6 gennaio 2016

Due pollici d'avorio

Cari lettori, voglio cominciare l’anno nuovo con un post dedicato a uno dei miei progetti letterari più complessi. Non ne ho mai scritto prima in questo blog, ma è passato già un anno da quando questo progetto è venuto alla luce, e mi piace tracciare qui un piccolo bilancio. 
Sto parlando di Due pollici d’avorio – la rivista letteraria quadrimestrale della Jane Austen Society of Italy (JASIT), la prima rivista italiana dedicata alla scrittrice di Steventon – di cui sono direttore. Due pollici è l’aspetto della mia partecipazione a JASIT in cui riverso la massima parte delle mie energie e di cui vado più fiera, perché nasce da un’idea che ho avuto e alimentato prima ancora che l’associazione diventasse una realtà ufficiale, perché ne ho suggerito il nome, perché amo scrivere articoli destinati alle sue pagine e perché mi tiene impegnata praticamente per tutto il corso dell’anno, con momenti più tranquilli e altri più concitati (quelli che corrispondono alle settimane immediatamente precedenti alla pubblicazione di un nuovo Numero). 
Ideare e scrivere i miei pezzi (a volte uno, a volte più di uno, in caso di emergenze; e in più gli Editoriali) è l’aspetto più rinvigorente della produzione della rivista. È qui che posso esprimermi in totale libertà, dando fiato al mio sempre vivo amore per la letteratura e facendo tesoro delle conoscenze e degli strumenti interpretativi che tanti anni di studio specifico (soprattutto quelli della Laurea per le competenze linguistiche e quelli del Dottorato per la teoria della letteratura) mi hanno consentito di raccogliere. 
La fase più articolata, sebbene molto stimolante, della preparazione di una nuova uscita è invece quella del reperimento degli altri articoli che la comporranno. Generalmente noi Soci Fondatori di JASIT scriviamo un pezzo ciascuno, ma, come i nostri lettori sanno bene, Due pollici è fatta anche dalla generosa partecipazione di autori ospiti, che preparano articoli inediti appositamente per noi. Tra loro abbiamo potuto contare finora critici, editori, professori universitari, ricercatori di letteratura e filosofia, insegnanti, collezionisti e conservatori di beni librari e studiosi austeniani anche stranieri. La gestione dei contatti con questi collaboratori è preziosa, richiede molta cura e attenzione e nella maggior parte dei casi riserva grandi gioie (l’apprezzamento che sto riscontrando di recente mi scalda il cuore). A volte ci sono stati anche momenti difficili, perché la mia principale preoccupazione è che Due pollici sia un prodotto sempre aggiornato e di alta qualità, e ho dovuto rifiutare delle proposte di articoli che non corrispondevano alla nostra linea o al nostro stile – ho dovuto in certi casi ricorrere a tutta la diplomazia di cui ero capace per risolvere degli “incidenti”…. 
Il lavoro più impegnativo dal punto di vista della concentrazione si verifica quando ho finalmente a disposizione tutti gli articoli che hanno superato la valutazione e che costituiranno ufficialmente il Numero in preparazione. A questo punto devo omologarli tutti all’aspetto finale che avranno una volta pubblicati: la preparazione della forma del testo deve essere di buona qualità se si desidera che il lettore possa godere dei suoi contenuti, che sono il punto focale. I maggiori interventi sono richiesti dalle note a piè di pagina, che a volte mancano dei riferimenti bibliografici o che hanno bisogno di un riordinamento dal punto di vista grafico (virgole, virgolette, parentesi, ivi, ibidem, numeri di pagina, richiami alle citazioni, eccetera). È una fase meccanica, ma lasciarsi sfuggire un dettaglio è fin troppo facile…. 
Il documento impaginato, con gli articoli pronti e nel loro ordine, i piè di pagina corretti e le note biografiche complete – il nuovo Numero ha ora conquistato la sua vera “anima”, fatta di parole, di fatti, di idee, di infiniti spunti di riflessione – viene spedito a Petra, responsabile della grafica dell’associazione, che usa il testo che ho preparato per creare la versione illustrata della rivista. Dopo questo stadio, con la collaborazione degli altri Soci Fondatori, si parte alla caccia dei refusi, che non mancano mai, e anzi, pare si moltiplichino nottetempo! Quando il file in formato PDF è pronto, viene spedito ai Soci e agli autori ospiti. Un paio di settimane di riposo e poi… è già tempo di pensare all’uscita successiva. 
In questi giorni sto lavorando a un Numero Speciale, il Numero 4, che sarà pubblicato il prossimo 15 febbraio e che si occuperà interamente di Emma, il quarto romanzo di Jane Austen (e il mio preferito), di cui stiamo festeggiando il Bicentenario. È un Numero importante e di alto livello e contiene anche il risultato di un’iniziativa che ho ideato e che mi ha tenuto per un po’ con il fiato sospeso, costringendomi persino ad affrontare certi malumori…. È il concorso di saggistica di JASIT, riservato ai giovani fino ai 30 anni d’età (questo limite è stato per alcuni lettori fonte di malcontento, che spero di aver saputo gestire nel modo giusto). Nella prossima uscita di Due pollici pubblicheremo i tre saggi vincitori, che sono davvero dei buoni contributi e gratificano la mia intenzione di partenza, ovvero quella di dare voce anche ai giovanissimi all’interno di un mondo arduo come quello letterario, nel quale spesso l’essere giovani è un difficile ostacolo all’espressione. 
Mi auguro davvero che Due pollici d’avorio continui a evolversi e che dia a tutti coloro che ne fanno parte (autori e pubblico) sempre maggiori soddisfazioni. Per ampliare il più possibile la visibilità di questo progetto è nata anche l’idea di stampare un volume annuale cartaceo, a disposizione di tutti, anche dei non Soci; sul sito di JASIT (fino al 31 gennaio p.v.) si stanno raccogliendo le prenotazioni per ottenerlo, a fronte di una piccola donazione all’associazione: speriamo di raggiungere il numero sufficiente di domande che ci consenta di procedere alla stampa e di arricchire gli scaffali degli italiani con un nuovo contributo di conoscenza e di passione letteraria.

