9 maggio 2012

Michael Ondaatje, "Divisadero"

Il recensore letterario del Guardian ha definito Divisadero di Michael Ondaatje "profondamente romantico", e io sono nel mezzo di un capitolo cui nessun altro aggettivo potrebbe rendere merito. Il romanzo, pubblicato nel 2007, è intimamente soffuso di romanticismo, e non già perché parli d'amore, ma piuttosto perché le parole evocano immagini e suoni, in un dialogo costante tra il tempo presente e il tempo dei ricordi. L'autore scrive, nel momento in cui Anna incontra Rafael, "[...] now it was as if everything she had heard was being replayed in her memory, recalled differently"; sembra di sentire una citazione da Wordsworth (non dobbiamo dimenticare che la carriera di Ondaatje sgorgò dalla poesia), nella chiusa di The Solitary Reaper ("The music in my heart I bore/ Long after it was heard no more"). 
Un'altra qualità squisitamente romantica di questo libro è la sua capacità immaginifica. La proprietà della creazione di immagini era il modo in cui Coleridge interpretava la facoltà cognitiva della imagination - un concetto basilare per la sua (basti pensare a Kubla Khan) e per tutta la poesia romantica. Il capitolo di Divisadero che sto leggendo oggi, denso di malinconia e dolore e amore e solitudine, ha saputo evocare davanti ai miei occhi immagini fortemente dettagliate. I protagonisti sono appunto Anna, una giovane californiana che dopo una grave vicenda familiare si è ritirata da eremita in un angolo sperduto della Francia, a curare la redazione delle poesie di uno scrittore morto, e Rafael, una sorta di gitano che lei conosce dapprima per mezzo della sua musica, poi nell'intuizione improvvisa delle sue mani ("his hands had been bitten by insects, were scarred. [...] it was the hands that were too lived in, overused"), e infine nella pienezza del suo passato. Rafael è un uomo che vive immerso nella natura (altro tratto romantico), che prepara buoni pranzi con i prodotti della terra, che non teme di esporre la propria apparenza, né di raccontare le proprie origini.
Tra tutte, la visione che le pagine che ho letto stamattina hanno suscitato è quella di un'inquadratura ampia, traboccante di una luce fredda, grigio-azzurra. E' l'immagine di una cucina, piuttosto spoglia, ma ampia: una credenza con le ante che qualcuno ha lasciate aperte, e che rivelano la presenza di due ciotole di terracotta; un tavolo di assi di legno lievemente sconnesse, al quale sono accostate due sedie; una lampada ad olio poggiata su un angolo del pavimento di larghe pietre. Solo pochi oggetti spiccano nell'atmosfera pervasa di inchiostro slavato, e brillano di una luce propria che li riempie del loro colore naturale. Due mele intensamente rosse sono posate sul piano della credenza, e uno straccio azzurro è stato abbandonato con noncuranza sulla spalliera di una sedia. Nelle ombre allungate dalla luminosità nuvolosa, o forse selenica, che entra dalla finestra si distingue infine un mazzo di rose color corallo, dimenticate in un vaso vuoto. Le loro teste ormai chine mantengono la regalità che è loro propria; ma i loro petali stanchi sono velati di polvere. 
Non ho ancora raggiunto la metà del romanzo e non so come la storia si evolverà: ma so che è uno di quei libri la cui bellezza non sta nella narrazione in senso stretto, ma nel percorso emotivo e stilistico. Ogni pagina è una poesia (e anche qui mi torna in mente che la poiesis è sinonimo di "creazione"), densa di moltiplicazioni interpretative. 
E' questo che rende un buon romanzo un'opera di letteratura.


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