5 gennaio 2020

Louisa e le piccole donne

Buon anno, cari lettori! Il 2020 di Ipsa Legit si apre con una riflessione su un libro squisitamente stagionale: Piccole donne, che in queste settimane è ritornato ad apparire nelle prime file delle librerie grazie all’uscita del nuovo omonimo film che ne è stato tratto, diretto da Greta Gerwig (il trailer si può vedere qui). 
Piccole donne e Piccole donne crescono, i due libri italiani in cui si è diviso l’unico volume originale di Little Women, ci hanno accompagnato per tutta la vita: io li lessi per la prima volta da bambina, poi li ripresi da adolescente e adesso, da adulta, ritorno talvolta a rileggerne qualche breve brano, per ritrovare nel testo la conferma a certi ricordi improvvisi o la gratificazione di quel gusto per la narrativa che non mi abbandona mai. Oggi, sui miei scaffali, Little Women è uno dei libri di cui vado più orgogliosa, perché è un’edizione del 1913 con una bellissima copertina in decori Art Deco che ho scovato in una libreria di seconda mano sull’isola di Wight. Come una storia nella storia. 
La mia attuale rilettura del libro, in attesa di vedere il film, è accompagnata da un’importante opera appena pubblicata, che ci offre un punto di vista attentissimo e decisamente affascinante sulla mente che ha ideato questo romanzo immortale. Si tratta di Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo di Martha Sexton (a cura di Daniela Daniele), che solo pochi mesi fa è uscita nella sua prima edizione italiana grazie a Jo March – una casa editrice che ci ha abituato alle belle sorprese ma che ciononostante continua a stupirci per l’accuratezza e la passionalità delle sue scelte letterarie. Il libro appartiene alla collana “Christopher Columbus” e riporta la stessa straordinaria bellezza grafica dei volumi precedenti. 
Nella biografia di Martha Sexton troviamo rappresentazioni della vita di Louisa piene di suggestioni, soprattutto quando si concentrano sull’atto della scrittura: “A maggio, Luisa fece ritorno a casa per cominciare a scrivere Piccole donne. Lavorò alla sua piccola scrivania, grande appena da poter infilarci le ginocchia, sotto la finestra della sua camera. Scrisse per giornate intere, senza mai correggere o ripensare una sola parola”; “Lavorava assiduamente al suo scrittoio, completando ogni giorno un capitolo nuovo, vergato con una scrittura nitida e inclinata verso sinistra, che imprimeva con decisione sulla pagina, impugnando con forza il pennino d’acciaio”. Anche la casa di Concord attira lo sguardo del lettore, assorbendo e lasciandosi assorbire, come sempre accade, dalla personalità della scrittrice che le abita: “La stanza d’angolo di Louisa era quadrata, ariosa, e piena di luce con finestre sui lati. […] La piccola scrivania di Louisa era posta sotto le finestre anteriori, dalle quali entrava una morbida luce primaverile, filtrata attraverso gli alberi”. 
Foto dello scrittoio di Louisa May Alcott, di Annie Leibovitz,
tratta dal suo libro Pilgrimage
Penso che questa luminosità filtrata, accompagnata dai profumi delle foglie e del vento, ma sempre in bilico sulla penombra, sia l’atmosfera predominante di Little Women. L’aspetto più interessante della biografia pubblicata da Jo March è proprio la rivelazione di questo confine sfuocato nei pensieri di Louisa, di questo conflitto nascosto e sempre sull’orlo della deflagrazione, dell’impossibilità di sfuggire al lato oscuro delle storie. 
Piccole donne è un romanzo per ragazzi perché alla prima lettura si mostra per ciò che ne incoraggiò la scrittura: la volontà di tracciare una netta barriera tra il bene e il male e di rappresentare lo sforzo epico delle giovani donne March, e di Jo in particolare, per passare dalla parte giusta del muro. Le sorelle ricevono per Natale una copia di The Progress of the Pilgrims di John Bunyan (Il viaggio del pellegrino) affinché questo indichi loro la strada verso il Bene; lavorano sodo per realizzarsi; due si sposano abbastanza presto, dopo aver affrontato i naturali ostacoli della vita amorosa, che le portano a migliorarsi interiormente. Solo Jo, alter ego letterario dell’autrice, fatica a rientrare negli schemi imposti da suo padre (e dal padre di Louisa) e dalla sua filosofia. Le sofferenze di Jo sono reali, tormentose: il senso di colpa, da cui a tratti lei sembra lasciarsi voluttuosamente travolgere, ispira tante – troppe – delle sue decisioni, e le delusioni che la sua autrice dissemina lungo il suo cammino sono amare, astiose, per niente educative e difficili da rimarginare. Tanta inquietudine, questo spesso velo di insoddisfazione, non sono più il tema di un romanzo per ragazzi, ma il soggetto di un’analisi di grande forza emotiva che la biografia di Sexton ci aiuta ad approfondire e a comprendere. 
La seconda parte di Little Women (quella che in italiano è stata chiamata Piccole donne crescono) è quella che maggiormente ci lascia intuire tale contrasto. Le ragazze sono più grandi: Meg è sposata, Amy supera i confini della casa paterna, con tutte le sue voci e le loro istruzioni di vita, e se ne va in Europa a costruirsi un futuro; solo Jo sembra sempre sul punto di realizzarsi, ma non ci riesce mai. La sua scrittura non è quella che dovrebbe essere, il raggio del suo allontanamento da casa arriva solo fino a New York e la sua parabola si chiude nella celebrazione della morale predicata dai suoi genitori, in una vecchia casa piena di memorie, con un marito che replica la figura patriarcale, un ruolo materno moltiplicato all’infinito, e la definitiva rinuncia all’arte. Ho trovato davvero rimarchevole la disamina delle ombre di Alcott nella nuova pubblicazione Jo March: i grandi racconti, in fondo, si evolvono dall’evoluzione di un conflitto, e tutta la straordinaria luce delle sorelle March non poteva che avere come controparte la storia di una scrittrice dai grandi dolori, come fu Louisa.

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