22 dicembre 2015

Lord Tennyson

Alfred Tennyson with book (1865)
Julia Margaret Cameron
Cari amici di Ipsa Legit (il vostro numero è aumentato tantissimo nelle ultime settimane… grazie!), per trascorrere insieme questi ultimi giorni prima del Natale vorrei condividere con voi qualche immagine di un’età perduta due volte. Due volte perché il poeta di cui voglio scrivere oggi visse a metà dell’Ottocento – e fu il supremo interprete dell’età vittoriana, amatissimo dalla Regina e dai suoi contemporanei – ma con i suoi versi risvegliò le voci e le arie sognanti di un medioevo da fiaba. 
Lord Alfred Tennyson (1809-1892) fu il primo scrittore a ricevere il titolo nobiliare da parte di un monarca e fu nominato “poeta laureato” nel 1850 (dopo Wordsworth). La sua poesia è influenzata dall’invenzione immaginifica e dalla musicalità della scrittura di Keats, e il linguaggio, ricco di ritmi e di rime, e caratterizzato da una metrica accuratissima, dà vita a mondi fantastici, nostalgici, onirici, di grande suggestività. Tra le sue opere, il poema Maud (una storia di disperazione, di morte e di pazzia) era il preferito della Regina Vittoria; The Lady of Shalott è la rappresentazione di una femme fatale che vede il mondo solo attraverso uno specchio, poi infranto dall’apparizione di Lancillotto (l’estetica di questo tema fu di forte ispirazione per la pittura preraffaellita); Ulysses è la celebrazione della vita, della lotta, della ricerca indefessa; In Memoriam, dedicato a un caro amico morto giovanissimo, è un pianto straziante sulla perdita dell’amicizia e della fede (parlando di Giordano Bruno, Tennyson affermò di condividerne l’idea di Dio) che, strutturato sul triplice ritorno della ricorrenza natalizia, affronta anche i dubbi laceranti destati dall’evoluzionismo darwiniano.
John William Waterhouse, The Lady of Shalott (1888)
Tra gli scritti più celebri c’è la raccolta di dodici poemi narrativi in blank verse Idylls of the King, che fu dedicata al Principe Alberto e che si basa in parte sui racconti, appartenenti al ciclo arturiano, dello scrittore del XV secolo Thomas Malory (Le Morte d’Arthur). I personaggi di questa raccolta sono quindi Artù, Gareth e Lynette, Lancillotto, Merlino e Vivien, Ginevra, e vi compaiono gli oggetti ricorrenti nel ciclo arturiano, come Excalibur, la tavola rotonda e il Santo Graal. Nel 1875 l’artista Julia Margaret Cameron, vicina di casa di Tennyson a Freshwater (Isola di Wight) fornì le fotografie per l’edizione illustrata della raccolta: i suoi ritratti effondono proprio l’aura eterea di un’età perduta, grazie ai contorni sfocati, ai contrasti chiaroscurali e agli sguardi dei soggetti ritratti, intrisi di nostalgia. 
Mi piace chiudere questo post con alcune tra le citazioni da Tennyson che amo di più, e nelle quali spero possiate trovare i più caldi auguri per un buon Natale e un anno nuovo pieno di speranza… 

