1 giugno 2016

Tempo immemorabile

Rachel Field
Il mese di maggio appena finito è stato brutto e difficile. Sono stata un po’ aiutata a superarlo da un romanzo molto bello e intonato al momento, fatto della storia di un grande amore ma soprattutto del racconto della formazione (o forse, meglio, della metamorfosi) di un’identità. Il libro è Time Out of Mind (1935) di Rachel Field, che si trova anche in edizione italiana con il titolo Tempo immemorabile (Elliot 2014, trad. it. di D. Vallesi). L’americana Rachel Field, autrice di fiction e di poesia, divenne celebre per la sua letteratura per l’infanzia, ma dai suoi libri “da grandi” furono tratti anche dei film: Time Out of Mind, in particolare, fu trasposto su pellicola nel 1947. 
La storia si dipana lungo il corso di un paio di decenni, alla fine del diciannovesimo secolo. La protagonista e io narrante, Kate, è la figlia di una domestica che vive nella residenza dei Fortune, facoltosa famiglia del Maine le cui ricchezze provengono dalla costruzione di imbarcazioni e di velieri. Benché di bassa estrazione sociale, Kate cresce a stretto contatto con i figli del maggiore Fortune, Nathaniel e Clarissa, e il legame che instaura con loro perseguiterà la sua esistenza fino al giorno in cui, da anziana, deciderà di mettere su carta i suoi ricordi. È un legame di amicizia, di amore, di interdipendenza, che dalle gioie della prima fanciullezza passa a ingenerare sentimenti di passione sfrenata (a tratti sembra di rileggere Cime tempestose) e di doloroso straniamento; a causa del vincolo che la tiene legata ai Fortune, Kate finisce per non appartenere più a niente e a nessuno: né al mondo in cui è nata e alla gente che lo abita (la popolazione più umile del villaggio), né, naturalmente, all’alta società di cui fanno parte Nathaniel e Clarissa. 
La scrittura è molto bella, ricca di musicalità disparate e di una forte capacità di evocazione visiva. Nella prima parte il protagonista è il mare: la sua potenza appare sempre all’orizzonte e la scena del varo del veliero sventurato, il Rainbow, è indimenticabile per i suoi richiami sonori, che ci riecheggiano nelle orecchie per tutto il resto del libro, e per la densità dei suoi significati, intimamente connessi al senso del destino. Seguono intensissime scene naturali, in cui risplendono fioriture quasi incantate, immagini di gelate e di tempeste, e richiami al valore dell’arte (la musica e la pittura in particolare) nella vita dell’essere umano.
Acute e commoventi sono le riflessioni della narratrice sul valore del Tempo nella nostra vita. Simboleggiato dalla presenza ricorrente di un orologio a pendolo francese, «marmoreo e dorato», appartenuto prima ai Fortune e poi alla stessa Kate, il Tempo diventa in questo libro un’entità quasi concreta, che si manifesta come un meccanismo ineluttabile, assumendo di volta in volta le forme delle stagioni in mutamento e dei loro frutti (fragole e mele hanno un significato importantissimo); degli spartiti musicali su cui Nathaniel perde la ragione; della scomparsa del paesaggio per l’avvento del progresso; e infine dei cambiamenti che intervengono sul corpo degli uomini a causa dell’età e del dolore. Voltando una pagina dopo l’altra, assistiamo alla trasformazione quasi mitica, quasi mistica, di Kate, da essere umano membro di una comunità a elemento della natura, condannato alla solitudine e all’isolamento, ma destinato a quella impalpabile serenità che deriva dall’aver trovato il proprio posto nell’ondivaga dimensione del mondo dentro lo spazio. «Le persone possono abbandonarti. Muoiono, partono, si staccano da te con parole violente: ma la terra, gli alberi, le mura protettrici e ospitali non ti tradiscono mai in quel modo. […] Andai nel frutteto un tardo pomeriggio di maggio, e vi rimasi fino a quando i miei capelli e le mie spalle furono tutti bianchi di una pioggia di petali. Il ronzio di migliaia di api sospese sui tremuli calici rosei dei fiori pareva il fruscio di una corrente che fluisse a perdersi nel mare, tra gli scogli lontani. C’era qualcosa di spasmodico, di fuori dal tempo, in quella pulsazione occulta di vita che mi stordiva e mi dava le vertigini. […] Avevo sempre saputo che, per ogni mela destinata a crescere e a maturare, centinaia di fiori cadevano e si sperdevano ai venti. Ma quel giorno lo constatai con una specie di panico, perché sapevo che anche agli esseri umani può toccare la stessa sorte che ai meli di maggio».

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