4 ottobre 2018

The Victorian and the Romantic

Parecchio tempo fa, girovagando su Twitter, sono venuta a conoscenza di un libro in preparazione: un romanzo della giovane ricercatrice Nell Stevens dal titolo Mrs Gaskell and Me. L’ho aspettato per mesi, e finalmente un paio di settimane fa il libro è arrivato nella cassetta della posta: ho scelto, semplicemente per la bellezza della copertina e per la rilegatura, l’edizione americana, che porta il titolo The Victorian and the Romantic, e ho iniziato immediatamente la lettura, lasciando persino da parte un altro paio di libri che tenevo sul comodino. 
The Victorian and the Romantic è una storia che viaggia su due binari, destinati tuttavia a incrociarsi: il resoconto di un periodo piuttosto rilevante della vita dell’autrice e il racconto della vacanza romana di Elizabeth Gaskell, e della tempesta di sentimenti che quel viaggio (molto presumibilmente) suscitò dentro di lei. A Roma Gaskell incontrò Charles Eliot Norton, il giovane critico d’arte e traduttore americano con il quale scambiò in seguito lettere piene di affetto, di profonde riflessioni e di luminosi ricordi, e leggendo quegli stralci di epistolario non è poi così improbabile pensare che la scrittrice nutrisse per lui qualcosa di più intenso di una semplice amicizia. 
I capitoli “autobiografici”, che narrano la vicenda personale e la storia d’amore di Nell, sono freschi, lievi e piuttosto divertenti: il ritratto dell’esperienza del dottorato di ricerca è perfettamente corrispondente al vero!, come quando leggiamo di come si svolgono le riunioni tra dottorandi (durante le quali spuntano immancabilmente le considerazioni di quei colleghi che pensano che il proprio percorso di ricerca sia l’unico valido, le cui premesse dovrebbero essere applicate agli studi di tutti gli altri) o quando Nell sostiene (e questa sensazione l’abbiamo provata tutti): “I feel as though I know even less than when I started” (p. 46). 
Di tutt’altro tono e intensità i capitoli dedicati a Elizabeth Gaskell, con la quale Nell si rammarica (esattamente come me) di non poter avere uno scambio epistolare: «I felt – still feel – a pang, something like lovesickness, when I think that Mrs Gaskell and I can’t write to each other. We would write such good letters, I think. We would have so much to say» (p. 48). In queste pagine il linguaggio si fa più dolce, a tratti quasi antico, come ad evocare la scrittura gaskelliana: di grande effetto l’episodio della processione di Carnevale, che Gaskell riporta in Delitto di una notte buia e di cui abbiamo una testimonianza anche in una lettera della figlia Meta (cfr. il mio Sui passi di Elizabeth Gaskell).
Il ritratto che Nell ci offre della sua “amica” Elizabeth è traboccante d’affetto; e io, che per alcune opere ho “prestato” ad Elizabeth la voce italiana e che sento con lei un legame fortissimo che trascende i confini del tempo, sono stata felice di percepire i miei stessi pensieri stampati sulla carta: «I had never encountered a writer who could fill a page so entirely with herself. Mrs Gaskell is […] brimming with love for the people around her. […] It oozes from those letters, that love: it reached me as soon as I began reading them» (p. 48). Sì, è proprio questa la sensazione che le lettere di Elizabeth Gaskell hanno suscitato in me: la percezione di una vitalità travolgente e di uno sconfinato amore per gli amici. Tra i tanti celebri incontri di Elizabeth Gaskell, gli espatriati anglo-americani di Roma godono di un’attenzione particolare in questo libro e uno dei capitoli finali è dedicato proprio a loro. La conclusione del romanzo è pregna di commozione: uno scrigno di delicatezza, di coscienza del tempo che passa, e infine della consolazione dell’immortalità dell’arte e dell’amicizia.

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