È meglio avere amato e perduto che non avere amato mai

Se avessi un fiore per ogni volta che ho pensato a te, 
potrei camminare nel mio giardino per l’eternità

Io sono parte di tutto ciò che ho incontrato

Noi, s’è quello che s’è: una tempera d’eroici cuori, 
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri 
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai
(trad. di Giovanni Pascoli)

Non è mai troppo tardi per cercare un mondo più nuovo

 La speranza sorride dalla soglia dell’anno nuovo, 
e sussurra: “Sarà più felice”

Julia Margaret Cameron (per Idylls of the King):
"Lancelot and Guenevere", "Sir Galahad and the Pale Nun", "Vivien and Merlin" 


13 dicembre 2015

Lo spirito di Emily Brontë

Qualche tempo fa ho recensito la prima uscita della collana “Windy Moors” dedicata alla letteratura vittoriana, ideata e curata dalla casa editrice digitale (ma non solo) flower-edTre anime luminose fra le nebbie nordiche – uno studio sulle sorelle Brontë. Della stessa autrice, Giorgina Sonnino, e nella stessa collana è uscito recentemente un saggio pubblicato in origine sulla Nuova Antologia (1904), intitolato Il pensiero religioso di una poetessa inglese del secolo XIX: Emilia Giovanna Brontë, un’interessante osservazione del rapporto della scrittrice con la religiosità. 
Il saggio, come spiega il suo titolo, si concentra in particolare sulle composizioni poetiche di Emily, e merita di essere letto non solo per le citazioni che ne fa, ma anche per la ricchezza del suo stile. È bello, bellissimo, riscoprire una critica letteraria così genuina e intensa, fatta di amore puro per la letteratura, e non solo (come spesso avviene al giorno d’oggi) di elucubrazioni filosofiche che finiscono per dimenticarsi completamente del testo e del sentire originale dell’autore. E se per leggere questo tipo di critica dobbiamo rispolverare contributi vergati sulla carta più di un secolo fa… allora grazie a flower-ed, che con pazienza spulcia le riviste primonovecentesche alla ricerca di grandi sensibilità interpretative. 
Giorgina Sonnino definisce Emily (e totalmente a ragione, secondo me), «la figura di gran lunga più originale» fra i figli del Reverendo Brontë, ed è molto acuta nell’individuare nel tessuto geografico nel quale la scrittrice viveva la radice della sua ispirazione letteraria. La descrizione delle moors (parola che Sonnino lascia in inglese, ritenendola intraducibile) è molto evocativa, e il verbo usato per visualizzare i giovani Brontë all’interno di quel paesaggio è affascinante: «vagavano», tipico verbo del Romanticismo supremo (in tedesco wandern) al quale diede fama imperitura il dipinto di Caspar Friedrich. Altrettanto attenta e magnetica è la rappresentazione che Sonnino ci dà della fantasia di Emily, «popolata di spiriti», accesa da «un miraggio di colori» e del suo sconfinato amore per la libertà. Non mancano, in questo saggio, citazioni dalle più importanti voci critiche contemporanee che si occuparono della sua poesia, come Matthew Arnold, Byron o Swinburne, e il rimpianto per la morte precoce di un’autrice che oltre ai versi ribelli e a Cime tempestose avrebbe sicuramente potuto donare al mondo altre pagine indimenticabili. Nel merito specifico della religiosità di Emily, Sonnino parla di una «religione sua individuale» che ha i tratti dell’immanenza di Dio nella natura e della necessità del Bene, intuita con una straordinaria, e forse difficilmente riconosciuta alle donne, «grande potenza di astrazione».

