11 settembre 2011

Storie di case

L'aspetto più piacevole del romanzo che sto leggendo in questi giorni, Blackberry Vine di Joanne Harris, è il racconto di come Jay si impossessa e si insedia gradatamente nello chateau francese che ha acquistato sull'onda dei suoi ricordi d'infanzia.
È bello leggere di come le case, spazio predeterminato della vita dell'uomo, vengano restituite alla vita e alla funzionalità; nel paziente e talvolta faticoso processo di restauro o semplicemente di recupero di un ambiente domestico sta la natura essenziale dell'homo sapiens, quell'ambizione all'ordine e alla stabilità che ancora oggi qualifica la nostra esistenza. Le lingue anglosassoni esprimono meglio delle romanze la differenza tra la casa intesa come semplice edificio - the house, das Haus - e la casa quale ambito dell'estrinsecazione dell'identità - home, Heim. La riabilitazione di una casa dismessa, cadente o abbandonata è una forte affermazione di umanità: ne è dimostrazione il commovente passaggio di La brava terrorista di Doris Lessing, in cui la protagonista combatte contro tutto e tutti pur di rendere ad una casa deserta e poi occupata abusivamente la normalità della pulizia e del naturale funzionamento (l'acqua corrente, la corrente elettrica, la spesa alimentare). Questo tipo di racconti è più tipico della scrittura femminile - mi vengono in mente Louisa May Alcott, Rebecca West, Katherine Webb; ed è il vero soggetto di Under the Tuscan Sun di Frances Mayes, da cui è stato tratto un luminoso film con protagonista Diane Lane.

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