servizi d'argento e porcellane dipinte. Questa ricchezza, subito ostentata, ha l'effetto di togliere immediatamente valore alla parola "innocenza" che troneggia nel titolo del libro (tratto da un dipinto di Joshua Reynolds). Questa storia d'amore, come vedremo, non ha nulla di innocente, e non solo perché è la storia di un potenziale adulterio, ma perché è il pretesto per dipingere il ritratto di una società che, a dispetto delle sue convinzioni, rassicurazioni ed espressioni d'orgoglio, l'innocenza l'ha decisamente perduta.
I temi più importanti del romanzo convergono tutti nell'identificare questa perdita. La patina di "decoro" su cui tutti i personaggi insistono dall'inizio alla fine delle loro esistenze (Scorsese dichiarò in una intervista che per lui "il decoro doveva diventare uno dei personaggi") copre, ma come una lastra di ghiaccio trasparente, un piccolo mondo dominato dalla spietatezza. Scrive Wharton: Poche cose sembravano a Newland Archer più terribili di un'offesa al "Gusto", quella divinità remota di cui la "Forma" era la mera rappresentante visibile. Il fine ultimo del libro è quello di esplorare le tensioni esistenti tra la Natura (i sentimenti, gli affetti, le pulsioni) e la Cultura (il decoro, la forma, i doveri, il rispetto dei valori domestici), incarnata nella Famiglia e nel Tribunale: non a caso, Archer è un avvocato, che però percepisce l'inutilità della propria professione in una società in cui le tradizioni vantano un potere persino superiore a quello della legge.
Questa sovranità della Cultura ha inevitabilmente un effetto trasformante sulla società e sui suoi abitanti, che abituati a anni, a secoli, di silenziosa subordinazione alla sua autorità sono scivolati in una vita del tutto artificiale (come i fiori dei titoli di testa di Scorsese). Il romanzo si apre in un teatro, dove poi tornerà, in occasione del medesimo dramma e della medesima scena, quando la tragedia del protagonista sarà prossima al compimento (la struttura circolare è gestita superbamente dall'autrice), e il teatro è il simbolo dell'artificialità, perché un palcoscenico è anche l'angusto spazio del panoptikòn, esposto allo sguardo, alla sorveglianza e ai commenti di chiunque, in cui si svolge l'esistenza personale dei personaggi. Dichiara Ellen Olenska, la "straniera": Non c'è un posto, in una casa americana, in cui si possa essere se stessi? Voi siete così timidi, eppure così pubblici. Mi sento sempre come se fossi [...] su un palcoscenico, di fronte a un pubblico tremendamente educato che non applaude mai.
Ellen, che Newland ama appassionatamente, è diversa dalle altre donne di New York, la cui "innocenza" è costituita da una serenità vacua, da una desiderata ignoranza e da una purezza rappresentata dagli abiti che indossano. Il suo contraltare è May, la moglie di Newland, personificazione di questo tipo di tradizionale femminilità: E se la "piacevolezza", portata al suo grado estremo, fosse solo una negazione, un sipario calato davanti alla vacuità? Guardando May [...] egli ebbe l'impressione di non aver mai sollevato quel sipario. L'analisi e l'esplorazione reale dei sentimenti e degli intendimenti altrui non è accettata nella New York in cui le donne debbono rimanere ignoranti e silenziose. E' questo un mondo in cui la comunicazione avviene per ellissi, tramite segnali non scritti, ma innati nei membri dell'alta società (cui May obbedisce con facilità ma che Ellen non conosce, firmando così la propria rovina), che vietano la sincerità e vincolano a un senso di inespressività troppo doloroso per Archer: Essi vivevano tutti in una sorta di mondo geroglifico, dove ciò che era reale non veniva mai detto o fatto e neppure pensato, ma era semplicemente rappresentato attraverso un sistema di segni arbitrari.