2 dicembre 2015

La poesia di Elizabeth Siddal

Durante il mio ultimo viaggio in Italia ho ricevuto in dono da mia sorella un librino molto bello, sia per forma che per contenuto: Poesie di Elizabeth Siddal, pubblicato da Damocle Edizioni. Damocle è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di saggistica, poesia, libri d’artista e teatro: la sua libreria si trova a Venezia, a San Polo, in Calle del Perdon 1311. Alla manifestazione Artbookberlin 2015, una fiera del libro d’artista che si è tenuta a Berlino qualche giorno fa, ho incontrato Damocle “di persona”: lo stand era ricco di vere opere uniche che mescolano la letteratura con le più disparate forme artistiche - dall’acquerello al mosaico, dalla fotografia all’illustrazione a matita - servendosi di raffinate tecniche e materiali come la carta cotone, la stampa a caratteri tipografici, la cucitura a mano, il vetro, il velluto, la madreperla. (Per consultare il loro catalogo: https://edizionidamocle.wordpress.com/
In quell’occasione non ho saputo resistere e ho acquistato un altro volumetto, del quale parlerò prossimamente: Walter Sickert: una conversazione di Virginia Woolf. 
Dante Gabriel Rossetti, Beata Beatrix
(Londra, Tate Britain), 1872
Ma torniamo a Elizabeth Siddal, la musa dei Preraffaelliti, che posò per Walter Howell Deverett, William Holman Hunt e John Everett Millais, fu la protetta di Ruskin, sposò Dante Gabriel Rossetti, e fu a sua volta una pittrice e disegnatrice: le opere ispirate a temi letterari e il suo autoritratto a olio furono esposti nel Salone Preraffaellita di Russel Place. La raccolta delle sue quindici poesie, tradotte (e introdotte) in questo libricino da Conny Stockhausen, rivela una sensibilità fortemente caratterizzata dalle atmosfere languide, quasi morbosamente malinconiche, di quel tardo Ottocento: come dimostrano i versi di Tennyson (sommo poeta dell’età vittoriana), i motivi della temperie romantica si sciolgono in una nostalgia dolorosa eppure delicatissima, in un rimpianto del passato nel quale la passione d’amore e il senso sempre incombente della morte si fondono ineluttabilmente. In “Amore e odio” (Love and Hate) Siddal scrive: «Volgi altrove i tuoi bugiardi occhi cupi, / e non posarli sul mio viso; / immenso amore ti diedi: ora l’immenso odio / s’insidia crudelmente al suo posto», e non posso fare a meno di pensare che si stia rivolgendo a Dante Rossetti, suo amante e poi marito, dal quale Elizabeth ricevette lezioni d’arte, passione sfrenata ma anche tanta implacabile sofferenza. E i versi di “Un anno e un giorno” (A Year and a Day) «Il fiume scorre eterno / nel suo letto erboso, / le voci di migliaia di uccelli / risuonano sul mio capo, / mi porteranno un sogno ancora più triste / di quando questo triste sogno avrà fine» mi sembrano come l’ekfrasis dell’Ophelia di Millais, riportata non a caso sulla copertina del volumetto. Il viso di Ofelia morta è quello di Elizabeth Siddal.

John Everett Millais, Ophelia (Londra, Tate Gallery), 1851-2.  Particolare.

Un interessante e completo sito web sulla pittrice e poetessa è http://lizziesiddal.com/portal/

12 novembre 2015

150 anniversario della morte di Elizabeth Gaskell

Cari lettori, oggi, nel 150 anniversario della sua morte, ricordiamo la grande scrittrice vittoriana Elizabeth Gaskell, che lasciò improvvisamente la sua famiglia e i suoi lettori mentre chiacchierava e beveva il tè insieme alle figlie nel salotto di Holybourne, la casa acquistata per fare una sorpresa al marito nel silenzio e nei profumi dello Hampshire.
Holybourne oggi - ©IpsaLegitPictures 2015
In quei giorni Elizabeth stava concludendo gli ultimi capitoli di Mogli e figlie, il romanzo che rimarrà per sempre nella storia della letteratura come il suo capolavoro.
Scrive l’editore della Cornhill Magazine, nella Nota in chiusura del romanzo (tradotta nella versione italiana del libro, pubblicata lo scorso maggio da Jo March): «è inutile speculare su ciò che sarebbe stato fatto da quella mano, forte e delicata, che non potrà mai più creare alcuna Molly Gibson – nessun altro Roger Hamley. In questa breve nota abbiamo ripetuto tutto ciò che si sa in merito ai suoi piani per la storia, che sarebbe stata completata con un ultimo capitolo. Non c’è dunque molto da rimpiangere, per quanto concerne il romanzo; il rammarico di coloro che l’hanno conosciuta non riguarda tanto la scrittrice, quanto la donna – una delle più gentili e sagge del suo tempo. Eppure, volendo considerare unicamente i suoi meriti di scrittrice, la sua morte prematura è motivo di grande rincrescimento. È chiaro, in questo romanzo Mogli e figlie, nella squisita piccola storia che l’ha preceduto, Mia cugina Phillis, e in Gli innamorati di Sylvia, che in quei cinque anni Mrs. Gaskell aveva intrapreso una nuova carriera, con tutta la freschezza della gioventù, e con un intelletto che sembrava essersi liberato della sua argilla per rinascere ancora una volta. Questo “liberarsi dell’argilla” dev’essere interpretato in senso stretto. Tutte le menti sono in qualche modo avvolte dalla “veste di fango” in cui sono contenute; ma poche di loro mostrarono di essere fatte di vile terra meno di quella di Mrs. Gaskell. È sempre stato così; ma, di recente, persino la lieve sfumatura delle origini sembrava essere svanita.
Leggendo uno qualunque dei tre libri appena citati, ci si ritrova trascinati fuori da un mondo abominevolmente malvagio, che si trascina nell’egoismo e puzza di passioni meschine, e dentro un universo dove ci sono molta debolezza, tanti errori e lunghe e amare sofferenze, ma dove è possibile alle persone condurre una vita placida e sana; e, per di più, si avverte che questo mondo è reale almeno quanto l’altro. Lo spirito benevolo che non pensa male di nessuno effonde luce dalle pagine; e mentre noi le leggiamo, respiriamo l’intelligenza più pura, che tratta di emozioni e di passioni che hanno radici vive nella mente, nell’abbraccio della salvezza, e non di quelle che marciscono perché ne sono escluse. Questo spirito si manifesta specialmente in Mia cugina Phillis e in Mogli e figlie – le ultime opere dell’autrice; esse sembrano dimostrare che, per lei, la fine della vita non era una discesa tra le zolle della valle, ma un’ascesa nell’aria più limpida delle colline che aspirano al cielo. [...] Questi ultimi romanzi di Mrs. Gaskell sono tra i migliori del nostro tempo» (Mogli e figlie, pp. 681-2).

3 novembre 2015

Omicidi all'inglese - seconda puntata

Le storie di Auguste Dupin, linvestigatore dei racconti di Edgar Allan Poe, sono caratterizzate da un contesto urbano: sono tutti racconti ambientati a Parigi. Il corrispettivo inglese di Dupin, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle (1859-1930), agisce soprattutto a Londra, confermando il diffuso senso di inquietudine sociale e psicologica dovuta alla improvvisa espansione e modernizzazione delle grandi città europee. Ha scritto il grande critico Walter Benjamin che “l’originale contesto sociale delle detective stories è l’annichilimento delle tracce dell’individuo nella folla che contraddistingue la grande città” (Saggi su Charles Baudelaire). Il primo libro in cui fa la sua comparsa Sherlock Holmes è Uno studio in rosso, del 1887, che introduce i personaggi di Holmes e di John Watson, un ex medico militare reduce della guerra in Afghanistan. Il loro sodalizio investigativo viene descritto in quattro romanzi (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, 1890, Il mastino dei Baskerville, 1902, La valle della paura, 1915) e in cinquantasei racconti, perlopiù scritti in prima persona dallo stesso Watson. La caratteristica principale delle avventure Sherlock Holmes è, oltre al metodo deduttivo ereditato da Dupin, la popolarizzazione della scienza criminologica, cioè l'applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali. In particolare, l’osservazione dettagliata delle tracce lasciate sulla scena di un crimine è una strategia che rimane valida anche nelle storie poliziesche dei giorni nostri, come le serie televisive del tipo CSI. 
Padre Ronald Knox
Con Conan Doyle abbiamo cambiato secolo. L’ultima raccolta di racconti dedicati al suo celebre detective, Il taccuino di Sherlock Holmes, risale al 1927. Nello stesso anno il critico e poeta T.S. Eliot pubblica un articolo in cui traccia una sorta di elenco delle caratteristiche di un buon racconto “giallo” (tra queste, la norma che prevede la presenza nella storia di una casa di campagna inglese); nel 1929 compare un’altra serie di norme, firmata dal teologo e scrittore Ronald Knox (1888-1957), che cura la raccolta The Best Detective Stories e nell’Introduzione spiega che “il romanzo poliziesco di tipo deduttivo deve avere come principale interesse il dipanamento di un mistero, un mistero i cui elementi devono essere presentati in modo chiaro sin dalle prime battute di un racconto, e la cui natura sia tale da suscitare una certa dose di curiosità – una curiosità che deve alla fine essere gratificata.” Il famoso “decalogo di Knox” prevede, per esempio, che il colpevole devessere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; che tutti gli interventi soprannaturali o paranormali devono essere esclusi dalla storia; che nessun evento casuale devessere di aiuto allinvestigatore e neppure lui può avere uninspiegabile intuizione che alla fine si dimostri esatta; che lamico stupido dellinvestigatore, («il suo dottor Watson»), non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa e la sua intelligenza deve essere al di sotto di quella del lettore medio. 
I comandamenti di Knox governarono la scrittura di tutte le opere risalenti alla cosiddetta Golden Age of Detective Fiction, un periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La maggior parte degli esponenti di questa sorta di “scuola di scrittura” era di origine britannica, ma allo stesso gruppo sono considerati appartenere Georges Simenon, S.S. Van Dine, Raymond Chandler e Ellery Queen. La Golden Age si caratterizza anche per la scrittura femminile: a questo periodo risalgono infatti le opere delle “regine del giallo” Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Margery Allingham e la neozelandese Edith Ngaio Marsh. Dorothy Sayers e Agatha Christie furono anche presidentesse del cosiddetto “Detection Club”, un club di famosi scrittori di romanzi polizieschi fondato nel 1930 e ancora attivo (l’attuale presidente è Simon Brett, scrittore molto prolifico, drammaturgo e autore di programmi radiofonici per la BBC, molti dei cui romanzi sono ispirati alla tradizione della Golden Age).