In questo romanzo Wharton si fa esaminatrice scientifica del costume sociale, e redige un rapporto antropologico. Lo fa con l'ostracismo del linguaggio - le parole usate dai suoi personaggi non comunicano, non esprimono, ma alludono e rimandano - e con la reiterazione del concetto di primitività. L'idea di un ethnos dai confini invalicabili incarnata in una vera e propria forma "tribale" costituisce l'identità di Archer, di May e degli altri rami dei loro complessi alberi genealogici. Il matrimonio è inteso come uno scambio di proprietà della donna da un nucleo familiare all'altro, destinato unicamente alla generazione dei figli (May, nella sua perfezione, non si sottrae nemmeno a questo dovere primitivo imposto dalla tradizione) e Scorsese lo rappresenta in un quadro, appeso a casa di Mrs. Mingott, in cui si vede una giovane trascinata per i capelli da un selvaggio pronto, evidentemente, a impadronirsi di lei. Ma l'aspetto violento dell'appartenenza tribale, raffigurato con una schiettezza scioccante nell'abito da sposa di May, infangato e stracciato la sera in cui la crisi coniugale raggiunge il suo culmine, viene portato sulla scena in occasione della cena offerta dai coniugi Archer per salutare Ellen Olenska, che il giorno dopo lascerà New York alla volta di una nuova vita in Europa. C'erano cose che andavano fatte, e se fatte, andavano fatte bene e fino in fondo; e una di queste, nel codice della vecchia New York, era il raduno tribale intorno a un'appartenente della famiglia che stava per essere eliminata dalla tribù. Questa cena allucinante, durante la quale Archer si rende conto che tutta la gente "che conta", sua moglie compresa, è a conoscenza del suo amore per Madame Olenska, è il palcoscenico su cui si consuma, a beneficio della tranquillità sociale, l'allontanamento del corpo estraneo, di Ellen, che in quanto pharmakòs (capro espiatorio) deve essere necessariamente eliminata per riabilitare la civiltà progredita minacciata dal germe della degradazione morale.
L'età dell'innocenza è il romanzo dello studio antropologico basato sull'analisi dei contrasti: il falso e il vero, il non detto e il detto, la Cultura e la Natura, l'omologazione (Archer) e la ribellione (Ellen), la moglie e l'amante, il decoro e la diversità, il bianco e il nero. Nel libro, May è bionda, e spesso vestita di bianco; Ellen ha i capelli scuri, e i suoi tratti, oltre che il suo passato di moglie di un conte europeo, sono spesso assimilati all'esotico, allo straniero, ai colori della passione. May Welland, con il suo abito candido e un nastro verde chiaro intorno alla vita [...] aveva la stessa freddezza di una Diana che aveva dimostrato, entrando nella sala da ballo dei Beaufort, la sera in cui era stato annunciato il suo fidanzamento. [...] [Da bambina] Ellen vestiva di merino cremisi e portava perle d'ambra, come una trovatella zingara. Possedeva qualità esotiche, come la danza degli scialli spagnola e le canzoni d'amore napoletane accompagnate alla chitarra. Senza dubbio non poteva conseguirne niente di buono.
Contrariamente alla tradizione manichea della luce e del buio, questo romanzo, straordinario ritratto della modernità, individua nell'oscurità di Ellen le "buone" qualità della sincerità, della schiettezza, dell'amore visibile; e nell'imperturbabile candore, gli occhi trasparenti e il sorriso spartano di May un mondo di valori spaventoso e claustrofobico, rappresentato in figure di morte, di vecchiaia, di abiti bianchi, del ghiaccio e della neve della tenuta dei Van der Luyden. Secondo Melville, dopotutto, l'incarnazione del male è una balena bianca, simbolo dell'ignota mostruosità del vuoto. Nella New York degli anni settanta dell'Ottocento la balena non è una bestia da cacciare, ma una creatura morta, le cui vestigia sono usate per soffocare il corpo delle donne, che indossavano una stretta armatura di seta e stecche di balena, con le maniche lunghe, la cui leggera apertura sul collo era riempita di balze di pizzo. Invece Madame Olenska, incurante della tradizione, indossava un lungo abito di velluto rosso [che lasciava] le braccia nude.