Dorothy L. Sayers (1893-1957) fu una delle prime donne a laurearsi a Oxford. Oltre che scrittrice di gialli, fu la traduttrice (in inglese) della Divina Commedia e della Chanson de Roland. Tra le sue opere più conosciute c’è Gaudy Night (1935), di cui non c’è traduzione italiana, che è considerato il “primo romanzo del mistero femminista”, perché esamina la lotta delle donne nell’Inghilterra degli anni Trenta per la conquista dell’indipendenza, e soprattutto del diritto a un’istruzione universitaria. Il segreto delle campane (1934), invece, approfittando della trama criminale esplora un tema importantissimo per la cultura inglese: quello legato al mondo dei suonatori di campane. In questo giallo l’autrice presenta ai lettori il classico schema dell’omicidio che si verifica in un piccolo villaggio di campagna, e che in qualche modo coinvolge l’istituzione parrocchiale e il parroco stesso. Se questo modello narrativo è di grandissima attualità, perché è il fulcro della serie televisiva (tuttora in produzione) Grantchester – dove un parroco reduce della seconda guerra mondiale affianca un detective della polizia nella soluzione di una serie di omicidi – non c’è dubbio che fu di grandissima ispirazione per gli scrittori della Golden Age. 
La morte nel villaggio (1930), per esempio, il primo dei dodici romanzi di Agatha Christie in cui compare il personaggio di Miss Marple, ha come titolo originale The Murder at the Vicarage, ovvero “Omicidio in Canonica”. Agatha Christie (1890-1976), l’autrice più tradotta al mondo, ha fatto dello schema narrativo dell’omicidio che avviene in uno spazio ristretto e ben delimitato una specie di marchio di fabbrica. Questo spazio limitato può essere, appunto, il villaggio (idea che ha ispirato anche le famose serie televisive di genere “giallo” Murder, She Wrote, Midsomer Murders e il recente Broadchurch), come in C’è un cadavere in biblioteca, Assassinio allo specchio, Il terrore viene per posta, Un delitto avrà luogo. All’interno di una casa di campagna, ma di una famiglia benestante (come sosteneva T.S. Eliot), si sviluppa invece il primo romanzo in cui fa la sua comparsa il detective belga – rifugiato di guerra – Hercule Poirot. Il libro, che segnò il debutto di Agatha Christie sulla scena letteraria, è Poirot a Styles Court (1920). Sempre in una residenza di campagna dell’alta borghesia si svolgono Poirot e la salma, La parola alla difesa, I sette quadranti e Istantanea di un delitto – il cui omicidio, però, avviene su un treno, quello delle 4.50 da Paddington. 
In generale, Agatha Christie ha la tendenza a tracciare i confini di un ambiente e a presentare subito il gruppo dei diversi personaggi, fra i quali ci saranno la o le vittime, l’assassino, e tutti i sospettati. In alcuni casi tutta la scena si verifica addirittura su mezzi di trasporto in movimento, per garantire l’impossibilità che l’assassinio sia stato compiuto da qualcuno proveniente dall’esterno: è il caso di Assassinio sull’Orient Express, ambientato sul treno, Poirot sul Nilo, su una nave, e Delitto in cielo, su un aereo. Le vicende di Non c’è più scampo riguardano la ristretta comunità che lavora su alcuni scavi archeologici in Iraq; Macabro Quiz si svolge in una scuola, mentre Corpi al sole è ambientato su un’isola ben separata dalla terraferma (esattamente come in Dieci piccoli indiani). Agatha Christie scrisse 66 romanzi e 153 racconti gialli, oltre a 6 romanzi rosa, una serie di opere teatrali e radiodrammi, un’autobiografia, una cronaca di viaggio e altri lavori. Quest’anno, in occasione del 125° anniversario della sua nascita, è stato indetto un sondaggio per votare i suoi migliori racconti del crimine: il vincitore è risultato Dieci piccoli indiani, seguito da Assassinio sull’Orient Express e da L’assassinio di Roger Ackroyd (1926). Quest’ultimo romanzo, ambientato ancora una volta in un villaggio, è considerato in assoluto uno dei suoi più riusciti, e al momento della sua pubblicazione destò grande clamore, perché violava una delle regole fondamentali del decalogo di Knox. 
La domanda che ci resta da porci, a questo punto, è: perché? Perché si leggono e si scrivono ancora gialli? Che cosa rende il genere della crime fiction così irresistibile, da più di cent’anni a questa parte?


2 novembre 2015

Omicidi all'inglese - prima puntata

Sabato scorso, alla Libreria Morelli 1867 di Dolo (Ve), ho parlato di crime fiction con un pubblico molto variegato per età e per interessi, ma ugualmente partecipe e preparato, in una data, il 31 ottobre, che secondo la cultura celtica e anglosassone segna la fine dell’estate e l’inizio della stagione delle ombre. Sull’oscurità e sul mistero la crime fiction ha costruito la sua fortuna – una fortuna che dura, e non accenna a indebolirsi, da circa centocinquant’anni; ma forse non è alle sue ombre che deve la sua celebrità, quanto alla luce che si accende alla fine di ogni storia. Una luce, quella della ragione, che dissipa le paure e gli obbrobri dell’omicidio grazie all’intervento di un detective
La figura del poliziotto e il concetto dell’indagine cui noi siamo abituati sono realtà piuttosto recenti. Prima che venissero ufficialmente create le forze dell’ordine, a metà dell’Ottocento, i governi erano solito convocare gli eserciti per controllare le rivolte o le sommosse, ma non esisteva un organo vero e proprio di prevenzione del crimine, o tantomeno di investigazione. Con l’inizio del XIX secolo, in Inghilterra, la fine delle guerre napoleoniche comportò l’insorgere di una grave crisi economica, il ritorno di grandi numeri di soldati ormai disoccupati, la mancanza di cibo e di ordine, e la scena sociale iniziò ad essere sconvolta da ricorrenti episodi di violenza. Per questa ragione si cominciò a pensare di fondare un vero e proprio corpo di polizia, la Polizia Metropolitana (MET), che però vide la luce, grazie al ministro Robert Peel, solo nel 1829. 
Nel 1842 però avvenne un omicidio la MET non fu in grado di risolvere, attirandosi lo sdegno e le ironie dell’intera opinione pubblica. Si decise dunque di fondare un apposito organo di investigazione, costituito da otto uomini (due ispettori e sei sergenti), cui fu dato il nome di “Detective Department”. Lo scrittore Charles Dickens ne era entusiasta, e sulle sue attività scrisse numerosi articoli. Nel suo romanzo Casa desolata (1852-3), un romanzo quasi kafkiano per la sua rappresentazione di una giustizia grottesca e malefica, egli creò il primo detective letterario nel personaggio di Mr. Bucket, su imitazione del vero ispettore Charles Field, che faceva parte del Detective Department e sul quale Dickens scrisse anche un saggio (On Duty with Inspector Field). I lettori iniziarono subito ad essere affascinati dall’idea del detective e della soluzione dei crimini.
Fra i primi romanzi polizieschi si annovera The Moonstone – in italiano La pietra di luna – del 1868, scritto da uno dei principali collaboratori di Dickens, suo compagno di viaggio e confidente, Wilkie Collins (1824-1889). La pietra di luna è un poliziesco autentico, imperniato su un furto di un diamante (la “pietra di luna”, appunto), e allo stesso tempo un romanzo molto inglese, perché assume la forma dello spostamento tra metropoli e periferia, ed entro quest’ultima cornice i fatti si svolgono in una classica residenza benestante di campagna. Collins ebbe sempre interesse per il gotico e per le personalità scisse, al limite del delirio: caratteristica della sua scrittura è quella del dubbio sull’identità, della dimensione onirica (è considerato il più “freudiano” dei narratori vittoriani), della messa in discussione del principio di verità. La donna in bianco (The Woman in White, 1859-1860), per esempio, è celebre per la catena infinita degli eventi e per le costanti strategie di verità e finzione che si accavallano. Per questa ragione, il romanzo costituisce un’enorme infrazione della regola del romanzo vittoriano centrata sull’onniscienza del narratore (che ha un unico antecedente narrativo in Cime tempestose), perché si basa su testimonianze plurali. La storia è infatti raccontata secondo lo schema dell’inchiesta o indagine processuale: gli avvenimenti vengono riportati da una serie di testimoni, alle cui deposizioni si aggiungono memoriali privati, lettere e un diario. Molto spesso le testimonianze sullo stesso evento sono addirittura divergenti: non c’è dunque una verità univoca, ma tante pseudoverità personali.
Più o meno agli stessi anni della scrittura di Wilkie Collins risalgono i settanta romanzi di Mary Elizabeth Braddon (1835-1915), amica di Collins e grande interprete del genere della letteratura “di sensazione” (sensational novel). Il più celebre fra i suoi libri è Il segreto di Lady Audley, che dal momento della sua pubblicazione del 1862 non è mai andato fuori stampa. L’importanza di questo romanzo sta nella sua trasgressione morale e nella sua espressione delle inquietudini, tipicamente vittoriane, riguardanti la sfera domestica. La casa, che per l’etica del tempo era considerata il rifugio perfetto da ogni pericolo, diventa un luogo oscuro e pericoloso, e la donna, il proverbiale “angelo del focolare”, assume i tratti della violenza, del crimine, e della violazione delle basilari regole strutturali della famiglia.
C’è un altro nome femminile meno conosciuto, eppure importantissimo per tracciare una storia della detective story (anzi, pare che questo termine l’abbia proprio inventato lei): è quello dell’americana Anna Katherine Green (1846-1935), che introdusse nei suoi romanzi la figura di una donna investigatrice, Amelia Butterworth (prototipo di Miss Marple) che assiste nelle indagini il detective Ebenzer Gryce della polizia metropolitana di New York. Green ha creato anche il personaggio di Violet Strange, una ragazza dell’alta società con una doppia vita da investigatrice. La critica attribuisce a Anna Katherine Green le caratteristiche che avrebbero poi definito la letteratura del crimine di Agatha Christie e di Conan Doyle, perché è nei suoi romanzi che compaiono per la prima volta vecchie zitelle investigatrici, cadaveri in biblioteca, inchieste e testimoni qualificati. In particolare, è l’accuratezza nella descrizione delle procedure legali ad aver colpito la critica e i lettori, tanto che alcuni suoi libri furono usati come casi di studio alla facoltà di legge dell’università di Yale. Tra i suoi titoli più noti, Il caso Leavenworth (1878, tradotto anche con il titolo Le due cugine), e Due iniziali soltanto (1911).
Per molti critici le origini di quella che definiamo la letteratura “gialla” (il “giallo” deriva dal colore delle copertine scelto da Mondadori a partire dal 1929 per pubblicare storie noir o poliziesche) risalgono, oltre che alle opere di Wilkie Collins e di Anna Katherine Green, all’ancora precedente I delitti della Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe. Questo è il primo dei tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, un investigatore che riesce a risolvere i casi criminali grazie alle sue enormi capacità deduttive. Il personaggio di Dupin crea un modello al quale si ispireranno quasi tutti i più importanti autori degli anni successivi: il più celebre dei suoi epigoni sarà Sherlock Holmes. (Nel primo libro in cui compare Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, Watson paragona quest’ultimo proprio al Dupin di Poe. Holmes risponde dicendo di avere capacità ben superiori.) 
Questo racconto inaugura lo schema dell’“omicidio nella stanza chiusa” sfruttato in seguito da numerosi altri autori di racconti del crimine. In una notte, in un appartamento in Rue Morgue (si noti che “morgue” in inglese è l’obitorio) a Parigi, vengono assassinate l’anziana Madame L’Espanaye, trovata nel cortile interno mutilata e con la gola tagliata, e sua figlia Camille, strangolata e nascosta nella cappa del camino. La soluzione al caso offerta da Dupin è rimasta celebre nella storia della letteratura gialla per essere la più improbabile, ma l’unica possibile. Anche Sherlock Holmes dirà a un certo punto (Il segno dei quattro) che “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Auguste Dupin è anche il protagonista di La lettera rubata, racconto del 1845 che fu successivamente studiato da Freud, da Lacan e da Derrida, e citato da Proust (Sodoma e Gomorra) e da Sciascia in Todo Modo, che sottolinea il principio per cui la verità è sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo nessuno la vede. 

Fine prima puntata.